LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. NONA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

Con il presente studio, da me temerariamente intrapreso su questo non meno temerario blog, so di scontrarmi non solo con le grandissime difficoltà inerenti al delicato tema affrontato, ma anche con i moltissimi pre-giudizi di tanti i quali, malgrado si diano ad una ricerca sedicente ‘esoterica’, non sono coscienti, e tantomeno liberi, rispetto all’azione configuratrice della ideologia confessionale delle varie poco cristiche Chiese ‘cristiane’– spacciata dalle gerarchie ecclesiastiche per ‘teologia’ – e della liturgia sacramentale – della quale da esse viene sovente fatto un uso non precisamente spirituale e disinteressato – che condizionano gli individui tanto più radicalmente e profondamente, quanto meno questi siano consapevoli di una tale azione magicamente efficace.

Ma mi curerò il giusto – ovverossia, pochissimo o punto – del contrasto che mi possa venire da tali pre-giudizi, perché dietro ad essi non vi sono veri pensieri – pensieri coscienti, liberamente voluti – bensì unicamente ‘stati d’animo’, ‘emozioni’, ‘sentimentalità’, ‘pulsioni istintive’: amalgamati caoticamente in un impasto di paura, di inerte indolenza, di reazionario istinto di conservazione da parte di una menzognera natura inferiore, alla quale l’uomo è narcoticamente identificato, e che illegittimamente lo domina e lo manovra. Ergo, mi consolerò, sia pure immeritatamente, con quanto il sapientissimo abate Giovanni Tritemio, Iniziato e Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, scrisse a quest’ultimo in una lettera da Würtzburg l’8 aprile 1510:

«Nec retrahat a proposito quorumque consideratio nebulorum, de quibus vere dictum est: Bos lassus fortiter figit pedem».

Ovvero, tradotto, parafrasato, ed esplicitato nella bella lingua di Dante, il sapientissimo Tritemio così invita il suo coraggioso ed intelligente discepolo:

«Non lasciarti ritrarre dalla tua impresa da ciò che gente senza valore può avere da dire. Il pigro bove rimane ostinatamente immobile».

In effetti, posto di fronte all’esigenza conoscitiva di osare, con coraggio, di andare spregiudicatamente oltre – e se necessario – contro gli inveterati pre-giudizi, l’animale uomo, come un ignavo e accidioso bove – lassus bos – punta energicamente il piede e scalcia – fortiter figit pedem – onde nulla cambi nella sua stagnante, ottusa, condizione, e in maniera veramente reazionaria, reagisce in difesa del più abietto e deprimente status quo. L’asservito prigioniero si è infine innamorato delle proprie catene, e delle mura della propria prigione, e reagirà con paura, rabbia, ed estrema violenza nei confronti di coloro che vogliano mostrargli la Via della liberazione.  

In un suo scritto, apparso su East and West, la bella e importante rivista dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, e che un giorno vorrei tradurre per il lettori di Ecoanthroposophia, Massimo Scaligero mise in evidenza come lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni, sia l’autentica forza veramente rivoluzionaria, che percuote, abbatte, e dissolve, tutto ciò che non vuole trasformarsi secondo lo Spirito, e come tutto il disseccato tradizionalismo, così come il materialismo, sia invece l’elemento reazionario che resiste alla trasformazione spirituale, si cristallizza. E, a tale proposito, Massimo Scaligero ivi cita e commenta, da un classico testo di ascesi guerriera, il verso che riporto dalla Bhagavadgîtâ, Il Canto del Beato, XI, 32, introduzione e traduzione di Raniero Gnoli, BUR – Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1987, p.179:   

«Io sono il Tempo, distruttore dei mondi, l’antico, e mi adopero a divorare i mondi».

Per cui, non curandoci di tali pre-giudizi e contrasti, è bene tornare al tema che mi preme. Ora, se bene si leggono le Sacre Scritture – sia il Vecchio che il Nuovo Testamento – è facile constatare come al ‘serpente’, al ‘nachash’ del racconto mosaico, venga data una valenza non solo negativa, ma anche decisamente positiva.

Nell’Antico Testamento, oltre che nel libro della Genesi, la figura appare alcune volte, sia con connotazione negativa, sia con connotazione positiva. Per esempio, in Esodo VII, 8-12, traduzione del valdese Giovanni Luzzi, leggiamo:

«L’Eterno [sc. Jahve-Jehova] parlò a Mosè e ad Aaronne, dicendo: ‘Quando Faraone vi parlerà e vi dirà: Fate un prodigio! tu dirai ad Aaronne: Prendi il tuo bastone, gettalo davanti a Faraone, e diventerà un serpente’. Mosè ed Aaronne andaron dunque da Faraone, e fecero come l’Eterno aveva ordinato. Aaronne gettò il suo bastone davanti a Faraone e davanti ai suoi servitori, e quello diventò un serpente. Faraone a sua volta chiamò i savi e gl’incantatori; e i magi d’Egitto fecero anch’essi lo stesso, con le loro arti occulte. Ognun d’essi gettò il suo bastone, e i bastoni diventaron serpenti; ma il bastone d’Aaronne inghiottì i bastoni di quelli».

Per esempio, nel Vangelo di Giovanni – che cito, come sempre, nella traduzione della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, III, 3-15 – il Christo a Nicodemo, che era venuto da Lui «di notte», spiega il ‘mistero’ della ‘rigenerazione’, ossia della ‘palingenesi iniziatica’. Ma, questi sul momento poco intende le parole del Signore. Infatti, ivi leggiamo:

«Gesù gli rispose: In verità, in verità, io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. […]

Non ti meravigliare se ti ho detto: bisogna che nasciate di nuovo. […]

Nicodemo replicò e gli disse: Come possono avvenir queste cose? Gesù gli rispose: Tu se’ il dottor d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità io ti dico che noi parliamo di quel che sappiamo, e testimoniamo di quel che abbiamo veduto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? E nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figliuol dell’uomo che è nel cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna».

L’episodio, al quale allude il Signore nel suo colloquio «notturno» con Nicodemo, si legge nel quarto libro del Pentateuco mosaico, ossia in Numeri, XXI, 4-9, che cito nella traduzione di Giovanni Luzzi, ove è scritto:

«Poi gl’Israeliti si partirono dal monte Hor, movendo verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si fe’ impaziente nel viaggio. E il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: ‘Perché ci avete fatti salire fuori d’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua, e l’anima nostra è nauseata di questo cibo tanto leggero’. Allora l’Eterno mandò fra il popolo de’ serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e gran numero d’Israeliti morirono. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti’. E Mosè pregò per il popolo. E l’Eterno disse a Mosè: ‘Fatti un serpente ardente, e mettilo sopra un’antenna; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, scamperà’. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un’antenna; e avveniva che, quando un serpente avea morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, scampava».

E come raccontato nel II Libro dei Re, XVIII,1-6, il serpente di rame così venne distrutto:

«Or l’anno terzo di Hosea, figliuolo d’Ela, re d’Israele, cominciò a regnare Ezechia, figliuolo di Achaz, re di Giuda. Avea venticinque anni quando cominciò a regnare, e regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abi, figliuola di Zaccaria. Egli fece ciò ch’è giusto agli occhi dell’Eterno, interamente come avea fatto Davide suo padre. Soppresse gli alti luoghi, frantumò le statue, abbatté l’idolo d’Astarte, e fece a pezzi il serpente di rame che Mosè avea fatto; perché i figliuoli d’Israele gli aveano fino a quel tempo offerto profumi; ei lo chiamò Nehushtan [sc. in ebraico: pezzo di rame]. Egli ripose la sua fiducia nell’Eterno, nell’Iddio d’Israele; e fra tutti i re di Giuda che vennero dopo di lui o che lo precedettero non ve ne fu alcuno simile a lui. Si tenne unito all’Eterno, non cessò di seguirlo, e osservò i comandamenti che l’Eterno avea dati a Mosè».

Certo – direbbe un Iniziato mio concittadino, da tempo passato ai Campi Elisi – bisogna proprio dire che gli Ebrei, usciti dall’Egitto, e che avevano passate già molte tribolazioni, erano sottoposti a un Dio – lo Jahve o Jehova del quale dovremo più volte riparlare – «di molto difficile contentatura». Ma, nello specifico caso in questione, vorrei far notare al volenteroso lettore, appunto, l’ambivalenza dell’immagine del ‘serpente’, del ‘nachash’ mosaico. Quel che dà la morte, ossia i ‘serpenti ardenti’, è anche ciò che – oserei dire ‘omeopaticamente’ – dà anche terapia e salvezza, ossia il ‘serpente di rame’ innalzato su una ‘antenna’ a forma di ‘tau’, ossia su una forma arcaica di ‘croce’. E non è senza importanza che il ‘serpente’ innalzato sul ‘tau’ sia proprio di ‘rame’.  

Chi conosca la tradizione ermetica e alchemica sa bene come il ‘rame’ sia il ‘metallo’ analogicamente collegato al pianeta Venere, e abbiamo visto – nel precedente studio – come il pianeta Venere sia la vera dimora di un Eloha come Lucifero. Sappiamo altresì come Venere sia la Dea dell’Amore – naturalmente la Venere Urania, che presiede all’Amore Celeste, e niente affatto la Venere Libitima, o Pandemia – e quindi essa ha ben a che fare col ‘Mistero del Graal’. Faccio notare, inoltre, al benevolo lettore, come un Iniziato – il Conte di Cagliostro, diffamato, vituperato, torturato, e infine assassinato dalla degenerata ‘abelitica’ parte avversa – avesse grandissima stima della Donna, e che ad essa concedesse, allo stesso titolo che all’uomo, l’Iniziazione: una Iniziazione reale, e non un ‘contentino’‘une aimable bagatelle’, come, celiando, dicevano, e stupidissimamente facevano nel Settecento in Francia i massoni nei confronti delle loro compagne, ‘per tenersele buone’, con la cosiddetta ‘Massoneria d’Adozione’. Ora, il Conte di Cagliostro, che era di evidente stirpe ‘cainita’, nel suo Rito Egiziano, poneva al centro delle logge femminili un albero, a forma di ‘tau’, sul quale vi era un ‘serpente’ che mordeva l’edenica mela. Nello svolgimento del Rituale, la Donna iniziata, colpisce col pugnale il ‘serpente’, mozzandogli la testa, così come nel sigillo personale del Conte di Cagliostro il ‘serpente’, che morde la ‘mela’, viene – more apollineo – trafitto da una freccia. La cosa ha profondi significati ermetici e alchemici, che lascio alla diligente meditazione del volenteroso lettore.

L’ostilità alla Donna è forte nella tradizione ‘abelita’ degenerata. Infatti, l’ortodossa, e molto poco ‘cristica’, Chiesa cattolica – sia latina occidentale, sia greca orientale – negano alla Donna qualsiasi forma di accesso al sacerdozio. Ed anche varie, oramai più che decadute, e a volte addirittura degenerate, Obbedienze massoniche sedicenti ‘regolari’, dimentiche della loro origine ‘cainita’ e ‘rosicruciana’, negano l’accesso alla Donna la possibilità dell’Iniziazione.

A totale smentita di una tale unilaterale, presuntuosa ed esiziale, posizione ‘abelita’, è sufficiente osservare come in Egitto la Donna poteva essere iniziata ai Misteri di Iside, l’Unica Dea; che ad Eleusi vi erano sacerdotesse iniziate chiamate ‘melisse’, come pure erano chiamate ‘melisse’ le sacerdotesse di Artemide ad Efeso, ossia ‘api’ per la loro purezza e castità, e vi erano altresì delle ‘Ierofantidi’; che in una ‘Via’ inizatica ‘apollinea’ e ‘solare’ come quella dell’Ordine Pitagorico, vi erano molte donne iniziate, delle quali Porfirio e Giamblico ci trasmettono molti nomi, a cominciare da Teano, sposa e collaboratrice di Pitagora, che a Crotone insegnava alle Donne nel tempio di Hera Lacinia, la beata sposa di Zeus.; che a Roma, già in epoca repubblicana, i Misteri di Cerere Eleusina venivano celebrati da sacerdotesse greche fatte venire appositamente da Napoli o da Velia, alle quali venivano tributati grandi onori, e concessa la cittadinanza romana; che, sempre a Roma, massima venerazione era prodigata verso le Vestali; che in Egitto la figlia del matematico Teone, Ipazia d’Alessandria, vittima del bestiale furore ‘abelita’ dell’infame, e assassino, Patriarca d’Alessandria Cirillo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica latina e greca, e proclamato nel 1882 – ancorché eretico monofisita – dottore della Chiesa da Papa Leone XIII, era Iniziata ed Epopta, e veniva chiamata ‘Ierofantide’ dal suo discepolo, il neoplatonico e vescovo cristiano, Sinesio di Cirene.  

In àmbito manicheo, la Donna poteva percorrere tutti gradi di realizzazione spirituale della ‘Via’: sino al grado di ‘Eletta’. E furono delle Donne, delle ‘Elette’ manichee, ad assistere Mani durante i 26 giorni della sua ‘passione’, sino al suo ultimo respiro. Così come sotto la croce ad assistere agli ultimi momenti della passione del Christo – a parte Giovanni-Lazzaro – vi erano tre Donne, e non certo gli Apostoli, i quali pur dopo la Resurrezione, ancora per molto tempo, sino alla Pentecoste, a Gerusalemme, se ne stavano timorosi, rintanati, chiusi e sbarrati nel Cenacolo. Nel Catarismo medievale, le Donne potevano, proprio come gli uomini, ricevere ed impartire il Consolamentum, la trasmissione dello Spirito Santo nel ‘Battesimo spirituale’, o ‘Battesimo di Fuoco’, mediante l’imposizione della mano, come nel Cristianesimo primitivo, e come si vede chiaramente a Ravenna in un meraviglioso mosaico del Battistero degli Ariani. La stessa imposizione della mano da parte delle quattro Donne  belle sulla testa di Dante nel Paradiso terrestre viene descritta in Purg, XXXI, 104-105: Rito di sicura origine catara, e non certo cattolica. Del resto, DantePar., IX, 13–65 – pone tranquillamente in Paradiso una catara ‘consolata’, come Cunizza da Romano, ch’egli conobbe personalmente, sorella del terribilissimo Ezzelino III, la quale passò i suoi ultimi anni nella casa di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, anch’egli di sicura fede catara. Nella pirenaica Occitania, vi fu la ‘perfetta’ – nel Medioevo gl’inquisitori dell’eretica pravità chiamavano ‘perfetti’ (‘perfetti’ per il rogo, chiosa ironicamente la mia amica Maria Soresina) i catari ‘consolati’ –  e sapientissima Esclarmonde de Foix, colei che nel 1204 fece riedificare il diroccato castello di Montségur, che secoli prima dell’Anno Mille era stata, assieme a San Juan de la Peña, quest’ultimo sul versante ispanico dei Pirenei – Rudolf Steiner dixituna delle sedi del Graal. E si può scorgere tutta l’arroganza medievale ‘abelita’, dal fatto che in uno degli ultimi incontri che vi furono tra Catari e rappresentanti della Chiesa di Roma, svoltosi a Pamiers nel 1207, un domenicano la insultò dicendole: «Va’ a filare la tua conocchia! Non è consentito alle donne di prendere la parola in queste discussioni!». Quella fu l’ultima discussione tra Catari e Cattolici: l’anno successivo il papa Innocenzo III proclamò la crociata di sterminio  contro i catari.

Quanto diversa, rispetto alla ‘abelitica’ posizione della Chiesa, invece, era la posizione di Enrico Cornelio Agrippa, l’umanista, kabbalista, e mago, discepolo di Giovanni Tritemio, e autore del De occulta philosophia, il quale scrisse il De nobilitate et praecellentia foeminei sexus, Anversa 1529, che oggi il curioso, e volenteroso, lettore può leggere in Cornelio Agrippa, La nobiltà delle donne, a cura di Daniele Palmieri, Libreria Gruppo Anima, Milano, 2018, ma che fu tradotto in italiano sin dal 1549, e in successive numerose edizioni! Ne esiste, fra le altre una bella edizione settecentesca, che ha addirittura come titolo Dell’Eccellenza e Preeminenza del Femminil Sesso sopra il Maschile di Cornelio Agrippa. Trasportato dal latino nell’italiano, da Giuseppe A. Graglia. Professore di lingue. Dedicato alle gentil donne. Londra. Per Alessandro Grant, Stampatore, MDCCLXXVI.

Malgrado che la posizione di Agrippa sulla Donna fosse chiarissima, ciò non pertanto egli venne sordidamente calunniato, ma a tale proposito fanno testo le parole scritte da Arturo Reghini, anche lui mio nobil concittadino, nel suo saggio, Enrico Cornelio Agrippa e la sua magia, di ben 165 pagine, posto come Introduzione all’edizione italiana del De occulta philosophia, edita da Alberto Fidi nel 1926, ove, alla p. XII, contro tali calunnie così si espresse:

«Meno male, diranno i lettori, e specialmente le lettrici. Però Agrippa, non solamente non ha mai scritto nulla di simile, ma è stato al contrario un convinto ed ardente femminista, ed ha scritto persino un libro sulla «Nobiltà e Superiorità del sesso femminile», in cui sostiene, non la eguaglianza dei sessi, ma addirittura la superiorità del sesso femminile. E provò la sincerità di questi suoi sentimenti prendendo moglie tre volte». 

E più oltre, a p. XXI, Arturo Reghini così aggiunge:

«Dopo il Pimandro Agrippa commentò, non si sa se a Pavia od a Torino, il Convito di Platone, in un discorso diretto a dei giovani, candidissimi auditores, probabilmente studenti. Nel suo commento egli segue la concezione socratica dell’amore: L’amore, dice egli, per consenso di tutti i filosofi e di tutti i teologi, è il desiderio che ci porta verso la bellezza, ma sopra tutto verso la bellezza nascosta (occultum formosum), di cui le bellezze visibili non sono che il simbolo; esalta, quindi, conformemente più al suo che non al sentimento di Socrate, l’amore verso la donna, ma non quello sensuale, preconizzando un sentimento divino che eleva e nobilita. Questa orazione trovasi nell’edizione delle opere (ed. Lione, 1600, Tom. II, parte IIa, pp. 389-401)».

Se leggiamo le parole introduttive di Daniele Palmieri alla citata edizione italiana del testo di Agrippa, troviamo che, a p. 14, dopo aver descritto gli eccessi ‘abelitici’ della Chiesa contro la Donna – eccessi, che portarono alla tragica, secolare, ‘caccia alle streghe’ – così scrive:

«In un clima simile, in cui il pregiudizio misogino viveva un nuovo, intenso, fermento, forse tra i più intensi della storia, è facile intuire la portata rivoluzionaria del discorso di Cornelio Agrippa.

A discapito di equivoci ed estreme semplificazioni, bisogna tuttavia aggiungere che sso, alla sua pubblicazione, non rappresenta un unicum nella storia del pensiero.

Ė sempre esistita, nel corso della storia del pensiero una corrente filosofica minoritaria, ma non per questo meno importante, che a partire da Platone, passando per Plutarco, e arrivando fino ai poemi epico-cavallereschi, al Dolce Stilnovo e a Giovanni Boccaccio, aveva elogiato le virtù della donna, elevandola a pari dignità dell’uomo se non, addirittura, a incarnazione stessa della Sapienza Divina».

Se il curioso, e volenteroso, lettore vuol togliersi davvero ogni dubbio circa la concezione unilaterale, e decisamente misogina, che la tradizione ‘abelita’ degenerata ha nelle sue varie espressioni, basta che legga quanto sulla Donna scrissero, e scrivono, autori antichi e moderni sedicenti ‘cristiani’. Cominciamo con un noto padre della Chiesa cattolica latina del II-III secolo, Quinto Settimio Florente Tertulliano, il quale nel suo De habitu mulieri, tradotto e pubblicato in italiano dalla nota casa editrice cattolica EDB, nel 1986 e nel 1999, in una brossura di 224 pagine, nella collana Biblioteca patristica, col titolo L’eleganza delle donne, a cura di Sandra Isetta, testo che viene presentato “in rete” con le seguenti parole:

«[…] egli si rivolge alla donna cristiana, invitandola a evitare di adornarsi con eccessiva cura, per non divenire strumento del demonio, che persevera nella sua opera di rovina seduttiva trascinando nel peccato l’uomo e pregiudicandone la salvezza eterna».

Ma le parole di Tertulliano possono esser ancora, se possibile, più feroci, visto ch’egli, in De cultu foeminarum, Libro I, 1, dopo aver detto: «Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, – l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione», così apostrofa – giova riportare il testo latino di Tertulliano – la Donna  e la Madre dei Viventi con parole che, tradotte nella lingua di Dante, ne offendono, come poche altre, la sacralità: «In doloribus et anxietatibus paris, mulier, et ad virum tuum conversio tua, et ille dominatur tui (Gen., 3, 16), et Evam te esse nescis? Vivit sententia Dei super sexum istum in hoc saeculo: vivat et reatus necesse est. Tu es diaboli ianua; tu es arboris illius resignatrix; tu es divinae legis prima desertrix; tu es quae eum suasisti, quem diabolus aggredi non valuit; tu imaginem Dei, hominem, tam facile elisisti; propter tuum meritum, id est mortem, etiam filius Dei mori habuit: et adornari tibi in mente est super pelliceas tuas tunicas (cfr. Gen., 3, 21)?».

Ovvero: «Tu, donna, partorisci tra dolori ed ansietà, e, la tua tensione è per il tuo uomo, ed egli ti domina: e non sai che tu sei Eva? Dura ancor in questo secolo la condanna di Dio sopra il tuo sesso; la tua trasgressione vive di necessità ancor oggi. Tu sei la porta del diavolo! Tu hai dissuggellato il quell’albero [sc. l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male]! Tu sei la prima disertrice della legge divina! Tu sei colei che persuase colui [sc. Adamo] che il diavolo non riuscì ad aggredire! Tu che così facilmente distruggesti l’immagine di Dio, l’uomo! E per quel che tu meritasti, ossia la morte, che persino il Figlio di Dio ebbe a morire: e hai ancora in animo di coprire di ornamenti le tue tuniche di pelle? (cfr. Gen. 3,21)».

E quanto all’azione spirituale della Donna ecco una clamorosa espressione del rigorismo estremista di Tertulliano, che poi era ed è quello della Chiesa cattolica latina e greca, riportata in Elaine Pagels, I Vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 1981, p. 122:

«Non è permesso che una donna parli in Chiesa, né è permesso che insegni, né che battezzi, né che offra l’eucarestia, né che pretenda per sé una parte in qualunque funzione maschile – per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale».

Potrei citare con pochissima ricerca e lieve fatica moltissimi autori dei primi secoli della Chiesa cattolica, ma – anche per non abusare della pazienza del benevolo lettore, me ne rendo ben conto, pazienza che metto spesso a dura prova – voglio limitarmi a qualcuno soltanto. Gli altri molti, che non cito, la pensavano e la pensano, ancor oggi, esattamente come quelli citati. Un autore, oggi poco noto, ma ai suoi tempi famoso e influente è l’Ambrosiaster, dell’epoca di Papa Damaso, ossia del IV secolo della nostra èra. Nelle sue opere egli si serve delle Sacre Scritture per giustificare la totale subordinazione della Donna all’uomo. Per esempio, per lui lo statuto di subordinazione della Donna è fondato sulla negazione a questa della partecipazione all’immagine di Dio, che invece – a suo dire, ovviamente – sarebbe propria dell’uomo. Egli scrisse una serie di Quaestiones, basandosi soprattutto sulla Genesi, dalle quali trascelgo alcune sue significative parole. Nella Quaestio XLV, dedicata a Gen., 1, 26, l’Ambrosiaster dà due spiegazioni dell’imago divina propria dell’uomo maschio (ibid., 2-3). Secondo la prima, l’uomo è imago Dei, ossia immagine di Dio, perché egli è quell’unus dal quale unicamente gli altri esseri carnali traggono origine, come da Dio gli spirituali; la seconda spiegazione, veramente capziosa, fa coincidere l’imago Dei, propria dell’uomo maschio, con la dominatio sul creato espressa in Gen., 1,28: ma, proprio poiché quella dominatio è proclamata da Dio nella Genesi sia per l’uomo sia per la donna, non si può affermare che in quest’ultima consista l’immagine di Dio, che secondo lui sarebbe un absurdum attribuire alla donna:

«Se l’uomo ha l’immagine di Dio nel dominio, essa è assegnata anche alla donna, così che anch’ella sarebbe immagine di Dio, il che è assurdo. Come infatti è possibile dire della donna che è immagine di Dio, lei che si sa essere soggetta al dominio del marito e non avere alcuna autorità? Infatti non può insegnare né testimoniare né dare garanzia né giudicare: a maggior ragione non può comandare!».

Ed ecco il testo latino tratto dal, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 50, edito da Alexander Souter:

«Si imaginem Dei homo in dominatione habet, et mulieri datur, ut et ipsa imago Dei sit, quod absurdum est. Quo modo enim potest de muliere dici, quia imago Dei est, quam constat dominio viri subiectam et nullam auctoritatem habere? Nec docere enim potest nec testis esse neque fidem dicere nec iudicare: quanto magis imperare!». 

Altre considerazioni, altrettanto dialetticamente capziose, l’Ambrosiaster le svolge nel capitolo XVII della lunga Quaestio CVI, sempre sul libro della Genesi, dove si ripete che l’immagine divina consiste nell’essere stato creato l’uomo maschio come unus […] quasi dominus dal quale tutti gli esseri umani derivano: il che, a suo dire, esclude la donna:

«Questa immagine di Dio dunque è nell’uomo: e cioè egli è creato come uno solo, quale signore da cui tutti gli altri nascessero, avendo il potere di Dio quasi ne fosse vicario, dal momento che ogni re ha l’immagine di Dio. E per questo la donna non è fatta a immagine di Dio. Dice infatti così: «E Dio fece l’uomo, lo fece a immagine di Dio». Per questo l’Apostolo dice: L’uomo non deve velare il capo, perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece perciò lo vela, perché non è gloria o immagine di Dio».

«Haec ergo imago Dei est in homine, ut unus factus sit quasi dominus, ex quo ceteri orirentur, habens imperium Dei quasi vicarius eius, quia omnis rex Dei habet imaginem. Ideoque mulier non est facta ad Dei imaginem. Sic etenim dicit: Et fecit Deus hominem, ad imaginem Dei fecit eum (Gen 1,27a). Hinc est unde Apostolus: Vir quidem, ait, non debet velare caput, quia imago et gloria Dei est; mulier autem ideo velat, quia non est gloria aut imago Dei» (cfr. 1 Cor 11,7).

Se, infine, sempre tra gli antichi, leggiamo Ambrogio di Milano, l’arrogante persecutore di coloro che avevano voluto rimanere fedeli alla Religione classica romana, nonché il persecutore dei Cristiani Ariani, tralasciando quanto egli ripete, più o meno con le stesse parole, dei ragionamenti degli autori sopra citati, e andando invece a quanto del suo ragionare è a lui peculiare, vediamo ch’egli identifica la Donna con l’αἴσθησις, àisthêsis, coi sensi, con la passiva, e ricettiva, percezione sensibile,  con la sentimentalità, mentre invece attribuisce all’uomo il νοῦς, noûs, termine che in greco antico indica, sin dall’epoca di Omero, l’organo sede della rappresentazione delle idee chiare, quindi la ‘comprensione’ e l’intendimento che le provoca, la facoltà mentale quindi l’intelletto, che Ambrogio invece nega alla Donna, la quale è da lui profondamente disprezzata come causa della originaria, colpevole, caduta dell’uomo..

Infatti, Ambrogio, ne Il paradiso,  opera dedicata all’esegesi di Genesi, 2,8 e segg., ed. Karolus Schenkel, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 32/1, stabilisce e descrive una polarità netta tra maschio=positivo contrapposto a femmina=negativo. La Donna, per Ambrogio, è subordinata e asservita all’uomo, allorché egli propone l’identificazione dell’uomo con la mens, con la «mente», e quella della Donna con il sensus, con la «sensibilità». Egli ribadisce l’inferiorità della faemina in più punti della suddetta opera: il vir è creato fuori dal paradiso (in quanto si dice che Dio lo pose [posuit] in esso, ma è superiore, mentre la donna è creata in paradiso ma è inferiore (ibid., 4,24); a Eva si attribuisce la colpa maggiore nel tradimento (ibid., 12,56: sexus prodit qui prius potuerit errare), ovvero «il sesso manifesta chi per primo poté peccare»; quello femminile è comunque il sexus infirmior, ossia «il sesso più debole» (ibid., 14,70). Ambrogio fa altresì una gerarchia delle qualità, delle colpe e delle relative condanne in relazione al peccato originale: allegoricamente egli attribuisce al nachash, al serpente la delectatio, ossia il «piacere», alla Donna il sensus la «sensazione», la «sensualità», e all’uomo la mens, l’«intelligere», il «comprendere», per cui egli giunge ad affermare che la colpa più grave fu quella del primo, del serpente, cui seguirono la seconda, quella della Donna, di Eva, e solo come terza, quella dell’uomo, di Adamo. dunque, tre e diverse furono le condanne (ibid., 15,73): colpa e condanna della Donna sono, dunque, per Ambrogio, maggiori che non per l’uomo.

Il fazioso delirio conoscitivo di Ambrogio di Milano raggiunge l’apice, allorché nel suo scritto Sulla verginità, 15, 93, ed. e trad. a cura di Franco Gori – mobilitando considerazioni filologiche veramente insulse e forzate – arriva ad affermare che, se è vero che anima sexum non habet, che l’anima non ha sesso, tuttavia essa «ideo fortasse faemineum nomen accepit, quod eam violentior aestus corporis agit», ovvero «forse per questa [sc. l’anima] ha preso un nome femminile, perché una più violenta passione del corpo la agita».

Ma fermiamo qui la serie di citazioni dei Padri della Chiesa, il cui livore ‘abelitico’ si scaglia contro la Donna. Tra i moderni voglio citare solo un autore, Attilio Mordini, che si pretende ‘tradizionalista’ vicino alle posizioni di Julius Evola e di René Guénon, e che in realtà è un cattolico integralista, largamente abbeveratosi ai testi della Patristica, e che sulla Donna ne Il mito primordiale del cristianesimo quale fonte perenne di metafisica, Milano, Scheiwiller, 1976, pp. 72 e 73, così si esprime:

«[…] la donna è il numero due della dialettica con l’uomo (e, quindi, è il negativo), in posizione del tutto analoga a quella di Lucifero, che è il numero due e negativo rispetto a Dio Creatore; è appunto dalla medesima radice indoeuropea DWI che si formano tanto il termine greco dvo (due) quanto diabolos».

Veramente in greco ‘due’ è δύο, dyo, o poeticamente δύω, dyô, e non dvo, e ‘diavolo’ nell’antica Grecia è διάβολος, diàbolos, con lo ‘iota’, ossia con la nostra ‘i’, e non con la ‘v’, che in greco classico si era persa, col significato di ‘dividere’, ossia ‘colui che divide’, il ‘calunniatore’, ‘accusatore’; derivato dal greco διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia ‘attraverso’bàllo‘getto’, ‘metto’, quindi getto, caccio attraversotrafiggo, e metaforicamente anche calunnio, diffamo.

Ma ecco, cosa il Mordini scrive ne La Via del Verbo, reperibile in rete sul sito di Gianfranco Bertagni:

«La legge che ci mosse dall’Eden fu per noi legge dolorosa dal ventre della donna colpevole». 

La posizione di Rudolf Steiner sulla Donna è – e davvero non potrebbe essere diversamente – estremamente chiara, nonché diametralmente opposta a quella dei Padri della Chiesa, dei teologi medievali e moderni, dei sedicenti ‘tradizionalisti’, riesumatori e coltivatori non della autentica Tradizione, ma solo di un intellettualismo filologico che opera sul cadavere imbalsamato di quella che fu, un tempo, la Tradizione vivente. Ora Rudolf Steiner nel XIV capitolo de La Filosofia della Libertà, intitolato Individualità e specie, che amo citare dalla limpida e precisa traduzione del matematico Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 201-202:

«È impossibile comprendere del tutto un uomo, se si pone il concetto della specie a base del nostro giudizio. La maggiore ostinazione nel giudicare secondo la specie si riscontra là dove si tratta del sesso; quasi sempre l’uomo vede nella donna, e la donna nell’uomo, troppo del carattere generale dell’altro sesso, e troppo poco di quello individuale. Nella vita pratica questo nuoce meno agli uomini che alle donne. La posizione sociale della donna è per lo più poco dignitosa, perché, in molti punti in cui dovrebbe esserlo, essa non è determinata dalle peculiarità individuali della singola donna, ma dalle rappresentazioni generali correnti circa i cómpiti naturali e i bisogni della donna. L’attività dell’uomo nella vita si regola secondo le sue individuali attitudini e inclinazioni; quella della donna si vuole invece condizionata esclusivamente dalla circostanza che appunto essa è donna. La donna deve essere schiava del principio della specie, dei caratteri generici della femminilità. Fino a quando gli uomini discuteranno se la donna «per la sua costituzione naturale» sia atta a questa o a quella professione, la cosiddetta questione del femminismo non potrà uscire dal suo stadio più elementare. Si lasci giudicare alla donna stessa quello che, secondo la sua natura, essa può volere. Se è vero che le donne sono unicamente adatte al compito che oggi viene loro assegnato, difficilmente potranno assumerne un altro per forza propria; ma devono poter decidere da sé che cosa sia conforme alla loro natura. A chi nutra il timore che il considerare le donne, non come esemplari della specie umana, ma come individui, possa scuotere la nostra struttura sociale, si può opporre che una struttura sociale, entro la quale una metà dell’umanità conduce un’esistenza indegna di esseri umani, ha proprio grande bisogno di essere migliorata».

E nella nota a piè della p. 202, egli ribadisce energicamente il suo pensiero in difesa della dignità della Donna:

«Fino da quando comparve questo libro (1894) mi è stata fatta a questo proposito l’obiezione, che, nell’ambito della specie, la donna può già adesso vivere liberamente la sua vita con tutta l’individualità che vuole, anzi più liberamente ancora dell’uomo, il quale viene disindividualizzato già dalla scuola e più tardi anche dalla guerra e dalla professione. Io so che oggi questa obiezione verrà forse sollevata con forza ancora maggiore. Eppure devo lasciare le mie affermazioni come sono, sperando che vi siano lettori i quali comprendano quanto una simile obiezione urti contro il concetto di libertà svolto in questo scritto, e che giudichino le mie affermazioni con criteri diversi da quello della disindividualizzazione dell’uomo per opera della scuola o della professione».

Ho particolarmente insistito su questa trattazione circa l’ingiusta opposizione ‘abelita’ nei confronti della Donna, non perché io ami particolarmente la filologia, della quale pochissimo, anzi punto, mi cale, bensì perché la posizione della Donna – che, come dice Dante, ha ‘Intelletto d’Amore’ – per la sua indispensabile e insostituibile ‘funzione spirituale’, come vedremo dalle parole di Massimo Scaligero, è essenziale nell’ impresa del Graal. Ma prima di trascrivere quanto Massimo Scaligero dice in proposito, voglio riportare le parole di un importante testo dei primi tempi della nostra èra: il Vangelo di Tomaso. Si tratta di un Vangelo ‘gnostico’ – nel senso che indica una ‘Via di Conoscenza’ – tipicamente ‘cainita’, che indica il cammino da percorrere per la ricostituzione dell’Androgine Celeste, e per la restituzione dello ‘stato primordiale’. Le parti del Vangelo di Tomaso che trascriverò sono tratte dalle due belle edizioni degli Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, U.T.E.T., Torino, 1971, e da I Vangeli Gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Aldelphi Edizioni, Milano, 1984. A tale proposito il traduttore e curatore così scrive a p. 84 de I Vangeli Gnostici: «Si rivela subito come uno scritto esoterico contenente parole di Gesù che non devono essere svelate ai profani, perché non sono alla portata di tutti e perché la loro comprensione è apportatrice di vita». Di questo testo si conosceva appena qualche citazione, semplice menzione, contenuta in opere di Padri della Chiesa, soprattutto Clemente Alessandrino, Origene, Eusebio, e il suo influsso fu grande nell’antichità, ed oggi si sa che questo Vangelo fu conosciuto da Mani, il fondatore della Religione della Luce, come si evince anche da uno scritto di Agostino di Ippona, Contra Epistulam quam vocant Fundamenti, contenuta in Patrologia Latina, 32, 397 e segg.

Nei pressi di Nag Hammadi, l’antica Chenoboskion, la Šénesēt copta, nel 1945-1946, venne ritrovata una intera biblioteca di un gruppo gnostico, ed in questa biblioteca era contenuto, nella sua interezza, il Vangelo di Tommaso nella versione copta. Si tratta di 114 Lògia, ossia Detti del Signore, alcuni dei quali verranno da me citati nella traduzione dal copto, di Luigi Moraldi. Dato il significato profondissimo che hanno i detti che verranno citati, e il loro sapore ‘ermetico’, il lettore è invitato a farne oggetto di proficua meditazione.

Queste sono le parole nascoste dette da Gesù, il vivente, e scritte da Didimo Giuda Tomaso.

[1] Egli disse: – Colui che scopre l’interpetrazione di queste parole non gusterà la morte.

[2] Gesù disse: – Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando  non avrà trovato; quando avrà trovato sarà turbato e, se sarà turbato, si stupirà, e sarà re su tutto.

[10] Gesù disse: – Ho gettato fuoco sul mondo e lo custodisco fino a che divampi.

[82] Gesù disse: – Colui che è vicino a me, è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal regno.

[106] Gesù disse; – Quando di due ne farete uno, sarete figli dell’uomo; e quando direte a un monte: «Allontanati!» si allontanerà.

[114] Simon Pietro disse loro: – Maria deve andar via da noi! Perché le femmine non sono degne della vita. Gesù disse: Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché lei diventi uno spirito vivo uguale a noi maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel regno dei cieli.

La risposta, molto dura peraltro, che nel Vangelo di Tomaso il Signore dà a Pietro ricollega direttamente la figura spirituale della Donna al Mistero dell’Androgine Celeste, e quindi all’impresa del Graal. Massimo Scaligero in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, s.d., ma 1969, nel II capitolo, L’Androgine e l’Eden, dopo aver rievocato le immagini cosmogoniche dei primordi della Terra, alle pp. 24-25, così scrive:

«In conseguenza del distacco del Sole dalla Terra, l’uomo accoglie in sé più intime forze plasmatrici, per riprodurre da sé la forma corporea: che è originariamente la struttura dell’Androgine. Dall’influenza del Sole operante da fuori della Terra e da quella della Luna unita ancora alla Terra, sorge la possibilità che l’uomo tragga da sé l’essere androginico.

Il mistero dell’Androgine è contemplabile come il momento di un potere formatore dell’uomo, scaturente dalla sua possibilità di accogliere forze più elevate epperò più profonde, in rapporto all’elemento lunare potenziato sul piano fisico dalla separazione del Sole dalla Terra. Le correnti capaci di dominare l’elemento lunare infero, saranno ravvisabili nell’accennato simbolo della Vergine. Rispondente all’aspetto dell’Iside-Sophia.  Si vedrà nel corso del presente studio come la via alla restituzione della forza radicale dell’Androgine sia l’impresa allusa nella saga del Graal e parimenti risponda al simbolo della Iside-Sophia. Questa infatti assume e redime in sé l’Ecate tenebrosa. Si vedrà ugualmente perché la donna detenga le chiavi della reintegrazione dell’uomo, onde la Vergine verrà chiamata Janua Coeli, […]».

La valutazione della funzione e della dignità della Donna in Massimo Scaligero è altissima, arrivando egli a scrivere, a p. 26, che:

«Dopo il distacco, il rapporto occulto con la Luna continuerà sul piano umano mediante la donna: la donna deterrà da allora le chiavi dell’opera di resurrezione dell’uomo. Grazie al sopravvivere in lei dell’elemento celeste androginico, presso alla necessità delle funzioni della riproduzione, la donna continuerà a mantenere il rapporto della specie umana con le potenze estrasensibili della Luna, assumendo perciò simultaneamente la duplice funzione di Iside: celeste e infera. Nella saga del Graal, la riconsacrazione del Castello e del Tabernacolo celeste fa appello all’intervento della stessa figura femminile a cui si deve la caduta di Amfortas: così Gerbert de Mostreuil spiega il primo momento di impotenza di Parsifal con l’aver egli dimenticato la propria donna».

Poi nel III capitolo, La Donna Celeste, a p. 43, Massimo Scaligero entra più a fondo nei segreti della costituzione occulta della Donna:

«Il mistero celato nella figura della donna come portatrice della reintegrazione, o come distruttrice, è intuibile in base alla nozione metafisica dell’Androgine: una verità segreta che si disvela come illuminazione decisiva, in tale direzione, è il carattere femminile della figura dell’Androgine, o dell’essere originariamente maschio-femmina, portatore della sintesi animica delle forze solari-lunari. La configurazione metafisica dell’Androgine è femminile: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. L a  c o n f i g u r a z i o n e  m e t a f i s i c a  d e l l’ A n d r o g i n e  è  f e m m i n i l e: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. Ciò non significa che l’essere androginico originario fosse conforme a caratteri di femminilità – che sarebbe una contraddizione sostanziale – ma che la donna, per il rapporto del suo essere animico con l’involucro corporeo, attua inconsciamente la natura dell’androgine, in quanto in lei l’essere androginico dell’anima ha rispetto alla corporeità un’autonomia che l’uomo non possiede: l’anima dell’uomo è più inserita nella struttura fisica, che quella della donna. Questa diversità di rapporto si trasmette al corpo eterico che, essendo nella donna maschile, ha una consonanza androginica con la corrispondente parte dell’anima, come non è possibile al corpo eterico dell’uomo, più aderente e perciò asservito alla corporeità fisica.

Questo inconscio elemento androginico affiorante nella forma fisica, grazie ad una relativa indipendenza del corpo eterico dalla fisicità, rende la donna agli occhi dell’uomo simbolo di angelicità, o di deità, destando risonanze di remote beatitudini. Ma l’uomo ignora il contenuto del simbolo, né sa di avere innanzi a sé vivente un simbolo, ovvero una realtà sensualmente impenetrabile. Questo elemento androginico esige essere ridestato e restituito alla sua magica funzione, nel momento in cui la funzione dell’oblio, o della «caduta», risulta esaurita».

Dalle parole di Massimo Scaligero qui riportate risulta come sotto molti aspetti la posizione spirituale della Donna sia suprema, come assolutamente necessarie siano la sua azione e la sua presenza nell’impresa del Graal, nell’opera di ricostituzione dell’Androgine Celeste. Per cui non può non stupire moltissimo leggere su un noto social forum non essere – al dire di taluni – Marie Steiner-von Sivers, la fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, una Iniziata, perché «la donna non può giungere all’Iniziazione, non può realizzare l’Iniziazione». Naturalmente, una tale enormità è solo una grandissima sciocchezza, frutto di un ignorante presumere di possedere una conoscenza, mentre si può affermare con certezza che chi una tale offensiva enormità proclama, in realtà nulla conosce, ed ha per scusante della sua presunzione unicamente la propria grossolana ignoranza.

Eppure, un tale pre-giudizio è più diffuso di quanto non si creda. In oltre cinque decenni di Scienza dello Spirito, ho potuto udire più di una volta  una simile apodittica affermazione – da me accolta talvolta con manifesta indignazione, talaltra con divertito stupore – sia a Roma sia nella mia città. In realtà, non solo non vi è una sola parola di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero in tal senso, bensì vi è addirittura abbondanza di esplicite affermazioni in senso contrario ad un cotal pre-giudizio. Basterebbero le parole di Rudolf Steiner ne La Filosofia della Libertà, o nei Drammi Mistero – ove la figura di Maria ha un ruolo iniziatico inequivocabile – o leggere l’Epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, che Hella Wiesberger mi indicò con calde parole come ‘Via’ di meditazione per cogliere il ‘mistero’ del rapporto ‘graalico’ tra Rudolf Steiner e la sua fedele compagna e collaboratrice, Marie Steiner. Ma anche richiamando alla memoria la storia dell’esoterismo e della spiritualità iniziatica d’Oriente e d’Occidente, come non ricordare Teano, sposa di Pitagora, Iniziata ed Iniziatrice, come non ricordare Diòtima, sacerdotessa d’Apollo a Mantinea, Iniziatrice di Socrate nei Misteri dell’Amore Celeste, o Asclepiade, figlia di un diàdoco, ossia di colui che presiedeva alla direzione dell’Accademia Platonica di Atene, che iniziò Proclo alla Teurgia, ai Misteri orfici, e agli Oracoli Caldaici, o la stessa neoplatonica Ipazia, che iniziò ai ‘Veri’ taluni cristiani come Sinesio e moltissimi pagani. Come non ricordare, nell’India del XIX secolo, la ‘brahmani’ che iniziò Ramakrishna, o, in tempi più recenti Ananda Mayi Ma, che lo stesso Shri Aurobindo dichiarava apertamente essere a lui stesso superiore nella realizzazione spirituale. Come non pensare alle innumerevoli Donne, le quali negli oltre 2600 anni di esistenza della ‘Via del Buddha’, hanno realizzata l’Illuminazione, ed hanno ‘gustato’ – secondo l’espressione tradizionale buddhista – l’elemento d’immortalità, ed il Nirvâṇa.

Massimo Scaligero, in colloqui e riunioni, fece più volte notare come nei Vangeli, mentre vi sono una quantità di espressioni da parte del Signore molto dure nei confronti dei maschi – ‘ipocriti’, ‘sepolcri imbiancati’, ‘mentitori’, ed espressioni anche più brutali, persino nei confronti di Pietro, spesso e volentieri improvvidamente errante – non vi è mai una espressione di rimprovero verso la Donna.

Conciosiacosaché, a tal proposito, io mi atterrò all’opinione di Enrico Cornelio Agrippa più sopra esposta, a mio modo di vedere assolutamente giustificata, nonché da me totalmente condivisa, ed avremo modo di vedere, nelle successive parti del presente studio, ove la corretta valutazione della Donna condurrà la nostra temeraria ricerca.   

Lascia un commento