L’ARCHETIPO-LUGLIO 2017

Anno XXII n. 7

Luglio 2017

archetipo1

Theotokos

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 7

Copgenesi

 

Paragrafi precedenti

IL PRIMO GIORNO

7. Della Vita tra Luce e Tenebra

Dopo che la prima scissione cellulare si è compiuta, c’è lo sforzo delle cellule figlie ad arrotondarsi nuovamente e a diventare sferiche. La scissione dà luogo dapprima ad una superficie completamente piatta, come se la cellula si scindesse in due (vedi Fig. 5). Ma poi questa superficie cellulare piatta a doppio strato si trasforma nuovamente da ambo i lati in forme sferiche. Si vede chiaramente che qui sono all’opera due forze contrapposte. L’una divide e muta perciò la forma dell’embrione, l’altra vuole di nuovo arrotondare ciò che è stato diviso. Questi due campi di forza si contrappongono come fuoco ed acqua – essi incarnano demolizione ed edificazione nell’elemento organico. La forza della demolizione che opera plasmando e formando mediante la sua facoltà del dividere, viene rappresentata nella Genesi attraverso la Luce; la forza dell’edificazione, che cerca di ricevere la forma nella sostanza, viene rappresentata mediante la Tenebra. RUDOLF STEINER designa jom (giorno) come le forze della demolizione, lajla (notte) come la forza dell’edificazione (vedi RUDOLF STEINER, La Genesi. Misteri della storia biblica della creazione). Ma poiché queste forze, se giungessero ad agire contemporaneamente, si distruggerebbero e si dissolverebbero reciprocamente esse devono venire separate. Le forze, che nella loro attività simultanea si annientano e che perciò renderebbero impossibile ogni evoluzione, sono, separate ed operanti in maniera ritmicamente scambievole, nella condizione di creare l’uomo.

Durante la veglia prevale nell’organismo la demolizione, durante il sonno prevale l’edificazione. Perciò le forze di demolizione possono essere chiamate le forze del giorno, quelle edificatrici le forze della notte. Come in maniera grandiosamente semplice appare ora il corrispondente versetto della Genesi , che porta in sé leggi cosmiche:

E DIO DIVISE LA LUCE DALLA

TENEBRA E CHIAMÒ LUCE IL GIORNO

E LA TENEBRA NOTTE.

Lo scambio ritmico di demolizione e di edificazione, rispettivamente processi del Giorno e della Notte, diviene visibile per la prima volta nel processo della solcatura. Esso evidentemente esiste già prima, giacché il ricambio di sostanze di ogni sostanza vivente si compie attraverso lo scambievole agire di questi due sistemi di forze. In un organismo adulto sano questi si mantengono in equilibrio. Se in un organismo prevale la demolizione, si giunge alla perdita di peso, al disseccamento e all’indurimento dei tessuti. Se prevale l’edificazione, allora si giunge ad un’aumentata irrigazione, a forme più complete, ad assunzione di peso. Durante la giovinezza generalmente prevale l’edificazione, nella vecchiaia la demolizione. Ma come si comportano questi due sistemi di forze nello stadio della crescita e dello sviluppo, che qui consideriamo? Qui si tratta non soltanto della conservazione, bensì della configurazione e della formazione di organi. I regni di forza della Luce e della Tenebra appaiono qui essere ancora molto più vivi che non in seguito. Mentre più tardi si tratta soltanto dell’immagine di un organo, qui quest’immagine deve prima essere creata attraverso una serie di mutamenti di forma. Il modellatore è la Luce, la Tenebra governa la sostanza, riempie quel che deve essere riempito di sostanza vivente.

Quando l’ovocellula riposa nell’ovaia, essa prende parte ancora al ricambio dell’organismo materno. In essa operano ancora le forze materne della Luce e della Tenebra. Quando abbandona l’ovaia, si separa del regno delle forze materne, ma porta l’elemento sostanziale come dote nel nuovo spazio. Sulla sostanza governa la Tenebra – forma e struttura dell’ovocellula sembrano rimanere conservate eternamente, da decenni essa è immutata. Tuttavia ad essa aderisce ancora una parte della forza di Luce materna. Essa si libera di ciò attraverso la formazione dei corpuscoli polari, un duplice processo di scissione. E come dopo l’aratura la Terra diviene più oscura, così adesso l’ovocellula diviene dapprima realmente tenebrosa ed è già pronta all’accoglimento della Luce, del seme. Ora si avvicinano nel seme quelle forze della Luce particolarmente luminose, capaci di modellare, e per un momento Luce e Tenebre divengono uno.

Consideriamo il processo della fecondazione. L’ovocellula sta nelle delicate fenditure dell’ovidotto. Milioni di spermatozoi sciamano su di essa e si schierano, fittamente pigiati l’uno accanto all’altro, intorno ad essa (vedi tavola II). le cellule seminali sono minuscole, di forma piatta-ovale di dimensioni molto al di sotto del limite di visibilità, aventi anteriormente una formazione con testa un po’ appuntita con una lunga coda filiforme, e consistono prevalentemente di materiale cellulare nucleare. Nuotano a testa in avanti con movimenti ruotanti e si avvitano così avanzando nel mezzo fluido. In gruppi essi si fanno ora largo sulla superficie dell’ovocellula, formando su questa (rispetto alla superficie tangenziale) un angolo retto o quasi retto, cominciano con i loro milioni di code a battere con forti movimenti sincroni – inoltre l’ovocellula comincia a girare attorno a se stessa. Nella ricerca di laboratorio, questa rotazione avviene sempre in senso orario (ovviamente nell’osservazione dall’alto), è di 360 gradi in 15 secondi e dura da venti a trenta ore (secondo Shettles; vedi L.B. SHETTLES , Ovum humanum). Il vero e proprio processo di fecondazione esige una minima parte di questo tempo, cioè la fusione del nucleo cellulare singolo con il nucleo di una cellula seminale. L’essenziale di questo evento, almeno per il suo aspetto, non è costituito dalla fusione del nucleo, bensì da questo verace incontro cosmico delle forze solari e terrestri. Il movimento proviene dalla circonferenza, nel centro vi è quiete – e l’ovocellula comincia a girare:

E FU SERA E FU MATTINO IL PRIMO GIORNO

L’impulso primordiale per questa rotazione proviene dalla separazione della Luce e delle Tenebre. D’ora in poi l’embrione si muove attorno a se stesso sino alla nascita. – Che le forze qui nominate non si possano identificare con i sostrati anatomici, bensì che debbano venire pensate come operanti attraverso i medesimi nel dominio sensibile, vi è appena il bisogno di essere menzionato. È bene, nella rappresentazione dei processi embriologici, sempre di nuovo disciogliersi coscientemente dal sostrato organico e mirare alle forze, che possiamo descrivere operanti dall’intero cosmo. Se non si fa questo, si può rimanere facilmente astretti all’elemento anatomico ed infine ritenere facilmente che il seme sia la Luce. Il seme non è la Luce, ma esso ne porta la segnatura.

TAVOLA II

Processo di fecondazione. Milioni di spermium si schierano attorno all’ovocellula. Da SHETTLES , Ovum humanum , 1960. (Disegnato a partire da una fotografia).

 

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

COORDINATE (Poesia di F. Di Lieto)

campo-grano-sole

Alcune dannazioni ci tormentano
da sempre fustigandoci a vagare.
Poi restringe la vita cerchi immani
verso l’unico punto: ritroviamo,
luogo ideale fermo sulle origini
dell’Io, l’antica Terra che profonda
riceve longitudini crociate
con vaste latitudini. È il ritorno
dove tutto conclude la sua corsa.
Una perfetta stasi ci ricrea
a un destino solare inesauribile.
E siamo finalmente cosa eterna.

(Fulvio Di Lieto)

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.9

 MAGG 14 LUGL 2016 FKHSIFS 062

ORO OLTRE IL DESERTO    CAP.9

(OROLDES)

  1/9021

VITA E FUOCO

 

 ENERGIE DI PIETRA.

ENERGIE CHE SPENGONO.

CHE SOFFOCANO L’INTUIRE.

CHE INARIDISCONO LA VITA.

 

QUALI POTENZE CHE IMPRIMONO LE CERTEZZE DELLA CENERE.

 

CINISMO E MORTE INTERIORE.

LE ENORMI TENSIONI DEI CERVELLI FISICI.

IN CUI L’OBBLIGO LATENTE MA INDEROGABILE IMPONE LA PIATTEZZA.

E’ IL SILENZIO IN CUI L’EBETE OSCURO IMPONE IL CREDO MATERIALISTA.

 

MENTRE ALEGGIA LA MINACCIA DELL’ODIO NEL TANGIBILE DISPREZZO.

 

SOLO PIETRA E MORTE.

DOGMI IRRAZIONALI VENERATI COME SE FOSSERO DEITA’.

 

NEBBIE MORTALI DELL’ISPESSIMENTO RAZIOCINANTE CHE POGGIA SULL’IRRAZIONALE ODIANTE.

 

EPPURE TUTTA LA DOTTRINA DEGLI INFERNI CROLLA E SI CONFONDE NELL’ATTIMO IN CUI IL FUOCO DIVAMPA NEL CENTRO DELLA CENERE.

 

E LA CENERE SI SPEZZA E SI DISPERDE PROPRIO NELL’ATTIMO IN CUI TENDEVA A FARSI OSSEA QUALITA’ DEL DISCETTARE.

 

ODIOSE OPINIONI SUL PUNTO DI GERMOGLIARE :  SI SVELANO RECISE PRIMA DEL BLATERARE NEGLI ANIMI SINISTRI E FARFUGLIANTI.

 

L’ATTIMO IMPOSSIBILE NEL CUORE DELL’IDEA CHE VIENE CONTEMPLATA : TALVOLTA PUO’ OTTENERE IL RITO DELLA FOLGORE CHE LAVA.

 

L’ALTA IDEA RACCOGLIE I LAMPI SUPERIORI.

I TENUI VALORI OLTRE I CERVELLI FISICI.

 

E SPANDE VITA E FUOCO.

 

INFRANGE IL RESPIRO CORTO DEL PENSARE CHE REGREDIVA NELLA PIETRA.

 

FINALMENTE UNA VOLONTA’ DI LUCE E’ CONCESSA

E PUO’ INSERIRSI FRA LE TRAME DEL VIVENTE

CHE IN QUEGLI APICI IMPRIMONO GERMOGLI DI VERITA’.

 

TRACCE DI SOVRUMANA IMPRONTA .

 

ORO SOVRAMENTALE CHE DISVELA E RETTIFICA.

 

IMPOSSIBILE REINNALZARE IMPRIME IL SUO RESPIRO.

 

E SCOLPISCE NUOVE FISIONOMIE DELLA SOLA VERITA’.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

_____________________________

 

Copia di ALBA AURORA 5 263715

2/9022

FLUITA DAL CUORE

 

LE COLTRI DI PIETRA.

IL RAZIOCINARE VOLITIVO CHE SI SVILUPPA OVE NON FLUISCE VITA VERA

MA IN CUI DOMINA SOLTANTO UNA PERVERSA DEVOZIONE VERSO LA CATTIVERIA E IL GELO.

 

OVE L’ANGELO INTERIORE E’ APPESANTITO APPESTATO E ZAVORRATO

POICHE’ UN CADAVERE RAZIONALE E’ SORTO A PALLIDA VITA

E SPECULARMENTE RIFLETTE LA VITA INDIVIDUALE DEI TROPPO IMMERSI NEL VIVERE FISICO.

 

IL RESPIRO CORTO DELL’INTELLETTO TROPPO MATERIALISTA :

GIUNGE NEL MONDO SPETTRALE E MANIFESTA UN CADAVERE.

DA’ VITA AD UN EBETE CHE FARFUGLIA PARVENZE DI VITA

MA IN REALTA’ EMANA GRIGIORE E BRAMA ISTUPIDIRE NEL PESO.

 

SEMPLICI O ACCULTURATI CHE SIANO : FROTTE DI ENERGETI DOTATI DI PROFONDO VITALISMO FISICO

VAGANO ZAVORRATI DAL PROPRIO CADAVERE FARFUGLIANTE CHE LI SPINGE AL REGRESSO.

 

SPENTO L’ANGELO INTERIORE : EMERGE UN’EBETE CHE LI ACCOMPAGNA NEL GELO E NELLA CENERE.

 

SONO GLI AVVINTI ALL’IDIOTA INTERIORE CHE E’ ECCEZIONALE SOLO NEL GRIGIORE E NEL PESO.

 

SOLO UN POTERE SOLVENTE CHE IMPOSSIBILE FOLGORA E SVELA : PUO’ INFRANGERE QUELLA MORTE PESANTE CHE LENTA SI TRASCINA.

 

SOLO UNA FOLGORE PUO’ SVELLERE QUEL PESO.

 

UNA FOLGORE CONCESSA NELL’ATTO DEL PENSARE IN CUI

– FLUITA DAL CUORE –    

POSSA IRROMPERE LA VITA SOLARE DELL’ETERICO AVVAMPARE.

 

ORO SOLARE AVVILUPPA LA PIETRA E L’INFRANGE

NEGLI ATTIMI ESTREMI IN CUI ALL’UMANO SI AGGIUNGE L’ETERNO INNALZARE CHE TRASMUTA E REDIME.

 

LA PIETRA SI INFRANGE POICHE’ A LUNGO NEL SOVRUMANO RESPIRA IL VOLERE CHE CONTEMPLA LA FIAMMA UNITIVA DEL LOGOS.

 

OVE SVETTA LA LUCE CHE UNISCE I CONCETTI NELL’ETERNO PLASMARE SCULTOREO CHE E’ FIAMMA.

 

FIAMMA DI LUCE SOLVENTE.

 

L’INERTE GRAVARE RESPINGE LA LUCE E LA SPEGNE MA NEL FARLO VIENE GRADUALMENTE DISSOLTO :

POICHE’ PERENNE LA LUCE RISORGE NELL’ATTO VOLUTO CHE CONTEMPLA IL PENSARE.

 

L’EBETE SVANISCE DINANZI AL FOLGORARE.

 

DINANZI AL BALENARE DI CIO’ CHE POSSIEDE LA FORZA DEL RISORGERE.

 

SOLVERE E AMPLIARE NELL’INSISTERE SOFFERTO IN CUI RISORGERE E’ CONCESSO NEL CUORE DELLA FOLGORE.

 

ORO DELL’IMPOSSIBILE CONNETTERE SOLVENDO.

 

LUCE DELL’IDEA.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

_____________________________

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://folgoperis.blogspot.com/

http://lampisilenti.blogspot.it/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

http://folgoperis.blogspot.it/2014/07/ascesi-del-pensiero.html

http://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

 

UNA RISPOSTA

scrivano1

Caro Isidoro, alla luce delle tante discussioni che imperversano da ogni parte, ti chiedo di rispondere ad una domanda assai breve: il tuo punto di vista sull’azione interiore e sulla concentrazione ed il suo limite. Sono stato breve? Un caro saluto. P**** M******

Ecco che queste righe arrivano a fagiolo. Peccato non siano arrivate prima dell’ampio articolo di Hugo sulla concentrazione: lì c’è quasi tutto e questo è un semplice riflesso. Del resto caro P. e cari lettori, sono circa vent’anni che scrivo le stesse cose…Quando arriva il mio pensionamento?

Caro amico, sono io che devo ringraziare te per un invito a nozze con una traccia di birboneria. Poiché la tua domanda non è ovvia, non lo sarà mai: essa è, per così dire, il centro di tutto. Non nel senso sapienziale ma in pratica. Che la pratica sia abissalmente distante dalla teoria (pensare e pensieri) è forse il fenomeno più grave che la Scienza dello Spirito e l’antroposofia hanno trovato sul loro cammino: l’inciampo gravido di conseguenze.

Fortunatamente ciò non è il tema che hai posto. Ti avverto da subito che, essendo nella sua natura, un’esperienza umana intima e individuale, anche quando venga svolta correttamente secondo le proprie leggi, che in pratica sono diverse da quanto l’anima sperimenta di solito, è praticamente impossibile dare in parole il suo modello. O meglio, questo è stato fatto da Massimo Scaligero.

Ritengo sia un dovere di alto rispetto ricordare a tutti i lettori di Eco come Scaligero sia stato, ai nostri giorni, l’individualità più limpida, qualificata e autorevole nel comunicare, con logica adamantina, il senso del pensiero e della sua ascesi.

Consiglio caldamente la lettura completa e alla presenza di tutta l’anima (come quando si affronta una prova difficile o un pericolo mortale) di almeno qualche suo scritto. Sottolineo inoltre che, per avvicinarsi alle nostre teste dure, con il Manuale pratico della Meditazione o con le Tecniche della Concentrazione interiore, Scaligero ha fatto l’impossibile: è riuscito a condensare il nucleo dell’Insegnamento in poche, iniziali pagine.

In chi questo continua a non voler comprendere, c’è da ritenere come pregressa una tragica subordinazione ad un danno cerebrale o a una straordinaria forza d’odio (lasciando un po’ in pace il karma che, come il ferro se scaldato ad alta temperatura, talvolta si rimodella).

Dovrei citare anche la curiosa categoria dei criminali del giorno dopo: genia che ad esempio perde tempo e fatica nel riassumere un terzo dei suoi testi per poi, per bassi interessi, declamare in maiuscole la assoluta fede nel Dottore e non nei “derivati” come Scaligero: squallore furfantesco che non merita una virgola in più.

Patologicamente più interessanti sono gli incensatori che sbranano frammenti dell’Opera per sete di autostima. Nessuno tra questi esseri molli comprenderà mai che ‘tradire’ Scaligero è tradire la Scienza dello Spirito e con essa Rudolf Steiner.

Dove qualcuno pensasse ad una acritica subalternità capitatami per infauste e indefinite cause, sbaglia alla grande. Il destino mi portò allo studio serrato della Filosofia della Libertà e, dopo poco, ai primi testi di Scaligero: un binario e due rotaie che attraversarle per lungo mi triturò un decennio, combattuto giornalmente con spirito critico perchè ero pienamente cosciente che era la mia vita e non chiacchiere la posta in gioco per cui stavo lottando pensando quei pensieri. Spesi dieci anni tra confronti, dubbi, giudizi critici espressi con la massima autonomia possibile e non fui solo ma confrontavo ogni pensiero che spremevo con alcuni amici, incredibilmente leali.

Questo al punto che, finalmente connessomi con Scaligero direttamente, gli incontri con i molti suoi ‘devoti’ mi lasciavano un sentimento di forte estraneità, come fossi..”un marziano a Roma” non incontrando a quell’epoca nessuno che vivesse nel pensiero di Scaligero ma purtroppo solo nel riflesso della sua figura. Non solo! Una delle conseguenze dell’incontro personale con Scaligero è stata che mi marcò dentro una impressione ancora oggi viva e crescente che mi permette di vedere con trasparente immediatezza (anteriore al giudizio) la vera statura interiore dei tanti “personaggi importanti” che il destino ironicamente mi ha poi posto innanzi.

E su quanto ho scritto con piena sincerità, poi, come al solito, ognuno giudichi come vuole.

Allora: pensiero e concentrazione. Il pensiero abituale è il passivo involucro o strumento di tutto men che di sé stesso. La minima sensazione di vitalità che pare giustificarlo come esso appare è data dalle emozioni, dai ricordi e dalle brame. Liberare il pensiero da questa passività sommersa nelle “acque inferiori” è l’operazione per cui si realizza la forza-pensiero che, nella zona metafisica simboleggiata spazialmente dalla testa, è parte del mondo di forze creatrici chiamato “mondo eterico”.

Il passo essenziale, eluso dal sapere, rifiutato da tanti, respinto da molti, incompreso dai più, è quello di trasformare il pensiero da scopo sufficiente della vita interiore comune a strumento o veicolo dello Spirito. Al ricercatore si aprono due vie: rimanere sul terreno ordinario in cui si giudica, si correla e si deduce su ogni cosa, anche sullo spirituale – pensato come un dato più nobile o più segreto – oppure praticare con coraggio e dedizione in una azione assai c o n c r e t a attraverso la quale si giunga a realizzare l’inutilità del giudizio, delle deduzioni, ecc. Insomma l’inconsistenza di tutti i propri pensieri, azzerandoli sino a percepire il valore potente della forza-pensiero.

Il pensiero, totalmente sottratto ai significati, viene percepito come una corrente di forza/luce. Tale corrente apre la strada del cuore eterico (è la via d’incontro del Logos eterico) che permette di percepire/sentire il pensiero macrocosmico, attivo universalmente e operante nella nostra intera struttura. La concentrazione è l’asse portante delle esperienze indicate ove l’assunzione di testi che riguardino generiche disponibilità animiche o pratiche armonizzanti sono soltanto inutili e fuorvianti.

Per l’operatore essa si presenta organizzata su molti livelli. In effetti l’operazione è semplice ma l’uomo è complicato e con queste complicazioni sue deve fare i conti. Magari evitando da subito le ulteriori dialettiche che, credimi, non finirebbero mai.

Chi può, coltivi un giudizio di fondo: la Concentrazione non è uno tra i tanti esercizi ma è il più possente Rito che l’uomo possa officiare. E’ l’Arte della più alta magia dei tempi nostri. E’ la via di Michael: discorsivamente rimuginabile e che perciò rimane inviolata: nel pensiero cosciente, per dedizione e sforzo, si desta l’elemento puro della volontà. La volontà pura, senza oggetto (senza la brama del dato) diviene un auto-volersi del Volere: è il veicolo di Michael e della Forza superiore di cui esso è veste.

Contro la Concentrazione esiste un esercito, sempre rinnovato con truppe fresche, di figure il cui tratto comune è la totale carenza di esperienze metadialettiche: magari se ciò fosse solo effetto di un’impotenza personale, potrebbe venir parzialmente sostituita da assenza di pregiudizi, onestà e logico rigore. Non è così. Anzi maggiore è la brama di ‘essere qualcuno’ con il codazzo di discepollastri e di responsabilità spiritual-organizzative, minima o nulla è una seria disciplina che porti ad uno straccio di obbiettiva esperienza. In parole povere è necessaria una scelta fondamentale tra la vanità personale e la ricerca trascendente: trascendente nel senso che deve trascendere i soggettivismi e le traduzioni volte al basso che i castrati spirituali portano volentieri in petto con falso e pervertito amore.

Tra i falsi indicatori, tra ipocrisia, menzogne e parole vuote, regna una gran confusione: parlano di controllo del pensiero scambiandolo per concentrazione e viceversa, indicano pericoli per il sentire e volere e leggo persino bestialità del tipo “si provi prima a volere e dopo a pensare”. Osservo un caos in cui il minimo epistemologico è finito in fondo alle fosse oceaniche. A questo punto di non ritorno è impossibile comprendere come la concentrazione sia già volere in atto e come il sentire arresti (finalmente) la sua funzione inferiore. Al punto, scrive il Dottore in un mantra fondamentale per l’asceta, che “l’umano sentire quieto svanisca”. E’ semplice: l’ordinario pensiero è l’unica attività che contrasta lo Spirito, falsificando quelle forze che chiamiamo sentire e volere. La reintegrazione del pensiero al proprio principio originario riabilita tutta l’anima (e il corpo) alla sua realtà spirituale. In pratica significa attivare un impeto straordinario che porti il soggetto pensante alla morte di sé e oltre essa.

Chi è capace di tanto? Verrebbe da rispondere: “Nessuno”. Ma non sarebbe completamente vero. Il soggetto può accrescere forza illimitatamente ed è con questa forza in eccesso che la ‘natura’ può venir superata. Tecnica, allenamento e rafforzamento progressivo sono ciò che occorre. Poi come ho già detto, i livelli di realizzazione sono tanti e variano per ogni operatore ma sono anche ignoti e incomprensibili per i venditori di antroposofia, i ciarlatori ed i ciarlatani. Le modificazioni della coscienza sono le tappe della Via e soltanto presso ognuna di esse acquista significato qualche ulteriore esercizio per il quale, sia detto per inciso, quello che trovi scritto sui testi è solo una conferma di quanto si è già compreso per esperienza: un’occhiata alla cartina stradale durante un viaggio. Di più: la lettura sbalordisce poiché sebbene l’indicazione scritta permanga esatta alla virgola, ora si comprende che quello che si era compreso era del tutto diverso da ciò che credevamo fosse una indicazione compresa: come la strada è diversa dal segno tracciato sulla cartina.

Cosa: si comincia dominando il pensiero che ci domina…ed è un lavoro lungo e faticoso. La gente ama i separé terminologici – paratie di sicurezza – ma pure questi sono limitanti: col coraggio del santo o del ladro e con l’energia dello spaccapietre, appena possibile si tenti la Concentrazione, focalizzando l’attenzione tutta su di un oggetto di pensiero e basta. Non giudicare che il meglio è stato assai breve: in effetti la totale continuità dell’attenzione è breve per tutti. Poi, durante la giornata si ritenti.

Quanto: il più possibile. Mica è una passeggiata! Però dopo subentra con chiarezza la sensibilità per il quanto che riesce dallo sforzo sterile. Nemmeno questa è una regola assoluta, anzi! Poiché nessuno ti obbligherà a non tentare, talvolta, il ‘molto di più’, su base frequente o infrequente. Che usi quello che ti sia possibile ora in quantità o intensità il senso è lo stesso: superare i limiti, essi sono sempre auto imposti. Lo si sappia o meno.

Caro P****, i miei fraterni saluti.

Isidoro

I lettori perdonino certe righe: scritte a caldo per una persona. Grazie.

Esoterismo e cattolicesimo

CHAT NOIR

Uno o dei più mirabili doni che la mia Amata, l’Unica Dea, la cui verginale ed immacolata Sapienza ogni vòlta stupisce i suoi casti, fedeli, innamorati, è il dis-velamento, folgorante, sempre inaspettato, degli aspetti celati – a volte ben celati, come vedremo, et pour cause – della realtà ‘autentica’ dietro la maschera dell’apparire evidente. Un tale ‘apparire’ evidente può essere: o la manifestazione veritiera di una realtà spirituale, la quale può essere còlta solo attraverso un approfondimento interiore ed un adeguato processo di sviluppo e maturazione spirituale del ricercatore; oppure tale apparire può essere, per contro, un’abile menzogna, creata a sommo studio, e vòlta proprio a non far conoscere la verità celata: una menzogna seducente e illudente, ottundente e deviatrice, che mira consapevolmente a portare a perdizione chi non sia così ‘sveglio’ e coraggioso da voler cercare e discernere il ‘volto’ – la realtà celata –  oltre la ‘maschera’ menzognera – l’apparire ingannevolmente evidente – che facilmente affascina gl’ingenui, gl’ignoranti, i semplici, gli sprovveduti, i pigri.

A chi fedelmente La ama di un Amore ‘unicitario’ – com’ebbe a definirlo la mia sapientissima e cara amica E., donna dal grandissimo cuore – l’Unica Dea dis-vela verità ed aspetti della realtà davvero sorprendenti. A volte tali dis-velamenti mozzano addirittura il respiro e ‘sovvertono’ – nel senso etimologico del termine: ossia ‘capovolgono’ – opinioni assodate, convincimenti ostinati che hanno, in realtà, solo apparentemente un saldo fondamento. Ora, uno dei dis-velamenti più straordinari ch’Ella un giorno fece a questo suo selvaggio, ispido, lupaccio innamorato fu il seguente aforisma:

«I cosiddetti “buoni” il più delle vòlte non sono affatto buoni, mentre i cosiddetti “cattivi” spesso non sono affatto poi così cattivi: addirittura i “cattivissimi” a volte non son punto cattivi e, in certe situazioni, sono persino i soli veramente affidabili».

L’appercezione vivida e folgorante della verità di un tale aforisma fu per me come una mazzata in fronte – un po’ come quelle che, più di mille anni fa, nel Celeste Impero, gl’impetuosi Maestri del Ch’an con veemente generosità distribuivano ai loro discepoli in via di risveglio – e di colpo essa mise al loro corretto posto tutte le tessere di un vasto mosaico, tessere che prima di tale dis-velamento mi apparivano come un disperante caos, nel quale tutto era confuso ed enigmatico. Dopo di esso, invece, la verità si manifestò in tutta la sua cruda nudità, e trovai la spiegazione chiarissima – anche se a tutta prima essa non mi era parsa evidente – di tanti eventi accaduti, nei passati decenni, nel milieu “scaligeropolitano”, nonché della logica perversa “birbonipolitana”, che stava loro dietro. Ho già avuto modo di dire come la conoscenza, anche dolorosa, della più tragica verità sia sempre e comunque infinitamente migliore, e di gran lunga preferibile, che non la più rosea e falsamente consolante illusione, la quale agisce sempre come un narcotico debilitante. Sarò eternamente grato alla mia Amata di una tale salutare, salvifica – per me veramente ‘sconvolgente’ – apokàlypsis: eternamente grato pel ‘velo’ da Ella provvidamente sollevato alla mia un tempo ancora incerta e poco perspicace visione delle persone, degli eventi, e delle cose. In seguito, potei osservare chiaramente per anni gli effetti debilitanti sulla Comunità Solare di tutta una serie di narcotizzanti menzogne, nonché quelli della sorda – ed anche sordida – azione erosiva e corrosiva vòlta alla realizzazione dell’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. L’esperienza diretta, vissuta sulla mia lupesca pellaccia, ha sempre confermato – in maniera sin troppo eloquente – la veridicità di quanto dis-velatomi dalla mia Amata.

La questione del rapporto dell’esoterismo in generale, e di quello della Scienza dello Spirito in particolare, con la chiesa cattolica e le sue espressioni, è una questione alquanto spinosa e pericolosa che esige grande coraggio – e non poca risoluta energia – per essere affrontata. A dirla tutta, molti esoteristi – soprattutto in Italia, ma anche altrove – e, disgraziatamente, tra loro non pochi antroposofi e “scaligeropolitani”, sentono una forte, “fatale”, attrazione, e nutrono una particolare morbidissima tenerezza nei confronti della chiesa cattolica.

Da parte sua, la chiesa cattolica, invece, non è punto sentimentale, e il suo grande interesse nei confronti dell’esoterismo e delle associazioni esoteriche, malgrado le illudenti apparenze, è un interesse tutt’altro che “benevolo” e “disinteressato”. Ciò va bene considerato da chi affronti la suddetta spinosa questione. Questo perché, come abbiamo già avuto occasione di dire, la chiesa cattolica, alla bisogna, usa “insinuare”, con propri abili agenti infiltrati “sotto copertura”, i vari milieu esoterici, e ciò per vari scopi che vanno dalla disgregazione dei medesimi – operando, come l’Agramante del Tasso, a gettar discordia in campo crociato – al molto abilmente ideato progetto di “trasbordo ideologico inavvertito”, metodicamente attuato per recuperare le smarrite pecorelle, che così vanno ad accrescere il già numeroso, e grasso, suo gregge: il vulgus pecus del grande Orazio. La parte avversa, da questo punto di vista, è estremamente pragmatica, e può usare – a seconda di che le variabili contingenze, o la convenienza, richiedano – rigore o indulgenza, dogmatismo o elasticità, seduzione o violenta distruzione: per essa è soltanto una questione di calcolo esatto della “convenienza” dei profitti e delle perdite che questa o quella scelta per essa necessariamente comportano. E difficilmente si sbaglia.

Un esempio della “elasticità” e della spregiudicatezza morale del modo di operare di taluni settori della potenza straniera d’Oltretevere – e di conseguenza delle molte esiziali illusioni che su di essa si fanno molti esoteristi o sedicenti tali – lo si può osservare, per esempio, nel grande interesse che i Gesuiti sempre mostrarono, nel corso dei secoli, nei confronti dell’Esoterismo, dell’Ermetismo, dell’Alchimia, della Kabbalah, e financo della Magia. Basti pensare, nel Seicento, alle opere di Athanasius Kircher, che per il suo Oedypus Aegyptiacus, e non solo per quello, saccheggiò alla grande gli scritti e la sapienza di Giovan Battista della Porta, fondatore della partenopea Accademia de’ Segreti, per via della quale quest’ultimo passò non pochi guai con la Santa Inquisizione. Questa spregiudicata elasticità fu notata nel trascorso secolo da un esoterista francese, di origine svizzera, Oswald Wirth, il quale nella sua opera, Le symbolisme hermétique dans ses rapports avec l’alchimie et la franc-maçonnerie, del 1909, e poi del 1930, così scrive alle pp. 52-53 della, qua e là un po’ imperfetta, traduzione italiana, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee:

«Ora agli inizi del XVII secolo, le menti erano quasi ossessionate da speculazioni di cui oggi a stento riusciamo a farci un’idea. Uno speciale misticismo, che si era sviluppato sotto l’influsso della cabala e dell’Alchimia, aveva fatto concepire un Cristianesimo esoterico del più grande interesse. La ragione vi si conciliava con la fede, grazie alle interpretazioni trascendenti che si annettevano ai simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo. Non venendo più respinte dalla puerilità del catechismo, le intelligenze migliori restavano così in seno alla santa Chiesa, le cui dottrine apparivano ormai razionali a non pochi increduli od eretici. I Gesuiti allora poterono trarre profitto dall’Ermetismo per convertire protestanti, ebrei e musulmani, per poco che fossero incuriositi da quelle scienze segrete all’epoca universalmente in voga.

La dottrina esoterica, che poté affascinare taluni membri – e non dei meno importanti – della Compagnia di Gesù, non era forse di un’ortodossia assolutamente rigorosa, ma la cosa non aveva molto peso, in quanto non doveva essere professata pubblicamente».

E, nella nota relativa a questo passo, il Wirth aggiunge;

«Quando, a loro avviso, erano in gioco i superiori interessi della Chiesa, i Gesuiti sapevano mostrarsi molto accomodanti. Così, per conquistare la Cina, non avevano esitato a «cattolicizzare» il culto degli antenati».

Oswald Wirth, ermetista, martinista, magista, e massone di alto grado – era 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, e maître à penser della tradizionalista Grande Loge de France di rue Puteaux – fa mostra di apprezzare molto, anche in altri passi del suo libro, l’ambigua condotta dei militi della suddetta Compagnia. Egli, come molti esoteristi francesi, sente forte attrazione per la chiesa cattolica, e in questo segue fedelmente le orme di Eliphas Levi, padre dell’occultisme, di Saint-Yves d’Alveidre, e di Stanislas de Guaita, del quale peraltro fu amico, stretto collaboratore e segretario. E, come loro, lamenta e contesta taluni – non certo tutti – coinvolgimenti politici e mondani della chiesa cattolica, e non il suo magistero dogmatico. Ovverossia, ne contesta il potere temporale, e non il potere spirituale. Mentre, per me, è proprio il magistero dogmatico della chiesa cattolica l’elemento spiritualmente più pericoloso, e decisamente quello da respingere maggiormente. Infatti, Oswald Wirth poche righe dopo auspica una “riforma” della chiesa, affinché essa sia veramente “cattolica”, pp. 53-54:

«Ora, taluni Gesuiti sembra proprio che abbiano cullato il progetto ardito di mettersi alla testa di una Chiesa più grande, per la realizzazione del Cattolicesimo integrale, cioè davvero universale.

Se non ci sono riusciti, è perché non hanno saputo porsi nelle condizioni indispensabili per operare utilmente in vista del compimento della Grande Opera. Hanno dovuto passare la mano ad altri che saranno forse più fortunati».

L’ingenuità e il candore del nostro scrittore svizzero-francese sono addirittura disarmanti. Il che dà l’occasione per fornire alcuni chiarimenti assolutamente necessari, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista spirituale. L’esoterismo autentico non è affatto “misticismo”, così come non è affatto “misticismo” l’Iniziazione. La Conoscenza iniziatica non è l’esegesi o l’interpretazione trascendente simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo”, anzi spesso l’esatto contrario. L’Iniziazione è Conoscenza, ossia è percezione diretta – chiara e distinta – della realtà spirituale, e non è affatto “interpretazione”. Nella chiesa cattolica non è mai mancata l’interpretazione simbolica e allegorica della Bibbia e della liturgia: a cominciare dai padri della chiesa, ve n’è stata a fiumi, ed è stata per secoli il fondamento della teologia ufficiale ed ortodossa. Quelle che nella chiesa cattolica sono totalmente mancate sono proprio l’Iniziazione, come processo reale e non meramente simbolico di trasformazione dell’intero essere umano, e la Gnosis, ossia la Conoscenza diretta della realtà spirituale che dall’Iniziazione scaturisce. La chiesa cattolica ha sempre rifiutato e combattuto col ferro delle crociate e delle guerre di religione, e col fuoco dei roghi – una delle poche coerenze che le si possono riconoscere – il principio dell’Iniziazione, ha dichiarato chiusa sin dai primissimi secoli l’epoca delle “rivelazioni”, ha fulminato di scomunica e di consegna al braccio secolare – almeno finché lo ha potuto fare – coloro che cercavano l’Iniziazione, o una qualsivoglia conoscenza fuori dell’imposto, e naturalmente “infallibile”, supremo magistero della chiesa stessa.

Certo vi sono state nei secoli passati – ed è giusto riconoscerlo – singole personalità che si sono affrancate dall’astringente vincolo confessionale ed hanno cercata e trovata una concreta realizzazione spirituale, e in taluni casi anche l’Iniziazione. Personalità come Giovanni Scoto Eriugena, i Platonici della “Scuola di Chartres”, Meister Eckhart, lo stesso cardinale Nicola Cusano, si sono innalzati a livelli realmente iniziatici. E i benedettini Giovanni Tritemio e Basilio Valentino sono stati, nel campo dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, degli autentici Maestri dell’Arte. Ma sia loro che i su nominati, divennero quello che furono malgrado e oltre i molti ostacoli loro frapposti dalla chiesa cattolica. Dovettero lottare duramente, e nel caso di Meister Eckhart questi a stento si salvò dalla severa condanna, e forse dal supplizio, con la sopravvenuta morte. Si tratta, comunque si eccezioni, sia pur luminose.

Quando, per fare due esempi, nell’Europa medievale, si manifestarono movimenti autenticamente spirituali come il Catarismo o l’Ordine del Tempio, che seppero elevarsi alle altezze dell’Iniziazione, l’azione della chiesa cattolica fu estremamente dura e spietata. La chiesa cattolica – servendosi di quel che Giosuè Carducci, in una delle sue Odi Barbare, quella A Giuseppe GaribaldiIII Novembre MDCCCLXXX,  chiama dantescamente il “triste amplesso di Pietro e Cesare” – per distruggere il Catarismo si alleò col re di Francia, scatenò una crociata, distrusse la gentile, colta e lieta civiltà occitanica, usò la brutalità della guerra, nonché l’orrore della tortura e dei roghi dell’Inquisizione per annientare i Catari. Non diversamente, del resto, da quel che fece la chiesa ortodossa in Oriente, sia pure per fortuna con molto minor successo, contro i Bogomili, ossia contro i Catari d’Oriente. E per distruggere l’Ordine del Tempio, di nuovo il papa Clemente V si alleò col “cristianissimo” re di Francia, Filippo il Bello, per imprigionare, torturare nelle maniere più atroci, bruciare sul rogo, o uccidere in altri efferati modi, i Templari. A tale proposito, sono emblematiche le parole scritte da Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, 1967, p. 63:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obbiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto dell’errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: alla rottura dei poteri, temporale e religioso, con la Tradizione, e alle premesse  della perdita dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».

E per farne uno tratto dalla più recente storia rinascimentale è interessante leggere quanto in un suo articolo scrisse Cristoforo Albertini in un suo articolo, pubblicato su ApertaMente, Centro Studi “Francesco Appignano”, nel febbraio 2011, col titolo Santi, Santità, Santità della vita, e ripubblicato su vari siti col titolo

«IN CHE COSA CONSISTEREBBE LA SANTITÀ?

Un mattino, mi capitò di consultare il calendario. E, insieme con la data, appresi che quel giorno fosse anche San Pio V, al secolo Michele Ghisleri, papa (1566–72). Conoscendo quel pontefice come uno dei più spietati carnefici nella storia italiana, rimasi di sasso, quando scoprii che la Chiesa lo avesse elevato anche agli onori dell’altare. Fra i tanti storici che condividono la mia opinione, il Giovannoli lo presenta come: «… uno dei più frenetici e sanguinari mostri che abbiano disonorato la razza umana». La sua carriera di feroce giustiziere incominciò, quando il regnante Pio IV premiò la sua zelante virtuosità nominandolo inquisitore. Pressati dalle numerose persecuzioni, i seguaci di Pietro Valdo, conosciuti come i Poveri di Lione, si erano rifugiati in impervie valli nella Savoia e in alcuni villaggi montani in Calabria, nella speranza di poter praticare la loro versione della cristianità indisturbati. Nel 1561 l’inquisitore Michele Ghisleri e futuro Papa Pio V sguinzagliò i suoi frati domenicani e coordinò le stragi dei valdesi di Calabria. Dopo pie devozioni, i suoi crociati avviarono lo sterminio con maniaca frenesia.

Incominciarono radendo al suolo i loro villaggi. Poi adunarono gli abitanti nelle piazze. I valdesi che si pentivano, ebbero la scelta di essere impiccati, sgozzati o scaraventi [sic] giù da una torre, prima di essere bruciati. E quelli che tennero saldo nel loro credo, invece, furono arsi vivi per direttissima. A suo credito, l’eminentissimo cardinale Ghisleri riuscì a realizzare in questo mondo il terrorismo divino descritto nell’Inferno dantesco. Il piemontese Michele Ghisleri era nato nei pressi di Alessandria. Di umili origini, un parente prete lo incamminò sulla carriera ecclesiastica. Il nostro don Michele si distinse subito per il suo intenso zelo religioso. La sua ostinata inflessibilità, quando si trattava di far osservare i mandati della Chiesa, venne all’attenzione del cardinale e Segretario di Stato Carlo Borromeo, nipote del regnante Papa Pio IV e cugino del cardinale Federigo, di fama manzoniana. Il pietoso cardinale Carlo, anche lui un inquisitore fatto santo, era già celebre per i suoi olocausti di streghe e d’indemoniati. Alla morte di suo zio, il Borromeo usò la sua prestigiosa autorità sul conclave per far eleggere il Ghisleri. E questi, in compenso al suo mentore, assunse il nome di Pio V, in onore del suo degno predecessore. Asceso al soglio, Papa Ghisleri sbigottì la festaiola società rinascimentale, abolendo lo sfarzo della corte papale, col suo inflessibile ascetismo e zelo cristiano.

«Durante il suo regno, fu sempre Quaresima», scrisse un contemporaneo. Il neo eletto pontefice concentrò tutte le sue energie promuovendo l’osservanza del canone di Santa Madre Chiesa. Non c’era via di mezzo: consenso o repressione. Era comunque prevedibile che quel suo rigorismo religioso cozzasse frontalmente con le consuetudini dei romani de Roma, avvezzi a gozzovigliare a spese del resto del mondo cristiano. Venutagli a mancare il pane e il circo (panem et circensem per il nostro avo e mentore Decimo Giunio Giovenale), era d’aspettarsi che la feccia di Romolo incominciasse a sputare pasquinate a mitraglia contro Papa Pio V.

In occasione dell’apertura di una nuova latrina, fatta costruire dal Pontefice in un palazzo vaticano, un poetastro affisse quest’annotazione a quel conforto:

Pio V, avendo compassione

per tutto quel che si ha sullo stomaco,

eresse come opera nobile

questo cacatoio.

Gli sgherri pontifici arrestarono un certo Nicolò Franchi e lo accusarono di essere l’autore di quell’epigramma. Il Franchi negò il fatto. Nonostante l’energica difesa del cardinale Morone, l’imputato fu dichiarato colpevole. Papa Pio V fu inesorabile: il povero diavolo fu impiccato. Qualche settimana dopo gli sgherri trovarono quest’altra composizione affissa alla statua di Pasquino:

quasi che fosse inverno,

brucia cristiani Pio come legna,

per avvezzarsi al fuoco dell’inferno.

Questa volta fu il turno del poeta Antonio Paleario a soffrirne le conseguenze. Ancora una volta, Pio V non volle sentir ragione. Il Pontefice, infatti, sospettò che il Paleario fosse anche l’autore dell’altro epigramma. Appunto per questo rincarò la dose, facendolo prima impiccare e poi bruciare.

Ora, a rigor d’eresia, ogni cattolico è obbligato a riconoscere nel Papa il vicario di Cristo in terra.

È mai capitato a questi credenti di chiedersi come mai il Cristo, figlio di Dio, abbia avuto la bontà d’invocare: «Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», raccomandando grazia per i soldati che lo stavano inchiodando sulla croce; mentre il Suo cosiddetto Vicario in terra, nella sua bestiale arroganza, non poté nemmeno perdonare dei giovani per delle stupide strofette? Durante il pontificato di Pio V, imperversavano le guerre di religioni tra cattolici e ugonotti in Francia e nelle Fiandre. Da bravo comandante supremo, quel Santo Pontefice mandò un corpo di truppe pontificie, al comando del conte di Santa Fiora, a dar man forte ai cattolici francesi. Quando Papa Pio ebbe sentore che il Santa Fiora avesse risparmiato qualche prigioniero, irato, gli reiterò di: «… non prender e prigioniero nessun ugonotto e di uccidere chiunque gli capitasse tra le mani». Il Pontefice scrisse inoltre una lettera a Filippo II, re di Spagna, con la quale, tra l’altro, gli raccomandò di non riconciliarsi mai col nemico della Chiesa: «… non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidere, ardere, tutto vada a foco e a sangue, purché sia vendicato il Signore… ». D’altro canto, Pio V si esaltava, quando riceveva i rapporti dei massacrati di ugonotti che i cattolici, sotto la guida del duca di Alba, perpetravano a Cahors, a Tours, a Tolosa, ad Amiens e altrove. In un momento di euforia, perfino premiò quel carnefice spagnolo col cappello e la spada, benedetti nientemeno dalla sua santissima mano. Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Ma, a questo punto, crediamo di aver dato un’idea della ferocia di questo Santo Padre. Alla luce dei suoi crimini contro l’umanità, io stento a credere che oggi un decente cristiano abbia lo stomaco d’inginocchiarsi presso un altare e pregare a questo mostro, pur santo che sia, nell’Olimpo di Santa Madre Chiesa.

E ora cerchiamo di rispondere al quesito che ci siamo posti come titolo di questo intervento: in che cosa consisterebbe la santità? Leopold von Ranke, uno storico di chiara fama internazionale, dopo estesi studi di resoconti coevi, ci descrisse Pio V come un asceta che indossava il rozzo saio domenicano sotto gli addobbi papali. E in aggiunta, dormiva su un pagliericcio, praticava lunghi digiuni, estesi esercizi spirituali e guidava pellegrinaggi per le Sette Chiese di Roma a piedi scalzi, recitando paternostri e avemarie lungo l’intero percorso. Su questo io non ci vedo nulla da biasimare. Tuttavia, noi lettori del Vangelo, con le menti libere di pregiudizi sacerdotali, non possiamo far a meno di esprimere il nostro sdegno nel vedere calpesto il tema della carità, della fratellanza e del perdono, che pervade la parola e la vita di Cristo. E, peggio ancora, nel trovare santificata, al loro posto, una pletora di dogmi incoerenti, precetti banali, riti sfarzosi e leggende al limite del ridicolo, concepite da una gerarchia di uomini, che per via di documenti falsi, si è arrogata una considerevole parte dell’autorità divina.

Da ultimo, avanziamo il calendario della storia ai giorni nostri. La gerarchia ecclesiastica sembra non stancarsi mai di dannare gli scienziati, che usano poche cellule staminali, nella ricerca di rimedi per alleviare qualche miseria della condizione umana. Naturalmente, questi ministri di Gesù Cristo si sono dati l’assoluzione plenaria per tutte le stragi che hanno commesso negli ultimi quindici secoli. E con l’avvento della televisione poi, quasi tutti i giorni, ci presentano l’attuale Successore di Pietro, lindo di tutti i crimini commessi dalla sua casta, inginocchiato in profonda preghiera presso gli altari votati ai cosiddetti santi di Santa Madre Chiesa. E poi, traboccante di virtuosità cristiana, sale sul suo piedistallo d’infallibilità e ci pontifica la santità della vita. Quello, al parere di questo redattore, è il colmo dell’ipocrisia!».

Per mostrare quanta savia prudenza fosse un tempo necessaria, trascrivo alcuni passi dell’eruditissimo e impenitente paganaccio Arturo Reghini, presi dalla sua introduzione Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, anteposta alla traduzione del primo volume del De occulta philosophia – che porta come sottotitolo «Prima traduzione italiana di Alberto Fidi, preceduta da un ampio studio introduttivo sopra l’autore e la sua opera a cura di Arturo Reghini». In realtà Arturo Reghini ne aveva fatta la traduzione integrale alla Torre Talao di Scalea nel 1926, ma il Fidi che era l’editore volle apparire, per una innocente vanità, di esserne altresì il traduttore – passi, a mio modo di vedere, oltremodo istruttivi. Ecco cosa scrive alle pp. LXXI-LXXVI:

«Sino dal 1509, infatti, Agrippa, quando aveva appena ventitre anni, Agrippa aveva quasi completamente composto i due primi due libri del «De Occulta Philosophia», mentre il terzo rimase per circa venti anni allo stato di abbozzo. Sino dai primi mesi del 1510 Agrippa aveva inviato una copia manoscritta dell’opera al famoso abate Tritemio, benedettino, autore di importanti e apprezzate opere sulla magia. La poligrafia, la steganografia, già abate di Spanheim, ed in quel tempo abate di Würzburg (Herbipolis), che egli aveva già personalmente conosciuto all’abbazia di Würzburg, intrattenendosi con lui di alchimia, magia, cabala, e di altri soggetti appartenenti al dominio delle scienze occulte.

Contemporaneamente al manoscritto, Agrippa inviava a Tritemio una lettera in cui, ricordando le conversazioni avute con lui a Würtzburg, «di chimica, magia, cabala e tutte le altre cose nascoste nell’occulto», rammentava come si fossero allora chiesti «perché mai la magia così altamente stimata dagli antichi filosofi, venerata nell’antichità dai savii e dai poeti, era divenuta nei primi tempi della religione sospetta ed odiosa ai Padri della Chiesa, ed era ben presto stata respinta dai teologi, condannata dai sacri canoni e proscritta dalle leggi». […]

A questa lettera di Agrippa, Tritemio rispose 1’8 Aprile 1510 con una lettera (Ep. I, 24) piena di lodi, che si trova pubblicata in principio delle antiche edizioni dell’opera (1531, 1533, 1550). Tritemio si dichiara massimamente ammirato per l’erudizione non volgare di Agrippa, che pur così giovane penetra segreti ed arcani nascosti anche a molti dottissimi uomini; dice di approvare l’opera, ed infine lo ammonisce per altro di osservare il precetto di comunicare le cose volgari al volgo, ma le cose più alte e più arcane soltanto agli amici più segreti e più elevati. «Dà il fieno al bove e lo zucchero solamente al pappagallo; fa attenzione di non esporti come ad altri è accaduto ai calci dei buoi». Agrippa si è attenuto con mirabile accortezza al primo precetto, ed il lettore dovrebbe sempre ricordarsene nella lettura della Filosofia Occulta; ma quanto alla seconda parte sappiamo quale conto abbia fatto di queste esortazioni alla prudenza, che i suoi amici sentivano opportuno di fargli per moderarne il temperamento aggressivo e temerario. Se non fece la fine di Cecco d’Ascoli, non sempre poté fare a meno dall’incassare quelli che Tritemio chiamava i calci dei buoi.

Anche un altro amico di Agrippa gli dava nel 1514 analoghi savii consigli. Apprendendo che Agrippa aveva decorato il muro della sua casa con un bel ritratto di Ermete, questo amico scriveva ad Agrippa (Ep. I, 42), ponendolo in guardia e dicendogli di badare che questo Dio incostante ed ingannatore, pericoloso quando lo si irrita, non lo conducesse filosofando filosofando sui carboni ardenti. Ed alludeva, è chiaro, ad altri carboni che non fossero quelli del forno filosofico della trasmutazione. In altri termini: caro il mio giovane ed ardimentoso Agrippa: occhio alla penna, e ricordati che la fiamma dell’amore e della carità cristiana arde così violenta, nei petti e nelle bocche del nostro così detto prossimo, che basta un nulla, per appiccarsi ai roghi della santa e cristiana inquisizione».

A smentire le troppo ingenue affermazioni di Oswald Wirth vi è il fatto, storicamente accertabile da chiunque, che proprio nel siècle d’or dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, nel Seicento, si manifestò in Germania e in altre parti d’Europa quel movimento rosicruciano contro il quale la chiesa cattolica, e i Gesuiti in modo particolare, lottarono ferocemente col ferro e col fuoco: con grande dispendio sia di ferro (durante la Guerra dei Trent’Anni in Germania intere città come Halle furono passate a fil di spada) che di fuoco (innumerevoli i roghi accesi).

Ma l’azione di distruzione brutale, militare o inquisitoriale, non fu l’unica ‘opzione’ che la belva d’Oltretevere si è riservata per combattere l’‘eretica pravità’. Infatti già vediamo, a partire dal secolo successivo, nel Settecento, preti secolari e monaci farsi accogliere nelle nascenti logge massoniche, sorte un po’ ovunque dopo il ‘revival’ londinese del 1717. In alcuni casi, molti di questi religiosi cattolici, insoddisfatti degli aridi dogmi loro propinati, erano spinti da un impulso di sincera ricerca. In altri casi, sicuramente meno commendevoli, vediamo gesuiti e loro affiliati ‘insinuarsi’ nelle logge massoniche o in altri Ordini, con finalità non certo limpide. Poi, soprattutto col procedere dell’Ottocento e con la perdita di gran parte del potere temporale dei Papi, non si è più ricorso ai diretti metodi inquisitoria, anche perché oggi Vigili del Fuoco e Guardie Forestali avrebbero molto da eccepire circa l’accensione di roghi. Salvo, naturalmente, la piccola, affatto trascurabile, eccezione dell’incendio del Goetheanum la notte di S. Silvestro del 1922.

Quello che stupisce – assai stupisce – è l’atteggiamento di un candore davvero disarmante di tanti esoteristi nei confronti della chiesa cattolica. In alcuni casi è solo sprovveduta ingenuità, e incapacità di trarre le logiche conseguenze da premesse che pure sono molto chiare. In altri casi, come nell’azione dell’Innominato, abbiamo a che fare con una chiara strategia di abile ‘insinuazione’. Farò alcuni esempi, e il lettore ne trarrà le conclusioni che vorrà.

Una delle strategie tipiche della chiesa cattolica è quella di appropriarsi dei ‘metodi’ operativi, e delle ‘tecniche’ meditative, di spiritualità diverse. Si tratta di un vero “scippo” nei confronti dello Yoga, dell’Induismo, del Buddhismo, del Taoismo, e così via. Si opera a scindere – con indubbia e convincente abilità – quei ‘metodi’ e ‘quelle ‘tecniche’ dal contesto spirituale originario, e di utilizzarli, sotto apparenze molto ‘ecumeniche’, in àmbito cattolico. Eccone un primo esempio.

Il 1° giugno 2017, alle ore 16.00, presso l’Associazione Alma, in Via dei Ginori 19, nella Città del Fiore, organizzata dalle associazioni Ars.Ferraro e Alma, ha avuto luogo una conferenza tenuta dalla “Maestra Zen” Berta Meneses, e nei successivi giorni, dal 2 al 4 di giugno, è stato tenuto un ritiro di meditazione a Santa Maria a Ferrano, “luogo di arte e di spiritualità”, amena località poco sotto l’Abbazia benedettina di Vallombrosa. Ora una cotale conferenziera “illuminatrice”, nonché orientatrice delle sedute di meditazione, si presenta come:

«Berta Meneses appartiene all’ordine di San Filippo Neri ed è maestra Zen nel lignaggio di trasmissione di Harada, Yasutani e Yamada della Scuola Sanbô-Zen I tre tesori: Buddha, Darma e Sanga».

A parte che sia in sanscrito e in pali si dovrebbe dire e scrivere Dharma e Saṃgha o Sangha – sono solo leziosità filologiche, me ne rendo conto – è un “mistero” (si fa per dire…) come una religiosa cattolica, una suora, della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri (in latino Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Nerii), la quale riunisce le società clericali di vita apostolica di diritto pontificio, possa conciliare la teologia cattolica con una Via di liberazione come il Buddhismo, e in particolare la Scuola Ch’an o Zen. È evidente come la religiosa cattolica non possa accettare la visione che il Buddhismo ha dell’essere umano, delle sue vite successive, il suo negare l’idea di un Dio trascendente come creatore del mondo e delle anime dal nulla, il suo negare l’utilità o la necessità ai fini della liberazione dal ciclo delle rinascite della liturgia sacramentale di qualsiasi tipo, compresa quella cattolica. Ed è altresì evidente che oramai anche in Oriente, come avverte Massimo Scaligero, persino nello Zen si è largamente smarrita l’autentica trasmissione spirituale e siamo alla confusione delle lingue. In questo caso – come in altri – o vi è ingenuo candore, o vi è cosciente doppiezza.

Ma, in questo campo, i gesuiti sono andati ben oltre. Abbiamo, infatti, il caso del gesuita tedesco Hugo Lassalle S.J., che viene spacciato per Maestro Zen – e non è il solo – col nome di Makibi Enomiya Lassalle. Infatti, in articolo apparso su La Stampa di Torino il 23 gennaio 2017, e intitolato  Hugo Lassalle, il missionario gesuita che diventò maestro zen in Giappone, leggiamo che:

«Di figura ascetica, altissimo e magro, Padre Lassalle portò in Occidente la meditazione di eredità buddista, avendo sperimentato che, a suo dire: «Nello zen l’anima va incontro a Dio fino all’estremo limite delle sue possibilità».

Come spiega la parola zazen, “meditare seduti”, tale pratica consiste in esercizi di postura, respirazione e concentrazione volti a creare uno stato di coscienza profondamente contemplativo, dove l’attività del pensiero viene azzerata per lasciar emergere uno stato di assoluta pace e consapevolezza. Solo in questa dimensione, spiegava Lassalle, si può ottenere una conoscenza empirica e intuitiva di Dio.

Eppure, come ricordava il gesuita, una tradizione di pratica mistica per molti aspetti assimilabile allo zen esisteva, già da secoli, nella tradizione cattolica: basti citare gli insegnamenti dei santi Bonaventura da Bagnoregio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e soprattutto gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola che, a quanto sosteneva anche Carl Gustav Jung, erano, in Occidente, una delle forme di meditazione cristiana che meglio giungeva fino all’inconscio.

Nel suo libro fondamentale “Zen e spiritualità cristiana”, Hugo Lassalle sosteneva che la tradizione religiosa dell’Occidente fosse troppo legata al pensiero concettuale per offrire ai credenti una conoscenza diretta ed esperienziale di Dio alla quale la meditazione buddista si era, invece, avvicinata pur senza aver beneficiato della rivelazione di Cristo: «In Occidente predomina più il conscio, in Oriente l’inconscio. Entrambi i campi devono integrarsi perché sorga una piena personalità. Questo è il futuro per un rinnovamento profondo della fede cristiana».

Dei ‘mistici ammaestramenti’ del nostro gesuita è lecito dubitare fortemente, e personalmente ne faccio molto volentieri a meno. Anche il fatto che il nostro “Maestro” Hugo Enomiya Lassalle abbia realizzato l’Illuminazione buddhica è pure cosa sulla quale vi sarebbe da eccepire fortemente, visto ch’egli mette sullo stesso piano l’esperienza mistica di un S. Giovanni della Croce, di un Bonaventura da Bagnoregio con i languori erotico-mistici di una Teresa d’Avila e gli Exercitia di Ignazio di Loyola. Che poi attraverso la meditazione, sia essa cristiana o buddhista, si cerchi di raggiungere ‘meglio’ – come dicono Lassalle e Jung – l’inconscio, e che il conscio si debba integrare con l’inconscio è veramente indicare la via dell’antispirito, e della controiniziazione: è veramente un aprirsi spregiudicato ad una vera e propria ‘trascendenza dal basso’. Non è certo solo questo lupaccio cattivissimo ad affermarlo, ma soprattutto Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, i quali mettono bene in evidenza come mettersi nelle mani dell’inconscio sia in realtà diventare preda delle ultracoscienti deità ostacolatrici che mefistofelicamente dominano l’essere umano attraverso il doppio arimanico. L’unico “inconscio” in questione è l’essere umano non cosciente della presenza e dell’azione di tale “doppio”: alla cui azione, in maniera vieppiù incosciente e irresponsabile, egli viene invitato ad ‘aprirsi’.

Il nostro nippo-germanico “Maestro” gesuita, di origine alsaziana, ha pure seguaci e prosecutori della sua mala opera nella bella Terra d’Ausonia. Infatti, un suo seguace e discepolo propugna un uso affatto agnostico della meditazione, ridotta a questo punto a mera “tecnica” da usare da chi voglia, senza porsi problemi morali o spirituali, come nel caso del training autogeno elaborato dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. Si trova on-line una intervista all’allora ottantasettenne R.P. Francesco Piras S.J., pubblicata su l’Unione Sarda del 13 ottobre 2002. L’articolo, fortemente laudativo, è intitolato Il gesuita zen e i suoi mille allievi, mette in evidenza come «Donne e uomini di ogni ceto e cultura, cattolici, protestanti, buddisti, agnostici, atei che vedono in lui un importante punto di riferimento spirituale».

Costui, dopo aver operato per anni a Torino, nel 1982 decide di tornare in Sardegna, sua terra d’origine.

«È allora che torna nella sua terra, a Cagliari, nella casa dei Gesuiti dove attualmente vive con i suoi quattordici confratelli. Subito decide di aprire in città una scuola di meditazione che prescinda dalla religione, indu, zen, o cristiana. L’alsaziano padre Lassalle, promotore della spiritualità zen, è il suo maestro. «Il primo a capire che se si voleva convertire il Giappone bisognava calarsi nella mentalità del suo popolo». Oggi parlare di Oriente è di moda. Ma quando Lei cominciò il terreno doveva essere assai meno fertile.

 «Vent’anni fa fuori dalla Sardegna c’erano solo due centri tenuti da cristiani e uno da buddisti italiani. Tutti volevano fare proseliti. A Cagliari non c’era niente, ho intuito che si dovesse fare qualcosa. Ho cercato di presentare la meditazione come un fatto autentico, senza chiedere nulla se non il benessere fisico e spirituale della persona».

 Questo è lo Zen – “derealizzato”, ossia snaturato e strumentalizzato, direbbe Massimo Scaligero – che ha come scopo quello di “eliminare lo stress”, “fare vivere meno affannatamente”, utile per dare anche al materialista e all’ateo che soffrono delle “nevrosi del mondo moderno”, non una “conoscenza liberatrice” della quale vi è urgente bisogno, ma “serietà” e “forti principi etici”: naturalmente sradicati da una visione spirituale del mondo che dovrebbe giustificarli e sorreggerli. Infatti, si legge nell’articolo-intervista:

«Anche se chi la segue non è necessariamente cattolico, o praticante…

«Lo scopo non è quello, ma la naturale conseguenza è che quando si sviluppa la parte spirituale si diventa più seri. Parlo della serietà di una vita cristiana o laica improntata a principi etici forti».

Perché tante persone si avvicinano a questa pratica orientale?

«Per curiosità, per ridurre lo stress, per avere una pace interiore. In questa nostra società sopraffatta dal materialismo e dalla violenza forse abbiamo il desiderio di fermarci».

Nell’ambito della spregiudicata azione di “scippo” della spiritualità altrui da parte della parte avversa, oramai vediamo da decenni monasteri domenicani nei quali si pratica lo Yoga, conventi gesuitici nei quali si fondono in uno spregiudicato melting pot Yoga, Zen, psicanalisi freudiana, psicologia analitica junghiana, ed eziandio le tecniche dell’arimanico mago caucasico G. I. Gurdjieff, ma in quest’ultimo caso si tratta di sincerissimo amore e di una foscoliana e schietta “corrispondenza di amorosi sensi”. Oltre al frequentare, quando utile, logge massoniche, naturalmente. In questa opera di fagocitazione da parte della chiesa cattolica – la quale, come usava dire il filosofo Benedetto Croce, «è uno stomaco che può digerire tutto» – non poteva mancare la Scienza dello Spirito.

Già negli anni ottanta dello scorso secolo, Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II – grande protettore e sponsor dell’Opus Dei e di Comunione e Liberazione – il quale negli ambienti ‘gianicolensi’, ma anche altrove, veniva qualificato come un “papa antroposofo” – dette direttive perché si organizzasse a Fulda, in Germania, un convegno sulla cristologia antroposofica, nella quale si doveva staccare tale cristologia, dalla figura di Rudolf Steiner, ed eliminare l’idea della reincarnazione. Inoltre, sempre il Woityla propugnò l’utilizzare il metodo degli esercizi del libro Iniziazione dalla visione della Scienza dello Spirito, sulla quale sono fondati e che sola li giustifica. Mi hanno sempre stupito, e lasciato oltremodo perplesso, il disarmante candore e l’ingenuità di molti “scaligeropolitani”, che per decenni hanno voluto illudersi – in ciò apertamente sollecitati da chi a tale mala opra era preposto – nei confronti di questo papa, nemico dichiarato di ogni esoterismo, e della Scienza dello Spirito in modo particolare e deciso.

Più recentemente, abbiamo visto una dirigente della Societrà Antroposofica in Italia, molto attiva nel campo della pedagogia Waldorf, consultarsi regolarmente con padre barnabita, suo “direttore spirituale”. Ma quel che più stupisce è leggere sulla LETTERA AI SOCI- PASQUA 2017, organo ufficiale della Società Antroposofica in Italia, alle pp. 19-20, un articolo di Stefano Pederiva, per svariati decenni segretario della Società Antroposofica in Terra d’Ausonia, intitolato COSTRUIRE MURI O COSTRUIRE PONTI. In tale articolo, dispiace davvero leggere il Pederiva cominci subito con un discutibile paragone “politico-cosmologico”, affermando che:

«I muri separano e dividono: non voglio contatto col diverso, voglio isolare l’estraneo, voglio difendere la mia identità. L’era di Trump si presenta con l’impulso a costruire muri, anche i ghetti e il razzismo erano frutto di barriere di isolamento. Il ponte è l’immagine per l’impulso opposto, unire, collegare, aprirsi al diverso. I muri ci parlano della fase Marte della evoluzione della Terra, i ponti della fase Mercurio, grazie alla svolta della fase Cristo. Siamo di fronte a temi di grande attualità, sia nel macrosociale che nel microsociale».

Appurato che dei vari presidenti degli Stati Uniti d’America, personalmente nulla mi cale né tampoco mai nulla mi calse, essendo essi solo i classici ‘uomini di paglia’, ovvero esecutori di quanto viene deciso in ben altre sedi, soprattutto occulte, delle quali molto ci dice Rudolf Steiner, disvelandoci i retroscena di molti avvenimenti della storia mondiale degli ultimi secoli, ritengo che la politica – qualsiasi forma di politica – debba mai avere a che fare con l’esoterismo, visti i ripetuti disastri che, ripetutamente ed ogni volta, ha prodotto portando sempre alla distruzione di intere Comunità spirituali.  Ma ecco che cosa scrive – e me ne sono stupito assai – Stefano Pederiva nel proseguo del suo articolo:

«Nella Società antroposofica italiana sono emersi da qualche tempo forti tensioni per alcuni passi fatti da istituzioni ispirate all’antroposofia, per esempio la Federazione che riunisce le scuole steineriane o l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, ma che non hanno alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa. Come esempio si può prendere il fatto che da molti anni la Federazione si è associata alla FOE di notoria matrice cattolica. La cosa è stata dibattuta negli incontri dei fiduciari dei gruppi antroposofici e nell’ultima assemblea della Società antroposofica. Si può cercare di osservare quanto è avvenuto alla luce delle considerazioni precedenti? Si è lavorato alla costruzione di muri o di ponti?

Certamente è emerso un notevole elemento dogmatico che ha portato alla creazione di fronti contrapposti. Lo stile e il modo di procedere hanno mostrato un deciso carattere denigratorio. Il nemico non è stato ucciso, ma vi è stata la fuoriuscita dalla Società antroposofica italiana. Hanno in altre parole dominato le forze di Marte. Se ora si vuole guardare al futuro sorge la domanda: possiamo cercare di lavorare con le forze di Mercurio, con l’impulso a costruire ponti, o restiamo alla costruzione di muri? Possiamo vedere la fase puberale della nostra comunità come un passaggio ad una maturazione sociale?

Il primo passo sarebbe quello di superare le posizioni dogmatiche, non avere un fronte che ha la certezza di rappresentare il giusto e quindi anche il bene e che cerca la propria identità contrapponendosi a chi è nell’errore e quindi rappresenta il male poi cercare un linguaggio e un modo di procedere che non sia aggressivo e denigratorio ed infine non vedere il diverso come nemico da combattere e da eliminare, ma come un arricchimento che integra la inevitabile unilateralità di una tra molte prospettive. […] Se c’è la volontà di percorrerla, allora si trovano anche le giuste iniziative per rendere operative le forze di Mercurio con le quali costruire ponti, se questa volontà non c’è, restiamo succubi delle forze del passato legate alla costruzione di muri».

Devo dire – quis vetat ridendo dicere verum? – che la fraseologia usata da Stefano Pederiva mi fa un effetto passabilmente comico. Tenendo conto che, da una parte, l’Accademia dei Ponti è una istituzione dietro la quale si cela – ma in maniera trasparente (si fa per dire…) – l’Opus Dei in Toscana e nella dantesca Città del Fiore. Lo strano è che tale Accademia “dei Ponti”, opera proprio in campo educativo e pedagogico nei confronti di giovani e non più giovani. Infatti, così può leggere chiunque vada sul loro sito web:

«L’Accademia dei Ponti è un centro culturale per la formazione integrale della persona, nato a Firenze nel 1984. È il risultato dell’impegno di diverse famiglie – oltre che di docenti, lavoratori e professionisti – che hanno creato un ambiente formativo stimolante e dinamico, aperto a studenti di ogni grado.

Le attività sono aperte a tutti, senza alcuna discriminazione. Il clima di libertà che le informa, facilita lo sviluppo di personalità aperte, responsabili, animate da spirito di servizio e laboriosità».

E circa il legame esplicito con la molto discussa organizzazione confessionale, sempre nel suddetto sito, alla pagina Opus Dei in Toscana, possiamo leggere:

«Sin dalla nascita l’Accademia dei Ponti ha dato un orientamento cristiano ad ogni sua attività, nella convinzione di poter offrire così uno specifico contributo alla formazione. Per questo, durante l’anno si organizzano anche attività spirituali, affidate alla Prelatura dell’Opus Dei, istituzione della Chiesa Cattolica la cui spiritualità è centrata sul messaggio di San Josemaría Escrivá: cercare Dio nella vita quotidiana. Alcuni tra i valori su cui si fonda l’Accademia sono l’amicizia, la libertà, il servizio, la laboriosità, la generosità, la lealtà, la fiducia, la professionalità».

È noto che l’Opus Dei – che gli avversari, maliziosamente, tuttora chiamano Octopus Dei, ovvero la Piovra o la Mafia di Dio – era, assieme a Comunione e Liberazione, in cima ai pensieri di Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II, il quale fece di ambedue queste organizzazioni prelatura personale, ossia esse dipendevano direttamente da lui, e non dalla gerarchia locale della chiesa, rispetto alla quale esse non erano tenute all’obbedienza. Anzi, per lui l’Opus Dei incarnava il “vero spirito” della Compagnia di Gesù, contro quelle che a lui sembravano preoccupanti derive marxisteggianti della suddetta Compagnia (e si sbagliava alla grande…): insomma, una sorta di ‘Rifondazione Gesuitica’. Alla faccia di coloro che sul colle gianicolense lo lodavano come un “papa antroposofo”…

Lo strano è che molto del linguaggio dell’articolo di Pederiva risuona di una terminologia linguistica, per così dire, fortemente “bergogliana”. Ma se casuali possono essere tali coincidenze linguistiche – in realtà un occultista cancella sempre la parola “caso” dal proprio vocabolario – e frutto di suggestioni varie, non è invece affatto un caso la connessione – omertosamente taciuta per ben 15 anni sia ai membri della Società Antroposofica che alle famiglie degli allievi delle scuole steineriane – tra la Federazione Scuole Waldorf e la FOE, ovvero la cattolicissima, e integralista, Compagnia delle Opere-Federazione Opere Educative, emanazione strettamente controllata da Comunione e Liberazione, del defunto don Giussani. Affermare che Federazione delle Scuole Waldorf non abbia alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa, è veramente prendere in giro chi legge, perché, per esempio, una personalità dirigente, e preminente, in tale Federazione è proprio quella gentil signora emiliana che si rivolge ad un padre barnabita per consigli e ‘direzione spirituale’, signora che scrive pure sul bollettino della Società Antroposofica e fa parte, penso, altresì del Collegio di Presidenza della Società stessa. Ora, mentre la dirigenza delle Scuole Waldorf cerca di “costruire ponti” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere, la controparte, ovvero la parte avversa, moltiplica assalti ingiuriosi e calunniosi nei confronti di Rudolf Steiner, dell’Antroposofia e della stessa pedagogia antroposofica, agendo con incontri,  video postati su Youtube e quant’altro, a “spaventare le mamme”, dicendo loro che i bambini affidati alle scuole antroposofiche subiscono danni psichici e spirituali dall’azione occulta degli insegnanti di quest’ultime.

Comunque, al posto di Stefano Pederiva, io non mescolerei le immagini della storia cosmica della Terra e dell’uomo, con le vicende di bassa politica delle conventicole antroposofiche. Il dibattito, anche rissoso, all’interno di una Società Antroposofica a chi operi interiormente poco cale e nulla interessa, perché come scrive Massimo Scaligero nel primo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente, «La morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse solo in apparenza contrastanti». La lotta tra tali morti pensieri è la conseguenza dell’indifferenza, anzi dell’esplicita avversione, all’interno della Società Antroposofica nei confronti della pratica interiore degli esercizi dati da Rudolf Steiner, nonché in particolare della Concentrazione e della Via del Pensiero, che Massimo Scaligero ha riposto al centro della Scienza dello Spirito.

E disgusta il fatto che coloro che, oggi, invocano un tale ‘spregiudicato’ e ‘mercuriale«gettare ponti» nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere – quella stessa che ha bruciato il Goetheanum, avvelenato Rudolf Steiner, organizzato attentati militari per assassinarlo, ed altre turpi azioni – sono i medesimi individui che per decenni hanno calunniato e diffamato Massimo Scaligero, si sono sforzati di impedirne in ogni modo la diffusione dell’opera, così come avevano fatto decenni prima nei confronti di Giovanni Colazza. Conosco bene i metodi ‘pontificali’ adoprati dalla dirigenza della Società Antroposofica in Italia contro Massimo Scaligero e Giovanni Colazza. Vi sono dirigenti della Società Antroposofica in Italia i quali affermano ancor oggi, apertis verbis, che “non saranno contenti e tranquilli, se non quando avranno buttato fuori l’ultimo seguace di Massimo Scaligero”!

E conosco altrettanto bene – potrei tranquillamente documentare il tutto – come la figura spirituale di Massimo Scaligero venga diffamata all’interno dei milieu antroposofi sulla carta e nel web in Germania e altrove. Tra l’altro, sono giunto alla conclusione – altro mirabile dis-velamento della mia Amata – che certe delicate informazioni su Massimo Scaligero certi gaglioffi e pendagli da forca in Germania e Oltreoceano possono averle ricevute solo da una particolare ‘fonte’ in quel di Roma sul verdeggiante Gianicolo. In Germania, sono giunti a fare sparire nelle librerie antroposofiche le poche opere di Massimo Scaligero tradotte in tedesco: oramai le varie case editrici collegate alla Società Antroposofica si rifiutano di far tradurre e pubblicare altre opere sue.

And finally – come direbbero gli anglofoni – veniamo al capitolo doloroso dell’opera di ‘infiltrazione’, di ‘insinuazione’, della Comunità Solare dei discepoli di Massimo Scaligero da parte di chi, da svariati decenni, si sforza di attuare – ad maiorem romanae ecclesiae gloriam – quel “trasbordo ideologico inavvertito”, ossia dell’Innominato. L’articolo è già troppo lungo e non posso ulteriormente dilungarmi – hic et nunc – sui particolari salienti e sui dettagli di tale indubbiamente ‘operazione’ sottile ed abile, quanto esiziale. Per ora intendo, come momentanea conclusione delle su riportate considerazioni, riportare a mo’ di esempio quanto costui scrisse, nel 2015, sul numero 129-130 della rivista gianicolense da lui diretta, in un articolo di fondo non firmato – e quindi verosimilmente attribuibile all’Innominato – intitolato Ascesi ed esoterismo, le quale a p. 19, nel paragrafo conclusivo, costui così scrive:

«Anche l’esoterismo tradizionale è ricco di espressioni simili, e in molte di esse si celano contenuti di saggezza che non chiedono altro che di essere attualizzati dalla coscienza, ossia seminati nel terreno di questa epoca e qui portati a nuova fioritura. Uno di questi detti, martinista, ammonisce: «Maschera Mantello e Silenzio», con riferimento alla divisa interiore che il discepolo, o l’adepto, deve adottare a difesa del suo Ordine e però di questo da lui stesso. L’inappartenenza [sic: notare la venustà del periodare!] a un Ordine formale gerarchicamente organizzato accresce la responsabilità del discepolo nei confronti della sua disciplina, di cui egli è costituito incognito rappresentante. Senza regole patti o giuramenti, che non siano quelli dell’anima di fronte allo specchio della coscienza, gli è affidato un bene di cui dare silenziosa testimonianza, apparendo nel mondo per quel tanto che il suo ruolo sociale prevede, affidandosi all’identità di cui quella umana è la provvisoria maschera, però nel volgere dei tempi e nel rinnovarsi della memoria e della dedizione destinata a sparire».

Bello, no?! All’apparire illudente tutto sembra meraviglioso giusto, e persino pervaso da una sorta di soffuso poetico afflato mistico. Prima di tutto, quello “martinista” non è affatto una forma di esoterismo tradizionale, bensì frutto di un’operazione fatta al tavolino – è proprio il caso di dire così – nelle riunioni al ristorante-cabaret parigino dello Chat Noir, al numero 84 del boulevard Rouchechouart, ove negli anni ottanta del siècle stupide, ossia l’Ottocento, si incontravano il Dott. Gérard Encausse, in arte Papus, Augustin Chaboseau, ed eziandio personaggi molto dubbi ed equivoci dell’integralismo cattolico come Maurice Barrès, Joséphin Péladan, e persino Charles Maurras, fondatore dell’organizzazione ultramonarchica e ultracattolica della destra radicale di Action Française, molto attiva e agitata tra la I e la II Guerra Mondiale, e altri. Di un tale Ordine Martinista fecero parte vari prelati cattolici “modernisti”, più o meno en déguisé. Questo Ordine Martinista papusiano, che tanto loda l’Innominato, è proprio una delle tante formazioni pseudo-esoteriche che la parte avversa d’Oltretevere ha messo su per disgregare ambienti e comunità spirituali varie, ed attuare metodicamente il sempre efficace “trasbordo ideologico inavvertito”, e riunire in un “più sicuro ovile” tante pecorelle smarrite, sedotte dall’‘eretica pravità’, ma anche per oscure operazioni politiche, come quelle che aprirono la strada ai tragici eventi della Grande Guerra del 1915-1918. Su ciò Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Non si contano oggi gli Ordini templari, rosicruciani, e massonici, ma anche gruppi ‘pagani’ ed eziandio ‘antroposofici’, messi abilmente su alla bisogna dalla Curia transtiberina. Persino i rituali ‘pagani‘ di un virulento e sovversivo gruppo politico-esoterico degli anni settanta del trascorso secolo, composto da elementi evoliani e kremmerziani, provenienti dal disciolto Ordine Nuovo, furono redatti – come mi fu apertamente testimoniato – nelle stanze della potenza straniera d’Oltretevere. Per ora, non posso entrare, per motivi di spazio, nei particolari – ma lo farò, se il Destino me lo concederà, in seguito – di tutta questa complessa macchinazione, il cui unico scopo è lavorare, sempre e comunque, ad maiorem ecclesiae gloriam: naturalmente una ‘ecclesia’ – direbbero i Catari medievali – tutta carnale, terrena, politica ed economica: ossia al servizio del princeps huius mundi, dell’Oscuro Signore.

E giusto tuttavia, per sentire una voce «diversa», riportare – l’ho fatto già in un mio precedente articolo, al quale rimando il diligente lettore –  quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche se portò, come detto più sopra, il nome dell’editore Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra [I Guerra Mondiale], ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Hai visto mai che il nostro prode Innominato gianicolense, tra le sue varie – interessanti e interessate – ‘frequentazioni’. sia finito proprio anche in àmbito martinista – del cui simbolismo, peraltro, nel suo articolo dà una interpretazione volutamente errata e  fuorviante – e sia divenuto, lui pure, uno dei tanti, troppi, Supetiori Incogniti, e quindi un anello della ‘mistica’ catena dei S.I., cui accenna il bravo Arturo Reghini? Ma?! È veramente molta la babelica confusione, ed è savio che il ricercatore, che voglia veramente preservare coscienza e libertà da ogni suadente manipolazione, eserciti una attenta “discriminazione degli spiriti”, conditio sine qua non della sopravvivenza degli individui e delle Comunità spirituali.

Ne vedremo delle belle: promesso!

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2017

Anno XXII n. 6

Giugno 2017

archetipo4

Pentecoste-1

IL DUBBIO

pensatore

Una delle cose intelligenti e importanti nell’uomo contemporaneo è la capacità di dubitare, tant’è che l’alternativa opposta è credere a tutto, prendere ogni cosa per oro colato, che è roba da imbecilli. Poi però anche dubitare di tutto potrebbe essere anche peggio…se comincio a dubitare del mio portacenere mi piomba addosso la psichiatria e mi appiccica una sindrome, mia ma col nome di un altro. Insomma mi infilo in un pasticcio da cui il mio Garmin non se la cava con percorsi alternativi.

Non di meno vorrei scrivere sul dubbio, però mi assale il dubbio che sarebbe impossibile scrivere di qualcosa che sembra senza fine. O forse per trattare convenientemente l’argomento occorrerebbero 60, 600 pagine…Ma nemmeno 6.000 pagine, anche se convincenti, potrebbero convincere il dubbio a darsi certezza.

Esso esiste per sé medesimo e la sua funzione è il dubitare: sempre, anche quando uno pare convinto. Magari mi convince di essere l’oggetto di una ricerca proba e onesta, ma probabilmente lo fa per convincere il me sconsiderato ad accoglierlo per poi prendermelo in casa e rimpinzarlo. Forse per tutta la vita.

Comunque sia, continuo queste righe. Però non dal dubbio ma dalla folle esigenza che lo Spirito sia una certezza concreta: tanto concreta quanto qualsiasi fenomeno percepibile ai sensi, anzi un poco o tanto di più.

La certezza dello Spirito non deve eguagliare in concretezza tutto quello che nel mondo può essere testimoniato da vista, udito, tatto, ecc. e, non occorre dirlo, nemmeno dai pensieri o immagini fondati su questi: tutto questo fa parte di un mondo in cui il dubbio è lecito e spesso terribilmente necessario…

Lo Spirito che sia Spirito dev’essere indubitabile: come la luce del giorno o l’aria che si respira, non certo per quella strana paresi animica che lo sciocco di oggi giustifica con la fantasima di una gran cosa che un tempo fu chiamata fede: miserabile alibi per poter credere a tutto con la letea comodità di pensare a niente.

Per chi ha provato un momento di verità il problema si pone come permanenza: essa il più delle volte ( quasi sempre, anzi sempre) non c’è proprio ed è un vero tormento. Come uno, che abituato alle più crudeli intemperie venisse portato nel conforto di una casa e immediatamente dopo venisse respinto fuori. Oppure a chi ormai morente di sete, ricevuto un mezzo dito d’acqua freschissima, fosse subito abbandonato a cuocere nel deserto.

Perlopiù l’esperienza spirituale viene e si ritira un attimo dopo, attendendo che l’elemento umano sia più che preparato e disposto a sopportarne la realtà infinita, per non parlare della rivoluzione radicale che porta in sé.

Ci si può rendere conto a fatica o con lucidissima disperazione di questo venir presi per attimi ed abbandonati per mesi o anni o anche per un tantino di più.

Ma dubitare per questa ragione dovrebbe essere insensato. Non si dubita dell’esistenza dell’aria se il vento forte soffia raramente, non si dubita della luce solare se viene il buio tra il crepuscolo e l’aurora.

Forse la difficoltà sorge a causa della “super normalità” dell’esperienza spirituale.

La “normalità”, debole e limitata riesce difficilmente a stabilire un contatto con l’esperienza spirituale, tanto più vasta ed intensa che può venir colta spesso a posteriori nella coscienza riflessa, nella sensazione, entrambe più scialbe, diluite: dopo l’attimo vero e indubitabile ciò che si può trattenere sembra, nel tempo, diafano come un sogno. La testa, nonostante la sua indiscutibile importanza, non riesce a contenere l’esperienza spirituale.

Le esperienze decisive non possono essere “provocate”. La permanenza (che le renderebbe normali su un piano superiore) non può farsi stabile finché il pensiero riflesso interpone riserve, pregiudizi: insistendo con questi per conseguire la certezza dello Spirito tutto ritorna confuso. Prova provata sino al codazzo delle infinite discussioni in cui si tenta di imbrigliare l’immateriale in stampini.

Sulla via del ragionamento, del dubbio, dell’inchiesta e di tutto il ciarpame dell’ignoranza (avidyā) si giunge alla verità certa e inconfutabile della…confusione mentale.

E il riferirsi allo Spirito scade sempre in penose chiacchiere da astemi avvinazzati.

Esiste nella capacità dell’uomo l’atto di più-che-pensiero che estingue il pensiero riflesso: questo è il grande segreto dato dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente: segreto manifesto che almeno alcuni fingono di cercare, ma con pensieri ulteriori: grandiosi, acuti…purché siano ulteriormente riflessi (a gloria del proprio soggetto usurpatore dell’uomo). E qui già siamo nella élite, giacché per tanti i citati sono testi in antico, incomprensibile aramaico.

La scomodità dell’esperienza spirituale sta tutta qui. Purtroppo per noi le esperienze spirituali non sono affatto simili alle costruzioni mentali o agli impulsi vitali. Non sono “ cose pensate” ma realtà sentite e vissute nella sostanza e nell’essenza di ciò che crea mondi e il principio umano.

Senza dubbio la coscienza pensante è sempre presente, può intervenire. Ha il modo di pensare intorno allo Spirito, può avere credenze, è aperta alle emozioni, ai riflessi mentali delle verità spirituali e può anche giungere ad una specie di realizzazione che può ricalcare, nel modo migliore consentito dalle sue possibilità, una qualche forma di verità e tutto ciò non è transitoriamente privo di valore ma non è concreto, né profondo, né sottratto al dubbio.

Per se stessa, la coscienza che pensa di riflesso è incapace di definitiva certezza.

Essa può dubitare di tutto ciò che crede, può negare tutto ciò che afferma, può gettar via tutto ciò che afferra (ma se il baloccarsi viene superato, strada facendo si viaggia più leggeri).

Potete sofisticheggiare che questa è la sua libertà, il suo nobile diritto, il suo privilegio: forse si esaurisce qui ciò che si può dire a sua lode. Ma con queste virtù non si speri di giungere a certezze definitive. E’ una ragione di sostanza quella per cui l’indagine sullo Spirito non è in grado di fare luce su Esso.

Se la coscienza è sempre impegnata con i suoi piccoli pensieri, con la grassa trippa delle conoscenze inutili (che si accompagnano sempre ad una folla di impulsi vitali, di desideri, di fideismi, di idee fisse e di tutto ciò che smorza e vizia il pensiero umano), anche senza tenere conto della innata insufficienza della ragione e del sapere ordinari, come mai può esserci posto in noi per un nuovo mondo di conoscenza, per esperienze mai vissute nella vita di qua o per le formidabili irruzioni dello Spirito?

E’ possibile invece che nel sereno svolgimento delle sue abituali, prosaiche attività, l’anima umana sia colta di sorpresa e come sommersa o rapita dalla folgorazione improvvisa dell’esperienza dello Spirito.

Ma se l’ordinaria coscienza si mette a interrogare, a dubitare, a fabbricare teorie e supposizioni su ciò che queste cose potrebbero essere, se sono vere e in quale misura oppure dove nascondono l’errore, cosa può fare la Potenza spirituale se non ritirarsi ed attendere che la coscienza finisca di agitarsi e fermentare?

A tutti coloro che dell’intellettualità astratta fanno criterio giudicante dell’esperienza spirituale (è una tentazione quasi generale), si potrebbe porre una semplice domanda: “Credete che lo Spirito sia più o meno della vostra coscienza così saccente?”

La coscienza astratta, con il suo pensiero astratto, con il suo argomentare senza fine, col suo dubbio perenne, con le sue certezze di un giorno, è qualcosa di a) superiore o di b) eguale alla coscienza spirituale oppure le è c) inferiore?

Se più grande non v’è alcuna ragione, alcuna ricerca da fare.

Se uguale, allora l’esperienza interiore è del tutto superflua.

Ma se è inferiore, come diventa possibile – e a che serve – sfidare, giudicare, citare lo Spirito come accusato o testimone davanti al proprio tribunale, convocarlo davanti a commissioni esaminatrici o schiacciarlo tra i vetrini nel proprio microscopio?

Se la coscienza comune non è la stessa cosa dello Spirito, allora non è nemmeno una fantasia arbitraria e tirannica insistere affinché la coscienza riconosca i propri limiti, se ne faccia una ragione, impari a rinunciare alle pretese e permetta gli atti interiori che sanno trarsi oltre al suo modesto livello.

Non intendo dire che la coscienza ordinaria non abbia nulla a che vedere con la vita spirituale, ma soltanto che non può esserne lo strumento principale e meno ancora l’autorità che subordina tutto al proprio giudizio, compreso lo Spirito. Chi ha sviluppato almeno una disposizione meditativa inizia a comprenderlo.

E’ la coscienza ordinaria che deve farsi radicalmente modesta, per ricevere in silenzio quanto una Coscienza più grande le insegna: subordinarsi nell’ascesa (ascesi) a stati che non operano secondo i canoni del mentale, permettendo che la sua penombra vacillante sia ridisegnata, forgiata da una Luce (forte, reale, più intensa di un masso di granito che ci crollasse addosso) che dissipa la cecità, la sordità, l’insensibilità che chiamiamo destità umana, pure talvolta filantropica, e che la certezza, la pienezza, la gioia (ânanda) sostituisca l’antecedente contenuto dell’anima, quello incerto, limitato, deluso e dubbioso.

CONTROLLO DEL PENSIERO E CONCENTRAZIONE

Massimo - Copia (2)

Da molto tempo, parvemi che all’interno delle file “scaligeropolitane” regni una qual certa confusione circa la differenza tra l’esercizio del controllo del pensiero e la pratica della Concentrazione, e in generale tra i cosiddetti cinque esercizi “ausiliari”, che io preferisco chiamare “basilari”, o “fondamentali”, e la Via della Concentrazione.

Una tale confusione è in parte comprensibile, in quanto riguarda la differenza – per molti, anzi per i più, difficilmente intuibile e afferrabile – tra la semplice via “antroposofica” – che in realtà non è punto “semplice” – e la radicale Via del Pensiero. Per molti – per quasi tutti – la via antroposofica è inconsapevolmente una “via dei pensieri”, ovvero una “via dei pensati”, i quali vengono generalmente accolti più o meno passivamente, e a volte tradotti in attività razionale-intellettuale, o mistico-sentimentale: raramente in concreta, fattiva, attività interiore. È già molto difficile vivere la via antroposofica in maniera autentica, e non distorcerla, non deformarla, non profanarla, non tradirla: come purtroppo sta invece ampiamente accadendo. Come mette in evidenza Massimo Scaligero in tutta la sua opera, i più nei confronti dell’esoterismo e dei contenuti spirituali non riescono a superare i limiti dell’anima senziente e dell’anima razionale-affettiva. Molti hanno una stringente necessità del supporto di tali «pensati», senza i quali – com’è detto nel Trattato del Pensiero Vivente – il loro pensare «non saprebbe essere pensiero». Ma questa è, purtroppo, la generale condizione umana. Che si possa andare oltre tale condizione è un còmpito – una impresa veramente eroica – «realizzabile forse da pochissimi».

Pochissimi, infatti, riescono a intuire, o a sperimentare, l’essere del pensare prima, e oltre, e senza i pensieri, ossia senza quei «pensati» dei quali ordinariamente l’uomo ha cogente necessità per pensare. Conobbi una persona, razionalmente molto dotata, la quale di fronte a questa condizione radicale del «pensare vuoto di pensieri», e del fatto che in realtà, com’è detto ne La logica contro l’uomo, «l’Io non pensa, non sente, non vuole, ma s’identifica, o si disidentifica, col pensare, col sentire e col volere», provò, e confessò, un terrore tale da abbandonare per sempre la Scienza dello Spirito, e darsi alla lucrosa attività del “fare i soldi”. Un’altra persona, a sua volta, maggiormente dotata dal punto di vista razionale e ascetico, di fronte all’idea dell’esperienza dell’oggettività del pensare vivente su sé fondato, e non funzione soggettiva e atto di “potenza” del miserabile ego umano, ebbe egli pure tale paura da ribellarsi violentemente alla Scienza dello Spirito e da giungere persino a irridere pubblicamente la Concentrazione e la Via del Pensiero, pur da lui praticata per anni, per poi darsi alla ricerca di vie della facile forza, della rapida conquista della tanto disiata e bramata “potenza”, nonché darsi al vitalismo più edonistico e trasgressivo. Altri ancora, invece, meno onesti, per non confessare a se stessi, di fronte alla richiesta radicale della Via assoluta, quello che il Buddha Shakyamuni nel Bhayabherava-sutta, quarto Sutta della prima cinquantina del Majjhima Nikaya, chiama il “terrore-spavento”, scartano il problema buttandosi nei mistici languori delle morbide e consolanti “vie dell’anima”, oppure nell’inconcludente dialettismo intellettuale.

La via “antroposofica”, in quanto via dei pensieri, è una via “mediata”, la quale di per sé – se lealmente e onestamente percorsa – può portare veramente molto lontano: anche a incontrare la Via Assoluta, l’autentica Via del Pensiero. Infatti, essa, ancorché mediata, è un’autentica via spirituale e non una “via dell’anima”. Quest’ultima, invece, è ciò che dai “birbonipolitani” – i quali sarebbero, secondo la calzante e divertita espressione del mio ottimo amico C., gli abitanti di Birbonopoli, capitale della nefandissima “Birbonia” – surrettiziamente, col “trasbordo ideologico inavvertito”, si cerca di sostituire alla verace Via spirituale mediata o immediata, donata dal Maestro dei Nuovi Tempi e riposta al centro da Massimo Scaligero.

Che la Via del Pensiero, come Via Solare, o Via Assoluta, non coincida con la Via antroposofica, è dimostrato, tra l’altro da quel che più volte mi disse personalmente Massimo Scaligero, riferendosi per esempio, tanto per citare un caso fra altri, ad antichi asceti buddhisti, come Nagarjuna e al suo Shunyavada, o “dottrina del Vuoto”, della quale Massimo Scaligero parla ampiamente ne La Via della Volontà Solare, e in molti suoi articoli. Ma, in alcuni colloqui personali, egli mi rivelò pure che vi erano nel mondo alcune persone – autentici asceti operanti – le quali, da sole, «avevano scoperto il segreto del pensiero: l’essenza segreta della Via del Pensiero Vivente», e – con mio evidente e gioioso stupore – mi comunicò che tali persone nulla sapevano dell’Antroposofia né di Rudolf Steiner, del quale non conoscevano neppure il nome. E, in maniera significativa, aggiunse: «Noi che abbiamo scoperto il segreto della resurrezione del Pensiero Vivente siamo tutti collegati, e ogni notte noi ci incontriamo nel Mondo Spirituale». Mi prendo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza rispetto a questa comunicazione che Massimo Scaligero mi fece. E forse non la fece solo a me.

È noto come Rudolf Steiner avrebbe voluto dare al mondo unicamente quelle opere riguardanti la pura e radicale Via del Pensiero: l’Introduzione alle opere scientifiche di Goethe (1883–1897), la Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e Scienza (1892), la Filosofia della Libertà (1894), Nietzsche, lottatore contro il suo tempo (1895) la Concezione goethiana del mondo (1897), I Mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi (1901) gli Enigmi della Filosofia (1914). Egli considerava essere questo il suo precipuo còmpito: indicare la Via della liberazione del pensiero, donandola al mondo nella forma di un ascetico idealismo magico. Anche su questo punto, Massimo Scaligero con me fu assolutamente esplicito. Dopo aver cercato per un paio di decenni di indicare al mondo la Via solare del pensiero, di fronte alla totale irrispondenza e alla incomprensione del mondo scientifico e culturale di allora, si rivolse alle uniche persone che allora in Germania erano sinceramente interessate ad una ricerca spirituale: i teosofi. Questi, in generale, erano gran brava gente, ma perlopiù – tolte alcune eccezioni – erano persone semplici e ingenue, e non erano all’altezza di comprendere la Via ‘immediata’ che Rudolf Steiner indicava, troppo ‘abbagliante‘ per molti di loro. Fu perciò necessario che venisse da lui donata una Via più ‘mediata’, adatta alla comprensione e al linguaggio di coloro che, all’interno delle cerchie teosofiche, erano disposti con buona volontà ad ascoltarlo, e a praticare.

Tuttavia, egli non rinunciò, nella Prefazione di Teosofia, p. 12 dell’edizione italiana del 1994, nell’appendice del 1918 al libro Iniziazione, pp. 183 et seq. della edizione del 1952 dei Fratelli Bocca, e a metà del quinto capitolo della Scienza Occulta, pp. 225-226 della edizione di Laterza di Bari,  del 1932, a indicare che la Via del Pensiero era una via ‘immediata’, distinta dalla via ‘mediata’ delle comunicazioni dell’Antroposofia circa il Mondo Spirituale:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in sè stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Ora va da sé che sia che si segua la Via ‘mediata’ – ovvero la Via antroposofica – sia che con maggior audacia si segua la Via ‘immediata’ – la Via Assoluta o Solare – è necessario il controllo del pensiero. E il pensiero non è controllato se i nostri pensieri sono – come avrebbero detto i Futuristi del primo Novecento – “pensieri e parole in libera uscita”: quello che Rudolf Steiner nei Quaderni Esoterici chiama «il fatuo accendersi dei pensieri». Va da sé, altresì, che il nostro pensiero non è controllato, né tampoco “libero”, se il suo oggetto e il suo svolgimento sono imposti e condizionati, dall’ora del giorno, dal nostro stato di salute, dall’educazione ricevuta, dall’eredità familiare ed etnica, dallo stato sociale, dalle esperienze attraversate, dai pregiudizi correnti, e via dicendo.

Rudolf Steiner indica brevemente ma chiaramente lo scopo dell’esercizio del controllo del pensiero. E che per Rudolf Steiner l’esercizio di tale controllo non coincida con l’effettiva pratica della Concentrazione risulta chiaramente da quanto egli dice nei suddetti Quaderni Esoterici, che riporto nella traduzione fatta fare da Romolo Benvenuti:

«Tutti gli esercizi di meditazione, di concentrazione e di altro tipo diventano infatti privi di valore e, da un certo punto di vista, addirittura dannosi, se la vita non viene impostata secondo queste regole preliminari. Non si tratta di fornire all’individuo nuove forze, bensì di svilup­pare quelle che già esistono in lui. Da sole, esse non si sviluppano, perché trovano molti impedimenti, interiori e esteriori all’uomo stesso.

Gli impedimenti esteriori vengono rimossi per mezzo delle seguenti regole di vita; quelli interiori, per mezzo di particolari indicazioni riguardanti la meditazione e la concentrazione». 

E, poche righe oltre, così descrive l’esercizio del controllo del pensiero:

«La prima condizione consiste nel conseguire un pensiero perfettamente chiaro. A tale scopo, sia pure per breve tempo, anche solo per cinque minuti ogni giorno, (e anche di più se possibile) ci si deve rendere liberi dal confuso vagare dei pensieri. Bisogna rendersi padroni del proprio mondo di pensiero. Non se ne è padroni se le condizio­ni esterne, la professione, una tradizione qualsiasi, le relazioni sociali, persino l’appartenenza a un cer­to popolo, particolari ore del giorno, determinati doveri, condizionano di fatto il corso e lo svolgimento del nostro pensare. Occorre dunque scegliere un breve lasso di tempo, durante la giornata, in cui poter svuotare completamente l’anima, per libera volontà, dal corso diuturno e consue­to dei pensieri, e in cui porre al centro dell’anima, per propria libera iniziativa, un determinato pensiero.

Non bisogna credere che debba essere un pensiero elevato o interessante. Ciò che sul piano occulto deve essere raggiunto, si consegue persino meglio se, da principio, ci sforziamo di scegliere il pensiero meno interessante e meno significativo possibile. Con questo esercizio, infatti, viene stimolata la forza autonomamente attiva del pensare, ed è questo che importa; un pensiero interessante, al contrario, trascinerebbe con sé l’atten­zione per sua intrinseca forza. È meglio dunque che questa condizione del controllo dei pensieri venga attuata scegliendo come oggetto del pensare uno spillo, piuttosto che Napoleone il Grande.

Si dice a se stessi: “Parto da questo pensiero e, in forza della mia autentica iniziativa interiore, aggiungo ad esso tutto quanto può esservi appropriatamente connesso”. Alla fine del tempo prefisso, il pensiero deve sostare innanzi all’anima ancora altrettanto colorito e vivace quanto al principio». 

Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, che amo citare nella traduzione di Emmelina de Renzis e di Emma Battaglini, recante la mirabile Prefazione del poeta Arturo Onofri, pubblicata in prima edizione nel 1924, e in seconda edizione nel 1932 da Giuseppe Laterza & Figli, Bari – la stessa edizione dalla quale, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse, come racconta egli stesso in Dallo Yoga alla Rosacroce, ‘aprendola a caso’, una pagina che per lui fu un’esperienza folgorante, decisiva per tutto il suo ulteriore cammino – così viene descritto il medesimo esercizio del controllo del pensiero, alle pp. 216-217:

«È necessario in tutti i campi che il pensiero dell’uomo sia conforme ai fatti, sia obiettivo. Nel mondo fisico-sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’Io umano all’obiettività. Se l’anima lasciasse errare qua e là i suoi pensieri senza scopo, verrebbe ben presto corretta dalla vita, a meno di volersi mettere in conflitto con questa. L’anima deve conformare i suoi pensieri alla realtà dell’esistenza. Ma quando l’uomo distoglie l’attenzione dal mondo fisico sensibile, gli viene a mancare il necessario correttivo, e se allora il suo pensiero non è al caso di correggere se stesso, si abbandonerà alla confusione. Il pensiero perciò dello studioso di occultismo deve esercitarsi in modo da prefiggersi la propria direzione e il proprio scopo. La saldezza interiore e la capacità di concentrarsi esclusivamente sopra un oggetto: ecco le qualità che il pensiero deve tendere ad acquistare. Difatti, per gli esercizi della «meditazione» non si devono cercare soggetti lontani o complicati, ma facili e familiari. Chi riesce a fissare il suo pensiero durante varii mesi, almeno per cinque minuti al giorno sopra un oggetto qualsiasi (per esempio, una spilla, una matita, ecc.), e ad escludere durante quel tempo ogni altra idea, che non si riferisca a quell’oggetto, avrà già fatto molto per raggiungere il suo scopo (si può pensare tutti i giorni a un nuovo oggetto, o pure conservare il medesimo per varii giorni). Anche colui che sente di essere un «pensatore» non deve disprezzare questo modo di rendersi «maturo» per l’educazione occulta; perché, se l’uomo fissa il pensiero per qualche tempo sopra un oggetto familiare, può essere sicuro di pensare obiettivamente. Chi chiede a se stesso: Come è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce la matita? Come vengono connesse le diverse sue parti? Quando è stata inventata la matita? – E così di seguito; chi pensa a quel modo armonizza le proprie idee molto più con la realtà, di colui che riflette sopra la discendenza dell’uomo, o su ciò che è la vita. Gli esercizi semplici del pensiero ci preparano molto meglio a orientarci nelle evoluzioni, di Saturno, del Sole e della Luna, che non le idee complicate e erudite, perché non si tratta affatto di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per virtù di forza interiore. Se l’uomo si è educato all’accuratezza del pensiero con lo studio di un processo fisico-sensibile facile ad osservare, il suo pensiero si abitua a essere obiettivo, anche quando non si sente più dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi; egli perde l’abitudine di lasciare errare il suo pensiero».

Un tale esercizio, consistente nel portare un ordine cosciente nel proprio pensare, esige un certo impiego della volontà nell’essere attenti e vigili. È una condizione essenziale perché come afferma il Buddha Shakyamuni nei primi versi dell’Appamadavagga del Dhammapada:

«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno». 

Mentre nel Jaravagga del Dhammapada, così avverte e ammonisce il Sublime:

«Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti, come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato».

È evidente che senza una tale attenzione, un tale volitivo controllo dei pensieri, nel sentiero spirituale non si va proprio da nessuna parte. Ma la Concentrazione, come trasmessaci da Massimo Scaligero, pur presupponendo, naturalmente, il suddetto volitivo controllo del pensiero, è una Via più radicale, così come lo è nell’esempio più sopra riportato dalla Scienza Occulta, la Via ‘immediata’ del pensiero puro della sua Filosofia della Libertà rispetto alla Via ‘mediata’ del pensiero libero dai sensi che ripercorre le comunicazioni della Scienza dello Spirito. Lo scopo dell’esercitarsi nel controllo del pensiero è quello di portare ordine nello svolgimento del processo pensante, di pensare in maniera oggettiva e impersonale, senza subire qualsivoglia condizionamento: esteriore o interiore, fisico o psichico. Scopo e mèta della Concentrazione, invece,  è quello di sperimentare l’essere originario del pensare. 

Solo apparentemente l’esercizio del controllo del pensiero e la Concentrazione sono simili nella loro fase iniziale. Naturalmente, ambedue devono fare appello all’attenzione volitiva. Mentre il controllo del pensiero è vòlto, come detto più sopra, a portare ‘ordine’ nello svolgimento dei pensieri, nella loro logica concatenazione, all’attenersi al tema scelto, all’evitare il divagare, e in tal senso l’esercizio ha una profonda, e necessaria, azione educatrice, e persino terapeutica, la Concentrazione ha un solo obbiettivo: la messa in atto della più energica volontà nel veicolo del pensare. È la forza-pensiero che deve essere sperimentata e non l’oggetto o il tema del pensare, che è mero pretesto per la messa in atto della volontà pensante. Anzi nelle fasi avanzate della Concentrazione, l’oggetto del pensiero perde sempre di più la sua importanza, sino al punto in cui unico oggetto del pensiero è il pensare stesso: tutt’uno con il fluire sempre più impersonale del volere pensante. È un andare ben al di là della funzione propedeutica ed educativa dell’apparentemente semplice esercizio del controllo del pensiero.

Parvemi che alcuni amici confondano, comprensibilmente, il primo tempo della Concentrazione con l’esercizio del controllo del pensiero, e ritengono che la Concentrazione vera e propria si identifichi con il secondo tempo della Concentrazione. Ma è un errore: controllo del pensiero e primo tempo della Concentrazione sono solo apparentemente simili. Nella Concentrazione – indipendentemente dal fatto che si tratti del primo o del secondo tempo di essa – l’essenziale è l’attenzione assoluta e la forza di volontà in essa impiegata. Se l’impegno dell’asceta nel primo tempo della Concentrazione è energico, totale, senza risparmio, tale primo tempo è già la Concentrazione nella sua completezza e come tale può portare all’esperienza della forza-pensiero. A tale proposito, Massimo Scaligero è estremamente chiaro, al punto di scrivere, nel quarto capitolo Logica e tecnica della Concentrazione, nella seconda parte de La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, p. 243:

«Giova sottolineare che il I tempo dell’esercizio è già una forma compiuta di concentrazione, tipicamente sufficiente a sé, ai fini dell’ascesi del pensiero e della introduzione all’esperienza del «vuoto» (ossia dell’annientamento consapevole e perciò volitivo della attività così conseguita, per l’affiorare di forze originarie della coscienza). In tal senso esso dà luogo in altro ma non dissimile modo, al superamento del residuo formale del tema, che si richiede specificamente nel II tempo. 

Il primo tempo può condurre di per sé allo svincolamento del pensiero, ove sia praticato con regolarità e continuità, in quanto la sua intensità giunge ad obbiettivare il contenuto interiore del tema. Lungo la stessa direzione, il secondo tempo consiste nell’avere come oggetto il contenuto enucleato del primo. Nell’uno e nell’altro, il senso del tema viene condotto ad esaurimento, perché al suo luogo affiori la forza-pensiero suscitata.

La distinzione dei due tempi è utile ai fini della coscienza gnoseologica dell’esercizio, epperò in relazione all’esigenza di ritornare talora a insistere sull’analitica preliminare del primo tempo, oppure a sospenderla temporaneamente.

Si può dire che il II tempo sia la compiutezza del I e che il I, ove consegua la propria interezza, contiene in sé il II. In definitiva l’esercizio è uno. La sua compiutezza può portare lo sperimentatore alle soglie del pensiero vivente, ossia alla possibilità di contemplare l’attività suscitata dalle profondità dell’anima cosciente, nei due tempi: che non è più un pensare, o un contemplare pensante, bensì l’inizio di un percepire interiore». 

Indubbiamente, la pratica della Concentrazione è un’ascesi dura – “aspra e forte”, un “cammino alto e silvestro” direbbe il mio amato Dante – e il praticante è fortemente tentato di “prendersela comoda”, di “addolcirne” l’asprezza, di diminuirne la faticosità. Per cui accade che taluni cerchino di fare rapidamente, e approssimativamente, il primo tempo della Concentrazione, per passare poi al secondo tempo, ritenuto più interessante e soprattutto più “riposante”: è una illusione ed un errore che rendono inutile l’intero esercizio. Perché se l’esercizio deve essere l’esperienza della forza-pensiero, la volontà nel pensare deve essere impegnata tutta, messa in giuoco tutta, senza residui. Non bisogna farsi sconti a tale proposito. Attenzione e volontà impegnate a fondo – sino all’ultimo ‘atomo’ di forza – nel primo tempo dell’esercizio.

A tale proposito, voglio riportare quel che disse Massimo Scaligero sull’esecuzione della Concentrazione ad una persona della mia città:

«Devi eseguire l’esercizio con attenzione assoluta, come un alpinista che deve scalare una verticale parete dolomitica. Come per l’alpinista ogni movimento delle mani e dei piedi deve essere ben cosciente, e non automatico, così come l’alpinista prova la saldezza di ogni appoggio prima di un movimento di ascesa, così tu devi essere illimitatamente attento ad ogni singolo pensiero: volere coscientemente ogni singolo pensiero della concentrazione. Se l’alpinista mettesse un piede in fallo, precipiterebbe e si sfracellerebbe sulle rocce alla base della parete: per questo egli è illimitatamente attento ad ogni singolo movimento ed esegue i suoi movimenti uno per volta. Così devi operare con ogni singolo pensiero della tua Concentrazione: come se sbagliando un pensiero, tu dovessi precipitare e sfracellarti».

Quindi volitiva attenzione assoluta ad ogni singolo pensiero: eseguendo i singoli pensieri uno per volta. Nella rieducazione visiva di bambini con particolari problemi si fa loro praticare un esercizio nel quale essi devono trapuntare con un ago o uno spillo una figura filiforme disegnata su un foglio bianco: devono eseguire tale esercizio lentamente, senza furia, e con attenzione assoluta. È evidente che il bambino che si esercita così non può traforare la figura disegnata sulla carta in più punti contemporaneamente: può traforare solo in un punto alla volta. Ugualmente nella Concentrazione ogni singolo pensiero del primo tempo di essa deve essere attentamente voluto: deve essere pensato ogni singolo pensiero con attenzione assoluta, come se il pensiero precedente non fosse mai esistito e come se il successivo non esisterà mai. Non si devono pensare due o tre o venticinque pensieri alla volta, come avviene nell’ordinario caos del pensare quotidiano. Ogni singolo pensiero dell’esercizio deve essere intensamente voluto nella sua unicità: impegnando in esso tutta intera la volontà.

Se questo primo tempo della Concentrazione viene eseguito con attenzione assoluta, con totale dedizione volitiva e risoluta energia – “da teppista”, mi scrisse Massimo Scaligero – allora, poi, il secondo tempo è fruttuoso e fecondo: in esso si può raggiungere gradualmente l’immobilità della contemplazione dell’oggetto-sintesi, sino alla contemplazione della forza-pensiero “vuota” di pensieri. Ma non ci si arriva a tale alto risultato se, per pigra comodità, ci si è “risparmiati” nel primo tempo dell’esercizio. Non ci sono scorciatoie, e gli Dèi non rispondono ai pavidi e ai pigri. Ma la perseveranza e la fedeltà prima o poi vengono sicuramente premiate. Vi sono persone che hanno sperimentato la liberazione del pensare dal supporto fisico e la travolgenza del Pensiero Vivente praticando con tenacia e disperazione il primo tempo della Concentrazione. 

Fatica notevole, davvero: come vangare o zappare un campo da dissodare. O come dice Rudolf Steiner, riportato da quell’elementaccio di Franco Giovi: “lavoro di edilizia pesante”. Qualcosa di più e di molto diverso dal semplice controllo del pensiero.

PURITÀ E PURIFICAZIONE

thumbnail_4

Come sempre di quanto segue ne abbiamo già parlato. Credo che se ne possa parlare ancora, poiché chi tenta di seguire la Via occulta dovrebbe affinare una qualità di discernimento più alta ed incisiva del comune. L’anima che possiede una coscienza lucida è come un falò in una notte buia dove tutto d’intorno è un coacervo di cose o esseri celati: tutti vorrebbero trovar spazio nell’uomo. Per fare un esempio concreto, in particolare nel nostro Paese, può essere oltremodo difficile il saper separare i sentimenti religiosi da una sorta di subconscio cattolico: esso è un ente reale. E’ suadente: vuole.

A tal proposito non parlo di coloro che sono stati cattolici e antroposofi consapevoli. Un tempo ce ne furono. Di costoro conobbi uno che faceva la spola tra Marie Steiner e Padre Pio: il karma non è mai semplice e probabilmente costui seguiva correttamente il dharma, la propria interiore legge. Di questo signore, scomparso da anni, posso raccontare un aneddoto: egli ad un certo momento e dopo lunghe meditazioni, aveva messo insieme una forma rituale e, prima di farne, con i suoi amici un uso pratico, mise accuratamente tutto su carta. Prima portò il documento all’attenzione di Marie Steiner. Avuto da lei l’assenso andò a incontrare Padre Pio. Lì, nella chiesa attese che il sacerdote passasse. Voleva parlargli, spiegare. E il Santo passò veloce, toccò la borsa che conteneva la descrizione del rito, alzò gli occhi sul nostro e, quasi senza fermarsi gli disse: “Figliolo, va bene”.

Il male è piuttosto quando, inconsapevolmente si agisce (ad esempio) per la Chiesa di Roma supponendo che la molla dell’azione provenga dalla Filosofia della Libertà. Del resto, immergersi nella mistica “assistita” è mille volte più facile che osare il cammino della libertà: questo, già in se difficilissimo, è incompreso, perciò odiato, persino negli ambiti dove si coltiva la spiritualità che vorrebbe essere di contenuto esoterico.

Troppo spesso ciò che passa per spiritualismo è solo un complicato reticolo di osservanze, regole, condizionamenti, pregiudizi culturali, educazione famigliare e sociale: si crede di fare qualcosa mentre l’anima è sepolta (schiacciata) sotto il peso abnorme di latenze psichiche e di pregiudizi non avvertiti. L’antica inimicizia tra la via della chiesa e la via occulta, per quanto ho potuto sperimentare in ambedue, mi pare giustificata.

Si cerchi di non dimenticare che il senso della parola “puro” è parecchio distante da quegli strati geologici che si sono sedimentati nelle anime come frutto del comune sentire e che, nella pratica, diventa carattere di azioni obbligate, come fossimo schiavi in catena. La purezza di S. M. Goretti e la purità del Mago sono cose assai diverse.

Premetto che in tutto ciò non vi è alcuna antipatia o avversione nei confronti della vita comune, sociale o religiosa: che andrebbe compresa e rispettata quando chi la segue non possiede altra via d’uscita (anche se per “noi”è più facile rispettare “loro” che il contrario). Queste sono semplici osservazione che, per analogia, ci portano solo a distinguere le banane dall’uva.

Se ci riportiamo al senso proprio del termine “puro”, troviamo innanzitutto il concetto fondamentale di “ciò in cui non è presente alcun elemento estraneo” o “che non è mescolato con altra cosa” e poi, per estensione, quello di “vero”, “semplice”, ecc…

Si potrà dunque dire che nella pienezza del termine, l’attributo “puro” è applicabile solo a Principi sussistenti per virtù propria, mentre ogni cosa (o essere) manifestato è interdipendente o composto di svariati elementi e determinazioni non proprie. Da ciò risulta che la purità trova esistenza solo in ambito metafisico.

Perciò, nella prassi, una via di purificazione – intesa nel senso più profondo – non può non tendere ad una identificazione con un puro Principio. E questo, guarda caso, è il fine di una via iniziatica.

Cito alcuni passaggi di Chuang-Tse, in sostanza eternamente validi:

Nel corpo di un uomo, egli non è più un uomo…Infinitamente piccolo è ciò per cui è ancora un uomo, infinitamente grande è ciò per cui è uno con il Cielo

L’essere che ha ridotto il suo io distinto a quasi nulla non entra più in conflitto con chicchessia, perché è stabilito nell’Infinito, cancellato nell’indefinito. Esso è pervenuto e si è stabilito nel punto di partenza delle trasmutazioni, punto neutro in cui non vi sono conflitti. Concentrando la sua natura, alimentando il suo spirito vitale, chiamando a raccolta tutte le sue potenze, esso si è unito al Principio di tutte le genesi”.

Questo potrebbe far intendere quale possa essere il senso della “purificazione” preliminare e necessaria per comprendere e ricevere le forze atte a procedere nelle fasi iniziali ed intermedie del processo iniziatico.

Essenzialmente si tratta di condurre l’essere che si è verso una condizione di semplicità indifferenziata (analogo allo stato di materia prima della saggezza ermetica) che sospenda o cancelli in momenti via via più ampi e radicali le sovrastrutture provenienti dalle contro-forze dell’apparenza sensibile e della sua impressione psichica.

Senza questa condizione gli ostacoli al Fiat Lux dell’esperienza interiore sono barriere permanenti.

Contrariamente a quanto il sentire comune è portato a credere, la fase di preliminare purificazione non consiste in alcun rafforzamento delle qualità come ordinariamente vengono riconosciute, nell’arricchimento delle “capacità mentali” o dei propri assunti morali, ma in un relativo e realissimo processo di inversione e cancellazione delle determinazioni personali. E qui troviamo subito una contraddizione, poiché il soggetto che si adopera per questo scopo deve sviluppare una grande forza che gli permetta i momenti di una spoliazione di sé.

Scrive il Dottore, nella sua superbamente incompresa Verità e Scienza: “...al principio della teoria della conoscenza si deve escludere ciò che già rientra nel campo del conoscere; se la teoria della conoscenza vuole veramente illuminare l’intero campo del conoscere, deve prendere per punto di partenza qualcosa che da questa attività non sia stato affatto toccato, donde anzi questa attività stessa riceva il primo impulso. Ciò da cui si deve cominciare sta fuori del conoscere…”. Sì, non è condizione raggiungibile con l’ebetismo: l’Opera al Nero chiede una forza sconvolgente.

Da un punto di vista strettamente personale si potrebbe parlare più di perdite che di guadagni: ma questo dovrebbe in fondo apparire, seppure difficile, “normale” in chi si senta spinto a liberarsi dalle aspre limitazioni inerenti l’angusta condizione personale per realizzare la natura dell’Uomo Vero.

Dunque l’Opera Iniziatica implica una sequenza di sacrifici: essi non rimangono “vuoti” ma ad ogni atto in cui si consegua una morte interiore corrisponde la nascita di una forza che era sconosciuta e che modifica anima e corpo. Non a caso nella terminologia coniata dal Dottore, il concetto di “pensiero puro” indica una condizione in cui il pensare si sia liberato dalle rappresentazioni del sensibile ed in cui si riveli solo potenza e atto di se stesso. Questo ci riporta alla necessità di volgersi ad un Principio sussistente per se stesso.

La purificazione, nella struttura dell’uomo contemporaneo, si rivolge sostanzialmente al denudamento e all’inversione delle forze del pensare, del sentire, del volere, del ricordare e del giudicare (i livelli di lavaggio dei metalli dalle impurità). In sede di operazioni pratiche ci si può indirizzare verso i cinque “ausiliari” dati da Rudolf Steiner. Essi hanno una portata assai più vasta di quanto il giudizio superficiale possa ritenere. Forse vale la pena ricordare che, di solito, il loro apprendimento è tragicamente sminuito dal pensiero riflesso o profano con il quale – in un primo momento o per tutta la vita – gli si considera come compresi.

In tempi più antichi si mediava ritualizzando attraverso gli “elementi” che sono i più ‘semplici’, validi non soltanto per gli uomini ma anche per gli oggetti, luoghi ed edifici.

Vicino alla nostra cultura abbiamo l’esempio dell’acqua: nel Battesimo come nella benedizione di luoghi e nelle abluzioni. A nord i corpi venivano bruciati sulle pire, nel fuoco.

Cose che nulla hanno avuto a vedere con prescrizioni igieniche o di pulizia corporea secondo la sciocca concezione moderna che sembra compiaciuta nello scegliere sempre l’interpretazione più ottusa e grossolana. Come altrettanto avviene con le pretese spiegazioni “psicologiche” che alla base non sono migliori.

Vale a dire che l’azione effettiva dei riti non è ‘credenza’ né teorizzazione ma fatto attivo e positivo.

Rivolgendosi al moderno Occidentale è importante insistere che, per cominciare un lavoro iniziatico è indispensabile uscire dai giri viziosi delle elaborazioni mentali e dagli astrattismi deduttivi per rivolgersi con i mezzi appropriati allo scopo ovvero alla pratica costante e ben diretta dello sforzo interiore e dell’interiorizzata vita rituale. Ciò senza accennare ai tanti rattenimenti, crisi e soluzioni che l’anima attraversa: prima e durante.

E’ una strada determinata e sostenuta dall’Io che estrae da una oscurità tombale il volere, da cui divampa l’igneo splendore dell’elemento solare: essa è dunque una via magica e pura.

Ars Medica

DavidApollo

L’incontro tra Medico e paziente è, nel microcosmo umano, la traccia dell’ Incontro Archetipico Macrocosmico.

La relazione tra i due, a maggior ragione se su un percorso di realizzazione interiore, può divenire il teatro del disvelamento delle Forze che ciascuno porta, più o meno consapevolmente, in sé.

Attraverso la Luce della comprensione delle dinamiche disarmoniche, osservate su entrambi i fronti, ereditario ed individuale, con il sostegno del Calore animico della compassione per la sofferenza del malato e di quello spirituale del Pensiero diretto all’aiuto concreto, per tramite della Parola rivelatrice della realtà della malattia e utilizzando i giusti Rimedi, questo incontro può portare alla guarigione, su piani diversi.

Fondamentale, in questo raccordo di intenti, è la volontà del paziente di oltrepassare e superare i limiti che hanno portato alla malattia, che sono sempre limiti interiori i quali chiedono di essere superati, sempre più consapevolmente e a seconda delle forze di ciascuno.

In questo processo, il Medico è un catalizzatore che non travalica la libertà del malato, anche quella di non guarire, ma può permettergli, attraverso le Forze che suscita in sé, di oltrepassare il guado e trasformare una debolezza in una forza.

Questo rapporto si instaura su entrambi i fronti, Medico e paziente crescono nel prendersi cura l’uno dell’altro; sì, perché il paziente si prende cura del Medico, attraverso la gratitudine nei confronti del suo impegno e anche perché la sua storia, può essere vista come uno spunto ulteriore per una comprensione, sempre più profonda, delle dinamiche di salute e malattia.

Ciò che conta è, impersonalmente, il disvelarsi della Meraviglia per il creato, in ogni più piccolo andito, di cui la storia del paziente è un frammento che dice il Tutto, senza il quale quelle comprensioni non sarebbero state possibili.

E questo modo di guardare alla malattia, come fonte di benedizione e comprensione, è parte del processo di guarigione che nell’ Arte Medica si può inverare.

Il Medico, come pedagogo e artista, che dipinge sulla tela del destino del paziente, i colori dell’incontro tra due individualità in divenire.

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2017

Anno XXII n. 5
Maggio 2017

archetipo3

donna-vestita-di-sole

 In questo numero:

 

SMASCHERARE LA MENZOGNA – ONORARE LA VERITA’

wolf

…καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς.
…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi
.
Giov. 8, 32.

Aveva perlomeno mille volte ragione Massimo Scaligero ad affermare esser la presente l’epoca, quella nella quale si eran proprio rotte le dighe, dalle quali tuttavia non necessariamente fuoriuscivano, né tuttora fuoriescono, le limpide acque dello Spirituale, nonché ad affermare esser questa per di più l’epoca della più babelica confusione delle lingue. Quando, ancor adolescente, nei lontani anni sessanta del trascorso secolo, andavo affannosamente in cerca di una fonte di Sapienza alla quale potermi abbeverare, allora ben poco trovavo per placare la mia sete. Pochissimi testi erano reperibili nelle librerie della mia città, mentre qualcosa di più potevo trovare in varie biblioteche. In particolare, cercavo di conoscere qualcosa dell’autentica corrente spirituale rosicruciana, che trovavo citata sovente in vari libri, ma nulla o quasi mi riusciva di trovare. Per di più, ero molto giovane e moltissimo ignorante.  

Fu per me un vero dono del destino l’aver incontrato, nell’agosto del 1969, l’amico L. il quale, non solo mi chiarì molte cose circa l’occulto in genere, e in particolare la differenza tra il rosicrucianesimo autentico e quello grossolanamente o abilmente contraffatto, che a tutt’oggi sin troppo circola nel mondo, ma soprattutto egli mi fece incontrare Massimo Scaligero. Quel incontro cambiò tutto, proprio tutto della mia vita, e placò molto la mia sete. Cambiò soprattutto il mio modo di cercare, perché chi può abbeverarsi alla acqua pura di una fonte, ad una sorgente non inquinata, poi non cerca certo l’acqua conservata nelle bottiglie, per quanto questa possa pur essere utile a molti.   

Ma, oggi, scollinato il secolo e il millennio, pare che il panorama sia davvero alquanto cambiato, “luminosamente” cambiato: pare che siano arrivati i tempi delle vacche grasse, e tutto sia illimitatamente a disposizione di tutti. Come dire: quando niente e quando troppo! La nostra parrebbe essere davvero un’epoca moltissimo fortunata e illuminata! Addirittura, direi, abbagliata dal troppo rifulgere di un’oceanica sapienza. Infatti, abbondano Maestri, Gran Maestri e Grandi Hierofanti dei Due Emisferi, Superiori Incogniti Iniziatori, Druidi celtici, Drotti germanici, Guru, Svami e Svamazzi, Maghi e Magazzi, Maestri Ascesi e Discesi, Intelligenze Solari incarnate e disincarnate, e chi più ne ha più ne metta. Ma abbondano altresì, per la più grande felicità del popolo anelante e belante, gli Ordini occulti della più diversa specie e fattura: massonici, martinisti, templari, ermetici, egiziaci, isiaci, osiridei, ed eziandio – anzi: soprattutto – rosicruciani.  Massimo Scaligero più volte osservò, tra l’amaro e il sarcastico: «Oggi sono tutti ‘iniziati’, oggi sono tutti ‘rosacroce’!».   

A conferma di questa babelica “inflazione” dell’occulto, del dilagare delle sue acque non precisamente limpidissime, anzi acque che si trasforman poi in una mefitica palude, dagli attossicanti miasmi, voglio riportare, come esempio assai istruttivo – solo uno fra i molti possibili – un evento occorso pochi mesi fa nelle celtiche e langobardiche contrade della Gallia Cisalpina. Il 26 e il 27 novembre 2016, si è svolto in quel di Milano il 2° Simposio sulla Cultura Immaginale, Esoterica e Simbolica, simposio dall’accattivante titolo Tradizioni Gnostiche e Tradizioni Rosicruciane, aperto dal Prof. Claudio Bonvecchio, alto dignitario del Grande Oriente d’Italia. Veramente ‘notevole’, devo dire, la ‘statura’ iniziatica dei vari simposiasti oratori e relatori, tutti quanti appartenenti a vari Ordini e Fratellanze sedicenti iniziatiche.  

Per l’impegnativo argomento della Chiesa Gnostica Egizia (sic!) e Massoneria Egizia, era presente come relatore – annunciato al popolo intervenuto solo con due dei suoi molti nomina mysticaTau Julianus/Apis, ‘Primate’ della Chiesa Gnostica Egizia e Gran Hierophante Generale del Sovrano Santuario Egizio Mediterraneo Regime Rettificato dei Riti di Mizraim e Memphis: organizzazione, come si vede, dalla kilometrica denominazione, la quale farebbe sperare ai postulanti il conseguimento di una altrettanto kilometrica ‘sapienza’.  

Dopo il lauto pranzo, e in piena digestione, sull’altrettanto impegnativo tema: Gnosi, fatti non fummo per vivere come brutti (sic!), si è cimentato tale Rocco Bruno, al quale sarebbe cosa buona, forse, consigliare di lasciare in pace gli endecasillabi dell’Ulisse dantesco, e far presente che il divin Poeta, nel verso improvvidamente parafrasato dallo gnostico relatore, scrive bruti e non brutti, come invece costantemente appare nel dépliant del dotto (si fa per dire…) “Simposio”, nonché in tutto il sito web ad esso dedicato, e nella correlata pagina di un noto social forum. Magari, sarebbe bene indicargli pure un buon dizionario etimologico – come l’intramontabile Pianigiani – potrebbe esser utile ad erudirlo sul fatto che, nel caso in questione, in latino ed in italiano, ‘bruto’ al singolare significa tardo’, pesante’, ‘sgraziato’, ‘stupido’ ed anche, per estensione, ‘animale’, mentre l’aggettivo italiano ‘brutto’, dalla controversa etimologia, potrebbe derivare – per assimilazione cosonantica, almeno secondo taluni linguisti – da quello latino ‘abruptus’, ed ha il senso di ‘improvviso’, ‘brusco’, ‘senza mediazione’ o ‘senza preparazione’, come nell’espressione latina ‘ex abrupto’, o nell’espressione dell’attuale orsolupesco volgare etrusco: ‘l’ho affrontato di brutto’, cioè ‘poco diplomaticamente’. E, visto che vari relatori e partecipanti di sì preclaro Simposio si fregiano del titolo di massoni, questo selvaggio lupaccio cattivissimo – che si guarda bene dall’entrare in cotali Obbedienze e Fratellanze, perché altrimenti negli ameni Appennini e nelle steppe dell’Asia, in tal caso, vi sarebbe una vera epidemia di lupacci cattivissimi morti dal ridere – vorrebbe far loro presente che la ‘pietra bruta’ che i massoni intenderebbero o dovrebbero (il condizionale direi proprio che sia d’obbligo) trasformare in ‘pietra polita’ o ‘levigata’, non è affatto una pietra esteticamente ‘brutta’, bensì è una petra abrupta o un lapis abruptus, ovverossia una pietra grezza, scabra, non lavorata, non levigata, non abbellita da geometriche proporzioni.  

Dopo il ‘colto’ (si fa per dire…) relatore gnostico, ha parlato tale Emanuele Maffia del Lectorium RosicrucianumScuola Internazionale della Rosacroce d’Oro, il quale ha illuminato gli astanti sul mistico tema de La Pistis Sophia e il Mistero dell’Ineffabile, ovvero La Rigenerazione nella Forza Cosmica del Cristo. E, per finire in maniera rilassata una così piacevole giornata, ecco un bel filmazzo su Cagliostro, che penso sia stato quello sceneggiato, decenni fa, dal piduista dichiarato, e martinista, il defunto Pier Carpi, grande apologeta dell’altrettanto felicemente defunto Licio Gelli, e avente con attore principale, nella parte del Gran Cofto, Bekim Fehmiu.

I lavori dei simposiasti sono ripresi il giorno dopo con un intervento di Felice Bruno dell’AMORC, ossia dell’Antico Mistico Ordine della Rosa Croce, il quale ha erudito e illuminato gli astanti sul tema: Iniziazione e Mistero, ricerca o paradosso?

Dopodiché ritorna prepotentemente alla carica Emanuele Maffia del Lectorium Rosicrucianum, il quale ha intrattenuto gl’intervenuti su Il Processo Alchemico nell’Iniziazione Rosicruciana. Indi è stata data “lettura dell’esposto” di Alistair Lees, il quale – probabilmente impossibilitato ad intervenire di persona in sì nobil consesso – è nientepocodimenoché il Supreme Magus e Direttore Generale degli Studi della SRIA – Societas Rosicruciana in Anglia, “esposto” che trattava del Trovare Damcar a partire dai Manifesti dei Rosacroce. Evidentemente, questa misteriosa città non erano riusciti a reperirla su Wikipedia o Google Maps.

Nuova piacevole pausa prandiale, per rifocillare simposiasti e ascoltatori, e ripresa dei “mistici” o “architettonici travagli”, come li chiamerebbero i liberi muratori nostrani. Inizia subito tale Antonio Mrozek, Presidente dell’ARCO, ossia dell’Associazione Rosacrociana di Oceanside, l’organizzazione fondata negli Stati Uniti da Max Heindel, rivale dell’AMORC, il quale prende a disquisire su La componente Gnostica nella concezione dell’Ego Rosacrociano. Dopo di lui è relatore il Fr. Vesuel, al secolo Paolo Piccinini, il quale in rappresentanza dell’Ordine Kabalistico della Rosacroce – che, a dire il vero, dopo la morte del suo fondatore Stanislas de Guaita e quella del suo legittimo successore, malgrado gli ambiziosi intrallazzi del sempre affaccendato Papus, F. Ch. Barlet, mi risultava sciolto dopo la morte di quest’ultimo – ha illuminato pubblico e colleghi su L’influenza della Kabbala nella tradizione esoterica occidentale.  

And finally, è intervenuto sul tema La Vita nella Rosa il Fr. In Amor Omnia, della Fellowship of the Rosy Cross, ovverossia della britannica Fraternità della Rosacroce di Arthur Edward Waite, che poi è il nostro ineffabile giovin scrittore ligure: Giorgio Tarditi Spagnoli. Per accedere alla waitiana Fellowship of the Rosy Cross, il Tarditi Spagnoli dovrebbe – stando alle regole – esser stato già “iniziato” in altre fratellanze come l’Order of the Rose and Cross (ORC), o la Societas Rosicruciana in Anglia (SRIA), la quale ad es. accetta solo Maestri Massoni regolarmente iniziati da organizzazioni massoniche ritenute “regolari”, ossia riconosciute dalla United Grand Lodge of England. Allora, forse, avevo ragione a supporre (a pensar male ci si azzecca sempre o quasi…) che il nostro intraprendente giovin autore potesse esser stato iniziato in qualche loggia inglese di Rito Emulation o simile. 

Il tema da lui scelto parvemi avere, comicamente, un titolo dal sapore un po’ chansonnier: mi ricorda, infatti, La vie en rose dell’indimenticabile Edith Piaf: hai visto mai ch’ella lo abbia davvero ispirato dall’aldilà? Chissà! Tuttavia, mettendo da parte il mio irriverente e dispettoso celiare, vorrei fare notare al Tarditi Spagnoli che in latino la preposizione ‘in’ regge l’accusativo o l’ablativo, con esiti di significato abbastanza diversi e persino opposti, ma non certo il nominativo, come nel nomen mysticum da lui scelto, e quindi sarebbe opportuno ch’egli scrivesse ‘In Amore Omnia’, in quanto introdurre un così marchiano errore in un nomen mysticum, com’ei talvolta fa pure coi nomi delle Sephiroth, certamente – visto che, come avverte Goethe nel suo Faust, il nome dice l’essenza – oltre che far sorridere, divertiti, gli amanti della Classicità, non è senza conseguenze sui vari piani dell’essere e della manifestazione. Ma, si sa, i consigli non richiesti risultano spesso essere alquanto importuni, e son ritenuti dagli interessati per lo più inutili.

Di fronte ad un tale affollamento di Iniziati e Maestri, e alla sovrabbondanza della ‘sapienza’ offerta, vi è il rischio che al suddetto “Simposio” qualche astante sia stramazzato al suolo privo di sensi a causa di una sorta di esoterica sindrome di Stendhal. Tuttavia, a chi ben rifletta, non può non saltare agli occhi la contraddizione di ‘vie’ tra loro inconciliabili, e spesso tra loro violentemente antagoniste e commercialmente rivali. Della Rosicrucian Fellowship, fondata a Oceanside in California dal ladro, plagiatore e traditore spirituale Max Heindel, ho già abbondantemente parlato in vari precedenti articoli. Quanto all’Antient Mystical Order Rosae Crucis, fondato nel Novecento da Harvey Spencer Lewis, autonominatosi Imperator del movimento rosicruciano, con una hollywoodiana sede megagalattica in quel di San José in California, vi sarebbe un discorso lunghissimo da fare, oltre che sul piano occulto, già di per sé molto inquietante, soprattutto per la collusione dell’AMORC con settori della peggiore politica, e non solo, in America settentrionale, centrale e meridionale, in Africa, e financo in Europa: prima e dopo l’ultimo conflitto mondiale. Vi sarebbero molte cose da dire in proposito, sed transeamus. Bisogna proprio dire che gli americani hanno una vera passione per gli Ordini occulti sedicenti rosicruciani. Allorché, giovane e ignorantissimo com’ero, già nel mio primo incontro, chiesi a Massimo Scaligero cosa pensasse di tali Ordini, e dell’AMORC in particolare, la sua lapidaria risposta fu: «Ricorda: dall’America non verrà mai niente di buono!». Lo tengo e lo terrò sempre per detto.

Il Lectorium Rosicrucianum di Harlem, in Olanda, fondato da Jan Leene e Henriette Stoker-Huizer, meglio noti con gli eteronimi di Jan van Rijckenborgh e Catharose de Petri, nacque dalla fusione dello pseudorosicrucianesimo di Max Heindel, arricchito da varie cose prese di peso dalle opere di Rudolf Steiner, da loro saccheggiate, con l’insegnamento e le tecniche dell’arimanico mago caucasico Gurdjieff. Al di là dei tanti bei discorsi, il principio fondamentale di tale ‘via’ è quello – son parole loro – di “ridurre l’io sino ad un minimo biologico”, cioè una ‘via’ dell’antiio.  

Quello che mi colpiva in Massimo Scaligero, e suscitava in me la più grande ammirazione, era proprio la sua estraneità all’ostentata kermesse dei congressi, dei seminari, delle tavole rotonde, delle presentazioni ufficiali, e via dicendo. Quando, poi, queste manifestazioni ‘sociali’ riguardano i movimenti spirituali, sedicenti ‘esoterici’, ‘iniziatici’, o ‘occulti’, la caduta di livello è decisamente verticale ed evidente. Nel migliore dei casi si finisce sul piano della vuota dialettica, della vanità culturale rivestente l’inconfessabile ignorantissima ‘sapienza’. Il più delle volte, invece, si ha a che fare con forme di marketing all’americana, che per me è una forma di prostituzione morale, a performance di ‘cortigiane da strada’ che mettono in mostra, con ambiguo appeal, la “merce” per allettare i clienti. La volgarità di tali volgarizzazioni, spacciate per “divulgazioni”, ripugna ad ogni anima ben nata. Sed de hoc etiam satis sit.

Ora, ancora una volta al cattivissimo lupaccio appenninico tocca riprendere l’analisi dell’immaginifica opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, e delle sue alquante volte ostentate pretese di illuminare l’universo mondo con la sua abissale “sapienza”, nonché con la sua personalissima “comprensione” dell’opera esoterica di Rudolf Steiner, i cui profondissimi aspetti per oltre un secolo erano sfuggiti a tutti (a tutti, fuor che a lui, naturalmente), ma che ora, giunto lui – stupor mundi atque illuminator gentium – tali mirabili ascose verità vengono pòrte con generosa liberalità alla comprensione e all’ammirazione del colto e dell’inclita. Peccato, dunque, che cotanta “sapienza” e “comprensione” vengano sciupate e smentite dagl’innumerevoli strafalcioni d’ogni tipo, anche semplicemente riguardanti banali dati storici, facilmente controllabili da chiunque.

Ma cominciamo dall’Introduzione alla Parte Prima della sua opera, intitolata Storia del Servizio di Misraim, che è una versione “allungata” del post apparso sul noto social forum, cui facevo allusione nel precedente articolo. In tale Introduzione, il nostro giovin autore ligure “principia” – come direbbero in Etruria – affermando che Rudolf Steiner:

«Cominciò la sua carriera curando gli scritti scientifici di Goethe. Nel 1894 pubblica la Filosofia della Libertà in cui espone i principi epistemologici della sua futura attività spirituale, la differenza tra pensare fisico-sensibile ed il pensare libero dai sensi. Poi nel 1902 cominciò la sua carriera nella Società Teosofica, fondata da Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), di cui divenne segretario generale per la Sezione Tedesca nel 1904».

A parte il brutto termine – tipicamente piccolissimo borghese e arrivistico – di una “carriera” intrapresa da Rudolf Steiner nell’àmbito degli studi goethiani, in quello filosofico, e in quello teosofico, vi è da rilevare che la Filosofia della Libertà, non era né voleva essere l’esposizione dei principi epistemologici della sua futura attività spirituale, la differenza tra pensare fisico-sensibile ed il pensare libero dai sensi. La Filosofia della Libertà è ben altro che un’opera “epistemologica”, o la mera giustificazione teoretico-conoscitiva della Scienza dello Spirito: essa – esattamente come il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero – è l’opera più occulta scritta da Rudolf Steiner: un testo di ascesi iniziatica, la cui pratica porta direttamente alla più radicale e travolgente esperienza spirituale: è il rituale più potente di trasmutazione interiore. È l’aprire il varco alla folgore-luce del pensare originario: non la mera giustificazione teoretica, dunque, di una futura attività spirituale, bensì essa stessa – hic et nunc – quella attività spirituale stessa. E che sia così, non è il presente cattivissimo lupaccio ad affermarlo, ma lo stesso Rudolf Steiner il quale – dopo aver rilevato, ad esempio in occasione della traduzione della sua opera fondamentale nella lingua d’Albione, che in inglese il termine freedom ha il senso prevalente di libertà giuridica, ed è più ristretto del termine tedesco Freiheit, il quale invece comprende in sé anche il concetto di libertà interiore e spirituale – volle che la sua Filosofia della Libertà, venisse tradotta in inglese col titolo di Philosophy of Spiritual Activity, proprio perché la osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, è una interiore attività spirituale liberatrice e trasmutatrice dell’intero essere umano, anima compresa. Quindi ben altro, e ben di più, che non la “giustificazione gnoseologica delle sue future opere di Scienza dello Spirito”. Ma non pretendiamo troppo dall’intelligere del nostro ligure addottorando in filosofia.

Ma quelli che davvero si poteva risparmiare sono due strafalcioni di date controllabilissime da chiunque. Infatti, Rudolf Steiner venne in contatto con la cerchia teosofica berlinese nel settembre dell’anno 1900, allorché tenne, presso la Biblioteca Teosofica in casa del conte Cay Lorenz von Brockdorff, prima una conferenza sulla recente scomparsa di Friedrich Nietzsche e subito dopo sulla Rivelazione occulta di Goethe. Richiesto di proseguire, Rudolf Steiner tenne 26 conferenze sulla Mistica che si protrassero sino all’aprile del 1901. E, visto come le sue comunicazioni venivano accolte, egli decise di tenere, per l’anno successivo, un ciclo di 24 conferenze sul Cristianesimo quale Fatto Mistico e il Misteri dell’Antichità, ciclo svoltosi dal 19 ottobre 1901 sino al 26 aprile 1902. Allorché il conte Brockdorff, per motivi di salute, dovette ritirarsi dalla direzione della cerchia teosofica berlinese, e dovendo altresì nascere ufficialmente la Sezione Tedesca della Società Teosofica, egli propose che Rudolf Steiner venisse nominato segretario della medesima. Rudolf Steiner accettò solo alla condizione che Marie von Sivers, ch’egli aveva incontrato nel corso delle conferenze sul Cristianesimo quale fatto mistico, venisse scelta come sua stretta collaboratrice, e che lei accettasse tale sua proposta, come poi appunto accadde.

Quindi avvenne nel 1900 la connessione di Rudolf Steiner con la cerchia teosofica berlinese, e fu nel 1902 ch’egli divenne segretario della Società Teosofica in Germania, e non nel 1904, come scrive il nostro giovin autore. Questi, subito dopo, così prosegue:

«Nello stesso anno egli cominciò il suo lavoro nella Scuola Esoterica attraverso il metodo di sviluppo occulto elaborato e sperimentato da lui stesso».

Veramente, Rudolf Steiner non ha mai affermato che gli esercizi da lui dati per il sentiero iniziatico, fossero una sua creazione o una sua elaborazione. Anzi, più volte, in conferenze pubbliche e in quelle per i soci della Società Teosofica prima e Antroposofica poi, in varie lezioni della Scuola Esoterica, nonché in lettere a suoi discepoli, ora pubblicate, egli afferma esplicitamente che tali esercizi – compresi quelli presenti nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiorinon erano affatto una sua elaborazione, bensì che erano antichi, talvolta di secoli: non opera sua, bensì dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, ossia dei Maestri Invisibili – incarnati o meno – i quali stavano dietro al movimento spirituale rosicruciano, ed opera altresì degli Esseri delle Gerarchie Spirituali. Anzi, nelle lezioni della Scuola Esoterica, egli dichiara esplicitamente che ai discepoli dell’Iniziazione è vietato inventarsi o modificare gli esercizi, e che quelli che venivano indicati dovevano essere eseguiti wortwörtlich, ossia alla lettera, così come venivano dati: il discepolo occulto non doveva permettersi in proposito variazione alcuna.  

Ma si sa come vanno poi a finire le dinamiche di questo genere di cose. Ho conosciuto e conosco persone – alcune delle quali si sono arrogate, con l’intrigo e con la forza, l’orientamento di gruppi spirituali da Massimo Scaligero affidati ad altri – persone che si sono letteralmente inventate esercizi ed “immaginazioni” per il lor proprio uso e consumo, ma che sogliono “prescrivere” anche a coloro che, in estatico ascolto, li attorniano. Ho conosciuto e conosco altre persone, le quali – nell’àmbito del più volte descritto “trasbordo ideologico inavvertito” hanno “inventato”, e soprattutto prescritto altrui, interi sistemi di esercizi e “immaginazioni”: nella direzione, progressivamente sempre più esplicita, di una “cattolicizzazione acuta” della Scienza dello Spirito. Le stesse persone, poi, colludono beatamente con gli esponenti della seduzione tomberghiana – un esponente di spicco della quale viene fatto tranquillamente scrivere su una nota rivista gianicolense, diretta dall’Innominato – e quindi colludere eziandio con tutto uno stucchevole materiale misticheggiante – trinosofico e mariologico – condito con tanto di “danza cosmica”, la quale è un volgare plagio dell’euritmia, donata da Rudolf Steiner. Tanto per riportare un esempio chiaro chiaro, diversi anni fa, mi giunse a casa – quando avevo ancora una casa, prima che la “fraterna” e “cristianissima carità” mi togliesse anche quella – un dépliant nel quale venivo invitato ad una conferenza. tenuta da un entusiasta e affaccendato “apostolo” anglofono di Valentin Tomberg, a Roma alla sede della Società Antroposofica in Via Saliceti, tradotta dall’inglese da parte della stessa ‘fiduciaria’, tale U.S., del locale gruppo antroposofico. Ma veniva comunicato altresì che la stessa conferenza, per chi non avesse avuto modo di seguirla, sarebbe stata tenuta giorni dopo in Via Merulana, presso un istituto religioso cattolico. Sed de hoc etiam transeamus.

«Da tutto principio l’attività di Steiner fu volta a rappresentare l’esoterismo occidentale, quale complemento di quello orientale come presentato nella Dottrina Segreta di Madame Blavatsky».

Tralasciando l’incerto periodare italiano, è necessario dire a chiare lettere, che Rudolf Steiner non portò affatto un “complemento” all’orientaleggiante esoterismo teosofico, prima blavatskyano e poi besantiano (questo anche ben prima dell’infatuazione krishnamurtiana della Stella d’Oriente), bensì indicò l’insegnamento rosicruciano come assolutamente alternativo a quello orientaleggiante e teosofico. Del resto, nell’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie von Sivers vi sono documenti e pagine che, a tale proposito, non lasciano spazio alcuno ad equivoci. Anche nei cosiddetti Documenti di Barr, da lui scritti nel 1907 per Edouard Schuré, vi sono considerazioni altrettanto esplicite. In essi viene descritto, senza infingimenti, come la Blavatsky, dopo la partenza dagli Stati Uniti e all’arrivo sul suolo indiano, fosse caduta nelle mani di iniziati indiani irregolari – “della mano sinistra” – che la usarono, manovrandola a loro piacimento, come una burattina, per scopi vari, anche politici, che di spirituale nulla avevano. Inoltre, in molti punti della sua opera, egli descrive l’equivoca natura medianica dei metodi adoperati nella Società Teosofica – e più precisamente nella Eastern School of Theosophy, che ne rappresentava la Sezione Esoterica – metodi errati e antispirituali che portarono a illusioni, a menzogne, e a molti disastri.

Poi, sempre nell’Introduzione, viene affermato che:

«La sede della Società Antroposofica fu posta a in Svizzera, a Dornach dove Steiner progettò un imponente edificio in legno, il Goetheanum, sede principale della sua Scuola Esoterica nonché della rappresentazione dei Misteri Drammatici. L’edificio fu dato alle fiamme nel capodanno del 1922, attraverso le mani del prete gesuita della vicina Arlesheim, ma dietro a cui si celava un nucleo di ciò che sarebbe stato il partito nazionalsocialista, in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti. Steiner commentò che solo quell’olocausto avrebbe potuto permettere la sublimazione del tempio dei misteri occidentali nel mondo spirituale e, a partire dal giorno seguente, già progettava il nuovo edificio, stavolta in cemento. Il Secondo Goetheanum fu completato solo nel 1928, tre anni dopo il passaggio del grande adepto occidentale ai mondi spirituali».

Questa parte dell’Introduzione contiene una serie di strafalcioni, e di affermazioni storicamente false, che – per la serietà dell’argomento – è doveroso rilevare e correggere. Anzitutto, i Drammi Mistero di Rudolf Steiner non vennero mai eseguiti nel primo Goetheanum, in quanto essi vennero eseguiti sempre e solo a Monaco, dal 1910 al 1913, e furono interrotti nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, quando la costruzione dell’edificio era appena iniziata, e sarebbe stato impossibile inscenarveli. In secondo luogo, sarebbe opportuno che il nostro giovin scrittore consultasse meglio il calendario, perché il tragico incendio avvenne nella notte di San Silvestro del 1922, ossia il 31 dicembre, e non a Capodanno, ossia il 1° gennaio 1922. Quando si ha la presunzione di voler illuminare l’universo mondo sui misteri sovrasensibili, celati nell’opera di Rudolf Steiner, si dovrebbe perlomeno cercare di essere il più possibile esatti a proposito dei dati sensibili, da chiunque osservabili e controllabili. Per l’esattezza storica, l’edificio non fu dato alle fiamme «attraverso le mani del prete gesuita della vicina Arlesheim», anche se è verissimo che il parroco cattolico di Arlesheim, il R.P. Max Kully, prete secolare e non gesuita, almeno formalmente, se non nella sua sozza animaccia, fu inviato nel villaggio svizzero non tanto per “la cura d’anime” dei pacifici e sonnacchiosi fedeli elvetici del luogo, quanto per fare la guerra con ogni mezzo – sarebbe il caso di dire “col ferro e col fuoco”: soprattutto con quest’ultimo – a Rudolf Steiner e all’Antroposofia. Ma non furono le sue personali mani ad appiccare il fuoco al Goetheanum, anche s’egli – a mio avviso – fu sicurissimamente il mandante, o uno dei mandanti, di un così odioso delitto.

Ad appiccare il fuoco, almeno secondo le indagini svolte a quel tempo, fu un suo ‘sgherro’, di nome Jakob Ott, figlio di Fritz e Katharina Putzi, nato il 21 ottobre 1895 a Zurigo, di professione orologiaio ad Arlesheim. La sera prima dell’incendio, il 30 dicembre 1922, fu fatta una riunione alla Taverna Ochsen di Arlesheim della Lega Cattolica, nella quale vennero pronunciate alte minacce nei confronti di Rudolf Steiner e del Goetheanum, mentre su alcuni giornali confessionali di Basilea apparivano frasi sarcastiche e minacciose del tipo: «Stia attento il Dr. Steiner che una scintilla spirituale non gli mandi in cenere il suo bel Goetheanum». Quel che si dice un delitto annunciato. Jakob Ott era stato fanatizzato dalle ‘prediche’ del parroco Max Kully, anche se nell’estate precedente egli si era formalmente affiliato alla Società Antroposofica, ed aveva frequentato il Goetheanum, ascoltando qualche conferenza: probabilmente allo scopo di compiere un esatto sopralluogo e ben conoscere l’edificio. Il suo scheletro calcinato dal fuoco, venne trovato tra le ceneri del Goetheanum, e la polizia attribuì a lui, con alta verosimiglianza, l’azione incendiaria.

A tale proposito, può essere interessante riportare alcune comunicazioni fattemi da antichi discepoli di Rudolf Steiner, e da Massimo Scaligero. L’architettura del Goetheanum – per il suo stile organico-dinamico, secondo la definizione dello stesso Rudolf Steiner – aveva una influenza profondissima sulle anime che lo osservavano: un’azione pacificatrice e addirittura terapeutica. Accadeva persino che persone ostili, penetrate nel Goetheanum con intenzioni certamente non benevole, venivano sommerse dalla pace che ivi regnava, e divenivano incapaci delle azioni ostili da loro progettate. Per questo motivo, gli avversari di Steiner e dell’Antroposofia chiamavano quel edificio Mausefalle, ossia la ‘trappola per topi’. Al fine di distruggere il Goetheanum, e la sua odiata influenza spirituale, venne appunto scelta una personalità la cui disarmonia interiore si era cristallizzata sin nel corpo fisico – infatti Jacob Ott era ‘gobbo’ per una grave deformazione della spina dorsale – in modo da non subirne l’influenza pacificatrice. Mentre divampava l’incendio, che era divenuto oramai ingovernabile, Rudolf Steiner ordinò a tutti i volontari accorsi per spegnere l’incendio, di uscire e allontanarsi dall’edifico in fiamme, «perché una vittima umana sarebbe stata una tragedia». Allora, le potenze ahrimaniche, che avevano ossessionato l’incendiario – così mi disse personalmente Massimo Scaligero – lo sacrificarono, perché per quelle Potenze Avverse non vi è sacrificio sine effusione sanguinis. Comunque, la scelta di un personaggio, con caratteristiche così peculiari, dimostra da parte dei mandanti una conoscenza non banale di determinate leggi del mondo occulto.   

Quanto all’affermazione che dietro al R.P. Max Kully, ‘curatore d’anime’ ad Arlesheim, si celasse «un nucleo di ciò che sarebbe stato il partito nazionalsocialista», che a quell’epoca era appena ai suoi oscuri inizi a Monaco di Baviera, per di più «in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti», è pura illazione e delirio. La fiaba che a bruciare il Goetheanum siano stati i nazisti, fu inventata oltre mezzo secolo fa da quei due intraprendenti scrittori del ‘fantaesoterismo’ francese (loro lo chiamavano ‘realismo fantastico’), che erano Louis Pauwels e Jacques Bergier, nel loro saggio più volte ripubblicato Le Matin des magiciens, tradotto in italiano da Pietro Lazzaro, e pubblicato nel 1964 e nel 1997 da Arnoldo Mondadori Editore. Inoltre, l’italiano del nostro laureato e addottorando ligure è un tantinellino zoppicante e tutt’altro che chiaro, perché, stando alla lettera di quel ch’ei inabilmente scrive, l’espressione in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti, potrebbe essere equivocata a significare che i rosacroce si sarebbero serviti dei gesuiti, per attuare la loro vendetta, la supposta ‘nemesi’, nei confronti di Rudolf Steiner, ma son sicuro che il nostro giovin autore non voleva dire certo questo. Che si studiasse meglio la lingua di Dante!

Quanto, poi, alla sua affermazione che «Steiner commentò che solo (il rilievo è mio) quell’olocausto avrebbe potuto permettere la sublimazione del tempio dei misteri occidentali nel mondo spirituale», siamo al ridicolo, perché se fosse stata così necessaria una tale “sublimazione”, Rudolf Steiner avrebbe fatto prima a bruciarselo da solo il Goetheanum, mentre – sono sua ipsissima verba – l’Edificio era, in certo qual modo, la necessaria manifestazione dell’Essere Angelico ‘Anthroposophia’ sul piano fisico, una sorta di ‘soma’, o di visibile ‘manifestazione corporea’: proprio per questo la parte avversa volle distruggerlo col fuoco, come usava fare – sino a poco tempo prima – con coloro che essa definiva ‘eretici’.

Nella sua Introduzione, ma più volte anche in altre pagine del suo libro, il nostro giovin scrittore chiama Rudolf Steiner ‘grande adepto occidentale’, e altrove come ‘Maestro di Saggezza’, cosa che – a onor del vero – Rudolf Steiner non si è mai attribuito. Nell’esoterismo in genere, e nella Scienza dello Spirito in particolare, il termine ‘Adepto’ ha un significato preciso, ed anche il termine ‘Maestri di Saggezza e dell’Armonia delle Senzazioni’ nell’Antroposofia ha un significato altrettanto preciso, tutt’altro che vago, e Rudolf Steiner parla sempre di costoro con profonda venerazione, e mai – dico: mai – egli si presta all’equivoco giuoco di attribuire a se stesso tali qualifiche, sia pure tra le righe, o di lasciar intendere di essere uno di loro. Quella di creare una sorta di sentimentale ‘culto della personalità’ è una delle strategie di manipolazione animica tra le più adoprate e tra le più efficaci, tipicamente gesuitiche, contro le quali Rudolf Steiner e Marie Steiner ebbero sempre parole di fuoco. Di tale strategia di manipolazione animica ho potuto constatare non pochi esempi nello stesso ambiente “scaligeropolitano”, che da tempo – da troppo tempo – subisce torpidamente le operazioni di “trasbordo ideologico inavvertito”, delle quali abbiamo avuto sovente modo di parlare. 

Dove mi sembra che il nostro giovin autore cominci a manifestare, sia pure prudentemente, le sue vere intenzioni, piuttosto evidenti per chi abbia sguardo acuto – e i cattivissimi lupacci appenninici hanno uno sguardo molto acuto – è là dove egli scrive:

«Oggi, crescente parte del movimento antroposofico lamenta il mancato sviluppo della struttura esoterica ed iniziatica fondata da Steiner, l’originaria Scuola Esoterica, per coloro che vorrebbero impegnarsi sistematicamente nei diversi esercizi pratici dati da Steiner. In realtà questo ulteriore sviluppo della Scuola Esoterica esiste ancora, ma è possibile comprenderne l’impatto solo attraverso le pieghe meno note della storia».

In realtà a grandissima parte del movimento antroposofico poco o niente calse e tuttora poco o punto cale di quello che il nostro giovin scrittore ligure chiama il mancato sviluppo della struttura esoterica ed iniziatica fondata da Steiner’, de ‘l’originaria Scuola Esoterica, e non se ne lamenta affatto. Perché a quelle teste di cappero di antroposofazzi non importa un tubero di impegnarsi sistematicamente nei diversi esercizi pratici dati da Steiner, perché altrimenti non avrebbero seguito come pecore obbedienti – salvo pochissime onorevoli eccezioni – Albert Steffen, Guenther Wachsmuth e soci, nell’azione programmata di demolizione sistematica dell’Opera di Rudolf Steiner, nella persecuzione più vergognosa di Marie Steiner – attuata con metodi che quest’ultima stessa definiva da ‘gangsters’ – nell’ostracismo nei confronti di coloro che volevano essere fedeli alla Via della realizzazione spirituale, indicata da Rudolf Steiner.  

Per chi voleva e vuole tutt’ora impegnarsi nella Via degli esercizi pratici, vi è abbondanza di indicazioni in libri come L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei modi superiori, o nel V capitolo de La Scienza Occulta nelle sue linee generali, nei cosiddetti Quaderni Esoterici, in moltissime conferenze di Rudolf Steiner. Vi è stata, prima, l’opera instancabile di Giovanni Colazza con numerose conferenze, tra le quali importantissime sono La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente, pubblicata su questo temerario blog, e le sue conferenze a commento al libro Iniziazione di Rudolf Steiner. Vi è stata, poi, l’opera anch’essa instancabile di Massimo Scaligero, con la sua parola per coloro che in incontri personali e in riunioni ebbero il dono di ascoltarlo, e soprattutto con i suoi scritti. Ma tale sovrabbondanza di donazione dei Maestri riguarda appunto sia quella che Enrico Cornelio Agrippa avrebbe chiamata ‘occulta philosophia’, sia il sistema organico di esercizi che nel loro insieme costituiscono il Sentiero della Conoscenza, che conduce alla diretta esperienza della realtà spirituale. Ma una tale ‘Via’, oggi, non ha nulla a che vedere con le ritualità cerimoniali, con iniziazioni in logge, passaggi di grado e orpelli ricamati vari. Il Rito è un evento assolutamente interiore, che si svolge totalmente in interiore homine. Quel che, invece, propone, Giorgio Tarditi Spagnoli è un ritorno, a suo dire ‘necessario’, alle forme di ritualità cerimoniale, indubbiamente molto scenografiche e decorative, che tanto piacciono agli anglosassoni, i quali spesso usano i vari Ordini come forme di amena ‘sociabilità’ e i ridondanti rituali cerimoniali come ‘giuochi di ruolo’. Inoltre, come ammonisce Rudolf Steiner, tale ritualità, oggi, agisce su zone non coscienti dell’anima, e sui corpi sottili: divenendo uno strumento efficace per la possibile manipolazione di persone, gruppi, ambienti vari, per i fini più diversi: politici compresi. Come è più volte avvenuto. Infine, non è affatto vero che questo ulteriore sviluppo della Scuola Esoterica esiste ancora, come afferma il nostro giovin scrittore perché la Seconda e la Terza Classe della prima Scuola Esoterica furono ritualmente chiuse e sigillate da Rudolf Steiner nel 1914, e da lui mai più riaperte. In maniera evidente il nostro affabulante mistagogo ligure, e il suo australe amico di origine maori, si propongono come resurrettori della Mystica Aeterna, e Capi di un nuovo – uno di più tra i già troppi: siamo alla totale infleazione – Ordine pseudorosicruciano.  

Nella parte Steiner e la fondazione del Servizio di Misraim, il nostro affabulante giovin autore inizia sùbito con alcune notizie non rispondenti a realtà. Egli afferma che: «Avendo un rapporto di reciproca stima, Yarker aveva invitato Steiner e la futura moglie Marie von Sievers [sic, per Sivers] (1877-1948) a unirsi al Rito di Memphis-Misraim, etc.». Ora, non risulta da alcun documento non solo che John Yarker abbia mai invitato Rudolf Steiner ad entrare nell’Antico Primitivo Rito Orientale di Memphis e Misraim, ma neppure che tra lui e Rudolf Steiner vi sia mai stato un qualsivoglia rapporto diretto: personale o epistolare. Semmai fu Rudolf Steiner a rivolgersi, in Germania e non in Inghilterra, a Theodor Reuss, che in qualche modo fungeva da rappresentante, sia pure indegnissimo, nelle zone di lingua tedesca di alcuni degli Ordini iniziatici, a capo dei quali vi era l’ormai molto anziano John Yarker. I contatti col Reuss – preso in considerazione unicamente quale rappresentante in Germania di Yarker – furono pochissimi e limitati nel tempo: dall’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner risulta l’assoluta mancanza di stima e la giustificata diffidenza di Rudolf Steiner nei confronti di quel arnese di Theodor Reuss.

Dopodiché, ei si avventura, piuttosto temerariamente, nei labirintici oscuri meandri della storia del rosicrucianesimo, e fa delle affermazioni che storiograficamente – come dicono in Etruria – “non hanno né babbo né mamma”:

«Secondo la leggenda di fondazione tradizionale, il Rito di Misraim (così come il primo ordine rosicruciano, la Gold und Rosenkreuz) fu fondato nell’anno 46 d.C. dall’egizio Ormus, un sacerdote di Serapis ad Alessandria d’Egitto, che fu convertito al Cristianesimo dall’Evangelista Marco, a sua volta discepolo di Paolo».

Orbene, è necessario anzitutto dire che Marco, l’evangelista, che operò alla diffusione del Cristianesimo in Egitto, fu discepolo di Pietro, e non di Paolo, né da alcun passo del Nuovo Testamento, né da alcun documento o testimonianza o tradizione di epoca apostolica, o di poco posteriore a quest’ultima, risulta che Paolo abbia mai incontrato Marco, o ch’egli abbia mai messo piede in Egitto. Quanto ad Ormus, forse è bene scrivere, in migliore italiano, ch’egli era sacerdote del dio Serapide, come è usuale fare nel trascrivere i nomi mutuati dalla tradizione classica, e non Serapis. Inoltre nella Mistica Aeterna di Rudolf Steiner, non si afferma affatto che il Rito di Misraim sia stato fondato allora da Ormus, bensì che il Misraim-Dienst, ovvero il ‘Culto’, o la ‘Liturgia Misraim’, che Steiner dice essere ancora più antica, venne allora collegata coi Nuovi Misteri. Ora il Giorgio Tarditi Spagnoli, per fare la sua strampalata e ingiustificata affermazione, si basa su una comunicazione di John Yarker, ch’egli riporta, ma della quale egli non cita la fonte da cui la trae:

«Devo informarvi, miei Fratelli, che l’Ordine della Rosa+Croce è dell’antichità più remota, ed [sic!] gli viene assegnata una doppia origine, una storica e l’altra filosofica. Fu fondato da Ormus che fu un sacerdote di Serapis a Memphis [in Egitto], e un amico degli Apostoli Cristiani. Fu convertito da San Marco nell’anno 46, riformò le dottrine e le cerimonie degli egizi avendo riconosciuto la legge degli Apostoli, riformò le dottrine e cerimonie degli egizi avendo riconosciuto la legge degli apostoli. etc.».

Quello che il nostro giovin autore ligure si guarda bene dal dire è che questa citazione non è tratta da un rituale misraimita bensì memphitico, ossia non da testi del Rito di Misraim o Rito Egiziano, bensì dai rituali dell’Antico Primitivo Rito di Memphis o Rito Orientale, che è tutta un’altra faccenda. Nel caso in questione lo Yarker non sta facendo della “storia”, bensì trasmette all’iniziando quella che i tedeschi chiamano una Logenlegende, ovvero una edificante storia leggendaria, come da secoli usa fare in tutte le cerimonie massoniche. Il testo si trova a p. 26 dell’opera, storia da Yarker tradotta peraltro dagli scritti di Jacques-Etienne Marconis de Nègre, LECTURES OF THE ANTIENT AND PRIMITIVE RITE OF FREEMASONRY, TRANSLATED AND COMPILED BY JOHN YARKER, Masonic Charges and Lectures Lectures of a Chapter, Senate, and Council. Masonic Charges and Lectures, a series translated from the French by John Yarker, first published Manchester: J.W. Petty & Son, 1880, by J-E Marçonis, first published London: John Hogg, 1882. Non si tratta dunque né del Rito di Misraim, né del vero e proprio Ordine della Rosacroce, bensì dell’istruzione cerimoniale che veniva data nel Rito di Memphis a chi riceveva il grado massonico di Principe o Cavaliere della Rosacroce, che di nuovo è tutta un’altra cosa! Onde non si dica che mi invento qualcosa, ecco l’originale del testo inglese:

«HISTORY OF THE DEGREE OF ROSE CROIX.

I HAVE NOW to inform you, my brethren; that the Order of the Rose Croix is of the highest antiquity, and has a double origin assigned to it, the one historic and the other philosophic. It was founded by Ormus, who was a Serapian Priest at Memphis, and a friend of the Christian Apostles. Converted by St. Mark in the year 46, he reformed the doctrines and ceremonies of the Egyptians by the recognition of the law of the Apostles».

Ora, siccome io possiedo tutti i rituali – quelli originali, settecenteschi e ottocenteschi, non quelli che certi Grandi Hierophanti si scrivono da soli – sia del Misraim sia del Memphis, sono ben in grado di vedere le differenze. Del resto, Rudolf Steiner, pur non fondando egli stesso un nuovo Rito o una Obbedienza massonica, volle ricollegarsi al Rito di Misraim, del quale in Germania divenne formalmente Gran Maestro, e non al Rito di Memphis, et pour cause!

Quanto poi, all’affermazione del nostro ardimentoso giovin scrittore ligure essere ‘il primo ordine rosicruciano, la Gold und Rosenkreuz’, devo dire ch’egli conosce davvero poco, e molto male, la storia del rosicrucianesimo, sia quella esteriore sia quella più celata. Infatti, tralasciando la storia “segreta” della Fraternitas o Ordo Rosae Crucis a partire dal XIII e dal XIV secolo, legata alla figura spirituale di Christian Rosenkreutz, e alle sue manifestazioni letterarie e non del XVII secolo, legate alla pubblicazione dei cosiddetti quattro “Manifesti” dei Rosacroce, ossia  della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, della Generalis Reformatio, e delle Nozze Chimiche, per la prima apparizione di un Ordine che esteriormente si richiamasse esteriormente alla Fraternitas dobbiamo arrivare al 1710 allorché il pastore slesiano Samuel Richter, scrisse con lo ieronimo di Sincerus Renatus la Die wahrhaffte und vollkommene Bereitung des philosophischen Steins der Bruederschafft aus dem Orden des Gulden und Rosen Kreutzes, ovverossia La verace e perfetta preparazione della pietra filosofale della Fratellanza dell’Ordine dell’Aurea e Rosea Croce, opera pubblicata a Breslavia e della quale una seconda edizione apparve nel 1714. Particolare interessante di questa opera è ch’essa parli del fatto che l’Ordine avrebbe avuto due Case: una a Norimberga ed un’altra ad Ancona. L’antroposofo marchigiano Fabio Tombari, di Fano nelle Marche, decenni fa si mise in testa di ritrovare questa seconda magione dell’Ordine: cercò con l’ostinazione e la tenacia dei saggi, girando l’intera Ancona, sino a che non trovò un antico palazzo sul cui portone ligneo apparivano le lettere D.F.R.C., ovvero nella sua interpretazione, Domus Fratrum Rosae Crucis, ‘Casa dei Fratelli della Rosa Croce’. Personalmente ritengo la cosa verosimilissima, per non dire, sempre a mio avviso, assolutamente certa, data la presenza nel XVII secolo nelle Marche di vari personaggi legati all’Ermetismo rosicruciano.

Bisognerà attendere vari decenni perché in Germania si formasse un altro Ordine richiamantesi anch’esso alla Rosacroce, ed arriviamo secondo taluni al 1756, per altri invece al 1777, perché sorgesse ad opera di un ufficiale prussiano, Johann Rudolf von Bischoffwerder e di un ex-pastore luterano Johann Christoph von Wöllner, l’Orden der Gold­- und Rosenkreuzer, che è quello al quale si richiama, a mio avviso, palesemente Giorgio Tarditi Spagnoli, e prima di lui l’Hermetic Order of  the Golden Dawn e il Lectorium Rosicrucianum, Questa organizzazione è, a mio avviso (ma non solo mio), alquanto lontana dagli ideali dell’antica Fraternitas.

Vi furono nel XVIII secolo in Germania anche altre formazioni rosicruciane, più o meno tutte paramassoniche, dai nomi simili e non sempre è facile orientarsi tra esse. Alcune di esse non avevano nessuna connessione interiore con la Fraternitas, e si richiamavano abusivamente al suo nome, altre invece furono veicolo di un’autentica ispirazione rosicruciana e svolsero discretamente, ma efficacemente la loro missione nel mondo.

Indi poscia, il nostro giovin scrittore si avventura temerariamente nei tempestosi mari della storia degli Ordini massonici ‘egiziaci’. E parte subito con una serie di affermazioni false, o perlomeno fortemente errate. Infatti, così scrive:

«Il nome Misraim deriva da Mizraim, uno dei figli di Ham, che diede il suo nome alle terre de’Egitto [sic!]. I Misteri di Iside, Osiride e Tifone vengono fatti derivare da Ormus stesso. Da una prospettiva più storica, la massoneria egizia fu fondata dal mago massone Conte di Cagliostro. La particolare forma del Rito di Misraim, fu fondata a Milano nel 1805, dieci anni dopo la presunta morte di Cagliostro. Invece il Rito di Memphis risulta essere una copia francese del Rito di Misraim, fu fondato a Parigi nel 1839 in seguito alle campagne napoleoniche in Egitto e la conseguente “egittomania” dilagata tra le truppe francesi. Successivamente i due riti sono stati uniti insieme».

Anche in questo caso abbiamo più errori – dei veri strafalcioni –  che parole, e molta disinformazione o, se si vuole proprio esser benevoli, della semplice ignoranza. Nella tradizione biblica, uno dei tre figli di Noè insieme a Sem e a Jafet, è Cam, padre – secondo il Sefer Bereshit, che i cristiani chiamano Libro della Genesi – di  CushMizraimPhut e Canaan. In ebraico e nella scrittura amaraica quadrata, il nome di Cam è חָם: scritto con le consonanti cheth e mem. La chet – secondo quel che mi insegnava la sapientissima professoressa e cara amica I.Z. – è una consonante gutturale fortemente aspirata, come la jota castigliana in Juan, il ch scozzese in ‘loch’, e il ch tedesco in ‘ach’, e corrisponde altresì al greco antico χ ‘chi’. In effetti, nella versione dell’Antico Testamento dei Settanta, la Septuaginta dei biblisti, il nome del figlio di Noè viene reso con Χαμ, ossia Cham. Ma queste, lo ammetto, sono solo preziosità o finezze filologiche. 

Invece, è un ben grossolano errore storico affermare che «Da una prospettiva più storica, la massoneria egizia fu fondata dal mago massone Conte di Cagliostro. La particolare forma del Rito di Misraim, fu fondata a Milano nel 1805, dieci anni dopo la presunta morte di Cagliostro». Si tratta di un ben grossolano errore storico – anzi di tutta una serie di errori – perché Cagliostro stesso affermava ch’egli svolgeva una missione – massonica, ermetica e rosicruciana – che gli era stata affidata da Altotas e dal Gran Maestro Manoel Pinto de Fonseca a Malta, ove egli fu iniziato alla R.L. S. Giovanni del Segreto e dell’Armonia, e da Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, a Napoli, ove egli fu accolto nella R.L. Perfetta Unione. Quest’ultima era una loggia massonica dalla simbologia chiaramente ‘egiziaca’, come si diceva un tempo, e la sua data di fondazione risaliva al 1728.  All’interno di questa ‘officina’ egiziana, il Principe di Raimondo di Sangro fondò, il 10 dicembre 1747, il Rito Antico Primitivo Orientale di Misraim seu Aegypti. Quindi molto tempo prima della data affermata dal nostro giovin autore ligure, che attinge a fonti oltremodo dubbie. Evento e data vengono riportate più volte nell’Ottocento da Giovan Battista Pessina, e dallo stesso John Yarker, e nello scorso secolo, da Eduardo Frosini, da Gastone Ventura, oltre che da alcuni documenti dell’archivio del ramo veneziano e del ramo napoletano del Rito di Misraim in mio possesso. 

Il candido lettore vorrà scusare la pedante puntigliosità di queste precisazioni storiche, ma viste le pretese del nostro giovin autore ligure di ammannire sulla carta e nell’ètere il suo sapientissimo verbo allo stupefatto popolo catecumeno, è bene ridimenzionare le sue affermazioni e le sue pretese, mostrandone la poca o punta fondatezza. E ancor prima del 1805, esisteva a Venezia una loggia ‘egiziaca’, la S. Giovanni della Fedeltà, fondata e consacrata per volere del Conte Alessandro di Cagliostro nel 1788, sulla base di una precedente officina neotemplare, la quale ‘lavorò’ sino al 1797, allorché dovette ‘assonnarsi’ quando Napoleone Bonaparte vigliaccamente vendette Venezia all’Austria con l’infamissimo trattato di Campoformio. Ma una tale ‘egiziaca’ officina cagliostriana rimase pochissimo tempo in ‘sonno’, perché già dopo la battaglia di Marengo, che risollevò le fortune delle armate francesi in Italia, l’Iniziato Cesare Tassoni, barone modenese, diplomatico al servizio della Francia, già nel 1801, ‘risvegliò’ la loggia dei discepoli di Cagliostro. Anni fa, ebbi modo di vedere di persona, a Venezia, vari documenti originali di questa importante cerchia spirituale.

Che «il Rito di Memphis risulta essere una copia francese del Rito di Misraim, fu fondato a Parigi nel 1839 in seguito alle campagne napoleoniche in Egitto e la conseguente “egittomania” dilagata tra le truppe francesi», è una vera esagerazione: come ‘copia’ il Memphis aveva poco o nulla del Misraim, soprattutto rispetto all’autentico contenuto occulto e misterico di quest’ultimo: peraltro nei primi 34 gradi è una copia paro paro del Rito Scozzese Antico Accettato. Inoltre, allorché Jacques-Étienne Marconis de Nègre fondò il Rito di Memphis o Rito Orientale, nel 1839, erano già passati ben 40 anni dell’impresa napoleonica in Egitto. E che tra le truppe napoleoniche fosse addirittura dilagata l’egittomania, lo dice solo il nostro giovin autore: i militari napoleonici aderivano perlopiù o al Rito Francese Moderno o al Rito Scozzese Antico Accettato. Ben pochi fecero parte del Rito Egiziano di Misraim: ho persino liste di nomi pressoché complete dei suoi aderenti in epoca napoleonica. Vi fu unicamente, oltre al Misraim, la fondazione, nel 1801, da parte di Jean-Guillaume Cuvelier e di una ristrettissima élite di ufficiali, dell’Ordre des Sophisiens, al quale partecipò anche l’egittologo Dominique Vivant Denon, che nel 1783 conobbe personalmente Cagliostro alla legazione francese a Napoli. Ed è inesatto che successivamente i due riti, di Misraim e di Memphis, siano stati uniti insieme, se non in alcuni casi particolari. Personalmente, mi risulta che il Rito di Misraim proseguisse, nella sua forma originaria, ossia ritualmente immutata, in vari paesi – aldilà di imitazioni pagliaccesche recenti e meno recenti – sino ai nostri giorni.  

Lasciando perdere varie affabulazioni d’impronta sentimentale e lirica del nostro ligure scrittore, incontriamo affermazioni palesemente false come quando scrive: 

«In questo periodo Steiner lavora segretamente per lo Yarker attraverso Reuss, al fine di revisionare i rituali della piramide egizia di Misraim, la principale innovazione di Steiner fu quella della riduzione dei gradi da più di 90 a una decina, una innovazione che come vedremo ha una radice antica e al contempo verrà ereditata in altri ordini esoterici». 

Anche questa è una menzogna, anzi tutta una serie di menzogne. Rudolf Steiner non ha mai lavorato – né palesemente né segretamente – per qualcun altro, neppure per John Yarker, che pur stimava, ma col quale egli non ebbe mai alcun contatto personale, neppure epistolare, a quel che mi risulta. Egli era un uomo libero, e il suo libero operare era unicamente per il Mondo Spirituale. La Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non era – lo ripeterò sino alla noia – il Rito di Misraim, malgrado la valutazione positiva ch’egli dava di una tale formazione latomistica minoritaria, peraltro sovente avversata e diffamata dalle grandi Obbedienze massoniche, più o meno profanizzate. L’ignoranza del nostro giovin scrittore appare là dove afferma che la principale innovazione di Steiner fu quella della riduzione dei gradi da più di 90 a una decina, mentre chiunque abbia anche una modesta conoscenza storica dell’esoterismo, sa che il Rito di Misraim o Rito Egiziano ha avuto ed ha solo 90 gradi e non di più. Vi è un perché profondo, e arcano, di tale numero, ma rispetto a ciò lascerò, in maniera lupescamente birbonissima, inappagata l’indebita curiosità del nostro giovin autore.

Ciò dà l’occasione di chiarire una buona volta – e spero una volta per tutte – la questione del rapporto personale di Rudolf Steiner con la Libera Muratoria. Egli ricevette personalmente e formalmente la dignità muratoria di 33° 90° 96°, e ciò sta a significare che gli veniva ‘riconosciuta’ la dignità di 33° Sovrano Grande Ispettore Generale del Rito Scozzese Antico Accettato, di 90° Sovrano Gran Maestro Assoluto del Rito di Misraim, di 96° Gran Maestro Sublime Mago, Patriarca Gran Conservatore del Rito di Memphis. Inoltre, egli venne riconosciuto Gran Maestro Generale in carica del Supremo Gran Consiglio Generale del 90° e ultimo grado del Rito Egiziano o di Misraim per la Germania e i paesi di lingua tedesca. Rudolf Steiner accettò questa ‘dignificazione’, come viene chiamata negli ambienti massonici – sono le sue stesse parole – per ‘lealtà occulta’ e ‘ricollegamento’ con il passato. Ma egli mai formò il Supremo Gran Consiglio del 90° grado del Rito di Misraim, mai rilasciò diplomi del Rito di Misraim, Mai egli agì massonicamente, né mai il suo operare venne riconosciuto come massonico dalle Obbedienze muratorie allora in circolazione. Mai egli utilizzò la rituaria del Rito di Misraim, né tantomeno elaborò, in supposta collaborazione con John Yarker, o su incarico di questi, la ‘riduzione’ del numero dei gradi e la riforma dei rituali, che gli attribuisce il nostro fantasioso giovin autore. Egli fece una cosa affatto diversa: fondò sulla base esclusiva della propria autorità spirituale la Mystica Aeterna, come Seconda e Terza Classe della sua Scuola Esoterica. Chiunque possegga i rituali originali del Rito di Misraim – non quelli che si scrivono da soli i vari Grandi Hierophanti (sull’esempio del sempre affaccendato e volgarissimo divulgatore Papus agli inizi del Novecento) degli innumerevoli Riti di Memphis-Misraim o Misraim e Memphis, venuti fuori come i funghi al sortire del sole dopo le piogge d’autunno – vede la totale differenza dei rituali della Mystica Aeterna rispetto ai vari rituali massonici. Ed è la parola stessa, ne La mia vita, di Rudolf Steiner ad affermare ch’egli non prese niente dall’Istituzione Yarker. L’affermazione di Rudolf Steiner demolisce da sola le fantasiose affermazioni di Giorgio Tarditi Spagnoli, a meno che questi non voglia accusare, ancora una volta, il Maestro di mendacio. Del resto, potrei dimostrare con la massima facilità che, dopo la fondazione della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner, il Rito di Misraim – quello autentico – continuò a ‘lavorare’, per ben oltre un secolo, con gli antichi rituali settecenteschi.

Che poi Rudolf Steiner ‘lavorasse segretamente per lo Yarker attraverso Reuss’, è cosa assolutamente non credibile, vista la diffidenza e la totale disistima ch’egli aveva nei confronti di quel pendaglio da forca che era Theodor Reuss. Ciò risulta nella maniera più lampante dalle stesse lettere di Rudolf Steiner scritte a Marie von Sivers nei giorni successivi ai pochi incontri avuti con l’indecente rappresentante di Yarker in Germania, dopo la breve cerimonia di ‘trasmissione’ o di ‘riconoscimento’ del grado che lo ricollegava formalmente alla tradizione muratoria. Il nostro giovin autore cita appena qualche frase di quelle lettere, ma talmente tagliuzzate e sforbiciate da rendere irriconoscibile e inafferrabile il pensiero autentico di Rudolf Steiner. Una volta di più, onde non si dica ch’io mi invento qualcosa, e per documentazione del candido lettore, riproduco il testo tedesco dei brani di quelle lettere che ci interessano, e ne farò una traduzione la più letterale possibile. La prima è una lettera da lui spedita a Marie von Sivers da Norimberga, all’indomani della “cerimonia” di cui abbiamo parlato, l’altra da Karlsruhe, cinque giorni dopo. Questi brani – tratti da Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-Nr. 262, ossia dall’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, e precisamente le lettere n. 41 e 42 – chiariscono in maniera piuttosto eloquente (anche troppo…), sia rispetto alla decadenza dell’Ordine massonico, verso il quale tuttavia egli mostrò sempre una certa tolleranza, sia rispetto a quel filibustiere di Theodor Reuss, che cosa egli pensasse.

«An Marie von Sivers in Berlin

Samstag, 25. November 1905, aus Nürnberg

[…] Nun hast Du gestern selbst gesehen, wie wenig noch übrig geblieben ist von den einstigen esoterischen Institutionen, die doch einmal ein physiognomischer Abdruck waren höherer Welten. In Wahrheit sollten die drei symbolischen Grade: Lehrling, Geselle, Meister die drei Stufen ausdrücken, auf denen der Mensch im Geiste sich selbst d. h. sein Selbst innerhalb des Menschentypus findet. Und die Hochgrade sollten die Erhebung stufenweise andeuten, durch die der Mensch ein Bauer am Menschheitstempel wird. Und wie der gewordene Menschenorganismus d. h. der astrale, ätherische und physische Organismus ein Mikrokosmos der Vergangenheitswelt sind, so soll der von der Maurerei in Weisheit, Schönheit und Stärke zu errichtende Tempel das makrokosmische Abbild einer inneren mikrokosmischen Seelen-Weisheit, Seelenschönheit und Seelenstärke sein.

Im Materialismus hat die Menschheit das lebendige Bewusstsein von alle dem verloren und die äußere Form ist vielfach an Menschen übergegangen, die zum inneren Leben keinen Zugang haben.

Es wäre nun die Aufgabe, das maurerische Leben aus den veräußerlichten Formen aufzufangen und neu zu gebären, wobei natürlich das wieder geborene Leben auch neue Formen hervorbringen müsste. Dies sollte unser Ideal sein: Formen zu schaffen als Ausdruck des inneren Lebens. Denn einer Zeit, die keine Formen schauen und schauend schaffen kann, muss notwendigerweise der Geist zum wesenlosen Abstraktum sich verflüchtigen und die Wirklichkeit muss sich diesem bloß abstrakten Geist als geistlose Stoffaggregation  gegenüberstellen. – Sind die Menschen imstande wirklich Formen zu verstehen z. B. die Geburt des Seelischen aus dem Wolkenäther der sixtinischen Madonna: dann gibt es bald für sie keine geistlose Materie mehr. – Und weil man größeren Menschenmassen gegenüber Formen vergeistigt doch nur durch das Medium der Religion zeigen kann, so muss die Arbeit nach der Zukunft dahin gehen: religiösen Geist in sinnlich-schöner Form zu gestalten. Dazu aber bedarf es erst der Vertiefung im Inhalte. Theosophie muss zunächst diese Vertiefung bringen. Bevor der Mensch nicht ahnt, dass Geister im Feuer, in Luft, Wasser und Erde leben, wird er auch keine Kunst haben, welche diese Weisheiten in äußerer Form wiedergibt».

Ed eccola tradotta: 

«A Marie von Sivers a Berlino

Sabato, 25 novembre 1905, da Norimberga

[…] Ora ieri hai visto tu stessa, quanto poco sia rimasto è rimasto delle istituzioni esoteriche di un tempo, le quali però un tempo erano anche una espressione fisionomica dei mondi superiori. In verità i gradi simbolici di Apprendista, Compagno, Maestro dovrebbero esprimere i tre gradi, sui quali l’essere umano trova se stesso nello Spirito, cioè lo Spirito all’interno del tipo umano. E gli Alti Gradi dovrebbero indicare l’innalzamento graduale attraverso i quali l’essere umano diviene un edificatore del tempio dell’Umanità. E così come il divenuto organismo umano, cioè l’organismo astrale, eterico e fisico sono divenuti un microcosmo del mondo del passato, così il Tempio che deve essere eretto dalla Massoneria in Sapienza, Bellezza e Forza, deve essere l’immagine macrocosmica di una interiore microcosmica sapienza animica, di una bellezza animica, di una forza animica.

Nel materialismo, l’umanità ha perso la coscienza vivente di tutto ciò, e la forma esteriore è in molti modi passata a persone che non hanno alcun accesso alla vita interiore.

Ora, il compito sarebbe quello di afferrare la vita massonica a partire dalle forme esteriorizzate, e generarla a nuovo, per cui la vita rigenerata dovrebbe produrre naturalmente anche nuove forme. Questo dovrebbe essere il nostro ideale: per creare forme come espressione della vita interiore. Giacché in un’epoca, che non contempli forme e contemplando possa creare, lo Spirito deve necessariamente volatilizzarsi nell’inconsistente astrazione e la realtà deve confrontarsi a questo spirito meramente astratto come aggregazione materiale priva di Spirito. – Se gli esseri umani sono in grado di comprendere realmente le forme, per esempio, la nascita dell’elemento animico dalle nuvole eteree della Madonna Sistina, allora per loro presto non vi sarà più materia priva di Spirito. – E poiché si possono indicare alle più grandi masse umane forme spiritualizzate, tuttavia solo attraverso la mediazione della religione, il lavoro del futuro deve procedere in questa direzione: plasmare lo spirito religioso in forma bella-sensibile. Tuttavia, ciò esige dapprima l’approfondimento nel contenuto. La Teosofia deve dapprima portare questo approfondimento. Se l’essere umano dapprima non presagisce spiriti che vivono nel fuoco, aria, acqua e terra, non esisterà neppure un’arte che rifletta questa saggezza in forma esteriore».

Dalle parole di Rudolf Steiner si può facilmente cogliere l’involuzione antispirituale di molte Obbedienze massoniche, della serena, oceanica, cotennosa ignoranza – come la chiamava l’ottimo e caustico Arturo Reghini – della maggior parte dei massoni anche dei più elementari principi della spiritualità, e dell’esoterismo. E ancor più esplicitamente egli parla nella missiva successiva.

«An Marie von Sivers in Berlin

Donnerstag, 30. November 1905

Karlsruhe.

[…] Die Freimaurer-Sache wollen wir nur ja bedächtig, ohne alle Überstürzung machen. Reuß ist kein Mensch, auf den irgendwie zu bauen wäre. Wir müssen uns klar darüber sein, daß Vorsicht so dringend dabei nötig ist. Wir haben es mit einem «Rahmen», nicht mit mehr in der Wirklichkeit zu tun. Augenblicklich steckt gar nichts hinter der Sache. Die okkulten Mächte haben sich ganz davonzurückgezogen. Und ich kann vorläufig nur sagen, dass ich noch gar nicht weiß, ob ich nicht eines Tages doch werde sagen müssen: das darf gar nicht gemacht werden. Ich bitte Dich daher, mein Liebling, doch ja nichts anderes, als etwas ganz vorläufiges mit den Leuten zu besprechen. Wenn wir eines Tages sollten genötigt sein, zu sagen: da können wir nicht mit, so dürfen wir vorher nicht zu stark engagiert sein. Es sind bei der Sache zum Teil persönliche, zum Teil Eitelkeitsmotive im Spiel. Und vor beiden fliehen die okkulten Mächte. Sicher ist, dass vorläufig es allen okkulten Mächten wertlos erscheint, dass wir solches tun. Doch ganz bestimmtes kann ich auch heute noch nicht darüber sagen. Bemerken wir bei der nächsten Unterredung mit Reuß etwas Unrichtiges, dann können wir noch immer das Angemessene tun».

Ed eccola tradotta, servendomi delle mie men che modeste competenze linguistiche, nella lingua di Dante:

«A Marie von Sivers a Berlino,

giovedì,  da Karlsruhe,

30 novembre 1905.

[,,,] Trattiamo la questione massonica solo molto cautamente, senza veruna precipitazione. Reuss non è persona sulla quale si possa edificare in qualsivoglia modo. Dobbiamo aver chiaro che la prudenza in questo caso sia così tassativa. In realtà abbiamo a che fare con nulla più che con una «cornice». Al presente dietro alla cosa non c’è proprio niente. Le Potenze Occulte si sono completamente ritirate. E per il momento posso soltanto dire, che ancora io non so affatto s’io un giorno non dovrò dire: questa cosa non poteva assolutamente essere fatta. Perciò ti prego, mia diletta, di non parlare con le persone altro che di qualcosa di assolutamente provvisorio. Se un giorno fosse necessario dire: che non essendoci possibile, non dovremmo essere stati, in precedenza, troppo fortemente coinvolti. Nella cosa sono in giuoco in parte motivi personali in parte motivi di vanità. E di fronte ad ambedue fuggono le Potenze Occulte. Certo è che a tutte le Potenze Occulte che noi facciamo tali cose per il momento appare privo di valore. Ma anche oggi non posso dire in proposito niente di determinato. Se al prossimo colloquio con Reuss notiamo qualcosa di scorretto, allora potremo prendere sempre le misure adeguate».

E Theodor Reuss dimostrò sùbito con una seria di gravissimi atti di aperta slealtà quanto fosse giustificata l’estrema diffidenza di Rudolf Steiner nei suoi confronti, e la sua volontà di mai più incontrarlo, e di non rispondere mai né direttamente né attraverso la sua stretta collaboratrice, Marie von Sivers, alle missive che costui gli inviava. Ora, questo articolo è, ancora una volta, già troppo lungo, e non vi è lo spazio per illustrare, documentandoli, quei gravissimi atti di slealtà e di tradimento del Reuss, ché sarebbe davvero abusare della pazienza del candido e benevolo lettore. Ciò non toglie che lo si possa fare in futuro, visto che l’intera documentazione è già pronta.

Questa disamina dei rapporti di Rudolf Steiner con quel gaglioffo e pendaglio da forca di Theodor Reuss mostra ad abundantiam l’assoluta falsità delle affermazioni del nostro giovin autore ligure, circa la ‘collaborazione’ ch’egli avrebbe avuto con tale tristo figuro al fine di riformare rituali e la serie di gradi del Rito di Misraim, che mai John Yarker – il quale in nessuna forma ebbe, lo ripeto, mai rapporti diretti con Steiner – gli chiese. Mostra pure quanto poco al pur tollerantissimo Rudolf Steiner interessasse di per sé la causa massonica, largamente svuotata di interiore contenuto spirituale, e quanto poco contasse sugli ambienti latomistici. E mostra, infine, pure quanto sciocchi siano tutti quei sedicenti spiritualisti, i cui Grandi Hierophanti, per una loro pretesa ortodossa massonicità ‘egiziaca’, si richiamano alla discendenza spirituale infetta di Theodor Reuss. Tra l’altro, il nostro fantasioso giovin scrittore vorrebbe rendere Rudolf Steiner responsabile – e praticamente, dal mio punto di vista, colpevole – della struttura dei gradi e dei contenuti di quell’Ordo Templis Orientis, fondato a cavallo tra 800 e 900 da Theodor Reuss e Karl Kellner, e in seguito, ‘migliorato’ (si fa per dire…) da quel magazzo pervertito e assassino di Aleister Crowley. Questa è una sporca menzogna e una sozza calunnia, che sarà sin troppo facile smontare. Ma non ora…   

ISIDE SOPHIA-QUATTORDICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

QUATTORDICESIMA LETTERA

Maggio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 2

(Link alla parte I)

Il suo anelito fu di trovare nell’incontro con la Natura la via alle radici della sua esistenza. Se leggiamo, o almeno proviamo a leggere i suoi libri, poiché è difficilissimo intendere il loro linguaggio, scopriamo esservi stata realmente una profonda conoscenza delle radici spirituali della Natura. Questa fu la sua grande azione per amore dell’umanità. Egli stette come un guardiano alla soglia che dall’antica sapienza conduceva alla nuova era della scienza, come uno che si ricordi dello Spirito che opera nel regno della Natura. Questo dono all’umanità fu accolto da Goethe e sviluppato ulteriormente. Goethe aspirava a trovare le radici Spirituali della Natura e vi riuscì. La percezione sovrasensibile della pianta Archetipica, come Essere-Madre di tutte le piante esistenti, e della quale Goethe parlò chiarissimamente, è la prova che egli era fortemente collegato con il grande impulso che era stato vivente in Paracelso. Perciò, Rudolf Steiner poté chiamare Goethe il Padre della Scienza dello Spirito, cioè di quella scienza che riconosce lo Spirito operante dietro i fenomeni del mondo dei sensi.

Possiamo qui concepire che ad una personalità della sua epoca possa esser permesso di sviluppare una certa idea o un certo impulso solo fino ad un certo punto. Poi un’altra individualità può assumere quest’impulso molto tempo dopo che il primo è morto e, attraverso un reale collegamento con il morto, portarlo avanti ulteriormente. E veramente Goethe ebbe un rapporto reale con Paracelso. Troviamo nella biografia di Goethe che in un periodo di profonda crisi interiore egli studiò intensamente Paracelso.

Il famoso filosofo Spinoza nacque il 24 novembre 1632. Il Sole era nel segno del Sagittario. Questa “Porta del Sole” venne aperta dai Nodi Lunari due anni prima della nascita di Spinoza, nel 1630. Saturno era allora nella Costellazione della Bilancia. Questo ci riporta a Giordano Bruno che morì 30 anni prima, il 17 febbraio 1600, allorquando pure Saturno si trovava in Bilancia.

Giordano Bruno fu bruciato sul rogo dall’Inquisizione Romana. Nella prima parte della sua vita egli era stato un monaco, ma il suo entusiasmo per la verità e il suo attaccamento alle nuove concezioni scientifiche, come esposte per esempio nel sistema copernicano, lo portò in conflitto con i suoi superiori ecclesiastici. Egli fuggì dal suo monastero e fece lunghi viaggi attraverso l’Europa, ed insegnò le nuove idee della scienza. Poi fu catturato dagli emissari della Chiesa Romana e, non ripudiando egli i suoi insegnamenti, fu bruciato vivo. Anche in Spinoza era presente questo spirito d’incrollabile entusiasmo e di devozione alla verità ed alla libertà della concezione filosofica. Veramente possiamo dire di lui, come di Giordano Bruno, ch’egli fu un martire di questa lotta per la libertà spirituale. L’intera sua vita fu una serie di persecuzioni da parte di ogni sorta d’istituzioni che erano ansiose di conservare obsolete tradizioni spirituali. Egli morì in giovane età, nella miseria causata dalle incomprensioni di coloro che erano attorno a lui.

Un altro filosofo e matematico, Gottfried Wilhelm Leibniz, nacque il 21 giugno 1646 vecchio stile [calendario giuliano]. Il Sole era ancora nel segno eclittico del Cancro. Questa “Porta del Sole” venne aperta dai Nodi Lunari nell’anno 1647, un anno dopo la sua nascita. Troviamo Giove nella Costellazione del Leone, ove era stato allorché morì il già menzionato Giordano Bruno. Possiamo trovare così un collegamento pure tra Leibniz e Giordano Bruno, ma qui era Giove a stabilire il collegamento. Perciò la qualità, per così dire, che Leibniz ereditò spiritualmente, fu di diversa natura. Fu il mondo di pensiero di Bruno che giunse nuovamente a vita in Leibniz e che venne sviluppato ulteriormente. Il nocciolo dell’insegnamento di Bruno è la sua idea delle monadi come fondamento di ogni esistenza nell’Universo. L’originaria unità universale, che egli chiamava la monas monadum, si separa nella molteplicità dei singoli esseri, o monadi, che sono esseri viventi, ed ognuno di loro è un Universo in se stesso. L’anima di un essere umano è una monade pensante. Leibniz basò il suo insegnamento filosofico sulla sua “monadologia” e sull’idea della “armonia prestabilita” (prestabilierte Harmonie). Così come Giordano Bruno egli immagina Dio come la monas monadum. Le singole monadi derivate dalla monas monadum hanno vari gradi di coscienza. Esse sono, per così dire, le anime delle cose e degli esseri ma, anche per Leibniz, ogni monade è in se stessa una rappresentazione dell’Universo in gradi.

GLI EVENTI IN CIELO

Già in Aprile il Pianeta Marte è entrato nella Costellazione dei Pesci. Esso si muove attraverso questa Costellazione per tutto il mese di Maggio. Una quantità inconsuetamente grande di personalità storiche hanno Marte in questa posizione, o al momento della nascita oppure a quello della morte.

Se guardiamo più da vicino a questa raccolta, possiamo scoprire che vi sono i più grandi contrasti tra queste persone. Sembra più simile ad una gigantesca lotta tra persone che sono unicamente consacrate alla vita spirituale dell’umanità ed altre che sono discese profondamente nel mondo della materia e di quello dell’azione politica.

Tra loro vi è una grande personalità che molto ci insegna su questa lotta spirituale. È il Papa Nicola I . Quando morì, il 13 novembre 867, Marte era nei Pesci nella stessa posizione in cui sarà all’inizio di Maggio. Questo papa, che talvolta è chiamato “il Grande”, fu profondamente coinvolto nelle cause della separazione tra la Chiesa Occidentale e quella Orientale che sorsero allora. Esse portarono allo scisma tra la Chiesa di Roma e la Chiesa Greca. Il suo grande oppositore fu il Patriarca Fozio a Costantinopoli.

Questo scisma è molto di più che non la differenza d’opinione tra pochi dignitari ecclesiastici. È un problema dell’umanità, e da quei giorni la sua importanza non è diminuita bensì aumentata. L’umanità nella nostra epoca deve trovare la giusta soluzione, oppure far fronte a tremende catastrofi persino più grandi di quelle che abbiamo dovuto sopportare così a lungo. Perciò, l’individualità della quale parliamo può insegnarci una grande quantità di cose su questi còmpiti giganteschi.

Sappiamo che egli fu nuovamente incarnato in un corpo fisico durante il XIX e il XX secolo e nuovamente egli venne posto di fronte ad un problema riguardante l’umanità simile a quello che si era manifestato allorché egli era Papa della Chiesa Romana. Ma in quest’epoca egli era posto di fronte alla situazione mondiale che si era sviluppata a partire dalla separazione e dall’inimicizia tra Oriente e Occidente.

Il Papa Nicola I dovette far fronte alla situazione che in Oriente – in Grecia, in Asia Minore ed in Egitto – veniva seguito un Cristianesimo che era ancora profondamente collegato con gli antichi Misteri; con l’antica sapienza che era sopravvissuta alla caduta della cultura degli antichi templi. La Chiesa Greca era soltanto una specie di avamposto verso l’Occidente, e ve n’erano molti altri che sono sopravvissuti sino ad oggi. Spiritualmente, dietro di essa stava l’immenso continente dell’Asia che era considerato come il misterioso dominio degli Dèi. Gli altipiani del Tibet sono ancor oggi sperimentati come la vera sede degli Dèi. Il Cristianesimo occidentale giunse ad una via diversa. Esso arrivò a Roma in una data precocissima. La Roma politica all’inizio si era fortemente opposta alla fede cristiana. Dopo l’età delle persecuzioni, il Cristianesimo  romano e la vita dello stato romano si amalgamarono sempre di più. Perciò si sviluppò il Cristianesimo pratico e colonizzatore dell’Impero Romano. Si diffuse nelle lande selvagge del Nord, al di là delle Alpi, e fondò i monasteri che divennero i centri per l’agricoltura e l’insegnamento. Nicola I era profondamente collegato con questo sviluppo occidentale. Quasi con la percezione di un veggente, egli scorse la necessità del Cristianesimo occidentale che prepara il cammino verso lo sviluppo culturale dell’Occidente, nel quale doveva svilupparsi l’era moderna della scienza naturale, delle grandi scoperte e della tecnica.

L’Occidente ha volto in basso lo sguardo alla Terra e l’ha presa nelle sue mani. L’Oriente non volle discendere dalle sue altezze spirituali, preferì anzi rinunciare alla conquista della Terra fisica. Perciò, Papa Nicola I vide sopraggiungere il grande scisma tra Oriente e Occidente come una necessità storica. Egli non poté evitarlo. Esso dovette arrivare nell’interesse dell’evoluzione dell’umanità.

Comunque questo scisma evolvette a partire dal IX secolo in un  gigantesco problema per l’umanità. In occidente l’umanità ha raggiunto il dominio quasi completo sulla materia morta. L’essere umano è diventato, nel corso della sua evoluzione storica, un individuo ed un essere emancipato. L’individuo è divenuto così emancipato che può dubitare e persino negare l’esistenza di un Mondo Spirituale. L’ideale è la macchina.

Perciò, anche l’ideale dell’organismo sociale è più o meno una macchina. In Oriente l’essere umano rimase indietro. Lì, il centro della vita è ancor oggi l’adorazione degli Dèi, implicante la sottomissione alla Volontà del Mondo Spirituale. L’esistenza di uno, in quanto essere umano singolo, non conta. La morte è una transizione più o meno benvenuta. L’organismo sociale o la vita dello Stato viene edificata secondo questa concezione spirituale. Essa è guidata da impulsi religiosi; il rappresentante dello Stato è considerato addirittura di origine celeste. Ma il singolo membro dell’organismo sociale non può sperimentare se stesso come un essere individuale. Il membro individuale è una parte più o meno insignificante del tutto.

Queste concezioni largamente opposte dell’esistenza umana devono presto o tardi portare ad un tremendo conflitto tra l’umanità occidentale e quella orientale, a meno che non venga trovata e praticata la vera Immaginazione del Nostro Essere. Ambedue le concezioni sono lontane da questa Immaginazione: in Occidente l’emancipazione spirituale conduce ognuno ad un punto in cui l’esistenza terrena diviene senza senso e fantasmatica, e in Oriente il singolo essere umano è sommerso in un incontrollabile diluvio di fanatismo razziale o religioso. In ambedue le concezioni l’umanità in ultima analisi elimina se stessa. Ambedue le concezioni lotteranno per la loro esistenza, l’una contro l’altra, e l’umanità verrà stritolata tra loro se la vera Immagine del Nostro Essere, il Christo cosmico, rimane irriconosciuto – non la semplice persona della tradizione cristiana del XIX secolo, bensì il Dio, il Quale entrò nell’esistenza corporea: Colui che venne a ricordare all’umanità terrestre la sua cittadinanza cosmica. Il Christo fece la volontà del Padre, rappresentò l’intero Universo nella piena coscienza di un’esistenza terrestre legata al corpo, e mostrò il sentiero al raggiungimento di questa rappresentazione dell’adempimento della Volontà del Padre. I primi cristiani sperimentavano il Christo allorché disegnavano il loro simbolo segreto, il Pesce.

Così noi troveremmo nuovamente il Christo come rappresentante dell’umanità, il Pesce che è l’immagine cosmica dell’umanità nel mare delle nuvole eteree intorno alla Terra. Allora non ci troveremo più confinati unicamente alla realtà terrestre, oppure non verremo sommersi nel dominio dell’anima di gruppo, bensì sperimenteremo noi stessi come discesi da altezze spirituali allo scopo di trasformare la Terra nell’Immagine dell’Uomo Spirito (Essenza), come Novalis, Rudolf Steiner ed altri hanno fatto. Questo è il linguaggio di Marte nei Pesci.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, se non espressamente autorizzata per iscritto dall’editore, salvo piccole citazioni in recensioni o articoli.

PRIMAVERA E TEMPO DI PASQUA

plant

 

Presto è Pasqua. Ma non amo granché ossequiare gli eventi metafisici nei tempi sanciti dalla tradizione e dalla convenzione. Ho notato che pure allo scadere di dignitose, anche encomiabili manifestazioni ormai annuali di feste e giornate (c’è pure la giornata del sollievo, manca invece la giornata del salame ungherese) esse diventano occasione di approfondimenti antroposofici, o in generale, spiritualistici.

Che volete? Mi paiono un po’ tutte alla stregua delle “cure compassionevoli”, ossia quelle che offrono un sollievo posticcio al malato terminale. Roba di facile preparazione, che non costa quasi nulla al Servizio Sanitario ovvero a chi scrive e che serve ben poco a chi legge. Sebbene siano di sostanze del tutto diverse credo che possano alleviare la sete di spirito quasi come, ad un grado minore, un bicchiere di Coca Cola può soddisfare chi ha semplicemente sete di liquido. Però il paragone è improprio: la sete dell’organismo è più seria.

Se alla parola “spirito” fate corrispondere un gradevole (compiacente e compiaciuto) sussulto emotivo, non dico che non siate belli e buoni, ma di cammino interiore o pellegrinaggio dell’anima verso i Cieli…nemmeno fermarci a parlarne.

Mi pare che molti non riescano a sospettare o a capire che, con i soliti contenuti dell’anima e le solite, fantastiche costruzioni della mente, non si trovano ponti – nemmeno quelli tibetani – che permettano di superare quello che soltanto viene permesso da ciò che in noi vive e domina come implacabile ostacolo alla realtà spirituale e persino alla comprensione consapevole dei più elementari processi che la riguardano e per i quali basterebbe l’attività svolta da un accurato e spregiudicato esame sostenuto da un lucido processo logico.

Potrei anche prepararvi un discorsetto storico/culturale su miti o personaggi: ovviamente preriscaldato ma insaporito e sacralizzato da un velo di riferimenti di antroposofia e di tradizione.

Quando si è giovani l’appetito non manca e si è disposti a trangugiare ogni cosa che si trova sul tavolo. Mantenendo la metafora, sono fortunati quelli che poi si accorgono che l’eccesso non accresce l’energia ma porta piuttosto a disordini intestinali e pesantezza. Questi sono come i cosiddetti peccati di gioventù o nel migliore dei casi fanno parte, comprensibilmente, della tortuosa didattica dell’apprendimento.

Ma perché mi soffermo e dissipo righe per cose del genere? Il fatto è che mi pare rimarchevole (disdicevole) che una non indifferente quantità di apprendisti ricercatori – sarà un beffardo destino? – abbiano trovato una variante della fonte di Ponce de Leòn poiché sembrano rimanere eternamente giovani nella psiche: che non è un complimento. In altre parole si iscrivono all’accademia antroposofica e rimangono per tutta la vita in quei corridoi come imbolsiti studenti fuori corso.

Giorni fa, su una stagionata Rivista straniera ho letto un lungo articolo del sig. Emile Rinck dal titolo accattivante: Un cammino verso la conoscenza immaginativa (Metodo, criteri, risultati). Allora si disquisisce su Giovanna d’Arco, sulla necessità di conoscere se stessi, sull’esperienza del doppio per poi giungere alla conclusione che la coscienza immaginativa è una facoltà nella quale si percepiscono immagini attraverso cui si esprimono esseri spirituali e che tutto quello che c’è nell’articolo può essere soltanto una “frammentaria riflessione” che andrebbe completata con lo studio dell’Iniziazione e della Scienza occulta.

Benedetto uomo! Questo avrebbe potuto dirlo ai lettori prima, anzi subito, oppure il compitino avrebbe potuto tenerlo per sé, in un cassetto munito di serratura: uno degli infiniti esempi di quello che passa per lezioso ed inutile antroposofismo.

L’azione di Massimo Scaligero avrebbe dovuto essere dirompente nei confronti di tale desolato ma resistentissimo labirinto accademico. Egli con vigore ed un rigore che non lascia scampo ti mette di fronte ad una scelta di vita essenziale. Ma sarà che il grado di analfabetismo cognitivo è faccenda più seria di quanto dicano le statistiche oppure che viga negli animi una pura e dura voglia di non far niente, resta il fatto che tra l’adamantino, coerente e tagliente insegnamento di Scaligero e i tanti che si dicono suoi discepoli sembra succedere quello che avviene a coppie in crisi: convivono da separati in casa.

Forse una osservazione che Scaligero mi fece un giorno potrebbe spiegare alcune cose. Arrivai da lui mentre stavano uscendo tre ragazzi un po’ più giovani del sottoscritto. Solo dopo molti anni riconobbi che tra i tre, almeno due erano divenuti figure che sono apparse di una certa rilevanza in alcuni ambienti. Erano appena usciti e Massimo mi fermò in corridoio con queste parole: “Hai visto quei giovanotti? Vengono qui con domande molto intelligenti sulla Filosofia della Libertà”. Dopo un brevissimo silenzio continuò: “Ma non riescono proprio a capire che è esperienza”.

Ecco: con questo breve ricordo (ora penso che il commento di Scaligero fu molto gentile), mi permetto di estendere, generalizzare la cosa. Come ho già scritto e riscritto, se tratto Verità e Scienza o Teosofia oppure la Via della Volontà Solare o Il Trattato del Pensiero vivente come fossero dei portacenere – io qua, loro là – posso sapere molto, posso anche usarli a mio comodo ma se non li vivo, se non li riaccendo in me riga per riga, anche drammaticamente, rimarranno per sempre e soltanto entità del mondo, più famigliari di tante altre, ma nella mia anima non accadrà nulla, non vi sarà potenza che si attua, modificando il mio assetto interiore. Ciò che naturalmente io sento di essere non cambierà di una virgola. In sintesi mi proteggerò, inconsapevolmente, dal “rischio” dell’esperienza.

Occorre non fraintendere il significato di conoscenza. Se la si intende come la intese Pico o Bovillus e, ai nostri giorni, Rudolf Steiner, essa è il sacro e operoso divenire dell’anima che si dirige alla sua verità divina, altrimenti è solo un sapere (alla Emile Rinck o peggio) che ottunde l’uomo e lo trascina in una forma di accidia spirituale, spesso persino elegante, à la page, e di sicuro confortevole.

Uno potrebbe credere che leggere qualcosa che profuma di nobiltà e di mistero lo introduca nell’hortus conclusus dell’esoterismo: non è così né lo sarà mai: una temporanea variazione di sentimento non porta se non ad un breve moto circolare in sé. Sono così pochi coloro che, sollevando per un secondo la testa oltre le acque inferiori, sanno rendersi conto che un attimo di destità pensante vale, per un concreto cammino interiore, assai più che l’Himalaya delle altre cose che sono dentro o fuori dell’uomo.

Fossi un illuminato despota, obbligherei chi aspira a illuminazioni e iniziazioni a mettersi a bottega da un buon meccanico oppure a lavorare da magazzinieri…per il tempo in cui si rendesse capace di ripararmi la macchina o di portarmi una vite da 8 se chiedo una vite da 8.

La perdita di una chiara, educata relazione tra la coscienza pensante ed il mondo sensibile – fenomeno che sta già avvenendo – è sommamente preoccupante, poi nel caso di velleità spirituali preclude anche il primo passo verso la conoscenza.

Eppure è proprio il Dottore a sottolineare che “nel mondo fisico sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’io umano all’obbiettività” e che proprio “nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero”.

Queste sono parole che paiono ovvie ma furono stampate tra il 1904 e il 1910 e, come ammoniscono i cugini nostri, le temps s’écoule vite. Un decennio dopo, nei corsi sulla fisica, Steiner osservava che il continuo impatto del sensibile percepito sulla coscienza, porta quest’ultima ad una sorta di deliquio.

Così la faccenda si complica: il sensibile ci porta a destità ma poi ci narcotizza. Infatti questa “striscia” di sonno, purché ci siano famigliari alcune possibilità che la pratica della concentrazione è capace di offrirci, la possiamo trovare e cogliere: esiste davvero. Persino a posteriori, se si porta l’attenzione ai nostri comportamenti nella vita comune, possiamo riconoscere che si sia come incalzati da una condizione sonnambolica.

Da questa tenaglia offertaci dal deliquio nel sensibile esterno e dalla sognante confusione animica, la via della destità dell’Io passa inevitabilmente per l’unica condizione indipendente: il voluto controllo del pensiero e la voluta attenzione verso un “oggetto” che non dipenda da queste due polarità: è l’attività determinata dall’Io che chiamiamo concentrazione.

Il valore assoluto della concentrazione è minato da una fallace controimmagine che aderisce nel retrobottega della coscienza: si stima che la disciplina della concentrazione, poiché nella prassi comune si esegue in brevi frazioni di tempo, sia qualcosa di simile ad un segmento, tirato dal punto A al punto B, mentre in realtà essa è paragonabile a una semiretta: dal punto A all’infinito.

Da ciò, la mia scandalosa affermazione che la concentrazione riesca ad assumere in sé tutti i livelli potenziali della coscienza sino all’intuizione, non dovrebbe apparire esagerata.

Le persone non si accorgono che la concentrazione è l’ultima àncora offertaci dal mondo spirituale. Se così non fosse, dato il principio di stretta economia di quei mondi, l’attività di Scaligero non sarebbe stata necessaria.

Ma qualcuno potrebbe comunque chiedermi: “Non sono forse sufficienti i tanti esercizi dati dal Dottore?”. Ed io rispondo: “Certamente…se non si fossero verificati grandi e veloci cambiamenti nell’uomo, direi epocali se comparati al breve lasso di tempo in cui si sono verificati”. Poi vi dico pure che Scaligero queste cose le ha scritte e riscritte con perfetta proprietà di significato, basterebbe non ignorarle. E dove ha dato in quantità indicazioni di esercizi di varia direzione (Manuale pratico della meditazione, Tecniche della concentrazione interiore, ecc.) ha avvisato che questi sono comunque operazioni di concentrazione: consistendo sostanzialmente in “accordi del pensiero con la volontà”.

Pensateci, riesaminate, insomma fate quello che sentite come vostra capacità di indagine e di esperienza. Poi se vi sentirete (onestamente) in disaccordo con ciò che dico, nessuno si strapperà i capelli, anzi: potrebbe solo voler significare che vi può essere ampia ricchezza di variabili.

Quando scrivo, come ho fatto ora, tengo sempre presente nell’anima che dharma e karma individuali non sono astrazioni esotiche e che conseguentemente possano esserci approcci e modi diversi per ogni singola persona. Nonostante ciò ritengo ugualmente che la concentrazione sia l’ultimo appiglio donato all’entità umana del presente, sia per iniziare un cammino vero verso la Realtà, sia per non capriolettare all’indietro nel subumano. E l’urgenza è drammatica: non è affatto impossibile che l’ultimo dono possa venire perduto.

Quello che occorre non è facile: si tratta di abbandonare ciò che ieri o l’altro ieri si è congiunto con l’impotenza delle cose morte e avanzare nell’ignoto con il nudo coraggio di chi non ha più nulla perché è giunto allo zero di sé ed in questo vuoto costruire vita per domani e per tutto il futuro. Occorre quel salto speciale che giunge alla metamorfosi. Solo lo spirito è capace ad operare alla ri-creazione dell’uomo. Solo il vasaio può modellare la creta: avete mai visto un informe mucchietto di creta da sé farsi vaso? Ma perché possa operare nell’anima, l’io/IO deve prima squarciare l’armatura in cui l’anima si protegge dallo spirito. Cercate di comprendere, troppe parole non servono a niente.

Ho iniziato col dire che presto è Pasqua, e la primavera è già iniziata. Dai rami di alberi e siepi si affacciano al sole le nuove foglie, piccole ma con tanta volontà di crescere. E chi conosce un po’ d’attenzione e silenzio può fare qualcosa. “In pace di cuore” può guardarle e permettere ad un sentimento che sorge (che può sorgere) di entrare nell’anima. Scrivo “entrare” poiché esso non è solo nostro ma giunge in noi dall’impeto gioioso della natura che risorge. Con estrema delicatezza trattenetelo in voi che non scompaia subito. Guardate di nuovo le foglioline: osservate come ci sia sostanziale unità tra questo sentire vostro ed il loro manifestarsi. Immergetevi completamente in questa impressione. Allora albeggia un fluire, sempre più vasto, che lega insieme voi e la natura. Sorge una delicata impressione di soave luce/colore animico “giallo-rosato”: essa pervade il mondo del vivente. Non c’è da far molto, solo silenzio e un po’ d’arte interiore. Così si sperimenta quella che è l’atmosfera nel tempo della primavera e della Pasqua.