SETTEMBRE (di F. Di Lieto)

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SETTEMBRE

 

Ai primi tocchi

delle foglie morenti

seguirà il crescendo

della pioggia.

Poi sarà ottobre,

una ruggine

di terra arata

da cui si leverà il fumo

in spirali azzurre.

Tu allora

mi ricorderai l’estate:

risentirò gioire,

l’orecchio sul tuo cuore,

le pulsazioni profonde

di una vita certa,

rivivrò i giorni compiuti,

la bellezza immemore

di nascita e morte.

Presto sarà ottobre:

senti la musica

del vento che trascina

come foglie

le ultime ore d’estate,

lampi di sole,

attimi,

toni che precipitano

verso profondità

dove tutto si consuma.

Così, dopo la pace,

verranno grandi attese,

nebbie,

i semi cullati

nel grembo della terra,

come i sogni nel cuore.

Non rimarrai che te,

la tua vita certa,

la clessidra del tuo cuore

che un semplice moto

basta a rigirare.

E il tempo riprenderà,

più forte.

.

Fulvio Di Lieto

da “SOLTANTO IL CUORE”.

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2017

Anno XXII n. 9

Settembre 2017

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sanmichele

Giovanni Colazza – BARRIERE

colazza -

Le indicazioni che ci giungono da quella altissima figura spirituale che fu Giovanni Colazza costituiscono un dono prezioso per tutti i praticanti interiori che sono coraggiosamente impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero.

Nella povertà terminologica e nello stile scarno, essenziale, intenzionalmente asciutto dei suoi scritti, l’operatore accorto può ravvisare il rigore ascetico e l’adamantinità dell’Iniziato.

Dal I dei tre volumi di Ur – Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vogliamo riportare il primo dei sui scritti, firmati con l’eteronimo di Leo.

BARRIERE

LEO

Il primo movimento dell’uomo che cerca se stesso deve essere quello di spezzare la propria immagine abituale. Soltanto allora egli potrà cominciare a dire Io, quando alla parola magica corrisponda l’immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti di spazio, di età e di potenza.

Gli uomini devono raggiungere il senso della realtà di se stessi. Per ora essi non fanno che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e più piccoli di quello che sono; ogni loro pensiero, ogni loro atto è una barra di più alla loro prigione, un velo di più alla loro visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si attaccano alla terra che li porta: è come se un’aquila si immaginasse serpente e strisciasse al suolo ignorando le sue ali.

E non solo l’uomo ignora, deforma, rinnega se stesso, ma ripete il mito di Medusa e impietra tutto quello che lo circonda; osserva e calcola la natura in peso e misura; limita la via attorno a lui in piccole leggi, supera i misteri con le piccole ipotesi; fissa l’universo in una unità statica, e si pone alla periferia del mondo timidamente, umilmente, come una secrezione accidentale, senza potenza e senza speranza.

* * *

L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento della sua coscienza.

I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma si continua attraverso la terra e negli spazî cosmici. Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza.

* * *

E’ opportuno far notare la necessità di una speciale attitudine di fronte a questo punto di vista come a qualsiasi altro dell’esoterismo. Si tratta di inaugurare ciò che poi servirà tanto spesso nella vita dello sviluppo spirituale, un modo di possedere un concetto che non è soltanto comprendere o ricordare. Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente (1); e non solo come pensiero ma anche come sentimento. La contemplazione del proprio essere e del mondo nel modo che è stato sopra enunciato suscita un senso di grandezza e di potenza: bisogna trattenere in noi questo senso in modo da farci compenetrare da esso intensamente.

Così potremo stabilire un rapporto realizzativo con questa nuova visione, la quale dapprima si verserà nell’incosciente finché dopo un certo tempo verrà ad inquadrarsi in modo sempre più definito nel sentimento di cui abbiamo parlato; si presenterà allora una nuova condizione in cui ciò che prima era concetto potrà divenire presenza di una forza e si raggiungerà così uno stato di liberazione su cui sarà possibile edificare una nuova vita.

Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.

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(1) Questo punto fondamentale, di far scendere mediante il ritmo nel proprio ente corporeo una conoscenza fino a incidervela, può chiarire il perché di tante ripetizioni, concettualmente inutili, dei discorsi del Buddha, come anche di quelle che si incontrano in preghiere ed invocazioni magiche e così via via siano al razionale impiego di pratiche respiratorie dell’hatha-yoga. [N. d. U.]

RAGIONE E RELIGIONE

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Ciò che credevo fosse per me (in me) attinente alla religione viveva già prima di incontrare la Chiesa, cercai persino di con-fonderlo con essa. Dico sul serio. Da giovanissimo andavo alla compieta e recitavo tutto il rosario; entravo nelle chiese ombreggiate e semi deserte a pregare. Mi comunicavo a digiuno la domenica mattina, ma non credo fosse una colpa se nei raggi della luce e nell’aria il mio cuore incontrava immediatamente il mistero che era nostalgia per la mia anima.

Solo poi (anni dopo), in un drammatico confronto intimo, arrivai ad una scelta radicale nella quale non trovò più posto la via (e le lusinghe) che la Chiesa poteva offrire.

Con questa piccola confessione personale desidero convincere i lettori nostri che non porto alcun risentimento verso la religione tanto che le successive riflessioni appartengono ad una richiesta che mi fu commissionata da un amico sacerdote, il quale mi aveva chiesto qualche riga che riguardasse ragione e religione che per opinione comune sono sempre in dissidio.

Perdonerete le mie riflessioni se vi ricordo che mi trovavo con “anima e corpo” nel mio periodo magico-rituale! Poiché avevo diversi amici sacerdoti, mi scandalizzava il modernismo di quelli che gettavano via il Breviario e, con esso, tutte le cose che ritenevano superate e superflue: il “nuovo corso” della Chiesa…

Per cui, di occulto-palese, nelle mie righe, vi era solo una critica al modo di vedere dei nuovi sacerdoti, seppure limitata nell’uso dei termini (altrimenti avrebbero gettato la paginetta nella spazzatura e amen).Si vede inoltre come allora non avevo ancora affrontato il tema del pensiero e della sua priorità nella coscienza e nella conoscenza: ero solo un giovane, velleitario occultista.

§

Le forme e i sistemi religiosi divengono caduchi e corrotti e devono essere distrutti, altrimenti perdono completamente il loro significato profondo: diventando oscuri nella conoscenza e nocivi nella pratica.

A suo modo la ragione ha sostenuto una partecipazione importante nella storia religiosa, facendo crollare ciò che non reggeva e rifiutando le aberrazioni derivate.

Ma nel suo sforzo per sbarazzarsi da ignoranza e superstizione che si sono posate sulle forme e sui simboli religiosi, la ragione intellettuale, non illuminata dalla conoscenza spirituale, non soltanto tende a negare ma, per quanto le è possibile, a distruggere le verità e le esperienze che esse contenevano.

Le riforme che attribuiscono una superiore importanza alla ragione, austeramente virate al negativo, protestanti su ogni cosa, creano nuove regole religiose prive di ricchezza spirituale e di pienezza di emozione. Esse non sono ricche di contenuto: la loro forma ed il loro spirito risultano impoveriti, spogli e freddi.

Inoltre non sono davvero razionali, perché non vivono in virtù del loro ragionamento, che allo spirito razionale appaiono tanto irrazionali quanto quelli dei credi che hanno sostituito, e ancor meno vivono grazie alle loro negazioni, bensì della quantità di fede e fervore dei nuovi devoti.

La fede ed il fervore sono sovrarazionali nell’insieme del loro scopo e contengono certamente pure taluni elementi infrarazionali.

Se tali correnti rinnovate possono sembrare alla mentalità comune meno grossolane di quelle con il loro credo meno interrogativo e critico, ciò avviene spesso perché si avventurano più timidamente o evitano il dominio dell’esperienza sovrarazionale.

C’è poco da fare: nel suo aspetto religioso, la vita degli istinti e degli impulsi non può essere purificata in modo soddisfacente dalla ragione: può esserlo piuttosto mediante una sublimazione che li eleva fino alle illuminazioni dello Spirito.

La linea naturale dello sviluppo religioso procede sempre per illuminazione e le riforme religiose sono più efficaci quando illuminano a nuovo le forme antiche, anziché distruggerle. Quando le sostituzioni avvengono per maggior pienezza di contenuto piuttosto che per maggiore povertà e, in ogni caso, quando purificano il campo con un’illuminazione sovrarazionale, non certo con “chiarimenti” razionali.

Una religione puramente razionale non può essere che un arido deismo e da tali tentativi non si è mai riusciti ad ottenere vita e permanenza: perché essi agiscono contrariamente alla legge naturale e alla legge spirituale: al dharma della religione (Ho riscritto “dharma” al posto di due righe complicate).

Se la ragione viene chiamata a svolgere una parte decisiva, deve essere una ragione che principia dall’intuizione, mai disgiunta dalla visione interiore e dall’intensità spirituale.

Mai si dovrebbe dimenticare che l’infrarazionale ha pure in se verità segrete che non appartengono al dominio della ragione né dipendono dal suo giudizio.

Il cuore ha la sua conoscenza, la vita ha il proprio spirito e divinazioni, irruenze e incendi di energia segreta, di aspirazione e di slancio: che solo lo sguardo dell’intuizione può sondare e che solo il verbo ed il simbolo possono configurare ed esprimere.

Sradicare tali cose dalla religione o purgarla di ogni elemento della sua pienezza col pretesto che il tempo è trascorso, che le forme sono poco moderne o oscure, senza il potere di illuminarle dall’intimo (senza la pazienza di attendere la loro maturazione dentro noi stessi) o senza la capacità di sostituirle con simboli più luminosi, non significa purificare ma solo impoverire.

Tuttavia non è necessario che le relazioni tra spirito e ragione siano ostili o prive di qualsiasi contatto, come spesso accade in pratica.

La religione non è tenuta ad adottare come principio la formula: “Credo perché è impossibile” o quella di Pascal: “Credo perché è assurdo”.

Ciò che è impossibile o assurdo per la religione sola e priva d’aiuto, diventa reale e possibile per la ragione che si eleva oltre il proprio limite mediante il potere dello spirito e viene irradiata dalla sua luce.

Allora essa è dominata dalla coscienza intuitiva, che è il modo umano di raggiungere un’altezza di conoscenza più alta. La spiritualità che scende dall’intuizione non esclude né scoraggia alcuna attività o facoltà umana, ma opera piuttosto per innalzarle tutte fuori dalla loro imperfezione e dalla loro brancolante cecità. Con il suo tocco le trasforma e le promuove a strumenti della luce, della forza e della gioia di Dio, sino alla natura che lo manifesta sino al nostro sguardo.

CONTEMPLATIO MORTIS (di F. Giovi)

Il-Dio-dellUltima-Ora

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: «Perché fratelli? Questo corpo è sfatto, perché aggrapparsi ad esso? Perché costringerlo a durare?» rispose Ramana. Al che, essi implorarono: «Maestro, ti preghiamo di non lasciarci». Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: «Lasciarvi? E dove sarebbe il luogo dove vado?». Giovedí 15 aprile 1950, un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni, ma lui rifiutò. «Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni». Al tramonto del giorno successivo, Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso, ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto. Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda cominciò a cantare Arunachala Shiva. Udendo il suo canto preferito Ramana aprí gli occhi che brillarono, sorrise con indescri- vibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente piú. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile, dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo. Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti, e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi piú recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura. In epoche moderatamente piú antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva.

Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata (ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte) e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna. Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano. Se egli meditava, o pregava, il suo sognare diveniva piú reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva, e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso Rudolf Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità). Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i piú semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo. Il discepolo veniva condotto, nelle piú oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni che lo assalivano, che squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: “…Quomodo nutat caput, cadunt brachia, rigent crura, jacent tibiae: quomodo induantur, consuantur, deferantur humanda. Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus, quomodo quasi saccus putrefactus consumantur. Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua. Hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexe- ris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.”

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars moriendi, che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ’600 o ai primi del ’700 con oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtú: fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità. In questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti. Sull’Ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Piú austero e… lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti, che assume due significati: il primo consiste nell’accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte), in cui la tecnica consiste nella ripetizione di “marana vavissati” che significa “arriverà la morte”.

La necessità della contemplatio mortis non appartiene solo all’antico, ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: «Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e piú non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla. …È un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è cosí che si spezza il suo incantesimo». Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter, presagisce l’incombenza della morte, ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto, e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo: il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse mai prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese. Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni Trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi. Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. «…Mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi? …Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. È questo l’insegnamento: la morte può far sí che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?».
È interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con quelle parole. Questa impressione non pare astratta, perché la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare un’affascinante stagione artistico-letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della Decima Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli, perché ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dai confusionari insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: «La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di una enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lí che ti sorveglia. …La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, vòltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato!”. …Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli».

Ci sarebbe anche molto, troppo da dire circa le NDE (near-death experiences) o esperienze di pre-morte che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza piú completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita. Ma tutto ciò, con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni, può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai piú comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana, ma ad un livello conoscitivo impersonale: «La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana». L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello, trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica. Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara e persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito. È la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima. A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente – le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale – e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perché presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni. I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono «far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero». Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tantomeno un riassunto. Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà. Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo. Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno. Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima scopre una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo, esterno, come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo, ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale, perché contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai piú che una meditazione sulla morte. È un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto dicendo parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce, che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che, se non si pasticcia, si palesa, ma sulle prime sembra irriferibile a quanto si conosce. I “contenuti interiori”, quando sono veri, saranno pure sottili, ma sono anche forti: lasciano una traccia nell’anima che spesso, giorni dopo, risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte. Lo sperimentatore trova cosí, in un punto della Concentrazione, la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore che può sorgere (obiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al pensiero “io non sono questo o quest’altro”, ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé si vuole in un assoluto “altro da sé”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”. Questo da un lato, mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva – l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere ecc. – è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto. Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede, poiché è inavvertibile e dunque inavvertita. La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito. Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buonsenso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile. Ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori ecc., ed è anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, conducano il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende ed infrange vittorioso “il volto di Medusa”. Fu per queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2008/ago08/

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2017

Anno XXII n. 8

Agosto 2017

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Pensiero-liberato

In questo numero:

IL SENSO DELL’ARIA E DEL FUOCO

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Questa nota, ben poco mia è stata scritta per un amico. Riadattata, la riporto su Eco con la speranza – qualità che non chiude mai tutte le porte – di ricordare agli operatori due tecniche di concentrazione meditativa che, da un lato riassumono molte altre discipline in maniera proficua e che per altro verso dirigono la forza-pensiero ordinata, disciplinata ma sotto il limite, alla sua origine sovrasensibile.

Chi ha letto i volumi che raccolgono i fascicoli di UR le conosce. Esse fanno parte delle indicazioni che il dott. Colazza dettò a J. Evola, il quale le fece stampare (integre, con un errore a parte) sui fascicoli della Rivista.

In pratica le ricopio e ci aggiungo, separatamente, qualcosa di poco commento.

Il Senso dell’Aria.

Una di queste attitudini si può chiamare il senso dell’aria. Noi possiamo vivere nell’immaginazione l’elemento “aria” – che tutto penetra e vivifica, ed anche la sua mutevolezza, la sua silenziosa presenza, tutte le gradazioni del moto, dallo sfioramento sottile, insensibile, alla forza, all’impeto, alla violenza. Noi lo sentiamo infinitamente libero, senza radici, senza origini, senza causa, pronto alle variazioni più estreme in un batter d’occhio. Quando la nostra immaginazione, impadronitasi di questo senso, l’avrà sentito e vissuto – occorre trasportarlo in noi, farne uno stato della nostra stessa coscienza da mantenere attuale di fronte alle esperienze col mondo esterno.

Per la pratica: Nessuna parola mentale, solo immagini. Tratte semplicemente dalle nostre esperienze vissute: ricostruire situazioni in cui si è potuto sperimentare qualcosa dell’aria, magari cominciando dal soffio della brezza . Se si è in città si può constatare come sopra case e rumori, il cielo onnipresente pervade l’immensità oltre le cose degli uomini. Poi come, invisibile, sia presente nella stanza in cui sediamo, ecc.

Il senso primario è che si formi, allato dell’aria, un quid, un’impressione. Ciò succede, poco coscientemente, presso ogni percezione. In questo caso, per la doppia natura dell’esercizio (solo immagini interiori su qualcosa di invisibile), l’esperienza inizia ad essere sempre più libera dai sensi. Tale impressione è ciò che conta: ma deve assolutamente essere un prodotto che si forma come risultato, non una sorta di “risultato” artificioso, creato da noi. Durante tale opera possono verificarsi esperienze non banali come, ad esempio l’accorgersi del fatto che noi non respiriamo ma veniamo respirati dall’aria, oppure si inizia a “vedere”l’aria: ci si accorge che essa è una sostanza, simile ad un minerale liquido e trasparente. Forse è possibile per qualcuno giungere alla visione dell’Essere angelico che sovraintende l’elemento aereo ma è meglio non ricercare questa esperienza. Come tutti gli esseri realmente sovrasensibili Costui con la sua intensità può atterrirci: è insopportabile per il soggetto comune: eccesso di differenza di potenziale.

Si può notare che un simile esercizio contiene tutte le condizioni che l’operatore è chiamato ad esercitare lungo il cammino interiore: concentrazione, immaginazione e meditazione.

Nessuna esagerazione nella pratica. Credo che qui serva poco il molto e il moltissimo che possono servire invece per la concentrazione. La chiave degli esercizi di concentrazione meditativa è di giungere a momenti di vivezza, non di stanchezza. Certamente vale “ripetizione e ritmo”, ma non è una questione di tempo di esercizio.

Quello che abbiamo chiamato il “senso dell’aria” diviene un senso profondo di libertà di fronte a quanto vi è in noi di ereditario e di automaticamente acquisito. E’ un liberarsi dalle catene delle reazioni istintive, delle reazioni sproporzionate o deformi – è una elasticità che permette di far sorgere accanto al massimo riposo o raccoglimento il massimo dispiegamento di forza attiva. E’ il sentirsi spregiudicati e pronti a ricevere esperienze nella vera luce che è loro propria – senza le deformazioni istintive e passionali.”

E’ possibile vedere in questa operazione così sintetica l’attivazione delle forze che potrebbero venir suscitate con la pratica di altri esercizi tra cui i cinque ausiliari. Una condizione di libertà da se stessi che mondo e natura non ha mai dato. Via molto diretta ma non certo più facile.

Il Senso del Calore

Un’altra attitudine immaginativa è quella che si può chiamare il senso del fuoco o senso del calore. Essa consiste nell’avere l’immagine del godimento benefico del calore, sentendosi penetrati e vivificati da esso – come di vita feconda in noi e fuori di noi – presente e perenne come la luce solare. Sentire in noi questo calore come cosa nostra, come se il sole fosse in noi, radiante.

Questa immagine si porterà spontaneamente nel “cuore” – essa troverà direttamente la via ai centri sottili del cuore, poiché non è possibile sentirla intensamente e pur mantenerla nel cervello.

Questo centro-calore dovrà essere sempre presente nella nostra esperienza interiore, come emozione attiva contrapposta alle emozioni riflesse e passive provocate da cause esteriori.

Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore.

…le pratiche esposte ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle impressioni sensorie e pur con la vivezza e la realtà propria a queste ultime. Avremo così uno spontaneo sviluppo di quegli organi sottili che diverranno i centri della visione superiore.”

Questo secondo esercizio è più difficile del primo. Ed è di una importanza enorme. Comunque i due possono venir fatti in parallelo o in successione. Vanno eseguiti lontano dalla concentrazione, anche se potrebbe sorgere la tentazione di sfruttare immediatamente la condizione della mente già disciplinata dalla concentrazione.

Per certi versi l’immaginazione del calore può sembrare di attuazione più “difficile” rispetto a quella dell’aria. E lo è davvero. Persino nell’evocare immagini conformi.

Il “calore”, se si realizza anche per un attimo l’impressione interiore proposta, viene davvero percepito nel suo trasferimento dalla zona della testa alla zona cardiaca. Serve ricordare che si indica una condizione, uno stato che non è riconducibile ad una sorta di sentimento comune? E’ simile ad un innamoramento intenso ma, per l’appunto, attivo, percepente e non solo percepito ed è localizzato. Senza entrare nel contesto di una capacità percettiva di avvenimenti sovrasensibili, si può segnalare che quando un concetto o una immagine venga ad adagiarsi in questo calore del cuore, il contenuto del concetto o dell’immagine viene recepito come se salisse dal profondo della propria anima con la stessa caratteristica che conosciamo quando ricordiamo qualcosa da noi sperimentato in precedenza nella vita.

Il Dottore indica qualcosa di simile su un testo fondamentale. Ne parlai tempo fa e ci furono reazioni poco felici (un cretino, famulo di noto prepotente, ne scrisse come di “supercazzola”, credendosi il conte Mascetti) perciò ora non dirò nulla in merito. In fondo basta leggere quello che si trova scritto da qualche parte. E capirlo.

Queste due discipline hanno anche una valenza “magica”: esse portano persino a sottili cambiamenti che toccano attività fisiologiche, basi per reali modificazioni di consapevolezza interiore, ma consiglio di considerarle, ad un primo gradino, semplicemente come congrue discipline ausiliarie. Sono comunque discipline occulte e si comprende il loro carattere con il tempo, la pazienza attenta e le maturazioni interiori. Non sono assimilabili alla concentrazione né ad essa sostituibili.

Del resto le forze sono “misurate” e l’uomo interiore è immenso: una contraddizione che non rende più facile la vita del ricercatore. Quello che serve è non mollare mai. Attitudine che chiamo fedeltà. Poi, nel quadro generale, occorre disdegnare il dialogo interno: quello che facciamo con noi stessi e semplificare ogni cosa.

DALLE INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Wilhelm Friedrich von Gleichen

Wilhelm Friedrich von Gleichen (detto Russwurm) nasce a Bayreuth il 14 gennaio 1717.

Figlio maggiore di Heinrich von Gleichen and Caroline von Russworm, nel 1734, dopo aver ricevuto una rudimentale istruzione ed aver trascorso alcuni anni a Francoforte come paggio di corte presso i Principi Thurn und Taxis passa al servizio del Marchesato di Bayreuth, come stalliere.

Le sue prime pubblicazioni iniziano dopo la sua dipartita da Bayreuth, ospitate dal periodico Fränkische Sammlung aus der Naturlehre, Arzneigelahrtheit, Ökonomie und der damit verbundenen Wissenschaften, e trattano tra le altre cose di storia naturale, fisica e chimica ma risultano in gran parte piuttosto fantasiose, tanto da procurargli qualche fastidio e controversia. Le pubblicazioni successive saranno  meno stravaganti anche se nel 1782 darà alle stampe un estroso trattato sulle origini e la struttura della Terra che risulta oggi interessante solamente per un vago abbozzo della teoria evolutiva.

Nel 1753 sposa Antoniette Heidloff da cui avrà sette figli, solo due dei quali sopravvivranno fino all’età adulta.

Dal 1756 si dedica prevalentemente all’amministrazione del patrimonio famigliare lasciatogli in eredità dalla madre nel 1748.

Nell’estate del 1760 conosce Martin Ledermüller, che aveva già avviato la pubblicazione del suo Mikroskopische Gemüths- und Augenergötzungen (1759–1762), lavoro che porterà Gleichen-Russwurm a concentrarsi sul microscopio. Ledermüller si reca a Schloss Greifenstein nel 1762, e Gleichen-Russwurm continua a beneficiare dei suoi consigli fino al 1764, anno di stampa di Geschichte der gemeinen Stubenfliege  pubblicato da Russwurm e ritenuto dal Ledermüller eccessivamente critico nei suoi confronti.

Da un certo momento in avanti i suoi studi si concentrarono in maniera particolare sui processi di fertilizzazione di piante e animali. Nel 1763 esce il primo fascicolo di un lavoro intitolato Das neueste aus dem Reiche der Pflanzen , che include cinquantuno tavole colorate, ad illustrare numerosi dettagli di strutture floreali e varietà di pollini, oltre a sei tavole dedicate al microscopio e a  varie modifiche ed accessori  progettati dal Russwurm stesso. Il suo trattato sul polline della Asclepias syriaca L. incluso in Auserlesene mikroskopische Entdeckungen (1777–1781) include quella che con tutta probabilità è stata la prima osservazione di un tubo pollinico , sebbene l’autore non fosse a conoscenza della sua importanza.

Nel 1778 giunge il suo più importante contributo alla scienza, quando in Abhandlung über die Saamen-und Infusionsthierchen descrive la tecnica per la colorazione delle cellule fagocitarie  che aveva sviluppato a seguito di studi su vecchi saggi sull’utilizzo di tinture come agenti coloranti per piante e tessuti animali. Per poter studiare i processi di nutrizione di una colonia di ciliati  aveva utilizzato una miscela di acqua e carmine osservando il successivo colorarsi dei vacuoli digestivi ,  descritta successivamente con illustrazioni. Questa tecnica rimase generalmente sconosciuta fino a quando non se ne ebbe una descrizione da parte di alcuni biologi del IXX secolo Christian Gottfried Ehrenberg, Theodor Hartig, and Joseph von Gerlach.

Muore a Bayreuth il 16 giugno 1783.

 

DISPERSIONI

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C’è qualcosa da dire ancora? Non lo so proprio. Alle volte sono certo che no, poi mi vedo costretto a cambiare idea. Perché? Perché so e lo sappiamo – bene o male non importa – che questa prima e primaria disciplina non è mai compresa e, al contrario, viene osteggiata, evitata, minimizzata, rifiutata, persino negata. Basta che uno trovi qualcosa che scaldi il cuore e subito a guinzaglio stretto viene strattonato via dall’operazione principale.

A tale riguardo faccio mazzo unico, insieme a tutte le splendide vestigia delle antiche spiritualità, con le molte cose che vengono stampate e che sono frammenti di operazioni esoteriche della Scuola, della Classe e di Rituali riservati. Chiedo: qualcuno è stato invitato? Qualcuno è stato ammesso? Se sì, bene. Se no tutta quella roba non serve a niente e viene rivendicata dalle tante bocche della bramosia.

Vi è anche un bel manipolo di coloro che affermano e riaffermano di aver fatto la concentrazione, anche per molto tempo ed ossessivamente, con risultati nulli o addirittura disastrosi, giungendo ad un giudizio implicito o esplicito che nega non soltanto il suo senso ascetico/realizzativo ma togliendole pure il valore minimo di strumento necessario per avviarsi verso meditazioni più complesse…o affascinanti. Persino chi pratica la concentrazione non riesce a trattenere qualche lamento, a discutere sugli scarsi risultati, o a distrarsi per qualche fenomeno singolo e singolare.

In realtà, non l’esercizio in sé, ma il parlarne proprio come faccio io ora, è un modo di camminare lungo il ciglio di un burrone, poiché ci si dovrebbe render conto che ogni parola sull’argomento può facilmente diventare una distrazione, una dialettica ulteriore nei confronti di ciò che consiste solo nel superamento di ogni dialettica, di ogni ragionamento, in quanto la Concentrazione esige soltanto una totale focalizzazione dell’attenzione cosciente su di un semplice oggetto di pensiero.

E’ tutto qui e il resto è chiacchiera, necessaria per chi sta cercando di capire tra le mille sfumature delle indicazioni, necessaria per chi scrive con la grama speranza di far capire il nocciolo tra le mille sfumature del guscio. E’ difficile comprendersi: a cercare di comunicare l’essenziale non si viene granché compresi perché l’essenziale risulta troppo semplice. Mentre il percorrere in qualche modo quasi tutto il tracciato si rischia lo stesso poiché esso non può non riflettere la parziale soggettività del percorso.

Ad esempio il sottolineare il carattere volitivo della via, sembra quasi che si voglia porre il volere davanti al pensare e così via. Sono incomprensioni giustificate soprattutto per chi si trova ancora in un periodo di ricerca e di studio perché nella mente ballano ancora troppe idee spesso in apparente conflittualità.

Permettetemi un altro esempio. Si cerca di dire che l’operazione di pensiero non deve avere “presupposti”. Non deve averne non per ordine di qualcuno ma perchè il pensare è il prius della nostra condizione cosciente. Per semplice coerenza epistemologica si inizia immediatamente con il pensare e non gli si appiccica nulla prima, nemmeno un istante prima. Anche questa sembra una banalità che non occorrerebbe nemmeno menzionare. Ma è vero il contrario: c’è chi si rilassa o chi si contrae oppure chi cerca il giusto tenore interiore. Non sto parlando di una doccia o di una tazzina di caffè. Sto solo sottolineando che si cerca di mettere un qualsiasi antecedente all’atto pensante diretto e voluto: un fatto così diffuso che nemmeno viene rilevato. Eppure esso è segno e dimostrazione che non è stata ancora capita la valenza strutturale e metafisica del pensare e tanto meno ciò che è stato chiamato “Via del pensiero”. Ma allora quello che viene fatto è disciplinata disciplina ma forse così ottusamente da essere facilmente soggetta ad ogni spiffero.

Permettetemi ancora un’altra affermazione che a furia d’essere ripetuta è diventata banale: “Il segreto si difende da sé”. Pare che Aristotele l’abbia detta ad Alessandro…comunque viene ripetuta da secoli. Ma nessuno la prende sul serio: in tempi di massima divulgazione c’è tanta gente che si è fatta una certa fama e posizione col dire che comunicava ogni segreto. Ora, quando si tratti di documenti e carteggi riservati non è nemmeno una bugia. Direi, come spesso ho già detto, che molti sanno molto, che tanti sanno troppo. Eppure il senso di quella frase non è mai cambiato. I casi sono sempre due: o il segreto continua ad essere segreto oppure non esiste alcun segreto. Ma questo secondo caso, se fosse quello più vero, rimane più segreto del primo. E che sia così la più empirica delle osservazioni tende a dimostrarlo.

Che poi, dietro a quella riga che ho corsivizzata e ingrossata, oltre la massiccia incomprensione, in pratica ci stia un mondo intero di esperienze, lotte, trascendimenti e sconfitte, ruzzoloni e risalite così tante che l’esperienza di una intera vita sembra essere un tragitto troppo corto, è un fatto che vale o meno per il cammino individuale, diverso per ognuno di noi.

I testi esplicativi ci sono, fruibili senza difficoltà esteriori. Cito, di Steiner, Verità e Scienza e La Filosofia della Libertà, di Scaligero, Il Trattato del Pensiero Vivente, L’uomo interiore e Il Manuale pratico della Meditazione.

Poi in pratica, uno può trovare maggiore consonanza di comprensione anche con altri libri. Ne cito troppo pochi? Credo di no, se si fa sul serio: pensare che La Filosofia della Libertà potrebbe essere limitata o limitante è solo pensiero che ancora ignora o un pensiero incapace. Parlo raso terra: di solito occorrono anni di lotta per iniziare a capirci qualcosa: produrre in sé il filo articolato dei suoi pensieri consumandone la necessità dialettica e persino trasformando brevi righe in severe operazioni interiori potrebbe essere la principale dedizione dell’intera vita. Parlo grossolanamente in termini di tempo umano/sensibile e non sfioro nemmeno la radicale, estrema comprensione che sarebbe l’essenziale necessario per trasfigurare il tutto in luce/potenza dell’Io. Sembra oltremodo sparuta la falange di uomini capaci di dedicare ad un solo gesto metafisico l’intera vita! Non dico che ciò sia l’unico sentiero: è l’indicibile qualità dell’atto interiore quello che, prima o poi, ci dovrebbe aspettare in un punto della strada.

Dire,come ho detto, “fruibili” è in effetti quasi una presa in giro perché l’occulto non si rivela (a meno che il termine venga kremmerzianamente letto con il significato più letterale di “velare ulteriormente”). Sembra un paradosso ma per l’occulto vale ciò che nella vita comune non viene a consapevolezza, cioè si conosce non l’ignoto ma quello che è possibile ri-conoscere.

In altre parole: riesco a comprendere quello che ho sperimentato e che poi riattingo dal bagaglio della mia anima. Ed il resto? Sono bravissimo a non vederlo nemmeno avendolo sulla punta del naso.

In effetti, nei Gruppi un tempo fondati da grandi personalità, si ritiene ancora che La Filosofia della Libertà sia “più” importante delle altre cose: così il suo studio avviene dopo molto tempo con membri selezionati. Un Circolo nel Circolo…cosa farà mai? Si legge e si rilegge, poi a capo si ripete. Per decenni. Così nel Circolo ci si muove in circolo…sperando in una revulsione della coscienza pensante che è impossibile per il pensiero discorsivo o più probabilmente confidando con laica religiosità in un futuro compenso spirituale per la tanta abnegazione profusa.

E su tali comportamenti non vi sarebbe nulla da ridire o da ridere poiché l’atto interiore suggerito quasi al principio della stessa Opera, “l’osservazione del pensiero voluto”, è un atto eccezionale (così lo giudica l’Autore stesso) che per la sua inusitatezza si situa lontano dai normali contenuti della coscienza e che l’anima, conformemente alla sua condizione di squilibrio rifiuta profondamente. Risulta insufficiente anche l’uso di raffinata cultura o di una robusta logica che, visti i frutti prodotti dagli studiosi più accurati, partorisce ulteriori commenti che, messi insieme fanno Accademia, non trasformazione interiore (il commento possibile ai migliori commenti e rivisitazioni possibili è che tutto ciò distoglie dal vero oggetto di studio: l’anima gioisce per gli acuti commenti e forse per aver evitato – ancora una volta – il confronto con la polla sorgiva dell’insegnamento).

Di solito, anche con l’aiuto di testi come quelli indicati, bisognerebbe indagare, frugare nel pensiero, spiarne le mosse: non nei pensieri che sono sempre uguali a sé stessi: qualunque forma essi prendano si affacciano alla coscienza sempre con la medesima dinamica. A parte l’attitudine di saper sprofondare in un pensiero: calarsi alla sua radice. Che non si può catturare ma talvolta spiare in un baleno di destrezza . I testi ci possono aiutare solo nel caso in cui si tolgano le indicazioni dalla carta stampata e divengano interrogativi o strumenti nostri, cioè mezzi di attenzione e riflessione per la nostra attività. A tutta prima ciò può sembrare un lavoro sgangherato e difficile: ci si ingarbuglia perché ci si agita…finché ci si accorge che l’agitazione non porta a niente.

Allora – faccio un esempio concreto – in un momento non assillato, ci si può sedere su una panchina, guardare la pietra, l’arbusto o i cubetti del selciato che ci stanno davanti e chiedersi: “Cosa vedo? Perché lo vedo?”. Senza darsi risposte artefatte, senza pensieri fatti di parole: si dovrebbe in tali casi essere liberi e indipendenti anche dal Dottore. Allora prima o poi forse capiremo qualcosa di concreto circa il nostro atto pensante, su come comprendiamo ciò che ci sta davanti. E magari ci accorgeremo che questo comprendere è un fenomeno eccezionale, tutt’altro che ovvio, rimasto sempre nascosto dalla nostra immensa capacità di banalizzare ogni cosa, di ri-velare tutto col sudario del nostro forsennato monologo interiore.

Forse ci accorgeremo che il mondo esistente è reale solo in quanto investito dal nostro pensare e inizieremo a sospettare che vedere un mondo vasto e ricco presuppone una Potenza di Pensiero che c’è, che da noi fluisce e che ordina il mondo..ben oltre i pensieri di cui abbiano ordinaria (semi)coscienza sebbene questi siano gli assistenti necessari per la nostra (semi)autocoscienza.

Allora può sorgere un sentimento peculiare, una condizione interiore di seria, stupita meraviglia verso il semplice, abituale fatto che noi pensiamo: questa è una delle condizioni sane che ci dispone ad operare al rito della Concentrazione. Troppo facile? Sono d’accordo e se la pensate così vi suggerisco di dedicarvi a cose più interessanti.

La concentrazione è cosa nuova che è la metamorfosi stretta di cose antiche: se qualcuno di noi porta con sé la pregressa esperienze nella magia rituale sa bene quale attenta cura deve essere dedicata ai preparativi, al rigore nei movimenti, all’attenzione alle parole, all’esattezza nella costruzione dei segni: un rito cerimoniale e la sua preparazione ti lascia più morto che vivo per la fatica e l’attenzione richiesta.

Anche la Concentrazione è un rito: è il Rito immediato. Giungere ad averne coscienza è la condizione affinché questa disciplina non si accartocci in una contraffazione: ciò di cui poi ci si lamenta come di un tempo ed uno sforzo sciupato.

Per il miglior svolgimento del rito serve l’attitudine migliore: che non cresce nei parchi protetti e nemmeno è venduta in bottega.

Se lo si scambia per un sentimento, l’esercizio cola a picco, se lo si contrae ad un mero riordino cerebrale è come non fare niente o peggio.

Trattasi di “severa meraviglia”, potrei anche dire “devota scientificità”…Ossimori. Purtroppo le parole sono impotenti, ma se pensate ad una mia personale bizzarria, vi ricordo quello che vaticinò il Dottore per gli scienziati nella sua visione di dopodomani: gli scienziati del futuro avrebbero dovuto essere una sorta di sacerdoti in laboratorio. La nostra interiorità è il laboratorio che ci è concesso da subito. Dove scienza e rito possono unirsi in un’unica azione. Qui ci sono due caratteristiche, ancora in contrasto nel mondo attuale, che nel discepolo della Scienza dello Spirito possono fondersi.

Per parlare chiaro qui si indica un prodotto, una condizione, uno stato che, coltivando in proprio gli esperimenti, come l’osservazione volitiva riguardo al pensiero che si pensa, può sorgere quando l’anima impara a cogliere “a volo” il miracolo del nostro pensare, la sua immensa eccezionalità: occorre solo pensare e poi guardare: vedere, prendere coscienza di quello che si vede e continuare su questa strada con una determinazione che dovrebbe essere assoluta. La base è un essere attenti e svegli ai confini della ordinaria coscienza pensante.

Impressioni: possono diventare conoscitive se si lascia che divengano contenuti nell’anima ma a tale profondità che possano essere accolti dallo spirito.

Terminata l’operazione, potrebbe essere una sorta di intuita necessità mantenere per qualche minuto il silenzio ed il tono che ne risulta, non solo senza compiacimenti ma anche senza interesse: va raggiunta una totale indifferenza poiché ogni inferenza (bella, buona o cattiva) è più che sufficiente per ostruire l’eccezionale canale che si era formato tra le due sfere ordinariamente contrapposte: quella del volere e quella del pensare. V’è una tersa zona del cuore che sa benissimo tutto questo. Essa sa che non v’è nulla da chiedere, nulla da volere, niente su cui appoggiarsi.

Poi si riprende mondo e vita comune, proibendosi astrazioni o futili sentimentalismi: ci si dedica al percepito sensibile con ragione e praticità dimenticando rispettosamente il rito del pensiero che si è svolto. Si esce dal sacro laboratorio in semplicità…scienziati e sacerdoti: uniti in perfetto equilibrio nell’Opera della reintegrazione alla Potenza che “move il Sole e l’altre stelle”.

 

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2017

Anno XXII n. 7

Luglio 2017

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Theotokos

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 7

Copgenesi

 

Paragrafi precedenti

IL PRIMO GIORNO

7. Della Vita tra Luce e Tenebra

Dopo che la prima scissione cellulare si è compiuta, c’è lo sforzo delle cellule figlie ad arrotondarsi nuovamente e a diventare sferiche. La scissione dà luogo dapprima ad una superficie completamente piatta, come se la cellula si scindesse in due (vedi Fig. 5). Ma poi questa superficie cellulare piatta a doppio strato si trasforma nuovamente da ambo i lati in forme sferiche. Si vede chiaramente che qui sono all’opera due forze contrapposte. L’una divide e muta perciò la forma dell’embrione, l’altra vuole di nuovo arrotondare ciò che è stato diviso. Questi due campi di forza si contrappongono come fuoco ed acqua – essi incarnano demolizione ed edificazione nell’elemento organico. La forza della demolizione che opera plasmando e formando mediante la sua facoltà del dividere, viene rappresentata nella Genesi attraverso la Luce; la forza dell’edificazione, che cerca di ricevere la forma nella sostanza, viene rappresentata mediante la Tenebra. RUDOLF STEINER designa jom (giorno) come le forze della demolizione, lajla (notte) come la forza dell’edificazione (vedi RUDOLF STEINER, La Genesi. Misteri della storia biblica della creazione). Ma poiché queste forze, se giungessero ad agire contemporaneamente, si distruggerebbero e si dissolverebbero reciprocamente esse devono venire separate. Le forze, che nella loro attività simultanea si annientano e che perciò renderebbero impossibile ogni evoluzione, sono, separate ed operanti in maniera ritmicamente scambievole, nella condizione di creare l’uomo.

Durante la veglia prevale nell’organismo la demolizione, durante il sonno prevale l’edificazione. Perciò le forze di demolizione possono essere chiamate le forze del giorno, quelle edificatrici le forze della notte. Come in maniera grandiosamente semplice appare ora il corrispondente versetto della Genesi , che porta in sé leggi cosmiche:

E DIO DIVISE LA LUCE DALLA

TENEBRA E CHIAMÒ LUCE IL GIORNO

E LA TENEBRA NOTTE.

Lo scambio ritmico di demolizione e di edificazione, rispettivamente processi del Giorno e della Notte, diviene visibile per la prima volta nel processo della solcatura. Esso evidentemente esiste già prima, giacché il ricambio di sostanze di ogni sostanza vivente si compie attraverso lo scambievole agire di questi due sistemi di forze. In un organismo adulto sano questi si mantengono in equilibrio. Se in un organismo prevale la demolizione, si giunge alla perdita di peso, al disseccamento e all’indurimento dei tessuti. Se prevale l’edificazione, allora si giunge ad un’aumentata irrigazione, a forme più complete, ad assunzione di peso. Durante la giovinezza generalmente prevale l’edificazione, nella vecchiaia la demolizione. Ma come si comportano questi due sistemi di forze nello stadio della crescita e dello sviluppo, che qui consideriamo? Qui si tratta non soltanto della conservazione, bensì della configurazione e della formazione di organi. I regni di forza della Luce e della Tenebra appaiono qui essere ancora molto più vivi che non in seguito. Mentre più tardi si tratta soltanto dell’immagine di un organo, qui quest’immagine deve prima essere creata attraverso una serie di mutamenti di forma. Il modellatore è la Luce, la Tenebra governa la sostanza, riempie quel che deve essere riempito di sostanza vivente.

Quando l’ovocellula riposa nell’ovaia, essa prende parte ancora al ricambio dell’organismo materno. In essa operano ancora le forze materne della Luce e della Tenebra. Quando abbandona l’ovaia, si separa del regno delle forze materne, ma porta l’elemento sostanziale come dote nel nuovo spazio. Sulla sostanza governa la Tenebra – forma e struttura dell’ovocellula sembrano rimanere conservate eternamente, da decenni essa è immutata. Tuttavia ad essa aderisce ancora una parte della forza di Luce materna. Essa si libera di ciò attraverso la formazione dei corpuscoli polari, un duplice processo di scissione. E come dopo l’aratura la Terra diviene più oscura, così adesso l’ovocellula diviene dapprima realmente tenebrosa ed è già pronta all’accoglimento della Luce, del seme. Ora si avvicinano nel seme quelle forze della Luce particolarmente luminose, capaci di modellare, e per un momento Luce e Tenebre divengono uno.

Consideriamo il processo della fecondazione. L’ovocellula sta nelle delicate fenditure dell’ovidotto. Milioni di spermatozoi sciamano su di essa e si schierano, fittamente pigiati l’uno accanto all’altro, intorno ad essa (vedi tavola II). le cellule seminali sono minuscole, di forma piatta-ovale di dimensioni molto al di sotto del limite di visibilità, aventi anteriormente una formazione con testa un po’ appuntita con una lunga coda filiforme, e consistono prevalentemente di materiale cellulare nucleare. Nuotano a testa in avanti con movimenti ruotanti e si avvitano così avanzando nel mezzo fluido. In gruppi essi si fanno ora largo sulla superficie dell’ovocellula, formando su questa (rispetto alla superficie tangenziale) un angolo retto o quasi retto, cominciano con i loro milioni di code a battere con forti movimenti sincroni – inoltre l’ovocellula comincia a girare attorno a se stessa. Nella ricerca di laboratorio, questa rotazione avviene sempre in senso orario (ovviamente nell’osservazione dall’alto), è di 360 gradi in 15 secondi e dura da venti a trenta ore (secondo Shettles; vedi L.B. SHETTLES , Ovum humanum). Il vero e proprio processo di fecondazione esige una minima parte di questo tempo, cioè la fusione del nucleo cellulare singolo con il nucleo di una cellula seminale. L’essenziale di questo evento, almeno per il suo aspetto, non è costituito dalla fusione del nucleo, bensì da questo verace incontro cosmico delle forze solari e terrestri. Il movimento proviene dalla circonferenza, nel centro vi è quiete – e l’ovocellula comincia a girare:

E FU SERA E FU MATTINO IL PRIMO GIORNO

L’impulso primordiale per questa rotazione proviene dalla separazione della Luce e delle Tenebre. D’ora in poi l’embrione si muove attorno a se stesso sino alla nascita. – Che le forze qui nominate non si possano identificare con i sostrati anatomici, bensì che debbano venire pensate come operanti attraverso i medesimi nel dominio sensibile, vi è appena il bisogno di essere menzionato. È bene, nella rappresentazione dei processi embriologici, sempre di nuovo disciogliersi coscientemente dal sostrato organico e mirare alle forze, che possiamo descrivere operanti dall’intero cosmo. Se non si fa questo, si può rimanere facilmente astretti all’elemento anatomico ed infine ritenere facilmente che il seme sia la Luce. Il seme non è la Luce, ma esso ne porta la segnatura.

TAVOLA II

Processo di fecondazione. Milioni di spermium si schierano attorno all’ovocellula. Da SHETTLES , Ovum humanum , 1960. (Disegnato a partire da una fotografia).

 

(Continua)

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COORDINATE (Poesia di F. Di Lieto)

campo-grano-sole

Alcune dannazioni ci tormentano
da sempre fustigandoci a vagare.
Poi restringe la vita cerchi immani
verso l’unico punto: ritroviamo,
luogo ideale fermo sulle origini
dell’Io, l’antica Terra che profonda
riceve longitudini crociate
con vaste latitudini. È il ritorno
dove tutto conclude la sua corsa.
Una perfetta stasi ci ricrea
a un destino solare inesauribile.
E siamo finalmente cosa eterna.

(Fulvio Di Lieto)

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.9

 MAGG 14 LUGL 2016 FKHSIFS 062

ORO OLTRE IL DESERTO    CAP.9

(OROLDES)

  1/9021

VITA E FUOCO

 

 ENERGIE DI PIETRA.

ENERGIE CHE SPENGONO.

CHE SOFFOCANO L’INTUIRE.

CHE INARIDISCONO LA VITA.

 

QUALI POTENZE CHE IMPRIMONO LE CERTEZZE DELLA CENERE.

 

CINISMO E MORTE INTERIORE.

LE ENORMI TENSIONI DEI CERVELLI FISICI.

IN CUI L’OBBLIGO LATENTE MA INDEROGABILE IMPONE LA PIATTEZZA.

E’ IL SILENZIO IN CUI L’EBETE OSCURO IMPONE IL CREDO MATERIALISTA.

 

MENTRE ALEGGIA LA MINACCIA DELL’ODIO NEL TANGIBILE DISPREZZO.

 

SOLO PIETRA E MORTE.

DOGMI IRRAZIONALI VENERATI COME SE FOSSERO DEITA’.

 

NEBBIE MORTALI DELL’ISPESSIMENTO RAZIOCINANTE CHE POGGIA SULL’IRRAZIONALE ODIANTE.

 

EPPURE TUTTA LA DOTTRINA DEGLI INFERNI CROLLA E SI CONFONDE NELL’ATTIMO IN CUI IL FUOCO DIVAMPA NEL CENTRO DELLA CENERE.

 

E LA CENERE SI SPEZZA E SI DISPERDE PROPRIO NELL’ATTIMO IN CUI TENDEVA A FARSI OSSEA QUALITA’ DEL DISCETTARE.

 

ODIOSE OPINIONI SUL PUNTO DI GERMOGLIARE :  SI SVELANO RECISE PRIMA DEL BLATERARE NEGLI ANIMI SINISTRI E FARFUGLIANTI.

 

L’ATTIMO IMPOSSIBILE NEL CUORE DELL’IDEA CHE VIENE CONTEMPLATA : TALVOLTA PUO’ OTTENERE IL RITO DELLA FOLGORE CHE LAVA.

 

L’ALTA IDEA RACCOGLIE I LAMPI SUPERIORI.

I TENUI VALORI OLTRE I CERVELLI FISICI.

 

E SPANDE VITA E FUOCO.

 

INFRANGE IL RESPIRO CORTO DEL PENSARE CHE REGREDIVA NELLA PIETRA.

 

FINALMENTE UNA VOLONTA’ DI LUCE E’ CONCESSA

E PUO’ INSERIRSI FRA LE TRAME DEL VIVENTE

CHE IN QUEGLI APICI IMPRIMONO GERMOGLI DI VERITA’.

 

TRACCE DI SOVRUMANA IMPRONTA .

 

ORO SOVRAMENTALE CHE DISVELA E RETTIFICA.

 

IMPOSSIBILE REINNALZARE IMPRIME IL SUO RESPIRO.

 

E SCOLPISCE NUOVE FISIONOMIE DELLA SOLA VERITA’.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

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Copia di ALBA AURORA 5 263715

2/9022

FLUITA DAL CUORE

 

LE COLTRI DI PIETRA.

IL RAZIOCINARE VOLITIVO CHE SI SVILUPPA OVE NON FLUISCE VITA VERA

MA IN CUI DOMINA SOLTANTO UNA PERVERSA DEVOZIONE VERSO LA CATTIVERIA E IL GELO.

 

OVE L’ANGELO INTERIORE E’ APPESANTITO APPESTATO E ZAVORRATO

POICHE’ UN CADAVERE RAZIONALE E’ SORTO A PALLIDA VITA

E SPECULARMENTE RIFLETTE LA VITA INDIVIDUALE DEI TROPPO IMMERSI NEL VIVERE FISICO.

 

IL RESPIRO CORTO DELL’INTELLETTO TROPPO MATERIALISTA :

GIUNGE NEL MONDO SPETTRALE E MANIFESTA UN CADAVERE.

DA’ VITA AD UN EBETE CHE FARFUGLIA PARVENZE DI VITA

MA IN REALTA’ EMANA GRIGIORE E BRAMA ISTUPIDIRE NEL PESO.

 

SEMPLICI O ACCULTURATI CHE SIANO : FROTTE DI ENERGETI DOTATI DI PROFONDO VITALISMO FISICO

VAGANO ZAVORRATI DAL PROPRIO CADAVERE FARFUGLIANTE CHE LI SPINGE AL REGRESSO.

 

SPENTO L’ANGELO INTERIORE : EMERGE UN’EBETE CHE LI ACCOMPAGNA NEL GELO E NELLA CENERE.

 

SONO GLI AVVINTI ALL’IDIOTA INTERIORE CHE E’ ECCEZIONALE SOLO NEL GRIGIORE E NEL PESO.

 

SOLO UN POTERE SOLVENTE CHE IMPOSSIBILE FOLGORA E SVELA : PUO’ INFRANGERE QUELLA MORTE PESANTE CHE LENTA SI TRASCINA.

 

SOLO UNA FOLGORE PUO’ SVELLERE QUEL PESO.

 

UNA FOLGORE CONCESSA NELL’ATTO DEL PENSARE IN CUI

– FLUITA DAL CUORE –    

POSSA IRROMPERE LA VITA SOLARE DELL’ETERICO AVVAMPARE.

 

ORO SOLARE AVVILUPPA LA PIETRA E L’INFRANGE

NEGLI ATTIMI ESTREMI IN CUI ALL’UMANO SI AGGIUNGE L’ETERNO INNALZARE CHE TRASMUTA E REDIME.

 

LA PIETRA SI INFRANGE POICHE’ A LUNGO NEL SOVRUMANO RESPIRA IL VOLERE CHE CONTEMPLA LA FIAMMA UNITIVA DEL LOGOS.

 

OVE SVETTA LA LUCE CHE UNISCE I CONCETTI NELL’ETERNO PLASMARE SCULTOREO CHE E’ FIAMMA.

 

FIAMMA DI LUCE SOLVENTE.

 

L’INERTE GRAVARE RESPINGE LA LUCE E LA SPEGNE MA NEL FARLO VIENE GRADUALMENTE DISSOLTO :

POICHE’ PERENNE LA LUCE RISORGE NELL’ATTO VOLUTO CHE CONTEMPLA IL PENSARE.

 

L’EBETE SVANISCE DINANZI AL FOLGORARE.

 

DINANZI AL BALENARE DI CIO’ CHE POSSIEDE LA FORZA DEL RISORGERE.

 

SOLVERE E AMPLIARE NELL’INSISTERE SOFFERTO IN CUI RISORGERE E’ CONCESSO NEL CUORE DELLA FOLGORE.

 

ORO DELL’IMPOSSIBILE CONNETTERE SOLVENDO.

 

LUCE DELL’IDEA.

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UNA RISPOSTA

scrivano1

Caro Isidoro, alla luce delle tante discussioni che imperversano da ogni parte, ti chiedo di rispondere ad una domanda assai breve: il tuo punto di vista sull’azione interiore e sulla concentrazione ed il suo limite. Sono stato breve? Un caro saluto. P**** M******

Ecco che queste righe arrivano a fagiolo. Peccato non siano arrivate prima dell’ampio articolo di Hugo sulla concentrazione: lì c’è quasi tutto e questo è un semplice riflesso. Del resto caro P. e cari lettori, sono circa vent’anni che scrivo le stesse cose…Quando arriva il mio pensionamento?

Caro amico, sono io che devo ringraziare te per un invito a nozze con una traccia di birboneria. Poiché la tua domanda non è ovvia, non lo sarà mai: essa è, per così dire, il centro di tutto. Non nel senso sapienziale ma in pratica. Che la pratica sia abissalmente distante dalla teoria (pensare e pensieri) è forse il fenomeno più grave che la Scienza dello Spirito e l’antroposofia hanno trovato sul loro cammino: l’inciampo gravido di conseguenze.

Fortunatamente ciò non è il tema che hai posto. Ti avverto da subito che, essendo nella sua natura, un’esperienza umana intima e individuale, anche quando venga svolta correttamente secondo le proprie leggi, che in pratica sono diverse da quanto l’anima sperimenta di solito, è praticamente impossibile dare in parole il suo modello. O meglio, questo è stato fatto da Massimo Scaligero.

Ritengo sia un dovere di alto rispetto ricordare a tutti i lettori di Eco come Scaligero sia stato, ai nostri giorni, l’individualità più limpida, qualificata e autorevole nel comunicare, con logica adamantina, il senso del pensiero e della sua ascesi.

Consiglio caldamente la lettura completa e alla presenza di tutta l’anima (come quando si affronta una prova difficile o un pericolo mortale) di almeno qualche suo scritto. Sottolineo inoltre che, per avvicinarsi alle nostre teste dure, con il Manuale pratico della Meditazione o con le Tecniche della Concentrazione interiore, Scaligero ha fatto l’impossibile: è riuscito a condensare il nucleo dell’Insegnamento in poche, iniziali pagine.

In chi questo continua a non voler comprendere, c’è da ritenere come pregressa una tragica subordinazione ad un danno cerebrale o a una straordinaria forza d’odio (lasciando un po’ in pace il karma che, come il ferro se scaldato ad alta temperatura, talvolta si rimodella).

Dovrei citare anche la curiosa categoria dei criminali del giorno dopo: genia che ad esempio perde tempo e fatica nel riassumere un terzo dei suoi testi per poi, per bassi interessi, declamare in maiuscole la assoluta fede nel Dottore e non nei “derivati” come Scaligero: squallore furfantesco che non merita una virgola in più.

Patologicamente più interessanti sono gli incensatori che sbranano frammenti dell’Opera per sete di autostima. Nessuno tra questi esseri molli comprenderà mai che ‘tradire’ Scaligero è tradire la Scienza dello Spirito e con essa Rudolf Steiner.

Dove qualcuno pensasse ad una acritica subalternità capitatami per infauste e indefinite cause, sbaglia alla grande. Il destino mi portò allo studio serrato della Filosofia della Libertà e, dopo poco, ai primi testi di Scaligero: un binario e due rotaie che attraversarle per lungo mi triturò un decennio, combattuto giornalmente con spirito critico perchè ero pienamente cosciente che era la mia vita e non chiacchiere la posta in gioco per cui stavo lottando pensando quei pensieri. Spesi dieci anni tra confronti, dubbi, giudizi critici espressi con la massima autonomia possibile e non fui solo ma confrontavo ogni pensiero che spremevo con alcuni amici, incredibilmente leali.

Questo al punto che, finalmente connessomi con Scaligero direttamente, gli incontri con i molti suoi ‘devoti’ mi lasciavano un sentimento di forte estraneità, come fossi..”un marziano a Roma” non incontrando a quell’epoca nessuno che vivesse nel pensiero di Scaligero ma purtroppo solo nel riflesso della sua figura. Non solo! Una delle conseguenze dell’incontro personale con Scaligero è stata che mi marcò dentro una impressione ancora oggi viva e crescente che mi permette di vedere con trasparente immediatezza (anteriore al giudizio) la vera statura interiore dei tanti “personaggi importanti” che il destino ironicamente mi ha poi posto innanzi.

E su quanto ho scritto con piena sincerità, poi, come al solito, ognuno giudichi come vuole.

Allora: pensiero e concentrazione. Il pensiero abituale è il passivo involucro o strumento di tutto men che di sé stesso. La minima sensazione di vitalità che pare giustificarlo come esso appare è data dalle emozioni, dai ricordi e dalle brame. Liberare il pensiero da questa passività sommersa nelle “acque inferiori” è l’operazione per cui si realizza la forza-pensiero che, nella zona metafisica simboleggiata spazialmente dalla testa, è parte del mondo di forze creatrici chiamato “mondo eterico”.

Il passo essenziale, eluso dal sapere, rifiutato da tanti, respinto da molti, incompreso dai più, è quello di trasformare il pensiero da scopo sufficiente della vita interiore comune a strumento o veicolo dello Spirito. Al ricercatore si aprono due vie: rimanere sul terreno ordinario in cui si giudica, si correla e si deduce su ogni cosa, anche sullo spirituale – pensato come un dato più nobile o più segreto – oppure praticare con coraggio e dedizione in una azione assai c o n c r e t a attraverso la quale si giunga a realizzare l’inutilità del giudizio, delle deduzioni, ecc. Insomma l’inconsistenza di tutti i propri pensieri, azzerandoli sino a percepire il valore potente della forza-pensiero.

Il pensiero, totalmente sottratto ai significati, viene percepito come una corrente di forza/luce. Tale corrente apre la strada del cuore eterico (è la via d’incontro del Logos eterico) che permette di percepire/sentire il pensiero macrocosmico, attivo universalmente e operante nella nostra intera struttura. La concentrazione è l’asse portante delle esperienze indicate ove l’assunzione di testi che riguardino generiche disponibilità animiche o pratiche armonizzanti sono soltanto inutili e fuorvianti.

Per l’operatore essa si presenta organizzata su molti livelli. In effetti l’operazione è semplice ma l’uomo è complicato e con queste complicazioni sue deve fare i conti. Magari evitando da subito le ulteriori dialettiche che, credimi, non finirebbero mai.

Chi può, coltivi un giudizio di fondo: la Concentrazione non è uno tra i tanti esercizi ma è il più possente Rito che l’uomo possa officiare. E’ l’Arte della più alta magia dei tempi nostri. E’ la via di Michael: discorsivamente rimuginabile e che perciò rimane inviolata: nel pensiero cosciente, per dedizione e sforzo, si desta l’elemento puro della volontà. La volontà pura, senza oggetto (senza la brama del dato) diviene un auto-volersi del Volere: è il veicolo di Michael e della Forza superiore di cui esso è veste.

Contro la Concentrazione esiste un esercito, sempre rinnovato con truppe fresche, di figure il cui tratto comune è la totale carenza di esperienze metadialettiche: magari se ciò fosse solo effetto di un’impotenza personale, potrebbe venir parzialmente sostituita da assenza di pregiudizi, onestà e logico rigore. Non è così. Anzi maggiore è la brama di ‘essere qualcuno’ con il codazzo di discepollastri e di responsabilità spiritual-organizzative, minima o nulla è una seria disciplina che porti ad uno straccio di obbiettiva esperienza. In parole povere è necessaria una scelta fondamentale tra la vanità personale e la ricerca trascendente: trascendente nel senso che deve trascendere i soggettivismi e le traduzioni volte al basso che i castrati spirituali portano volentieri in petto con falso e pervertito amore.

Tra i falsi indicatori, tra ipocrisia, menzogne e parole vuote, regna una gran confusione: parlano di controllo del pensiero scambiandolo per concentrazione e viceversa, indicano pericoli per il sentire e volere e leggo persino bestialità del tipo “si provi prima a volere e dopo a pensare”. Osservo un caos in cui il minimo epistemologico è finito in fondo alle fosse oceaniche. A questo punto di non ritorno è impossibile comprendere come la concentrazione sia già volere in atto e come il sentire arresti (finalmente) la sua funzione inferiore. Al punto, scrive il Dottore in un mantra fondamentale per l’asceta, che “l’umano sentire quieto svanisca”. E’ semplice: l’ordinario pensiero è l’unica attività che contrasta lo Spirito, falsificando quelle forze che chiamiamo sentire e volere. La reintegrazione del pensiero al proprio principio originario riabilita tutta l’anima (e il corpo) alla sua realtà spirituale. In pratica significa attivare un impeto straordinario che porti il soggetto pensante alla morte di sé e oltre essa.

Chi è capace di tanto? Verrebbe da rispondere: “Nessuno”. Ma non sarebbe completamente vero. Il soggetto può accrescere forza illimitatamente ed è con questa forza in eccesso che la ‘natura’ può venir superata. Tecnica, allenamento e rafforzamento progressivo sono ciò che occorre. Poi come ho già detto, i livelli di realizzazione sono tanti e variano per ogni operatore ma sono anche ignoti e incomprensibili per i venditori di antroposofia, i ciarlatori ed i ciarlatani. Le modificazioni della coscienza sono le tappe della Via e soltanto presso ognuna di esse acquista significato qualche ulteriore esercizio per il quale, sia detto per inciso, quello che trovi scritto sui testi è solo una conferma di quanto si è già compreso per esperienza: un’occhiata alla cartina stradale durante un viaggio. Di più: la lettura sbalordisce poiché sebbene l’indicazione scritta permanga esatta alla virgola, ora si comprende che quello che si era compreso era del tutto diverso da ciò che credevamo fosse una indicazione compresa: come la strada è diversa dal segno tracciato sulla cartina.

Cosa: si comincia dominando il pensiero che ci domina…ed è un lavoro lungo e faticoso. La gente ama i separé terminologici – paratie di sicurezza – ma pure questi sono limitanti: col coraggio del santo o del ladro e con l’energia dello spaccapietre, appena possibile si tenti la Concentrazione, focalizzando l’attenzione tutta su di un oggetto di pensiero e basta. Non giudicare che il meglio è stato assai breve: in effetti la totale continuità dell’attenzione è breve per tutti. Poi, durante la giornata si ritenti.

Quanto: il più possibile. Mica è una passeggiata! Però dopo subentra con chiarezza la sensibilità per il quanto che riesce dallo sforzo sterile. Nemmeno questa è una regola assoluta, anzi! Poiché nessuno ti obbligherà a non tentare, talvolta, il ‘molto di più’, su base frequente o infrequente. Che usi quello che ti sia possibile ora in quantità o intensità il senso è lo stesso: superare i limiti, essi sono sempre auto imposti. Lo si sappia o meno.

Caro P****, i miei fraterni saluti.

Isidoro

I lettori perdonino certe righe: scritte a caldo per una persona. Grazie.

Esoterismo e cattolicesimo

CHAT NOIR

Uno o dei più mirabili doni che la mia Amata, l’Unica Dea, la cui verginale ed immacolata Sapienza ogni vòlta stupisce i suoi casti, fedeli, innamorati, è il dis-velamento, folgorante, sempre inaspettato, degli aspetti celati – a volte ben celati, come vedremo, et pour cause – della realtà ‘autentica’ dietro la maschera dell’apparire evidente. Un tale ‘apparire’ evidente può essere: o la manifestazione veritiera di una realtà spirituale, la quale può essere còlta solo attraverso un approfondimento interiore ed un adeguato processo di sviluppo e maturazione spirituale del ricercatore; oppure tale apparire può essere, per contro, un’abile menzogna, creata a sommo studio, e vòlta proprio a non far conoscere la verità celata: una menzogna seducente e illudente, ottundente e deviatrice, che mira consapevolmente a portare a perdizione chi non sia così ‘sveglio’ e coraggioso da voler cercare e discernere il ‘volto’ – la realtà celata –  oltre la ‘maschera’ menzognera – l’apparire ingannevolmente evidente – che facilmente affascina gl’ingenui, gl’ignoranti, i semplici, gli sprovveduti, i pigri.

A chi fedelmente La ama di un Amore ‘unicitario’ – com’ebbe a definirlo la mia sapientissima e cara amica E., donna dal grandissimo cuore – l’Unica Dea dis-vela verità ed aspetti della realtà davvero sorprendenti. A volte tali dis-velamenti mozzano addirittura il respiro e ‘sovvertono’ – nel senso etimologico del termine: ossia ‘capovolgono’ – opinioni assodate, convincimenti ostinati che hanno, in realtà, solo apparentemente un saldo fondamento. Ora, uno dei dis-velamenti più straordinari ch’Ella un giorno fece a questo suo selvaggio, ispido, lupaccio innamorato fu il seguente aforisma:

«I cosiddetti “buoni” il più delle vòlte non sono affatto buoni, mentre i cosiddetti “cattivi” spesso non sono affatto poi così cattivi: addirittura i “cattivissimi” a volte non son punto cattivi e, in certe situazioni, sono persino i soli veramente affidabili».

L’appercezione vivida e folgorante della verità di un tale aforisma fu per me come una mazzata in fronte – un po’ come quelle che, più di mille anni fa, nel Celeste Impero, gl’impetuosi Maestri del Ch’an con veemente generosità distribuivano ai loro discepoli in via di risveglio – e di colpo essa mise al loro corretto posto tutte le tessere di un vasto mosaico, tessere che prima di tale dis-velamento mi apparivano come un disperante caos, nel quale tutto era confuso ed enigmatico. Dopo di esso, invece, la verità si manifestò in tutta la sua cruda nudità, e trovai la spiegazione chiarissima – anche se a tutta prima essa non mi era parsa evidente – di tanti eventi accaduti, nei passati decenni, nel milieu “scaligeropolitano”, nonché della logica perversa “birbonipolitana”, che stava loro dietro. Ho già avuto modo di dire come la conoscenza, anche dolorosa, della più tragica verità sia sempre e comunque infinitamente migliore, e di gran lunga preferibile, che non la più rosea e falsamente consolante illusione, la quale agisce sempre come un narcotico debilitante. Sarò eternamente grato alla mia Amata di una tale salutare, salvifica – per me veramente ‘sconvolgente’ – apokàlypsis: eternamente grato pel ‘velo’ da Ella provvidamente sollevato alla mia un tempo ancora incerta e poco perspicace visione delle persone, degli eventi, e delle cose. In seguito, potei osservare chiaramente per anni gli effetti debilitanti sulla Comunità Solare di tutta una serie di narcotizzanti menzogne, nonché quelli della sorda – ed anche sordida – azione erosiva e corrosiva vòlta alla realizzazione dell’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. L’esperienza diretta, vissuta sulla mia lupesca pellaccia, ha sempre confermato – in maniera sin troppo eloquente – la veridicità di quanto dis-velatomi dalla mia Amata.

La questione del rapporto dell’esoterismo in generale, e di quello della Scienza dello Spirito in particolare, con la chiesa cattolica e le sue espressioni, è una questione alquanto spinosa e pericolosa che esige grande coraggio – e non poca risoluta energia – per essere affrontata. A dirla tutta, molti esoteristi – soprattutto in Italia, ma anche altrove – e, disgraziatamente, tra loro non pochi antroposofi e “scaligeropolitani”, sentono una forte, “fatale”, attrazione, e nutrono una particolare morbidissima tenerezza nei confronti della chiesa cattolica.

Da parte sua, la chiesa cattolica, invece, non è punto sentimentale, e il suo grande interesse nei confronti dell’esoterismo e delle associazioni esoteriche, malgrado le illudenti apparenze, è un interesse tutt’altro che “benevolo” e “disinteressato”. Ciò va bene considerato da chi affronti la suddetta spinosa questione. Questo perché, come abbiamo già avuto occasione di dire, la chiesa cattolica, alla bisogna, usa “insinuare”, con propri abili agenti infiltrati “sotto copertura”, i vari milieu esoterici, e ciò per vari scopi che vanno dalla disgregazione dei medesimi – operando, come l’Agramante del Tasso, a gettar discordia in campo crociato – al molto abilmente ideato progetto di “trasbordo ideologico inavvertito”, metodicamente attuato per recuperare le smarrite pecorelle, che così vanno ad accrescere il già numeroso, e grasso, suo gregge: il vulgus pecus del grande Orazio. La parte avversa, da questo punto di vista, è estremamente pragmatica, e può usare – a seconda di che le variabili contingenze, o la convenienza, richiedano – rigore o indulgenza, dogmatismo o elasticità, seduzione o violenta distruzione: per essa è soltanto una questione di calcolo esatto della “convenienza” dei profitti e delle perdite che questa o quella scelta per essa necessariamente comportano. E difficilmente si sbaglia.

Un esempio della “elasticità” e della spregiudicatezza morale del modo di operare di taluni settori della potenza straniera d’Oltretevere – e di conseguenza delle molte esiziali illusioni che su di essa si fanno molti esoteristi o sedicenti tali – lo si può osservare, per esempio, nel grande interesse che i Gesuiti sempre mostrarono, nel corso dei secoli, nei confronti dell’Esoterismo, dell’Ermetismo, dell’Alchimia, della Kabbalah, e financo della Magia. Basti pensare, nel Seicento, alle opere di Athanasius Kircher, che per il suo Oedypus Aegyptiacus, e non solo per quello, saccheggiò alla grande gli scritti e la sapienza di Giovan Battista della Porta, fondatore della partenopea Accademia de’ Segreti, per via della quale quest’ultimo passò non pochi guai con la Santa Inquisizione. Questa spregiudicata elasticità fu notata nel trascorso secolo da un esoterista francese, di origine svizzera, Oswald Wirth, il quale nella sua opera, Le symbolisme hermétique dans ses rapports avec l’alchimie et la franc-maçonnerie, del 1909, e poi del 1930, così scrive alle pp. 52-53 della, qua e là un po’ imperfetta, traduzione italiana, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee:

«Ora agli inizi del XVII secolo, le menti erano quasi ossessionate da speculazioni di cui oggi a stento riusciamo a farci un’idea. Uno speciale misticismo, che si era sviluppato sotto l’influsso della cabala e dell’Alchimia, aveva fatto concepire un Cristianesimo esoterico del più grande interesse. La ragione vi si conciliava con la fede, grazie alle interpretazioni trascendenti che si annettevano ai simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo. Non venendo più respinte dalla puerilità del catechismo, le intelligenze migliori restavano così in seno alla santa Chiesa, le cui dottrine apparivano ormai razionali a non pochi increduli od eretici. I Gesuiti allora poterono trarre profitto dall’Ermetismo per convertire protestanti, ebrei e musulmani, per poco che fossero incuriositi da quelle scienze segrete all’epoca universalmente in voga.

La dottrina esoterica, che poté affascinare taluni membri – e non dei meno importanti – della Compagnia di Gesù, non era forse di un’ortodossia assolutamente rigorosa, ma la cosa non aveva molto peso, in quanto non doveva essere professata pubblicamente».

E, nella nota relativa a questo passo, il Wirth aggiunge;

«Quando, a loro avviso, erano in gioco i superiori interessi della Chiesa, i Gesuiti sapevano mostrarsi molto accomodanti. Così, per conquistare la Cina, non avevano esitato a «cattolicizzare» il culto degli antenati».

Oswald Wirth, ermetista, martinista, magista, e massone di alto grado – era 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, e maître à penser della tradizionalista Grande Loge de France di rue Puteaux – fa mostra di apprezzare molto, anche in altri passi del suo libro, l’ambigua condotta dei militi della suddetta Compagnia. Egli, come molti esoteristi francesi, sente forte attrazione per la chiesa cattolica, e in questo segue fedelmente le orme di Eliphas Levi, padre dell’occultisme, di Saint-Yves d’Alveidre, e di Stanislas de Guaita, del quale peraltro fu amico, stretto collaboratore e segretario. E, come loro, lamenta e contesta taluni – non certo tutti – coinvolgimenti politici e mondani della chiesa cattolica, e non il suo magistero dogmatico. Ovverossia, ne contesta il potere temporale, e non il potere spirituale. Mentre, per me, è proprio il magistero dogmatico della chiesa cattolica l’elemento spiritualmente più pericoloso, e decisamente quello da respingere maggiormente. Infatti, Oswald Wirth poche righe dopo auspica una “riforma” della chiesa, affinché essa sia veramente “cattolica”, pp. 53-54:

«Ora, taluni Gesuiti sembra proprio che abbiano cullato il progetto ardito di mettersi alla testa di una Chiesa più grande, per la realizzazione del Cattolicesimo integrale, cioè davvero universale.

Se non ci sono riusciti, è perché non hanno saputo porsi nelle condizioni indispensabili per operare utilmente in vista del compimento della Grande Opera. Hanno dovuto passare la mano ad altri che saranno forse più fortunati».

L’ingenuità e il candore del nostro scrittore svizzero-francese sono addirittura disarmanti. Il che dà l’occasione per fornire alcuni chiarimenti assolutamente necessari, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista spirituale. L’esoterismo autentico non è affatto “misticismo”, così come non è affatto “misticismo” l’Iniziazione. La Conoscenza iniziatica non è l’esegesi o l’interpretazione trascendente simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo”, anzi spesso l’esatto contrario. L’Iniziazione è Conoscenza, ossia è percezione diretta – chiara e distinta – della realtà spirituale, e non è affatto “interpretazione”. Nella chiesa cattolica non è mai mancata l’interpretazione simbolica e allegorica della Bibbia e della liturgia: a cominciare dai padri della chiesa, ve n’è stata a fiumi, ed è stata per secoli il fondamento della teologia ufficiale ed ortodossa. Quelle che nella chiesa cattolica sono totalmente mancate sono proprio l’Iniziazione, come processo reale e non meramente simbolico di trasformazione dell’intero essere umano, e la Gnosis, ossia la Conoscenza diretta della realtà spirituale che dall’Iniziazione scaturisce. La chiesa cattolica ha sempre rifiutato e combattuto col ferro delle crociate e delle guerre di religione, e col fuoco dei roghi – una delle poche coerenze che le si possono riconoscere – il principio dell’Iniziazione, ha dichiarato chiusa sin dai primissimi secoli l’epoca delle “rivelazioni”, ha fulminato di scomunica e di consegna al braccio secolare – almeno finché lo ha potuto fare – coloro che cercavano l’Iniziazione, o una qualsivoglia conoscenza fuori dell’imposto, e naturalmente “infallibile”, supremo magistero della chiesa stessa.

Certo vi sono state nei secoli passati – ed è giusto riconoscerlo – singole personalità che si sono affrancate dall’astringente vincolo confessionale ed hanno cercata e trovata una concreta realizzazione spirituale, e in taluni casi anche l’Iniziazione. Personalità come Giovanni Scoto Eriugena, i Platonici della “Scuola di Chartres”, Meister Eckhart, lo stesso cardinale Nicola Cusano, si sono innalzati a livelli realmente iniziatici. E i benedettini Giovanni Tritemio e Basilio Valentino sono stati, nel campo dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, degli autentici Maestri dell’Arte. Ma sia loro che i su nominati, divennero quello che furono malgrado e oltre i molti ostacoli loro frapposti dalla chiesa cattolica. Dovettero lottare duramente, e nel caso di Meister Eckhart questi a stento si salvò dalla severa condanna, e forse dal supplizio, con la sopravvenuta morte. Si tratta, comunque si eccezioni, sia pur luminose.

Quando, per fare due esempi, nell’Europa medievale, si manifestarono movimenti autenticamente spirituali come il Catarismo o l’Ordine del Tempio, che seppero elevarsi alle altezze dell’Iniziazione, l’azione della chiesa cattolica fu estremamente dura e spietata. La chiesa cattolica – servendosi di quel che Giosuè Carducci, in una delle sue Odi Barbare, quella A Giuseppe GaribaldiIII Novembre MDCCCLXXX,  chiama dantescamente il “triste amplesso di Pietro e Cesare” – per distruggere il Catarismo si alleò col re di Francia, scatenò una crociata, distrusse la gentile, colta e lieta civiltà occitanica, usò la brutalità della guerra, nonché l’orrore della tortura e dei roghi dell’Inquisizione per annientare i Catari. Non diversamente, del resto, da quel che fece la chiesa ortodossa in Oriente, sia pure per fortuna con molto minor successo, contro i Bogomili, ossia contro i Catari d’Oriente. E per distruggere l’Ordine del Tempio, di nuovo il papa Clemente V si alleò col “cristianissimo” re di Francia, Filippo il Bello, per imprigionare, torturare nelle maniere più atroci, bruciare sul rogo, o uccidere in altri efferati modi, i Templari. A tale proposito, sono emblematiche le parole scritte da Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, 1967, p. 63:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obbiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto dell’errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: alla rottura dei poteri, temporale e religioso, con la Tradizione, e alle premesse  della perdita dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».

E per farne uno tratto dalla più recente storia rinascimentale è interessante leggere quanto in un suo articolo scrisse Cristoforo Albertini in un suo articolo, pubblicato su ApertaMente, Centro Studi “Francesco Appignano”, nel febbraio 2011, col titolo Santi, Santità, Santità della vita, e ripubblicato su vari siti col titolo

«IN CHE COSA CONSISTEREBBE LA SANTITÀ?

Un mattino, mi capitò di consultare il calendario. E, insieme con la data, appresi che quel giorno fosse anche San Pio V, al secolo Michele Ghisleri, papa (1566–72). Conoscendo quel pontefice come uno dei più spietati carnefici nella storia italiana, rimasi di sasso, quando scoprii che la Chiesa lo avesse elevato anche agli onori dell’altare. Fra i tanti storici che condividono la mia opinione, il Giovannoli lo presenta come: «… uno dei più frenetici e sanguinari mostri che abbiano disonorato la razza umana». La sua carriera di feroce giustiziere incominciò, quando il regnante Pio IV premiò la sua zelante virtuosità nominandolo inquisitore. Pressati dalle numerose persecuzioni, i seguaci di Pietro Valdo, conosciuti come i Poveri di Lione, si erano rifugiati in impervie valli nella Savoia e in alcuni villaggi montani in Calabria, nella speranza di poter praticare la loro versione della cristianità indisturbati. Nel 1561 l’inquisitore Michele Ghisleri e futuro Papa Pio V sguinzagliò i suoi frati domenicani e coordinò le stragi dei valdesi di Calabria. Dopo pie devozioni, i suoi crociati avviarono lo sterminio con maniaca frenesia.

Incominciarono radendo al suolo i loro villaggi. Poi adunarono gli abitanti nelle piazze. I valdesi che si pentivano, ebbero la scelta di essere impiccati, sgozzati o scaraventi [sic] giù da una torre, prima di essere bruciati. E quelli che tennero saldo nel loro credo, invece, furono arsi vivi per direttissima. A suo credito, l’eminentissimo cardinale Ghisleri riuscì a realizzare in questo mondo il terrorismo divino descritto nell’Inferno dantesco. Il piemontese Michele Ghisleri era nato nei pressi di Alessandria. Di umili origini, un parente prete lo incamminò sulla carriera ecclesiastica. Il nostro don Michele si distinse subito per il suo intenso zelo religioso. La sua ostinata inflessibilità, quando si trattava di far osservare i mandati della Chiesa, venne all’attenzione del cardinale e Segretario di Stato Carlo Borromeo, nipote del regnante Papa Pio IV e cugino del cardinale Federigo, di fama manzoniana. Il pietoso cardinale Carlo, anche lui un inquisitore fatto santo, era già celebre per i suoi olocausti di streghe e d’indemoniati. Alla morte di suo zio, il Borromeo usò la sua prestigiosa autorità sul conclave per far eleggere il Ghisleri. E questi, in compenso al suo mentore, assunse il nome di Pio V, in onore del suo degno predecessore. Asceso al soglio, Papa Ghisleri sbigottì la festaiola società rinascimentale, abolendo lo sfarzo della corte papale, col suo inflessibile ascetismo e zelo cristiano.

«Durante il suo regno, fu sempre Quaresima», scrisse un contemporaneo. Il neo eletto pontefice concentrò tutte le sue energie promuovendo l’osservanza del canone di Santa Madre Chiesa. Non c’era via di mezzo: consenso o repressione. Era comunque prevedibile che quel suo rigorismo religioso cozzasse frontalmente con le consuetudini dei romani de Roma, avvezzi a gozzovigliare a spese del resto del mondo cristiano. Venutagli a mancare il pane e il circo (panem et circensem per il nostro avo e mentore Decimo Giunio Giovenale), era d’aspettarsi che la feccia di Romolo incominciasse a sputare pasquinate a mitraglia contro Papa Pio V.

In occasione dell’apertura di una nuova latrina, fatta costruire dal Pontefice in un palazzo vaticano, un poetastro affisse quest’annotazione a quel conforto:

Pio V, avendo compassione

per tutto quel che si ha sullo stomaco,

eresse come opera nobile

questo cacatoio.

Gli sgherri pontifici arrestarono un certo Nicolò Franchi e lo accusarono di essere l’autore di quell’epigramma. Il Franchi negò il fatto. Nonostante l’energica difesa del cardinale Morone, l’imputato fu dichiarato colpevole. Papa Pio V fu inesorabile: il povero diavolo fu impiccato. Qualche settimana dopo gli sgherri trovarono quest’altra composizione affissa alla statua di Pasquino:

quasi che fosse inverno,

brucia cristiani Pio come legna,

per avvezzarsi al fuoco dell’inferno.

Questa volta fu il turno del poeta Antonio Paleario a soffrirne le conseguenze. Ancora una volta, Pio V non volle sentir ragione. Il Pontefice, infatti, sospettò che il Paleario fosse anche l’autore dell’altro epigramma. Appunto per questo rincarò la dose, facendolo prima impiccare e poi bruciare.

Ora, a rigor d’eresia, ogni cattolico è obbligato a riconoscere nel Papa il vicario di Cristo in terra.

È mai capitato a questi credenti di chiedersi come mai il Cristo, figlio di Dio, abbia avuto la bontà d’invocare: «Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», raccomandando grazia per i soldati che lo stavano inchiodando sulla croce; mentre il Suo cosiddetto Vicario in terra, nella sua bestiale arroganza, non poté nemmeno perdonare dei giovani per delle stupide strofette? Durante il pontificato di Pio V, imperversavano le guerre di religioni tra cattolici e ugonotti in Francia e nelle Fiandre. Da bravo comandante supremo, quel Santo Pontefice mandò un corpo di truppe pontificie, al comando del conte di Santa Fiora, a dar man forte ai cattolici francesi. Quando Papa Pio ebbe sentore che il Santa Fiora avesse risparmiato qualche prigioniero, irato, gli reiterò di: «… non prender e prigioniero nessun ugonotto e di uccidere chiunque gli capitasse tra le mani». Il Pontefice scrisse inoltre una lettera a Filippo II, re di Spagna, con la quale, tra l’altro, gli raccomandò di non riconciliarsi mai col nemico della Chiesa: «… non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidere, ardere, tutto vada a foco e a sangue, purché sia vendicato il Signore… ». D’altro canto, Pio V si esaltava, quando riceveva i rapporti dei massacrati di ugonotti che i cattolici, sotto la guida del duca di Alba, perpetravano a Cahors, a Tours, a Tolosa, ad Amiens e altrove. In un momento di euforia, perfino premiò quel carnefice spagnolo col cappello e la spada, benedetti nientemeno dalla sua santissima mano. Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Ma, a questo punto, crediamo di aver dato un’idea della ferocia di questo Santo Padre. Alla luce dei suoi crimini contro l’umanità, io stento a credere che oggi un decente cristiano abbia lo stomaco d’inginocchiarsi presso un altare e pregare a questo mostro, pur santo che sia, nell’Olimpo di Santa Madre Chiesa.

E ora cerchiamo di rispondere al quesito che ci siamo posti come titolo di questo intervento: in che cosa consisterebbe la santità? Leopold von Ranke, uno storico di chiara fama internazionale, dopo estesi studi di resoconti coevi, ci descrisse Pio V come un asceta che indossava il rozzo saio domenicano sotto gli addobbi papali. E in aggiunta, dormiva su un pagliericcio, praticava lunghi digiuni, estesi esercizi spirituali e guidava pellegrinaggi per le Sette Chiese di Roma a piedi scalzi, recitando paternostri e avemarie lungo l’intero percorso. Su questo io non ci vedo nulla da biasimare. Tuttavia, noi lettori del Vangelo, con le menti libere di pregiudizi sacerdotali, non possiamo far a meno di esprimere il nostro sdegno nel vedere calpesto il tema della carità, della fratellanza e del perdono, che pervade la parola e la vita di Cristo. E, peggio ancora, nel trovare santificata, al loro posto, una pletora di dogmi incoerenti, precetti banali, riti sfarzosi e leggende al limite del ridicolo, concepite da una gerarchia di uomini, che per via di documenti falsi, si è arrogata una considerevole parte dell’autorità divina.

Da ultimo, avanziamo il calendario della storia ai giorni nostri. La gerarchia ecclesiastica sembra non stancarsi mai di dannare gli scienziati, che usano poche cellule staminali, nella ricerca di rimedi per alleviare qualche miseria della condizione umana. Naturalmente, questi ministri di Gesù Cristo si sono dati l’assoluzione plenaria per tutte le stragi che hanno commesso negli ultimi quindici secoli. E con l’avvento della televisione poi, quasi tutti i giorni, ci presentano l’attuale Successore di Pietro, lindo di tutti i crimini commessi dalla sua casta, inginocchiato in profonda preghiera presso gli altari votati ai cosiddetti santi di Santa Madre Chiesa. E poi, traboccante di virtuosità cristiana, sale sul suo piedistallo d’infallibilità e ci pontifica la santità della vita. Quello, al parere di questo redattore, è il colmo dell’ipocrisia!».

Per mostrare quanta savia prudenza fosse un tempo necessaria, trascrivo alcuni passi dell’eruditissimo e impenitente paganaccio Arturo Reghini, presi dalla sua introduzione Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, anteposta alla traduzione del primo volume del De occulta philosophia – che porta come sottotitolo «Prima traduzione italiana di Alberto Fidi, preceduta da un ampio studio introduttivo sopra l’autore e la sua opera a cura di Arturo Reghini». In realtà Arturo Reghini ne aveva fatta la traduzione integrale alla Torre Talao di Scalea nel 1926, ma il Fidi che era l’editore volle apparire, per una innocente vanità, di esserne altresì il traduttore – passi, a mio modo di vedere, oltremodo istruttivi. Ecco cosa scrive alle pp. LXXI-LXXVI:

«Sino dal 1509, infatti, Agrippa, quando aveva appena ventitre anni, Agrippa aveva quasi completamente composto i due primi due libri del «De Occulta Philosophia», mentre il terzo rimase per circa venti anni allo stato di abbozzo. Sino dai primi mesi del 1510 Agrippa aveva inviato una copia manoscritta dell’opera al famoso abate Tritemio, benedettino, autore di importanti e apprezzate opere sulla magia. La poligrafia, la steganografia, già abate di Spanheim, ed in quel tempo abate di Würzburg (Herbipolis), che egli aveva già personalmente conosciuto all’abbazia di Würzburg, intrattenendosi con lui di alchimia, magia, cabala, e di altri soggetti appartenenti al dominio delle scienze occulte.

Contemporaneamente al manoscritto, Agrippa inviava a Tritemio una lettera in cui, ricordando le conversazioni avute con lui a Würtzburg, «di chimica, magia, cabala e tutte le altre cose nascoste nell’occulto», rammentava come si fossero allora chiesti «perché mai la magia così altamente stimata dagli antichi filosofi, venerata nell’antichità dai savii e dai poeti, era divenuta nei primi tempi della religione sospetta ed odiosa ai Padri della Chiesa, ed era ben presto stata respinta dai teologi, condannata dai sacri canoni e proscritta dalle leggi». […]

A questa lettera di Agrippa, Tritemio rispose 1’8 Aprile 1510 con una lettera (Ep. I, 24) piena di lodi, che si trova pubblicata in principio delle antiche edizioni dell’opera (1531, 1533, 1550). Tritemio si dichiara massimamente ammirato per l’erudizione non volgare di Agrippa, che pur così giovane penetra segreti ed arcani nascosti anche a molti dottissimi uomini; dice di approvare l’opera, ed infine lo ammonisce per altro di osservare il precetto di comunicare le cose volgari al volgo, ma le cose più alte e più arcane soltanto agli amici più segreti e più elevati. «Dà il fieno al bove e lo zucchero solamente al pappagallo; fa attenzione di non esporti come ad altri è accaduto ai calci dei buoi». Agrippa si è attenuto con mirabile accortezza al primo precetto, ed il lettore dovrebbe sempre ricordarsene nella lettura della Filosofia Occulta; ma quanto alla seconda parte sappiamo quale conto abbia fatto di queste esortazioni alla prudenza, che i suoi amici sentivano opportuno di fargli per moderarne il temperamento aggressivo e temerario. Se non fece la fine di Cecco d’Ascoli, non sempre poté fare a meno dall’incassare quelli che Tritemio chiamava i calci dei buoi.

Anche un altro amico di Agrippa gli dava nel 1514 analoghi savii consigli. Apprendendo che Agrippa aveva decorato il muro della sua casa con un bel ritratto di Ermete, questo amico scriveva ad Agrippa (Ep. I, 42), ponendolo in guardia e dicendogli di badare che questo Dio incostante ed ingannatore, pericoloso quando lo si irrita, non lo conducesse filosofando filosofando sui carboni ardenti. Ed alludeva, è chiaro, ad altri carboni che non fossero quelli del forno filosofico della trasmutazione. In altri termini: caro il mio giovane ed ardimentoso Agrippa: occhio alla penna, e ricordati che la fiamma dell’amore e della carità cristiana arde così violenta, nei petti e nelle bocche del nostro così detto prossimo, che basta un nulla, per appiccarsi ai roghi della santa e cristiana inquisizione».

A smentire le troppo ingenue affermazioni di Oswald Wirth vi è il fatto, storicamente accertabile da chiunque, che proprio nel siècle d’or dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, nel Seicento, si manifestò in Germania e in altre parti d’Europa quel movimento rosicruciano contro il quale la chiesa cattolica, e i Gesuiti in modo particolare, lottarono ferocemente col ferro e col fuoco: con grande dispendio sia di ferro (durante la Guerra dei Trent’Anni in Germania intere città come Halle furono passate a fil di spada) che di fuoco (innumerevoli i roghi accesi).

Ma l’azione di distruzione brutale, militare o inquisitoriale, non fu l’unica ‘opzione’ che la belva d’Oltretevere si è riservata per combattere l’‘eretica pravità’. Infatti già vediamo, a partire dal secolo successivo, nel Settecento, preti secolari e monaci farsi accogliere nelle nascenti logge massoniche, sorte un po’ ovunque dopo il ‘revival’ londinese del 1717. In alcuni casi, molti di questi religiosi cattolici, insoddisfatti degli aridi dogmi loro propinati, erano spinti da un impulso di sincera ricerca. In altri casi, sicuramente meno commendevoli, vediamo gesuiti e loro affiliati ‘insinuarsi’ nelle logge massoniche o in altri Ordini, con finalità non certo limpide. Poi, soprattutto col procedere dell’Ottocento e con la perdita di gran parte del potere temporale dei Papi, non si è più ricorso ai diretti metodi inquisitoria, anche perché oggi Vigili del Fuoco e Guardie Forestali avrebbero molto da eccepire circa l’accensione di roghi. Salvo, naturalmente, la piccola, affatto trascurabile, eccezione dell’incendio del Goetheanum la notte di S. Silvestro del 1922.

Quello che stupisce – assai stupisce – è l’atteggiamento di un candore davvero disarmante di tanti esoteristi nei confronti della chiesa cattolica. In alcuni casi è solo sprovveduta ingenuità, e incapacità di trarre le logiche conseguenze da premesse che pure sono molto chiare. In altri casi, come nell’azione dell’Innominato, abbiamo a che fare con una chiara strategia di abile ‘insinuazione’. Farò alcuni esempi, e il lettore ne trarrà le conclusioni che vorrà.

Una delle strategie tipiche della chiesa cattolica è quella di appropriarsi dei ‘metodi’ operativi, e delle ‘tecniche’ meditative, di spiritualità diverse. Si tratta di un vero “scippo” nei confronti dello Yoga, dell’Induismo, del Buddhismo, del Taoismo, e così via. Si opera a scindere – con indubbia e convincente abilità – quei ‘metodi’ e ‘quelle ‘tecniche’ dal contesto spirituale originario, e di utilizzarli, sotto apparenze molto ‘ecumeniche’, in àmbito cattolico. Eccone un primo esempio.

Il 1° giugno 2017, alle ore 16.00, presso l’Associazione Alma, in Via dei Ginori 19, nella Città del Fiore, organizzata dalle associazioni Ars.Ferraro e Alma, ha avuto luogo una conferenza tenuta dalla “Maestra Zen” Berta Meneses, e nei successivi giorni, dal 2 al 4 di giugno, è stato tenuto un ritiro di meditazione a Santa Maria a Ferrano, “luogo di arte e di spiritualità”, amena località poco sotto l’Abbazia benedettina di Vallombrosa. Ora una cotale conferenziera “illuminatrice”, nonché orientatrice delle sedute di meditazione, si presenta come:

«Berta Meneses appartiene all’ordine di San Filippo Neri ed è maestra Zen nel lignaggio di trasmissione di Harada, Yasutani e Yamada della Scuola Sanbô-Zen I tre tesori: Buddha, Darma e Sanga».

A parte che sia in sanscrito e in pali si dovrebbe dire e scrivere Dharma e Saṃgha o Sangha – sono solo leziosità filologiche, me ne rendo conto – è un “mistero” (si fa per dire…) come una religiosa cattolica, una suora, della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri (in latino Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Nerii), la quale riunisce le società clericali di vita apostolica di diritto pontificio, possa conciliare la teologia cattolica con una Via di liberazione come il Buddhismo, e in particolare la Scuola Ch’an o Zen. È evidente come la religiosa cattolica non possa accettare la visione che il Buddhismo ha dell’essere umano, delle sue vite successive, il suo negare l’idea di un Dio trascendente come creatore del mondo e delle anime dal nulla, il suo negare l’utilità o la necessità ai fini della liberazione dal ciclo delle rinascite della liturgia sacramentale di qualsiasi tipo, compresa quella cattolica. Ed è altresì evidente che oramai anche in Oriente, come avverte Massimo Scaligero, persino nello Zen si è largamente smarrita l’autentica trasmissione spirituale e siamo alla confusione delle lingue. In questo caso – come in altri – o vi è ingenuo candore, o vi è cosciente doppiezza.

Ma, in questo campo, i gesuiti sono andati ben oltre. Abbiamo, infatti, il caso del gesuita tedesco Hugo Lassalle S.J., che viene spacciato per Maestro Zen – e non è il solo – col nome di Makibi Enomiya Lassalle. Infatti, in articolo apparso su La Stampa di Torino il 23 gennaio 2017, e intitolato  Hugo Lassalle, il missionario gesuita che diventò maestro zen in Giappone, leggiamo che:

«Di figura ascetica, altissimo e magro, Padre Lassalle portò in Occidente la meditazione di eredità buddista, avendo sperimentato che, a suo dire: «Nello zen l’anima va incontro a Dio fino all’estremo limite delle sue possibilità».

Come spiega la parola zazen, “meditare seduti”, tale pratica consiste in esercizi di postura, respirazione e concentrazione volti a creare uno stato di coscienza profondamente contemplativo, dove l’attività del pensiero viene azzerata per lasciar emergere uno stato di assoluta pace e consapevolezza. Solo in questa dimensione, spiegava Lassalle, si può ottenere una conoscenza empirica e intuitiva di Dio.

Eppure, come ricordava il gesuita, una tradizione di pratica mistica per molti aspetti assimilabile allo zen esisteva, già da secoli, nella tradizione cattolica: basti citare gli insegnamenti dei santi Bonaventura da Bagnoregio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e soprattutto gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola che, a quanto sosteneva anche Carl Gustav Jung, erano, in Occidente, una delle forme di meditazione cristiana che meglio giungeva fino all’inconscio.

Nel suo libro fondamentale “Zen e spiritualità cristiana”, Hugo Lassalle sosteneva che la tradizione religiosa dell’Occidente fosse troppo legata al pensiero concettuale per offrire ai credenti una conoscenza diretta ed esperienziale di Dio alla quale la meditazione buddista si era, invece, avvicinata pur senza aver beneficiato della rivelazione di Cristo: «In Occidente predomina più il conscio, in Oriente l’inconscio. Entrambi i campi devono integrarsi perché sorga una piena personalità. Questo è il futuro per un rinnovamento profondo della fede cristiana».

Dei ‘mistici ammaestramenti’ del nostro gesuita è lecito dubitare fortemente, e personalmente ne faccio molto volentieri a meno. Anche il fatto che il nostro “Maestro” Hugo Enomiya Lassalle abbia realizzato l’Illuminazione buddhica è pure cosa sulla quale vi sarebbe da eccepire fortemente, visto ch’egli mette sullo stesso piano l’esperienza mistica di un S. Giovanni della Croce, di un Bonaventura da Bagnoregio con i languori erotico-mistici di una Teresa d’Avila e gli Exercitia di Ignazio di Loyola. Che poi attraverso la meditazione, sia essa cristiana o buddhista, si cerchi di raggiungere ‘meglio’ – come dicono Lassalle e Jung – l’inconscio, e che il conscio si debba integrare con l’inconscio è veramente indicare la via dell’antispirito, e della controiniziazione: è veramente un aprirsi spregiudicato ad una vera e propria ‘trascendenza dal basso’. Non è certo solo questo lupaccio cattivissimo ad affermarlo, ma soprattutto Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, i quali mettono bene in evidenza come mettersi nelle mani dell’inconscio sia in realtà diventare preda delle ultracoscienti deità ostacolatrici che mefistofelicamente dominano l’essere umano attraverso il doppio arimanico. L’unico “inconscio” in questione è l’essere umano non cosciente della presenza e dell’azione di tale “doppio”: alla cui azione, in maniera vieppiù incosciente e irresponsabile, egli viene invitato ad ‘aprirsi’.

Il nostro nippo-germanico “Maestro” gesuita, di origine alsaziana, ha pure seguaci e prosecutori della sua mala opera nella bella Terra d’Ausonia. Infatti, un suo seguace e discepolo propugna un uso affatto agnostico della meditazione, ridotta a questo punto a mera “tecnica” da usare da chi voglia, senza porsi problemi morali o spirituali, come nel caso del training autogeno elaborato dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. Si trova on-line una intervista all’allora ottantasettenne R.P. Francesco Piras S.J., pubblicata su l’Unione Sarda del 13 ottobre 2002. L’articolo, fortemente laudativo, è intitolato Il gesuita zen e i suoi mille allievi, mette in evidenza come «Donne e uomini di ogni ceto e cultura, cattolici, protestanti, buddisti, agnostici, atei che vedono in lui un importante punto di riferimento spirituale».

Costui, dopo aver operato per anni a Torino, nel 1982 decide di tornare in Sardegna, sua terra d’origine.

«È allora che torna nella sua terra, a Cagliari, nella casa dei Gesuiti dove attualmente vive con i suoi quattordici confratelli. Subito decide di aprire in città una scuola di meditazione che prescinda dalla religione, indu, zen, o cristiana. L’alsaziano padre Lassalle, promotore della spiritualità zen, è il suo maestro. «Il primo a capire che se si voleva convertire il Giappone bisognava calarsi nella mentalità del suo popolo». Oggi parlare di Oriente è di moda. Ma quando Lei cominciò il terreno doveva essere assai meno fertile.

 «Vent’anni fa fuori dalla Sardegna c’erano solo due centri tenuti da cristiani e uno da buddisti italiani. Tutti volevano fare proseliti. A Cagliari non c’era niente, ho intuito che si dovesse fare qualcosa. Ho cercato di presentare la meditazione come un fatto autentico, senza chiedere nulla se non il benessere fisico e spirituale della persona».

 Questo è lo Zen – “derealizzato”, ossia snaturato e strumentalizzato, direbbe Massimo Scaligero – che ha come scopo quello di “eliminare lo stress”, “fare vivere meno affannatamente”, utile per dare anche al materialista e all’ateo che soffrono delle “nevrosi del mondo moderno”, non una “conoscenza liberatrice” della quale vi è urgente bisogno, ma “serietà” e “forti principi etici”: naturalmente sradicati da una visione spirituale del mondo che dovrebbe giustificarli e sorreggerli. Infatti, si legge nell’articolo-intervista:

«Anche se chi la segue non è necessariamente cattolico, o praticante…

«Lo scopo non è quello, ma la naturale conseguenza è che quando si sviluppa la parte spirituale si diventa più seri. Parlo della serietà di una vita cristiana o laica improntata a principi etici forti».

Perché tante persone si avvicinano a questa pratica orientale?

«Per curiosità, per ridurre lo stress, per avere una pace interiore. In questa nostra società sopraffatta dal materialismo e dalla violenza forse abbiamo il desiderio di fermarci».

Nell’ambito della spregiudicata azione di “scippo” della spiritualità altrui da parte della parte avversa, oramai vediamo da decenni monasteri domenicani nei quali si pratica lo Yoga, conventi gesuitici nei quali si fondono in uno spregiudicato melting pot Yoga, Zen, psicanalisi freudiana, psicologia analitica junghiana, ed eziandio le tecniche dell’arimanico mago caucasico G. I. Gurdjieff, ma in quest’ultimo caso si tratta di sincerissimo amore e di una foscoliana e schietta “corrispondenza di amorosi sensi”. Oltre al frequentare, quando utile, logge massoniche, naturalmente. In questa opera di fagocitazione da parte della chiesa cattolica – la quale, come usava dire il filosofo Benedetto Croce, «è uno stomaco che può digerire tutto» – non poteva mancare la Scienza dello Spirito.

Già negli anni ottanta dello scorso secolo, Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II – grande protettore e sponsor dell’Opus Dei e di Comunione e Liberazione – il quale negli ambienti ‘gianicolensi’, ma anche altrove, veniva qualificato come un “papa antroposofo” – dette direttive perché si organizzasse a Fulda, in Germania, un convegno sulla cristologia antroposofica, nella quale si doveva staccare tale cristologia, dalla figura di Rudolf Steiner, ed eliminare l’idea della reincarnazione. Inoltre, sempre il Woityla propugnò l’utilizzare il metodo degli esercizi del libro Iniziazione dalla visione della Scienza dello Spirito, sulla quale sono fondati e che sola li giustifica. Mi hanno sempre stupito, e lasciato oltremodo perplesso, il disarmante candore e l’ingenuità di molti “scaligeropolitani”, che per decenni hanno voluto illudersi – in ciò apertamente sollecitati da chi a tale mala opra era preposto – nei confronti di questo papa, nemico dichiarato di ogni esoterismo, e della Scienza dello Spirito in modo particolare e deciso.

Più recentemente, abbiamo visto una dirigente della Societrà Antroposofica in Italia, molto attiva nel campo della pedagogia Waldorf, consultarsi regolarmente con padre barnabita, suo “direttore spirituale”. Ma quel che più stupisce è leggere sulla LETTERA AI SOCI- PASQUA 2017, organo ufficiale della Società Antroposofica in Italia, alle pp. 19-20, un articolo di Stefano Pederiva, per svariati decenni segretario della Società Antroposofica in Terra d’Ausonia, intitolato COSTRUIRE MURI O COSTRUIRE PONTI. In tale articolo, dispiace davvero leggere il Pederiva cominci subito con un discutibile paragone “politico-cosmologico”, affermando che:

«I muri separano e dividono: non voglio contatto col diverso, voglio isolare l’estraneo, voglio difendere la mia identità. L’era di Trump si presenta con l’impulso a costruire muri, anche i ghetti e il razzismo erano frutto di barriere di isolamento. Il ponte è l’immagine per l’impulso opposto, unire, collegare, aprirsi al diverso. I muri ci parlano della fase Marte della evoluzione della Terra, i ponti della fase Mercurio, grazie alla svolta della fase Cristo. Siamo di fronte a temi di grande attualità, sia nel macrosociale che nel microsociale».

Appurato che dei vari presidenti degli Stati Uniti d’America, personalmente nulla mi cale né tampoco mai nulla mi calse, essendo essi solo i classici ‘uomini di paglia’, ovvero esecutori di quanto viene deciso in ben altre sedi, soprattutto occulte, delle quali molto ci dice Rudolf Steiner, disvelandoci i retroscena di molti avvenimenti della storia mondiale degli ultimi secoli, ritengo che la politica – qualsiasi forma di politica – debba mai avere a che fare con l’esoterismo, visti i ripetuti disastri che, ripetutamente ed ogni volta, ha prodotto portando sempre alla distruzione di intere Comunità spirituali.  Ma ecco che cosa scrive – e me ne sono stupito assai – Stefano Pederiva nel proseguo del suo articolo:

«Nella Società antroposofica italiana sono emersi da qualche tempo forti tensioni per alcuni passi fatti da istituzioni ispirate all’antroposofia, per esempio la Federazione che riunisce le scuole steineriane o l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, ma che non hanno alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa. Come esempio si può prendere il fatto che da molti anni la Federazione si è associata alla FOE di notoria matrice cattolica. La cosa è stata dibattuta negli incontri dei fiduciari dei gruppi antroposofici e nell’ultima assemblea della Società antroposofica. Si può cercare di osservare quanto è avvenuto alla luce delle considerazioni precedenti? Si è lavorato alla costruzione di muri o di ponti?

Certamente è emerso un notevole elemento dogmatico che ha portato alla creazione di fronti contrapposti. Lo stile e il modo di procedere hanno mostrato un deciso carattere denigratorio. Il nemico non è stato ucciso, ma vi è stata la fuoriuscita dalla Società antroposofica italiana. Hanno in altre parole dominato le forze di Marte. Se ora si vuole guardare al futuro sorge la domanda: possiamo cercare di lavorare con le forze di Mercurio, con l’impulso a costruire ponti, o restiamo alla costruzione di muri? Possiamo vedere la fase puberale della nostra comunità come un passaggio ad una maturazione sociale?

Il primo passo sarebbe quello di superare le posizioni dogmatiche, non avere un fronte che ha la certezza di rappresentare il giusto e quindi anche il bene e che cerca la propria identità contrapponendosi a chi è nell’errore e quindi rappresenta il male poi cercare un linguaggio e un modo di procedere che non sia aggressivo e denigratorio ed infine non vedere il diverso come nemico da combattere e da eliminare, ma come un arricchimento che integra la inevitabile unilateralità di una tra molte prospettive. […] Se c’è la volontà di percorrerla, allora si trovano anche le giuste iniziative per rendere operative le forze di Mercurio con le quali costruire ponti, se questa volontà non c’è, restiamo succubi delle forze del passato legate alla costruzione di muri».

Devo dire – quis vetat ridendo dicere verum? – che la fraseologia usata da Stefano Pederiva mi fa un effetto passabilmente comico. Tenendo conto che, da una parte, l’Accademia dei Ponti è una istituzione dietro la quale si cela – ma in maniera trasparente (si fa per dire…) – l’Opus Dei in Toscana e nella dantesca Città del Fiore. Lo strano è che tale Accademia “dei Ponti”, opera proprio in campo educativo e pedagogico nei confronti di giovani e non più giovani. Infatti, così può leggere chiunque vada sul loro sito web:

«L’Accademia dei Ponti è un centro culturale per la formazione integrale della persona, nato a Firenze nel 1984. È il risultato dell’impegno di diverse famiglie – oltre che di docenti, lavoratori e professionisti – che hanno creato un ambiente formativo stimolante e dinamico, aperto a studenti di ogni grado.

Le attività sono aperte a tutti, senza alcuna discriminazione. Il clima di libertà che le informa, facilita lo sviluppo di personalità aperte, responsabili, animate da spirito di servizio e laboriosità».

E circa il legame esplicito con la molto discussa organizzazione confessionale, sempre nel suddetto sito, alla pagina Opus Dei in Toscana, possiamo leggere:

«Sin dalla nascita l’Accademia dei Ponti ha dato un orientamento cristiano ad ogni sua attività, nella convinzione di poter offrire così uno specifico contributo alla formazione. Per questo, durante l’anno si organizzano anche attività spirituali, affidate alla Prelatura dell’Opus Dei, istituzione della Chiesa Cattolica la cui spiritualità è centrata sul messaggio di San Josemaría Escrivá: cercare Dio nella vita quotidiana. Alcuni tra i valori su cui si fonda l’Accademia sono l’amicizia, la libertà, il servizio, la laboriosità, la generosità, la lealtà, la fiducia, la professionalità».

È noto che l’Opus Dei – che gli avversari, maliziosamente, tuttora chiamano Octopus Dei, ovvero la Piovra o la Mafia di Dio – era, assieme a Comunione e Liberazione, in cima ai pensieri di Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II, il quale fece di ambedue queste organizzazioni prelatura personale, ossia esse dipendevano direttamente da lui, e non dalla gerarchia locale della chiesa, rispetto alla quale esse non erano tenute all’obbedienza. Anzi, per lui l’Opus Dei incarnava il “vero spirito” della Compagnia di Gesù, contro quelle che a lui sembravano preoccupanti derive marxisteggianti della suddetta Compagnia (e si sbagliava alla grande…): insomma, una sorta di ‘Rifondazione Gesuitica’. Alla faccia di coloro che sul colle gianicolense lo lodavano come un “papa antroposofo”…

Lo strano è che molto del linguaggio dell’articolo di Pederiva risuona di una terminologia linguistica, per così dire, fortemente “bergogliana”. Ma se casuali possono essere tali coincidenze linguistiche – in realtà un occultista cancella sempre la parola “caso” dal proprio vocabolario – e frutto di suggestioni varie, non è invece affatto un caso la connessione – omertosamente taciuta per ben 15 anni sia ai membri della Società Antroposofica che alle famiglie degli allievi delle scuole steineriane – tra la Federazione Scuole Waldorf e la FOE, ovvero la cattolicissima, e integralista, Compagnia delle Opere-Federazione Opere Educative, emanazione strettamente controllata da Comunione e Liberazione, del defunto don Giussani. Affermare che Federazione delle Scuole Waldorf non abbia alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa, è veramente prendere in giro chi legge, perché, per esempio, una personalità dirigente, e preminente, in tale Federazione è proprio quella gentil signora emiliana che si rivolge ad un padre barnabita per consigli e ‘direzione spirituale’, signora che scrive pure sul bollettino della Società Antroposofica e fa parte, penso, altresì del Collegio di Presidenza della Società stessa. Ora, mentre la dirigenza delle Scuole Waldorf cerca di “costruire ponti” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere, la controparte, ovvero la parte avversa, moltiplica assalti ingiuriosi e calunniosi nei confronti di Rudolf Steiner, dell’Antroposofia e della stessa pedagogia antroposofica, agendo con incontri,  video postati su Youtube e quant’altro, a “spaventare le mamme”, dicendo loro che i bambini affidati alle scuole antroposofiche subiscono danni psichici e spirituali dall’azione occulta degli insegnanti di quest’ultime.

Comunque, al posto di Stefano Pederiva, io non mescolerei le immagini della storia cosmica della Terra e dell’uomo, con le vicende di bassa politica delle conventicole antroposofiche. Il dibattito, anche rissoso, all’interno di una Società Antroposofica a chi operi interiormente poco cale e nulla interessa, perché come scrive Massimo Scaligero nel primo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente, «La morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse solo in apparenza contrastanti». La lotta tra tali morti pensieri è la conseguenza dell’indifferenza, anzi dell’esplicita avversione, all’interno della Società Antroposofica nei confronti della pratica interiore degli esercizi dati da Rudolf Steiner, nonché in particolare della Concentrazione e della Via del Pensiero, che Massimo Scaligero ha riposto al centro della Scienza dello Spirito.

E disgusta il fatto che coloro che, oggi, invocano un tale ‘spregiudicato’ e ‘mercuriale«gettare ponti» nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere – quella stessa che ha bruciato il Goetheanum, avvelenato Rudolf Steiner, organizzato attentati militari per assassinarlo, ed altre turpi azioni – sono i medesimi individui che per decenni hanno calunniato e diffamato Massimo Scaligero, si sono sforzati di impedirne in ogni modo la diffusione dell’opera, così come avevano fatto decenni prima nei confronti di Giovanni Colazza. Conosco bene i metodi ‘pontificali’ adoprati dalla dirigenza della Società Antroposofica in Italia contro Massimo Scaligero e Giovanni Colazza. Vi sono dirigenti della Società Antroposofica in Italia i quali affermano ancor oggi, apertis verbis, che “non saranno contenti e tranquilli, se non quando avranno buttato fuori l’ultimo seguace di Massimo Scaligero”!

E conosco altrettanto bene – potrei tranquillamente documentare il tutto – come la figura spirituale di Massimo Scaligero venga diffamata all’interno dei milieu antroposofi sulla carta e nel web in Germania e altrove. Tra l’altro, sono giunto alla conclusione – altro mirabile dis-velamento della mia Amata – che certe delicate informazioni su Massimo Scaligero certi gaglioffi e pendagli da forca in Germania e Oltreoceano possono averle ricevute solo da una particolare ‘fonte’ in quel di Roma sul verdeggiante Gianicolo. In Germania, sono giunti a fare sparire nelle librerie antroposofiche le poche opere di Massimo Scaligero tradotte in tedesco: oramai le varie case editrici collegate alla Società Antroposofica si rifiutano di far tradurre e pubblicare altre opere sue.

And finally – come direbbero gli anglofoni – veniamo al capitolo doloroso dell’opera di ‘infiltrazione’, di ‘insinuazione’, della Comunità Solare dei discepoli di Massimo Scaligero da parte di chi, da svariati decenni, si sforza di attuare – ad maiorem romanae ecclesiae gloriam – quel “trasbordo ideologico inavvertito”, ossia dell’Innominato. L’articolo è già troppo lungo e non posso ulteriormente dilungarmi – hic et nunc – sui particolari salienti e sui dettagli di tale indubbiamente ‘operazione’ sottile ed abile, quanto esiziale. Per ora intendo, come momentanea conclusione delle su riportate considerazioni, riportare a mo’ di esempio quanto costui scrisse, nel 2015, sul numero 129-130 della rivista gianicolense da lui diretta, in un articolo di fondo non firmato – e quindi verosimilmente attribuibile all’Innominato – intitolato Ascesi ed esoterismo, le quale a p. 19, nel paragrafo conclusivo, costui così scrive:

«Anche l’esoterismo tradizionale è ricco di espressioni simili, e in molte di esse si celano contenuti di saggezza che non chiedono altro che di essere attualizzati dalla coscienza, ossia seminati nel terreno di questa epoca e qui portati a nuova fioritura. Uno di questi detti, martinista, ammonisce: «Maschera Mantello e Silenzio», con riferimento alla divisa interiore che il discepolo, o l’adepto, deve adottare a difesa del suo Ordine e però di questo da lui stesso. L’inappartenenza [sic: notare la venustà del periodare!] a un Ordine formale gerarchicamente organizzato accresce la responsabilità del discepolo nei confronti della sua disciplina, di cui egli è costituito incognito rappresentante. Senza regole patti o giuramenti, che non siano quelli dell’anima di fronte allo specchio della coscienza, gli è affidato un bene di cui dare silenziosa testimonianza, apparendo nel mondo per quel tanto che il suo ruolo sociale prevede, affidandosi all’identità di cui quella umana è la provvisoria maschera, però nel volgere dei tempi e nel rinnovarsi della memoria e della dedizione destinata a sparire».

Bello, no?! All’apparire illudente tutto sembra meraviglioso giusto, e persino pervaso da una sorta di soffuso poetico afflato mistico. Prima di tutto, quello “martinista” non è affatto una forma di esoterismo tradizionale, bensì frutto di un’operazione fatta al tavolino – è proprio il caso di dire così – nelle riunioni al ristorante-cabaret parigino dello Chat Noir, al numero 84 del boulevard Rouchechouart, ove negli anni ottanta del siècle stupide, ossia l’Ottocento, si incontravano il Dott. Gérard Encausse, in arte Papus, Augustin Chaboseau, ed eziandio personaggi molto dubbi ed equivoci dell’integralismo cattolico come Maurice Barrès, Joséphin Péladan, e persino Charles Maurras, fondatore dell’organizzazione ultramonarchica e ultracattolica della destra radicale di Action Française, molto attiva e agitata tra la I e la II Guerra Mondiale, e altri. Di un tale Ordine Martinista fecero parte vari prelati cattolici “modernisti”, più o meno en déguisé. Questo Ordine Martinista papusiano, che tanto loda l’Innominato, è proprio una delle tante formazioni pseudo-esoteriche che la parte avversa d’Oltretevere ha messo su per disgregare ambienti e comunità spirituali varie, ed attuare metodicamente il sempre efficace “trasbordo ideologico inavvertito”, e riunire in un “più sicuro ovile” tante pecorelle smarrite, sedotte dall’‘eretica pravità’, ma anche per oscure operazioni politiche, come quelle che aprirono la strada ai tragici eventi della Grande Guerra del 1915-1918. Su ciò Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Non si contano oggi gli Ordini templari, rosicruciani, e massonici, ma anche gruppi ‘pagani’ ed eziandio ‘antroposofici’, messi abilmente su alla bisogna dalla Curia transtiberina. Persino i rituali ‘pagani‘ di un virulento e sovversivo gruppo politico-esoterico degli anni settanta del trascorso secolo, composto da elementi evoliani e kremmerziani, provenienti dal disciolto Ordine Nuovo, furono redatti – come mi fu apertamente testimoniato – nelle stanze della potenza straniera d’Oltretevere. Per ora, non posso entrare, per motivi di spazio, nei particolari – ma lo farò, se il Destino me lo concederà, in seguito – di tutta questa complessa macchinazione, il cui unico scopo è lavorare, sempre e comunque, ad maiorem ecclesiae gloriam: naturalmente una ‘ecclesia’ – direbbero i Catari medievali – tutta carnale, terrena, politica ed economica: ossia al servizio del princeps huius mundi, dell’Oscuro Signore.

E giusto tuttavia, per sentire una voce «diversa», riportare – l’ho fatto già in un mio precedente articolo, al quale rimando il diligente lettore –  quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche se portò, come detto più sopra, il nome dell’editore Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra [I Guerra Mondiale], ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Hai visto mai che il nostro prode Innominato gianicolense, tra le sue varie – interessanti e interessate – ‘frequentazioni’. sia finito proprio anche in àmbito martinista – del cui simbolismo, peraltro, nel suo articolo dà una interpretazione volutamente errata e  fuorviante – e sia divenuto, lui pure, uno dei tanti, troppi, Supetiori Incogniti, e quindi un anello della ‘mistica’ catena dei S.I., cui accenna il bravo Arturo Reghini? Ma?! È veramente molta la babelica confusione, ed è savio che il ricercatore, che voglia veramente preservare coscienza e libertà da ogni suadente manipolazione, eserciti una attenta “discriminazione degli spiriti”, conditio sine qua non della sopravvivenza degli individui e delle Comunità spirituali.

Ne vedremo delle belle: promesso!