PIFFERAI

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Leggevo, non molto tempo fa, su un Sito che svolge un suo modo di far conoscere e affrontare temi riguardanti la Scienza dello Spirito con particolare riguardo ai suoi aspetti operativi, un post che mi parve notevolmente fuori luogo nel merito generale e nel particolare perchè è del tutto fuorviante nei riguardi di detta Scienza.

Esso prende il titolo (ignoro se originale o meno) di “Controllare il pensiero”. Ciò non dice nulla che non sia un invito che una catena ininterrotta di Maestri e Testi sapienziali hanno rivolto in svariati modi agli uomini almeno negli ultimi tremila anni.

L’equivoco prende forma poiché l’autore inizia parlando della retrospezione serale della giornata: importante esercizio presente nelle indicazioni date dal Dottore. Divergendone completamente.

Certo, potete trovare qualcosa di simile negli scritti di Max Heindel e di Valentin Tomberg: esempi non eccellenti di chi, allontanandosi dagli insegnamenti della Scienza dello Spirito ma usandone l’esposizione conoscitiva, ha poi mescolato per derive personali, i propri umori e la propria fantasia ad un corpus di sapienza esoterica di cui è rimasta “vergine incompresa” l’asse centrale. Senza infierire è comunque possibile denunciare il fatto, purtroppo non raro, che sono stati fondati movimenti e scuole sedicentemente iniziatiche proprio sulla mancata comprensione della sorgente da cui, in un primo momento questi signori hanno attinto.

Però questo non si può dire dell’autore delle (poche) righe di cui qui si tratta. Costui non è un antroposofo deviato ma un mistico. E di lui parleremo più tardi.

Ciò che ora conta è lo spirito di queste righe. Quando herr Gröning parla di revisione della giornata, da mistico del sentimento, si cruccia di cogliere nei fatti e nei pensieri l’errore a cui deve seguire il pentimento: “Se il pensiero, la parola o l’azione erano sbagliati, ci si deve pentire profondamente…” Ora leggete quanto il Dottore scrive (12 gennaio 1906): Di sera: revisioni delle azioni ed esperienze del giorno. All’indietro dalla sera alla mattina, senza rimorsi ma unicamente con la tendenza di imparare dalla vita”. Vi sono altre indicazioni a discepoli in cui, assai brevemente, il Dottore invita ad un grande distacco dalle immagini ricordate. Ma, evitando l’eccesso referenziale, invito il gentile lettore a comprendere questo modo di esecuzione della retrospezione. Un amico ne ha scritto diffusamente in un articolo apparso su L’Archetipo del novembre 2002 dove, digitanto gli Arretrati o l’Archivio, potete consultarlo e di cui riporto qualche rigo dedicato per l’appunto all’atteggiamento dell’operatore: “Lo sperimentatore deve assumere un atteggiamento di intensa attenzione, rimanendo al contempo assolutamente distaccato, indifferente, alle vicende dinamicamente evocate. (…) Chi non può non obbiettare che simili atteggiamenti risultino in pratica amorali o egoistici o inumani, non è maturo, giacché non capisce ancora che proprio l’ordinario sentimento personale è strutturalmente egoistico e antispirituale in quanto opposto alla moralità dello spirito e alla vera natura dell’Io”.

A farla brevissima, la ferma attenzione senza identificazioni è l’arte che imita il “vedere” dell’Io, testimone immobile ed imperturbabile (Scaligero usa anche il termine: “con disinteresse”), conformemente alla Via Interiore dei Nuovi Tempi: quella che parte dall’Io per giungere al Logos. Per comprendere il riferimento all’Io basterebbe la lettura di un testo base come Teosofia, purché lo si leggesse in maniera confacente: facendo propri i pensieri letti: reinventandoli per moto proprio. E’ questo pensiero più forte, creativo che fa giustizia nello scontro infinito tra il pensare ed il sentire: esso suscita un alto sentire, del tutto diverso da ciò che ascende, deteriorato ed oscuro, dalla sentina della sfera psico-fisica. Si può dire che chi lo ignora non conosce ancora la forza del pensiero e la potenza del sentire. Accenno anche al fatto che il puro volere è pervaso di sottile gioia (beatitudine).

Chi preferisce mettersi la corda dei sentimenti personali intorno al collo, scalciando via il Soggetto, si impicchi pure, beninteso a lui piacendo. Ma non venga a scodellare uova di antichi serpenti come fossero apporti utili alla sperimentazione secondo una Scienza dell’Io.

L’autore dello righe di cui si parla, continua spiegando che i nostri pensieri non sono nostri ma che essi vengono da fuori di noi: “I pensieri che girano ogni secondo nella vostra mente, non sono vostri, cari amici, voi li ricevete, proprio come l’apparecchi radiofonico riceve le trasmissioni radio. Voi siate i soli a poter decidere se ricevere pensieri buoni o cattivi, trasmissioni buone o cattive. (…) E ripeto, cari amici: ogni pensiero che ricevete e che successivamente non mettete al vaglio di un sincero pentimento, inevitabilmente si trasforma in azione; che voi vogliate o meno”.

L’autore può dire quello che vuole, però già nella prassi suonano un po’ irragionevoli le sue affermazioni: immaginate di ricevere costantemente “pensieri”. Quale metro di verità potreste usare per dare a ciascuno una sorta di giudizio su cosa sia il bene ed il male? Qui ci caliamo nella più stretta soggettività o nel relativismo che pervade costantemente anche il latore dello scritto. Una carenza strana in uno che imponeva le mani questa fissa di “bene” e “male” e non di “sano” e “malato” (assai più opportune e confacenti in tutto ciò che appartiene all’immediato mondo di forze appena oltre il sensibile).

E che dire dell’assoluta mancanza di consapevolezza del fatto, sperimentabile in qualsiasi momento, che noi si possa produrre pensiero per attività nostra? Già col primo dei 5 ausiliari (controllo del pensiero) il discepolo della Scienza spirituale si trova a lavorare nella direzione di un pensiero voluto dal proprio soggetto, cioè da lui stesso.

Il Dottore è tranchant su questo argomento: nella sua Filosofia della Libertà spazza ogni dubbio riguardo a ciò che viene a noi senza la nostra attività e dice:”...non bisogna far confusione fra l’”avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire che: se si intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione tuttavia autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve essere sempre voluto.” (ed. ’66, pag. 45).

E chi pratica da sveglio le discipline interiori si accorge subito della faccenda. Queste sono cose assai elementari che vengono sperimentate subito, ma ho osservato con dispiacere che nessuno, in quel sito, ha svolto una (minima) critica allo scritto (anzi mi è parso che qualcuno l’abbia accolto positivamente): ecumenico buonismo o gran confusione?

Ma, in effetti, il pensiero attivo, voluto è già un passo sconosciuto a molti che s’accontentano di avere pensieri suscitati da qualcosa: con la stessa naturale passività con cui si vedono gli oggetti posti davanti ai nostri occhi. Mi pare significativo che attuali orientatori non facciano mai chiarezza tra il carattere del visionarismo e le immagini che possono essere prodotte, quali frutti, dalla coscienza rafforzata.

Ora veniamo all’estensore di quelle righe: Bruno Gröning (1906 – 1959) fu sostanzialmente un guaritore mistico di modesto livello: paragona l’uomo ad una “batteria” che può essere nutrita dalle forze del Bene e che guarisce tramite l’auto convincimento che una forza superiore o divina scenda in lui. La sua biografia è costellata da guarigioni, spesso non verificate e dell’incensamento delle persone pronte a dare immensi significati a discorsi piuttosto banali. Difficile trovare in questi l’eco di una grandezza spirituale. L’ho chiamato “mistico” ma egli pare piuttosto simile ad un istintivo pranoterapeuta. Ciò che ho letto delle sue parole offre un quadro vago e desolante. Poi il fatto che si siano formate delle sette intorno al suo nome non è significativo, specchia anzi il neo primitivismo spensierato dei nostri tempi quando si coagulano chiese e correnti alternative alla religione, che in effetti sta perdendo quel minimo di sacralità, tradizione e bellezza che indubbiamente possedeva.

Mi attengo a ciò che posso osservare e non sto giudicando il signor Gröning. Sono invece perplesso che simili apporti sbuchino in Siti che trattano di Scienza spirituale. Mi pare che chi posta queste cose abbia poco chiaro per cosa si intenda con il termine “scienza” applicato allo spirito. E cosi sembra, vista l’attrazione, (per onestà del vero insieme a più edificanti autori) verso veggenti addormentati, ipnotisti e medium: brutta merce messa in vetrina da un “brand” che vorrebbe apparire blasonato e che raccoglie vasta ospitalità nel cuore degli spiritualisti. Che ciò possa configurarsi come una manipolazione della ingenuità e della fiducia?

Ma è vano l’appello per comportamenti più seri, poiché è possibile che queste frequenti intemerate siano mirate e serissime. Suggerite e condotte da una brigata (probabilmente sostenuta da interessati poteri ecclesiali) che, “lodando” Scaligero (il quale, per sua diretta ammissione, non ebbe “discepoli”) quale continuatore autorevole dell’essenziale messaggio del Dottore, fa artatamente il possibile per distorcere il senso più puro e netto dell’opera del primo e del secondo.

SMASCHERARE LE FALSE APPARENZE – ABBATTERE LA MENZOGNA


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Arcana publicata vilescunt, et gratiam prophanata amittunt. Ergo: ne Margaritas objice porcis, seu Asino substerne rosas.                                                                                     

Riprendiamo lettura e analisi dell’opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, opera che leggiamo nel testo digitalizzato nel formato kindle, e che in tale formato riunisce le circa 600 pagine dei tre volumi della sua opera a stampa. L’analisi dell’opera che farò sarà una disanima puntuale e, per così dire, filologica, ossia un esame critico della fondatezza o meno, riguardo alle affermazioni e alla credibilità delle fonti sulle quali il suo studio si basa. Qualcuno troverà, forse, noiosa e pedante la disanima che faccio, la quale invece è un’opera chirurgica per ripulire dal veleno esiziale e dal marciume che viene riversato nelle anime. Del resto Eco non è un blog di intrattenimento e di svago, bensì una aspra trincea di lotta.

Non me ne voglia, dunque, il nostro giovin autore ligure – plurilaureato e addottorando, a suo dire, con vari Masters e studi a Milano e Londra, e da quel che ho capito, Naturopata e Floriterapeuta Antroposofico, Pranoterapeuta Antroposofico, Counselor Biografico, nonché Web Editor della Colorado Film, ed infine financo cultore di studi universitari di psicologia analitica junghiana – ma molte, veramente molte, delle sue affermazioni mi hanno lasciato non poco perplesso, e siccome ad un cattivissimo lupaccio diffidente, qual io sono e quale mi sforzo energicamente di continuare ad essere, non piace punto perplettersi, andrò alla ricerca della verità reale e non di quella apparente. Arturo Reghini – oramai anche i muri e i ciottoli di fiume sanno quanto mi sia simpaticissimo – affermava che «la diffidenza è madre della sapienza», e una prudente diffidenza insegna al presente lupaccio cattivissimo, invecchiato in mille zuffe e battaglie, a non lasciarci una zampa in una improvvida e ben mimetizzata tagliola. Comunque, lo sappia il nostro giovin autore, nulla di personale, come dicono nei film americani: semplicemente chiameremo vero il vero e falso il falso. E se questo a taluni non piacerà, non me ne affliggerò di certo. Ma entriamo pure, come dicevano i Latini, in medias res.

Egli così scrive già nel secondo paragrafo della sua Premessa:

«Il nome Mystica Aeterna è ben più, è un nome mistico: Mystica si riferisce alla scaturigine della vita spirituale che ha sede nel cuore e risale verso il capo; ed Aeterna a quando il pensare scende ad incontrare l’afflato del cuore, eternandosi nel pensare del cuore: il sentiero centrale dell’Albero della Vita, che connette le Sephiroth Kether, la Corona, e Tiphareth, la Bellezza. Con questo lavoro Rudolf Steiner mirava ad unire l’approccio mistico con quello occulto (o magico, come si chiamerebbe in altri ordini esoterici che vedremo) e con questo scritto vorrei poter permettere a coloro che lo leggeranno di poter unire queste due correnti nell’anima».

A parte il poetare lirico, che forse attrarrà non poco la sciropposa e stucchevole sentimentalità di tanti antroposofazzi, occorre dire subito che, se questa è l’impostazione dello studio del nostro giovin autore, essa è sbagliata sin dalle prime frasi. Quella di Rudolf Steiner è Scienza dello Spirito: Scienza e niente affatto una mistica o un misticismo. Posso dire, che nei miei studi di oltre cinque decenni e passa nella Sapienza d’Oriente e d’Occidente, non ho mai incontrato un essere meno mistico, anzi più decisamente antimistico di Rudolf Steiner. La scienza non è sentimentalità, ma conoscenza che si basa su una rigorosa empiria, ossia sull’esperimento e sulla percezione diretta dei fenomeni.  

Alla sua Filosofia della Libertà – nella quale peraltro egli fa letteralmente a pezzettini il misticismo del sentire, affermando che il mistico vuole solo soggettivamente sentire, quel che invece devrebbe oggettivamente conoscere – Rudolf Steiner pone come sottotitolo: Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, e lo contrappone polemicamente al sottotitolo di un’opera di Eduard von Hartmann, che pure stimava moltissimo, «Risultati speculativi secondo il metodo induttivo delle scienze naturali». L’osservazione è l’atto cosciente che conduce alla percezione, ed è una esperienza e non una speculazione, ossia non è il risultato di una induzione o deduzione puramente logica. L’osservazione viene condotta rigorosamente secondo il metodo scientifico sperimentale, seguendo le linee del fenomeno puro e del fenomeno primordiale della scienza goethiana della natura. Lo stesso Goethe è quanto di più antimistico si possa pensare, e lo dimostrò nelle sue polemiche con Jacobi sulla questione del preteso ateismo di Spinoza e con Kaspar Lavater sul suo misticismo visionario. 

Rudolf Steiner rifiuta sia il misticismo del sentire – “l’afflato del cuore” del nostro giovin autore – sia la metafisica della volontà, sulla quale si basa il magismo dei cosiddetti Ordini occulti, ai quali nella sua opera fa riferimento il nostro ligure studioso. E la ragione è estremamente semplice: nel sentire l’uomo è semplicemente sognante, ossia come nel sogno egli si trova, di fronte a immagini e percezioni varie, in uno stato diminuito di coscienza passiva, e nel volere egli è addirittura affatto assente come io cosciente e percipiente: immerso, perciò, in uno stato di sonno senza sogni. Solo nel pensare l’uomo può essere veramente sveglio, anche se, guardandomi attorno, parvemi che molti dormano persino quando pensano, o dicono di pensare, o credono di pensare, e magari vanno pure a giro per il mondo, dando l’ingannevole impressione d’esser svegli. Sentimento e volontà restano sognanti e dormenti, a meno che non si segua il sentiero conoscitivo della Via del Pensiero Vivente, tracciato da Rudolf Steiner, e instancabilmente indicatoci da Massimo Scaligero: sostanzialmente la Concentrazione e la Meditazione. Ma la piena coscienza dell’io nel sentire e nel volere non è affatto scontata: essa è il punto d’arrivo di un arduo e faticoso percorso interiore, e non certo il suo punto di partenza. E la Via non fa sconti ai pigri e ai pavidi.   

Infatti, Rudolf Steiner nella sua Scienza occulta nelle sue linee generali, nel capitolo Carattere della scienza occulta, che amo citare dall’edizione Laterza del 1947, ma che per comodità del lettore, data la non facile reperibilità di tale edizione, preferisco dare il riferimento a quella dell’Editrice Antroposofica, Milano, 1969, a p. 32, scrive: 

«L’elemento animico non vive in ciò che l’uomo conosce della natura, bensì nel processo del conoscere: l’anima sperimenta se stessa nel proprio applicarsi alla natura. E in questa sua attività essa si conquista in modo vivente qualcosa che va oltre il sapere della natura, cioè uno sviluppo di se stessa sperimentato nella conoscenza della natura. La scienza occulta vuole esplicare quello sviluppo dell’anima in domini che stanno oltre i limiti della sola natura. Il cultore della scienza occulta non misconosce affatto il valore della scienza naturale, anzi lo riconosce più completamente dello stesso naturalista. Egli sa che non è possibile fondare una scienza, senza i procedimenti rigorosi della scienza naturale moderna; ma gli è pure noto che questa severa mentalità scientifica, una volta conquistata, può venire serbata dalla forza dell’anima ed applicata ad altri domini».

Mentre nelle Osservazioni preliminari alla quarta edizione, che cito sempre dall’edizione Laterza del 1947, ma che, in quella dell’Editrice Antroposofica, si trova alle pp. 19-20, Rudolf Steiner scrive:   

«L’autore ha cercato di dimostrare che questa esperienza, sebbene venga acquistata per virtù di mezzi e di vie assolutamente interiori, non ha però un significato puramente soggettivo per il singolo uomo che l’acquista. Dovrebbe risultare da questa descrizione che la singolarità e la peculiarità personale vengono eliminate dentro l’anima, e che essa arriva a esperienze, che sono del medesimo genere per ogni uomo, di cui l’evoluzione si svolga in modo giusto attraverso le sue esperienze soggettive. Soltanto quando la «conoscenza dei mondi soprasensibili» viene da noi concepita con questa caratteristica, siamo capaci di distinguerla da tutte le esperienze semplicemente soggettive del mistico, ecc. Di tale misticismo si può dire veramente, che è più o meno una vicenda soggettiva, che riguarda il mistico stesso. La disciplina scientifico-spirituale dell’anima, come qui viene intesa, aspira invece a esperienze obiettive, che appunto perciò hanno un valore evidente generale, sebbene la loro verità venga riconosciuta del tutto interiormente».

Quindi, quanto a misticismo e conseguenti “afflati cardiaci”, caro il mio giovin autore, come dicono gl’ispanofoni, entonces nada.

Lo stesso possiamo dire del magismo, cui tanto tiene il nostro giovin autore. Conosco bene i metodi, sedicenti “magici”, di Ordini “occulti” anglosassoni come l’Hermetic Order of the Golden Dawn di MacGregor Mathers e compagni, o della Stella Matutina del Dr. Robert Felkin, o della Inner Light cui apparteneva la Dion Fortune, e conosco pure quelli depravati dell’Astrum Argentinum del magazzo satanista Aleister Crowley; in ambito anglo-germanico, quelli dell’Ordo Templis Orientis prima, seconda e terza maniera di Theodor Reuss e successori, quelli di Franz Bardon, della Fraternitas Saturni, e via dicendo. In Francia quelli dell’Ordre Martiniste di Papus e successori. Negli Stati Uniti dottrine e metodi di Ordini pseudorosicruciani come l’AMORC o Antient Mystic Order Rosae Crucis di Spencer H. Lewis, la Rosicrucian Fellowship del traditore Max Heindel, la Rosicrucian Fraternity di Swiburne Clymer. Naturalmente, conoscere non vuol dire affatto condividere, né documentarsi significa partecipare o praticare.

Ora, mettendo da parte le vie più depravate di confraternite magiche come quelle di Crowley, Reuss, Bardon, Gurdjieff et similia, vi è da dire che, se pure in alcune di quelle confraternite sedicenti “magiche” del mondo anglosassone, cui fa riferimento Giorgio Tarditi Spagnoli, vi è talvolta qualcosa di buono, tratto da antiche tradizioni sopravvissute a tempi ormai lontani, tuttavia a tale buono, oggi, vi è mescolato molto, anzi troppo, di arbitrario, di ricostruito al tavolino, di non cosciente e di medianico. Proprio perché le persone che, sedotte dall’immaginifico e dal meraviglioso, si dedicano a quelle vie di magia cerimoniale, le quali in alcun modo sono autentica Teurgia, chiedono appunto ad un rituale preteso magico quello che non sanno chiedere al loro pensare, cioè alla loro volontà cosciente nel pensiero. Pensano di essere maghi, e invece sono soltanto dei sentimentali romantici, e soprattutto sono dei medium, che sognano – come tutti i sentimentali – il possesso della “potenza” magica attraverso le vie della facile forza e del rapido conseguimento. Mentre – come osserva e ammonisce Massimo Scaligero – non vi è nulla di meno facile e, salvo rarissime eccezioni, di meno rapido: nella loro debolezza, coloro che si dànno alla magia cerimoniale hanno unicamente il sogno e l’idolatria sentimentale della forza e della potenza. Proprio perché non la posseggono. La vorrebbero a buon mercato, senza il necessario faticoso lavoro ascetico della realizzazione spirituale, e proprio per questo sono deboli e sentimentali: dei medium.  

Per quel che riguarda quanto scritto nel secondo paragrafo della sua Premessa, ho già chiarito nel mio precedente articolo su Eco, che Rudolf Steiner non ha affatto fondato un Ordine, e per quel che riguarda le Sephiroth citate dal nostro giovin autore, è bene invitarlo a traslitterare correttamente תפארת – le cui consonanti nella scrittura aramaica quadrata, usata correntemente nell’ebraico, nella ortodossa pronunzia sefardita, sono: tav-pe-alef-resh-tav – con tif’ereth, o in forma più semplice tiphereth, e non tiphareth, com’egli costantemente fa. Nella fattispecie, l’alef, che si trova al centro della parola ebraica, non è affatto, come crede lui e come pensano gl’ignoranti, che in maniera insana e improvvida si dànno alla magia cerimoniale, una vocale, una ‘a’ tanto per capirsi, bensì una consonante, gutturale e lievemente aspirata, analoga allo spirito lene del greco classico, e presente eziandio in aramaico con nome di alaf e in arabo, col termine di alif. Infatti, né in ebraico, né in aramaico, né in arabo, e nemmeno nell’antica lingua egizia, venivano scritte le vocali. Nel testo masoretico della Bibbia ebraica, nel Tanakh, le vocali sono totalmente assenti, e assenti sono pure nella versione aramaica del Nuovo Testamento, nella cosiddetta Peshitta. Il signor Tarditi Spagnoli può farmi credito: la Professoressa I.Z., sapientissima titolare di cattedra, e mia cara amica, all’esame di Filologia Biblica volle darmi un poco meritato trenta.

Quanto allo “spiegare” la Via di Steiner alla luce della personalissima interpretazione pseudocabbalistica dell’Albero della Vita, che fa il nostro giovin autore, è cosa che non sta né in cielo né in terra. Della Kabbalah autentica il nostro intraprendente scrittore non conosce un tubero –  direbbe la nostra Savitri – né tampoco di essa capisce un cappero – direbbe Emanuela, e lo si evince dal fatto che attinga esclusivamente o quasi alla letteratura circolante nella Golden Dawn e nelle sue derivazioni, e ci credo poco, anzi punto, al fatto ch’egli abbia passato anni sui testi classici della Kabbalah: il Sefer Yetsirah, il Sefer ha-Bahir, il Sefer ha-Zohar, il Pardes Rimmonim – quello di Moshè Cordovero e non quello di Israel Regardie, il discepolo di Aleister Crowley, sui testi del quale in maniera insana studiano gli appassionati della magia cerimoniale anglosassone in salsa Golden Dawn – i testi di Moshè de Leon, di Gikatilla, di Abulafia, di Chayyim Vital, di Moshè Chayyim Luzzatto, e altri.  

Mi creda il nostro giovin autore, che non è affatto sui riassuntini o sui testi espunti e sintetizzati, tipo Reader’s Digest o Bignami, dalle confraternite sedicenti magiche inglesi, che si possa – senza neppure conoscere l’ebraico e l’aramaico – apprendere l’autentica Kabbalah. E non è nemmeno su siti digilander come Fuoco Sacro, cui – forse – ha attinto, perlomeno da come mi sembra verosimile dai ragionamenti e dalle trascrizioni delle parole ebraiche che leggo, il nostro intraprendente “magista” scrittore. Vi sono nel mondo ebraico degli ambienti kabbalistici autentici, ma sono molto chiusi: specialmente nei confronti degli pseudoesoteristi che dànno tanto sfoggio della loro presuntuosa ignoranza su pubblicazioni e nel web. Nella mia città, conosco una cerchia kabbalistica – autentica, antica e soprattutto pura – veramente sapiente, facente dell’autentica teurgia, e non della bassa magia, ed ho conosciuto e conosco degli iniziati ad essa: penso proprio che uno come il nostro giovin scrittore, essi non lo prenderebbero neppure in considerazione. 

Il nostro autore delle liguri spiagge nella sua Premessa, così prosegue:

«La Mystica Aeterna infatti non ha mai avuto un archivio scritto, i rituali erano solitamente imparati a memoria così che non vi dovesse essere nulla di stampato. Le lezioni esoteriche associate non potevano assolutamente essere stenografate, solo riportate a memoria dopo la lezione stessa, e la loggia non doveva tenere un registro in quanto ritenuto un ostacolo alla comprensione vivente dei rituali. Ecco da dove deriva la difficoltà di ricostruire storicamente tutta la vicenda che dal 1906 giunge al 1914, e poi al 1921 e successivi».

Ora tutto quanto qui dice Giorgio Tarditi Spagnoli è rigorosamente una fiaba: o per dirla con una espressione cortese, un’affabulazione, abilmente suggestiva, partorita dalla sua fervida immaginazione inventiva. Ma a quale scopo? Ma al fine di épater le bourgeois ésoteriste. Che non esistessero rituali scritti lo dice unicamente lui, e da dove egli tragga questa stupefacente informazione egli non lo dice e soprattutto non lo documenta. Che esistessero rituali scritti è dimostrato dal fatto che la mia amica fraterna Hella Wiesberger li possedeva. E poi perché dire: «i rituali erano solitamente imparati a memoria»? Nella lingua italiana ‘solitamente’ significa ‘abitualmente’, e non ‘in tutti i casi’. Del resto, per imparare a memoria qualcosa, bisogna – credo – perlomeno leggerlo e rileggerlo da un testo scritto. Ciò che non deve essere stampato, può benissimo essere manoscritto, e rimanere custodito in poche mani fedeli. Ma lui che ne sa dell’esistenza di testi manoscritti o stampati, o dell’esistenza di archivi conservati?! Evidentemente, ad oltre un secolo dall’apertura e dalla chiusura della Mystica Aeterna, il nostro giovin scrittore ha fonti, per così dire, “spirituali” che lo informano così dettagliatamente.

A dirla tutta, questa storia di rituali  della Mystica Aeterna – secondo il nostro giovin autore: rituali “massonici” – non scritti e imparati a memoria, a questo diffidente lupaccio cattivissimo, dal perfido fiuto, ha fatto venire un feroce sospetto. Chiunque conosca la storia dell’esoterismo, e della Massoneria in particolare, sa bene che, sin dal Settecento, i rituali massonici venivano messi per iscritto: perlomeno nell’Europa continentale. Tant’è che io – disobbediente lupaccio cattivissimo non appartenente a nessuna delle molte variopinte e agitate Obbedienze massoniche della Terra d’Ausonia: appartengo unicamente alla informale fratellanza degli Selvaggi Lupacci Appenninici, e ad honorem a quella dei Trucidi Orsi Marsicani – ne possiedo un’ampia collezione. Ma vi è una significativa eccezione: quella della Libera Muratoria operante in Inghilterra e, in parte, in Scozia e in Irlanda. Per esempio, il rituale denominato Emulation, adottato da molte logge britanniche, viene recitato e svolto interamente a memoria dagli ufficiali di loggia e, ai passaggi di grado, dagli Entered Apprentice, quando questi vengono passed, ossia “passati”, Fellow Craft, e da questi ultimi allorché essi vengono raised, ossia “elevati”, Master Mason. Comunque esistono i testi scritti che i tapini sono obbligati a imparare, almeno in parte, a memoria. Ora, il nostro giovin scrittore ligure è stato – ce lo dice lui stesso – per periodi non brevi a Londra. Hai visto mai ch’egli si sia fatto iniziare in qualche loggia inglese di rito Emulation o simile, tanto più che all’Oriente di Londra vi è anche una loggia “Italia”, la quale tale  rituale “lavora” in lingua italiana? Del resto, anche nel Grande Oriente d’Italia, oltre che nella Gran Loggia Regolare d’Italia, di stretta osservanza inglese, vi sono molte logge che “lavorano” il rituale Emulation. Chissà?! Ma un tale rituale è quanto di più stucchevolmente moralistico e di meno occulto che si possa pensare, e tale vuole dichiaratamente essere, e rimanere.

Il nostro facondo e immaginifico giovin scrittore, facilitandomi assai il compito di analisi critica, ha fatto una sorta di “sintesi” della sua stessa opera ed essa è apparsa come post su un noto social forum: pubblicata, 19 febbraio scorso, alle ore 9.35, in una delle molte pagine dedicate all’Antroposofia, ove il nostro giovin autore riscuote plausi ed elogi a non finire da parte della poco accorta e ancor meno pensante covata “scaligeropolitana”, e non solo da quella. Peccato, davvero, che tale sintesi contenga una serie di spropositi – quasi più spropositi che parole – che ora affronterò subito di petto, commentando i vari paragrafi di tale arruffatissimo post:

«Non è facile tratteggiare in breve Rudolf Steiner (1861-1925), in quanto sono certamente più le attività che ha svolto di quelle che non ha svolto. Pressoché sconosciuta è la sua attività negli ordini esoterici».

A parte il fatto che in buon italiano si dovrebbe dire “tratteggiare in breve la vita o l’opera di Rudolf Steiner”, l’attività di Rudolf Steiner è nota pressoché totalmente – tolti i contatti personali con colui che fu il suo Maestro, che rimasero il suo inviolabile segreto – in quanto si può dire quasi ch’egli non ebbe una  vera e propria vita privata, avendo sempre intorno moltissima gente, spesso fastidiosa e curiosa, con la quale intesseva i rapporti più diversi. Nell’Archivio della Nachlassverwaltung, ossia del suo Lascito, sono presenti oltre 600 quaderni con sopra scritti pensieri, annotazioni, abbozzi di opere, disegni, a partire dalla sua infanzia, quando frequentava le scuole elementari, sino agli ultimi giorni della sua intensa e movimentata vita. Inoltre, vi è un suo vasto epistolario con semplici conoscenti, discepoli, e soprattutto con la sua collaboratrice e sposa, Marie Steiner. Con quest’ultima, Rudolf Steiner affrontò nell’epistolario tutte le questioni più delicate, comprese quelle della fondazione della Mystica Aeterna e dei suoi sviluppi, dei rapporti che brevissimamente ebbe con quel pendaglio da forca che era Theodor Reuss, e via dicendo.

«Nel 1906 nell’ambito della Società Teosofica Steiner conobbe John Yarker, che lo invita a unirsi al Rito di Misraim. Così Theodor Reuss, rappresentante di Yarker per la Germania, conferisce formalmente a Steiner e alla moglie, i massimi gradi operativi: 33°, 90°, 96° del Rito di Misraim, affidandogli il compito di fondare una loggia a Berlino, dal nome “Mystica Aeterna”. Il rito viene associato alla Scuola Esoterica della Società Teosofica come “Servizio di Misraim” e da subito accetta anche le donne».

Rudolf Steiner, che pure stimava assai John Yarker, non lo conobbe né lo incontrò mai personalmente, e tanto meno nell’ambito della Società Teosofica. Rudolf Steiner incontrò solo alcune volte Theodor Reuss, il quale gli conferì, il 24 novembre 1905, prima il grado 30° 67° 89° (dubito fortemente che il nostro giovin autore intenda di che si tratta), affinché potesse fondare non una Loggia, come dice lui, bensì un Capitolo chiamato Mystica Aeterna. E, successivamente, venne elevato al grado di 33° 90° 95°. Infine, riconosciuto come Gran Maestro del Supremo Gran Consiglio Generale del Rito Egiziano di Mizraim, cui spettava il grado di 33° 90° 96°. Marie von Sivers – e non von Sievers, come è scritto nel libro di Giorgio Tarditi Spagnoli – venne riconosciuta come Gran Maestra delle femminili Logge d’Adozione. Contrariamente a quel che scrive il nostro giovin autore, a quell’epoca Marie von Sivers non era ancora la moglie di Rudolf Steiner, il quale la sposò solo nel 1915, durante la Prima Guerra Mondiale, quando la Scuola Esoterica con le sue tre Classi – compresa quindi la Mystica Aeterna – era già stata da lui chiusa, e sigillata ritualmente, da tempo. Chiusa per sempre, senza le fantomatiche “resurrezioni” e “continuazioni” delle quali, con fervida immaginazione, affabula il nostro giovin scrittore.

Inoltre, il Rito di Misraim non venne affatto “associato” alla Scuola Esoterica, in quanto la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner – come ho più volte detto – non era affatto un Rito massonico, e non era collegata con le Obbedienze massoniche in circolazione in Germania o altrove: era parte della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, e solo questo.

«Al contempo, Steiner lavora segretamente insieme allo Yarker per revisionare i rituali della piramide egizia. Dall’originaria loggia di Steiner presto gemmano altre logge che operano con lo stesso rito: a Colonia, Lipsia, Stoccarda e Monaco. A metà dell’anno successivo, nel 1907, vengono raggiunti i 100 membri, condizione per la quale Steiner avrebbe potuto divenire Gran Maestro, del tutto indipendente da Reuss».

È pura invenzione che Rudolf Steiner abbia lavorato segretamente con John Yarker per revisionare i rituali della piramide egizia. Prima di tutto, perché a quanto mi consta Rudolf Steiner non incontrò mai, né palesemente né segretamente, John Yarker, in secondo luogo, perché io conosco bene i rituali dell’Antico e Primitivo Rito Orientale di Yarker, che possiedo addirittura in copia fotostatica dei suoi stessi manoscritti, oltre che in forma stampata, ed essi nulla – proprio nulla – hanno a che vedere con la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner. Del resto, la Mystica Aeterna era in soli nove gradi, mentre i gradi della istituzione di Yarker erano novantasei, talvolta ridotti a trentatré per motivi operativi: questi rituali li ho tutti e in tutte le loro varie versioni. Sia come forme cerimoniali, sia come contenuti sapienziali, essi sono totalmente diversi da quelli della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner.

«Steiner comincia così a modificare il Servizio di Misraim, al fine di allinearlo alla tradizione rosicruciana finché nel 1908 cessa del tutto i rapporti col Reuss. Nasce così il “Culto Cognitivo”, ovvero un rituale atto a porre il neofita in relazione all’essere che presiede al pensare spirituale, Michael, a sua volta araldo del Cristo nonché difensore della corrente spirituale della Rosa+Croce».

Rudolf Steiner non modificò proprio un bel niente del Rituale della Mystica Aeterna, e non aspettò certo il 1908 per rompere i rapporti con Theodor Reuss. Fece solo alcuni minimi mutamenti nel rituale all’inizio del 1913, mutamenti resi necessari dal fatto che alcuni antroposofi avevano abbandonato la Società Antroposofica e la Mystica Aeterna e, tradendo giuramenti e promesse sacre, erano «passati al nemico»: si erano resi necessari alcuni minimi cambiamenti per «proteggere occultamente» il Rituale e la stessa Scuola Esoterica. Dopo i due brevi incontri nei quali egli ricevette la trasmissione formale al grado 30° 67° 89° prima, e al 33° 90° 95° dopo, egli non volle mai più vedere il Reuss, tant’è che io ho le lettere di Reuss all’allora Marie von Sivers nelle quali egli le chiede ripetutamente un incontro con Rudolf Steiner, e si lamenta del fatto di non ricevere mai risposta alcuna. E che non vi fosse connessione veruna della Mystica Aeterna con le esistenti Obbedienze massoniche è dimostrato dal fatto che nessuno che fosse stato iniziato alle varie organizzazioni di Theodor Reuss veniva ammesso a presenziare ai rituali della Mystica Aeterna, ovvero non esisteva quello che in Massoneria viene chiamato “diritto di visita”. Naturalmente, tra i discepoli di Rudolf Steiner vi erano alcuni che erano stati iniziati nelle varie regolari Grandi Logge operanti in Germania, ma partecipavano ai rituali interni della Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica in quanto discepoli diretti di Rudolf Steiner, e non in quanto appartenenti ad Obbedienze massoniche, alle quali venisse riconosciuto il “diritto di visita” di cui sopra, sempre per usare l’usuale terminologia massonica. La Mystica Aeterna non era, sotto nessun aspetto, una Obbedienza massonica, ed è Rudolf Steiner stesso, e non il presente lupaccio cattivissimo, ad affermarlo. E, onde non si dica ch’io m’invento qualcosa, riporterò qui di seguito, nell’orignale tedesco e nella traduzione italiana, quel che Rudolf Steiner disse in proposito, e riportato da Hella Wiesberger nella sua capitale opera di studio Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904 – 1914, p. 94:

«Bis jetzt hat unsere okkulte Strömung für die Welt noch den Namen der Freimaurerei getragen, weil man aus okkultem Standpunkte immer an das Bestehende möglichst anknüpfen soll, aber von jetzt ab soll dieser Name für unseren Tempel in Wegfall kommen und sollen unsere Verrichtungen «Misraim-Dienst» genannt werden. Man möge dies, wenn man unseren okkulten Dienst andeuten will, mit den Buchstaben «M.D.» abkürzen. Die Bezeichnung «F.M.» [Freimaurerei] soll jetzt endgültig verschwinden, und damit ist für die Außenwelt und für alle Einrichtungen auf freimaurerischer Grundlage eine Freimaurerei in unserer Bewegung nicht vorhanden. Wenn bei uns angefragt werden sollte, ob zu unserer Bewegung auch eine Freimaurerei gehört, kann man, ohne eine Unwahrheit auszusprechen, dies verneinen. Was hier verrichtet wird, ist ein okkulter Dienst, genannt Misraim-Dienst, was so viel sagen will wie: das Bewirken der Vereinigung des Irdischen mit dem Himmlischen,
des Sichtbaren mit dem Unsichtbaren». 

«Sinora la nostra corrente occulta ha portato, per il mondo, il nome di Frammassoneria, perché da un punto di vista occulto ci si deve ricollegare il più possibile a ciò che esiste, ma d’ora in poi questo nome nel nostro Tempio deve essere eliminato, e le nostre esecuzioni devono essere chiamate «Misraim-Dienst» [Culto o Liturgia o Rituaria Misraimita]. Lo si può abbreviare, volendo accennare alla nostra rituaria occulta, con le lettere «M.D.». La designazione «F.M.» [Frammassoneria] deve ora definitamente scomparire; e con ciò per il mondo esteriore e per tutte le istituzioni su base massonica nel nostro movimento non è presente veruna Massoneria. se dovessimo venire interrogati, se al nostro movimento appartenga anche una Massoneria, lo si può negare, senza proferire una menzogna. Quel che qui viene istituito, è un culto occulto, chiamato Misraim-Dienst [sc. Liturgia o Culto Misraimita], il che è come dire: operare la ricongiunzione dell’elemento terrestre con l’elemento celeste, del visibile con l’invisibile».

Più chiaramente di così, penso, Rudolf Steiner non poteva esprimersi per negare che la Scienza dello Spirito avesse qualcosa a che fare con qualsivoglia forma di Massoneria, buona o cattiva che fosse.

Hella Wiesberger, in vari colloqui, mi disse di aver parlato e fatto esaminare più volte i rituali originali della Mystica Aeterna a varie personalità dell’Ordine massonico in Svizzera, e in particolare ad un suo caro amico, Jan K. Lagutt, antroposofo e massone appartenente alla Gran Loggia Alpina, operante appunto in Svizzera, del quale possiedo pure un libro, Grundstein der Freimaurerei, Erkenntnis und Verkennung, edito nel 1963 dalla Origo Verlag di Zurigo. Hella Wiesberger cita, in una appendice del volume della GA-265, dedicato alla Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica, alle pp. 503-505, un significativo estratto di tale libro, nel quale si parla della differenza tra la Via cainita e quella abelita, tra l’iniziazione esoterica cainita e la consacrazione sacerdotale abelita. Ebbene, anche Jan K. Lagutt, come gli altri esponenti dell’Ordine massonico in Svizzera, dopo avere ben esaminato i rituali scritti della Mystica Aeterna – quindi è palesemente falso quello che afferma il nostro giovin scrittore ligure, che non sarebbero esistiti tali rituali scritti – affermò che essi tali non erano rituali massonici.

Nel suo post, pubblicato sulla pagina del noto social forum, il Giorgio Tarditi Spagnoli, così prosegue: 

«Diviso in nove gradi dei Misteri Minori più quattro segreti dei Misteri Maggiori, Steiner incorpora nel nuovo rito elementi magico-teurgici, e per differenziarsi ulteriormente dal precedente rito rinomina i suoi membri “massoni esoterici”, indicando in ciò l’unione della forma rituale rosicruciana con gli esercizi della Scuola Esoterica».

Ebbene, ciò è rigorosamente falso. In essa vi erano unicamente tre gradi della Seconda Classe della Scuola Esoterica, e i sei gradi della Terza Classe: in tutto solo nove gradi, e non ve ne erano altri. Non vi è traccia alcuna nei rituali e nemmeno nelle Instruktionsstunden, ossia nelle “riunioni d’istruzione” che Rudolf Steiner, e solo lui, teneva ai suoi discepoli diretti, di una divisione tra “Misteri Minori” e “Misteri Maggiori”: una pura invenzione del nostro giovin scrittore, non suffragata da alcun documento. Una tale suddivisione misterica, in realtà, egli la prende dagli scritti del traditore Max Heindel. 

«La Mystica Aeterna diviene una vera e propria “organizzazione ombrello”, sotto i cui auspici si incontrarono le personalità di spicco dell’esoterismo europeo, appartenenti a ordini teosofici, massonici e rosicruciani. Possiamo citare ad esempio l’ex allievo di Steiner Max Heindel, la cui Rosicrucian Fellowship americana è imperniata attorno a una Scuola Esoterica dotata della stessa scala in nove gradi della Mystica Aeterna.

Un altro particolare poco noto è che fu Steiner a elaborare la scala in nove gradi poi trasferita nell’O.T.O. prima di rendersi indipendente da Reuss. Sappiamo inoltre che la Loggia di Steiner nacque come la gemella tedesca della sezione britannica chiamata Mysteria Mystica Maxima, notoriamente affidata ad Aleister Crowley nel 1912, tanto che il nome esteso è “Mysteria Mystica Aeterna” anche se le due vie presero due percorsi diametralmente opposti».

Altre belle fiabe – per usare un gentile eufemismo – del nostro giovin autore. La Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non era affatto una “organizzazione ombrello”, e in essa non si incontravano affatto “personalità di spicco dell’esoterismo europeo”, in una sorta di sincretismo esoterico all’americana, in stile new age, come qui viene da lui suggerito. Vi erano ammessi unicamente suoi discepoli, che avevano superato il probazionismo ed erano entrati, dopo la rituale promessa sacra, nella Prima Classe della Scuola Esoterica. Vi partecipavano solo e unicamente i discepoli di Rudolf Steiner, che si consacravano totalmente e solo alla Via da lui indicata. Alcuni di loro potevano appartenere o avere appartenuto ad Obbedienze massoniche o ad altre organizzazioni esoteriche, tuttavia essi seguivano esclusivamente il sentiero della conoscenza dell’Antroposofia, e nessun altro, e sulla Mystica Aeterna, al di fuori di essa, non pronunciavano verbo: neppure con i discepoli di Steiner appartenenti alla Prima Classe della Scuola Esoterica: un giuramento rigoroso e severo li vincolava al più completo silenzio. E non era affatto un luogo di “confronto” tra appartenenti a vie diverse, tanto più che i membri di essa rispettarono tutti – tolti alcuni sporchi traditori – il severo giuramento di tacere su tutto quanto veniva loro comunicato nella e sulla Mystica Aeterna. Io ho uno scritto, apparso su Das Goetheanum, di Jan K. Lagutt, massone, antroposofo, facente parte della Classe Esoterica, il quale racconta come dai suoi genitori, discepoli diretti di Rudolf Steiner e appartenenti ambedue alla Mystica Aeterna, per tutta la vita non gli riuscì mai di cavare una sola parola su cosa venisse fatto in quella riservata cerchia ristretta. 

Quanto a Max Heindel, come detto nel mio precedente articolo, egli non era altro che un ladro, un  volgare plagiatore, e un traditore spirituale. Rudolf Steiner ne denunciò apertamente l’attività antispirituale e controiniziatica nel corso delle conferenze sul Quinto Vangelo. Max Heindel, tornato in America fece una prima edizione dattiloscritta e mimeografata della prima edizione del 1908 della sua Cosmogonia dei Rosacroce, mentre si trovava a Buffalo, nello Stato di New York, alla quale premise ipocritamente questa dedica:

«Dedicated to my esteemed teacher and value friend Dr. Rudolph [sic!] Steiner, and to my more than friend Dr. Alma Von Brandis, in grateful recognition of the inestimable influence for soul-growth they have exercised in my life»,

la quale, tradotta, suona:

«Dedicato al mio Maestro e stimato amico Dr. Rudolph [sic!] Steiner, e alla mia più che amica Dr.ssa Alma von Brandis, in grato riconoscimento dell’inestimabile influenza sulla crescita animica, che essi hanno esercitato nella mia vita».

Mentre, la prima edizione a stampa apparve a Seattle, nello Stato di Washington, nel novembre del 1909, e recava la seguente dedica:

«To my valued friend, DR. RUDOLPH [sic!] STEINER, in grateful recognition of much valuable information received, and to friend, DR. ALMA VON BRANDIS, in heartfelt appreciation of the inestimable influence for soul-growth she has exercised in my life»,

la quale a sua volta, tradotta, dice:  

«Al mio stimato amico Dr. Rudolph [sic!] Steiner, in grato riconoscimento del preziosissimo insegnamento ricevuto, e alla mia amica, Dr.ssa Alma von Brandis, in cordiale apprezzamento per l’inestimabile influenza per la crescita animica, che lei ha esercitato nella mia vita».

E, in fondo al libro, nella bibliografia consigliata, veniva pure indicato come importante da leggere un testo di Rudolf Steiner come The Way of Initiation, ossia la traduzione inglese de L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E scusate se è poco! L’ipocrisia di una tale dedica sta tutta nel fatto ch’egli, già quando era in Germania, coi suoi furti e col suo tradimento nei confronti di Rudolf Steiner, Max Heindel aveva già provocato la rottura dell’amicizia da parte di Alma von Brandis.

Comunque, nella successiva edizione del 1911, egli ritrattò vilmente, fece togliere una sì compromettente dedica, ed evitò in seguito ogni riferimento a Rudolf Steiner. Ma nella conferenza, che tenne a Lipsia il 10 giugno 1917, Rudolf Steiner comunicò che Max Heindel aveva frequentato ogni sua conferenza possibile, e si era fatto prestare da discepoli di Steiner tutte le trascrizioni delle conferenze o gli appunti su cui poteva mettere le mani, li aveva ricopiati e una volta tornato in America aveva pubblicato la sua Rosicrucian Cosmo-Conception, or Christian Occult Science (in seguito, il sottotitolo lo mutò in Mystic Christianity), plagiata dalle opere di Rudolf Steiner sin nel titolo, ossia la sua opera maggiore, che in italiano porta il nome di Cosmogonia dei Rosacroce.

Nel tempo la Rosicrucian Fellowship di Max Heindel fece ogni sforzo per recuperare e distruggere più copie possibile di quella prima compromettente edizione. Ma se ne dimenticarono una a Firenze, nella biblioteca di Arturo Reghini, ora facente parte del fondo della Biblioteca Filosofica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. L’amico L., che mi fece conoscere nel 1970 Massimo Scaligero, prima di incontrare la Scienza dello Spirito, aveva fatto parte della Rosicrucian Fellowship di Max Heindel, e in vari colloqui mi descrisse tutti gli aspetti irregolari ed estremamente pericolosi, che non sono evidenti nelle di lui opere scritte e pubblicate, ma che a lui erano stati trasmessi in quanto era entrato a far parte della cerchia interna di tale organizzazione. Io feci le fotocopie delle pagine dell’edizione del 1909 della Cosmogonia dei Rosacroce, relative a Rudolf Steiner, e le portai a L. e a Massimo Scaligero. Essi le fecero pervenire ad Olga Faella, allora a capo della organizzazione di Max Heindel in Italia, e a vari membri importanti, come i fratelli Francesco (che conobbi a casa di L.) e Menotti Cossu, del gruppo maxheindeliano romano, del quale un tempo aveva fatto parte il mio amico L. Successe il finimondo: un vero e proprio macello!

Il tradimento di Max Heindel fu anche, come ho detto più sopra, il motivo della rottura tra lui e Alma von Brandis, discepola di Rudolf Steiner nella Scuola Esoterica, la quale, generosamente, aveva pure pagato il viaggio di Max Heindel dagli Stati Uniti, accompagnandolo a conoscere Rudolf Steiner. Lei a differenza del traditore Max Heindel, restò per tutta la vita fedele a Rudolf Steiner, raccolse fondi per la costruzione del primo Goetheanum e per la scultura del Rappresentante dell’Umanità, e addirittura partecipò al Convegno di Natale del 1923, in rappresentanza di tre gruppi antroposofici americani: quelli di Santa Barbara e Los Angeles in California, e quello di New York. Invece Max Heindel si inventò di sana pianta di avere incontrato quelli che chiama i “Fratelli Maggiori” della Rosacroce nella Selva Boema, i quali gli avrebbero dato gli insegnamenti da lui pubblicati nella Cosmogonia, laddove questi erano, invece, tratti tutti, come è stato dimostrato, dalle conferenze tenute ma non ancora pubblicate di Rudolf Steiner, delle quali egli aveva fatto incetta nel periodo tra l’inizio di novembre del 1907 e la fine di marzo del 1908, nel quale egli rimase sul suolo tedesco.

Naturalmente, subito dopo la pubblicazione della Cosmogonia dei Rosacroce di Max Heindel, ma anche dopo la seconda edizione dalla quale la dedica era stata non solo tolta, ma pure vilmente “ritrattata”, molti si resero conto del fatto che si trattava di un volgare plagio dell’opera di Rudolf Steiner. In proposito ho molto materiale interessante. Se necessario, questa tristissima vicenda sarà oggetto di pubblicazione su Eco. Per cui, il richiamarsi di Giorgio Tarditi Spagnoli, che si dice antroposofo, a Max Heindel è cosa che rende oltremodo perplesso il presente lupaccio cattivissimo, e gli fa sorgere i peggiori sospetti.

È falsissimo, inoltre, che la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner fosse una organizzazione gemella di quella del sozzo mago inglese Aleister Crowley. Theodor Reuss poteva chiamare Mysteria Mystica Aeterna l’istituzione di Steiner e Mysteria Mystica Maxima quella di Crowley, ma Rudolf Steiner in tutti i documenti che abbiamo usa esclusivamente la denominazione Mystica Aeterna o Misraim Dienst, che ha il senso di Rituale o Liturgia Misraimita. Usò una tale espressione proprio per non usare la denominazione Misraim Ritus, o Rito di Misraim, affinché la Mystica Aeterna, agli occhi del mondo, non venisse scambiata per una organizzazione massonica, che tale non era e non voleva essere.

Ma proseguiamo a degustare, centellinandole, le sciocchezze – che sarebbe, forse, più appropriato chiamare divertenti (dal mio orsolupesco punto di vista, davvero poco divertenti…) invenzioni – che il nostro giovin autore ligure ci propina:

«Steiner modellò la Mystica Aeterna sulla base dell’Ordine della Gold und Rosenkreuz, in particolare nella struttura a nove gradi. Poiché questo stesso ordine fu alla base della Societas Rosicruciana in Anglia (S.R.I.A.), a sua volta base dell’Hermetic Order of the Golden Dawn. Steiner influì anche su questo ordine magico: alcuni aspetti sia rituali che esoterici dei gradi rosicruciani (IV°, V°, VI°) della Mystica Aeterna furono trasferiti infatti nei gradi superiori (7=4, 8=3 e 9=2) della Stella Matutina di Robert William Felkin, che riconobbe lo stesso Steiner come Capo Segreto incarnato, in altre parole un Maestro di Saggezza».

Falsissimo pure questo. Tra le molte “cosucce” che ho nel mio orsolupesco archivio, vi sono anche i rituali di questa settecentesca organizzazione massonica tedesca a indirizzo ermetico-alchemico-kabbalistico, con una predilezione per la spagiria di laboratorio. Basta un semplice controllo per rendersi conto che la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non ha nulla in comune con le cerimonie e gli insegnamenti di tale organizzazione. E quello che dico è confermato da quel che afferma, nella sua Historia Ordinis, Wynn W. Westcott – che era un ammiratore di Steiner – Supreme Magus della Societas Rosicruciana in Anglia. Ed è parimenti falsissimo che aspetti sia rituali che esoterici dei gradi rosicruciani della Mystica Aeterna siano stati innestati nella Golden Dawn di MacGregor Mathers o nella Stella Matutina del Dr. Felkin. Ci sono molte cose che il nostro affabulante giovin autore non conosce, ma non sarò certo io che gliele andrò a raccontare, proprio perché egli non profani poi pure quelle.

A questo punto, nel post apparso sul noto social forum, vengono coinvolti i nomi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, mentre nel libro viene coinvolto con “spiritose invenzioni” anche il Gruppo Novalis di Roma, diretto da Giovanni Colazza. Quanto basta e avanza – in realtà sarebbe sufficiente molto meno – a far inferocir vieppiù un lupaccio cattivissimo come me. Ma di ciò a suo tempo.

«Possiamo anche ricordare che Steiner si recò a Roma appositamente per incontrare Giovanni Colazza, il maestro di Massimo Scaligero, per invitarlo nella sua “cerchia dei dodici” della Mystica Aeterna, i più alti iniziati europei che avrebbero dovuto fare da tramite spirituale a Christian Rosenkreutz, il Maestro della Rosa+Croce».

Questa notizia il nostro intraprendente giovin autore la prende dall’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, e cerca di accreditare il fatto che nella “cerchia dei dodici” vi fossero “i più alti iniziati europei”, lasciando sottintendere che non fossero necessariamente antroposofi e discepoli occulti diretti di Rudolf Steiner. Ma anche questa è un’altra furbesca menzogna, tanto più che il nostro abile scrittore ligure non  sa proprio chi fossero questi “dodici”, e non sarò certo io che glielo andrò a confidare, per veder poi i loro nomi anch’essi profanati. Contrariamente a quel che costui cerca di lasciare intendere erano tuttitutti e solo – antroposofi e discepoli di Rudolf Steiner. Il nostro giovin scrittore non ha la più vaga idea di che cosa si trattasse e cerca di cavarsela affabulando: come al suo solito. Dopodiché, ei prosegue il suo ricamato quanto fantasioso racconto, ma qui siamo alla menzogna aperta, e non precisamente menzogna disinteressata, bensì finalizzata a fini che diremo:

«Sette anni dopo la fondazione della prima loggia, si contano ormai 600 membri e i lavori continuano regolarmente fino al 1914, anno in cui il clima di guerra rende difficile la gestione delle logge dislocate in vari territori, appartenenti ormai a paesi in opposizione.

Essendo stata da poco fondata la Società Antroposofica (1913) Steiner cessa ogni attività rituale sotto il suo diretto controllo e infine scioglie formalmente il Culto Cognitivo (1921), almeno apparentemente. Infatti, nonostante ciò, poco prima della morte, Steiner  comunicò in gran segreto ad alcuni discepoli a lui più vicini, tra i più alti gradi della Mystica Aeterna, il suo desiderio di vedere di nuovo il rito risvegliato ed operativo.

Ma alcuni gruppi, racchiusi in modesto silenzio, continuarono a praticare il deposito iniziatico della Mystica Aeterna, come se nulla fosse successo, tagliate fuori dalla Prima Guerra Mondiale, rimasero distanti sia dalle successive vicissitudini della Massoneria Egizia che da quelle della Società Antroposofica.

Lo stesso accadde dopo il passaggio della Soglia da parte di Steiner, sopravvivendo anche alla Seconda Guerra Mondiale, occultate com’erano nel silenzio iniziatico».

Il motivo per il quale Rudolf Steiner, nel 1914, chiuse non solo la Mystica Aeterna – che, lo ripeterò sino alla noia, non era affatto un Rito massonico – ma anche l’intera Scuola Esoterica, non era affatto “la difficoltà di gestione pratica delle logge in paesi diversi”, bensì perché, allora, in Germania vi erano accuse aperte, da parte del partito militarista pangermanista e degli ambienti cattolici oltranzisti, sia contro Rudolf Steiner che nei confronti della Società Antroposofica, che rendevano pericoloso proseguire una tale attività esoterica. La Società Antroposofica, alla quale peraltro egli non era neppure iscritto, e la sua Scuola Esoterica, venivano qualificate ambedue come società segrete e come politicamente operanti al soldo delle potenze dell’Intesa. Sul fronte opposto, invece, Edouard Schuré, da parte sua, in maniera assolutamente imbecille, sciovinista, e irresponsabile, manovrato da elementi del Grande Oriente di Francia, come Eugène Lévy – parole di Marie Steiner – arrivò ad accusare sia Rudolf Steiner che Marie von Sivers di essere al soldo di quello psicopatico del Kaiser Guglielmo II, e di appoggiarlo con arti magiche, arrivando a calunniare e ad accusare Marie von Sivers di aver operato fattivamente a spingere Rudolf Steiner a porsi, magicamente e politicamente, al servizio del militarismo germanico (il quale, invece, lo voleva morto), contro l’Intesa. Di fronte ad una simile, insostenibile situazione nella quale accadde che persino suoi discepoli, presi dalla follia della passionalità nazionalistica, giunsero a contrapporsi “fraternamente” ad altri condiscepoli di diversa nazionalità, Rudolf Steiner chiuse – definitivamente chiuse, e sigillò spiritualmente – la Mystica Aeterna, e quale gesto simbolico inequivocabile e definitivo, sia lui che Marie von Sivers stracciarono i diplomi che avevano ricevuto dalla “Istituzione Yarker”, com’egli la chiama nel XXXVI Capitolo de La mia vita: lui stesso racconterà poi che i diplomi, concessi a lui e a Marie von Sivers “Istituzione Yarker”, erano stati da loro stracciati. 

Ora, acciocché, ancora una volta, qualcuno non pensi che questo perfido lupaccio si stia inventando qualcosa, riporto quanto scrisse Marie Steiner-von Sivers in un suo articolo coraggioso – in Germania erano già cominciate l’era del potere nazionalsocialista e le persecuzioni nei confronti dell’Antroposofia – apparso col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer? – ossia: Rudolf Steiner era massone? – nella rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, 16. Jg. Buch 3, April-Juni 1934, Stuttgart, edita da C.S.Picht, suo amico fedelissimo dei momenti difficili e difficilissimi. Questo articolo fu riprodotto dalla mia amica Hella Wieberger, nel volume della GA-265, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntiskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, dedicato alla storia della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ove a p. 114, si può leggere:

«Als der Krieg ausgebrochen war, im August 1914, erklärte Rudolf Steiner den so begründeten Arbeitskreis, der unter dem Namen «Mystica aeterna» sich zusammengeschlossen hatte, für aufgehoben und zerriß als Zeichen dafür das darauf bezügliche Dokument. Nie ist man in dieser Weise wieder zusammengekommen».

Il rilievo in corsivo è di Marie Steiner. Il testo, tradotto nell’italica lingua, dice:

«Allorché scoppiò la guerra, nell’agosto del 1914, Rudolf Steiner dichiarò abolita la cerchia di lavoro [cultica], che si era riunita sotto il nome di «Mystica aeterna», e come segno di ciò stracciò il relativo documento. non ci si è mai più riuniti nuovamente in tale maniera».

Rudolf Steiner, nel 1914, noncessa ogni attività rituale sotto il suo diretto controllo”, come se ce ne fossero state altre ch’egli non controllava direttamente, e che potevano proseguire senza di lui: tutto nella Scuola Esoterica dipendeva e si ricollegava esclusivamente a lui, e solo lui in essa era il Maestro. Infatti, egli fece cessare semplicemente ogni attività dell’intera Scuola Esoterica. Ed è una patente menzogna l’affermazione che solo nel 1921 egli abbia sciolto formalmente la Sezione cultico-conoscitiva, perché lo fece non formalmente, bensì essenzialmente e spiritualmente nell’autunno del 1914, ossia ben sette anni prima di quanto afferma Giorgio Tarditi Spagnoli. E questo non lo dico io, bensì lo afferma lo stesso Rudolf Steiner.

Ed è una menzogna che lo avesse fatto “almeno apparentemente”, come afferma il nostro giovin autore. Ed è parimenti una sporca menzogna l’affermazione chepoco prima della morte, Steiner comunicò in gran segreto ad alcuni discepoli a lui più vicini, tra i più alti gradi della Mystica Aeterna, il suo desiderio di vedere di nuovo il rito risvegliato ed operativo”. La verità è che sin dal giugno del 1924 – ed io possiedo le drammatiche testimonianze scritte di questo fatto – Rudolf Steiner affermò che la Fondazione di Natale del 1923 “non era stata accolta dalla rifondata Società Antroposofica Universale, e di conseguenza essa era stata ritirata nel Mondo Spirituale”. E soprattutto dopo i gravi tradimenti e le inadeguatezze, la poca serietà di molti antroposofi, che lo costrinsero a buttar fuori dalla Prima Classe Esoterica ben diciassette persone in pochi mesi, egli non parlò mai più della Fondazione di Natale, e non volle riaprire in forma nuova la Seconda e la Terza Classe della Scuola Esoterica. Non solo: dopo il gravissimo tradimento, avvenuto nel 1924 alla fine d’agosto a Londra, lasciò incompleta anche la formazione della Prima Classe della Scuola Esoterica. Inoltre, nel Convegno di Natale del 1923, egli scrisse a chiarissime lettere, che la Società Antroposofica Universale non era, in nessuno dei suoi aspetti, una società segreta, e non lo era neppure la Libera Università sita al Goetheanum. Infatti, Rudolf Steiner negli Statuti della Società Antroposofica Universale, scrive – e persino il Tarditi Spagnoli se li può facilmente leggere, per es. in Lettere ai Soci 1924, Editrice Antroposofica, Milano, 1989, p. 13 – quanto segue:

«Art. 4 – La Società Antroposofica non è una società segreta, ma una società completamente pubblica. Può diventare socio, senza distinzione di nazione, di condizione sociale, di religione, di convinzioni scientifiche o artistiche, chiunque consideri giustificata l’esistenza di una istituzione come è il Goetheanum, a Dornach, quale Libera Università di scienza dello spirito. La Società respinge ogni atteggiamento settario. Non considera la politica come facente parte dei suoi scopi.

[,,,]

Art.8 – Tutte le pubblicazioni della Società saranno pubbliche come quelle di altre società pubbliche (1). Non faranno eccezione neppure le pubblicazioni della libera Università di Scienza dello Spirito […]

Nota (1): Sono state e saranno ancora pubblicate anche le condizioni della via di conoscenza antroposofica». Il rilievo in grassetto delle parole di Steiner è mio.

Si tenga presente che la Prima Classe della Scuola Esoterica era tutt’uno con la Libera Università e che gli Statuti, scritti da Rudolf Steiner, valevano per l’intera Società Antroposofica, Classe Esoterica compresa. Questo smentisce totalmente le affabulazioni del nostro giovin scrittore circa la segretezza, il preteso Rito massonico egizio, a suo dire sopravvissuto segretamente, ed altre sciocchezze e favole da lui inventate. 

Quando, nel 1921, Rudolf Steiner tornò in Norvegia, nella capitale Christiania, l’attuale Oslo, e vide che gli antroposofi  norvegesi che avevano fatto parte della Mystica Aeterna, essendo stati tagliati fuori per sette anni dai contatti con Dornach a causa della I Guerra Mondiale, non avevano saputo che la Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica era stata da lui sciolta – e non messa temporaneamente in sonno, come direbbero i massoni, ossia temporaneamente sospesa e quindi risvegliabile – ma invece proprio ritualmente chiusa e sciolta, riunì gli appartenenti norvegesi a tale Sezione cultico-conoscitiva, e chiuse definitivamente anche per loro la Mystica Aeterna. E come è chiaramente documentato nell’opera curata da Hella Wiesberger – egli non lo fece ritualmente, bensì con una semplice riunione, in quanto la chiusura rituale era già avvenuta nel 1914 a Dornach. Quindi è una grossa fola o, come dicono i giovani d’oggi, una bufala, quella che ci viene a raccontare il nostro giovin autore, e un’altra fola, o bufala che dir si voglia, è quella che vi siano stati, e ci sarebbero ancora, gruppi che avrebbero “continuato a praticare, in modesto silenzio, il contenuto iniziatico, sin oltre la II Guerra Mondiale”. Ed è altresì una non disinteressata menzogna, che “poco prima della morte, Steiner comunicò in gran segreto ad alcuni discepoli a lui più vicini, tra i più alti gradi della Mystica Aeterna, il suo desiderio di vedere di nuovo il rito risvegliato ed operativo”. Il tutto al fine di accreditare agli occhi degli ignoranti, degli ingenui e degli sciocchi, che vi sarebbero tuttora dei legittimi eredi di quello che, a loro dire sarebbe stato un Rito massonico, mentre non lo era affatto, in modo di riuscire a dare, forse, auguste origini ad un possibile eventuale tentativo di lui, Giorgio Tarditi Spagnoli e del suo australe amico, Samuel Timoti Robinson, di accamparsi a “risvegliatori” e “continuatori” della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner, mettendosi esplicitamente alla pari di tanto Maestro.

Ed ora la “chicca” finale, scritta dal nostro giovin scrittore ligure, dell’articolo postato su una delle molte pagine scioccamente dedicate ad una Antroposofia degradata e deformata:

«Arriviamo alla situazione attuale, in cui questo particolare rito risulta pressoché sconosciuto, dimenticato e perfino negato affinché la figura di Steiner potesse divenire del tutto assimilabile al mondo accademico, una vera laicizzazione della sua opera, nonostante il desiderio di risveglio del rito espresso da Steiner sul letto di morte.

Eccoci dunque giunti alla fine di questo breve excursus, volto a gettare luce sulla questione della Mystica Aeterna. È rimasta nell’oblio troppo a lungo e il suo ruolo di crocevia di diversi e importanti ordini iniziatici occidentali, è stato troppo grande per essere dimenticato: la sorgente della Mystica Aeterna è nel Misraim stesso e dunque trova il suo posto nella tradizione esoterica occidentale degli ordini iniziatici.

Al contempo non c’è alcuna contraddizione di fondo tra la massoneria egizia e l’antroposofia: sono indissolubilmente legate, seppur non agli occhi del mondo profano, che ignora le radici profonde dell’esoterismo antroposofico. Ma tale secretum non fa che aprire un ulteriore spiraglio nel nesso occulto che lega gli Antichi ai Nuovi Misteri».

Nuovamente, occorre ribadire che è una menzogna che Rudolf Steiner, sul letto di morte, abbia espresso il desiderio di vedere rinascere “questo particolare rito pressoché sconosciuto, dimenticato e perfino negato”: è falso che Rudolf Steiner ne abbia voluto il risveglio e ne abbia affidato il compito segretamente a particolari discepoli; è falso, falsissimo, che la Mystica Aeterna fosse un Rito massonico, in quanto era unicamente una parte – e solo quello – della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner. Ancora più falso è che la Mystica Aeterna fosse un “crocevia di diversi e importanti ordini iniziatici occidentali”, le cui degenerazioni, sia politiche che medianiche, Rudolf Steiner combatté sempre aspramente. È parimenti falso che la Mystica Aeterna avesse “la sua sorgente nel Misraim”, dal quale essa era completamente diversa per rituali, dottrine e metodi di sviluppo interiore: Essa aveva, al contrario, la sua sorgente unicamente – e ripeto: unicamente – nell’esperienza interiore di Rudolf Steiner, il quale scrisse apertamente e chiarissimamente ne La mia vita, nel XXXVI Capitolo, che la sua Mystica Aeterna non avrebbe preso nulla, assolutamente nulla, dall’Istituzione Yarker, ossia né dall’Antico e Primitivo Rito di Memphis o Rito Orientale, né dal Rito di Misraim o Egiziano.

A meno che il nostro giovin scrittore ligure non voglia accusare Rudolf Steiner e Marie Steiner di mendacio, nonché il presente lupaccio cattivissimo di totale imbecillità (cosa che nei confronti di un lupaccio come il sottoscritto non consiglierei proprio a nessuno di fare…), dovrà pur rendersi conto ch’egli viene sempre, ogni volta, smentito proprio dalle parole stesse di Rudolf Steiner. Infatti, nel citato XXXVI Capitolo de La mia vita, che apparve per la prima volta come LXVIII puntata, pubblicata nella rivista Das Goetheanum, Nr. 12 del 22 Marzo 1925, una settimana prima della morte di Rudolf Steiner, e quindi il suo definitivo pensiero, che traduco ad litteram dall’originale tedesco, possiamo leggere:

«Unsere Unterschriften waren unter «Formeln» gegeben. Das Übliche war eingehalten worden. Und während wir unsere Unterschriften gaben, sagte ich mit aller Deutlichkeit: das alles ist Formalität, und die Einrichtung, die ich veranlasse, wird nichts herübernehmen von der Yarker-Einrichtung. 

Ovverossia:

«Vi furono le nostre firme sotto le «Formule», l’usanza era stata rispettata. E mentre firmavamo, io dissi con totale chiarezza: tutto questo è formalità, e l’Istituzione alla quale do inizio [sc. la Mystica Aeterna] non prenderà nulla dalla Istituzione Yarker». 

L’origine della Mystica Aeterna, dunque, è tutta nell’esperienza spirituale di Rudolf Steiner, e il suo luogo deputato è stato unicamente l’Antroposofia e la sua Scuola Esoterica, in quanto non era, non voleva e non poteva essere un Rito massonico, né una società segreta, né come tale essa  venne mai riconosciuta dalle varie Obbedienze massoniche. Anzi, le società segrete dell’epoca – e, con loro, i milites della Societas Jesu – combatterono ferocemente Rudolf Steiner proprio perché egli rendeva pubblico quanto essi preferivano, per motivi di potenza, che rimanesse segreto. Del resto, Rudolf Steiner stesso disvelò il fatto – oltremodo increscioso per loro che venisse a conoscenza del pubblico – che le varie società segrete, oramai da secoli, erano incapaci di autentica esperienza spirituale diretta, che vivevano perlopiù di tradizioni simboliche meccanicamente trasmesse, e da tempo svuotate di ogni vitalità spirituale autentica; società segrete che si rivolgevano a ben miseri surrogati, quali erano i metodi medianici e le varie forme di bassa magia allora in uso, e che, infine, perseguivano finalità di egoistica potenza e non fini veracemente spirituali. Ciò, ovviamente, non gli fu perdonato.

Quanto alla Golden Dawn, e alla Stella Matutina, sua figlia primogenita, che tanto piacciono al nostro giovin autore, allorché fu chiesto a Rudolf Steiner che cosa pensasse dei rituali, sedicenti ermetico-kabbalistico-rosicruciani di tali organizzazioni, egli rispose, umoristicamente, che «erano teatralmente molto scenici e coreografici».

Questo per quanto del suo post viene pubblicato nel noto social forum. Ma per concludere l’analisi della Premessa che Giorgio Tarditi Spagnoli ha posto all’inizio della sua opera, devo rilevare che là dove egli si appella «ai principi di positività nell’atteggiamento, spregiudicatezza nel pensare e armonia dei sentimenti coi quali accogliere – in libertà – gli incontri del destino che avvengono nell’elemento umano», là dove parla di «spirito di antidogmatica apertura», e là dove scrive che:

«Volendo andare oltre, è possibile interpretare la quantità di fonti al di fuori del movimento come un sano esercizio di oggettività rispetto alle fonti, così che ognuno possa formarsi un’idea della materia e trarre da sé eventuali conclusioni, un esercizio utile per ogni antroposofo nonché un processo assolutamente necessario in quest’epoca dell’anima cosciente presieduta dall’Arcangelo Michael»,

in realtà egli – molto callidamente – imbonisce e fa appello alla credulità del lettore, intorpidendone, con belle frasi, il senso critico, e cerca di contrabbandare gli esauriti metodi superati di epoche trascorse, svuotati del vivente contenuto originario, e riempiti oramai di una inversa, e medianica, bassa magia arimanica, spacciandoli per la Via dell’anima cosciente dell’epoca dell’Arcangelo Michele. In parole povere, ma schiette, costui propone – ad antroposofi e discepoli di Massimo Scaligero – il tradimento spirituale come “Via di Michele”. E poi lo strano sono io!

In realtà, nei tre volumi dell’opera del nostro giovin ligure autore, non avviene che esponenti di discutibili vie, diverse e spesso antitetiche alla Scienza dello Spirito, o Antroposofia, vengano elevati al livello di Rudolf Steiner, semmai quel che avviene – e, secondo me, questa è una abile e intenzionale strategia del nostro giovin autore – è che lo stesso Rudolf Steiner venga abbassato, banalizzato, e appiattito, al livello di un Theodor Reuss, di un Aleister Crowley, di un Max Heindel, o del peggiore Mac Gregor Mathers, o della Dion Fortune, o anche al livello mediocrissimo del Dr. Robert Felkin o di quel bravuomo di Arthur Edward Waite. Questa strategia ostentatamente – e falsamente – laudativa, ma sostanzialmente denigratoria, è tipica della insinuante azione gesuitica. Forse mi sbaglierò, ma visto chi del nostro giovin autore era suo dichiarato mèntore,  e come questi venisse laudato e commemorato sul teilhardiano e darwiniano blog gesuita, e vista l’insinuante azione editoriale tomberghiana in Italia e altrove, e quanto opera il gianicolense Innominato, amico del direttore di tale casa editrice filogesuitica, che fa pure scrivere sulla sua rivista romana. sedicente “scaligeropolitana”, e, infine, constatata l’assoluta identità delle strategie da tutti loro messe in atto, il dubbio, o il sospetto, che sia proprio così è piuttosto forte e lecito. Vedremo…

Il nostro giovin scrittore potrebbe, forse, pensare che tutti gli antroposofi e tutti i discepoli di Massimo Scaligero siano degli sprovveduti e degli ingenui ignoranti, cui sia sin troppo facile darla a bere. Ma, in tal caso, egli si sbaglierebbe di grosso, perché esistono anche dei cattivissimi lupacci i quali, oltre che a praticare a più non posso la Concentrazione e la Via del Pensiero, hanno ben studiato – per oltre cinque decenni – e continuano a studiare questi vieti argomenti, e che della Mystica Aeterna già si occupavano quand’egli non era ancora nato.  

Per adesso, avendo esaurito l’analisi della Premessa dell’opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, mi fermo qui, anche perché il presente articolo è già troppo lungo, e non devo abusare eccessivamente della pazienza del candido lettore. Continuerò, tuttavia, ad analizzare su questo blog le affermazioni contenute nella sua opera, e a verificarne la verità o la falsità. Ma al benevolo lettore di questo temerario blog, vorrei consigliare di meditar bene le savie parole ammonitrici, che si trovano nel frontespizio delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, Anno 1459, parole il cui testo latino ho posto all’inizio di questo articolo, e che nella bella lingua del mio amato Dante così suonerebbero:

Le cose arcane, una volta pubblicate, divengon vilissime, e quelle profanate smarriscono la grazia: perciò non gettare le perle ai porci e non approntare ad un asino un letto di rose!

RIEQUILIBRI

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Premetto subito che mi dissocio da quanto sembra insinuare Isidoro in questa nota. So bene quanto sforzo, sacrificio e tempo dedichino amici e lettori alle discipline interiori. Forse Isidoro vorrebbe che i summenzionati dedicassero solo poche ore all’opera? Oppure è solo la birbonata che indicherebbe una preoccupante carenza di serietà dell’autore? Eco pubblica equanimamente gli interventi ma il problema rimane: esiste una grande differenza tra opinione e punto di vista. Se sia l’una o l’altro in questo caso, giudicate voi. 

 ***

Fare all’impossibile va bene, fare l’impossibile forse no: poiché è improbabile che ciò possa verificarsi per ordini impartiti dalla mente.

Se non vi dispiace vi racconto una esperienza personale che con la Scienza dello Spirito in sé non ha nulla a che vedere ma con la vita corrente sì.

Però un poco di analogia c’è, come gli arti fisici indicati dal Dottore per dare il senso concreto e reale dell’esperienza interiore: “Si impara a conoscere un pensiero, nel quale ci si sente come un veicolo di forza del proprio essere umano; un pensare – e non parlo ora figurativamente, ma esprimo la concreta effettiva verità – che può colpire, del quale si sa che può colpire. Si impara a conoscere un pensare che non si svolge in immagini passive come il pensiero abituale, ma che è ulteriormente assolutamente attivo e di cui si sa che, sebbene lo si svolga chiaramente, è nondimeno forza, come è forza quando alzo il braccio o quando faccio un segno col dito”.

Allora la storia è questa: nonostante la mia quasi venerabile età, continuo ad andare in palestra (follia controllata), poiché da tempo gli sport attivi non posso più farli (sto parlando di atletica pesante di contatto!) mentre un controllato e conservativo gruppo di esercizi sì, e fino all’esaurimento.

Mi succedeva spesso che, impostata sul diario d’allenamento una tabellina nuova, ben studiata al tavolino (ho oltre cinquant’anni di esperienza), nel fare ciò che avevo scritto, che mi ero studiato di fare, il risultato si risolveva in un massacro oltre misura: cosa che mi spegneva la velleità di ritentare, seppure dopo giorni di riposo, la stessa impresa. Così collassai ben tre volte.

Ciò non mi spaventava ma mi impensieriva: “Cosa succede? In due settimane sono invecchiato di due, cinque anni? Perché una simile incapacità?”.

Cambiavo la tabella, suddividevo in maniera diversa gli esercizi, l’approccio ed il metodo d’esecuzione ma il problema si riproponeva.

Stavo arrendendomi al disastro quando un pensiero fece capolino, sgomitando tra la conoscenza e l’esperienza: semplice e rivoluzionario: “Cretino che sei, quello che pensi di fare non coincide con la realtà delle tue attuali possibilità: stai solo facendo troppo!” Ragionamento astratto e presunzione concreta mi stavano ingannando.

Dovetti abbandonare quei pensieri che sembravano perfetti a tavolino, con notevole sforzo arrestai una ricca parte del mio sapere e, contro la mia abitudine e le mie velleità mi costrinsi a fare quello che potevo permettermi realmente di fare: sempre fino all’agonia ma più brevemente e con una mole totale di lavoro più che dimezzata.

E così ho ripreso il meglio che una disciplina fisica può dare: persino la sua piacevolezza (roba da matti!).

Quanto narrato è vero e non l’ho scritto per portare la vostra attenzione sul sottoscritto (chi di voi mi conosce sa che così non può nemmeno essere) ma sull’analogia tra la disciplina fisica e la disciplina interiore.

Alcuni, tra coloro che ora leggono, hanno fatto il mio stesso errore. Il risultato è stato un senso d’impotenza, di fallimento ed un giudizio negativo verso se stessi…per non parlare di qualcosa simile al disgusto verso gli esercizi.

Come nel mio caso, decidere a tavolino (anche se il tavolino è metaforico) può essere la cosa più lontana dalla realtà che possa esserci.

Nessuno dovrebbe dirsi: “Da domani inizio a fare la concentrazione” e nemmeno seguire il Dottore con i cinque esercizi: “Faccio il primo per un mese, il secondo per un secondo mese…e al sesto mese armonizzo il tutto” e così via. Ciò è formalmente possibile ma, in pratica, è semplicemente velleitario.

Provate piuttosto a fare quello che vi sentite di fare – con la massima intensità e dedizione – quando vi sentite di poterlo fare: pronti all’estremo ma senza sovrastimarvi!

Vi faccio un esempio semplice: Ramana comprendeva che le persone molto occupate, spesso occidentali, non avrebbero potuto vivere una vita immersi nella meditazione. Allora indicò per quelle persone un tempo di lavoro limitato: soltanto due volte al giorno: due ore (consecutive) al mattino e altre due ore alla sera. Sulle vie della Tradizione, quella di Ramana era, in effetti, una soluzione che sposava le necessità contingenti e l’ascesi interiore. Nulla di eccessivo se si considera che, in Occidente, il bistrattato cardinale Richelieu, primo ministro sotto Luigi XIII e di fatto dominus della Francia, iniziava la giornata con una sola ora di meditazione, tempo troppo breve di cui molto si dispiaceva .

Non indico ciò come modelli da seguire ma per rammentare quanto poco possono chiedere le direttive di una odierna scienza dello spirito.

Non seguite indicazioni o modelli alla lettera, senza un rapporto di fattibilità personale: seguiteli quando vi sono utili solo ascoltando la vostra coscienza: se la parte più ragionevole di essa vi chiama al dubbio, ascoltatela subito.

Rendetevi davvero conto che non sono io o chiunque altro che potrà dirvi cosa è bene e cosa è male per voi ma solo l’anima può dire ciò che è vero per la vostra anima: anche l’anima ha una sua interiorità: ascoltate quella. L’anima dell’anima esiste e andrebbe ascoltata.

L’esercizio è una esperienza di vita dell’anima non usuale in cui collabora il Destino, non il tavolino (tanto meno i guru: quelli che svolazzano qua e là sono palloncini di gas fetido e basta). E non lasciatevi imbrogliare dall’istrionesca superficialità dell’anima: quella, se vuole, si ammanta di serietà e ieraticità per dieci minuti e vi frega.

Chi chiede lumi avrà sempre una risposta. Alcune risposte stanno una vita per arrivare. Le risposte più rapide chiedono la tangente del tormento, del dolore, della disperazione. Chi è contento di sé continui ad esserlo, non ingarbugli la vita con cose che non gli competono.

Non credo alla realtà dell’esperienza di chi dice – un, due, tre, voilà – di giungere alla Luce beatifica con uno schiocco di dita: ma se vi piacciono le trappole dei mezzi-mistici nessuno vi tratterrà: forse è il vostro destino…un tantino più contorto ma anche i labirinti hanno il loro significato.

Siate onesti con voi stessi. Ogni giorno. E’ l’unica cosa che mi sento di chiedervi. In palestra, nonostante le disavventure che ho raccontato, il sensibile è il grande correttore della fantasia e della sovrastima: se non siete forti non potete sollevare da terra un bilancere di 180 kg: rimane incollato al suolo e nemmeno rotola se tentate di spingerlo: casomai saranno le vertebre a rompersi. La realtà sbriciola la rappresentazione dopata.

Gli errori dell’anima sono mille volte più facili: imboccato un certo modo di pensare non v’è rappresentazione che non sia seducente, non perché sia folle ma anzi porta in sé il carattere della verità e del buon senso. Però vi sono sensatezze dettate dai timori più meschini o da sentimenti di grandezza che sono solo parassiti dell’anima e che non andrebbero presi per consiglieri. Ascoltate invece il modesto ma inequivocabile sussurro della Ragione: confrontatelo con il duro ma sano pragmatismo dei fatti. Evitate la calda voce del misticismo facile quando decidete qualcosa…e poi, con calma e semplicità, agite e basta!

Vale assai più il consiglio di un amico che lo scrisse pure su Eco: “Fare pochissimo, fatto benissimo”. Così sintetica, pare una battuta dei terribili Patriarchi antichi, ma ci crediate o meno, è una buona fonte d’ispirazione: come in palestra così nel cammino interiore. Però ci sarebbe pure una variante: “Fare tantissimo, fatto benissimo”, buon modo per comprendere, per esperienza diretta, la misura della catena o dove sta il muro su cui vi schiantate. Così, come la luce ha forgiato gli occhi, con le testate contro i muri si formano nell’anima gli organi necessari per vedere quando piantare e quando lasciare perché cresca qualcosa.

Essendo campo dell’Occulto, qui possiamo anche trascendere il principio di non-contraddizione formulando una terza possibilità per niente astratta: “ Fare pochissimo, fatto malissimo”. Visto come vanno le cose, questo è il consiglio più realisticamente seguito: tertium datur est. Così abbiamo superato il principio del terzo escluso. Eccome!

SMASCHERARE E ABBATTERE LA MISTIFICAZIONE

wolf

A volte – per la verità, data la “nequizia dei tempi”, sempre più spesso – accade che un lupaccio cattivissimo si trovi a dover combattere, e persino ad azzuffarsi furiosamente. A lui piacerebbe di giorno scorazzare liberamente per le selve e i pianori montani, e la notte sulle vette dei monti gioiosamente ululare in coro coi suoi lupeschi fratelli alla bianca luna. Ma i Numi, oltremodo preoccupati da cotanta spensieratezza del sottoscritto lupaccio, si fanno un dovere di complicargli la vita, acciocché egli non si annoi e non s’impigrisca in una cotale montana vita, tanto bucolica ed elegiaca. A dire il vero, il presente lupaccio cattivissimo, nella sua vita arruffata e affannata non ha mai, proprio mai, avuto modo di scoprire che cosa sia esattamente questa cosa misteriosa che gli umani chiamano “noia”. Conciosiacosaché – come dicevano gli umanisti del nostro Rinascimento – gli Dèi nella loro imperscrutabile sapienza hanno deciso, che rimedio infallibile contro noia, pigrizia, ed eccessiva spensieratezza dell’incorreggibile lupaccio appenninico sia per lui il dover correre a perdifiato, il doversi azzuffare e il combattere contro una serie di inquietanti figuri la cui opera, a livello spirituale, si rivela essere esiziale.

Ora, al di là del tosco-lupesco celiare (fino a un certo punto celiare…), è doveroso dire, in modo aperto ed esplicito, che questa necessità di un affannoso lottare non è rivolta contro individui, bensì contro l’azione disgregatrice delle comunità spirituali – e, nella fattispecie, contro la Comunità Solare impulsata da Massimo Scaligero, e che attorno a lui si raccoglieva – che tali individui, in buona o cattiva e persino in pessima fede, e soprattutto Deità ostili attraverso di loro, operano. La pugnace azione spirituale diviene urgente nei confronti di idee, immagini, pratiche abilmente proposte, che avvelenano e paralizzano le anime degli sprovveduti, degli ingenui, e dei pigri sempre alla ricerca, questi ultimi, di comodi surrogati della concreta, faticosa, azione spirituale.

Quando, da Massimo Scaligero prima e dagli amici di Marie Steiner del Lascito dopo, venni accolto ritualmente nella Classe Esoterica ebbi ben presente – a tale proposito le parole di Rudolf Steiner sono chiarissime e inequivocabili – che un discepolo della Scuola Esoterica fa suoi il destino e la causa della Scienza dello Spirito e si impegna a difendere la Sapienza Sacra con tutte le forze dell’anima – pensare, sentire, volere, azione esteriore ed interiore – contro ogni azione che voglia offendere, ferire, dissacrare, deformare, sfigurare il volto luminoso della Sapienza, e operi eziandio a calunniare, diffamare, aggredire, ostacolare i portatori di tale Sapienza nel mondo. Per la qual cosa, prendendo sul serio i doveri e gl’impegni da me liberamente assunti nell’essere accolto nella Scuola, agirò secondo quel che mi dicono il cuore e la coscienza essere necessario al fine di difendere le cose sacre. Perché ciò che è puro e sacro è giusto che lo si veneri, lo si ami, e lo si difenda. Se poi questo a molti non piacerà, o se li farà particolarmente invelenire nei miei confronti, è cosa che mi lascia del tutto indifferente.  

Massimo Scaligero, nel suo Dallo Yoga alla Rosacroce – che, naturalmente, consigliamo di leggere nella versione originale, edita da Perseo nel 1972, da lui stesso curata, e non in quella sfacciatamente contraffatta edita dall’Innominato – all’inizio del XVI capitolo, Secretum inviolabile, alle pp. 204-205, scrive:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale. Come gli animosi magliari napoletani partono ancora alla conquista del mondo e tra l’altro giungono ad affibbiare partite di seta fasulla ai tradizionali produttori della seta, ai Cinesi, considerati peraltro commercialmente i più «dritti» del mondo: allo stesso modo partono come yogi dall’India personaggi che forse sono meno estrosi dei magliari napoletani e tuttavia riescono a diventare maestri in America e in Occidente. Non è escluso tuttavia che, se si grattasse sotto la scorza di qualcuno dei più famosi swami in circolazione, con rispettabile seguito di discepoli, si giungerebbe addirittura a identificare un ex-scugnizzo napolitano. Del resto non è la prima volta che un caso del genere si verifica. Un simile swami merita veramente avere discepoli, perché ha qualcosa da trasmettere, per esempio un suono ancestrale, esprimente la perennità partenopea.

Che questa sia l’epoca della ripresa dello Spirito, è preveduto da tradizioni e da remote profezie. La pericolosità della presente epoca consiste appunto nel fatto che lo Spirito si risveglia c o s c i e n t e, dopo una millenaria conformità alla regola della propria trascendenza. Ma si risveglia dove è caduto, ossia molto in basso.: al livello in cui soltanto poteva acquisire forze individuali di autocoscienza».

Che le cose stiano esattamente come le descrive Massimo Scaligero lo possiamo evincere in maniera eloquente, tra l’altro, anche da alcuni eventi recenti, nei quali è facile rilevare come individui – decisamente meno simpatici ed estrosi dei magliari napoletani e meno dritti dei mercanti di seta del Celeste Impero – mettano le loro mani sulle cose sacre con intenti e risultati a dir poco discutibili. E siccome oramai, frutto di diuturni sforzi, mi sono fatto la mala fama di lupaccio cattivissimo, tanto vale esser diligenti nel confermare tale mala fama e nel conservarla. A mo’ di esempio, prendiamo un caso recentissimo, davvero molto istruttivo circa il basso livello al quale è discesa la volgarità degli oltremodo difficili tempi, nei quali dagli Dèi ci è stato dato in sorte di vivere.

Nella “nequizia dei tempi attuali” – per usare di nuovo una espressione del mio amato Arturo Reghini – un prolifico giovin scrittore ligure ci viene ad “illuminare” circa gli arcani misteri celati nella vita e nell’opera di Rudolf Steiner, e in particolare nella Scuola Esoterica da lui fondata, in special modo nella sezione cultico-conoscitiva della cosiddetta Mystica Aeterna, costituente la Seconda e Terza Classe della Scuola. Di cotal ”mirabil rivelazione” sono stato informato, pochi giorni fa, dal nostro ottimo eleusinio amico Trittolemo. E infatti, al controllo che, come atto dovuto, ho fatto, risulta che il giovin scrittore Giorgio Tarditi Spagnoli, ha pubblicato un’opera in ben tre volumi, dal titolo  Mystica Aeterna: La Rosa+Croce di Rudolf Steiner. I tre volumi possono essere richiesti al servizio print-on-demand o print-on-sale di Amazon, e di altri gruppi economico-editoriali, grandi o piccoli, che si occupano del commercio librario on-line.

Il testo viene presentato sulla pagina web del suo autore nelle forme studiate e accattivanti degne di quel battage pubblicitario, che è l’anima (si fa per dire…) della nuova religione senz’anima del mondo moderno: il marketing, che personalmente – mia stravagante opinione – ritengo essere una forma di immorale mercato, per usare un gentile eufemismo. I titoli dei tre volumi dell’opera sono: Storia del Servizio di Misraim, Rituali del Servizio di Misraim, Esoterismo del Servizio di Misraim. Egli presenta l’opera come:

«Una ricerca condotta da Giorgio Tarditi Spagnoli PhD, durata 13 anni, grazie al contributo inestimabile di fonti orali nonché di documenti editi ed inediti riguardo alla Mystica Aeterna, l’Ordine Esoterico di Rudolf Steiner.

600 pagine di Rituali, Storia e Commentari Esoterici pubblicati per la prima volta in Italia, include dei documenti inediti forniti da altri autori. Opera unica nel suo genere e contenuti, corredata da immagini e diagrammi appositamente creati».

Egli si presenta, sul suo sito web e sul social forum di Facebook, come Naturopata e Floriterapeuta Antroposofico, Pranoterapeuta Antroposofico, Counselor Biografico, Web Editor dal marzo 2011 al settembre 2013 della Colorado Film, Dottorando in Filosofia, dal 2010 al 2014, alla Università degli Studi di Milano-Bicocca, Master of Science dal 2009 al 2010 al Natural History Museum di Londra, con studi di Psicologia analitica a Milano, dal 2011 al 2013, sempre presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, cui aggiunge un Dottorato in Filosofia della Scienza, e proviene dal Liceo scientifico indirizzo biologico-ecologico di Sestri Levante, etc. etc.

Non c’è che dire: per chi si lasci impressionare dai titoli accademici, è proprio un bel carnet. Ma se si va poi a scavare in maniera impertinente e irriverente su come stiano effettivamente le cose, la realtà appare allora alquanto diversa dalla seducente apparenza della maschera accattivante ostentata sul volto del nostro giovin autore ligure. Per chi gli ambienti accademici li abbia frequentati, è chiaro che oggi una laurea significhi ben poco. Arthur Schopenhauer, con ragione, sosteneva causticamente che «la laurea trasforma un ignorante non informato in un ignorante informato», e che quindi è chiaro come l’informazione, di per sé, non sia cultura, così come l’insegnamento impartito ai vari livelli scolastici ben difficilmente sia educazione.

Tanto per cominciare, vedo male come si concili per chi si professi antroposofo la Psicologia Analitica junghiana, e relativa attività psicoterapeutica, con l’Antroposofia di Rudolf Steiner, quando lo stesso Rudolf Steiner usò parole di fuoco, che più chiare non potevano essere, contro la psicanalisi freudiana (da lui definita dilettantismo) e ancor più contro la psicologia analitica junghiana (a sua volta da lui definita dilettantismo al quadrato), e le relative conseguenze nefaste, manifestantisi sia sul piano della cultura che della vita delle anime. Lo stesso Carl Gustav Jung, da parte sua, scrisse parole di palese disprezzo nei confronti dell’Antroposofia e di Rudolf Steiner: se ne è parlato anche sulle pagine di questo blog. Un discorso ancora più preciso e, se vogliamo, più “duro”, lo fece Massimo Scaligero in molte sue opere. So anch’io, che vi sono steineriani ed anche, purtroppo, alcuni “scaligeropolitani”, i quali si son dati a mescolare Steiner, Scaligero e Jung, e ad esercitare l’attività lucrativa di psicoterapeuti junghiani, assagioliani e gestaltici, ma ciò riguarda la poca o punta coerenza e serietà delle persone. Soprattutto nel nostro bel paese, in quella bella Terra d’Ausonia, cara agli Dèi, 1700 anni di dominio confessionale ecclesiastico hanno portato gli italiani ad affrontare molte cose della vita all’insegna dell’improvvisato, dell’approssimativo, dell’inaffidabile, dell’opportunistico, dell’incoerente, generando quei mali frutti dell’opportunismo, dell’ipocrisia, del tenere i piedi in molte staffe, di viltà e di servilismo, che non fanno onore al nostro popolo, e talvolta ci fanno persino disprezzare da altre nazioni, da noi un tempo incivilite. Conciosiacosaché vi sono antroposofi – o antroposofazzi, come li chiamava divertito Massimo Scaligero – i quali si dànno tranquillamente alla psicanalisi nelle varie sue forme, così come ce ne sono altri che flirtano, senza alcun problema di coscienza, con la liturgia cattolica, o con la gerarchia cattolica, o addirittura – pur essendo personalità di spicco e dirigenti della Società Antroposofica – hanno un “padre spirituale” barnabita, che li consiglia e ne dirige la vita dell’anima. Contenti loro…

Un altro punto che lascia alquanto perplessi circa le qualifiche del nostro giovin autore è il suo dichiararsi “pranoterapeuta antroposofico”: a pagamento naturalmente. Massimo Scaligero fa su tale attività terapeutica un discorso estremamente chiaro, mettendone in evidenza i lati equivoci e medianici, magari abbelliti dalle seducenti pratiche di magia rituale o cerimoniale, scrivendo in Yoga Meditazione Magia, Teseo, Roma, pp. 179-180:

«Non deve trarre in inganno qualche risultato positivo dell’operazione rituale: persino la guarigione di un male fisico può essere l’irretimento del discepolo da parte di Entità anti-umane, che hanno afferrato le strutture morte degli antichi occultismi. Il discepolo sano scoprirà con il tempo l’inganno del ritualismo, in sé opposto alla direzione «solare», e distinguerà la r e t t a  i n t e n z i o n e esoterica dalla sua forma egoistica e da tutte le presunzioni di essere guaritori e aiutatori del prossimo. A quella retta intenzione egli deve trovare la forma che le corrisponde in questo tempo: la vera forza guaritrice, che opera nel silenzio, sconosciuta, senza vanità di cronistorie terapeutiche.

Se la guarigione di un male dovesse essere il segno del Divino, sarebbe preoccupante il fenomeno della salute di cui godono certi distruttori della salute altrui. La vera terapeutica esige il rapporto del terapeuta con il karma del paziente, che è un rapporto dell’Io spirituale con il senso finale della malattia: a seconda della direzione da cui giunge la terapia, un male fisico tolto può essere un regresso dello Spirito, o viceversa. Certi terapeuti di questo tempo non farebbero male a giovarsi del senso occulto del Faust di Goethe: sì da avvertire che cosa è il p o t e r e interiore come valore  m o n d a n o».

E nei colloqui individuali così come nelle riunioni che teneva, Massimo Scaligero metteva in evidenza come l’aspetto lucrativo nella medianica pratica pranoterapeutica portasse a colludere immediatamente con l’elemento arimanico.

Venendo poi ad esaminare il testo sulla Mystica Aeterna edito dal nostro giovin autore, cominciano i guai sin dalla presentazione ch’egli ne fa sul suo sito. Egli parla di Mystica Aeterna, l’Ordine Esoterico di Rudolf Steiner, ma su questo punto costui viene totalmente smentito dallo stesso Rudolf Steiner, il quale nel XXXVI capitolo de La mia vita, trad. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p. 344, nega la formazione di un Ordine occulto con le parole:

«Con ciò non venne creata però una società segreta: a chi entrava a far parte della mia istituzione veniva detto con assoluta chiarezza che non entrava in un ordine, ma che, partecipando a cerimonie rituali, avrebbe potuto vivere una specie di dimostrazione, in forma sensibile, delle conoscenze spirituali. Se alcune di queste cerimonie si svolgevano in quelle stesse forme nelle quali, negli ordini tradizionali, i membri vengono accolti o fatti salire a gradi più alti, ciò non aveva il significato di introdurre in un ordine, ma soltanto quello di rendere percepibili, per mezzo di immagini sensibili, il progressivo avanzare delle esperienze dell’anima».

E nella successiva p. 345, aggiunge:

«È comprensibile che, nel venire a conoscenza di un’istituzione come questa ora descritta, subentrino dei malintesi. Molti ritengono più importante il fatto esteriore di far parte di un’istituzione simile che non il contenuto che in essa viene loro dato; avvenne così che alcuni dei partecipanti alla mia istituzione ne parlavano come se fossero divenuti membri di un ordine. Non sapevano fare questa differenza: che, senza che essi appartenessero ad un ordine, venivano loro mostrate cose che di solito vengono date soltanto nella cerchia di un ordine».

Ma – questa è almeno la mia opinione – non credo proprio che il nostro giovin autore non abbia ben letto, o che abbia per superficiale dimenticanza dimenticato queste inequivocabili parole di Rudolf Steiner, che in effetti nel corso della sua opera egli cita. Penso piuttosto che, essendosi egli accostato a persone che vogliono fondare o hanno – come è probabile, anzi certo – già fondato un Ordine rosicruciano, intenda sfruttare – per scopi che personalmente trovo poco commendevoli – il simbolo della Rosacroce e il nome di Rudolf Steiner. Ma la presunzione di fondare un Ordine Rosacroce è assolutamente sacrilega, quanto il pretendere di “riaprire” la Mystica Aeterna – da Rudolf Steiner chiusa e sigillata ritualmente – mettendo in opera i rituali, peraltro incompleti, e mancanti di parti fondamentali già nei primi tre gradi, nonché totalmente – et pour cause, come mi spiegò in vari colloqui Hella Wiesberger – negli ultimi gradi.  Io conobbi Hella Wiesberger, curatrice dell’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, nel 1985, quando ancora non aveva scritto il libro sulla Mystica Aeterna. Posso dire di averlo visto scrivere, dato che la mia amata amica Hella nei nostri frequenti incontri mi descriveva i progressi delle sue ricerche, e le vicende legate alla formazione della Seconda e Terza Classe della prima Scuola Esoterica. Anzi mi trovai nelal felice situazione di portare a Hella alcuni testi di Rudolf Steiner relativi alla Mystica Aeterna, che il Lascito non possedeva: testi che portavano appunti autografi di Giovanni Colazza: ne ebbi benedizioni e, una volta uscito il libro, me ne venne donata una copia con la dedica di Hella Wiesberger. Per tale ragione, sono in grado di smentire molte affermazioni di Giorgio Tarditi Spagnoli, che a me risultano essere false.  

Inoltre, la mancanza di parti essenziali del rituale della Mystica Aeterna non viene rilevata né tampoco messa in evidenza dal nostro giovin autore, il quale in taluni punti “completa”, sua sponte, attingendo a vari materiali – che nulla hanno a che fare con la Mystica Aeterna – provenienti da autori ed Ordini occulti diversi. E, in effetti, ei fa quello che il mio amico L. chiamava un “fricandò con le cipolle”. Ma una tale effettiva mancanza, disinvoltamente “completata” in maniera sbrigativa ed estemporanea, non può certo impensierire il nostro giovin autore, né tampoco il suo amico dell’emisfero australe – suo dichiarato punto di riferimento in questa discutibile intrapresa – tale Samuel Timoti Robinson, il quale ha il coraggio di firmarsi Grand Hierophant del Rosicrucian Order Mystica Aeterna, ed essendo, a suo dire, neozelandese di sangue maori – non ho assolutamente niente contro i simpaticissimi Maori che un tempo fecero vedere i sorci verdi agl’Inglesi invasori, e sono oggi ottimi giocatori di rugby – arriva a sostenere la necessità per noi di ispirarsi (risum teneatis amici…) ad un “rosicucianesimo maori”.

Se poi un qualche lupaccio impertinente e irriverente si toglie lo sfizio di andare a vedere sul suo sito le volgarità  – vere e proprie volgarità nel senso corrente del termine – dell’intraprendente “rosicruciano maori”, Grand Hierophant del Rosicrucian Order Mystica Aeterna,  con tanto di figure e fotomontaggi, si fa un’eloquente idea del basso, anzi infimo, livello  – e su questo Massimo Scaligero aveva ragione da vendere  e da regalare – intellettuale, oltre che morale, di questo individuo che si mette allo stesso livello del Maestro dei Nuovi Tempi, proclamandosi Gran Maestro e Gran Hierophante dell’Ordine Rosacroce e della Mystica Aeterna. Del resto sappiamo come anche la nostra Italia abbondi di Gran Maestri e di Gran Hierophanti, ora seriamente molto preoccupati della possibile concorrenza che possa venir loro dai lidi liguri e dalle australi spiagge maori

Il nostro giovin autore ligure, scrivendo sul sito del suddetto Gran Hierophante, ci comunica qualcosa di stupefacente:

«My name is Giorgio Tarditi Spagnoli, I am an Italian anthroposophist, and I am the writer of this post, even though I am not the author: I received the contents of this post from the oral tradition passed on from my mentor Michele Sarà. It was an important decision to publish this story and it has been written with all my love for Anthroposophy, Rudolf Steiner and Rosicrucianism».

Il che tradotto nella bella lingua del nostro Dante suonerebbe:

«Il mio nome è Giorgio Tarditi Spagnoli. Sono un antroposofo italiano, e sono lo scrittore di questo post, quantunque io non ne sia l’autore. Ho ricevuto i contenuti di questo post dalla tradizione orale trasmessami dal mio mentore Michele Sarà. È stata un’importante decisione quella di pubblicare questa storia ed essa è stata scritta con tutto il mio amore per l’Antroposofia, per Rudolf Steiner e il Rosicrucianesimo».

Di fronte ad una dichiarazione così impegnativa anche un trucido lupaccio ha davvero di che commuoversi. Ma è interessante andare a vedere chi sia questo Michele Sarà, cui rende cotanta onorevole testimonianza il nostro giovin autore. E qui sì che cominciano i guai per davvero, e si scoprono gli altarini. Questo Michele Sarà è – anzi era, in quanto felicemente defunse – un convinto e appassionato seguace dell’antropologo gesuita Teilhard de Chardin. Infatti, di lui viene fatta una sorta di pubblica lode su un sito gesuitico, tutto dedicato al de Chardin, con le parole:

«Nel primo anniversario della scomparsa del prof. Michele Sarà, ne onoriamo la memoria pubblicando “La complessità della vita”, che è il primo capitolo della sua ultima, notevole opera qui accanto segnalata. La scelta del titolo, in cui l’evoluzione è definita costruttiva, sta a sottolineare che i processi di trasformazione non equivalgono al concetto teologico di creazione. Sarà non esclude affatto quanto vi è di valido nella teoria neodarwinista ma la incorpora in un contesto molto più vasto suggerito dalle nuove conoscenze della biologia molecolare. Vi è nella sua opera una messe straordinaria di osservazioni scientifiche che mostrano l’esistenza di fenomeni di interazione, cooperazione ed organizzazione nella dinamica evolutiva. Michele Sarà è stato un amico teilhardiano che ha avuto sempre cura di tener disgiunto il piano scientifico da quello filosofico-metafisico. Lo ricordiamo come un uomo concreto, per nulla animato dalla frenesia di mettersi in mostra, e molto umano. La sua ultima opera è una ricchezza di conoscenze scientifiche offerte con passione a lettori specializzati e non».

Quella di disgiungere il piano scientifico da quello filosofico e metafisico è stata, per secoli, una posizione costante della “scientificità” gesuitica, la quale ha contribuito in maniera decisiva alla formazione dell’attuale materialismo scientifico. Potrei moltiplicare gli esempi, ma mi limiterò a citarne solo tre dei quali mi sono occupato maggiormente in relazione ai miei studi di fisica, di astronomia e di ottica come scienza della visione, nell’ambito della storia della scienza: François d’Aguilon S.J. (1567-1617), matematico belga e fisico, che ha lavorato sull’ottica; Francesco Maria Grimaldi S.J. 1618-1663), fisico italiano, che ha coniato il termine ‘diffrazione’ e costruito strumenti utilizzati per misurare le caratteristiche geologiche sulla Luna; Ruggiero Giuseppe Boscovich S.J. (1711-1787), di padre croato e di madre italiana, nativo di Ragusa di Dalmazia, un tempo libera repubblica: studioso cosmopolita, ‘polimatico’ lo definirebbe Eraclito, autore di 70 scritti sull’ottica, astronomia, gravitazione, meteorologia e trigonometria. Naturalmente, in tutta la scienza gesuitica siamo lontanissimi sia dalla goethiana scienza della natura sia dalla posizione della teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, elaborata filosoficamente e scientificamente da Rudolf Steiner. E non è certo con i metodi della biologia molecolare, applicati alla teoria darwiniana dell’origine animale dell’uomo, di Michele Sarà che è possibile entrare nel mistero della vita: che è sovrasensibile e spirituale, e non certo fisico.

Poi il lupaccio cattivissimo e irriverente, con inopportuna impertinenza, va a vedere chi siano gli autori che scrivono su quel dottissimo sito BiosferaNoosfera – dichiaratamente teilhardiano – e ivi troviamo molti esponenti della ignaziana Compagnia di Gesù: alcuni dei quali pospongono al proprio nome la sigla identificativa S.J., altri no, come il defunto padre Henri de Lubac, fatto cardinale da Karol Woitila, de Lubac che gesuita però lo era assolutamente, nonché avversario del pensiero e dell’opera di Rudolf Steiner, che nei suoi scritti deride e diffama. Infatti, tra gli scrittori di questo sito darwinista e teilhadiano troviamo un Antonio Spadaro S.J., un Bosco Lu S.J., un Richard Brüchsel S.J., un Saverio Corradino S.J., un Vincenzo D’Ascenzi S.J., un Felix Raj S.J., et alii multi, che noia e fastidio mi impediscono di trascrivere. Le nuove tendenze della teologia ratzingheriana, bergogliana, e genericamente gesuitica sono assolutamente teilhardiane, con tanto di esaltazione darwiniana dell’origine e dell’evoluzione animale dell’uomo. Tra l’altro, queste idee sono esplicite negli scritti di Michele Sarà, che il nostro giovin autore dichiara esser suo mentore, e manca poco che lo chiami, dantescamente, “tu duca, tu segnore, e tu maestro”.

Ora due cose sono certe: una, che i gesuiti mai hanno amato, ed hanno, anzi, detestato Rudolf Steiner, la Scienza dello Spirito, ed eziandio la scienza goethiana; due che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno sempre avversato – anche con espressioni feroci – la teoria dell’origine e dell’evoluzione animale dell’uomo, dichiarando ch’essa era fonte di impulsi patologici e distruttivi per l’anima umana. Del resto, teoria mai scientificamente dimostrata, anzi da vari scienziati – non creazionisti, sia ben chiaro – ferocemente demolita. A tale proposito, voglio riportare quel che Massimo Scaligero scrive ne Il Logos e i Nuovi Misteri, Teseo, Roma, 1973, nel IV capitolo, Forme della droga: mistica, corporea, dialettica, a p. 38: «Una forma della moderna droga psichica è il mito dell’evoluzione animale». Inoltre, Rudolf Steiner descrive, più volte, in maniera chiarissima e particolareggiata, l’opposizione totale tra l’impulso spirituale rosicruciano e quello anti spirituale e mondano gesuitico. Direi che Giorgio Tarditi Spagnoli non avrebbe potuto scegliere per la sua discesa agl’inferi un Virgilio ed un Ermete più esiziale del Sarà. Ma, forse, la cosa era ed è voluta a sommo studio.  

Naturalmente, so bene come Michele Sarà, dichiarato mentore di Giorgio Tarditi Spagnoli, si dicesse “antroposofo”, e come fosse stato addirittura fiduciario del gruppo antroposofico genovese, ma come ciò si potesse conciliare con le convinzioni evoluzionistiche darwiniane à la Teilhard de Chardin, e quanto egli insegnasse a livello accademico, è cosa che non può non lasciare alquanto perplessi. Ma fino a un certo punto, perché l’infiltrazione confessionale cattolica – naturalmente sotto mentite spoglie – e, in vari casi accertati, addirittura gesuitica, nella Società Antroposofica, sia in Italia che all’estero, è cosa avvenuta e provata. Al punto tale che, decenni fa, il Vorstand, ossia la Direzione della Società Antroposofica, si ritrovò a dover cambiare gli Statuti della medesima, inserendo la norma che autorizzava il Vorstand ad espellere singole persone e a sciogliere ed escludere dalla Società gruppi antroposofici “senza dirne le motivazioni”, cosa che nella nostra Italia sarebbe persino illegale. Una tale misura, ovviamente, è l’extrema ratio che, con tarda intelligenza e intempestiva saggezza, si prende al fine di “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”. Era accaduto che, in Germania e altrove, elementi gesuitici si erano impadroniti di interi gruppi antroposofici, erano penetrati nella Classe Esoterica, impadronendosi dei mantram e delle stesse “lezioni di Classe”.

Notoriamente, gli antroposofi non sono precisamente delle aquile, ossia non dimostrano di essere particolarmente svegli, e della loro mancanza di vigilanza, della loro faciloneria, della superficialità, nonché del corrente sentimentale pressappochismo, lo stesso Rudolf Steiner ebbe a lamentarsi con parole di aspro rimprovero. Tanto per fare un esempio – che invero fa poco onore alla nostra Italia – basta ricordare come un antroposofo romano, Bruno Roselli, già buon traduttore delle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Parigi nel 1906, dal 26 maggio al 14 giugno, alle quali partecipò Edouard Schuré, intitolate Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, edito nel 1940 dalla benemerita casa editrice milanese Fratelli Bocca (tra l’altro fatta chiudere proprio dai gesuiti), che era lettore della Classe Esoterica. Il Roselli – come testimoniatomi da Massimo Scaligero e da Romolo Benvenuti, era un uomo magari buono, ma debole di volontà, ingenuo e poco avveduto. Alla sua morte, il R.P. Giuseppe Messina S.J. si fece dare dalla figlia, cattolica integralista, bigotta e acidiosa, tutto il materiale esoterico del padre, comprese le lezioni della Classe Esoterica. Tutti questi particolari mi furono più volte riferiti e testimoniati da Massimo Scaligero e Romolo Benvenuti, per molti decenni fiduciario del Gruppo Novalis a Roma.

Sin dal Seicento, e ancor più, dal Settecento, i gesuiti hanno portato avanti una duplice strategia: da una parte, combattere apertamente col ferro e col fuoco le comunità spirituali non conformi all’ortodossia ecclesiale – vedi la Guerra dei Trent’Anni, scatenata per tentare di estirpare l’impulso rosicruciano, e i roghi sui quali perirono Giordano Bruno ed altri – e dall’altra, attraverso l’infiltrazione di propri milites nelle varie comunità esoteriche: mistiche, ermetiche, rosicruciane e massoniche. Nei primi decenni del trascorso secolo, i gesuiti – per es. in Italia il R.P. Giovanni Busnelli S.J. e in Germania il R.P. Otto Zimmernann S.J. – fecero una lotta feroce a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito, mettendo a giro persino la calunniosa accusa di essere un prete spretato, spingendo poi gli avvenimenti a quegli estremi che portarono all’incendio del Goetheanum, e all’avvelenamento di Rudolf Steiner. In Italia, durante la II Guerra Mondiale, sotto l’occupazione tedesca, i gesuiti misero a giro la voce che Rudolf Steiner fosse ebreo, chiedendo quindi la messa al bando, la distruzione delle sue opere, la persecuzione dei suoi seguaci, come già era avvenuto in Germania: ci volle una coraggiosa azione ad hoc di Massimo Scaligero – è bene ricordarlo agl’immemori e ingrati antroposofi – per evitare una simile sciagura.

Prima e dopo l’ultima guerra, i gesuiti, come abbiamo detto, si insinuarono nei gruppi antroposofici – che è come sparare sulla Croce Rossa. E una tale insinuazione è ampiamente avvenuta anche in tempi recenti con l’infiltrazione di loro agenti negli ambienti antroposofici e “scaligeropolitani” – come li chiama il mio amico C. – al fine di attuare quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito”, tuttora in corso, del quale vi è stato ampiamente modo di parlare su questo temerario blog. In Germania e in Italia vi sono case editrici le quali, potendo contare su ampi finanziamenti di discutibile origine, pubblicano opere di Steiner – come ho potuto personalmente verificare – “rivedute e corrette”, “ortopedizzate” in modo che si scontrino il meno possibile con la vigente ortodossia confessionale. Inoltre, tali case editrici propagandano le opere di Valentin Tomberg, grande fautore della cattolicizzazione dell’Antroposofia. Da molti anni constatiamo come, ad esempio, il direttore della trentina casa editrice “tomberghiana” – la quale pubblica tra l’altro scritti di Alfred Richard Orage, uno dei maggiori esponenti della scuola dell’iniziato arimanico G.I.Gurdjeff, che tanto piace ai militi della nota Compagnia – veda i propri scritti accolti nella gianicolense rivista, sedicente “scaligeropolitana”, che l’Innominato pubblica in quel di Roma.  Ho avuto persino modo di leggere su un forum la dichiarazione di un mio acerbo critico, il quale afferma essere l’Innominato gianicolense un tomberghiano convinto. Possibilissimo.

Ovviamente, chi a cotal “nobile” intrapresa si accinge è necessario che ostenti devozione ed entusiasmo nei confronti della Via e ai Maestri, salvo poi demolire tutto strada facendo. Le citazioni che farò dell’opera del nostro giovin autore ligure, che si avventura nello scivoloso sentiero dell’«inavvertito ideologicamente trasbordare» i lettori di Steiner, sono tratte dalla versione digitale della sua trilogia, perciò senza il riferimento delle pagine dell’edizione cartacea. Francamente non mi sembrava il caso – non solo a causa dei magrissimi cespiti per grazia dei quali sopravvivo – di “finanziare” scioccamente la parte avversa. Ora, anche il nostro giovin autore è fortemente “laudativo”, addirittura in maniera stucchevole, nei confronti dei Maestri: poi vedremo strada facendo che fine fanno gli ostentati ottimi propositi. Lasciando perdere varie pagine sentimentalmente edulcorate, egli così scrive:

«Al contempo lo scritto vuole presentare il più oggettivamente possibile le varie correnti ed ordini la cui storia si intreccia alla Mystica Aeterna, senza parteggiare per alcuno: ogni corrente spirituale ha il suo ruolo nell’evoluzione cosmica. Tale neutralità non nega l’accadimento oggettivo dei fatti, ma li pone in un contesto più ampio, cosmico per l’appunto, rispettando i principi di positività nell’atteggiamento, spregiudicatezza nel pensare e armonia dei sentimenti con i quali accogliere – in libertà – gli incontri del destino che avvengono nell’elemento umano.

È in questo spirito di antidogmatica apertura che nel tempo ho potuto incontrare varie personalità appartenenti a diversi movimenti ed ordini esoterici internazionali: così ho scoperto che anche loro coltivano amore per la figura dello Steiner, della sua Opera e, fecondando il loro lavoro esoterico con la scienza della scienza [sic!] dello spirito antroposofica. Ecco è lo Spirito della Comunità del Graal che mi ha aiutato a comporre questo saggio. In riferimento a ciò, il presente lavoro non rompe il segreto iniziatico, dato che tutti i rituali qui presenti sono già stati pubblicati in lingua tedesca e in inglese. È dunque tempo che vengano pubblicati anche in italiano. Piuttosto l’auspicio è che l’approccio rituale della Mystica Aeterna e la sua realtà spirituale, possa ispirare il lavoro esoterico di altri gruppi e ordini».

In realtà, il nostro giovin autore parteggia, e moltissimo, per gruppi occulti che con la Scienza dello Spirito, e i metodi ad essa peculiari, nulla hanno a che vedere, o che sono addirittura ad essa antitetici. Costui propugna e predica una sorta di “ecumenismo esoterico”, una tolleranza di facciata che ha come risultato una sorta di informe minestrone, o un “fritto misto di totani, calamari, e gamberi”, come lo chiamerebbe il mio ottimo amico C., un beverone nel quale ogni elemento dell’immangiabile intruglio verrebbe ad essere equivalente ad ogni altro. Ciò che vi è di peculiare nella Scienza dello Spirito scomparirebbe – per dirla con le mordaci parole che G. W. F. Hegel usò nella sua Fenomenologia dello Spirito contro Friedrich Schelling – «in una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere», cioè in una nebbiosa oscurità nella quale si perdono le differenze e le specificità che caratterizzano, e a volte oppongono, invece, vie e metodi tra loro antitetici: a volte espressione di forze e potenze anti-spirituali e anti-umane. Su questo punto Sia Rudolf Steiner che Massimo Scaligero sono stati estremamente chiari.

È ben vero che in tedesco e in inglese siano stati pubblicati, in maniera tra loro conforme, i rituali della Mystica Aeterna, ma quelli pubblicati da Giorgio Tarditi Spagnoli, non sono conformi al testo di essi curato da Hella Wieberger, e pubblicati prima in tedesco e poi fedelmente tradotti in inglese: nella pubblicazione del nostro giovin autore vi sono vistosi tagli e numerose aggiunte, i quali e le quali cambiano alquanto il significato del testo originario.

Inoltre, vi sono numerosi errori di traduzione, e svarioni vari. Per dirne giusto uno, là dove il testo tedesco di Rudolf Steiner ha il termine Myste, egli lo traduce erratissimamente come il “mistico”. Mentre chiunque abbia un minimo di cultura classica o di storia delle religioni sa bene che i mystes erano gli iniziati al primo grado dei Misteri Eleusini, che Rudolf Steiner aveva intenzione di far risorgere in forma novella. Normalmente gli studiosi traducono il greco mystes con “mista”, oppure lo lasciano non tradotto. Ad esempio, anche Etienne Marconis de Nègre, fondatore in Francia dell’Ordre Maçonnique Oriental de Memphis, nel suo Sanctuaire de Memphis, ma anche in altre opere, usa per il primo grado il termine mystes, e non lo traduce col francese mystique. È ben vero che “mistico” viene da mystes, ma non significa affatto mystes. Anche chi ha studiato filosofia – come il nostro giovin autore dice di aver fatto alla Università Statale Milano-Bicocca – sa, o dovrebbe sapere, che in filosofia – nella fattispecie nel criticismo kantiano – “trascendentale” viene da “trascendente”, ma non significa affatto “trascendente”.  

Altri svarioni di traduzione e di trascrizione riguardano le parole ebraiche, ch’egli riporta nel corso del suo confuso periodare. Ciò in parte dipende dalle fonti anglosassoni alle quali attinge, in parte è frutto di ignoranza allo stato puro sans arrière pensée. Se quando dètti, in lontani anni, l’esame di Filologia Biblica, avessi ad es. scritto TIPHARETH – come scrive, appunto, in tutte maiuscole il nostro giovin autore ligure – la Professoressa I.Z., titolare della cattedra, pur mia cara amica, mi avrebbe coperto d’insulti e cacciato a pedate.  

Un punto “particolare”, che tocca un punto estremamente sensibile per chi segua la Via rosicruciana, è come Giorgio Tarditi Spagnoli “traduce” il Prologo del Vangelo di Giovanni, all’inizio del suo secondo volume. In realtà, egli “traducendo” non traduce un tubero – come direbbe la nostra cara Savitri – bensì col copia-incolla riprende paro-paro, naturalmente senza citare la fonte, quanto si trova in questa pagina di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Prologo_del_Vangelo_secondo_Giovanni.  In questo caso non mi sembra proprio che si tratti di semplice ignoranza, ma ho l’impressione che si tratti di una vera e propria voluta falsificazione del testo da parte dell’anonimo estensore o degli estensori della suddetta pagina di Wikipedia, ed è sintomatico che il Tarditi Spagnoli tra le moltissime che ha a disposizione scelga proprio questa traduzione. Infatti, così vengono tradotti il quarto e quinto versetto del Prologo: «In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini e questa luce splende ancora nelle tenebre poiché le tenebre non riuscirono ad oscurarla». Il che è l’esatto contrario di quanto afferma il testo originario, nel quale è scritto:

«ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων· καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει, καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν».

Parole che la Vulgata di Girolamo traduce così in latino:

«In ipso vita erat, et vita erat lux hominum, et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt».

Si può forse discutere se la traduzione più felice del greco αὐτὸ  οὐ κατέλαβεν e del latino eam non comprehenderunt, sia «non l’accolsero», o «non la compresero» – il testo greco e quello latino del Vangelo di Giovanni sono finemente polisemici ed ammettono più traduzioni  lecite, degne tutte di essere meditate – ma tradurre quel punto con «questa luce splende ancora nelle tenebre poiché le tenebre non riuscirono ad oscurarla», non è tradurre il testo, bensì è tradirlo.

Proseguendo la nostra disanima dell’opera del giovin autore ligure, bisogna proprio dire non depone certo a suo favore della limpidità del suo discorso il mettere sullo stesso piano, in un solo calderone a cuocere Max Heindel, ladro, plagiatore e traditore,  Jan Rijkenborgh e la sua paredra Catharose de Petri, che hanno edificato ad Harlem il loro Lectorium Rosicrucianum attingendo e mescolando gl’insegnamenti di Max Heindel e Gurdjeff, nonché saccheggiando l’opera di Rudolf Steiner, Theodor Reuss, spia doppiogiochista, mercante dell’occulto e propugnatore della magia sessuale, fondatore della Comune erotico-magica di Monte Verità ad Ascona, dedita all’amore libero e ad altre poco simpatiche cosucce, MacGregor Mathers, fondatore assieme ad altri dell’Hermetic Brotherhood of Golden Dawn, il Dr. William Wynn Westcott, Supreme Magus della Societas Rosicruciana in Anglia, Arthur Edgar Waite, il Dr. Robert Felkin, fondatore della Stella Matutina – che ogni tanto il nostro giovin autore, evidentemente non controllando l’operare dell’inaffidabile correttore automatico, trascrive come “Felini” – , Violet Firth, alias la maga inglese Dion Fortune della Inner Light, che tanta simpatia nutriva per il satanista ed erotomane Aleister Crowley, che cità come autorità nella sua Cabbala Mistica, e via dicendo. A cuocere nello stesso calderone il nostro giovin autore plurilaureato ci mette pure Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, il Gruppo Novalis di Roma, Harry Collison, Alfred Meebold, ponendoli accanto di tutta una serie di occultisti: alcuni buoni, altri cattivi e taluni – come Aleister Crowley – proprio pessimi. Ci saranno, negli articoli che seguiranno questa prima introduzione, sulla base di documenti, molte affermazioni da smentire o anche solo da rettificare.

Non depone affatto circa l’affidabilità e della serietà delle sue fonti documentarie il portare come autorità quel che scrive o dice “Inquire Within”, che il nostro giovin autore traduce – forse usando Google translate – con “Cercatore Interiore”, ossia per lui la “Signorina Stoddard”, ovvero per noi Christina Stoddart, autrice di due opere – che ovviamente possiedo – nelle quali ella dedica interi capitoli a diffamare e calunniare Rudolf Steiner e l’Antroposofia, adoprando distorcendolo materiale di prima mano che qualche traditore le ha trasmesso. Le due opere, firmate Inquire Within, sono Light-Bearers of Darkness del 1930, e The Trial of the Serpent, edita nel 1936 presso la Boswell Publishing Co. Ltd., in Essex Street a Londra. La Christina Stoddard, che scrisse con l’eteronimo di Inquire Within, ossia “Investiga dentro”, fu una delle tre megere, assieme a Edith Starr Miller, Lady Queenborough, autrice dei due volumi di Occult Theocracy del 1933, che possiedo, e a H. Nesta Bevan, coniugata Webster, autrice di molte opere tra le quali Origin and Progress of World Revolution e World Revolution: The Plot Against Civilisation, pur esse da me possute, le quali si fecero portatrici e instancabili fautrici della plot-theory, ossia di quella “teoria del complotto” che attribuisce il declino della civiltà, la sovversione rivoluzionaria mondiale all’azione di varie società segrete come gli Illuminati di Baviera di Adam Weishaupt o movimenti occulti come l’Antroposofia di Rudolf Steiner, assieme ai movimenti teosofici, allo yoga indiano e vie orientali in genere, alla frammassoneria, all’ebraismo, al rosicrucianesimo autentico o farlocco: comunque distorcendo, diffamando, affabulando, inventando quanto plausibilmente “utile” a tale infame causa. Sarà utile e istruttivo mostrare – i lupacci cattivissimi in questo campo hanno ottimo fiuto – chi realmente muoveva le fila dell’azione di queste tre megere. Ma non lo possiamo fare ora. In seguito lo faremo in maniera ben documentata e il candido lettore può esser sicuro sin d’ora che i risultanti saranno oltremodo interessanti. 

L’opera di Giorgio Tarditi Spagnoli è in tre volumi per complessive 600 pagine. Ovviamente questo articolo, già troppo lungo, vuole essere solo una sorta di introduzione a quanto scriverò in seguito, poiché molte sono le cose da affrontare: affabulazioni da sfatare, “invenzioni” da smascherare, calunnie indegne – come quelle contro Marie Steiner-von Sivers – da denunciare, e l’intero impianto dell’opera da analizzare criticamente. Spero solo di non dover concludere al termine di una tale analisi critica di trovarmi, una volta di più, di fronte a quel fenomeno inquietante dal punto di vista spirituale, che per gli antichi Elleni e Romani veniva ad essere sintetizzato in una sola parola, la quale nel Mondo Classico stava a significare tecnicamente la simulazione sacrilega e bugiarda di quanto sacralmente si svolgeva nei Misteri: MISTIFICAZIONE. Perché, se così fosse – e spero vivamente di sbagliarmi – un tale mistificazione, come ogni mistificazione sarebbe doveroso per qualsivoglia discepolo della Via Regia dell’Iniziazione abbattere e demolire sino alle fondamenta: a meno che non si voglia diventarne complici.

L’ARCHETIPO-MARZO 2017

Anno XXII n. 3
Marzo 2017

archetipo1

de-Carvalho

In questo numero:

COME L’AQUILA… (M. Scaligero)

aquila

Sul sentiero procedo, perché so che debbo avanzare, ma non so quale cielo si apra o quale prova mi attenda. Si ripiega l’ombra, cadono tutte le ombre, si chiudono le ali nere, sento l’immoto supporto “croce di Cristo – spada di Michele” e la pace perfetta e il riposo del supporto sino a estinzione di respiro, sino al respiro cosmico, sino ad essere uno con il pensiero del Christo.

V’è un suono antico e misterioso che giunge da lontananze del Cosmo e che ha un potere di luce risanatrice: il suono è un potere di vita profonda piú della stessa vita fisica. Entra in profondità: è un’antica musica di redenzione, che afferra le radici della vita e restituisce la purità originaria, lo svincolamento dall’irreale, la risoluzione dell’irreale. È in relazione all’autonomia del midollo spinale, di cui parlo in Magia Sacra. È un moto puro di luce che, potente come l’Amore di cui è emanazione, scocca attraverso il centro piú profondo, attraversando, folgorando la tenebra. Occorre che il guizzo di luce sia contemplato, sino alla sua possibile immediata evocazione, in ogni momento.

Scende allora una calma confortatrice, un essere senza determinazione, secondo la potenza primigenia dell’essere: cessata è la febbre dell’esistere. Scende una calma che risuona dalla corona delle costellazioni, da tutto l’Empireo: è la quiete profonda, la quiete delle Gerarchie, il riposo divino: si comincia ad essere secondo la propria infinita assoluta libertà, che non ha bisogno di affermazione alcuna, non ha bisogno di sforzo alcuno, per affermarsi come invincibile potenza. In quel momento si ha il segreto di tutto, che è indicibile, ma ha un suo simbolo nell’espressione “L’Essere è Amore”.

Questo pensiero fa vivere tutto l’essere novello: è il principio dell’essere assoluto immediato, donantesi nella grande calma: donantesi dal profondo del proprio essere come Amore. Si distingue da esso, come termine di riferimento, come punto di risollevamento all’infinità originaria, il fiore di luce. Nella calma posante nel profondo, nella calma lasciata essere, nell’essere lasciato essere, si accoglie la vita di luce come mistero della visione aurea. Prima di tale essere non c’è nulla: comunque si cerchi dietro di sé, vi è sempre il proprio essere: perciò l’Amore infinito: il primo Essere è l’Amore Divino, il Primo Fulgore.

Come l’aquila posando raccoglie le ali, e nella immobilità ha la potenza del volo, cosí è raccolta tutta la forza là dove posano le ali, nell’immobile figura, nell’attitudine della meditazione. È l’operazione piú sottile del Sacro Amore, perché riapre il varco alla potenza cosmica dei ritmi nella “sede mediana”: senza il moto eterico di questi ritmi, il Sacro Amore può essere pensato, ma non realizzato. Occorre la volontà piú potente alla “operazione delle ali”. Cosí, ritrovata la postura dell’aquila, volgo alla santa contemplazione.

Massimo Scaligero

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da una lettera del novembre 1970 a un discepolo

http://www.larchetipo.com/2002/giu02/

L’ETERNITA’ FOLGORA IL PASSATO

28 E 29 SETT 2015 FK 014

INTENSO E PROVVISORIO IL GRAN LAMENTO DEL TEMPO E’ L’IMPOSSIBILE.

 
FUOCO DELL’ATTIMO PIU’ ALTO IN CUI L’ETERNITA’ TOCCA IL PASSATO E LO REDIME.
 
INCENERENDO ILTEMPO.

PROVVISORIO – POICHE’ PERENNEMENTE DA RICONFERMARE – L’ATTIMO LAMPEGGIA E IMMETTE FORZE CHE DAL CENTRO DEL CREARE IRRAGGERANNO LUCE.
 
ATTIMO DEL PENSARE CHE CONTEMPLANDO L’ESSENZA DEI CONCETTI RICORDATI :
OTTIENE LA VISIONE DEL PASSATO MENTRE LO REDIME.
MENTRE LO TRASMUTA.
MENTRE LA VIVENTE AURA SORUMANA CONCEDE IL FARMACO E IL LAVACRO.
 
RIVIVE L’ESSENZA DI CIO’ CHE AVVENNE NEL PASSATO
MA ORA CHI LA RICORDA E’ IL LAMPO DELL’ATTIMO D’ETERNO
CHE LA CONTEMPLA DALL’ALTO DEL REDIMERE.
 
LO SGUARDO DELLA SINTESI IMPEGNATA NEL COSCIENTE UNIRE :
RICREA L’ANIMA PROFONDA DEGLI EVENTI POICHE’
– IN VARIO GRADO –
LI RICONNETTE AL LOGOS INTERNO AL RITO D’OCCIDENTE.
 
L’UNICO E IL SOLO VERAMENTE OPERATIVO POICHE’ VERAMENTE SACRO.
 
FUTURI EVENTI MORALI SI IRRAGGIANO
GERMINALI E INARRESTABILI
SUI DESTINI DEL MONDO.
 
EVENTI IMPREVISTI ED IMPOSSIBILI
CHE MUTANO LE ALTRIMENTI INAMOVIBILI LEGGI DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI.
 
EVENTI IN CUI L’ELEMENTO DI INTRUSIONE RIEDIFICATRICE E’ LA FOLGORE DEL LOGOS.
UNICA FONTE DEL SACRO FRA GLI IMMENSI DESERTI DELL’ANIMA MODERNA  INARIDITA E PERSA.
 
ARDE FRA LE VETTE IMMATERIALI E DOMINA L’IMPOSSIBILE LAVACRO.
 
LUCE E CALORE TRATTI
 – MEDIANTE OCCULTA IMMATERIALITA’ TRASMUTATRICE –
DAL PIU’ ADDENSATO CAOS DI MOSTRUOSE ROCCE VOLITIVE.
 
LIEVE RIAPPARE L’ANGELO OLTRE LE SQUARCIATE NEBBIE DEGLI INFERI
NEL FOLGORAR DELL’ATTIMO DILAVATI E SCOSSI.
 
L’IRRUZIONE DI FORZE TRASCENDENTI NELL’UMANO
ATTINTE FRA I CIELI DEGLI DEI LEGITTIMI DEL BENE
SOLO ATTRAVERSO L’ASCESI PUO’ ATTUARSI
E SOLO POICHE’ IL PIU’ IMPENSABILE ED IL MENO PLAUSIBILE LOGOS DEL PENSIERO ARDE ED AGISCE OVE L’IO UMANO RIESCE PER ATTIMI A RESPIRARE LUCE.
 
APICI IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEI PENSIERI CONTEMPLANDO IL PALPITO DI UN INSIEME DI CONCETTI  : 
OTTIENE PER ATTIMI QUELLA PURITA’ IN CUI L’ANIMA RISORGE ALLA VEGGENZA.
ED IN QUEGLI ATTIMI : RESPIRA DEGNITA’ E AMORE.
 
PERTANTO IN QUEGLI ATTIMI
IN VARIO GRADO
LA POTESTA’ DEI CIELI MUTA L’UMANO E LO REDIME.
 
RITO DEL SOLE D’OCCIDENTE CHE SOLO PUO’ LAVARE I MONDI.
 
ASCESI DEL PENSIERO E SUA TENACIA NELL’ACUME PERENNEMENTE MANTENUTO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 5 e 6

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

5. L’uovo cosmico

In linea di principio non vi è alcuna differenza se gli eventi vengono descritti in scala piccola o grande. Certamente, causa alcune difficoltà il rappresentare i processi della suddivisione nella maturazione (formazione dei corpuscoli polari), di fecondazione e formazione della blastula nella loro effettiva piccolezza. Nella maggior parte dei casi non lo facciamo neppure, bensì conserviamo a nostra disposizione, in forma di rappresentazioni, su per giù raffigurazioni che presentano appunto ingrandimenti considerevoli. Altrettanto difficile è il rappresentarsi la nascita del mondo nella sua vastità, per la nostra coscienza, quasi infinita. Noi traduciamo, quindi, ciò che è minimo e ciò che è massimo in rapporti umani. Per l’idea di una forma è entro certi limiti la stessa cosa se tale forma sorga nel grande o nel piccolo. E poiché la Genesi descrive il nascere e il mutare delle forme, in linea di principio essa è applicabile altrettanto bene sia alla nascita del mondo che alla nascita del mondo corporeo umano. Ma l’evento umano è tanto più piccolo di quello cosmico?

Se consideriamo l’evoluzione embrionale in relazione con la Genesi , scorgeremo abbastanza presto che veniamo costretti ad allargare la nostra conoscenza e a non considerare più la grandezza dell’ovocellula come l’unica realtà.

Il risalire sopra descritto dalla blastula all’ovocellula non fecondata, mostra come i concetti di «Cielo» e di «Terra» si sciolgano sempre più da un rapporto materiale, via via che si risalga sempre più indietro. Quello che nel caso della blastula potrebbe ancora essere messo in relazione con la formazione e la plasmazione, nel caso dell’ovocellula si riferisce ancora unicamente ad un punto. Tuttavia, nella misura in cui, tornando indietro queste immagini si emancipano dall’elemento materiale, esse si dilatano in rapporto al loro stesso contenuto sin nell’infinità dello spazio e, si potrebbe dire, aleggiano sull’uovo come possenti pensieri cosmici nel Primordiale Principio.

Chi ripercorre concettualmente sempre di nuovo questa via a partire dalla blastula in relazione col primo versetto della Genesi , potrà sperimentare come quest’ultimo appaia sempre tanto più potente quanto minore sia il suo riferimento materiale. E allorché un tale riferimento sia diventato puntiforme, risuonano rimbombando attraverso l’infinito le Parole del Principio Primordiale. – Attraverso un tale esercitarsi si può giungere al sentimento che le forze che plasmando portano a sviluppo l’ovocellula avvolgono l’intero spazio cosmico. E forse ciò è effettivamente giusto se poi ci si rappresenta l’ovocellula, secondo la sua sfera di forze, come una sfera avvolgente il cosmo, come un immenso uovo cosmico il cui centro, come il perno o il cardine in fisica, è l’ovocellula corporea.

Il considerare la Genesi nel suo rapporto all’evento embrionale conduce necessariamente in regni sovrasensibili. Chi colleghi con le Parole della Genesi un qualsivoglia significato fisico-materiale, lo fraintende. Esse descrivono stadi che precedono l’elemento fisico-materiale. Allorché più sopra era una questione di «sostanza primigenia», con ciò è intesa una sostanzialità non materiale, e non una sostanza tale che la si sarebbe potuta afferrare con mani corporee. La sostanza primigenia deve significare che è preesistita una «elementarità» sovrasensibile, che gli Elohim hanno trovata già presente. Chi attraverso lo studio della Genesi , oppure su altra via, sia giunto ad una certezza sufficientemente grande che nella Creazione del mondo ci sia stato qualcosa di preesistente, dovrà sostenere l’idea che la Genesi non descrive l’inizio di tutto l’essere. La presente considerazione vorrebbe indicare che la Genesi contiene l’evoluzione della Terra e dell’uomo dalla sua origine alla sua fine. Che essa inoltre mette in Parole le leggi dell’evoluzione, secondo le quali sono stati formati la Terra e l’uomo e tutto ciò che lo spazio umano-terreno produce. Se raggiungiamo questo scopo attraverso lo studio comparato della Genesi e dei processi dell’evoluzione organica che possono essere abbracciati con lo sguardo, saremo allora nella condizione, partendo dal regno dell’esperienza sensibile, di riconoscere la validità di queste dichiarazioni bibliche.

Se ci rappresentiamo come l’embrione materiale sia all’interno dell’involucro di calore dell’organismo materno – giacché nient’altro che calore penetra nell’ovocellula dall’organismo materno – e se ci rappresentiamo inoltre, come il nascituro fanciullo umano sia collocato in tale calore, che è anche il portatore del calore animico della madre in attesa, e come la madre da parte sua nella sua fiduciosa speranza si senta avvolta dall’intera natura compenetrata di forza divina, abbiamo un’immagine per quelle Parole alle quali ci siamo già avvicinati a tentoni:  «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – ve Ruach Elohim merachephet al-pĕné ha majim. – L’immagine della cova di un uovo cosmico appare esplicitamente in qualche racconto della Creazione; la Genesi utilizza a tale scopo di nuovo soltanto una Parola – merachephet (covare, aleggiare). Ma ciò basta per dirigere il pensiero al calore della cova, che deve essere necessariamente presente , se uno sviluppo deve riuscire. Vive, secondo RUDOLF STEINER7, in queste Parole tanto l’aleggiare quanto il compenetrare di calore. E quando sentiamo come il calore di uno spazio crei per la giovane vita una specie di abitazione, possiamo percepire attività di calore già nella prima lettera della Genesi, nel suono beth.

6. Della nascita della Luce

Il nostro sistema planetario era, una volta in epoche primordiali, così si presume, un unico corpo. Nel corso dell’evoluzione la Terra e i Pianeti si sono separati da quest’unico corpo cosmico ed hanno iniziato i loro cammini attorno al corpo abbandonato, il Sole. Dai singoli pianeti ed anche dalla Terra si separarono in simile maniera delle lune. Questa rappresentazione, risalente a KANT, corrisponde essenzialmente ancora a quella che invale oggi (C.F. VON WEIZSÄCKER). Come venisse formato questo corpo cosmico comune, se esso sia da rappresentarsi come gas o nebbia oppure da una formante massa pulviscolare, la ricerca non può ancora deciderlo. Ma se questo corpo racchiudeva in sé il Sole, esso era verosimilmente luminoso, oppure in esso è sorta gradualmente la facoltà di illuminare.

Se si considera il processo della separazione della Terra dal Sole, che ora deve qui essere preso in considerazione in maniera particolare, a partire dalla Terra, si vede il Sole separarsi dalla Terra. Questo tipo di considerazione è altrettanto naturale di quello che si ha quando si parla dello spuntare o levarsi del Sole, anche se si sa che questo «spuntare » o «levarsi» si realizza attraverso una rotazione della Terra. Si può addirittura dire che questa maniera geocentrica di considerare sia la più naturale per il punto di vista umano o per quello terreno.

Ora si deve considerare quanto segue. Se un corpo luminoso è nello spazio e non vi è nessun altro secondo corpo vicino a questo, esso non può ancora irradiare così chiaramente, rimane oscuro. Il generatore della luce vede la sua propria luce soltanto quando la stessa compare da qualche parte. Se tuttavia questo corpo luminoso ha un altro corpo non luminoso in se medesimo e separa ora la parte generatrice di luce da quella non luminosa, allora la luce cade dal di fuori su quest’ultima. – Un tale processo dev’essersi svolto nel lontanissimo passato, alla nascita della Terra. Di questo racconta la Genesi. Essa descrive dapprima come gli Elohim uno dopo l’altro produssero, in maniera duplice, un elemento anelante all’esterno ed un elemento vivente all’interno, e chiama queste formazioni polari Cielo e Terra. Poi viene descritto come gradualmente si prepari qualcosa – come ondeggi confusamente ciò che è elementarità, come ciò venga ancora attraversato dalla Tenebra. E secondo il senso letterale allora ciò suona: ma quel che ora vuole formarsi in questa dualità circonda il covante calore dello Spirito degli Elohim. – E a questo punto si compie tale separazione attraverso l’attività degli Elohim. In quei tempi remotissimi, quella sostanzialità, attraverso la quale le forze creatrici splendevano dall’interno, cominciò a separarsi da quella spegnentesi materialità non autoluminosa – e per la prima volta la giovane Terra venne illuminata dall’esterno, sulla Terra sorse il giorno:

E DIO DISSE: SIA LA LUCE!

E LA LUCE FU. E DIO VIDE,

CHE LA LUCE ERA BUONA.

Ora gli Elohim videro la Luce, ch’essi avevano prodotta. Questa sorse per la prima volta. Tradotto alla lettera questo punto suona: «E Dio vide la Luce, che buona» [n.d.C.: Dio vide la Luce, (vide) che (era) buona]. Con ha-schamajim, il Cielo, l’elemento solare che si allontana dalla Terra, gli Elohim estraggono fuori e riflettono la loro Luce, con la quale essi dal di fuori plasmano e vivificano ha-aretz, la Terra (Questo significato delle Parole bibliche della nascita della Luce è il risultato dell’investigazione spirituale di RUDOLF STEINER. Vedi: La Genesi. I misteri della storia biblica della creazione).

Dove troviamo nell’embriologia il correlato di queste immagini?

Abbiamo visto come il «Cielo», nel senso del principio maschile, possa essere rappresentato come il luogo dell’ovocellula che spinge in tutte le direzioni verso l’esterno, mentre invece la «Terra», nel senso del principio femminile, possa essere rappresentata come vivente all’interno. Inoltre abbiamo trovato il tohu va-bohu essere come una sorta di eco di queste forze risuonanti attraverso lo spazio, che ha la sua raffigurazione nella suddivisione di maturazione, ossia nella formazione dei corpuscoli polari. Così come il «Cielo» in quanto forza maschile agisce verso l’esterno, così i corpuscoli polari vengono staccati dall’ovocellula come un elemento maschile. Soltanto attraverso ciò l’ovocellula è divenuta autenticamente femminile. Ora essa ha ottenuto la facoltà di concepire, essa attende (con ansia) quel che produrrà nella sua vita interna, essa attende come «Terra». – Così come il Cielo e la Terra una volta si separarono l’uno dall’altra, così anche l’essere umano deve svilupparsi in due forme separate l’una dall’altra, in uomo e donna. Ma come la Luce si riflesse dal Cielo che si allontanava per illuminare la Terra e renderla capace di germinare, così l’elemento maschile ritorna alla donna per risvegliare nel suo corpo la vita.

Nell’organismo maschile si compie un evento analogo a quello relativo all’organismo femminile. Nella donna, nel corso delle suddivisioni di maturazione, sorgono nella maggior parte dei casi tre corpuscoli polari, i quali appunto, come abbiamo visto, sono molto più piccoli dell’ovocellula e vengono distrutti. Nel caso di ogni cellula seminale maschile si formano tre cellule corrispondenti ai tre corpuscoli polari, le quali mantengono la stessa grandezza della loro cellula originaria. Tutte queste cellule diventano cellule seminali (spermium – spermatozoi) sessuali mature. Nell’uomo si formano per così dire unicamente corpuscoli polari, che crescono tutti come spermatozoi; nella donna è l’unica ovocellula matura quella che trae da sé medesima la sostanza dei corpuscoli polari. Ambedue gli eventi si rapportano l’uno verso l’altro in maniera polare.

Così come nella migrazione della sostanza dei corpuscoli vive il pensiero di ha-schamajim, così nell’ovocellula rimasta indietro vive il pensiero di ha-aretz. E come nell’elemento solare sospingente di ha-schamajim si riflette la Luce ed incontra la Terra, così l’elemento corpuscolare ritorna dalla periferia come la forza del seme maschile. Ciò che si è svolto macrocosmicamente in un organismo cosmico, avviene qui in due organismi umani. Solo apparentemente, giacché questi due, nel loro incontro, divengono uno.

Allorché il contadino ara la Terra e getta i semi nel solco, egli è l’aiutante delle forze della Luce. Giacché sono esse che fanno verdeggiare il grano e maturare le spighe. Secondo un’antica leggenda8 Zarathustra ha ricevuto dal dominatore celeste del Sole, Ahura Mazdao, un pugnale dorato, per arare con quello la Terra. Attraverso il possesso di questo pugnale, che rappresenta le forze della Luce, egli poté diventare il fondatore dell’gricoltura. – Quando, dopo la fecondazione, l’ovocellula si accinge alla prima scissione cellulare, allora le forze della Luce arerebbero effettivamente la Terra. Nel caso degli embrioni di rana e di riccio di mare questo processo della prima suddivisione cellulare viene chiamato appunto, come già menzionato secondo il suo aspetto, «aratura». Nel caso della rana si è riusciti addirittura ad avviare lo sviluppo dell’ovocellula, invece che attraverso la fecondazione con seme maschile, unicamente mediante iniezione con un ago di vetro nell’uovo, dal quale si è sviluppato un piccolo ranocchio (partenogenesi). Anche nel caso del coniglio sono stati eseguiti tanti tentativi; in questo caso gli ovuli vennero portati a sviluppo mediante influsso termico a breve termine (o stimolazione chimica) ed ottenute figliate di animali normalmente mature9. Si vede come anche imitazioni di stimolazioni luminose possano sostituire la forza di Luce del seme.


7Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.

8Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.

9Vedi D.STARCK, Embryologie

(Continua)

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ALTERNATIVE?

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E’ imbarazzante: Eco chiama e io, non influente ma influenzato sì, tiro fuori dai miei documenti una lettera mandata a qualcuno anni addietro. Come articolo non regge molto ma allora avrei dovuto rivedere criticamente ogni parola e tutto l’insieme che, mi rendo conto, è disarmonico. Cosa che, con la scusante di febbre e debolezza, evito di fare. Del resto, quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

*

Allora, caro amico, se può, dimentichi le mirabolanti costruzioni che l’anima ha costruito come nella teologia dove tutto poggia su quello che non c’è ma che si presume ci sia, piuttosto con coraggio segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (austerità, povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore intesa come pensiero non ha alcun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (dedizione univoca) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore svincolata dal calore di istinti, sentimenti e sensazioni.

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, i risultati della pratica sono individuali e non stanno lì fermi), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia e di vocabolario, freni la mania della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Impari progressivamente a svestire i pensieri dal veicolo delle parole.

Qui l’equilibrio sta nel mezzo tra il non scalare troppo presto questo gradino oppure il non tentarlo mai, paghi della sicurezza che si raggiunge poggiando sulle parole. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra.

Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è esperienza qualitativa e non un arzigogolo mentale!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, di audacia che non molla, tant’è che Scaligero talvolta indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli (con rigore) dall’ultimo al primo. Perciò terminando il percorso con il primo pensiero/immagine e non con l’ultimo. Così si accorgerà che il tentativo di stabilire (fissare) una formula intellettuale del percorso è in sostanza il desiderio dell’intelletto comune di intervenire là dove esso non ha posto.

Dopo poco, l’immagine voluta sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà più abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno, però anche questo deve venir riconquistato ogni santo giorno, poiché la sua perdita è nell’ordine delle cose.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il pensiero”: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no. E nemmeno angeli o diavoli che – i primi naturalmente – piacciono tanto ai vacanzieri dello spirito).

Altra cosa di cui non dovrei parlare è la questione del tempo dell’esercizio: forse me cavo dicendo che meno di cinque minuti, nel fare pratica, è troppo poco e che da Scaligero dovevo spremermi per almeno un quarto d’ora. Se la “ricostruzione” veniva tirata per le lunghe, Massimo la considerava un esercizio di pigrizia interiore, mentre si compiaceva per una pura, immediata concentrazione: anche quando essa pareva più simile ad un arrembaggio assai mal riuscito. Aggiungo che a diversi amici Scaligero indicava come base del lavoro interiore la concentrazione e l’atto puro (quest’ultimo è il secondo esercizio dei cinque ausiliari dati dal Dottore).

Quante volte? Meglio iniziare dal possibile. Due volte al giorno è prudentemente possibile. Realizzata una continuità certa, uno si accorge che forse è troppo poco e aumenta le sessioni dell’esercizio. Così poi andranno bene più volte e persino molte volte. Prima si fa, poi si sa: per qualcuno tre volte saranno il massimo, altri potranno fare sei. Un senso interiore ci dice quanto è troppo poco oppure troppo.

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima, tutta l’anima, inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza (sebbene sia una continuità dipendente da una attenzione assoluta) e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. Essa è’ l’abito della volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”: più reale del senso di sé corporeo.

Aggiungo una cosa (un fatto) che, nell’itinerario interiore, assume grande importanza. Non è qualcosa di fissabile in punti precisi. E’ solo che in taluni momenti anche distanziati nel tempo, come nella storia di Hansel e Gretel, vengono scoperte briciole di pane che indicano la via di casa. Sono momenti in cui affiora nell’anima un alito di Vita e Realtà che sostiene il senso di tutto il lavoro: attimi di interiore, profonda pienezza che giunge dal Cielo a consolare e ha pure un nome, ma i nomi dati a che servono? Attimo, Evento che rovescia i valori fondanti della vita terrena.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

Ho toccato solo certi punti, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco, non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà (le ha dato) il via, l’assenso poi il resto può (deve) dipendere da noi. Cioè per lei da lei stesso.

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2017

Anno XXII n. 2
Febbraio 2017

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In questo numero:

La Concentrazione: l’Ascesi a sé sufficiente

swordNegli anni ormai lontani della mia adolescenza ebbi l’incontro – mediato dall’amico L. – con la Via del Pensiero e con Massimo Scaligero. Gli incontri con Massimo Scaligero si protrassero .  poi nel corso di tutta la mia giovinezza, e dettero luogo ritmicamente ad una assidua frequentazione oltre che degli appuntamenti individuali, anche degli incontri per il Rito della meditazione in comune con lui ed alcuni amici, e delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, in una irripetibile atmosfera speciale di intensità spirituale, rispondeva alle domande scritte, che gli venivano poste sull’Ascesi e sugli altri temi della Scienza dello Spirito. Fu il periodo più luminoso e felice della mia vita.  Continua a leggere

SU UN TERRENO SOLIDO

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L’Amministrazione di Eco ha fiducia in chi scrive e necessità di scritti. Di sicuro ha la ragione dalla sua ma sono io poi che nutro molte perplessità, poiché vado controcorrente e ancor peggio, mi ripeto.

Mi spiego: sono molti che leggono tanta antroposofia e fanno bene. Pure io ho letto tanto, e non solo di Scienza dello Spirito, ma continuereste a fare le stesse cose sullo stesso binario, nella medesima direzione per cinquantacinque anni (dedicati e) filati? Forse anche sì ma c’è modo e modo.

Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale…e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada.

E siccome quel che brilla nella gemma è la quintessenza di una vita, per quanto ancora mi è possibile, traggo da essa qualcosa che possa servire anche nel presente. Verso coloro che seguono quel poco che posso dire cerco di promuovere gli atti più semplici, le letture fondamentali: perché sono convinto che la comprensione del nocciolo della Scienza dello Spirito e la disciplina che di necessità sfolgora in esso, siano il nocciolo segreto che molti cercano e difficilmente troveranno in mille nozioni o in segrete indicazioni e nel quantitativo.

Mi sento spesso incerto e sicuramente inadeguato circa una giustificazione solida per scrivere sul minimo che riguardi il terreno su cui si poggia la conoscenza e poi la pratica della disciplina fondamentale: devo fare un lungo viaggio nella memoria. Poi scopro che tante cose, in un certo senso dimenticate poiché assimilate, agli inizi mi sembravano montagne da scalare senza itinerari certi.

Al netto di tante letture, fu una scuola di grandi interrogativi però credo fosse una buona scuola poiché non dava mai rassicuranti certezze: piuttosto strattonava l’anima a proseguire, sempre valutando e spesso demolendo le certezze faticosamente guadagnate nei mesi e nelle precedenti settimane, obbligava a scrutare e scindere ogni riga letta e riletta. Inoltre forgiava una attitudine dell’anima a separare ciò che forse poteva contenere qualcosa di vero dall’idea patacca o dalla fiducia di comodo.

Pertanto, nei riguardi delle correnti sapienziali e nella Scienza dello Spirito in particolare, ebbi grande apertura d’anima: ma mai adesione cieca o fideistica: i cosiddetti punti fermi furono guadagnati con il bisturi della logica e l’assenso del cuore: comunque sempre ripercorribili (ri-sperimentabili) dall’inizio alla fine, messi alla prova davanti ad ogni nuova esperienza. Se una minima confutazione sembrava intaccarli, si ricominciava tutto daccapo. E questa fu la mia scuola in cui ebbi amici, taluni molto speciali, ma non maestri.

Ora, l’organo decisivo è il pensiero, su ciò spero che non ci piova: le esperienze non sensibili o illuminative certamente incitano, fanno toccare la realtà del sovrasensibile…ma sostanzialmente appartengono al singolo individuo, non modificano un pelo dei nostri simili.

Il pensiero invece può essere ripensato da chiunque, in tal senso è con esso che si comprende e si comunica perciò è stato il puro mezzo che i Maestri hanno usato.

Qualcuno, erroneamente, crede che ciò accada con sentimenti ed emozioni: non è vero: nel contingente il mio sentire rimane mio e, più nel male che nel bene, esso potrebbe coinvolgere altre anime più deboli, le subordinerebbe. E’ successo e succede di continuo proprio perché è l’opposto della libertà.

Il sentimento è corretto solo quando risponde al pensiero: è l’idea, guadagnata e liberamente pensata dal soggetto che deve infiammare il sentimento.

Anche se il maestro a scuola già ammoniva a “pensare con la propria testa”, questa è l’azione che rimane tra le più evitate. Scrive il Dottore nell’aggiunta al III capitolo del Filosofia della Libertà: “ Non bisogna far confusione fra l’avere immagini mentali e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se si intende il pensare in questo modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e allora non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto.

E pensare volendo pensare è davvero difficile. Almeno per me non è nemmeno definibile.

Non occorre fare per forza la concentrazione: per liberare minimamente il pensiero dalla sua eco cerebrale (che continuiamo a chiamare pensiero) basterebbe e avanzerebbe ripensare autonomamente il pensiero espresso dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente. Qui però si apre un abisso di incomprensione in cui cadono quasi tutti e che con questa ultima frase non ho neppure sfiorato. Pare che (quasi) nessuno comprenda che non basti leggere attentamente Testi come la Filosofia della Libertà: cosa già difficile ma questo è solo un gradino elementare.

Il fatto più importante e più incompreso è che le righe, le pagine portano con sé una continua esigenza di sperimentazione: l’usuale capire la riga o la pagina è un nulla al confronto (non solo afferrare i concetti ma tentare con essi vere e proprie trasformazioni). Già il brano riportato sopra in corsivo indica un pensare che quasi non c’è, non esiste e che dovrebbe essere conquistato.

Non v’è pagina che non indichi un processo qualitativo che andrebbe assunto nella propria anima e che comporta, quale soluzione, una operazione di pensiero del tutto reale ma ignota a ciò che poi Scaligero chiama “pensiero dialettico”: qualche salto mortale doppio o triplo sul trapezio alla radice del pensare: dove si tende e si spezza il rappresentare acquisito.

Nella vita comune è già difficile comprendere il senso delle due questioni che Steiner pone all’inizio della prefazione alla seconda edizione della FdL…figuriamoci pensare come “nostri pensieri” i canti e controcanti con cui Scaligero struttura i brevi capitoli del Trattato!

Molti credono che tanti lo facciano ma così non è. Mi ricordo assai bene, quando andavo a Roma per incontrare Scaligero, le figure che venivo a conoscere: per carità, tutti buoni e gentili. Tutti adoravano Massimo e lo ascoltavano come soldatini sull’attenti.

Ma poi se parlavi con loro, rimanevi spesso basito: quasi un mare magnum di sentimentalismo teosofico (mi spiace che qualcuno, leggendomi ora, possa sentirsi offeso, ma è quello che io e non solo, avvertii in quel tempo).

Da cui sorse il sospetto che, potendo avere la presenza di Scaligero in carne ed ossa, nemmeno leggessero seriamente qualche suo libro, nonostante i suoi ripetuti inviti a seguire quello che aveva comunicato negli scritti, utilizzando assai meno le sue conferenze.

Come si fa dunque? Ognuno dirà la sua mentre io dirò la mia. Innanzi tutto occorre abituarsi ai concetti. Occorre comprendere che le parole scritte sono l’occasione per capire. Capire è formarsi concetti corrispondenti. I concetti danno la comprensione, le parole per sé stesse no!

La connessione tra i concetti permette la vera comprensione del capitolo: se manca la connessione significa che la catena è spezzata. Se è spezzata è inutile. Significa che si erano assunte, qua e là, solo le vesti dei concetti, cioè le parole: riconoscibili certo, ma senza il concetto attinto non costituiscono comprensione: rimangono ad un livello conoscitivo alla pari di un sūtra o sutta scritto in sanscrito o pāli e non tradotto.

La prova è possibile ed è una vera prova: ripensare limpidamente tutti i concetti espressi nel capitolo: il primo deve agganciarsi al secondo e così via. Non va evitata la fatica di riformarli rifiutandosi di ripescare nel ricordo la spenta immagine di essi.

Quando si arriva a tanto, si è fatta allora una lunga pratica di pensiero desto, rigoroso e voluto. Sorge, dopo una lunga sessione in tale senso, per il pensiero con cui si pensava, una sorta di sfinimento, una stanchezza peculiare, poiché il pensiero, di solito, in sé non si stanca (la stanchezza interviene per altri fattori).

Allora può succedere uno strano fenomeno: si accende qualcosa. Se immaginiamo la coscienza come un luogo, possiamo sperimentare come l’Io si ritiri verso l’interno e acquisisca una certa immobilità. A compenso di tale immobilità si vedono scorrere diversamente i pensieri: essi diventano mobili, attivi, ricchi di “sostanza”: fluiscono portando in sé immagini vivide e vivaci. Sprizzano. Tutto ciò accade davanti ad una desta e quieta immobilità (riposo) della coscienza di sé.

Noi a questo punto non abbiamo ancora superata la condizione dialettica ma ne siamo al confine (l’individualità di Evola possedeva naturalmente questa condizione, poi forse perduta).

Infatti la “potenza” eterica, chiamata dal Dottore conoscenza per immagini, sta affiorando, è sul punto di affiorare. Tale successione di processi può sembrare inusuale per la coscienza comune e, in verità, lo è: ma potrebbe non esserlo per coloro che sanno insistere nello studio rigoroso e prolungato di qualsiasi testo fondamentale della Scienza dello Spirito. Proprio per questo Rudolf Steiner diede a molti che divennero suoi discepoli semplicemente un libro da “leggere” e rileggere per mesi o anni o sino a quando le frasi del testo non fossero divenute immagini dotate di vita propria.

E’ una condizione eccezionale, almeno rispetto alla coscienza stordita nel sensibile e, come capita sempre con le esperienze interiori vere, tutto ciò che sta sotto si rivela vuoto rumore di lingua che esprime solo le infinite sciocchezze cogitate dall’elemento banale dell’anima, quella sì, impura: dalla testa ai piedi.

Scrive Scaligero nella breve presentazione del Trattato:”…propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta…

Ecco, probabilmente nel peggiore dei modi, ho indicato qualcosa di elementare in merito alle letture.

Alle letture “vive” vanno aggiunti gli esercizi. In generale si afferra troppo poco dei testi essenziali senza un’anima esercitata nella concentrazione, concentrazione meditativa e meditazione: le rappresentazioni preesistenti, irrigidite e ingombranti che automaticamente riempiono la coscienza ed il labile confine con la subcoscienza sbarrano il passo alla rivelazione che giace (e attende nella dimensione eterica, cioè vivente) nella struttura della Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente, perciò occorre liberare una parte dell’anima, vuotarla dai propri abbarbicati elementi rappresentativi. In alternativa la lettura non si stacca dalla carta delle pagine e, al massimo, viene raggiunta una comprensione sterilmente razionale: limite mortale in cui non sono pochi coloro che di ciò si appagano con soddisfazione: sbarrando ogni apertura al livello reale dell’Opera.

Il primo giorno di quest’anno ricevo sul cellulare un augurio seguito da una lunga tiritera che mi pare come un grumo di farneticazioni spiritualistiche, poi mi accorgo che sono una decina di righe copiate da una conferenza del Dottore: dunque non mi ero sbagliato. Messe lì in quel modo erano soltanto sciocchezze di pessimo gusto. Mandatemi da chi crede che, messe in quel modo, siano qualcosa di importante. Questa è l’antroposofia di tanti.

Una cosa ancora. Si noterà che ho portato a modello testi impervi come la Filosofia della Libertà ed il Trattato del Pensiero Vivente. Ma se uno, per destino o altri fattori trovasse come sbarrata la via che conduce a questi Manuali tecnici di ascesa spirituale? Può trovare la via attraverso Teosofia o la Scienza Occulta, operando con ogni parola, ogni frase ma trasformando i concetti in immagini, unendo l’ immagine precedente a quella successiva e così via. Nemmeno ciò è “facile” ma può, per alcuni, essere in qualche modo più congeniale.

Poi ognuno faccia ciò che gli pare ma non mi stanco di consigliare anche qui i fondamentali e il meno possibile anche di questi, cercando invece costantemente l’obbiettivo dell’intensificazione della pratica e mai la ricerca dispersiva, curiosa ora con questo e domani con quello. Altrimenti si rischia l’intellettualismo e ci si arena lì. “Così deve essere, perché il Dottore, dopo aver dato una spinta verso il pensiero puro, dopo non ne ha parlato più. Cioè ne ha parlato nell’appendice di Iniziazione, ne ha parlato nel capitolo dell’iniziazione su Scienza Occulta, facendo però una parentesi, chiudendola perché è meglio non parlarne perché se no l’intellettualismo se ne impossessa. E l’intellettualismo è il vero nemico dello spirito. Quindi, vedete, né intellettualismo né assenza di pensiero. Bisogna che ci sia questo pensiero e sia santificato, ma questa è l’operazione della libertà. In questo pensiero c’è tutto il coraggio del mondo eroico di cui i kamikaze e i samurai furono capaci. Ma guardate anche il coraggio dei grandi yogi, il coraggio dei santi cristiani: tutto questo chiede oggi di rivivere in un atto interiore.” (Da una conferenza di Massimo Scaligero).

Una parte dell’anima è sempre ostile alla disciplina e all’esercizio interiore deciso, voluto e ripetuto in chiarezza di coscienza dall’Io. Mentre è decisamente benevola con gli ariosi sfarfalleggiamenti di piume e lustrini o con gli SMS del tipo di cui ho raccontato sopra.

La comprensione attiva dei testi e la magica forza suscitata dalla disciplina si rafforzano vicendevolmente. Così è sempre stato dai tempi più antichi, anche sotto altre forme, e Steiner, Colazza e Scaligero non hanno derogato da questo percorso di formazione; anzi in molti casi, da Essi furono indicati subito gli esercizi e consequenzialmente lo studio.

Solo deviazioni e tradimenti hanno portato la Scienza spirituale ad una controimmagine negativa di sé che ha separato queste pietre angolari.

Accorgersene è un evento importante che porta, in diversi casi, un pesante dazio sociale da pagare, poiché come dicevo all’inizio in diverso contesto si va controcorrente, spesso si è soli, costretti di fatto ad uscire dalle abitudini delle comunità, dei gruppi: persino dalle amicizie più fragili.

Come scrisse un mio amico su pagine diverse: poiché tanti commedianti, che a parole, si proclamano davanti alla maya del mondo antroposofi fedeli, “scambiano la solitudine per arroganza, la sofferenza per assenza di bonarietà, l’isolamento per aristocratica presunzione, il silenzio esteriore per interiore miseria, la semplicità per desolazione...” .

Niente di così nuovo: si impara con i colpi della vita ed i colpi della disciplina a poggiare progressivamente sul silenzioso essere che si è: solo da questo livello di assoluta moralità spirituale è possibile congiungere il pensare con il volere, cioè con “la base dell’equilibrio e della forza dell’anima” che può “aprire il varco al suo potere sovrasensibile”.

Ps: questa nota, per molte parti, risale ad un articolo di anni fa. Che però è stato revisionato, ampliato e approfondito.

DEL CORPO SENSIBILE

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Passa un po’ di tempo e qualcuno mi fa osservare che si parla troppo poco di ciò che pare appartenere al mondo sensibile e che pure ci accompagna per tutta la vita: il corpo fisico-sensibile. Limitare il corpo fisico al solo corpo fisico già sarebbe un errore, poiché – come tutti sanno – una pura fisicità nemmeno esiste. Anzi esiste molto più in là dei concetti che ci appartengono e ovviamente alla direzione di queste righe. Essa, sul piano dell’esistenza terrestre sarebbe propriamente il cadavere dell’uomo, mentre l’uomo vivo ha la corporeità permeata dalla vita.

Dunque dovrei parlare di un corpo fisico unito ad un altro corpo: ad un corpo di vita. Nel linguaggio della Scienza dello Spirito chiamiamo tale temporanea unità come fisico-eterica. Perciò scusatemi se nel proseguire questa nota indico la nostra buccia semplicemente come “fisica”. Per il senso delle righe successive, ossia per il poco di cui scrivo, mi pare sufficiente perché va incontro a ciò che mi è stato domandato.

Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.

Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confrontasse con la luce del Sole interiore.

Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?

In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in un continuo divenire.

Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Esistono persino dubbie correnti spirituali che operano con un calcolato strozzamento per portare la coscienza su altro piano: queste pratiche sono pericolose per diversi motivi. E tornando alle situazioni comuni, un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.

Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei pochi casi in cui è desta, è diffusa come un alone e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.

Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in quel periodo più soggettiva di quanto si pensi: può essere inframmezzata a risvegli. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura (un intuitivo pedagogista disse che “il più era fatto” per la totale biografia umana.).

Nonostante si sia già in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.

E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne più arbitrarie, ma immagini e azioni soprasensibili.

Quando l’entità animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.

Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.

Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?

Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.

Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.

Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?

Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.

L’educazione fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.

Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione.

Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.

Per contro, l’artista come il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi. Questa azione che può apparire stravagante, aiuta la coscienza a impadronirsi, in certo qual modo, delle gambe e dei piedi, per i quali, di solito, ci si accontenta che funzionino con automatismi acquisiti.

La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.

Sono poche le persone che praticano l’educazione fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco più sensibili dell’ordinario sognante, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto molta pratica nella cultura fisica ragionata e metodica, si vede come essi siano pervasi da una luce, un’armonia, una vita che non esiste nelle persone comuni. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono percettibili anche quando i suddetti siedono fermi dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.

Ci sono molte persone che vedono (pensano) la cosa esteriormente, astrattamente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che almeno sono produttivi, che “servono a qualcosa di utile”.

E’ un’ignoranza bella e buona (tipica negli intellettuali di testa) poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio controllato.

Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.

Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.

Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.

Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si dà un aiuto allo sviluppo totale.

Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.

Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.

Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette, accompagnati da un miglioramento nella respirazione, porteranno benefici impressionanti nella vita generale. Potreste almeno fare gli esercizi base dell’euritmia con la verga di rame alla sera e le 12 posizioni in sequenza dinamica del Surya Namaskara al mattino: salute accresciuta e benefici assicurati.

Un esempio abbastanza facile può essere questo: prendete dal Hatha Yoga un āsana tra i più semplici: il Vrksāsana o posizione dell’albero. Si tratta di piegare una gamba al ginocchio e di portare il tallone all’attaccatura dell’altra coscia per poi bilanciarsi sulla gamba diritta. Rimanere in equilibrio su una gamba sola per pochi secondi e poi ripetere con l’altra gamba. Può sembrare difficile ma si impara presto. Quando ci riuscite per mezzo minuto vi accorgete che una forte sensazione di equilibrio trapassa dal corpo alla psiche. Così accrescerete un senso interno di stabilità ed equilibrio favorevole alla vita di ogni giorno.

Anche per queste attività, meglio sarebbe non iniziare col “fatevelo da voi” ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato: tutti respirano ma quasi nessuno sa respirare). Le carenze nell’uomo moderno sono preoccupanti: spesso è necessario un ciclo di propriocezione guidata da figure professionali: persone rovinate da incidenti o ictus vengono riabilitate con spugnette di diverse densità!

Sono tante le cose che andrebbero valutate ed esaminate con cura ma questo Sito non paga abbastanza gli articolisti, perciò rimango sul generico e anzi qui mi fermo.

Insomma, senza eccessi fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2017

Anno XXII n. 1
Gennaio 2017

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re-magi

In questo numero:

NATALE – CAMPANA SUONA…

La cantante folk solista ungherese Szilvia Bognár in una performance che condividiamo con voi su Eco. E’ tramite la sua splendida voce e le parole di una poesia di Endre Ady (uno dei maggiori poeti ungheresi del novecento) che ECOANTROPOSOPHIA porge ai suoi lettori gli auguri di

BUON NATALE

*

NATALE – CAMPANA SUONA …

I.
Suona la campana,
Risuona il canto,
L’inno di lode vola lontano,
Nel mio amato paesino
A Natale
Guarda in sé ogni cuore.
 
Ogni uomo
Con amore
Si prosterna per pregare,
Nel mio amato paesino
Il Messia
Felicità suol portare.
 
Verso la chiesa
In lunga fila
Piccoli e grandi partono,
Nel mio amato paesino
Grati sono
Al Dio dell’universo.
 
Quaggiù è come se
La santa grazia di Dio
Sussurrasse, volasse,
Nel mio amato paesino
In ogni cuore
Oggi discende l’amore.
 
II.
Al mio animo fa male
L’aspro rumore della grande città
Che bello sarebbe
Festeggiare
Là, a casa.
– Come allora –
Pregare,
Placarsi, che bello sarebbe.
 
Che bello sarebbe
Scordare tutto, tutto
Che bello sarebbe
Essere bimbo  giocoso.
Con vera fede e cuore-bambino
Fare pace
Col mondo,
Amando andare in Paradiso.
 
III.
Se questa bella leggenda
Diventasse fede pura
Che felicità grande
Sul mondo scenderebbe!
Quest’uomo peccatore
Nuovamente uomo diventerebbe,
Talismano sarebbe
Nella tristezza del cammino.
 
Questa vita terrena
Non sarebbe un calvario,
Una gran forza agirebbe
Sull’universo immane.
Non vi sarebbe altra fede
Se non questa soltanto:
Adorare Iddio
Ed amarsi l’un l’altro…
La leggenda di Natale
Se diventasse realtà
Vera felicità
Sul mondo stenderebbe.