LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUARTA PARTE.

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(Il Conte di Saint-Germain)

La  ‘lezione esoterica’ presentata nel proseguo di questa quarta parte del mio studio  – forse la più importante dell’intero libro curato da Hella Wiesberger. Die Tempellegende und die Goldene Legende, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ovvero La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, solo parzialmente tradotto in italiano – è quella che maggiormente mi ha fatto, per dirla col mio amato Dante, «tremar le vene e i polsi». L’estrema delicatezza del suo contenuto ben giustifica la riverenza, e il sacro timore, che si possono provare nel cuore e nell’anima di fronte al contenuto di essa.

Questa ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner è in effetti corrisponde al testo di uno dei due testi dattiloscritti raccolti, assieme ad altri sotto la dicitura di ‘Sunti’, nel volume segnato col numero 251 della biblioteca del Gruppo Novalis di Roma, recante a matita l’annotazione autografa, riconoscibilissima, di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C». Ciò dimostra l’importanza che ai suoi occhi rivestiva un tale testo, destinato alla formazione di coloro che avrebbero poi fatto parte della seconda Classe della Scuola Esoterica, della ‘Mystica Aeterna’.

Il testo da me tradotto proviene dalla trascrizione fatta di appunti della suddetta ‘lezione’, presi da parte di Mathilde Scholl e di ancora più estesi appunti di Marie von SiversSteiner. Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, mi spiegò come durante le ‘lezioni’ della Scuola Esoterica fosse vietato prendere appunti. Ma che gli appartenenti alla medesima erano liberi di trascrivere poi a casa quanto erano a ‘registrare’ nella loro personale memoria. La mia amica Hella mi spiegò altresì come, per il fatto che gli appartenenti alla Scuola Esoterica fossero tutti degli energici praticanti interiori, molti di loro possedevano una forte, e ben esercitata, memoria. Infatti, stupisce come di alcune di quelle importanti ‘lezioni’ abbiamo a volte resoconti di alcune decine di pagine. Marie Steiner, poi, era famosa per la sua eccezionale memoria, per la sua capacità di ripetere agli stenografi delle conferenze di Rudolf Steiner, ai quali era sfuggito qualche passaggio, sùbito dopo averle ascoltate, le intere conferenze a memoria! Io stesso posso testimoniare la eccezionalità della memoria di Hella Wiesberger – lei pure energica praticante interiore – la quale aveva sempre presente davanti allo sguardo interiore l’intera Gesamtausgabe, l’intera Opera Omnia di Rudolf Steiner, coi suoi 354 volumi, e pure con gli inediti in aggiunta. 

In questa ‘lezione’ molti sono gli elementi misteriosi, che richiederebbero un approfondimento meditativo: un approfondimento che però si rivela via via tanto più necessariamente illimitato quanto più lo si attui. Ma centrale è – a mio avviso, e non solo mio – il mistero o l’enigma che ruota attorno alla individualità spirituale di Christian Rosenkreutz e alla nascita della Fraternitas Rosae Crucis, ovvero all’Ordine dei Rosacroce. Ora, tralasciando completamente quanto affermano la miriade di ordini e confraternite che si richiamano abusivamente al glorioso e sacro nome della autentica Rosacroce, terrò conto unicamente di quanto comunicò Rudolf Steiner, e delle considerazioni di coloro che hanno collaborato in maniera fedele e coerente alla sua Opera.

Pochissimo si ricava dalla storia esteriore sulla personalità di Christian Rosenkreutz. Quel pochissimo viene così riferito da Hella Wiesberger in una nota, alle pp. 306-307 dell’opera che consideriamo, relativa alla ‘lezione’ da me tradotta e qui pubblicata:

«Christian Rosenkreutz : una personalità del XIV-XV secolo, non considerata storica dalla storia esteriore, conosciuta in maniera leggendaria a partire da due anonimi scritti rosicruciani, la «Fama Fraternitatis, ovvero discoperta del lodevolissimo Ordine della R.C.», Kassel, 1614, e la «Confessio Fraternitatis, ovvero  Confessione della encomiabile Fratellanza della onorevolissima Rosa Croce», Kassel, 1615,  e secondo questi scritti un tedesco di nobile stirpe, che visse dal 1378 al 1484. Il nome apparve per la prima volta nel 1604 nello  composto e diffuso in forma di manoscritto, pubblicato poi in forma «Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, Anno 1459», il cui autore Johann Valentin Andreae viene presentato da Rudolf Steiner come portatore dell’ispirazione di Christian Rosenkreutz. Vedi anche Rudolf Steiner, Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, in Philosophie und Anthroposophie, Articoli Completi 1904-1918, GA-35, 1965. L’articolo è contenuto pure nella traduzione delle Nozze Chimiche nell’attuale tedesco corrente di Walter Weber, Basel, 1978. Secondo Rudolf Steiner, Christian Rosenkreutz fu realmente una personalità storica. Cfr. a tale proposito anche «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità, GA-130, 1977». 

In vari punti della sua sterminata Opera, Rudolf Steiner fece più volte delle comunicazioni – tutte di una importanza decisiva – sulla individualità di Christian Rosenkreutz. Quelle che ci riguardano in maniera più immediata rispetto al tema del presente studio sono legate alla ‘Leggenda del Tempio’, e alla ‘Leggenda Aurea’, che non solo giustificano il titolo del libro – il GA-93 – curato con amorevole diligenza da Hella Wiesberger, ma sarà inoltre il tema centrale, attorno al quale ruoterà tutta l’operatività meditativa individuale, e quella comune – il cosiddetto ‘culto simbolico rappresentativo’, come anche lo definirà Rudolf Steiner – all’interno della ‘Sezione cultico-conoscitiva’, della ‘Mystica Aeterna’.

Le ‘lezioni esoteriche’ svolte da Rudolf Steiner, raccolte nel suddetto volume sulla ‘Leggenda del Tempio’ e sulla ‘Leggenda Aurea’, rappresentavano la necessaria preparazione all’interno della prima Classe o Sezione della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner per coloro che dovevano poi essere ammessi – come afferma esplicitamente Hella Wiesberger nelle sue Note preliminari al suddetto volume – alla seconda Classe o Sezione della medesima Scuola Esoterica, chiamata appunto ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Culto’, o ‘Liturgia’, o ‘Rituale Misraimita’. In quelle ‘lezioni esoteriche’, Rudolf Steiner afferma esplicitamente l’identità del cainita Hiram sia con Christian Rosenkreutz nella sua incarnazione nel XIV-XV secolo, sia con il Conte di SaintGermain nel XVIII secolo. Sulla misteriosa figura del Conte di Saint-Germain, che è una figura perfettamente storica, sono stati scritti fiumi d’inchiostro: per lo più molto a sproposito, quando poi non per confondere le acque. A tale proposito, in una nota a p. 308, relativa a quanto detto a p. 64,  Hella Wiesberger afferma chiaramente che:

«Conte di Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : l’identità spirituale di queste due figure è un risultato dell’indagine di Rudolf Steiner. Del resto, essa si trova esposta nella conferenza di Neuchâtel, del 27 settembre 1911, contenuta in «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», GA-130, 1977».

Data l’importanza di questa affermazione, riporto qui per documentazione il testo tedesco della medesima:

Graf von Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : Die geistige Identität dieser beiden Gestalten ist ein Forschungsergebnis Rudolf Steiners. Es findet sich außerdem dargestellt im Vortrag Neuchätel, 27. September 1911 in «Das esoterische Christentum und die geistigeFührung der Menschheit», Bibl.-Nr. 130, GA 1977.

Vedremo più avanti, nel proseguo del presente studio, l’importanza decisiva di quelle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchâtel. Quanto al passo della ‘lezione esoterica’ qui sotto riportata, che fa riferimento ad eventi della Rivoluzione Francese, e al misterioso intervento avuto dal Conte di Saint-Germain in alcuni momenti di essa, è importante riportare quanto Hella Wiesberger scrive, alle pp. 307-308, in un’altra nota sempre relativa al testo di p. 64 dell’originale tedesco:

«Prima della Rivoluzione Francese apparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità … il Conte di Saint-Germain : come fonte storica valgono qui i «Souvenirs sur Marie-Antoinette, Archiduchesse d’Autriche, Reine de France, et sur la cour de Versailles par Madame la Comtesse d’Adhémar, Dame du Palais», che furono allora pubblicati dallo scrittore Etienne-Léon, barone di Lamothe-Langon. Circa 50 anni più tardi questi Ricordi furono strappati all’oblio da H.P. Blavatsky e dai suoi amici. Uno dei più che rari esemplari dei Ricordi si trovava nella biblioteca di una zia di H.P. Blavatsky, a Odessa, Henry Steel Olcott, che nel 1875 aveva fondato con la Blavatsky la Società Teosofica, scrisse nei suoi «Old diary leaves – the true story of the Theosophical Society», pubblicati nel 1895, vol. I, p. 24: «If Mme de Fadeef –  H.P.B.’s aunt – could only be induced to translate and publish certain documents in her famous library, the world would have a nearer approach to a true history of the pre-revolutionary European mission of this Easter Adept than now has until now been available». La teosofa inglese Isabella Cooper-Oakley ne pubblicò alcuni anni dopo un primo estratto, che è apparso nella rivista «Die Gnosis» (I annata, Nr. 20 del 15 dicembre 1903). (Vedi anche la l’ultima nota relativa a p. 107, ‘lezione’ del 16 dicembre 1904). Nel suo libro, edito nel 1912, «The Comte of Sint-Germain – The Secret of Kings», apparvero tutte le parti riguardanti il Conte di Saint-Germain tratti dai Souvenirs di Madame d’Adhémar. In traduzione tedesca le parti più essenziali si trovano in Karl Heyer, «Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution», riprodotto come manoscritto, Kreßbronn, 1937, seconda edizione 1956». 

Ora, in decenni di accanite ricerche, ho avuto modo di procurarmi sia il testo della Cooper OakleyIl Conte di Saint-Germain – il segreto dei Re, pubblicato in inglese, nel 1912, a Milano, dalla casa editrice Ars Regia del teosofo, e massone menphitico, Giuseppe Sulli Rao, che il testo di Karl Heyer, Dal secolo della Rivoluzione Francese. Anzi, nelle suddette mie accanite ricerche, ho avuto la fortuna di trovare un libro di Karl Heyer, che riunisce due suoi testi, Geschichtsimpulse des Rosenkreuzertums, ossia Impulsi storici del Rosicrucianesimo, e, appunto, Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution, ovvero Dal secolo della Rivoluzione Francese, pubblicati in un unico volume, edito, nel 1990, dalla benemerita Perseus Verlag di Basilea. Karl Heyer, personalità notevole di studioso, fu legato personalmente a Rudolf Steiner, il quale apprezzò talmente le sue ricerche storiche, da giungere ad affermare: «Karl Heyer … dimostra: oggi la Scienza è così; e poiché è così, essa deve sfociare nel modo antroposofico di indagine»

Un’opera particolarmente preziosa dal punto di vista storico sulla personalità del Conte di Saint-Germain, opera che ritengo per rigore e profondità superiore addirittura a quella della Cooper-Oackley, che pure è per certi versi eccellente, è lo studio dell’esoterista ed editore francese Paul Chacornac, Le Comte de Saint-Germain, Paris, Chacornac Frères, 1947, e successive edizioni nel 1973, nel 1989. Questo testo è stato anche tradotto in italiano, anche se la traduzione non mi sembra essere troppo accurata, e pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2007.

Ma uno dei ‘segreti’, a lungo ben custoditi nella ‘Mystica Aeterna’, riguarda l’identità di Hiram-Christian Rosenkreutz- Conte di Saint-Germain con l’Autore del Vangelo di Giovanni e dell’Apocalisse, ossia con Lazzaro-Giovanni. Infatti, in una ‘Instruktionsstunde’, ‘lezione d’istruzione’, della seconda Classe – quella ‘cultico-conoscitiva’ – tenuta a Berlino il 15 aprile 1908, e intitolata ‘L’Iniziazione di Hiram Abiff da parte del Christo Gesù’, contenuta in Rudolf Steiner, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterichen Schule 1904-1914, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, 1987, ossia Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914, alle pp. 406-410, è detto:

«Hiram Abiff allora giunse sino al limitare della Iniziazione. Tuttavia Iniziato egli lo divenne solo in séguito. A tal fine doveva giungere sulla Terra il Sole spirituale, Questo discese nella fisicità nel Christo. Il quale soltanto poteva iniziare Hiram Abiff. Il luminoso Sole spirituale doveva rifulgere a lui nell’Iniziazione. Egli [sc. Hiram Abiff] era Lazzaro, che dopo la Resurrezione si chiamò Giovanni. Egli venne iniziato dal Christo Gesù. Quel che Hiram Abiff aveva conquistato mediante la vita nella fisicità. Non la vita del gruppo, ma ogni singola incarnazione doveva ora divenire importante. Ogni singola incarnazione doveva aggiungere una pagina al Libro della Vita, il cui contenuto veniva assunto nello Spirituale, rimaneva qualcosa che non poteva più svanire, bensì doveva rimanere sin nell’intero futuro. Questo rappresenta Hiram Abiff.

Viene posta importanza non ad una vita interiore nella quale si annuncia la specie della stirpe, bensì a quell’unica incarnazione che ha importanza per tutto il futuro.

Prima che si compisse questa Iniziazione di Hiram Abiff mediante il Christo Gesù , doveva prima rifulgere il Sole spirituale, il Sole di primavera, e l’antico principio doveva ritrarsi. Il Sole doveva prima illuminare con la sua Luce la Luna Piena, soltanto dopo poteva  realizzarsi il giorno della Resurrezione».

Mentre in un’altra trascrizione della medesima ‘lezione d’istruzione’ è detto:

«Il risveglio di Lazzaro è una specie di culminazione del Vangelo di Giovanni. È una Iniziazione, il cui svolgimento viene ivi raccontato – tuttavia una iniziazione affatto particolare, assolutamente unica. […]

Gli uomini della corrente di Caino, coloro che avevano lavorato su se stessi dal basso verso l’alto con l’opera delle loro proprie mani, erano giunti talmente lontano da poter elevare a Sapienza la conoscenza che avevano conquistato da se stessi, cioè: essi potevano venire iniziati. Il corpo fisico aveva impresso la propria impronta nei loro corpi eterici. Mediante il proprio lavoro, essi avevano purificato, nobilitato, spiritualizzato il corpo fisico e la loro anima. Questi Figli di Caino erano dispersi per il mondo, e Hiram Abif viene detto esser stato il primo di questi Figli di Caino ad essere riuscito a progredire così tanto. Hiram Abif, il solitario romito, si stava di fronte all’Iniziazione. Nella sua successiva incarnazione la ricevette. Venne chiamato “Lazzaro” – Lazzaro, infatti, nella sua incarnazione precedente è Hiram Abiff. […]

Questo Christo, l’elevato Spirito del Sole, iniziò Lazzaro, il rinato Hiram Abiff.

Dieser Christus, der hohe Sonnengeist, initiierte den Lazarus, den wiedergeborenen Hiram-Abiff».

Abbiamo anche. a p. 420 della GA-265, una comunicazione fatta da Rudolf Steiner in rapporto al lavoro cultico-conoscitivo della ‘Mystica Aeterna’, tramandata da Marie Steiner nella quale è detto:

«L’individualità, che si era reincarnata come Hiram Abiff e Lazzaro-Giovanni, fu nuovamente iniziata nel XIII e XIV secolo, e da allora porta il nome di Christian Rosenkreutz».  

Die Individualität, die als Hiram Abiff und Lazarus-Johannes wiederverkörpert war, wurde in ihren Verkörperungen im 13. und im 14. Jahrhundert erneut eingeweiht und trägt seitdem den Namen Christian Rosenkreutz.

Durch Marie Steiner überlieferte Mitteilung Rudolf Steiners im erkenntniskultischen Zusammenhang. 

Comunicazioni simili Rudolf Steiner le fece anche a Helene Röchling, ibidem p. 419 :

«Lazzaro, il discepolo prediletto che il Christo Gesù stesso iniziò, in séguito l’autore del Vangelo di Giovanni, è il reincarnato Hiram Abiff».

Lazarus, der von dem Christus Jesus selbst initiierte Lieblingsjünger, der spätere Verfasser des Johannes-Evangeliums, ist der wiederverkörperte Hiram Abiff.

Inoltre, sempre nel volume GA-265, sulla Sezione cultico-conoscitiva, abbiamo un corposo saggio della curatrice Hella Wieberger, Zur Hiram-Johannes Forschung Rudolf Steiners, Per l’indagine su Hiram-Giovanni di Rudolf Steiner, pp.423-436, ove l’intera questione di tale identità viene ampiamente, e dettagliatamente, esaminata e sviscerata. 

Questo ‘arcano’, questo ‘segreto’, dell’identità del cainita Hiram-Christian Rosenkreutz con Lazzaro-Giovanni, l’autore del Vangelo di Giovanni, custodito nella ‘Mystica Aeterna’, in qualche modo fu indirettamente suggerito a cerchie un po’ più ampie da Rudolf Steiner in conferenze da lui tenute nell’ambito dell’allora Società Teosofica, divenuta – dopo il distacco da Adyar – Società Antroposofica. Per esempio, nel ciclo Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, GA-112, tradotto da Lina Schwarz, quarta edizione, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella prima conferenza, tenuta a Kassel, il 24 giugno1909, egli, p. 11, in maniera abbastanza trasparente per chi abbia occhi, così si esprime:

«I rosacroce sono una comunità che, fino dal secolo quattordicesimo, ha coltivato nella sfera della vita spirituale europea il vero cristianesimo spirituale. La comunità dei rosicruciani, prescindendo da tutte le forme storiche esteriori, ha cercato sempre di portare alla luce per i suoi seguaci la verità più profonda del cristianesimo; essa ha sempre dato ai suoi seguaci anche il nome di “cristiani giovanniti”. Se arriviamo a comprendere l’espressione di cristiani giovanniti, arriveremo, se non a spiegarci con l’intelletto, almeno a presagire, a comprendere l’intero spirito e l’atteggiamento delle conferenze che seguono».

E, alle pp. 13-14, ancora leggiamo:

«Questo è ciò che soprattutto i cristiani giovanniti, le comunità dei rosacroce, consideravano come essenziale e importante: il fatto che in ogni anima umana si trova qualcosa che ha una relazione diretta con quanto è avvenuto in Palestina per mezzo del Cristo Gesù. Se il Cristo Gesù può venir chiamato l’avvenimento principale dell’umanità, allora anche ciò che corrisponde nell’anima umana all’evento del Cristo dovrà essere quello che vi è di più grande e di più importante. Che cosa può essere? A questa domanda i discepoli rosicruciani rispondevano che per ogni anima vi è qualcosa che si indica con le parole “risveglio” o “rinascita” o “iniziazione”».

E più oltre, a p. 15:

«Con la rinascita, questo io superiore può guardare nel mondo spirituale, come l’io inferiore, per mezzo dei sensi, occhi, orecchie e così via, può guardare nel mondo sensibile. Ciò che si chiama appunto risveglio, rinascita, iniziazione, è il più grande evento dell’anima, anche a parere di quelli che si proclamano seguaci della croce con le rose».

Poi, ancora a p. 17:

«E che cosa dicevano quelli che volevano continuare la saggezza dei Vangeli? Che cosa dicevano i cristiani giovanniti? Essi dicevano: “Nel singolo uomo vi è un avvenimento grande , possente, che si può chiamare la rinascita dell’io superiore. Come il bambino nasce dalla madre, così l’io divino nacedall’uomo. L’iniziazione, il risveglio è possibile; e quando esso si è verificato – così dicevano coloro che se ne intendevano – allora diventa importante qualcosa di diverso da ciò che importava prima”».

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra il rapporto profondo che vi è tra l’occulta Sapienza dei rosicruciani, dei cristiani giovanniti, col Mistero del Graal, che è il tema portante del presente studio. Infatti, alle pp. 18-20 – ne riporteremo, per necessità di spazio, solo alcuni passi salienti – possiamo leggere:

«Quelli che si chiamavano cristiani giovanniti, e che avevano eletto a loro simbolo la croce con le rose, dicevano: proprio ciò che è risorto per l’umanità quale mistero dell’io superiore dell’umanità, è stato conservato. È stato conservato da quella comunità ristretta  che ha avuto il suo inizio con i rosacroce.

Questa comunità viene indicata simbolicamente nel seguente modo: quella sacra coppa, dalla quale il Cristo Gesù ha mangiato e bevuto coi suoi discepoli, che viene chiamata il Santo Graal, e in cui il sangue che uscì dalla ferita venne raccolto per opera di Giuseppe di Arimatea, come si racconta, è stata portata dagli Angeli in Europa. Per essa venne costruito un tempio, e i rosicruciani divennero i guardiani del contenuto della sacra coppa, vale a dire di ciò che era l’essenza del Dio rinato. Il mistero del Dio rinato domina nell’umanità; questo è il mistero del Graal.

Questo è il mistero che viene dato come un nuovo Vangelo, e del quale viene detto: noi eleviamo lo sguardo a un saggio qual è l’autore del Vangelo di Giovanni, il quale poté dire: «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Quello che in principio era presso Dio è rinato in colui che abbiamo visto soffrire e morire sul Golgotha, e che è risorto». La continuità del principio divino attraverso tutti i tempi, e la rinascita del principio divino, è ciò che lo scrittore del Vangelo di Giovanni voleva esporre. Ma tutti coloro che hanno voluto esporre quel fatto sapevano che il principio presente dalle origini è stato conservato. Nel principio vi era il mistero dell’io umano superiore; era stato conservato nel Graal; era rimasto unito nel Graal, e nel Graal vive l’io che è connesso con ciò che è eterno e immortale, così come l’io inferiore è connesso con ciò che è caduco e mortale. Chi conosce il segreto del Santo Graal sa pure che dal legno della croce emana la vita vivente e germogliante, l’io immortale che è simbolizzato dalle rose sul legno nero della croce. Il mistero della croce con le rose può essere perciò considerato come una continuazione del Vangelo di Giovanni. […]

Secondo lo spirito del Vangelo di Giovanni si potrebbe ora dire: “Ciò che viveva in Gesù di Nazareth come Cristo era l’io superiore e divino dell’intera umanità, il Dio rinato, divenuto terrestre in Adamo come in una copia di se stesso”. – Questo rinato io umano continuò quale mistero sacro, venne conservato sotto il simbolo della croce con le rose, e viene annunciato oggi come il mistero del Santo Graal, della croce con le rose.

Quello che in ogni anima umana può nascere come io superiore, ci indica la rinascita dell’io divino nell’evoluzione dell’intera umanità per mezzo dell’evento di Palestina. Come in ogni singolo uomo nasce l’io superiore, così è nato in Palestina l’io superiore dell’intera umanità, l’io divino. Esso viene conservato e ulteriormente sviluppato in ciò che si nasconde sotto il segno della croce con le rose».  

Qui potest capere, capiat!  

Le considerazioni precedenti, mi sembra che offrano molto al diligente lettore, al sincero ricercatore spirituale, per cominciare ad esplorare, e ad andare in profondità su un tema sacro come quello della Rosacroce, del suo Fondatore, e sul Mistero del Graal. Solo due osservazioni preliminari, che mi paiono necessarie. Anzitutto, a questo punto è quanto mai evidente l’accordo, l’assoluta armonia, che vi è tra l’insegnamento di Massimo Scaligero e quello di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner. Accordo e armonia che si verifica sin nei particolari, nei dettagli, come ho potuto mostrare nella terza parte del presente studio. Inoltre, che – tenuto conto del contenuto della ‘lezione esoterica’ pubblicata in questa parte del presente studio, risulta evidente esser stata la Massoneria a ricevere la ‘Leggenda del Tempio’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Chi abbia familiarità con la letteratura rosicruciana del XVII secolo, soprattutto con gli scritti di autori come Michael Maier, Oswald Crollius, Robert Fludd, Thomas Vaughan, Elias Ashmole, non nutrirà alcun dubbio in proposito. Né tampoco nutrirà dubbi chi conosca le opere ermetiche e alchemiche di Basilio Valentino – un ‘Maestro dell’Arte’, come usa dire in Ermetismo – nei cui scritti l’influsso rosicruciano è evidente, e nei quali al simbolismo ermetico si mescola armonicamente, come nella raffigurazione del Rebis, il simbolismo muratorio. Siamo oltre cento anni prima della nascita della Massoneria speculativa, avvenuta con la nascita della Gran Loggia di Londra, il 24 giugno 1724. Quanto poi la Massoneria abbia saputo recepire in profondità l’impulso rosicruciano ricevuto, quanto in tempi diversi, e in diversi paesi, essa sovente se ne sia allontanata, lo abbia smarrito, e in taluni casi, sempre in luoghi e tempi diversi, addirittura tradito, è un altro discorso, che esula dal presente studio.  

Con questo, presentiamo, come dono pasquale, ai lettori di Ecoantroposophia la seguente ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner. Possa il lettore trarne motivo di elevazione interiore, e sprone ad un alacre, e fecondo, lavoro interiore.

                                                     

Il Mistero dei Rosacroce

Berlino il 4 novembre 1904

Abbiamo già trattato numerosi miti le cui immagini racchiudono verità esoteriche. Tali miti furono un tempo dati agli uomini per trasmettere loro, dapprima in forma immaginativa, determinate verità non essendo essi ancora maturi per le verità esoteriche stesse. Queste immagini afferravano il corpo causale e preparavano così gli uomini ad intendere, in incarnazioni successive, le verità esoteriche stesse.

Ora, vorrei oggi indicarvi una di queste rappresentazioni esoteriche, che venne data solo pochi secoli fa ed ancor oggi prosegue in svariate forme. È la seguente.

Al principio del 15° secolo apparve in Europa una personalità che era stata iniziata in Oriente in determinati misteri. Questi era Christian Rosenkreutz. Prima di terminare quell’incarnazione Christian Rosenkreutz aveva iniziato anche un gruppo di personalità – che superavano appena la decina – nella misura in cui ciò era allora possibile con uomini europei, in ciò in cui egli stesso era stato iniziato. Questa piccola confraternita, che si chiamò Fratellanza dei Rosacroce – Fraternitas Rosae Crucis – portò nel mondo esterno un certo mito pel tramite di una fratellanza più grande, più estesa.

Christian Rosenkreutz stesso espose allora determinati arcani nella cerchia più ristretta dei Misteri dei Rosacroce, così come essi potevano essere percepiti unicamente da uomini che avessero attraversato la necessaria preparazione. Ma, come abbiamo detto, nella piccola confraternita non ve ne erano più di dieci; questi erano  gli autentici Rosacroce iniziati. Ciò che venne insegnato da Christian Rosenkreutz  non poteva essere comunicato a molti uomini; venne perciò rivestito da una sorta di mito. Sin dalla sua creazione, al principio del 15° secolo, questo mito venne narrato e interpretato molte volte nelle fratellanze. Fu raccontato in cerchie più vaste, ma venne interpretato unicamente nella cerchia più ristretta, a coloro che a ciò erano maturi. Questo mito aveva all’incirca il seguente contenuto:

 Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi, e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’essere umano nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tentò altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò. Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra, e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram.

Passiamo ora dalla leggenda ad una interpretazione della medesima.   

Questa leggenda rappresenta il destino della terza, della quarta e della quinta sottorazza della nostra quinta razza radicale. Il Tempio è il Tempio delle fratellanze occulte, in modo particolare quello che l’intera umanità della quarta e quinta sottorazza edifica, e il Sancta Sanctorum è la dimora delle fratellanze occulte. Queste ultime sanno cosa significhino il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Abbiamo perciò a che fare con due tipi di stirpi umane, con quella – rappresentata da Salomone – la quale è in possesso della saggezza divina, e con la stirpe di Caino, coi discendenti di Caino, i quali comprendono il fuoco e sanno adoprarlo. Questo fuoco non è il fuoco fisico, bensì il fuoco delle passioni, degl’istinti, delle brame, divampante nello spazio astrale.

Ora chi sono i figli di Caino? I figli di Caino – nel senso di questa leggenda – sono i figli di quegli Elohim i quali, nella classe degli Elohim, sono rimasti un po’ indietro durante l’epoca lunare. Ma, nell’epoca lunare, noi abbiamo a che fare con kama. Questo kama o fuoco venne allora compenetrato dalla saggezza. Vi furono due tipi di Elohim. Gli uni non rimasero al connubio tra saggezza e fuoco, procedettero oltre. E allorché formarono l’uomo, non erano più compenetrati dalle passioni, cosicché essi lo dotarono di una saggezza quieta, chiara. Questa è la vera e propria religiosità di Jahvè o Jehova, la saggezza che è assolutamente priva di passione. Gli altri Elohim, presso i quali la saggezza era ancora unita col fuoco del periodo lunare, son quelli che crearono i figli di Caino.

Perciò, nei figli di Seth, abbiamo gli uomini religiosi con la chiara saggezza e, nei figli di Caino, coloro che possiedono l’elemento impulsivo, che s’infiammano e possono sviluppare entusiasmo per la Sapienza. Queste due stirpi attraversano tutte le razze, tutte le epoche. Dalla passione dei figli di Caino son nate tutte le Arti e le Scienze, dalla corrente di Abele-Seth, tutta la chiara religiosità e la saggezza senza entusiasmo.

Poi avvenne la fondazione del Cristianesimo. Mediante questo, la precedente religiosità, la quale era soltanto una religiosità dall’alto, divenne una religiosità completamente priva di kama. Essa venne immersa nell’elemento che proprio attraverso il Christo è venuto sulla Terra. Christo non è semplicemente saggezza; egli è l’Amore incarnato: un elevato Kama Divino, che è al tempo stesso Buddhi; un puro, aleggiante Kama che nulla vuole per sé, bensì dirige al di fuori tutte le passioni in una dedizione infinita: è un kama rovesciato. La Buddhi è un kama rovesciato.

Attraverso ciò, si prepara all’interno del tipo umano religioso, all’interno dei figli della saggezza, una superiore religiosità, che ora può essere veramente entusiastica. Questa è la religiosità cristiana. Essa viene dapprima preparata nella quarta sottorazza della quinta razza radicale. Tutta questa corrente, però, non è ancora in grado di congiungersi con i figli di Caino. Dapprima essi sono ancora avversari. Infatti, se il Cristianesimo afferrasse incondizionatamente, in modo rapido, tutti gli uomini, esso potrebbe addirittura colmarli d’amore, ma il singolo cuore umano, l’individuale cuore umano non ci sarebbe. Non vi sarebbe libera religiosità, non vi sarebbe la nascita del Christo in noi stessi come fratello, ma semplicemente come Signore. Per questa ragione, i figli di Caino devono operare ancora per tutta la quinta sottorazza. Essi agiscono attraverso i loro iniziati ed edificano il Tempio dell’Umanità, edificato con Arte mondana e mondana Scienza.

Così vediamo  svilupparsi sempre più, durante la quarta e quinta sottorazza, l’elemento mondano, vediamo apparire alla luce l’intera evoluzione storico-mondana sul piano fisico. Con l’elemento mondano del materialismo si sviluppa l’elemento personale, l’egoismo che conduce alla guerra di tutti contro tutti. Anche se allora il Cristianesimo esistesse, esso sarebbe in certo qual modo un ‘Mistero’ di pochi. Esso ha, però, lavorato affinché agli uomini, durante la quarta e quinta sottorazza, sorgesse l’idea: tutti sono uguali dinanzi a Dio. Questa è massima cristiana. Ma gli uomini non possono comprendere ciò completamente, finché son prigionieri del materialismo e dell’egoismo. 

La Rivoluzione francese ha poi applicato la conseguenza dell’insegnamento cristiano in senso mondano. La dottrina spirituale del Cristianesimo: tutti gli uomini sono ugual avanti a Dio, con la Rivoluzione francese fu tradotta in una dottrina puramente mondana: quaggiù tutti sono uguali. La nuova epoca l’ha trascinata ancora più nel fisico.

Prima della rivoluzione francese comparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità che predisse tutte le scene importanti della Rivoluzione, per mettere in guardia contro di essa. Era il Conte di Saint-Germain, la stessa personalità che in precedente incarnazione aveva fondato l’Ordine dei Rosacroce. Egli rappresentava allora la posizione: gli uomini devono essere guidati in modo pacifico dalla civiltà mondana alla vera civiltà del Cristianesimo. Ma le potenze mondane vollero conquistarsi la libertà nella tempesta, in maniera materiale. Egli considerava  la Rivoluzione come conseguenza necessaria, tuttavia volle mettere in guardia. Egli, Christian Rosenkreutz, nella sua incarnazione del XVIII secolo, come custode del più interiore ‘mistero’ del Mare di Bronzo e del Sacro Triangolo d’Oro, sorse ad avvertire: gli uomini devono evolvere lentamente. Tuttavia scorse quel che accadeva davanti a lui.

Questo è il cammino, considerato dall’interno, compiuto durante la quarta e la quinta sottorazza della nostra razza radicale. L’edificio della civiltà umana, il grande Tempio di Salomone venne eseguito. Ma quel che veramente dovrebbe coronarlo, deve restare ancora un segreto. Questo può costruirlo soltanto un iniziato. Questo iniziato venne misconosciuto, tradito, ucciso. Questo segreto non può ancora esser palesato. Rimane l’Arcano di pochi Iniziati del Cristianesimo. Esso è racchiuso nella fusione del Mare di Bronzo e nel Triangolo d’Oro. Non è altro che il segreto di Christian Rosenkreutz, il quale prima della nascita del Cristo fu incarnato in un’altissima incarnazione e disse allora una frase notevole.

Lasciatemi, ora, illustrare con alcune parole la scena di come Christian Rosenkreutz, prima della Rivoluzione Francese fece questa comunicazione. Egli disse: Chi semina vento, raccoglierà tempesta. = Egli aveva già detto questo allora, ancor prima che venisse detto da Osea e trascritto. Ma proviene da Christian Rosenkreutz.

Questo detto: Chi semina vento, raccoglierà tempesta =, è il motto della quarta e quinta sottorazza della nostra razza radicale e deve significare: Voi renderete l’uomo libero, la Buddhi incarnata stessa si congiungerà con questa libertà e renderà gli uomini uguali davanti a Dio. Ma lo Spirito (Vento significa Spirito = Ruach) dapprima diventerà tempesta (lotta di tutti contro tutti).

Dapprima ci fu il Cristianesimo della croce, che doveva svilupparsi attraverso la sfera puramente mondana, il piano fisico. Non sùbito, al principio, vi fu il Christo sulla croce come simbolo del Cristianesimo. Ma allorché il Cristianesimo divenne sempre più politico, allora divenne simbolo il Figlio di Dio crocefisso, sofferente sulla croce del mondo. Ciò rimarrà esteriormente per il resto della quarta e attraverso la successiva quinta epoca.

Dapprima il Cristianesimo è legato alla civiltà puramente materiale della quarta e quinta sottorazza,  e  soltanto occultato sussiste l’autentico Cristianesimo del futuro, che è in possesso del segreto del Mare di Bronzo e del Triangolo d’Oro. Questo Cristianesimo ha un altro simbolo; non più il Figlio di Dio crocifisso, bensì la croce circondata di rose. Questo sarà il simbolo del nuovo Cristianesimo della sesta epoca. Dal Mistero della Fratellanza dei Rosacroce si svilupperà questo cristianesimo della sesta sottorazza, che conoscerà il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Hiram è il rappresentante degl’Iniziati dei figli di Caino della quarta e quinta sottorazza. La Regina di Saba – ogni figurazione femminile nel linguaggio esoterico significa l’anima – è l’anima dell’umanità che deve decidere tra la religiosità luminosa, ma non capace di conquistare la Terra e la Sapienza che conquista la Terra, ovverossia  la Sapienza congiunta alla Terra attraverso il superamento delle passioni. Essa è la rappresentante della vera anima umana che sta in mezzo tra Hiram e Salomone, e che si congiunge con Hiram nella quarta e quinta sottorazza, perché egli costruisce ancora il Tempio.

 Il Mare di Bronzo è quella fusione che sorge se si mescola in maniera appropriata l’acqua col metallo. I tre compagni lo fanno in modo errato, la fusione viene distrutta. Ma, disvelando Tubalcain a Hiram i Misteri del Fuoco, Hiram è in grado di congiungere l’Acqua e il Fuoco in modo giusto. Nasce così il Mare di Bronzo. Questo è il segreto dei Rosacroce. Nasce allorché l’Acqua della calma saggezza si congiunge col Fuoco dello spazio astrale, col Fuoco delle passioni. Mediante ciò deve prodursi una congiunzione che è «bronzea», che può essere portata nelle epoche seguenti, se vi si aggiunge il segreto del Triangolo d’Oro, il segreto di Atma-Buddhi-Manas. Questo Triangolo, con tutto quel che consegue, sarà il contenuto del Cristianesimo rinnovato della sesta sottorazza. Ciò verrà preparato attraverso i Rosacroce e viene simboleggiato nel Mare di Bronzo, si congiungerà con la conoscenza della Reincarnazione  e del Karma. Questa conoscenza è il nuovo insegnamento occulto che si aggiungerà al Cristianesimo. Atma-Buddhi-Manas, il Sé superiore, è il segreto che deve diventare palese, se la sesta sottorazza sarà a ciò matura. Allora Christian Rosenkreutz non dovrà più stare di guardia, ma tutto ciò che è lotta sul piano esteriore troverà la pace attraverso il Mare di Bronzo, attraverso il Triangolo d’Oro.

Questo è il cammino della storia del mondo nell’epoca futura. Quel che Christian Rosenkreutz ha fatto portare nel mondo attraverso le Fratellanze Occulte con la sua leggenda, è quel che i Rosacroce si son posti come compito: non insegnare mera religiosità, bensì anche scienza verso l’esteriorità; ma non soltanto allo scopo di conoscere il mondo esteriore, bensì anche quello di conoscere le Potenze Spirituali, e da ambo i lati procedere nella sesta ronda.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TERZA PARTE.

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Massimo Scaligero in un testo che mi è infinitamente caro – Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile, G. C. Sansoni, Firenze, 1959, che riapparirà nel 1976 leggermente rielaborato come L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma – affronta con parole di incisiva chiarezza, senza concedere veruna attenuazione a quanto descrive, la tragica condizione dell’uomo attuale, e l’origine umano cosmica di tale condizione. A p. 11 di questo testo, ove metterò in evidenza alcuni punti di estrema importanza, così scrive:

«La grandezza, la capacità di visione di un tipo superiore di uomo della preistoria, si spiegano con la presenza in lui di un «principio di luce», che tuttavia – come si vedrà – non gli apparteneva. Lo guidava trascendendolo; e l’operare umano era in tanto creativo in quanto si conformasse ad esso».

Ovvero, l’essere umano in quella condizione di sovrumana grandezza, aveva sì una coscienza sovrasensibile, ed un magico potere di volontà, ma non era né autocosciente, né libero. Essere cosciente non significa di per sé essere anche autocosciente. L’essere umano era ‘travolto’ dall’azione delle Gerarchie celesti in lui, così come quelle stesse celesti Gerarchie erano, e sono, ‘travolte’ dal Divino, dall’Assoluto. Non l’uomo pensava ed agiva, bensì le Gerarchie pensavano e agivano in lui, attraverso lui, e per lui: era il conoscere e l’agire di quelle elevate Entità spirituali in lui, non il suo conoscere ed agire. Così, a p. 15, possiamo leggere che, onde l’uomo realizzasse Autocoscienza, Libertà, e Amore, quella condizione originaria di sovrumana grandezza, quello ‘stato primordiale’, nel quale l’uomo era tutt’uno col Divino, sperimentava senza resuidui la comunione, l’identità, col Divino, doveva andare smarrita:

«È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio, essendovi al principio solo necessità. Ma tra lo stato di illuminazione originaria e la possibilità di una illuminazione cosciente, v’è una fase intermedia, che è inevitabilmente fase di oscuramento: lunga per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare – se così si può dire la trascendenza entro se stessa».  

Poche righe dopo, pp.15-16, in un solo paragrafo, Massimo Scaligero dà il senso dell’intera opera e la connessione della stessa opera con l’impresa del Graal, e per ciò col tema stesso del presente studio:

«L’uomo potrà un giorno ridestare in sé la luce originaria – quella che «risplende nelle tenebre» – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafisica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e da una natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può compiere nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda le possibilità future dell’uomo cui sia dato, tra le molte dialettiche, distinguere già ora la «parola dello Spirito».  

Poi, alle pp. 40-41, Massimo Scaligero descrive il processo di involuzione, attraverso il quale l’essere umano si distacca progressivamente dalla comunione col Trascendente, col Divino, e, sempre più degradandosi, ‘precipita’ in quella natura fisiologica umano-animale, per cui la dimensione corporea diviene sempre più – secondo la concezione orfico-pitagorica e platonica – soma-sema, ossia per l’anima e lo spirito umano, il corpo è prigione, il corpo è addirittura una tomba. Infatti, ivi così leggiamo:

«il livello della razionalità rappresenta l’ultimo gradino della discesa dell’uomo interiore, da un primordiale stato trascendente, verso la densità dell’essere fisico, secondo una direzione che le dottrine tradizionali contemplano come il decorso delle Quattro Età: dell’oro, dell’argento, del rame, del piombo.

Da un originario grado di coscienza «magico-solare» (krita-yuga) per cui è ancora uno col mondo degli Dei, l’uomo passa all’e s p e r i e n z a  d i  s é  tendendo a limitarsi a un mondo finito, ossia a un mondo che va decadendo in relazione alla inclinazione di lui verso la «finità», onde egli comincia a percepire l’originaria essenza come altra da sé: ora come «ispirazione» (tretâ-yuga); indi portando a ulteriori conseguenze tale adesione ad un mondo di molteplicità, egli trae il senso di sé da una coscienza che, ormai, soltanto nella forma mediata delle imagini, riflette le antiche ispirazioni: è il dvapâra-yuga, l’età della mitogenia e delle grandi figurazioni cosmico-simboliche, non necessarie all’età precedente, ma ora necessarie a seguire in rappresentazioni adeguate le forme virtuali di una visione spirituale che, come percezione diretta, è perduta».  

Con la ‘caduta’ allusa nel libro della Genesi, l’essere umano si è degradato, affondando sempre più nel fango della natura fisiologica di una corporeità umano-animale sino ad obliare completamente la sua origine divina. Ma s’egli è disceso da quella vertiginosa altezza spirituale giù nell’oscurissimo baratro di questa natura corporea, che lo astringe e lo costringe ad identificarsi ad una condizione peggiore di quella animale, tutto ciò tuttavia ha un senso. E in relazione a ciò, così scrive Massimo Scaligero a p. 57 del suo Avvento dell’Uomo Interiore:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e  p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o»,  l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g  n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d  e  c  a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione superiore nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero. Perché gli nascesse la libertà, fu avviato, per così dire, verso condizioni inferiori: lungo una discesa il cui termine ultimo è talora contemplato e  con precisione rappresentato nei testi tradizionali. La decadenza, l’«età oscura», la degradazione razionalistica, erano previste dalla scienza tradizionale. Chi consideri ciò, senza passiva remissione o ad un tradizionalismo misticheggiante o ad un positivismo agnostico, può afferrare il senso del decorso delle Quattro Età e delle dottrine correlative».

Nel X. Capitolo del suo Avvento dell’Uomo interiore, intitolato L’Albero di Vita e la Luce dal San Graal, Massimo Scaligero, mostra quale sia ‘Eccelsa Mèta’ – per usare una bella ed espressiva immagine del Buddha Shakyamuni – alla quale può, e soprattutto deve, tendere l’uomo per la sua salvezza. L’uomo divenne ‘mortale’ in quanto gli fu proibito di nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita, e per di più fu cacciato dal Giardino dell’Eden. Ma l’uomo può, e deve, riconquistare l’accesso al Mondo Spirituale, ritrovare e reintegrarsi nello ‘stato primordiale’, nuovamente nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita: questa è l’eroica impresa della ‘conquista del San Graal’. Infatti, così è scritto, a p. 232, dell’Avvento dell’Uomo Interiore:  

«Per la possibile «resurrezione» dell’uomo spirituale dopo la «caduta», l’Albero della Vita fu sottratto allo sguardo e alla brama di lui: fu preservato da ogni possibile guasto, e l a  s u a  v i r t ù  f u  c u s t o d i t a  f u o r i  d e l l o  s p a z i o e  d e l  t e m p o, f i n o  a  c h e  f o s s e r o  m a t u r i  g l i  e v e n t i: è la forza celeste dell’Io, attraverso i millenni mantenuta intatta per il giorno in cui l’uomo si risvegli, in quanto, nel contemplare la condizione della «caduta», gli sorga la consapevolezza della sua origine, che è già moto dell’Io. È la forza della immortalità, l’alimento eterno di vita di cui sono custodi, presso l’invisibile Rocca del Graal, gli Iniziati che seguono la vicenda dell’uomo, sin dal tempo che precede il tempo fisico, quando nel corpo spirituale di lui si compenetrano armonicamente l’ètere del calore, l’ètere della luce, l’ètere del suono e l’etere della vita, come gradi o forme della sua beatitudine di essere».

Più volte in questo X. Capitolo dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero si richiama all’impresa del Graal come al senso di tutta l’Ascesi, e al contempo come al senso di tutta la tragedia che caratterizza l’evoluzione terrestre dell’umanità. E nello svolgere i suoi pensieri Massimo Scaligero si ricollega direttamente a quanto Rudolf Steiner espone in questa serie di ‘lezioni esoteriche’, e in particolar modo alla Leggenda del Legno della Croce o Leggenda Aurea, come egli stesso usava chiamarla. Infatti, così scrive Massimo Scaligero alle pp. 236-237 del suo citato aureo libro:

«Quando nel mito si parla di una  «Fontana di Giovinezza» e di riconquista dell’«Albero di Vita», si allude appunto all’impresa grazie alla quale l’ètere della vita può rifluire nella costituzione dell’uomo che parimenti non sfugga il sensibile né si sommerga in esso, ma lo sperimenti con le pure forze interiori. Si può ravvisare in tale impresa – che si svolge nell’invisibile, come serie di atti interiori – quella che all’Iniziato apre il varco al San Graal: onde egli incontra le autentiche Guide dell’umanità.

Nella conoscenza che si ridesta grazie al pensare liberato, l’uomo può riaccostarsi all’Albero di Vita: la nascita del pensare puro è in sostanza l’inizio di una trasmutazione che opera alle radici della brama e simultaneamente è il nuovo fluire nell’anima dell’ètere dell’immortalità. È il legno della Croce che rinverdisce e fiorisce: è il compiersi dell’evento iniziatico verso il quale tendono tutte le tradizioni dello spirito, anche quando nella loro formulazione dottrinaria non ne rechino la consapevolezza e non rivelino che il compimento è in realtà un accedere al Mistero del San Graal. In verità, occorre sottolineare che ogni preparazione iniziatica non è autentica se non si compie – sia pure inconsapevolmente nella fase preliminare – in vista di un simile evento. Ogni ascesi, o disciplina interiore, al livello in cui si svolge, è collegata per mediazioni relative al suo grado, con il Mistero del Graal, se non è un modo di rafforzarsi dell’egoismo umano. E il Mistero del Graal è il fondamento della reintegrazione umana. Il suo carattere è essenzialmente cristico. Ma non occorre presupporre un tale carattere per realizzarlo: anche se non si sappia nulla del Cristo, o lo si chiami con altro nome, la giusta esperienza trasmutatrice conduce ad esso».

Il tema della redenzione del pensiero, della resurrezione del pensare dal cadavere della riflessità attraverso la ‘Via del Pensiero Vivente’, attraverso l’Ascesi della Concentrazione, e il tema dell’impresa del Graal, sono stati il filo d’oro dell’insegnamento di Massimo Scaligero sin da quando egli – che pure in origine aveva scelto il silenzio – dietro un atto d’imperioso invito del Mondo Spirituale, si decise a compiere quello ch’egli definì il ‘sacrificio della parola’. Sin dal suo primissimo scritto Iniziazione e Tradizione, pubblicato allora sotto il trasparente nom-de-plume di ‘Antonio Massimo’, e apparso, senza indicazione della data, nel 1956 per una neonata Edizioni “Tilopa”, Roma, dove nella quarta parte di quel libretto, così scrive alle pp. 42-45:

«Coloro che sino alla nostra epoca sono stati custodi della Sapienza primordiale, hanno la missione di insegnare, a chi si volga ad essi con purità di cuore, come l’Io Superiore, il Principio Eterno dell’uomo, rimasto intatto nella sua essenza, oltre ogni divenire spazio-temporale, è rinato per l’uomo, grazie a un rito e a un mistero di cui nel mondo si ha soltanto una debole e deformata eco. I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione, L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «Il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. il Maestro dei Nuovi Tempi] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era al principio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il compito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la vitù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera». È la Via del Diamante-folgore o la Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permane come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Queste parole di Massimo Scaligero sono la migliore introduzione, nonché il miglior commento, a quanto Rudolf Steiner va comunicando in queste ‘lezioni esoteriche’. La cosa risulterà ancor più chiara dai contenuti delle prossime ‘lezioni’, che appariranno su questo temerario blog. In particolare, l’attento e diligente lettore ben consideri quanto una figura come Epimèteo – il post-pensante – corrisponda al morto, esangue, disanimato pensiero riflesso, che si riempie di un umbratile contenuto, come l’immagine virtuale in uno specchio, solo dopo che i sensi hanno agito sul soggetto della percezione e del pensare, mentre Promèteo – il pre-pensante – corrisponde a quel vivo pensare che è indipendente, e  prima, della percezione , la quale viene ad esistere unicamente perché il moto vivente di luce del pensare predialettico tesse la forma formata del percepito. Il pensare è il prius, l’antecedente assoluto, la dynamis, la vivente forza formante del percepito. Il candido lettore ben mediti questa fondamentale ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner, che viene pubblicata qui di séguito.

                                                     ***

La leggenda di Prometeo

Berlino, 7 ottobre 1904

L’ultima volta ho tentato di mostrarvi come avvenisse l’Iniziazione nelle antiche logge druidiche. Oggi vorrei esporvi qualcosa che è certamente imparentato con quello che tuttavia però è forse apparentemente un po’ distante. Ma vedremo come impareremo a conoscere la comprensione dell’evoluzione della nostra umanità sempre più nella sua profondità.

Avete visto dalle mie varie conferenze del venerdì, che il mondo delle leggende dei diversi popoli hanno un contenuto profondo, e che i miti sono l’espressione di profonde verità esoteriche. Ora, vorrei oggi parlare di una delle leggende più interessanti, di una leggenda, che sta in relazione con l’intera evoluzione della nostra quinta razza radicale. Inoltre vedrete al contempo, come l’esoterista può attraversare sempre tre gradini di comprensione del mondo delle leggende.

Dapprima le leggende vivono in un qualsiasi popolo, e vengono prese exotericamente, in maniera letterale-esteriore. Poi comincia l’incredulità in questa comprensione letterale delle leggende, le persone colte cercano un significato simbolico, allegorico, delle leggende. Ma dietro queste due interpretazioni stanno ancora altre cinque interpretazioni; giacché ogni leggenda ha sette interpretazioni. La terza è quella, nella cui condizione siete voi, è quella di prendere in un certo senso le leggende alla lettera. Del resto dovete soltanto imparare a comprendere il linguaggio nel quale le leggende sono redatte. Oggi desidero parlare su una leggenda, la cui comprensione non così facile da conseguire, sulla leggenda di Prometeo.

In un capitolo del secondo volume della Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky  troverete qualcosa su di essa, e da quel capitolo scorgerete pure quale profondo contenuto vi sia in questa leggenda. Tuttavia, non è sempre possibile, in scritti stampati, dire le cose ultime. Oggi possiamo andare ancora un po’ aldilà delle comunicazioni contenute nella Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky.

Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in tedesco, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece avvocato del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, col quale esso potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo abbia insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli ha attirata su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare questi doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rode continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il messaggero degli Dèi, Hermes.

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato.. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riesce a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacrificarsi, e per Prometeo si sacrificò il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo.

In questa leggenda vi è l’intera storia della quinta razza radicale, e in essa è racchiusa reale sapienza dei Misteri. Questa leggenda veniva raccontata realmente in Grecia come leggenda. Ma anche nei Misteri essa veniva rappresentata realmente cosicché il discepolo dei Misteri vedeva davanti a sé il destino di Prometeo. E in questo egli doveva vedere il passato e il futuro dell’intera quinta razza radicale. Voi potete raggiungere la comprensione di essa, se prendete in considerazione una cosa.

Soltanto a metà della razza lemurica venne raggiunto quel che viene designato come l’umanazione; umanazione nel senso di come oggi abbiamo uomini. Questa umanità veniva guidata dai grandi Istruttori e dalla grandi Guide, che designiamo come i «Figli della nube di Fuoco». Anche oggi l’umanità della quinta razza radicale viene guidata da grandi Iniziati, ma i nostri Iniziati sono di un altro genere delle allora Guide dell’umanità.

Dovete ora chiarirvi questa differenza. Vi è una grande differenza tra le Guide delle due precedenti razze e le Guide della nostra quinta razza radicale. Anche le Guide di quella razza erano riunite in una fraterna Loggia Bianca. Ma questi non avevano compiuto la loro precedente evoluzione sul nostro pianeta terrestre bensì su altri teatri. Essi erano discesi sulla Terra già come maturi uomini superiori, per istruire gli esseri umani, che erano ancora nella loro infanzia, al loro primo sorgere, per insegnare loro le prime Arti, delle quali avevano bisogno. Questo periodo di apprendistato durò durante la terza, la quarta, fin nella quinta razza radicale.

Questa quinta razza radicale ha preso la sua origine da un piccolo gruppo di uomini, che era stato trascelto dalla precedente razza radicale. Essi vennero formati nel deserto del Gobi e si diffusero poi in maniera radiale sulla Terra. La prima Guida, che ha dato l’impulso a questa evoluzione dell’umanità, era uno dei cosiddetti Manu, il Manu della quinta razza radicale. Questo Manu appartiene a quelle Guide del genere umano, che erano discesi all’epoca della terza razza radicale. Era ancora una delle Guide che non hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, ma che hanno portato la loro maturità sulla nostra Terra.

Solo nella quinta razza radicale comincia l’evoluzione di quel tipo di Manu, che sono uomini come noi stessi, che come noi hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, che si sono evoluti per così dire venendo su dalla gavetta a quel che sono sulla Terra. Abbiamo dunque esseri umani che sono già le superiori personalità Guide e Maestri, e quelle che si sforzano di diventare Guide e Maestri; cosicché abbiamo all’interno della quinta razza radicale Chela e Maestri, che appartengono a razze precedenti, e Chela e Maestri che hanno attraversato tutto quello che gli esseri umani hanno attraversato a partire dalla metà dell’epoca lemurica. Uno dei Maestri, che hanno la guida della quinta razza radicale, è stato prescelto ad assumere la guida della sesta razza radicale. La sesta razza radicale sarà la prima ad essere guidata  da un fratello umano come Manu. I precedenti Maestri, i Manu degli altri mondi, consegnano al fratello umano la guida dell’umanità.

Con il sorgere della nostra quinta razza radicale coincise tutto quello che chiamiamo lo sviluppo delle Arti. Gli Atlantidei avevano ancora una tutt’altra vita. Essi non avevano né invenzioni né scoperte. Essi lavoravano in tutt’altra maniera. La loro tecnica e la loro arte erano completamente diverse. Solo nella nostra quinta razza radicale si sviluppò quello che nel senso nostro chiamiamo tecnica  e arti. La scoperta più importante è la scoperta del fuoco. Rappresentavi ciò una volta chiaramente. Rappresentatevi chiaramente quel che oggi dipende nella nostra tecnica, industria e arti diffuse dipende dal fuoco. Credo che il tecnico mi darà ragione se dico, che senza il fuoco non sarebbe possibile nulla dell’intera tecnica, cosicché ci è permesso dire che con la scoperta del fuoco venne data la scoperta fondamentale, l’impulso per tutte le altre scoperte.

A ciò dovete, inoltre, aggiungere, che sotto il [termine] fuoco all’epoca in cui sorse la leggenda di Prometeo, si intendeva tutto quel che avesse un qualsivoglia rapporto col calore. Con ciò si intendeva pure le cause della folgore. Le cause di tutte le manifestazioni di calore venivano riassunte sotto l’espressione del fuoco. La coscienza del fatto che l’umanità della quinta razza stia sotto il segno del fuoco, si esprime a tutta prima nella leggenda di Prometeo. E Prometeo non è altro che il Rappresentante dell’intera quinta razza radicale.

Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. Un tale pensare è il pensare kamamanasico [sc. del Kama-Manas]. Guardato da un certo punto di vista, si chiama pensare kamamanasico:  lasciare agire prima il mondo su di sé e poi in un secondo tempo pensare. L’essere umano della quinta razza radicale pensa ancora essenzialmente come Epimeteo.

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico. Questo pensare prometeico è all’interno della quinta razza radicale il pensare manasico [del Manas]. Pensare kamanasico e manasico procedono come due correnti l’una accanto all’altra nella quinta razza radicale. Gradualmente il pensare manasico si diffonderà sempre più.

Questo pensare manasico della quinta razza radicale ha una speciale particolarità. La comprendiamo se rivolgiamo indietro lo sguardo alla razza radicale atlantidea. Questa aveva maggiormente un pensare istintivo, che era ancora in collegamento con la forza vitale. La razza radicale atlantidea era ancora in grado di trarre dalla forza dei semi una forza motoria. Così come oggi l’essere umano ha nei depositi di carbone una specie di serbatoio di forza, che egli trasforma in vapore per lo spostamento delle locomotive e dei carichi, così l’Atlantideo aveva grandi magazzini di semi di piante, che contenevano le forze, che egli poteva trasformare in forza motrice, dalla quale veniva spinti quei veicoli, che vengono descritti nella brochure di Scott-Elliot sull’Atlantide. Questa arte è andata perduta. Lo spirito degli uomini atlantidei domava ancora la natura vivente, la forza dei semi. Lo spirito della quinta razza può vincere soltanto la natura disanimata, le forze di divenire che giacciono nella pietra, nei minerali. Così il Manas della quinta razza radicale è incatenato alle forze minerali, così come la razza atlantidea era collegata alla forza vitale. Ogni forza di Prometeo è incatenata alle rocce, alla Terra. Perciò anche Pietro è la roccia sulla quale il Christo costruì. È la stessa cosa della roccia del Caucaso. L’uomo della quinta razza deve cercare la sua evoluzione sul piano puramente fisico. Egli è incatenato alle forze minerali, alle forze fisiche.

Cercate di farvi una visione d’insieme di che cosa significhi, quando si parla di questa della tecnica della quinta razza. A quale scopo esiste? Se siete capaci di crearvi una visione d’insieme, vedrete che – per quanto grandiosi e possenti siano pure i risultati – allorché la forza intellettuale, l’elemento manasico, viene applicato all’elemento inorganico, all’elemento minerale, che malgrado tutto è l’egoismo umano, l’interesse personale umano, al cui scopo in definitiva tutte intere queste forze delle invenzioni e delle scoperte della quinta razza radicale vengono applicate.

Se partite dalle prime scoperte e invenzioni e procedete sino al telefono, sino alle nostre nuovissime invenzioni e scoperte, vedrete allora come attraverso queste invenzioni e scoperte in verità grandi e potenti forze siano state poste al nostro servizio, ma a quale scopo esse servono? Che cosa andiamo a prendere con strade ferrate e navi a vapore da terre lontane? Andiamo a prendere generi alimentari, attraverso il telefono richiediamo alimenti. Fondamentalmente è il Kama quello che nella quinta razza radicale desidera invenzioni e scoperte. Questo è quello che in una considerazione obbiettiva ci si deve una volta chiarire. Poi si saprà pure come quell’uomo superiore che viene coinvolto nella materia, in realtà durante la quinta razza radicale sia incatenato alla materia, attraverso il fatto che il suo Kama desidera il suo appagamento all’interno della materia.   

Se vi guardate attorno nell’ambito esoterico troverete che i principi dell’uomo stanno in rapporto con organi ben determinati del corpo. Vi esporrò in séguito questo tema in maniera ancor più precisa, oggi voglio citare unicamente con quali organi i nostri sette principi stanno in un preciso rapporto.

Dapprima abbiamo il cosiddetto fisico. Questo sta in un rapporto occulto con la parte superiore del volto umano, con la radice del naso. La struttura fisica dell’uomo, che è iniziata un giorno – in precedenza l’essere umano era appunto semplicemente astrale e si è edificano immergendosi nel fisico – prese origine da questa parte. La Physis, il fisico,  scaturì e si stabilì dapprima alla radice del naso, cosicché l’esoterista considera la radice del naso come assegnata al vero e proprio elemento fisico-minerale.

Il secondo è Prana, il doppio corpo eterico. Ad esso viene assegnato esotericamente il fegato. Questo organo sta ad esso in una certa relazione occulta. Poi viene Kama, il corpo astrale. Esso ha di nuovo sviluppato la sua attività nell’edificazione degli organi di nutrizione, che hanno il loro simbolo nello stomaco. Se il corpo astrale non avesse questa impronta assolutamente precisa, che ha nell’uomo, questo apparato umano di nutrizione con lo stomaco non avrebbe neppure questa determinata forma, che ha oggi.

Se considerate l’essere umano, in primo luogo nella sua base fisica, in secondo luogo nel suo doppio corpo eterico, e in terzo luogo nel suo corpo astrale, allora avete la base che, come vedete, è incatenato a quella che costituisce la catena minerale della quinta razza radicale.

Attraverso i corpi superiori l’essere umano già si risolleva da questa catena e ascende  ad un livello superiore. Già il Kama-Manas risale di nuovo faticosamente. Qui già l’essere umano si libera di nuovo del puro fondamento naturale. Perciò vi è una relazione occulta tra il Kama-Manas e ciò attraverso cui l’essere umano è tratto fuori, tagliato fuori dal fondamento naturale.

Questo rapporto occulto è quello tra il Manas inferiore e il cosiddetto cordone ombelicale. Se non vi fosse alcun Kama-Manas nella figura umana, l’embrione non verrebbe poi tagliato fuori in questa maniera dalla madre.

Se passiamo al Manas superiore, questo ha una analoga relazione occulta al cuore e al sangue umano. La Buddhi ha una relazione occulta alla laringe umana, alla faringe e alla laringe umana. E l’Atma ha una relazione occulta con qualcosa ricolma l’intero essere umano, ossia con l’Akasha contenuto nell’essere umano.

Queste sono le sette relazioni occulte. Se vi ponete davanti queste, dobbiamo sottolineare come le più importanti per la nostra quinta razza quelle con il doppio corpo eterico e con il Kama. E se aggiungete quel che ho detto in precedenza circa il dominio del Prana da parte degli Atlantidei – la forza vitale è quella che pervade il doppio corpo etereo – allora potrete dirvi che l’Atlantideo stava ancora ad un gradino inferiore. Il suo doppio corpo eterico aveva ancora l’affinità primordiale con tutto l’eterico del mondo esterno, ed egli dominava perciò il Prana del mondo esterno. Attraverso il fatto che l’uomo è salito ad un gradino superiore, il lavoro è disceso ad un grado inferiore. Questa è una legge: che quando da un lato viene realizzata una ascesa, dall’altro deve risultare una discesa. Mentre l’uomo in precedenza aveva lavorato sul Kama a partire dal Prana, ora egli deve lavorare con Kama sul piano fisico.

Voi comprendete adesso quanto la leggenda di Prometeo simboleggi questa relazione occulta. Un avvoltoio rode il fegato a Prometeo. Kama è simboleggiato nell’avvoltoio, che divora veramente le forze della quinta razza. L’avvoltoio rode il fegato all’uomo, il fondamento, e così rode alla quinta razza l’autentica forza vitale dell’uomo, perché l’uomo è incatenato alla natura minerale, a Pietro, alla roccia, al Caucaso. In questa maniera l’essere umano dovette pagare la sua somiglianza con Prometeo. Perciò l’uomo deve vincere la propria natura, al fine di non essere più incatenato all’elemento minerale, al Caucaso.

Solo coloro che sorgono durante la quinta razza radicale come Iniziati umani, possono portare la liberazione all’uomo incatenato. Ercole, un Iniziato umano, deve penetrare lui stesso sin nel Caucaso, per liberare Prometeo. Ma così gli Iniziati traggono l’essere umano dall’incatenamento, e ciò che è votato al mondo inferiore deve sacrificarsi.

Deve sacrificarsi l’essere umano che è ancora in rapporto con l’elemento animale: il Centauro Chirone. Deve essere sacrificato l’essere umano del passato. Il sacrificio del Centauro è per l’evoluzione della quinta razza altrettanto importante quanto la liberazione attraverso gli Iniziati della quinta razza.

Si dice che nei Misteri greci alle persone venisse profetizzato il futuro. Ma con ciò non si intendeva un vago, astratto, racconto di quel che doveva accadere nell’avvenire, bensì l’indicazione di quelle vie, che conducono l’uomo nel futuro, di quel che l’uomo deve fare, per svilupparsi a penetrare nel futuro. E quel che doveva svilupparsi come forza dell’essere umano, veniva rappresentata nel grande dramma-mistero di Prometeo.

Ora, sotto le tre generazioni di Déi, Urano, Kronos e Zeus, ci si dovevano rappresentare tre successive Entità dirigenti degli esseri umani. Il Cielo si chiama Urano, la Terra Gaia. Se risaliamo a oltre la metà della terza razza, quella dei Lemuri, allora non abbiamo ancora l’essere umano, che conosciamo attualmente, bensì abbiamo un essere umano che la dottrina segreta chiama «Adam Kadmon», l’essere umano che è ancora asessuato, l’essere umano che in precedenza non apparteneva ancora alla Terra, che non aveva ancora sviluppato gli organi per la visione terrena, che apparteneva ancora all’elemento uranico, al Cielo. Attraverso l’unione di Urano e di Gaia sorse l’uomo, che discese nella materia, e con ciò è entrato al tempo stesso nel tempo. Kronos (Chronos = il tempo) diviene il dominatore della seconda stirpe di Dèi dalla metà dell’epoca lemurica sino all’inizio dell’epoca atlantica. I Greci simboleggiarono le Entità dirigenti dapprima con Urano, poi con Kronos, e poi passarono a Zeus. Ma Zeus era ancora una di quelle Guide che non avevano compiuto la loro formazione sulla Terra. Egli è ancora uno che appartiene agli Immortali, così proprio come tutti gli Dèi greci appartengono agli Immortali.

L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze. 

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale.

Così le leggende ci presentano le grandi verità cosmiche. Perciò vi dissi all’inizio: colui che sale al terzo significato, è in grado di prenderle nuovamente alla lettera… [Seguono nella trascrizione alcune frasi non chiare]. Nella leggenda di Prometeo avete il divoramento del fegato da parte dell’avvoltoio. Ciò è da prendersi assolutamente alla lettera. L’avvoltoio divora realmente il fegato della quinta razza radicale. È la lotta dello stomaco contro il fegato. In ogni singolo essere umano si ripete, durante la quinta razza radicale, questa dolorosa lotta prometeica. È da prendersi completamente alla lettera quel che qui viene espresso nella leggenda di Prometeo. Se non esistesse questa lotta, allora il destino della quinta razza sarebbe uno completamente diverso.

Vi sono dunque tre interpretazioni delle leggende: in primo luogo quella exoterico-letterale, in secondo luogo quella allegorica – la lotta dell’umana natura – , in terzo luogo il significato occulto, ove nuovamente subentra una interpretazione letterale dei miti. Da ciò potete scorgere, come tutte queste leggende – perlomeno tutte quelle che hanno un tale significato – provengano dalle scuole dei Misteri e come non siano nient’altro che la riproduzione di quel che nelle scuole dei Misteri veniva presentato come il grande dramma del destino dell’umanità. Così come nel caso dei Misteri druidici potei mostrarvi come [la leggenda di] Baldur non rappresenti nient’altro che quel che si compiva all’interno dei Misteri druidici, così in Prometeo avete quel che il discepolo greco dei Misteri ha sperimentato all’interno dei Misteri per conquistare forza e energia per la vita nell’avvenire.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SECONDA PARTE.

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L’anno 1985 fu un anno veramente decisivo per me. Ero, come Dante, «nel mezzo del cammin di nostra vita», e fu proprio in uno di quei memorabili giorni di aprile – giorni che mi è caro rievocare con gioiosa gratitudine – che incontrai per la prima volta Hella Wiesberger. Fu l’inizio di una lunga, feconda, amicizia, e l’inizio di una fruttuosa, leale, comune militanza spirituale. In lei potei contemplare, concretamente attuato, un ideale di totale sincerità, di assoluta lealtà, di audacia, di libertà interiore, di generosa tolleranza, di intensa, alacre operatività spirituale, di autentica, per nulla sentimentale, venerante devozione allo Spirito.

Avevo letto il suo saggio L’Opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, tradotto in italiano da Stefano Pederiva, Editrice Antroposofica, Milano, 1984, che mi aveva colpito al punto tale, che in uno dei viaggi, che facevo per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, che mi procurai alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito di Rudolf Steiner, i due numeri 49/50 e 51/52 dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtasugabe – la bella e importante rivista della Nachlassverwaltung – nei quali tale saggio era stato pubblicato. Le telefonai, e lei mi dette appuntamento al Lascito, e da lì iniziò la nostra amicizia, e per me un percorso interiore molto particolare.

Sin dalle mie prime visite a Dornach, nel 1979 e nel 1980, mi ero procurato i primi volumi, curati da Hella Wiesberger, che all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, avevano cominciato ad essere riuniti sotto la per me molto eloquente denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Io già possedevo, sin dal 1972, il primo volume ‘Anweisungen für eine esoterische Schulung’, ‘Indicazioni per una Suola Esoterica’, GA-245, pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag, la casa editrice del Lascito, per la prima volta nel 1968, perché mi era stato donato a Firenze dalla cara amica Ilse Küchel, anziana ed energica antroposofa, che da molti decenni viveva nella mia città, e che ricordo sempre con profondo affetto e gratitudine. Quello che trovai in quei miei primi viaggi a Dornach fu di Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule. Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, ossia La leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica dei misteri passati e futuri dell’evoluzione dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906, Dornach, Rudolf Steiner Verlag, 1979, GA-93, testo parzialmente tradotto e pubblicato in italiano. Mi innamorai sùbito di quel libro, ed è da esso che traggo le ‘lezioni esoteriche’ che, da me tradotte, appariranno progressivamente su questo temerario blog.

Quanto al contenuto del libro così scrive, a p. 15 della terza edizione del medesimo, Hella Wieberger nelle sue Osservazioni preliminali dell’Editore:

«Le conferenze (Vorträge) riunite nel presente volume, per il loro contenuto, sono in realtà da ascriversi al patrimonio d’insegnamento (Lehrgut) della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Giacché con esse doveva essere compiuta la preparazione alla forma di lavoro esoterico, coltivata in essa a partire dal 1906 [sc. nella seconda e terza Classe della Mystica Aeterna]».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge sind ihrem Inhalte nach eigentlich dem Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule zuzurechnen. Denn es sollte mit ihnen auf eine darin von 1906 an gepflegte Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden.

Ma già nel corrispondente paragrafo, contenuto nella prima edizione del 1979, sempre a p. 15, Hella Wiesberger aveva – sia pure accennandovi più scarnamente – fatto presente che:

«Le conferenze raccolte nel presente volume appartengono per loro natura al patrimonio d’insegnamento della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in quanto attraverso esse doveva essere preparata una certa forma di lavoro esoterico».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge gehören zum Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule, als durch sie eine gewisse Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden sollte.

Che la cosa stesse in questi termini è dimostrato da quanto già avevo scritto nel mio precedente studio, là dove dicevo che: «nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma […] era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicrucianaseconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. ». Il primo di quei testi dattiloscritti, recanti l’annotazione a matita di Giovanni Colazza, fa parte del libro curato da Hella Wiesberger, ed apparirà quanto prima sulle telematiche pagine di Ecoantroposofia.

Nel proseguo della sua introduzione, Hella Wiesberger, alle pp. 15-16, chiarisce:

«I contenuti più essenziali del patrimonio d’insegnamento della prima Sezione [sc. ossia della prima Classe della Scuola Esoterica] sono già pubblicati nel volume «Indicazioni per una Scuola Esoterica – Dai contenuti della Scuola Esoterica» (Bibl.Nr. 245).

La seconda e terza Sezione [sc. la ‘Mystica Aeterna’] furono preparate attraverso la spiegazione del contenuto esoterico del linguaggio immaginativo di miti, saghe e leggende. In modo particolare con la Leggenda del Tempio e la Leggenda del legno della Croce, da Rudolf Steiner per lo più chiamata Leggenda Aurea, doveva essere creata una base per la coltivazione di un certo simbolismo cultico. Ogni elemento cultico, «ma non solo l’elemento cultico esteriore, bensì la comprensione del mondo in immagini», il meditare in immagini soltanto può condurre alla conoscenza di sé e del mondo. […]

Poiché le immagini della Leggenda del Tempio e della Leggenda Aurea formano una componente integrante della Sezione cultico-simbolica, le qui presenti conferenze sono dedicate particolarmente alla loro interpretazione. Rudolf Steiner considerava, il rendere dapprima concepibile il contenuto esoterico alla comprensione ideale, come un presupposto necessario alla coscienza del presente ai fini dell’operare mediante immagini, in modo peculiare mediante il simbolismo. Ciò esige il sentiero iniziatico rosicruciano da lui insegnato, il cui primo gradino è lo studio, mentre solo il secondo è il pensare immaginativo».

In questa seconda parte del presente studio, verrà presentata una ‘conferenza’, o meglio una ‘lezione esoterica’, da me tradotta il più letteralmente possibile, evitando abbellimenti di qualsiasi tipo, per tema di tradirne anche minimamente il contenuto sacrale. Si tratta della seconda pièce del libro curato da Hella Wieberger, pp. 33-41 del testo tedesco, quella del 10 giugno 1904, intitolata L’opposizione di Caino e Abele. Per la maggior comprensione della medesima, la faccio precedere da un ampio stralcio della ‘lezione’ precedente, quella del 23 maggio 1904,  che si trova alle pp. 21-32 del testo tedesco, dal titolo Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano. Ne seguiranno altre. In queste comunicazioni, Rudolf Steiner adoperava ancora la terminologia teosofica – sia pure usata in modo diverso e per contenuti ben diversi da quelli della ‘teosofia’ anglo-indiana di Adyar. Inizialmente, fu per lui un passo obbligato adoperare quella terminologia, che pure gli stava stretta, per farsi capire dai suoi ascoltatori, ma appena poté la abbondonò, senza mai più riesumarla. Tuttavia il lettore non troverà eccessiva difficoltà a trasporre i termini teosofici in quelli specificamente antroposofici.

Nell’inoltrarsi nei contenuti sacrali esposti da Rudolf Steiner, il candido lettore che vorrà  studiarli – secondo il metodo ‘rosicruciano’ di studiare – andando avanti, vedrà sempre meglio come tali contenuti abbiamo tutti una segreta, profondissima, correlazione, sempre più evidente nel procedere del presente studio, col tema del Graal, preannunciato nella parte introduttiva che ho premessa al presente studio. È la ‘Via’ che mena alla ‘Eccelsa Mèta’, come la chiama il Buddha Shakyamuni, attraverso la fattiva conquista e la concreta realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Naturalmente il volenteroso lettore dovrà avere la pazienza di seguire interamente il discorso dispiegato nel presente studio, e attenderne il completamento.

Mi si dirà che una tale ‘Via’ è estremamente difficile, addirittura ‘eroica’, e non si affermerebbe altro che il vero. Ma estremamente difficili sono anche i tempi drammatici nei quali viviamo. Comunque, voglia il benevolo lettore ben meditare queste parole che Baruch Spinosa scrisse in chiusura della sua Etica, dimostrata con metodo geometrico, che trascrivo nella edizione tradotta da Emilia Giancotti, e pubblicata da Editori Riuniti, Roma, 2004, p. 318:

«La via che ho mostrato condurre a questo [sc. alla conoscenza intuitiva, o terzo genere di conoscenza, mediante il quale si contemplano il mondo e gli esseri sub specie aeternitatis, e alla beatitudine], pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

Ma ecco i due testi correlati al tema che ci interessa.

Stralcio da Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano.

Berlino, 23 maggio 1904.  

«Vorrei dire su questo argomento qualcosa soltanto in maniera indicativa, nel senso della teosofia. Ivi siamo condotti a qualcosa che è profondamente legato all’evoluzione dell’umanità nella quinta razza radicale. In effetti, l’uomo ha appunto preso la forma che riveste oggi nella terza razza radicale all’epoca dell’antica Lemuria, egli ha continuato a trasformarsi durante il suo passaggio attraverso la quarta razza radicale, l’epoca dell’antica Atlantide, e con il risultato di questa evoluzione, egli è entrato nella quinta razza radicale. Chi ha ascoltato le mie conferenze sull’Atlantide ricorderà che ancora tra i Greci vi era un vivo ricordo di quell’epoca.

Per orientarci meglio, dobbiamo gettare un breve sguardo su due correnti presenti nella nostra quinta razza radicale che costituiscono forze nascoste e viventi negli animi e che si combattono in molteplici modi: una corrente si esprime nella maniera più pura e più chiara in quella che chiamiamo la visione del mondo dell’Egitto, dell’India e dell’Europa meridionale. Tutto l’ebraismo successivo ed anche il cristianesimo ne contengono qualcosa. Ma d’altro lato, ciò si è mescolato nella nostra Europa all’altra corrente che vive nella visione del mondo che troviamo nell’antica Persia e che possiamo ritrovare nella regione che si estende ad Occidente della Persia sin presso i Germani – ma non bisogna allora ascoltare quello che ci dicono gli antropologi e gli etimologisti, bensì dobbiamo penetrare più nel profondo nella cosa. 

Di queste due correnti vorrei affermare che esse sono la manifestazione di due importanti, di due grandi intuizioni spirituali che ne costituiscono il fondamento. L’una è sorta nella sua forma più pura presso gli antichissimi Rishi. Essi hanno avuto l’intuizione di Esseri di una natura superiore che si chiamano Deva. Chi è passato attraverso un discepolato occulto, chi è in grado di investigare in questo campo sa chi sono i Deva. Queste sono Entità puramente spirituali, che vivono nello spazio astrale e in quello mentale, hanno una duplice natura, mentre gli uomini hanno una natura triplice. Giacché l’uomo consiste di corpo anima e spirito. La natura dei Deva invece consiste – nella misura in cui noi possiamo seguirla – soltanto di anima e di spirito. Essa può avere ancora altri arti, ma non possiamo penetrare questi medesimi con il discepolato occulto. Un Deva ha lo Spirito in maniera immediata nella sua interiorità. Il Deva è uno spirito dotato di anima. Ciò che voi non potete vedere in un uomo, ovverossia le brame, gli istinti, le passioni e i desideri, che vivono in lui, ma che per colui che ha dischiuso il suo senso spirituale, sono percepibili come manifestazioni di luce, queste forze animiche, questo corpo animico dell’uomo, che per l’uomo è la sua interiorità, e che viene portato dal nostro corpo fisico, questo corpo animico è il corpo inferiore dei Deva. Noi lo possiamo considerare come il loro corpo. L’intuizione indiana si rivolse di preferenza a questi Deva. L’Indiano vede questi Deva ovunque. Egli li vede come forze creatrici, quando guarda dietro le quinte dei nostri fenomeni del mondo. Questa intuizione sta alla base della visione del mondo della fascia meridionale. Nella visione del mondo dell’Egitto essa viene ad espressione in maniera grandiosa e potente.

L’altra intuizione sta alla base dell’antica mistica persiana e conduceva alla venerazione di Entità, le quali pure sono di duplice natura: gli Asura. Anch’essi hanno quel che chiamiamo anima, ma hanno formato in maniera grandiosa, titanica, il corpo fisico, che racchiude un organo animico. La visione indiana del mondo, che sta salda nella venerazione dei Deva, considera questi Asura come un qualcosa di subordinato, mentre coloro che si riconoscevano nella visione del mondo della fascia settentrionale, aderivano maggiormente agli Asura, alla natura fisica. Perciò anche qui si è formato specialmente l’impulso a dominare in maniera materiale il mondo delle manifestazioni sensibili, a dominare il mondo della realtà attraverso il perfezionamento della tecnica, che giunge sin al suo punto più alto, attraverso le arti fisiche e simili. Oggi non ci sono più uomini che si attengono alla venerazione degli Asura; ma tra noi ce ne sono molti che hanno ancora in se stessi qualcosa di questa natura. Da qui muove l’attrazione verso il lato materiale della vita e questo è il tratto fondamentale della visione del mondo della fascia nordica. Chi professa principi puramente materialistici, può essere sicuro di avere qualcosa nella sua natura che proviene da questi Asura.

All’interno dei seguaci degli Asura si sviluppò allora un peculiare sentimento fondamentale. Esso sorse dapprima nella vita spirituale persiana. I Persiani sperimentavano una sorta di paura di fronte ai Deva. Essi sperimentavano paura, timore, orrore di fronte a ciò che è puramente animico-spirituale. Questo causò il fatto che oggi scorgiamo la grande contrapposizione tra la visione [del mondo] persiana e quella indiana. Nella visione del mondo persiana veniva spesso adorato  precisamente quel che la corrente indiana considerava come malvagio, come qualcosa di inferiore, e si evitava assolutamente ciò che per gli Indiani era degno di venerazione. All’interno del sentimento cosmico persiano sorse altresì questo peculiare sentimento fondamentale, di fronte ad a entità che  in realtà ha la natura dei Deva, ma che all’interno di questa visione del mondo viene fuggita, viene temuta. In breve, è l’immagine di Satana, che appare in questa visione del mondo. Lucifero, questo essere animico-spirituale, diventa un essere che riempie di orrore. In ciò dobbiamo cercare l’origine di ciò che esiste quale credenza nel diavolo. Questo sentimento fondamentale è trapassato nella moderna visione del mondo. Specialmente nel Medioevo il diavolo divenne una figura temuta ed evitata. Lucifero divenne dunque una figura letteralmente evitata.

A questo proposito riceviamo chiarimenti nel manoscritto citato. Se nel senso di questo stesso manoscritto seguiamo il corso dell’evoluzione cosmica, troviamo che alla metà della terza razza, della razza lemurica, gli esseri umani si sono rivestiti di sostanza fisica. Allorché i teosofi credono che la reincarnazione non abbia né inizio né fine, è una rappresentazione errata. La reincarnazione è iniziata nell’epoca lemurica e cesserà pure nuovamente all’inizio della sesta razza. È soltanto un determinato intervallo di tempo nell’evoluzione terrestre, quello all’interno del quale l’uomo si reincarna. Precedentemente vi era una condizione estremamente spirituale che non rendeva necessaria alcuna reincarnazione, e nuovamente seguirà una condizione spirituale, la quale pure non necessiterà di alcuna reincarnazione.

L’incarnazione originaria nella terza razza consisté nel fatto che per così dire il verginale spirito umano, Atma-Buddhi-Manas,  ricercò la sua prima incorporazione fisica. Allora l’evoluzione fisica della nostra Terra non poteva essere ancora così sufficientemente progredita rispetto alle entità animali, l’intera entità umano-animale non poteva allora essere così pronta, al punto di poter accogliere in se stessa lo spirito umano. Ma una parte, un certo gruppo di entità animali era già sufficientemente evoluto, cosicché il seme dello spirito umano potesse immergersi in questi corpi animali, in modo da poter dare la forma ai corpi umani.

Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io.

La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva una certa timidezza – la Genesi chiama questa posteriore incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura è discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello spirito luciferico, dello spirito del Deva nell’umanità, che volle discendere per svilupparsi a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.

Allora l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere quel che egli avrebbe dovuto raggiungere, attraverso arti e forze magiche, attraverso quel che gli giungeva autonomamente a partire dalla chiara coscienza della libertà. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e così via. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che anela nella libertà per la civiltà  attraverso le lotte. Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri eleusini. Colui che discende nel mondo inferiore, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non ha ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza chiara. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene. Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente: attraverso movimenti tali, dei quali il movimento teosofico è uno, onde l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà.

Troviamo indicato con precisione nel Vangelo, nel Nuovo Testamento, il momento nel quale dobbiamo cogliere l’istante del fluire della vita spirituale nell’umanità autocosciente. Nel Vangelo più profondo, che viene oggi misconosciuto dalla teologia, nel Vangelo di Giovanni, viene indicato questo momento laddove viene raccontato che Gesù si reca alla Festa dei Tabernacoli. Il fondatore del Cristianesimo ivi parla del fatto di riversare la vita spirituale sull’umanità. È un passaggio stupefacente. La Festa dei Tabernacoli consisteva nel fatto di andare ad una sorgente dalla quale sgorgava l’acqua. Allora si svolgeva una festa che indicava come l’uomo debba nuovamente riflettere allo Spirituale, alla natura di Deva e all’anelito spirituale. L’acqua che ivi veniva attinta era una rimembranza dell’elemento animico-spirituale. Dopo ripetuti rifiuti, Gesù va però ugualmente alla Festa. E nell’ultimo giorno della Festa accade quanto segue (Giov. 7, 37): Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa, Gesù, stando in piè, esclamò: «Se alcuno ha sete, venga a me e beva ». Coloro che bevevano festeggiavano una festa della rimembranza della vita spirituale. Tuttavia Gesù ricollega ancora qualcos’altro con ciò e Giovanni vi accenna con le parole: «Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che crederebbero in lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato ».

Qui viene ora accennato al mistero della Pentecoste, accennato al fatto che l’umanità deve aspettare lo Spirito Santo della vita spirituale. Allorché verrà raggiunto il momento in cui l’uomo potrà accendere in sé stesso la scintilla della vita spirituale, allorché la natura fisiologica dell’uomo potrà ricercare, a partire di se stessa, l’ascesa, allora lo Spirito Santo discenderà sugli uomini, il tempo del risveglio spirituale.

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata, cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io rispetto a questa vita fisiologica.

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva, che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sperimentare il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura».

Così soltanto in rapporto con il mistero della Pentecoste il mistero della Pasqua rappresenta una totalità: allora l’Io umano nel Grande Rappresentante si spoglia del vivente io inferiore; esso muore per trasfigurare completamente la natura fisica e riportarla nuovamente alle Potenze Divine. Il simbolo per ciò è l’Ascensione. Allorché l’essere umano ha trasfigurato questo corpo fisico, lo ha ricondotto allo Spirituale, egli è maturo perché la vita spirituale si riversi in lui  e sperimenterà, quel che secondo la dichiarazione del Grande Rappresentante dell’Umanità viene chiamato la «discesa dello Spirito Santo».  Per cui vien detto pure: «Tre sono quelli che testimoniano sopra la terra: lo Spirito, e l’acqua, e il sangue». La festa di Pentecoste è il riversarsi – la discesa – dello Spirito nell’umanità.

La più grande mèta dell’evoluzione viene espressa nella festa di Pentecoste, ovverossia l’uomo a partire dalla vita intellettuale deve di nuovo penetrare nella vita spirituale. Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e consideravano i Deva come qualcosa di satanico, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico. 

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libero è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque l’avversario di Prometeo – [sc. il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo.

Vediamo così come gli uomini vivano in due [diverse] correnti. Gli uni sono coloro se si attengono saldamente al sentimento della libertà e – malgrado che sia pericoloso sviluppare lo Spirituale – tuttavia lo ricercano in libertà. Gli altri sono coloro che trovano la loro soddisfazione attraverso una torpido vivere e una fede cieca e fiutano qualcosa di pericoloso nell’aspirazione luciferica alla libertà. Coloro che hanno fondato le forme [esteriori] della Chiesa hanno snaturato/distorto la più profonda aspirazione luciferica. Gli antichissimi insegnamenti in proposito si trovano in manoscritti segreti, in luoghi nascosti che quasi nessuno ha mai veduto. Essi sono accessibili ad alcuni pochi che sono capaci di vederli nella luce astrale, ed altrimenti ad alcuni Iniziati. È certamente una via pericolosa, ma è l’unica che conduca alla sublime mèta della libertà.

Lo Spirito dell’uomo deve essere uno spirito liberato, non uno spirito torpido. Anche il Cristianesimo vuole ciò. Salute, sanare sono [parole] in relazione a santo. Uno Spirito che è santo, che risana, che libera dalle sofferenze e dalle piaghe. Sano e libero è l’uomo, allorché egli è strappato dalla schiavitù causata dall’elemento fisiologico, quando egli è liberato dall’elemento fisiologico. Giacché solo lo Spirito liberato è lo spirito sano, il cui corpo nessuna aquile può più rodere.  

Così la festa di Pentecoste deve essere compresa come un simbolo della liberazione dello spirito umano, come il simbolo della grande lotta dello spirito umano per la libertà, per una coscienza nella libertà.

Se la festa di Pasqua è una festa di Resurrezione nella Natura, allora la festa della Pentecoste è un simbolo per il divenir cosciente dello spirito umano, la festa di coloro che sanno e conoscono e – compenetrati da ciò – cercano la libertà.

Nell’epoca moderna quei movimenti spirituali che conducono alla percezione del Mondo Spirituale nella chiara coscienza diurna – non in trance, non in uno stato ipnotico – sono quelli che guidano alla conoscenza di un tale importante simbolo. La chiara coscienza, che unicamente lo Spirito libera, è quella che ci riunisce nella Società Teosofica. Non soltanto la parola, bensì lo Spirito le dà il suo significato. Lo Spirito che emana dai grandi Maestri, che si riversa da quei pochi che possono dire: Io so che vi sono i grandi Adepti, che sono i Fondatori del movimento spirituale, non della Società, che si riversa nella nostra civiltà del presente e le dà l’impulso per il futuro.

Se farete nuovamente fluire una scintilla di comprensione per questo Spirito Santo nell’incompresa festa della Pentecoste, allora essa verrà vivificata e riceverà nuovamente significato. Noi dobbiamo vivere in un mondo ricolmo di significato. Colui che celebra le feste spensieratamente, le celebra da seguace di Epimeteo. L’uomo deve vedere che cosa ci congiunge a quel che è intorno a noi, e anche a quel che nella Natura è invisibile. Noi dobbiamo sapere dove stiamo. Giacché noi uomini siamo destinati non ad un sognante, dimezzato, torpido  vivere, bensì siamo destinati ad un libero, pienamente cosciente, dispiegamento della nostra entità».

«L’opposizione di Caino e Abele

Berlino, 10 giugno 1904

Già l’ultima volta ho accennato al fatto che nella storia di Caino e Abele si cela una intera somma di misteri occulti. Oggi voglio accennare a qualcosa, ma vorrei subito prima sottolineare come il rapporto tra Caino e Abele – certamente inteso nella sua profondità – sia un’allegoria per misteri straordinariamente profondi e che noi saremo in grado, partendo dalle premesse che abbiamo, di conoscerne qualcosa.  

Se seguiamo i cinque libri [sc. il Pentateuco] di Mosè, troveremo in essi qualcosa che accenna direttamente all’evoluzione dell’umanità a partire dall’epoca lemurica. Il racconto, per esempio, di Adamo ed Eva e dei loro discendenti non è qualcosa da prendere in maniera semplice e ingenua. Prego perciò di considerare che in particolare nei cinque libri di Mosè, in Enoch, nei Salmi, e in alcuni altri importanti capitoli del Vangelo, nella Lettera agli Ebrei, in alcune Lettere di Paolo e nell’Apocalisse, abbiamo assolutamente a che fare con scritti di Iniziati, cosicché in questi scritti dobbiamo ricercare un nucleo occulto. Ovunque nelle scuole occulte si parla di questo nucleo. Chi non legga spensieratamente la Bibbia – spensieratamente in senso superiore – sarà colpito da alcune cose. E vorrei che voi poniate attenzione su qualcosa, che può essere molto facilmente trascurato, ma che deve essere semplicemente letto alla lettera, per scorgere che qui nulla vi si trova invano, e che nella Bibbia facilmente nella lettura può venire sorvolato qualcosa.

Prendete il primo versetto nel quinto capitolo del primo libro [sc. la Genesi] di Mosè: «Questo è il libro della posterità d’Adamo. Nel giorno che Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio; li creò maschio e femmina, li benedisse e dette loro il nome di ‘uomo’, nel giorno che furon creati. Adamo visse centotrent’anni, generò un figliuolo, a sua somiglianza, conforme alla sua immagine, e gli pose nome Seth».

Si deve leggere alla lettera. Adamo stesso viene chiamato semplicemente un uomo. Maschi-femmine li creò; non ancora sessuati, asessuati. E come li creò? A somiglianza di Dio.

E inoltre nel secondo versetto: «Dopo così e così molti anni» – ci si devono rappresentare lunghi periodi di tempo – «Adamo generò un figliolo, Seth, a sua immagine». All’inizio dell’epoca adamitica abbiamo gli uomini a immagine di Dio, alla fine dell’epoca adamitica, ad immagine di Adamo, ad immagine umana. Prima l’uomo era creato secondo l’immagine di Dio. In seguito egli fu immagine di Adamo.  

Abbiamo dunque all’inizio uomini che sono uguali l’uno all’altro, e tutti sono creati ad immagine della Divinità. Essi si riproducevano per via asessuata. Dobbiamo chiarirci il fatto che essi hanno ancora tutti la medesima forma, come l’avevano sin dall’origine, cosicché il figlio assomiglia al padre e il nipote di nuovo assomiglia al figlio. Che cosa fa sì che gli uomini si trasformino, si differenzino?  Mediante cosa diventano diversi? Attraverso il fatto che due esseri partecipino alla riproduzione. Il figlio o la figlia, assomigliano da un lato al padre, dall’altro alla madre.

Immaginate dunque ora ad una razza originaria simile agli Dèi, ed essi non si riproducevano per il fatto che erano sessuati, bensì asessuati: il discendente assomiglia sempre alla generazione precedente. Non insorge alcuna mescolanza. La differenziazione sorge solo allorché giunge l’epoca di Seth. Ma tra l’epoca di Adamo e quella di Seth accade qualcos’altro. Ovverossia, prima che abbia luogo il passaggio da Adamo a Seth, vengono generati due esseri, che di nuovo sono due importanti rappresentanti: Caino e Abele. Essi stanno in mezzo, sono prodotti di passaggio. Essi non nascono ancora nell’epoca nella quale fu espressamente presente il carattere della riproduzione sessuale. Possiamo dedurre ciò da quel che significano «Abele» e «Caino». «Abele» in greco significa «Pneuma» e in italiano «Spirito», e se ne prendiamo il significato sessuale, questo ha un deciso carattere femminile. «Caino» invece significa quasi letteralmente «il Maschile», cosicché in Caino e Abele si contrappongono l’elemento maschile e quello femminile. Non ancora nel campo puramente organico: su un piano superiore, spirituale, essi tendono alla differenziazione.  

Ora vi prego di mantenere chiaro questo. Originariamente l’umanità era maschile-femminile. In seguito essa venne divisa nel sesso maschile e in quello femminile. L’elemento maschile, materiale, lo abbiamo in Caino, quello femminile, spirituale, in Abele-Seth. La differenziazione ha avuto luogo. Questo viene simboleggiato nelle parole: Caino era un coltivatore del suolo e Abele un pastore (Genesi, 4, 2).

«Suolo»  significa nelle antichissime lingue sia il piano fisico che i tre stati di aggregazione del piano fisico: la terra solida, l’acqua e l’aria. «Caino divenne un coltivatore dei campi», significa nel suo significato più antico: egli imparò a vivere sul piano fisico, egli divenne uomo sul piano fisico. Questo era il carattere dell’elemento maschile. Esso consistette nel fatto che egli era forte  e vigoroso, per coltivare la zolla del piano fisico, e poi ritornare dal piano fisico ai piani superiori.

«Abele era un pastore». In quanto pastore, egli prende la vita così come ad uno la porge il Creatore. Non si elaborano le greggi, bensì le si custodiscono semplicemente. Per il fatto di essere il rappresentante di quella stirpe che non giunge allo Spirito mediante l’intelletto operante in maniera autonoma, bensì accoglie lo Spirito come una rivelazione dalla stessa Divinità, egli meramente lo custodisce. Il custode del gregge, il guardiano di quel che è trapiantato sulla Terra, è Abele. Colui che ha elaborato lui stesso qualcosa è Caino. Caino pone le basi del suonare la cetra e delle altre arti (Genesi, 4, 21, 22).

Ed ecco ora l’opposizione, nella maniera di come essi si comportano nei confronti della Divinità. Abele riceve lo spirituale ed offre come sacrificio il meglio, il più elevato frutto dello Spirito. Dio  volge evidentemente  con compiacimento – perché è proprio quel che egli stesso ha impiantato sulla Terra – il suo sguardo al suo sacrificio. Caino ha pretesa di qualcos’altro. Egli vuole volgersi alla Divinità con i prodotti del suo intelletto. Questo è qualcosa che è del tutto estraneo alla Divinità, qualcosa che l’uomo si è conquistato nella sua libertà.  

Caino è l’uomo anelante alle Arti e alle Scienze. Dapprima ciò non ha alcuna affinità con la Divinità. Con ciò viene espresso una profonda verità. Chi abbia esperienza nell’Occulto, sa che le Arti e le Scienze, malgrado abbiano reso gli uomini liberi, non furono ciò che ha condotto gli uomini allo Spirituale; esse furono precisamente ciò che ha allontanato gli uomini dall’autentico Spirituale. Le arti sono un qualcosa che è cresciuto sul terreno, sul suolo proprio dell’uomo, sul piano fisico. Ciò non può essere a tutta prima gradito alla Divinità. Da qui sorge l’opposizione, tra il «fumo», lo Spirito, che Dio stesso ha piantato nella Terra, di Abele che s’innalza alla Divinità, e l’altro il  «fumo» di Caino, che rimane sulla Terra. L’elemento autonomo rimane sulla Terra, come il fumo di Caino.

Questa è anche l’opposizione tra l’elemento femminile e quello maschile. È femminile ciò che è ispirato da ciò che viene fecondato in maniera immediata dalla Divinità. Pneuma viene raggiunto attraverso il concepimento. Quel che Caino ha da dare, è lavoro umano sul piano fisico stesso. Questa è l’opposizione tra lo Spirito femminile e quello maschile. Ambedue stanno originariamente l’uno di fronte all’altro.

Ogni uomo è non solo fisicamente, ma anche spiritualmente al tempo stesso uomo e donna; egli è spirito concepente, spirito che si lascia ispirare, e al tempo stesso l’elemento intellettuale che elabora, combina, l’elemento ispirato. Ora ciò si separò – abbiamo bisogno di scorgere nell’elemento femminile e in quello maschile d’ora in poi solo un simbolo – ora il principio dell’ispirazione passò in coloro che erano nella condizione di Abele, su coloro che rimanevano pastori e sacerdoti. Sugli altri non passò il principio di ispirazione; essi divennero gli scienziati e gli artisti vòlti all’elemento mondano, e si limitarono puramente al piano fisico.

Ciò non avrebbe potuto aver luogo senza che anche nell’uomo non avesse luogo una modificazione. Quando l’essere umano era ancora maschio-femmina non gli sarebbe stato possibile causare una separazione tra Sapienza spirituale e Scienza intellettuale. Solo attraverso il fatto che l’essere umano venne definitivamente separato in due sessi, solo attraverso il fatto che l’umanità venne divisa attraverso la sessualità, il cervello fu portato al punto di poter agire. Il cervello divenne maschile, l’entità più profonda divenne l’elemento femminile. L’essere umano può produrre solo all’interno della sua natura fisica. In essa egli produce qualcosa, ossia dei discendenti. Ma uno spirito, nella misura in cui sia nel cervello, è maschile e produttivamente limitato al piano fisico. In Caino e Abele abbiamo una raffigurazione rappresentativa.

Ora per il fatto che è insorta questa scissione, è accaduto che nella riproduzione del genere umano i discendenti non assomigliarono più semplicemente agli antenati come tali, bensì si differenziarono. Io vi prego di tenerlo presente. Tanta maggiore importanza ha l’elemento sessuale, tanto in maniera maggior insorge la differenziazione. Se avessimo davanti a noi pura riproduzione asessuale, allora le generazioni successive apparirebbero simili alle precedenti. Non avrebbe luogo una differenza nel corso dei tempi. La differenza sorge per il fatto che ha luogo mescolanza. E attraverso che cosa fu resa possibile questa mescolanza?  Attraverso il fatto che l’elemento maschile si è dedicato al piano fisico. Caino fu colui che coltivò e trasformò il suolo. Questa differenza esteriore delle generazioni non sarebbe entrata nell’umanità, se una parte degli esseri umani non fosse discesa sino al piano fisico. Allora non fu più come in precedenza, allorché la riproduzione era discesa dai piani superiori. Venne ora intessuto un qualcosa nell’uomo per il fatto che egli trasse qualcosa dalla fisicità. Ora egli diviene una immagine di quel che egli ha acquisito sul piano fisico, e che l’essere umano porta sui piani superiori. L’elemento fisico è il segno di Caino. Il piano fisico, nella sua azione sull’essere umano, è impresso su di lui come segno di Caino.

Ora l’uomo è completamente congiunto alla Terra, cosicché vi è una opposizione tra Caino e Abele, un’opposizione tra il Figlio degli Dèi e il Figlio del piano fisico, ove i figli di Abele-Seth rappresentano i Figli degli Dèi, e i Figli di Caino, i figli del piano fisico.

Ora comprenderete come l’evento di Caino e Abele si collochi tra Adamo e Seth. Qui un nuovo principio è entrato nell’essere umano, il principio dell’ereditarietà, il peccato originale, della dissomiglianza rispetto alla generazione precedente.

Ma i figli degli Dèi sono rimasti. Non tutti gli Abeli sono stati eliminati dal mondo. Ed ora vediamo quel che è venuto sulla Terra, per il fatto che Caino alla domanda: «Dov’è tuo fratello Abele?», risponde: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?» – Prima un essere umano non avrebbe mai detto ciò. Dice ciò unicamente un intelletto che, per così dire, reagisce acusticamente allo Spirituale. Ora il principio della lotta, il principio dell’opposizione, si mescola al principio dell’amore; ora è nato l’egoismo: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?».  

Gli Abeli che sono rimasti, che erano i Figli degli Dèi, rimasero affini al Divino. Ma essi ora devono guardarsi dall’entrare nel terrestre. E con ciò iniziò il principio, che divenne principio dell’ascesi, per colui che si è consacrato al Divino. Diviene un peccato, s’egli si congiunge con coloro che si sono consacrati alla Terra. È un peccato, quando «i Figli degli Dèi trovano diletto nelle Figlie degli Uomini della stirpe di Caino».

Ne scaturì una stirpe, che generalmente nei libri pubblici dell’Antico Testamento non viene una volta menzionata, bensì solo accennata: una razza che per occhi fisici non è percepibile. Nella lingua occulta essa viene chiamata dei «Rakshasa» ed è simile agli «Asura» degli Indiani. Sono esseri diabolici, che erano realmente presenti ed agivano seducendo gli esseri umani, in maniera tale che lo stesso genere umano precipitasse. Questa «avventura» dei Figli degli Dèi con le Figlie degli Uomini dette luogo ad una razza che divenne particolarmente tentatrice per la quarta sottorazza degli Atlantidei, i Turani, e condusse alla rovina del genere umano. Qualcosa [sc. del genere umano] venne salvato nel nuovo mondo. Il Diluvio è l’inondazione che ha annientato Atlantide. Gli esseri umani, che erano stati sedotti dai Rakshasa, erano a poco a poco scomparsi.

Ora devo dire qualcosa che vi apparirà molto singolare, ma che è infinitamente importante sapere, quel che è di una importanza tutta particolare e fu per il mondo esterno un segreto occulto per molti secoli, e per l’intelletto della maggior parte apparirà incredibile, ma che tuttavia è vero. Io posso darvi l’assicurazione, che ogni occultista se ne è spesso convinto, investigando in quella che chiamiamo Cronaca dell’Akasha, che la cosa stia così. Ma la cosa sta così.

Questi Rakshasa sono presenti, sono stati realmente presenti – agenti, attivi – come seduttori dell’uomo. Essi hanno agito sulle passioni umane sino al momento in cui in Gesù di Nazareth si incarnò il Christo e in una corporeità il principio buddhico stesso è stato presente sulla Terra. Ora potete crederci o no: ciò ha una importanza cosmica, ha una importanza che sorpassa il piano terreno. La Bibbia lo dichiara non senza ragione: il Christo è disceso agli Inferi. – Non essendoci più lì esseri umani, Egli ebbe a che fare con esseri spirituali. Le entità dei Rakshasa caddero attraverso ciò in uno stato di paralisi e di letargia. Essi furono tenuti per così dire imbrigliati cosicché divennero immobili. Essi poterono divenire così, perché una azione venne esercitata contro di loro da due lati. Ciò non sarebbe stato possibile se in Gesù di Nazareth non fossero state congiunte due nature: da un lato quella dell’antico Chela che era interamente congiunto con il piano fisico, che poteva pure agire sul piano fisico e attraverso le sue forze poteva tenerlo in equilibrio, e dall’altro il Christo stesso, un puro essere spirituale. Questo è il problema cosmico, che il Cristianesimo pone a fondamento. Qualcosa avvenne allora sul piano occulto; fu il bando dei nemici dell’umanità, riecheggiante nella saga dell’Anticristo, che venne incatenato, ma che di nuovo apparirà, se il principio cristico non gli andrà di nuovo incontro nella sua originarietà.

L’occultismo del Medioevo, tutto intero, tese al fatto di non permettere all’azione dei Rakshasa di risorgere. Coloro i quali possono vedere sui piani superiori, hanno già da lungo tempo previsto, che il momento, nel quale ciò può accadere, può presentarsi alla fine del XIX secolo, alla svolta tra il XIX e il XX secolo. Nostradamus, che operava in una torre a cielo aperto, che portò pure aiuto durante la  peste, era in grado di predire il futuro. Egli scrisse una quantità di versi profetici ove potete leggere la guerra del 1870 e qualcosa su Maria Antonietta come profezie già adempiute. In queste Centurie di Nostradamus vi è pure quanto segue (Centuria 10, 15): Quando il XIX secolo sarà alla fine, apparirà dall’Asia uno dei Fratelli di Ermete e nuovamente riunirà l’umanità. – La Società Teosofica non è altro che il compimento di questa profezia di Nostradamus, l’opposizione contro i Rakshasa e il riedificare i Misteri originari è l’aspirazione della Società Teosofica.

Voi sapete che il Christo Gesù dopo la morte è rimasto ancora dieci anni sulla Terra. La «Pistis Sophia» contiene gli insegnamenti teosofici più profondi, essa è molto più profonda del «Buddhismo Esoterico» di Sinnet. Gesù si è reincarnato sempre di nuovo. Gli spetta il compito di vivificare nuovamente il principio dei Misteri. Dietro a ciò non vi è un fatto storico culturale o fisico, bensì il fatto che io vi ho esposto come fatto ben conosciuto dagli occultisti: la lotta contro i Rakshasa. Vedete, qui vi è celato un grande, importante, segreto occulto.

Ora voi potete domandarmi: perché ciò viene detto in forma allegorica e non in linguaggio aperto? – Qui devo rendervi attenti al fatto che coloro che erano grandi Istruttori dell’umanità, come Mosè, i grandi Rishi indiani, Ermete, il Christo, si sono posti dal punto di vista del principio della reincarnazione. E questa maniera allegorica di comunicazione ha un suo buon significato. Quando per esempio i sacerdoti druidici raccontavano del «Nebelheim», del «gigante Ymir», e così via, naturalmente non era affatto poesia popolare. I sacerdoti druidici piuttosto sapevano: lo spirito umano, al quale oggi io imprimo le favole, sarà preparato, quando nuovamente si reincarnerà, a comprendere la verità in una forma più perfetta. Tutte queste fiabe sono fatte  col presupposto che lo Spirito si incarni di nuovo, proprio allo scopo di poter poi afferrare in seguito tanto più facilmente la verità. Alla base di queste fiabe non vi è la credenza, bensì la conoscenza, l’esperienza della reincarnazione. Addirittura il rinnegamento della reincarnazione – a partire dal terzo secolo del Cristianesimo – è avvenuto col presupposto della reincarnazione, perché si voleva così far discendere gli esseri umani nel Kama-Manas, all’incirca sino a che tutto lo Spirituale fosse passato attraverso l’incarnazione. Perciò il Cristianesimo per millecinquecento anni non ha avuto alcun sapere circa la reincarnazione. Se volessimo ulteriormente privarci della dottrina della reincarnazione, priveremmo gli esseri umani una seconda volta di questa conoscenza. Ma ciò sarebbe un grande peccato, una colpa nei confronti dell’umanità. Ma il privarsene una volta era ben necessario, perché doveva pure esser resa preziosa l’unica vita tra nascita e morte».   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. PRIMA PARTE: INTRODUZIONE.

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«Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

(Dante, Inf. I, v. 88-90)

Certo che il tema da me scelto è tale che davvero, dantescamente, «fa tremar le vene e i polsi». È indubbio il fatto che, già da tempo, sia iniziata una lotta decisiva nella quale si decidono le sorti dell’uomo. Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, in un ciclo, molto amato da Massimo Scaligero, tradotto in italiano da Fanny Podreider, che amo citare dalla versione dattiloscritta, Il karma della Comunità Solare, tenuto in Olanda ad Arnheim dal 18 al 20 luglio 1924, nella seconda conferenza, quella del 19 luglio, affermò, con severe parole ammonitrici che:

«Tutto quanto la tradizione ci ha dato su Michele deve essere visto di nuovo: ecco Michele che si erge tenendo sotto i suoi piedi il drago. È giusto rivolgere lo sguardo a tale immagine …. a questa immaginazione che ci pone d’innanzi Michele come l’arcangelo combattente, che rappresenta, diventa lo Spirito Cosmico di fronte alle forze arimaniche che tiene soggiogate sotto i suoi piedi.

Ma più che ogni altra lotta, questa lotta è posta nel cuore umano.

Là dentro si svolge tale lotta e vi è ancorata profondamente, a partire dall’ultimo terzo del sec. 19°. Di fronte a tale compito che Michele deve realizzare nel mondo, avrà valore decisivo quello che i cuori umani compiranno nel sec. 20° .

E nel corso di questo 20° sec., quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Juga, l’umanità o si troverà alla fine, alla vera e propria tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quell’epoca in cui nelle anime degli uomini che avranno saputo nei loro cuori unire l’intelligenza alla spiritualità, sarà stata la battaglia di Michele ed essa sarà stata vinta dall’impulso di Michele».

Nella fattispecie, la bestia in questione, come per Dante la lupa, per noi – uomini dell’epoca dell’anima cosciente, ossia dell’epoca che direttamente ci riguarda – è quel drago che Michele incalza, e che ognuno di noi deve vincere dentro di sé. Ma è cosa tutt’altro che semplice, e l’impresa si presenta, al nostro tempo, estremamente ardua. Come per Dante fu necessario trovare un ‘famoso saggio’, Virgilio, che – come rivela Rudolf Steiner – realmente lo guidò nel suo peregrinar attraverso i tre regni, così anche l’uomo attuale può e deve trovare il suo Virgilio, che gli disveli il ‘cammino alto e silvestro’ che dalla ‘selva selvaggia’, dalla sua oscura, pericolosa, e disperata condizione, lo conduca passo passo sull’erto sentiero, che porta infine a contemplar ‘l’Amor che muove il Sole e l’altre stelle’. Per noi, un cotal provvido ‘Virgilio’ è stato – ed è – proprio Rudolf Steiner, ed in Italia abbiamo avuto dal Cielo altresì l’impagabile dono di aver avuto prima un Giovanni Colazza, e poi un Massimo Scaligero, il quale del Maestro dei Nuovi Tempi ci ha mostrata tutta la sovrumana grandezza, e ci hanno donato altresì la chiave aurea prima per entrare nel suo insegnamento, e poi per esservi fedeli: la ‘Via del Pensiero Vivente’

Ora vi è un evento, del quale Rudolf Steiner ci parla in molti punti della sua immensa e generosa Opera, evento che può costituire un saldo inizio per le considerazioni che cercherò di svolgere. E se, nello svolgere le considerazioni di questo difficile studio, farò costante riferimento alla parola di Rudolf Steiner, ciò sarà per voler esser fedele a quella indicazione che, esattamente trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger, mia sapiente mentore e coraggiosa compagna d’armi spirituale, come divisa e principio al quale attenermi costantemente, di ‘ritrarmi’, di ‘fare un passo indietro’, di ‘farmi da parte’, di ‘mich zurückziehen’, per far parlare il più possibile l’Opera stessa di Rudolf Steiner. Per cui, seguendo il principio al quale Giovanni Colazza si attenne rigorosamente,  e tenendo conto del suo alto esempio, a maggior ragione anch’io in questo studio non ci metterò nulla di mio, ossia nulla che Rudolf Steiner stesso non abbia detto. Nelle due conferenze Hinter den Kulissen der äußeren Geschehens, Dietro le quinte degli eventi esteriori, trad. di Silvia Schwarz, tratte dalla GA-178, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, e precisamente nella seconda di tali conferenze, quella tenuta a Zurigo il 13 novembre 1917, così leggiamo alle pp. 36-39:

«In questi anni io mi sono obbligato a ricordare sempre di nuovo ai nostri amici, nelle più diverse città, un evento verificatosi  nell’ultimo terzo del secolo XIX: un evento della massima importanza, del quale tutte le scuole occulte sono al corrente, anche se non sempre sono in grado di parlarne in modo giusto. Vorrei dirne qualcosa anche oggi. Si tratta di questo: a partire dall’anno 1841 ha avuto luogo nelle regioni spirituali una lotta fra certe entità delle alte gerarchie e altre entità, superiori alle prime. Quelle entità (che si sono ribellate fra il 1841 e il 1879) erano state in passato poste al servizio della saggia direzione dell’universo. Anche gli esseri che in certi tempi si ribellano e diventano entità del male, spiriti delle tenebre, in altri tempi sono invece entità benefiche. Sto dunque parlando adesso di entità che fino al 1841 erano state utilizzate da spiriti più elevati di loro, al servizio della saggia direzione cosmica; da quel momento però la loro volontà si contrappose a quella delle entità loro preposte. Queste ultime condussero nel mondo spirituale una lotta importante, una di quelle lotte che si attuano abbastanza di frequente, ma a livelli diversi, per così dire: una lotta che nella leggenda viene raffigurata simbolicamente come la lotta di Michele col drago. Questa lotta terminò nell’autunno del 1879 con la cacciata di certi spiriti delle tenebre dalle regioni spirituali giù in quelle terrestri; da quel momento quegli spiriti delle tenebre agiscono in mezzo agli uomini, penetrando nei loro impulsi di volontà, nei loro orientamenti, nel loro modo di comprendere le cose, e in ogni loro comportamento. Dall’autunno del 1879 certi spiriti delle tenebre sono dunque presenti fra gli uomini; e se gli uomini vogliono comprendere quel che accade sulla Terra, devono imparare a prestare attenzione a quegli spiriti. È perfettamente corretto esprimersi così: il fatto che quelle entità siano state precipitate giù nel 1879, ha liberato il Cielo, ma ne ha riempito la Terra. Da quel tempo la loro sede non è più reperibile in Cielo, ma in Terra.

Per caratterizzare il proposito di quella ribellione avvenuta fra il 1841 e il 1879, debbo dire che quelle entità volevano impedire che potesse discendere nelle anime umane la saggezza spirituale che necessariamente vuole manifestarsi agli uomini a partire dal secolo XX: essi volevano trattenerla nei mondi spirituali, e non lasciarla penetrare nelle anime umane. Che agli uomini si schiudesse, a partire da questo secolo, la comprensione per le conoscenze spirituali, poté essere conseguito solo mediante l’allontanamento spirituale degli spiriti ostacolatori, degli spiriti delle tenebre: solo così possono discendere le conoscenze spirituali destinate agli uomini. Quaggiù però, dove ora gli spiriti delle tenebre si aggirano, essi di nuovo s’incaricano di provocar confusione fra gli uomini; da qui ora vogliono impedire che si stabilisca il giusto rapporto con le verità spirituali, vogliono per così dire privare gli uomini dell’azione salutare delle verità spirituali.

A ciò si può contrapporre solamente la conoscenza esatta, la comprensione corretta di queste cose. Certe confraternite occulte si propongono invece precisamente il contrario: esse vogliono trattenere la sapienza solo nella loro cerchia più ristretta, per poterla poi sfruttare ai loro fini di potenza e noi ci ritroviamo attualmente in mezzo a questa lotta. Da un lato esiste la necessità di guidare correttamente l’umanità, affinché accolga la sapienza spirituale; dall’altro lato, stanno certe confraternite occulte di cattiva lega, che si oppongono proprio alla penetrazione fra gli uomini di quelle verità. Affinché gli uomini rimangano ignoranti nei riguardi del mondo spirituale, mentre i membri di quelle ristrettissime comunità possano da lì condurre le loro macchinazioni.

Negli eventi che accadono ai nostri giorni, di tali macchinazioni ne esistono parecchie; e l’umanità dovrà scontare a caro prezzo il rifiuto di veder chiaro a tale proposito. Vedrete subito chiaramente che cosa si nasconda in tali problemi, quando avrò richiamato la vostra attenzione su certe verità che oggi sono proprio mature per essere rivelate: verità pronte a cadere giù nel regno degli uomini come prugne mature, se non ne fosse impedita la diffusione, e contro le quali peraltro la gente prova preconcetti e avversione, perché in fondo le teme».

Quelle di Rudolf Steiner sono chiare parole ammonitrici, che senza rassicuranti, o consolanti, attenuazioni, dipingono una situazione umana tragica, additano un pericolo estremo, parole che esortano ad un energico risveglio da quel sonno narcotico, nel quale gran parte dell’umanità da troppo tempo si trova immersa, sonno leteo e letale nel quale, purtroppo, anche la maggior parte degli spiritualisti, degli antroposofi, e di coloro che nella Comunità Solare dovrebbero essere asceti operanti – e lo dico con dolore – pigramente, e irresponsabilmente, si cullano. E stupisce quanta poca rilevanza si dia, tutt’oggi, a quelle parole di Rudolf Steiner, scritte nelle sue Massime Antroposofiche, trad. di Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1969 ed edizioni successive, pp. 222-225, nella Lettera intitolata Dalla natura alla subnatura, pubblicata postuma su Das Goetheanum, il 12 aprile 1925, e quindi forse l’ultima cosa da lui scritta. In particolare, colpisce un paragrafo, a p. 224, che invito il benevolo lettore a ben meditare, assieme alla intera Lettera, nel quale possiamo leggere:

«Ma nel corso fin qui svoltosi dell’epoca tecnica, sfugge per ora all’uomo la possibilità di trovare il giusto rapporto anche di fronte alla civiltà arimanica. Egli deve imparare a trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capìta come tale. Potrà venir capìta solo se l’uomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena perlomeno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che l’uomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un rapporto giusto con se stesso e col cosmo».

E Rudolf Steiner parlava, allora, della civiltà meccanica e tecnologica europeo-americana del suo tempo, mentre oggi siamo di fronte ad una civiltà che, in maniera ossessiva, divenuta in più anche elettronica e telematica, si è diffusa a livello planetario, ed è riuscita a travolgere persino le antichissime, nobili, venerande, civiltà dell’Asia. La caduta nel subumano – come si espresse più volte in proposito Massimo Scaligero – «è andata oltre le più rosee speranze di Arimane», per cui «siamo in ritardo sui tempi». Questo è il motivo pel quale il decisivo impegno degli asceti operanti nella lotta spirituale contro il drago che Michele incalza, non è più rimandabile: si tratta non solo di riconquistare il terreno perduto, ma soprattutto di vincere la guerra occulta contro l’Oscuro Signore. Molti anni fa A. – un’amica che, come altre, il Cielo mi aveva inviata per aiutarmi coi suoi ‘doni’ nelle difficili situazioni, alle quali le mie temerarie scelte mi avevano esposto – mi disse che io spiritualmente «dovevo essere sempre audacemente all’attacco, essere coraggiosamente un ardito sempre all’offensiva», e da allora io me lo tengo per detto.  

La ragion d’essere del presente studio è tutta in ciò che Rudolf Steiner enuncia nel VI capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato Presente e futuro dell’evoluzione del mondo e dell’umanità, che ancora una volta amo citare nell’edizione apparsa a Bari e a Roma nel 1932, pubblicata dalla benemerita Casa Giuseppe Laterza e Figli, e molto cara a Messimo Scaligero assieme a quella del 1947, pubblicata sempre da Laterza,  nella quale, alle pp. 273-274, troviamo scritto:

«La «sapienza occulta» scorre, sebbene ancora inosservata, nelle rappresentazioni degli uomini di questo periodo. Come è naturale, fino ad oggi, le forze intellettuali si sono mantenute contrarie a queste conoscenze; ma ciò che deve accadere, accadrà, malgrado tutte le momentanee opposizioni. La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il Mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono perciò essere chiamati «Iniziati del Graal». Quella via verso i mondi supersensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «Sapienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo [ndr: postatlantico]; e veramente diventerà sempre più evidente che tali forze troveranno ognor maggiore soddisfazione in quelle conoscenze. Nei tempi in cui ora viviamo quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più assomigliando a quella «interiore». Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori nei riguardi del Mistero del Cristo a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana».

La scelta del tema è dettata dalla presente drammatica situazione dell’uomo, della civiltà umana, delle comunità spirituali, e in particolare di quella della Comunità Solare. Massimo Scaligero più volte affermò con la parola e con lo scritto che il Graal rappresenta la più alta speranza per l’uomo, e che la stessa soluzione della questione sociale – che oggi si impone sempre più tragicamente – dipende dall’attuarsi, almeno da parte di una élite di asceti operanti, dell’impresa allusa nella saga e nel mito del Graal. L’affrontare un così alto tema esige che si operi, tra le altre istanze in questione, ad una conquista conoscitiva del retroscena cosmogonico e cosmologico – dunque ad uno ‘studio’, condotto ‘more rosicruciano’, ossia secondo interiore ‘rito meditativo’ – della storia cosmica e terrestre dell’uomo. A tal fine, come annunciato nel precedente mio studio, tradurrò. e trascriverò via via, nelle telematiche pagine di questo temerario blog, alcune ‘conferenze’, o meglio alcune ‘lezioni esoteriche’, invero molto particolari, di Rudolf Steiner, da me tradotte in vista di una futura pubblicazione dell’intero volume, del quale fanno parte, all’interno della di lui Opera Omnia. Sono contenuti molto delicati, risalenti a ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner di oltre un secolo fa, che oggi – per espressa volontà di Marie Steiner – attraverso la nobile fatica, e l’amorevole diligenza, di Hella Wieberger, è giusto e necessario che siano messe a disposizione del cercatore indipendente. Tali contenuti richiedono grande spregiudicatezza, grande indipendenza da pregressi condizionamenti che, sotto forma filosofica, scientifica, teologica, confessionale, e persino ‘esoterica’, possono essere presenti, e stratificati, nell’anima di molti che si volgono alla spiritualità dei ‘nuovi tempi’.  

I contenuti che verranno via via presentati su Ecoantroposophia fanno parte di quella serie di volumi dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, curati da Hella Wiesberger, che sono raccolti sotto la denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Al fine di chiarire alcuni malintesi, e sfatare alcune ‘leggende’ – a volte ‘costruite’ arte a scopo di ‘disinformàcija’, secondo cui “una bugia ripetuta mille volte diventa verità”  –  che, purtroppo, tuttora circolano, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, è bene dire alcune parole circa la connessione che Rudolf Steiner ebbe con la Società Teosofica, sulla nascita della Scuola Esoterica che a lui faceva capo, e sulla nascita della seconda Sezione o Classe della medesima ‘Scuola’, da lui definita ‘erkenntniskultisch’, ossia ‘cultico-conoscitiva’, da lui denominata ‘Mystica Aeterna’.

Sovente, Rudolf Steiner è stato presentato come un ‘dissidente della teosofia’. Come osservò acutamente, qualche anno fa, un sagace antroposofo francese, Christian Lazaridès, che ha la scomoda, per me oltremodo apprezzabile, abitudine di parlare alquanto esplicitamente, Rudolf Steiner non aveva davvero proprio nulla da guadagnare dal suo collegarsi al movimento teosofico, anzi a causa di quel collegamento egli si giuocò molte amicizie, e gli si chiusero molte porte, sino a quel momento apertissime, negli ambienti culturali dell’epoca. Sino agl’inizi del Novecento, egli si era dedicato, esteriormente parlando, alla filosofia, all’edizione delle opere scientifiche di Goethe, alla critica letteraria e teatrale, al giornalismo. La culminazione di quell’attività la possiamo vedere senz’altro nella pubblicazione della sua Filosofia della Libertà, avvenuta nel 1893. Ma già sin dal 1879 circa, ossia dal suo incontro con il raccoglitore di erbe medicinali Felix Koguzki, l’‘inviato del Maestro’, e con lo stesso, per noi assolutamente incognito, suo Maestro, egli era un discepolo della occulta ‘Via rosicruciana’, e lavorava alacremente alla investigazione dei mondi sovrasensibili, divenendo rapidamente egli stesso un ‘Maestro’ in tale campo. In tale primo periodo, Rudolf Steiner non nutrì certo molta simpatia nei confronti del milieu teosofico, ch’egli ben conobbe a Vienna, e col quale ebbe altresì un rapporto passabilmente polemico, come risulta da un suo appunto molto critico apparso in Das Magazin für Litteratur, 66. Jg. (1897), Nr. 35, p. 1066.

Se poi, in séguito, egli si collegò col movimento teosofico, ciò avvenne per un principio occulto che Hella Wieberger definisce di ‘continuità’ con quanto spiritualmente preesiste. Ma non fu affatto facile per Rudolf Steiner convincersi della ‘praticabilità’ di una tale via. Tant’è che, di fronte a varie, inevitabili, manifestazioni di inadeguatezza all’interno del movimento teosofico, egli così scriveva  alla sua più stretta collaboratrice, e compagna spirituale, Marie von Sivers – la futura Marie Steiner – in una lettera del 9 gennaio 1905, pubblicata nell’Epistolario da me più volte citato su questo blog, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 48, e nella bella edizione accresciuta del 2002, p. 86:

«Posso soltanto dirti che se il Maestro non avesse saputo convincermi che, a dispetto di tutto, la Teosofia è necessaria alla nostra epoca, io non avrei, persino dopo il 1901, scritto altro che libri di filosofia e non avrei parlato altro che di letteratura e di filosofia».

Ciò mostra quanto grande fosse la sua libertà interiore persino di fronte al Mondo Spirituale, e nei confronti del suo stesso Istruttore, l’incognito Maestro viennese, che lo guidò nei suoi primi passi sulla Via dell’Iniziazione rosicruciana. Mai egli verrà meno alla fedeltà a quell’individualismo etico, che sta alla base della sua Filosofia della Libertà.  

Ed ecco, per documentazione del candido lettore, il testo tedesco di questo passo significativo della suddetta lettera:

«Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

E in una nota esplicativa di Hella Wiesberger, aggiunta a p. 87 dell’edizione del 2002, leggiamo:

«Ciò deve essere stato tra il colloquio con Marie von Sivers nell’autunno del 1901 (vedi a p. 36) e l’avvenuta sua adesione nel gennaio 1902 alla Società Teosofica; giacché egli scrisse nell’agosto del 1902 un abbozzo di lettera circolare ai gruppi tedeschi: «Io non aderii prima, di aver saputo che le forze spirituali, che io devo servire, sono presenti nella Società Teosofica».

«Dies muss in der Zeit zwischen dem Gespräch mit Marie v. Sivers im Herbst 1901 (s. S. 36) und seinem im Januar 1902 erfolgten Beitritt zur T.G. gewesen sein; denn er schrieb im August 1902 im Entwurf eines Rundschreibens an die deutschen Zweige: «ich trat nicht früher bei, als da ich wusste, dass die geistigen Kräfte, denen ich dienen muss, in der T.S. vorhanden sind».

È di particolare interesse, per il tema del presente studio, il fatto che l’adesione di Rudolf Steiner alla Società Teosofica, e il conseguente suo potersi manifestare come Istruttore occulto, sia strettamente collegato al suo incontro con l’allora Marie von Sivers, la quale con la fatidica ‘domanda’ che questa – facendosi in quel momento ‘rappresentante dell’umanità’ – pose a colui che, solo, poteva assumersi la responsabilità di donare al mondo una ‘Scienza dello Spirito’, l’Antroposofia. Infatti così, rievocando le conferenze da lui tenute su La mistica all’alba dei nuovi tempi, e il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, in séguito da lui rielaborate in forma di libro, così scrive Hella Wiesberger a p. 36 della seconda edizione del su citato Epistolario:

«Dopo la pausa estiva, Rudolf Steiner iniziò, il 19 ottobre 1901, un secondo ciclo, il cui contenuto pure egli rielaborò negli anni seguenti in un libro, Il Cristianesimo quale fatto mistico. Anche Marie von Sivers fu nuovamente presente a Berlino, dopo ch’ella aveva passata l’estate in Livonia. Il 17 novembre ebbe luogo tra loro, in occasione di una riunione societaria per la festa dell’anniversario della fondazione della Società Teosofica un fruttuoso colloquio. Rudolf Steiner non era affatto un membro del Società Teosofica, le sue conferenze nella biblioteca erano solo una piccola parte delle sue attività ad ampio raggio e non avevano nulla in comune con i precedenti insegnamenti della Teosofia, come si può facilmente vedere dai due libri. Ora, durante questo colloquio, che Rudolf Steiner menzionò più volte nelle sue successive conferenze, ella gli chiese perché non aderisse alla Società. Egli rispose ch’egli doveva fare una grande differenza tra misticismo orientale e occidentale. Ciò ch’egli doveva rappresentare avrebbe dato luogo ad un giudizio erroneo, se fosse diventato membro di una Società che, con il suo ambiguo linguaggio condizionante, aveva frainteso il misticismo orientale. Ci sono impulsi occulti più importanti per il nostro presente. Alla sua ulteriore domanda, se non fosse quindi necessario chiamare in vita un movimento spirituale in Europa, egli rispose: Certamente, è proprio necessario; ma esso potrebbe venir trovato solo per un movimento che si collegasse all’occultismo occidentale e lo sviluppasse ulteriormente. Johanna Mücke riferisce ch’egli le raccontò ciò molto più tardi e che aggiunse: «La domanda mi è era stata posta e, in base alle leggi spirituali, fui in grado di iniziare a rispondere a una tale domanda».

Il motivo pel quale do così grande importanza ad un tale evento nel contesto del presente studio, è che fu proprio l’incontro ‘graalico’ tra Marie von Sivers e Rudolf Steiner a permettere a quest’ultimo di compiere la sua missione di Istruttore e Maestro spirituale. L’importanza di un tale incontro sta nel fatto che tale incontro permise tra loro una strettissima collaborazione lungo ventitré anni, sino alla dipartita di Rudolf Steiner, e, dopo la sua scomparsa, altri ventitré anni nei quali Marie Steiner-von Sivers operò coraggiosamente, e sacrificalmente, a salvare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, secondata in tale agire sacrificale solo dalla abnegazione di pochissimi fedeli amici, da lei riuniti nel Nachlassverein, ossia nell’Unione del Lascito, e che assieme a lei lottarono contro l’alterazione del suo Insegnamento, il saccheggio della di lui Opera, e l’emarginazione della sua figura spirituale. Anche allora, nella Società Antroposofica, si ebbe una sorta di ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che del resto continua tuttora, persino in forme calunniose nei confronti di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. E suscita stupore, e dolore, il vedere la figura di Marie Steiner trattata in maniera indegna da parte di taluni che, pel fatto di aver conosciuto personalmente Massimo Scaligero, o almeno la sua Opera, davvero mai avrebbero dovuto permettersi simili linguaggi indecenti. 

Da questo sopra esposto, risulta chiaramente quanto Rudolf Steiner fosse un uomo libero. Egli non obbediva affatto a ‘ordini ricevuti’, né tampoco era un ‘mandatario’, semplice ‘esecutore’ di quanto deciso da una più alta istanza gerarchica. L’espressione ‘seppe convincermi’ manifesta, come detto più sopra, la sua totale indipendenza interiore persino nei confronti del suo, per noi incognito, Maestro. Egli veramente attingeva i motivi delle sue azioni unicamente al proprio mondo delle idee, concretamente sperimentato, in maniera vivente, nel suo momento genetico originario. Uno come Rudolf Steiner, il quale solo sette anni prima aveva pubblicato la sua Filosofia della Libertà, sapeva bene quel che doveva fare, e quel che era necessario fare. 

Stando a quel che Rudolf Steiner comunicò, per esempio, nelle conferenze del 1911, a Neuchatel, su Christian Rosenkreutz, ma anche altrove, la Società Teosofica, malgrado il suo aspetto abbastanza confuso, ed una sua evoluzione successiva velocemente molto problematica,  originariamente, ai suoi inizi nel 1875, sorse per un impulso rosicruciano, e persino – Rudolf Steiner a tale proposito fu esplicito – per una diretta ispirazione di Christian Rosenkreutz. Dunque, essa originariamente aveva avuto una ‘scintilla’ di non poco valore. Poco più di una semplice ‘scintilla’, vista la caotica personalità fortemente medianica di H.P. Blavatsky, nella quale si mescolavano in una sorta di confuso caleidoscopio le influenze più diverse, alcune delle quali radicalmente anticristiche. Ma vi era in lei, nella sua anima di lottatrice spirituale, anche un sincero anelito alla verità. Si trattava, verso l’anno 1900, perciò di non abbandonare completamente un tale originariamente valido impulso alle forze che l’avrebbero completamente sfigurato, deformato, o addirittura invertito.

L’azione di Rudolf Steiner in tale àmbito fu dunque un’azione di ‘rettificazione’, un tentativo di ‘restituzione’ alla Società Teosofica dell’originario impulso rosicruciano, che poco più di venticinque anni prima l’aveva ispirata e fatta sorgere. In un certo senso, era il movimento teosofico – e non Rudolf Steiner – che era diventato ‘dissidente’, dal suo originario impulso ispiratore, sino a rendere irriconoscibile la sua primitiva ispirazione. Infatti, così si espresse a tale proposito Rudolf Steiner nella conferenza del 15 giugno 1923, in Die Geschichte und die Bedingungen der anthroposophischen Bewegung im Verhältnis zur Anthroposophischen Gesellschaft. Eine Anregung zur Selbstbesinnung. Acht Vorträge, gehalten in Dornach vom 10. bis 17. Juni 1923, GA-258, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981, pp.110-111, La storia e le condizioni del movimento antroposofico in relazione alla Società Antroposofica. Uno stimolo per l’autoriflessione. Otto conferenze tenute a Dornach dal 10 al 17 giugno 1923 :

«Tuttavia, questa Scienza Occulta apparve all’incirca solo un anno e mezzo dopo, ma il suo contenuto essenziale, la rivelazione del contenuto essenziale di essa cade assolutamente nel primo periodo dello sforzo antroposofico. Nel corso di quel periodo, sino al 1905 o al 1906, una ben precisa speranza era assolutamente giustificata. Era la speranza che progressivamente il contenuto antroposofico avrebbe potuto divenire semplicemente il contenuto della Società Teosofica».    

«Diese «Geheimwissenschaft» erschien allerdings etwa eineinhalb Jahre später erst gedruckt, aber der wesentliche Inhalt, die Bekanntmachung des wesentlichen Inhaltes fällt durchaus in die erste Periode anthroposophischen Strebens. In dieser Periode war durchaus bis zum Jahre 1905 oder 1906 eine ganz bestimmte Hoffnung berechtigt. Es war die Hoffnung, daß allmählich der anthroposophische Inhalt der Lebensinhalt der Theosophischen Gesellschaft überhaupt werden könnte».

Del resto, nell’epoca dell’ormai dilagante materialismo, anche se vi erano personalità che «avrebbero dovuto», in Austria e in Germania, per la loro passata statura spirituale, come l’insigne goetheanista Karl Julius Schöer, o il filosofo e psicologo Franz Brentano, molto apprezzato da Rudolf Steiner, collegarsi, o addirittura porsi al cuore, al centro, del movimento di rinascita o di rinnovamento spirituale – come osserva acutamente Christian Lazaridès – non poterono incarnare sufficientemente le loro forze spirituali, al punto tale che Rudolf Steiner dovette ‘accollarsi’ il loro karma, compensare la loro ‘assenza’, e portare a compimento, a pieno sviluppo spirituale quel che in essi era appena germinante. O addirittura si spezzarono, in una sorta di martirio spirituale, come Friedrich Nietzsche. I tentativi di fecondare con impulsi spirituali la cultura e la scienza dell’epoca da parte di Rudolf Steiner, tentativi portati avanti per un ventennio, non incontrarono veruna accoglienza, né alcuna seria comprensione. E a quell’epoca, in Germania, gli unici che aspiravano, pur con tutti i loro notevoli limiti, ad una conoscenza spirituale erano i teosofi. Per cui fu un ‘passo obbligato’ per Rudolf Steiner rivolgere a loro la parola rivelatrice della novella Conoscenza spirituale, e aprire ai coraggiosi, e ai volenterosi, la ‘Via dell’Iniziazione’. In quel cruciale momento del destino, l’unica – veramente l’unica – personalità, che comprese la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, e di conseguenza gli pose la fatidica ‘domanda’, che permise a lui, in base alle rigorose leggi occulte, di ‘parlare’, fu l’allora Marie von Sivers, la futura Marie Steiner. Già solo per questo motivo, il sincero, e leale, cercatore spirituale le deve infinita gratitudine e venerazione.

Il 20 ottobre 1902, dopo due anni di conferenze al gruppo teosofico di Berlino, nei quali svolse i temi poi apparsi rielaborati in libri come Die Mystik im Aufgange des neuzeitlichen Geisteslebens und ihr Verhältnis zur modernen Weltanschauung, La Mistica all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi e il suo rapporto con la moderna concezione del mondo, GA-7, e Das Christentum als mystische Tatsache und die Mysterien des Altertums, Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, GA-8, allorché il numero dei membri aveva oramai superato il centinaio, Rudolf Steiner aderì alla Società Teosofica e fu sùbito eletto Segretario generale per i paesi germanofoni, ossia Germania, Austria, e Svizzera tedesca. È significativo del suo reale intento, e del suo assolutamente autonomo orientamento, come, la sera stessa del 20 ottobre 1902, davanti ad tutt’altra cerchia, egli tenesse una conferenza all’interno di un ciclo, intitolato Da Zarathustra a Nietzsche. Storia dell’evoluzione sulla base delle concezioni del mondo dalle più antiche epoche orientali sino al presente, ovvero una Antroposofia. Ed è un peccato che di una così importante conferenza non sia rimasta nessuna stesura stenografica. Rudolf Steiner stesso ricorderà più volte questo particolare in varie sue conferenze rievocative della storia del movimento antroposofico, e persino nel XXX capitolo della sua autobiografia, La Mia vita

Tre giorni dopo la sua adesione alla Società Teosofica, e la sua elezione a Segretario generale della neonata sezione tedesca della medesima, il 23 ottobre 1902, Rudolf Steiner si fece ammettere pure nella Esoteric School of Theosophy, fondata da H.P. Blavatsky nel 1888, tre anni prima della sua morte. Era il periodo in cui la Blavatsky era rientrata dall’India, dopo una permanenza in Germania. Il periodo in cui scrisse The Secret Doctrine, La dottrina segreta, opera scritta allorché ella era oramai caduta sotto l’influenza di occultisti indiani della ‘mano sinistra’, mentre nel periodo americano l’altra sua opera Isis Unveiled, Iside svelata, era stata scritta mentre era ancora, in parte, sotto ispirazione ‘rosicruciana’. Rudolf Steiner rimase formalmente legato alla Scuola Esoterica della Società Teosofica per dieci anni, dal 1902 al 1912, ossia sino alla necessaria, obbligata, separazione dalla Società di Adyar, a causa dell’infatuazione visionaria e ritualistica, che portò alla  fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e la proclamazione del giovanissimo Jiddu Krishnamurti,  col nomen mysticum di ‘Alcione’, come Istruttore del Mondo’, il terrenamente e, a loro dire, umanamente rinato ‘Cristo’. Ma nulla egli trasse dalla Scuola Esoterica blavatskyana, se non l’autorizzazione a portare nella sezione tedesca della Scuola Esoterica il proprio insegnamento, essendogli stato altresì riconosciuto, in séguito, il 10 maggio 1904, da Annie Besant il titolo di Arch-Warden, ossia di dirigente responsabile della medesima all’interno dei paesi di lingua tedesca.

Contrariamente alla Scuola Esoterica facente capo ad Annie Besant, di impostazione orientaleggiante ‘yoghica’ – ma di un ‘Oriente’ e di uno ‘Yoga’, ampiamente rivisto e corretto nello stile ‘teosofico’ di Adyar, su cui vi sarebbe moltissimo da dire e da eccepire – Rudolf Steiner organizzò sùbito la propria Scuola Esoterica in senso ‘rosicruciano’, strutturandola progressivamente in tre Classi: una prima Classe a carattere generale, nella quale i membri, dopo un iniziale noviziato, chiamato ‘probazionismo’, ricevevano personalmente una serie di esercizi e mantram particolari, redigevano quotidianamente un diario delle pratiche compiute, delle quali rendevano poi conto a Rudolf Steiner, o a due suoi delegati, partecipavano alle ‘esoterische Stunden’, ossia alle ‘lezioni’ o ‘ore d’insegnamento esoterico’ tenute dallo stesso Rudolf Steiner, e s’impegnavano al più rigoroso segreto circa gl’insegnamenti e le pratiche ricevute; una seconda e terza Classe, a carattere ‘erkenntnis-kultisch’, ossia ‘cultico-conoscitivo’, detta ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ‘Culto’ o ‘Liturgia’ o ‘Rituale Misraimita’. La seconda Classe era articolata in tre gradi nei quali si svolgevano cerimonie rituali di carattere ‘egiziaco’, mentre la terza Classe articolata, a sua volta, in sei gradi, era riservata a pochissimi: in essa il lato cerimoniale era progressivamente ridotto, sino a lasciare spazio negli ultimi gradi solo all’insegnamento esoterico e alla pratica meditativa. Della ‘Mystica Aeterna’ avrò modo di parlare più diffusamente nel proseguo di questo mio studio, anche perché – sarà un doloroso ‘atto dovuto’ il compierlo – dovranno essere sfatate alcune ‘leggende’, fabbricate ad arte, e demolite alcune interessate, sacrileghe, mistificazioni, di coloro che abusano di un sì sacro, nobile, nome.

Già nel 1907, rifiutandosi Rudolf Steiner categoricamente di usare, e di diffondere, gli aberranti insegnamenti di Charles Webster Leadbeater, ai quali si era uniformata Annie Besant, fu fatale che la rosicruciana Scuola Esoterica di Rudolf Steiner si separasse completamente dalla oramai sempre più degenerescente, orientaleggiante, Esoteric School of Theosophy della Società Teosofica di Adyar. Poi, nel 1912, vi fu la completa separazione dalla Società di Adyar, e la fondazione della Società Antroposofica. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, sia per ragioni pratiche – in Germania vi era un militarismo militante, che si mostrava fortemente ostile all’Antroposofia, la cui Società veniva aggredita con calunniose accuse varie – sia per ragioni strettamente occulte e spirituali – tra cui alcuni gravi tradimenti avvenuti – Rudolf Steiner sciolse le tre Classi della Scuola Esoterica, due delle quali non vennero da lui mai più riaperte. A partire dal 1918, vi furono da parte sua alcuni tentativi di riaprire la Scuola Esoterica, ma ogni volta fu per lui doveroso constatare che mancavano assolutamente le necessarie condizioni spirituali. Solo nel febbraio del 1924, Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale, e la fondazione della Società Antroposofica Universale, riaprì, in forma metamorfosata la prima Classe della novella Scuola Esoterica. Ma l’inadeguatezza, e la mancanza di serietà, la colpevole negligenza di molti, troppi, membri della medesima, e addirittura persino un gravissimo, vero e proprio ‘tradimento’,  fecero sì che Rudolf Steiner dovette interrompere le ‘lezioni esoteriche’, rinunciò a riaprire la seconda e la terza Classe, nelle quali avrebbe dovuto risorgere in maniera metamorfosata la ‘Mystica Aeterna’. Ciò rappresentò un grave vulnus per il movimento spirituale, e – a mio modo di vedere, ma ovviamente non solo mio – furono proprio le inadeguatezze, la superficialità, la mancanza di serietà, le negligenze, e i tradimenti, e le profanazioni degli antroposofi ciò che prima fece ammalare, e poi condusse alla tomba, Rudolf Steiner. Le tragiche vicende del movimento antroposofico dopo la morte del Maestro stanno a dimostrarlo, e sono – per chi voglia vederle, e non voglia illudersi – in maniera eloquente sotto gli occhi di tutti.  

Nell’ultimo colloquio che Giovanni Colazza ebbe con Rudolf Steiner, questi gli fece la predizione che «se il movimento antroposofico fosse fallito in Germania, sarebbe rinato in Italia in una forma nuova, giovanile, non burocratica, non cristallizzata in forme organizzative esteriori». Un discorso simile me lo fece in altra forma, e me lo ripeté in vari colloqui, Hella Wiesberger, la quale ben conosceva la figura di Giovanni Colazza, la sua eccezionale statura spirituale, quanto egli fosse caro a Rudolf Steiner e a Marie Steiner. Ora, tenendo conto di quel che più volte affermò Rudolf Steiner, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un impulso spirituale nuovo, ad uno sguardo interiore sagace non può sfuggire l’importanza dell’azione dell’Opera di Massimo Scaligero, la quale proprio a partire dal 1970 cominciò ad avere una più vasta diffusione. In effetti, dal 1970 al 1980 Massimo Scaligero scrisse e pubblicò ben diciotto libri, comprese due rielaborate edizioni del Trattato del Pensiero Vivente, per non menzionare gli undici suoi testi, da Iniziazione e Tradizione a Graal, già apparsi tra il 1956 e il 1969. L’Opera di Massimo Scaligero porta in sé l’aureo ed adamantino sigillo della Rosacroce, ed io posso testimoniare personalmente come egli agì, con totale abnegazione, sino alle ultime ore della sua vita, ad indicarci – chiedendo ad alcuni di noi, in quelle sue ultime ore, di rimanere ad ogni costo fedeli ad essa –  la rosicruciana ‘Via del Pensiero Vivente’, ossia ‘Via del sublime eroismo’.

Nel proseguo di questo studio, verranno da me tradotte e pubblicate alcune ‘lezioni’, in larga parte inedite, della prima Classe della originaria Scuola Esoterica, quella che operò dal 1904 al 1914. Esse saranno di fondamentale importanza per il tema della ‘impresa del Graal’, perché tale ‘impresa’ necessita, come chiariscono le parole di Rudolf Steiner più sopra riportate, dello scenario cosmologico e cosmogonico della Scienza dello Spirito, che il Maestro nella sua Scienza Occulta, chiama appunto ‘Scienza’ o ‘Sapienza del Graal’.   

L’ARCHETIPO-APRILE 2020

Anno XXV n. 4

Aprile 2020

cover

ARMONIA CELESTE (di Savitri)

musica e poesia

Può accadere che

varcata la frontiera

in zona franca

senza pagar dazio

all’alba

d’un giorno qualunque

la Musica ti rapisca

o che tu la possieda

diventando Essa stessa:

tu musico e

strumento

orchestra intera e

direttore di

superba Sinfonia,

sacro respiro in

cassa armonica

navigante nel

Mare Celeste

sofficemente immerso

in luminosità

di fluide

aeree note.

(S. S.)

 

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SEDICESIMA PARTE ED ULTIMA PARTE.

MELCHISEDEC RAVENNA 2 - CopiaNel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.

George Orwell

Ci sono due modi per essere ingannati: uno consiste nel credere ciò che non è vero; l’altro nel rifiutarsi di credere ciò che è vero.

Søren Kierkegaard

Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare. 

Siddhârtha Gautama Shakyamuni Buddha 

Nell’esaminare le due opere di Orao, Resurrezione e Madre, che l’editore romano ha pubblicato, colpisce – a parte l’impostazione ‘mistica’ e ‘visionaria’, che, come ho largamente dimostrato, è stata fonte di errori capitali – una qual certa ‘unilateralità’, generata dalla sua condizionante visione del mondo, non scevra di presupposti, anzi carica di ‘pre-giudizi’. Si tratta di una impostazione di pensiero e di sentimento che risente fortemente di una formazione ‘confessionale’, e precisamente di una formazione ‘cattolica’. Naturalmente anch’essa ‘rivista’ e ‘corretta’, così come Orao ha fatto nei confronti dell’Opera stessa di Rudolf Steiner.  

La cosmogonia, e la cosmologia, cui fa riferimento Orao risentono fortemente del suo trascurare o ignorare una serie di contenuti della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, che pur sono espliciti nelle esposizioni di Rudolf Steiner. Sia che si tratti di semplice ‘ignoranza’ o, invece, di voluta ‘negligenza’ di tali contenuti, le conseguenze risultanti si sono rivelate, come abbiamo visto, disastrose.

Una parte di estrema importanza dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – almeno a mio modo di vedere, ma evidentemente non solo mio – è quanto Rudolf Steiner comunica in una serie di ‘esoterische Stunden’, di ‘lezioni esoteriche’, che fanno parte del ‘lascito’ della Esoterische Schule, la Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner nel 1904, chiusa a causa della prima guerra mondiale, e poi da lui rifondata, per quel che riguarda la sola Prima Classe, su basi nuove nel 1924. Questo patrimonio della Scuola Esoterica – veramente un mirabile tesoro di Sapienza – a parte i primi tre ‘Quaderni’ di poche decine di pagine ciascuno, apparsi negli anni quaranta dello scorso secolo, per volontà e a cura di Marie Steiner, fu curato interamente da Hella Wiesberger, e consta di una quindicina di volumi, molti dei quali di grande formato. Personalmente, devo l’accesso all’interezza di questo ingente lascito esoterico di Rudolf Steiner alla più che fraterna generosità donatrice di Hella Wiesberger, la quale nei suoi colloqui me ne illustrò il contenuto, indirizzando in senso giusto le mie ricerche. Una parte di questo ‘tesoro’ di Sapienza – appunto i cosiddetti tre ‘Quaderni Esoterici’, tradotti in italiano da Mario Viezzoli, e ritradotti poi da altri, con correzioni di mano di Massimo Scaligero – circolava già da decenni anche in Italia, in forma dattiloscritta e veniva affidato più o meno discretamente da Giovanni Colazza prima, e da Massimo Scaligero poi, a particolari discepoli della Scienza dello Spirito seriamente impegnati sulla Via dell’Iniziazione.  

Hella Wiesberger aprì la serie dei libri della Scuola Esoterica, curando la redazione e pubblicazione all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, dei «Quaderni esoterici», in una forma molto ampliata, con Anweisungen für eine esoterische Schulung, Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1968, testo tradotto in italiano col titolo di Indicazioni per una Scuola Esoterica. Dai contenuti della «Scuola esoterica», Editrice Antroposofica, Milano 1999. Questa edizione italiana, che pur si presenta in una veste tipografica bella, non è troppo soddisfacente dal punto di vista della traduzione. Comunque si tratta di un libro di enorme importanza, ché già abbiamo visto come da un mantram che Rudolf Steiner dà in una pagina di questo testo, sia impensabile l’erronea identificazione che Orao fa tra l’Eloha Jahve e Lucifero. Io ricevetti in dono la prima edizione tedesca dei suddetti ‘Quaderni Esoterici’, nel 1972, da un’anziana antroposofa tedesca di nome Ilse Küchel, trapiantata nella mia città già prima della seconda guerra mondiale. Ilse Küchel era una fedele discepola di Rudolf Steiner, e persona volitiva di grande saldezza interiore: gli scozzesi direbbero ch’ella era una ‘oakheart’, un ‘cuore di quercia’.  

Il secondo importante testo della Scuola Esoterica, curato ed edito da Hella Wiesberger, fu Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ossia: La leggenda del tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri evolutivi passati e futuri dell’uomo, Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906.

Questo testo fu solo parzialmente tradotto in italiano, ovvero, prima solo le sei conferenze del 2, 9, 16 dicembre 1904, 23, 23 ottobre 1905 e 2 gennaio 1906 nel volume Natura e scopi della massoneria, traduzione di Silvia Nicolato e Daniela Realini, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, ed anche questo testo non è, purtroppo, granché soddisfacente dal punto di vista della traduzione; poi, solo le quattro conferenze del 15, 22, 29 maggio e 5 giugno 1905 nel volume La leggenda del tempio e la leggenda aurea, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1994. Una singola conferenza, di estrema importanza, del 11 novembre 1904, col titolo I manichei, Editrice Antroposofica, Milano 1995, fu tradotta sempre da Iberto Bavastro, curata ed integrata dall’amico, purtroppo prematuramente scomparso, Gabriele Burrini. Una conferenza del 4 novembre 1904, intitolata Il mistero dei Rosacroce, tradotta da Alberto Avezzù, venne pubblicata dalla veneziana Table Ronde nel 1995, ma presto né pubblicherò una traduzione mia su Ecoantroposophia.

Questo testo tedesco di Rudolf Steiner venne pubblicato all’interno della Gesamtausgabe, dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, soltanto nel 1979. Fu in quell’anno che io potei andare per la prima volta a Dornach, per accompagnare L., una cara amica della mia città appartenente alla nostra cerchia collegata con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, alla Lukas Klinik di Arlesheim, delle cui terapie ella aveva bisogno. Il libro su La leggenda del Tempio, che trovai alla Haus Duldeck, la piccola e bellissima libreria del Lascito, mi fece una enorme impressione, e mi aprì un mondo. Iniziò allora una ricerca per me molto particolare, che nel tempo mi condusse a risultati veramente straordinari quanto imprevisti e imprevedibili: una ricerca che dette origine a vari mutamenti di destino, nonché nella maniera di percorrere la ‘Via’.

Il Leitmotiv, il tema portante, di quell’intero libro – vero filo d’oro – è, come si evince dal titolo, appunto, quello della ‘leggenda aurea’, e quello della ‘leggenda del Tempio’, nelle cui immagini simbolico-reali viene illustrata l’origine divina dell’umanità – una  duplice divina origine: come ‘Figli del Fuoco’ e come ‘Figli della Terra’ – e vengono mostrate le vicende e i destini, che si incontrano, si scontrano e s’intrecciano, di queste due diverse stirpi dell’umanità terrestre. Le comunicazioni di Rudolf Steiner vertono soprattutto sulla diversa nascita di Caino, ‘Figlio del Fuoco’, nato dall’unione di un Eloha con Eva, e di Adamo, ‘Figlio della Terra’, plasmato da Jahve col ‘Fango’ o la ‘polvere della Terra’ – l’aphar min adamah del Sepher Bereshith, ossia libro della Genesi della Bibbia  ebraica e cristiana – e poi da lui unito ad Eva, generando così Abele.

Per tale ragione, Jahve non amava Caino, che come ‘Figlio del Fuoco’ era stato generato dall’altro Eloha, mentre amava Abele, anche lui, come Adamo, ‘Figlio della Terra’. Per questo motivo, Jahve rifiutò – secondo il racconto biblico della Genesii sacrifici di lui. Ciò portò alla contrapposizione tra Caino e Abele, e l’esito di un tale dissidio fu la morte di Abele. Dalla nuova unione di Adamo con Eva nacque Seth. Di conseguenza si formarono le due diverse stirpi : quella dei figli di Caino, lavoratori della terra, artigiani estremamente abili col legno e i metalli, artisti, curiosi indagatori dei segreti della natura, muratori e costruttori di città, appassionati conquistatori della Scienza e della Sapienza, e quella dei figli di Abele-Seth, pastori, contemplativi, dediti ad una veggenza sognante, mistici, sacerdotali, coltivatori della calma Saggezza jahvetica.

Il dissidio tra i fratelli, figli della stessa ‘madre’, Eva, ma di sì diverso ‘padre’, si trasmise ai rispettivi discendenti, sino a giungere al saggio Salomone, il più eminente dei discendenti di Abele-Seth, e a Hiram, architetto e abile lavoratore di ‘metalli’, il più straordinario discendente di Caino.

Nella ‘leggenda aurea’ viene raccontato come Salomone, incapace di costruirlo lui stesso, commissionasse a Hiram la costruzione del Tempio di Gerusalemme, di come Hiram con un solo sguardo facesse innamorar di sé, Balkis, la Regina di Saba, anch’ella di stirpe cainita e, come lui, ‘Figlia del Fuoco’, che era venuta a Gerusalemme attirata dalla saggezza di Salomone. Nella ‘leggenda’ si narra della ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, di come il re lasciasse operare il sabotaggio della fusione del ‘mare di bronzo’, il capolavoro che doveva decorare il Tempio, da parte di tre cattivi ‘compagni’, ‘invidiosi’ di Hiram, da questi ritenuti indegni di essere elevati a ‘maestri’. Poi la ‘leggenda’ narra della sacra unione tra Hiram e Balkis, della fuga di lei da Gerusalemme, dell’assassinio di Hiram da parte dei tre cattivi ‘compagni’.  

Rudolf Steiner narrerà molte volte nella Prima e nella Seconda Classe della prima ‘Scuola Esoterica’, quella da lui fondata nel 1904 e poi sciolta nel 1914, sia la ‘leggenda aurea’, che la ‘leggenda del Tempio’. Egli la commenterà più volte ai discepoli qualificati della ‘Scuola’, la prescriverà come esercizio, e tema di meditazione, all’interno dei tre gradi della Seconda Classe, ossia della Mystica Aeterna, dove ne veniva eseguita ritualmente pure uno svolgimento come ‘dramma-mistero’.  Di tale ‘leggenda’, egli ne farà varie redazioni scritte, una delle quali particolarmente importante, che vedrò di tradurre e pubblicare, in un prossimo futuro, su questo temerario blog. Nelle sue spiegazioni della ‘leggenda’, Rudolf Steiner mette in evidenza la contrapposizione tra la passiva, sognante, sentimentale, saggezza abelita, e la fortemente attiva, volitiva, cosciente sapienza cainita: solo quest’ultima si dimostrerà trasformatrice, e trasmutatrice, del mondo fisico. Nella storia dell’umanità, lungo i millenni, queste due correnti spirituali contrapposte, si incontreranno, e si scontreranno, ripetutamente. Mentre la sognante saggezza abelita è vòlta alla contemplazione passiva, tradizionalista e conservatrice, lunare, del passato, la volitiva sapienza cainita è vòlta all’azione attiva, innovatrice, solare, volitivamente trasformatrice, nei confronti del futuro. Rudolf Steiner mostrò come la corrente ‘abelita’ si manifestò, con aspetti migliori, peggiori, e talvolta pessimi, sia nella corrente mistica e in quella religiosa ‘istituzionale’ dell’antico biblico ebraismo precristiano e in quella delle varie chiese cristiane, mentre la corrente ‘cainita’ si manifestò come libera spiritualità nelle Fratellanze Iniziatiche, nello Gnosticismo antico, nell’Ermetismo, nell’Alchìmia. e soprattutto nel Rosicrucianesimo.   

Il contenuto cosmogonico e cosmologico della ‘leggenda aurea’, o ‘leggenda del Tempio’, i suoi sviluppi nella storia terrestre e cosmica dell’essere umano, sono alla base dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, di quella ‘ermetico-rosicruciana’, di quella ‘manichea’. La stessa eroica ‘impresa del Graal’, la più alta speranza di ‘reintegrazione’ dell’uomo, ma anche, secondo Massimo Scaligero, l’unica autentica possibilità di soluzione della questione sociale, è concepibile – e ciò risulta direttamente dagli elementi sapienziali facenti parte della ‘leggenda’ – unicamente sulla base della concezione spirituale che sta alla base della ‘leggenda’ stessa. Ora, tutto ciò semplicemente non esiste negli scritti di Orao. Oraosive mas sive faemina‘prescinde’ totalmente da tali contenuti. Né in Resurrezione, né in Madre, pubblicati dall’editore romano, né negli altri scritti, firmati Orao, apparsi sulla rivista romana pubblicata dallo stesso editore ve ne è mai – dico mai – la benché  minima traccia.

Mi si potrebbe obbiettare che i testi, successivamente tradotti e pubblicati dalla milanese Editrice Antroposofica, forse non erano ancora apparsi durante la vita di Orao. A parte il fatto che a Roma vi erano diverse persone che ben conoscevano la lingua tedesca, e nulla vi era di più facile del farsi venire da Dornach quei testi, io, non appena cominciai a procurameli, li feci conoscere agli amici sia della mia città, sia agli amici romani. Anche la traduzione di tali preziosi testi fu da me proposta a chi di dovere a Roma, negli anni ottanta dello scorso secolo, ma ne ebbi una violenta ripulsa, che devo dire mi stupì assai, e della quale allora, non scorgendone i motivi, mi rammaricai non poco. Solo nel tempo, e dopo molte ‘diligenti ricerche’, riuscìi a ‘intuire’, a ‘comprendere’ in profondità, il ‘perché’, nell’immediato non poi così evidente, di un cotanto pregiudiziale rifiuto. In séguito, avrei compreso sin troppo bene la correlazione profonda di un tale rifiuto con le tragiche vicende occorse nella Comunità spirituale della mia città, e soprattutto col famigerato tentativo di quel ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che avrebbe dovuto portare, o dovrebbe portare, la Comunità Solare là dove mai sarebbe dovuta andare, o dovrebbe andare. Comunque, una tale obbiezione di una non disponibilità di quei testi della ‘Scuola Esoterica’, riguardanti la ‘leggenda aurea’ e i suoi logici corollari, non sarebbe affatto valida, perché nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma – ed in precedenza ho scritto come l’avvocato Caio Sallustio Crispo, che per un periodo diresse il Gruppo Novalis, già negli anni sessanta dello scorso secolo, redigesse un catalogo di tutte le conferenze tradotte e dattiloscritte, che erano presenti nei vari Gruppi della Società Antroposofica in Italia – era presente, col numero 251, un volume di dattiloscritti rilegati, ed intitolato ‘Sunti’, nel quale era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicruciana, seconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. In fondo a questo dattiloscritto vi sono due mantram, con la spiegazione di Rudolf Steiner, relativi alle due colonne J e B costruite da Hiram, e da lui poste all’entrata del Tempio di Salomone.  

Quindi Orao avrebbe potuto benissimo accedere a quei particolari contenuti della Scuola Esoterica, e in particolare alla ‘leggenda aurea’, e alla ‘leggenda del Tempio’. Per attingere alla ricca biblioteca del Gruppo Novalis sarebbe bastato chiedere al fiduciario del Novalis, Romolo Benvenuti, o direttamente al bibliotecario, che per vari anni fu il mio amico L. Lo studio meditativo di quei due preziosi dattiloscritti – così importanti da recare scritta su ognuno di essi un’avvertenza a matita di Giovanni Colazza – avrebbe potuto portare molto lontano Orao nel cammino interiore, ed essere estremamente fecondo sul piano di una corretta, esatta, percezione spirituale. Abbiamo visto come Rudolf Steiner espliciti essere una precisa regola dell’investigazione spirituale, che chiunque voglia compiere una qualsiasi indagine chiaroveggente nel Mondo Spirituale, debba prima collegarsi, e ben conoscere, quanto gli Iniziati, prima di lui, abbiano investigato, e comunicato, in passato sull’oggetto di tale indagine. Con ogni evidenza, a questo cogente principio – sia ciò avvenuto per mera ignoranza, o per colpevole negligenza, o anche per una precisa volontà di non tener conto di talune comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi –  Orao non si è affatto attenuto. Il risultato di un tale comportamento – ampiamento descritto da Rudolf Steiner – è stato la produzione di una serie di errori, di percezioni fallaci, di illusioni, e di vere e proprie menzogne.  

Probabilmente, la parte della ‘leggenda aurea’ che narra dell’unione dell’Eloha con Eva, e la conseguente nascita di Caino appariva agli occhi di Orao possedere un ‘sapore’ decisamente ‘gnostico’, come nella ‘gnosi cainita’, o in quella ‘ofita’ e ‘naassena’. Ciò, per chi fosse improntato anche solo in parte dalla visione confessionale cattolica, è semplicemente inaccettabile. Così come la storia di Hiram, l’architetto costruttore del Tempio, il ruolo di Balkis, la Regina di Saba, la ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, l’assassinio di questi da parte dei tre ‘cattivi compagni’, il suo seppellimento da parte di questi ultimi, che posero sul suo tumulo di terra un ramo di acacia, il ritrovamento di lui da parte dei ‘maestri’ inviati alla sua ricerca, e le parole pronunciate in tale occasione, che divennero le nuove ‘parole sacre’, potevano apparire agli occhi di Orao avere un forte ‘sapore’, a sua volta, decisamente ‘massonico’, e quindi essere per tale motivo inaccettabile, secondo i canoni della più che discutibile ortodossia cattolica. Del resto, da parte dei gesuiti, e degli altri rappresentanti dell’integralismo cattolico, l’Antroposofia veniva – e viene tuttora – apertamente accusata di essere una forma di ‘gnosticismo’, e di avere altresì carattere ‘massonico’.  

Naturalmente, Rudolf Steiner respingeva come calunniosa l’accusa che gli veniva rivolta, sia da parte gesuitica e cattolico-integralista, sia da parte degli ambienti, ottusamente militaristi, dei circoli pangermanisti, i quali poi aderiranno al nazional-socialismo hitleriano, che l’Antroposofia fosse una sorta di “minestra riscaldata”, ossia la riedita mescolanza dei più svariati elementi dell’antica ‘Gnosi’. Rudolf Steiner affermò sempre, con estrema chiarezza, di non aver mai attinto ad elementi o documenti di sorta di un qualsivoglia passato, sia pure ai suoi stessi occhi venerabile, e di comunicare unicamente quanto era frutto, assolutamente originale, della sua personale indagine spirituale. Ma, al di là della calunniosa accusa, puramente strumentale, soprattutto gli ambienti cattolici avversi non intendevano punto che Rudolf Steiner operasse unicamente un semplice ‘revival’ dell’antica ‘Gnosi’ – quest’accusa calunniosa era un mero pretesto, e i suoi avversari lo sapevano benissimo – bensì era il fatto che l’essere umano potesse giungere al Divino attraverso la Conoscenza, ed una Iniziazione, frutti di una ascesi iniziatica, di una autonoma, individuale trasformazione dell’anima, trasformazione indipendente dal magistero e dalla mediazione sacramentale della Chiesa, ciò che rendeva, e rende tuttora, ai loro occhi, l’Antroposofia una novella – molto più pericolosa di quella antica, da lungo tempo defunta – forma di ‘Gnosi’.

Dalle stesse cerchie gesuitiche, cattolico-integraliste, militariste e pangermaniste, venne infinite volte ripetuta, nei confronti di Rudolf Steiner, l’accusa di un preteso carattere ‘massonico’ dell’Antroposofia, della sua Scuola Esoterica, ed in particolar modo della Seconda Classe di questa, ovverossia della Mystica Aeterna. Ci si basava soprattutto sul racconto dell’edificazione del Tempio di Gerusalemme, del ruolo in tale racconto di Salomone e del suo Architetto Hiram. Ma la ‘leggenda del Tempio’ non è affatto di origine ‘massonica’, bensì essa – come giustamente afferma Rudolf Steiner – è di origine ‘rosicruciana’, e ben anteriore alla nascita della Gran Loggia di Londra e della moderna ‘massoneria speculativa’, avvenuta il 24 giugno 1717. 

Ad una simile accusa, ingiusta, denigratoria, e in malafede, volle rispondere Marie Steiner, e lo fece coraggiosamente, in maniera risoluta, e soprattutto competente. Circa l’assoluta competenza spirituale di Marie Steiner – sulla cui figura umana e spirituale, in àmbito antroposofico e non, son state proferite le più vergognose calunnie, che disonorano chi le ha pronunciate, e chi le ha accolte e diffuse – vale la parola di Rudolf Steiner, il quale nel già citato Epistolario, Rudolf Steiner Marie Steiner-von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925, Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, a p. 450, nella lettera n°. 229, del 27 febbraio 1925, così le scrive: «Aber Du hast Dich zum Verständnis durchgerungen; das ist ein Segen für mich. Im Urteil zusammenfühlen und -denken kann ich ja doch nur mit Dir. […] Denn innere Kompetenz gestehe ich für mich doch nur Deinem Urteil zu. Aber sei sicher, so unendlich lieb es mir ist, wenn ich Dich hier habe: ich könnte es gar nicht ertragen, wenn Du auch nur eine Stunde Deine Tätigkeit abkürzest». Il che tradotto, il più letteralmente possibile, così suona: «Ma Tu Ti sei sforzata di giungere alla comprensione; questa è una benedizione per me. Nel giudizio io posso, appunto, con-sentire e con-pensare unicamente con Te. […] Giacchè da parte mia concedo interiore competenza solo al Tuo giudizio. Ma sìi sicura, che così come mi sei infinitamente cara, quando Tu sei qui: così non potrei sopportare che Tu accorciassi, anche di una sola ora, la Tua attività».

Ora, nel volume Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, – Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914Briefe, Dokumente und Vorträge aus den Jahren 1906 – 1914 sowie von neuen Ansätzen zur erkenntniskultischen Arbeit in den Jahren 1921 – 1924, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, curato come tutto il lascito della Scuola Esoterica da Hella Wiesberger, la quale nell’aprile del 1988 volle farmene dono, vi sono tre abbozzi di un articolo, ed un articolo scritto da Marie Steiner nella forma definitiva, da lei pubblicato col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer?, ossia Era Rudolf Steiner libero muratore?, sulla rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, Antroposofia. Rivista per una libera vita spirituale, 16. Jg. Buch 3, Aprile-Giugno 1934, Stoccarda, edita da C.P. Picht. In questo articolo, pp. 111-115, Marie Steiner chiarisce abbondantemente la natura non massonica dell’Antroposofia in generale, e della sezione cultico-conoscitiva, la Mystica Aeterna, in particolare. Purtroppo, l’edizione italiana di questo volume, pubblicato nel 2017 dall’Editrice Antroposofica, è solo parziale, e la traduzione – peraltro di un testo tutt’altro che facile – non è pienamente soddisfacente. Per l’appunto, nell’edizione italiana, manca – tra le molte altre cose – proprio l’articolo, con gli abbozzi del medesimo, di Marie Steiner. Ma, siccome intendo tradurre proprio quella parte – al fine di sfatare alcune ‘leggende’ menzognere, messe artatamente a giro sulla Mystica Aeterna – il benevolo lettore attenda con pazienza la comparsa di quell’articolo su questo temerario blog.  

Ora, è storicamente dimostrabile che la ‘leggenda del Tempio’, e la figura di Hiram, sono ben più antiche della nascita della moderna ‘Massoneria speculativa’, e della Gran Loggia di Londra, all’inizio del XVIII secolo. La figura di Hiram è di origine ‘rosicruciana’ e non ‘massonica’. La si ritrova in autori del primo movimento rosicruciano nel XVII secolo. Fu la Massoneria a ‘prendere’, o meglio, a ‘ricevere’ la ‘leggenda di Hiram’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Infatti, il pitagorico, ermetista, e massone, Arturo Reghini, scrivendo in Ignis. Rivista di studi iniziatici, anno I, n°. 10, 1925, sulla figura di Alessandro Conte di Cagliostro, al contempo alchimista, rosacroce e massone, nell’articolo, Le Proposizioni del rituale della Massoneria Egiziana censurate dal Tribunale del Sant’Uffizio. (Da documenti originali del Sant’uffizio), così scrive nella nota (7), a p. 307:  

«Esiste un’opera del celebre rosacroce Michele Maier, la “Septimana Philosophica (1620)”, scritta sotto forma di dialogo, i cui interlocutori sono: Salomone, Hiram, e la regina di Saba. Anche in un’altra sua opera, i “Symbola Aureae Mensae (1617)”, il Maier pone in connessione questi tre personaggi. Notiamo il precedente perché significativo».

Michele Maier, originario dello Holstein, in Germania, conte palatino, medico e consigliere dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, fu un rosicruciano del XVII secolo, della prima cerchia di coloro che si esposero personalmente per difendere la Fraternitas Rosae Crucis, amico personale dell’inglese Robert Fludd, del quale Rudolf Steiner parlò sovente, tessendone grandi elogi. Un discepolo di Robert Fludd, fu l’archeologo, ermetista, alchimista inglese Elias Ashmole, autore del Theatrum Chemicum Britannicum, opera molto stimata e ricercata dai cultori dell’‘Arte’. L’Ashmole fu pure uno dei primi ‘massoni speculativi’, oltre mezzo secolo prima della fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra, avvenuta nel 1717, ed apparteneva a quel milieu esoterico, che fece fluire all’interno delle sopravviventi logge ‘operative’ l’elemento rosicruciano che arriverà ad esprimersi ritualmente tra l’altro nel dramma-mistero della morte e resurrezione di Hiram Abif. Come vedremo in una ‘lezione esoterica’ – che pubblicherò, spero presto, su Ecoantroposophia – Rudolf Steiner affermerà apertamente l’origine rosicruciana della ‘leggenda del tempio’, e del ruolo in essa di Hiram.

Che poi la stessa Massoneria abbia poi avuto, in  tempi diversi e in luoghi diversi, più o meno accentuati, e vistosi, fenomeni di decadenza, a volte anche gravi, va da sé, ma non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio, ed emettere in maniera semplicistica un giudizio generalizzato. Del resto, se si osservano le degenerazioni, ben più vistose sotto ogni aspetto, delle varie Chiese cristiane, ed in particolare di quella cattolica, vi sarebbe da fare in proposito un discorso ben più severo. Ed anche il milieu antroposofico ha avuto, prima e dopo la morte del suo fondatore, Rudolf Steiner, pagine veramente tristi, e triste, sulle quali preferisco, per ora, stendere un velo pietoso. Lo stesso ambiente dei seguaci e discepoli di Massimo Scaligero – gli ‘scaligeropolitani’ come li chiama, celiando un po’, il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina – in questi ultimi decenni dopo la morte di Massimo Scaligero, non è che si sia fatto molto onore. Inoltre, lo stesso Rudolf Steiner, pur lui stesso non massone, era estremamente tollerante nei confronti di quelle forme della Massoneria rimaste, ancorché decadenti, oneste e tradizionali, non coinvolte nella politica, e dei massoni che avevano una tenuta morale. Vari preminenti, fedeli, discepoli di Rudolf Steiner erano massoni, come Harry Collison, Johannes Geyer, August Karl Stockmeyer, Herman Joachim, e in Italia Giovanni Colonna di Cesarò, e al di fuori della stretta cerchia dei seguaci dell’Antroposofia, lo zio di Massimo Scaligero, Pietro Scabelloni, del quale lo stesso Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, e in altri suoi scritti, parla come di una figura spirituale luminosa. Per cui, non avrebbe molto senso una opposizione pregiudiziale da parte di un discepolo – sive mas sive faemina – della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, ai contenuti della parte più riservata della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ossia della Mystica Aeterna, per un preteso carattere ‘massonico’ della ‘leggenda del Tempio’, e della figura di Hiram, che invece hanno carattere, e origine, ‘rosicruciani’.

Abbiamo visto, in quanto ebbi modo di scrivere su questo animoso blog in articoli sul ‘prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner’, et similia, come egli abbia una posizione spirituale accentuatamente ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Tanto più, se si considerano le comunicazioni della sua indagine spirituale, che esplicitamente identificano – in particolare nella Prima Classe della sua Scuola Esoterica, e nella Mystica Aeterna – la figura del ‘cainita’ Hiram, con Giovanni-Lazzaro, autore del quarto Vangelo, Christian Rosenkreutz, il Conte di Saint-Germain. Su ciò avrò modo di ritornare in un mio studio futuro che, spero, vedrà presto la luce su Ecoantroposophia. Tutto ciò getta una luce particolare proprio sull’ultima allocuzione, che Rudolf Steiner pronunciò il 28 settembre 1924, nella quale egli, tra le altre sue indicazioni, invitava i discepoli dell’Antroposofia ad indagare sulla ‘figura di Lazzaro-Giovanni in loro’. Quell’ultima allocuzione del Maestro dei Nuovi Tempi, in un certo senso una sorta di suo ‘testamento spirituale’, ha un senso ed un significato ben diverso da quello che gli dà Orao in Resurrezione, ed in Madre. Per la penetrazione della figura spirituale di Lazzaro-Giovanni, non si può affatto prescindere da quanto Rudolf Steiner rivela all’interno della Scuola Esoterica, e soprattutto della Mystica Aeterna, alcuni testi della quale Orao poteva avere facilmente a disposizione nella biblioteca romana del Gruppo Novalis, ma dei quali non tiene minimamente conto, così come di non poche altre comunicazioni di Rudolf Steiner, rispetto alle quali Orao va in aperta rotta di collisione. Si tratta di palesi contraddizioni rispetto a quanto insegna la Scienza dello Spirito: contraddizioni che non possono, e non devono, essere ‘opportunamente’ taciute, ma che anzi devono essere coraggiosamente dichiarate e corrette, perché – come ha anche giustamente osservato, su un noto social forum, S., un nostro benevolo lettore e critico – che vale il detto che è la verità a meritare il rispetto più grande. E lo stesso Rudolf Steiner, proprio all’inizio del libro Iniziazione, pone, come primissima esigenza per il discepolo della disciplina spirituale la devozione, che deve essere rivolta non tanto alle persone, quanto alla Verità e alla Conoscenza. Dunque è alla Verità, che andrà la nostra maggior devozione. 

Ora, la posizione di Orao, l’evidente attitudine, quale traspare nei due scritti considerati in questo mio studio, è decisamente tipologicamente ‘abelita’, e non certo ‘cainita’. Rudolf Steiner mette in evidenza come sia esistita una corrente ‘abelita’ superiore, quale si espresse, per esempio, nelle pagine più luminose dell’antico ebraismo, ed in parte nella mistica cristiana, ed una corrente ‘abelita’ inferiore, decadente, scivolante – come nel caso delle pratiche medianiche sadducee, al tempo del Christo, ed il Kohen Gadol, il Gran Sacerdote, Caifa che, come afferma il Vangelo di Giovanni‘profetizzò’ che era meglio che uno solo morisse, piuttosto che Israele venisse distrutta, ne era un esempio – nel medianismo, nella incosciente apertura di una decaduta ‘veggenza atavica’ ad un oscuro ‘visionarismo’ più degenerato, facile preda di ostili Deità Ostacolatrici. Esempi di una simile decadenza ‘abelita’, ve ne sono in abbondanza nei venti secoli di storia della Chiesa Cattolica, la quale respinse ben presto l’esigenza di una ‘Conoscenza’ diretta del Mondo Spirituale, di una ‘Gnosi’, da conquistarsi mediante l’Iniziazione, che perseguitò sempre con ferocia, assieme ad ogni forma di dissenso, da essa bollato come ‘eretica pravità’. Un altro esempio è Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, la quale possedeva potenti forze di ‘veggenza atavica’, ma che in lei scivolavano spesso nella più ambigua medianità, generando errori a non finire. Ora, Rudolf Steiner non accoglieva nella sua Scuola Esoterica chi avesse tali ‘abelitiche’ facoltà ataviche, colludenti con la medianità, e non se ne volesse liberare energicamente.

La non regolarità spirituale della posizione ‘abelita’ di Orao è, purtroppo, dimostrata dai molti – invero troppi – ‘errori’, che mi son preso la ‘pedante’ pena di documentare, e che il lettore può tranquillamente controllare, data l’abbondanza di fonti da me citate, anche ripetutamente. Il non tener conto, volutamente, di quanto Rudolf Steiner – basandosi su un metodo rigorosamente scientifico, affatto scevro di presupposti, che il discepolo dell’Iniziazione può, anzi deve, verificare, ‘rivivendolo’ – ha comunicato, con un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, nelle sue, fondamentali, opere scritte che Orao sicuramente possedeva, e in una notevole mole di ‘cicli’ di conferenze, stampati o dattiloscritti, che parimenti Orao sicuramente possedeva, nonché in altri ‘cicli’ più riservati, come quelli della Scuola Esoterica, o non ancora pubblicati, ma che erano facilmente a sua disposizione, per esempio, nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, ha portato Orao ad affermazioni che non sono diversi ‘punti di vista’, ma ben l’esatto contrario di quanto affermano Rudolf Steiner, e l’Antroposofia. Con gli scritti di Orao – si abbia o meno il coraggio di volerlo vedere – si ha a che fare non con una ‘logica dei distinti’, o ‘logica dei diversi’, crocianamente intesa, bensì proprio con una ‘logica dei contrari’, o ‘logica degli opposti’, ‘contrari’ e ‘opposti’ assolutamente inconciliabili con la Scienza dello Spirito. Ossia, o è vero quanto afferma Rudolf Steiner, che si basa su un metodo rigorosamente scientifico, espone le sue comunicazioni in chiari concetti, in un linguaggio asciutto, chiaro, di nitore ‘geometrico’‘stellare’, e di conseguenza è falso quanto afferma Orao; oppure, al contrario, è vero quanto, basandosi su una incerta, ‘abelitica veggenza visionaria’, esprimendosi in un anfibologico, e suggestivo, linguaggio mistico, afferma Orao, che ‘pretende’ di ‘correggere’,  e ‘completare’, dicendo esttamente il contrario, e ‘presume’ di poter ‘fare a meno’, e addirittura ‘sostituire’ le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed allora ha torto Rudolf Steiner, ed è falso quello che il Maestro dei Nuovi Tempi afferma.  Non vi è una terza possibilità. Bisogna avere il coraggio della radicalità della Verità, la quale non concede punto accomodamenti con personali ‘opinioni’, morbidamente accarezzate. Nella Scienza – e l’Antroposofia è ‘Scienza’, dello Spirito, ma, appunto, piaccia o non piaccia, ‘Scienza’, non ‘teologia’, non ‘religione’, non ‘misticismo’ – vi è la certezza della Verità, sperimentata, conosciuta e dimostrata, e non vi è spazio alcuno per le personali, sentimentali, idolatriche, ‘opinioni’

Dal punto di vista della Scienza dello Spirito – dunque di un’Antroposofia che voglia essere ‘Scienza’non è accettabile l’imposizione, come fa Orao a p. 7 di Resurrezione, di presupposti obbligatori, tanto più se tali presupposti sono di natura religiosa, e confessionale. Non è accettabile che venga detto che: «I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità». Ciò non è accettabile perché è falso che i Vangeli siano ‘necessari’, perché Rudolf Steiner – lo abbiamo visto, e ben documentato – non partì affatto da essi, bensì dalla Scienza, e dall’esperienza dell’essere originario del pensare. Ed è altresì falso che lo siano come ‘testimonianza’, perché il discepolo dell’Iniziazione trae ‘principi’ e ‘verità’ dalla diretta esperienza interiore, da una attività del ‘pensare puro’, del ‘pensare libero dai sensi’, senza presupposti di sorta, e poggiante unicamente su se medesima : questa è l’attiva, volitiva, cosciente, non egoistica, ‘Via del sublime eroismo’, che Rudolf Steiner con la sua Filosofia della Libertà prima, e Massimo Scaligero con l’intera sua Opera poi, hanno donato al mondo, e ai temerari che coraggiosamente vogliono realizzare l’Io, e sperimentare lo Spirito.  

Con una tale opera di redenzione del pensiero, con tutta la buona volontà del mondo, non si vede proprio che cosa abbiano a che fare, p. 7 di Resurrezione, «i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina», né cosa giustifichi, dal punto di vista della Scienza dello Spirito l’assoluta identificazione,  ibidem p. 8, del tutto arbitraria – e ben errata, visto che Rudolf Steiner afferma il contrario – di «Melchisedek, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz». Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’ di ‘correggere’, e la ‘presunzione’ di ‘completare’ – ed è un controllo che chiunque può fare con facilità, perché ne ho dati, nel corso di questo mio studio, tutti i riferimenti bibliografici – le comunicazioni date da Rudolf Steiner in Cronaca dell’Akasha, e in Scienza occulta nelle sue linee generali con i risultati della propria ‘percezione veggente’, che si è rivelata ambigua, infondata, visionaria, fallace, e menzognera.

Abbiamo visto, inoltre, come Orao alteri, scientemente, la cosmologia e la cosmogonia dell’Antroposofia, per identificare tra loro l’Eloha o Eloah Jahve con l’entità di Lucifero, come dia come ‘sede di Lucifero’ la Luna terrestre fisica, quando invece essa è Venere, e come questo capitale, e blafemo errore, crei una ulteriore, molto pericolosa, menzogna facente il giuoco di Lucifero e Ahrimane, dalle conseguenza inimmaginabili quanto esiziali, circa la dottrina occulta della ‘ottava sfera’, errore e menzogna affatto analoghi a quelli compiuti dai teosofi Helena Petrovna Blavatsky e da Alfred Percy Sinnett, dai loro ‘amici’ occultisti indiani della ‘sinistra’, e dai loro ‘avversari’ angloamericani anch’essi della ‘sinistra’ occultista. Rudolf Steiner, nei testi da me ampiamente citati, mostra come nella Blavatsky e nel Sinnett agisse, inconsapevole, un una ben celata forma di ‘materialismo spirituale’, frutto dell’origine medianica della loro ‘veggenza visionaria’. È difficile – e lo dico con profondo rammarico – sottrarsi all’impressione della stretta analogia che vi è tra l’errata concezione cosmologica di Orao e quella delle sopra citate deviazioni della medianica teosofia blavatskyana, per non dire con quella, volutamente errata, di un certo occultismo britannico, legato all’Alta Chiesa Anglicana, ostile tale occultismo non tanto all’idea stessa della reincarnazione, quanto alla divulgazione di una tale idea, e a tal fine alterante la dottrina cosmologica planetaria, e quella della Luna terrestre, nonché quella della ‘ottava sfera’ in particolare.

Abbiamo visto come Orao manipoli spregiudicatamente i testi evangelici, a pro’ delle sue tesi di fondo sulle quali vuole edificare una ‘novella Iniziazione graalica’.  Abbiamo visto come Orao giunga a falsificare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, inserendo con un’abile interpolazione – compiendo quella che non può venir chiamata con altro nome che quello di una ‘sfacciata impostura’ – un brano inesistente in un importante ciclo di conferenze del Dottore sulla pedagogia, parlando dell’atto fisico tra l’uomo e la donna – atto sessuale del quale, come ho dimostrato, Rudolf Steiner non parla mai in tutta la sua sconfinata Opera – che correlerebbe direttamente la coppia umana con la prima e più elevata tra le Gerarchie celesti. Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’, nonché la ‘presunzione’, di ‘correggere’, e ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner, e di Massimo Scaligero – in realtà sostituendosi ad esse – descrivendo i gradi di una pretesa ‘Iniziazione graalica’, ben quattro dei quali, a suo dire, verrebbero ad aggiungersi ai sette gradi della ‘Iniziazione cristiano-gnostica’ del Maestro Gesù, e a quelli della ‘Iniziazione rosicruciana’ di Christian Rosenkreutz, il che, francamente, mi sembra vada troppo oltre ogni limite consentito. Tanto più che secondo l’antico adagio iniziatico – come ho già scritto – ‘nemo dat quod non habet’.

Quanto alla ‘via della coppia’, che Orao descrive, sia pure per accenni, persino in modalità dell’atto sessuale, il sottoscritto – facendo valere un legittimo principio di precauzione – invita il cercatore spirituale alla più grande prudenza, perché errori in cotal dominio si pagano molto salati, e i sentieri intrapresi possono troppo tardi rivelarsi essere senza ritorno. Nel tempo, ho avuto modo di osservare in àmbito cattolico, in Italia e altrove, varie di codeste ‘vie’ – tutte egualmente errate – alcune delle quali con modalità e risultati piuttosto inquietanti, e scabrosi, come quella, a mio modo di vedere, veramente folle, scelta da ‘Paolo Virio’ e ‘Luciana Virio’, che seguivano gl’insegnamenti magico-sessuali, spacciati per spagirica Alchìmia, di quel traditore spirituale – Massimo Scaligero apertis verbis dixit – che era il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia. Ho potuto constatare come troppe volte un edulcorato misticismo sentimentale, ed una ‘veggenza visionaria’, conducano sin troppo facilmente su obliqui sentieri scivolosi, che portano solo ad irrimediabili disastri. In questo campo, una sana diffidenza è madre della sapienza. Ergo

La ‘Via vera’, la ‘Via regia’, è un’altra: è quella ‘Via del Pensiero Vivente’, che al giovanissimo Rudolf Steiner venne indicata a Vienna dal suo anonimo Iniziatore. ‘Via’ radicale, scevra di presupposti, metodicamente ‘scientifica’, ‘Via dello Spirito’ rigorosamente oltre il corpo, e oltre l’anima. ‘Via della Concentrazione’ che è la ‘Via del sublime eroismo’, che affronta direttamente, senza mediazioni, lo stato di morte del pensare, lo stato di morte dell’anima nella prigione-tomba corporea, e lo risolve: non vi è altra ‘Via’.

Ci tengo a dire – e lo ribadisco a scanso di equivoci – che per me Orao, è unicamente quello che risulta dagli scritti apparsi con la sua firma, presumibilmente postuma, dei libri Resurrezione e Madre. Non mi sono occupato, e non mi occuperò, della sua figura umana – sive mas sive faemina – né delle eventuali vicende luminose o tristi della sua vita. Non mi sembrerebbe giusto farlo. Di quei due libri ho analizzato solo alcuni punti. Ma su di essi si regge tutta la concezione del cammino spirituale che Orao vuole indicare, ed ho mostrato quanto tale concezione, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, sia ben errata. Venendo meno quelle fondamenta, di conseguenza crolla tutto l’edificio che su di esse si appoggia. Per ora, non intendo scavare oltre in quelle opere, e sarebbe facilissimo rinvenire in esse errori su errori.

Per rendere il dovuto onore alla Verità, alla cui devota venerazione nessuno si può, né deve, esimersi, ed evitare qualsivoglia forma di distorcente suggestione, il benevolo lettore dovrebbe non tenere conto di chi sia, o sia stato, Orao, bensì unicamente delle affermazioni che sotto suo nome sono state pubblicate nei due libri Resurrezione e Madre, e considerare – controllando rigorosamente le fonti, che fedelmente riporto – se quel che Orao dice sia vero o falso. Viceversa, il benevolo lettore non dovrebbe tener punto conto di chi io sia, ossia la mia persona, sicuramente piena di difetti, bensì unicamente considerare se quello ch’io affermo, e documento, sia vero o falso, e nel caso che quel che affermo e documento sia vero, riflettere profondamente su quali ne siano le conseguenze nella vita spirituale individuale, della Comunità Solare, e nella vita spirituale e sociale in generale. Il lettore dovrebbe – risalendo alle fonti, che riporto con una certa abbondanza, e che potrei moltiplicare con facilità, e controllandole direttamente – farsi un giudizio autonomo, coraggioso, cosciente e, soprattutto, libero. E, ancora una volta, ci tengo a ribadire che quanto posso aver scritto – scritto senza odio, né spinto da una qualsivoglia partigianeria – non è contro una persona, chiunque essa sia, ché ognuno ha un suo destino non facile da affrontare, e che non mi permetto di giudicare, bensì contro affermazioni che apertamente confliggono con la Verità, e con le comunicazioni che Rudolf Steiner ha posto a fondamento della Scienza dello Spirito, della rosicruciana Antroposofia.

Amor mi mosse, che mi fa parlare. (Dante, Inf. II, 72).

Ma prima di concludere il presente studio – e poter dire con Paolo di Tarso, 2 Timoteo, 4, 7: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi, ossia: ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho preservato la mia fedeltà – vorrei porre alcune facili domande all’editore che si è presa la pesante, e grave, responsabilità morale di pubblicare quelle due opere. Domande lecite, e ben comprensibili, visto che i due libri di Orao vengono pubblicati senza un solo rigo di presentazione, che ne spieghi la genesi e la finalità. Ma procediamo con ordine.

Questi testi di Orao, a quale epoca della sua vita risalgono? Orao ha condiviso sino alla fine della sua vita i contenuti di questi suoi scritti? Data la delicatezza dei contenuti di tali testi, Orao voleva che fossero resi pubblici? Dopo la dipartita di Orao, questi testi, o ‘quaderni’, chi li ebbe in eredità, ossia di chi essi erano in possesso legale? L’editore romano, che si è assunta poi la responsabilità di pubblicare quei testi di Orao, come ne è entrato in possesso? L’editore romano in questione ha per caso operato su i testi di Orao una qualsivoglia ‘azione redazionale’? Nel caso in cui quanto dalle mie analisi di quei testi di Orao, e soprattutto dal confronto di quei testi con le esplicite, chiarissime, comunicazioni di Rudolf Steiner – controllo che chiunque, con un po’ di buona volontà, può agevolmente fare – risulti che le affermazioni di Orao contraddicano i risultati della di lui indagine scientifico-spirituale, e di conseguenza, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e non mio personale, risultino false, ossia risultino essere menzogne, l’editore romano intende continuare a far circolare tali testi? Intende pubblicare ancora altri eventuali testi di Orao?

Termino qui la mia disanima dei due testi di Orao, Resurrezione e Madre, ma se in futuro la cosa si rivelasse necessaria, potrò senz’altro ritornare sui temi trattati. Al benevolo lettore, che ha avuto la pazienza di seguire questa documentata disanima, spero di essere stato in qualche modo utile al suo cammino spirituale, ed auguro a lui tutto il meglio, ed ogni realizzazione. Ma, soprattutto, gli auguro sinceramente di preservare la purezza del suo cuore, e di rimanere sempre, coraggiosamente, libero. 

Omnia vincit Veritas!

CONTEMPLATIO MORTIS (di F. Giovi)

Il-Dio-dellUltima-Ora

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: «Perché fratelli? Questo corpo è sfatto, perché aggrapparsi ad esso? Perché costringerlo a durare?» rispose Ramana. Al che, essi implorarono: «Maestro, ti preghiamo di non lasciarci». Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: «Lasciarvi? E dove sarebbe il luogo dove vado?». Giovedí 15 aprile 1950, un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni, ma lui rifiutò. «Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni». Al tramonto del giorno successivo, Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso, ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto. Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda cominciò a cantare Arunachala Shiva. Udendo il suo canto preferito Ramana aprí gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente piú. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile, dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo. Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti, e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi piú recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura. In epoche moderatamente piú antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva.

Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata (ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte) e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna. Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano. Se egli meditava, o pregava, il suo sognare diveniva piú reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva, e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso Rudolf Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità). Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i piú semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo. Il discepolo veniva condotto, nelle piú oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni che lo assalivano, che squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: “…Quomodo nutat caput, cadunt brachia, rigent crura, jacent tibiae: quomodo induantur, consuantur, deferantur humanda. Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus, quomodo quasi saccus putrefactus consumantur. Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua. Hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexe- ris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.”

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars moriendi, che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ’600 o ai primi del ’700 con oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtú: fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità. In questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti. Sull’Ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Piú austero e… lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti, che assume due significati: il primo consiste nell’accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte), in cui la tecnica consiste nella ripetizione di “marana vavissati” che significa “arriverà la morte”.

La necessità della contemplatio mortis non appartiene solo all’antico, ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: «Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e piú non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla. …È un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è cosí che si spezza il suo incantesimo». Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter, presagisce l’incombenza della morte, ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto, e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo: il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse mai prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese. Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni Trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi. Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. «…Mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi? …Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. È questo l’insegnamento: la morte può far sí che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?».
È interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con quelle parole. Questa impressione non pare astratta, perché la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare un’affascinante stagione artistico-letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della Decima Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli, perché ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dai confusionari insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: «La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di una enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lí che ti sorveglia. …La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, vòltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato!”. …Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli».

Ci sarebbe anche molto, troppo da dire circa le NDE (near-death experiences) o esperienze di pre-morte che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza piú completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita. Ma tutto ciò, con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni, può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai piú comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana, ma ad un livello conoscitivo impersonale: «La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana». L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello, trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica. Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara e persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito. È la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima. A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente – le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale – e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perché presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni. I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono «far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero». Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tantomeno un riassunto. Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà. Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo. Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno. Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima scopre una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo, esterno, come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo, ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale, perché contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai piú che una meditazione sulla morte. È un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto dicendo parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce, che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che, se non si pasticcia, si palesa, ma sulle prime sembra irriferibile a quanto si conosce. I “contenuti interiori”, quando sono veri, saranno pure sottili, ma sono anche forti: lasciano una traccia nell’anima che spesso, giorni dopo, risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte. Lo sperimentatore trova cosí, in un punto della Concentrazione, la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore che può sorgere (obiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al pensiero “io non sono questo o quest’altro”, ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé si vuole in un assoluto “altro da sé”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”. Questo da un lato, mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva – l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere ecc. – è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto. Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede, poiché è inavvertibile e dunque inavvertita. La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito. Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buonsenso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile. Ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori ecc., ed è anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, conducano il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende ed infrange vittorioso “il volto di Medusa”. Fu per queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2008/ago08/

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINDICESIMA PARTE.

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Non è davvero facile avere a che fare con gli scritti di Orao pubblicati in Resurrezione, nei quali, i testi ai quali Orao fa riferimento, sono sovente disinvoltamente manipolati. Ciò avviene sia per i testi di Rudolf Steiner – ed abbiamo visto persino un caso di aperta impostura, che non ha scusanti di sortasia, malgrado la proclamata venerazione, persino per il testo dei Vangeli. Orao, che passa per conoscere perfettamente il greco antico – in particolare la κοινὴ διάλεκτος, koinè diàlektos, la κοινὴ ἑλληνική, koinè ellenikè, ovvero la lingua “greca comune”, basata sul dialetto attico, e conosciuta anche come greco alessandrino o greco ellenistico, o ‘comune’, traduzione di κοινή, koinè, o ancora, a causa del suo utilizzo per la redazione dei primi testi cristiani, greco del Nuovo Testamentogreco biblico o greco patristico – traduce in maniera disinvoltamente personale i testi evangelici: per piegarli alle proprie tesi precostituite, che vuole in ogni modo dimostrare. Per esempio, parlando, a p. 98, del mutamento che l’ultima reggenza in epoca pre-cristiana dell’Arcangelo Michael avrebbe portato – al dire di Orao, naturalmente – nella dislocazione dei Misteri, così scrive:

«Si configurò, proprio all’inizio della sua reggenza, il periodo del pensiero volitivo o della volontà pensante. Questo evento significò per tutti gli asceti, i santi, gli Iniziati presenti da quell’epoca in poi sulla Terra, il germe per una nuova Iniziazione, ma anche un modo completamente nuovo di poter accedere alle sedi dei Misteri. Queste non furono più localizzate in un determinato paese o in determinati popoli, presso i quali recarsi per ottenere l’accesso ai Maestri, onde essere da questi avviati all’Iniziazione. La reggenza arcangelica aveva dislocato senza più tempo e spazio il periodo nuovo che stava per albeggiare nella storia dell’uomo: fu tutto interiorizzato, tutto fu sparso sulla Terra, tutto fu posto a disposizione dell’uomo purché questo «volesse». Quando gli Angeli, nel momento della nascita del Gesù di Nazareth, intonarono l’inno dai Cieli: «Gloria nell’alto dei Cieli, pace agli uomini di buona volontà», intendevano alludere proprio alla situazione che si sarebbe determinata nella nostra epoca, allorquando la nascita del Cristo-Gesù sarebbe divenuta evento reale per la coscienza superiore dell’uomo. Essi significarono che da quel momento in poi si apriva questa possibilità offerta quale dono del Cielo all’anima dell’uomo, ma che l’uomo stesso avrebbe realizzato.

Il cantico degli Angeli diceva propriamente: «Testimonianza all’Altissimo nei Cieli, pace per gli uomini di volontà risvegliata (o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata, così in lingua greca)».

Per l’esattezza, l’epoca di Michele, l’ultima prima dell’incarnazione del Logos, si svolse circa dal 550 a.C. sino al 200 a.C., impulsò il pensare filosofico di Pitagora, Parmenide, Protagora, Socrate, Platone, Aristotele, impulsò inoltre l’azione travolgente di Alessandro Magno, dando luogo dopo la sua morte ai vari regni ellenistici, ma non comportò affatto – non allora almeno – la dissoluzione, e la scomparsa degli Antichi Misteri. A quell’epoca i Misteri mediterranei funzionavano perfettamente. I Misteri isiaci, osiriani, orfici, dionisaci, eleusini, mitriaci, continuarono ancora per quasi un millennio, e diffusero la loro possente influenza spirituale per tutto l’Impero romano. Si ritrovano, per esempio, i resti dei templi mitriaci dal Vallo Adriano, nel Nord della Britannia, ai confini della celtica Caledonia, l’attuale Scozia, sino a Doura Europos in Siria, e sulle rive dell’Eufrate della lontana Caldea. A cavallo tra terzo e quarto secolo d.C., Iniziati ed Epopti come Porfirio, discepolo di Plotino, e Giamblico, entrambi autori di opere di grandissima sapienza, mostrano come alla epoca loro i Misteri del Mondo Classico. ai quali essi largamente attingevano, fossero ancora vitali. Nel quarto secolo d.C., l’Iniziato ed Epopta  Flavio Claudio Giuliano, che i poco cristici ‘cristiani’, che lo diffamarono, ed eziandio lo assassinarono, chiamano ‘Giuliano l’Apostata’, venne iniziato da Massimo di Efeso, detto ‘il Teurgo’, nei Misteri di Mithra e in quelli di Ecate, e dallo Ierofante Nestorio ad Eleusi nei Misteri di Cerere-Demetra e di Proserpina-Persefone. I Misteri di Eleusi furono proibiti dall’ottuso, ignorante, brutale, e intollerante, imperatore Teodosio, assieme ai tutti i culti del Mondo Classico, solo con l’editto del 382, e il Telesterion di Eleusi venne distrutto nel 396 dai Visigoti di Alarico, guidati da monaci ‘cristiani’ nerovestiti. In Egitto, ad Alessandria, insegnava, finché non venne assassinata dai parabolani dell’infame ‘cristiano’ Patriarca Cirillo, di esecrata memoria, l’Iniziata e Epopta neoplatonica Ipazia, la sapientissima figlia del matematico Teone, che il platonico e cristiano Sinesio, vescovo di Cirene chiama, nelle sue lettere a lei, ‘Ierofantide’. Il Tempio di Iside a Philae, nell’Alto Egitto, fu fatto chiudere dall’ottuso, ignorante, e intollerante, imperatore ‘cristiano’ Giustiniano, assieme alla ormai quasi millenaria Accademia Platonica di Atene, nel 529 d.C.

Ancora per quasi 1500 anni dall’inizio di quella reggenza di Michele, il pensare umano – anche quello dei filosofi – più che umano fu un pensare ispirato. Ancora nella platonica Scuola di Chartres, nell’XI secolo, il pensare più che volitiva ed individuale elaborazione umana, era un’attività dell’anima ispirata dal Mondo Spirituale. Solo con la Scolastica, con le dispute tra realisti e nominalisti, inizia lo scollamento dell’individuale pensare umano dalle influenze provenienti da mondi superiori. Addirittura Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero, Tilopa, Roma, 1967, p. 63, collega la definitiva caduta del pensiero umano nella morta riflessità, e nella cerebralità, ad un tragico evento, avvenuto all’inizio del XIV secolo, evento che ha segnato la storia dell’uomo:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto di un errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: e alle premesse della presenza dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».  

Quanto al passo del Vangelo di Luca 2,14, che Orao cita, in greco suona così: δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, e viene variamente tradotto, come nella traduzione cattolica ufficiale della C.E.I., «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama», oppure come in quella, ottima nella sua spartana semplicità, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, «Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!». Comunque la si voglia vedere, siamo lontani dalla traduzione di Orao, con le sue forzature fatte in funzione della sua tesi precostituita, che vuole ad ogni costo dimostrare.

Visto che oramai, coi miei deboli sforzi, sono riuscito a guadagnarmi eziandio la fama di ‘pedante’, mi permetterò un’altra disquisizione filologica, ed ancora una volta vorrò essere ‘evangelico’. In greco δόξᾰ, dóxa, può avere vari significati, come quelli di ‘opinione’, ‘giudizio’, ‘credenza’, ‘aspettazione’, ‘gloria’. ‘onore’, ma non certamente quello di ‘testimonianza’ (che in greco è μαρτυρία, martyrìa), che qui gli attribuisce  Orao. ἐν ὑψίστοις, en hypsìstois, è un plurale superlativo, complemento di stato in luogo, al caso dativo, mancando in greco ablativo e locativo, e significa alla lettera ‘nei [luoghi] altissimi’, e non un complemento di termine, al singolare, ossia non ‘all’Altissimo’, come invece è stato tradotto nella citazione da me riportata. Mentre manca del tutto in Orao il complemento di termine, sempre al dativo, θεῷ, theô, che significa ‘a Dio’. Poi Orao salta bellamente καὶ ἐπὶ γῆς, kài epì ghês, ‘sulla Terra’.  Infine, εἰρήνη, eirène, viene correttamente tradotta con ‘pace’, mentre ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, en anthròpois eudokìas, un altro complemento di stato in luogo, in greco sempre al caso dativo, con aggiunto un genitivo singolare, significante alla lettera ‘negli uomini di εὐδοκία, eudokìa, viene maltrattato, e alterato in maniera arbitraria e fantasiosa, a significare «per gli uomini di volontà risvegliata o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata», il che è una ‘invenzione’ bella e buona, estremamente irrispettosa del testo evangelico. εὐδοκία, eudokìa, in greco – in particolare nel Nuovo Testamento – significa ‘buona volontà’, ‘favore’, ‘soddisfazione’, ‘compiacimento da parte di Dio’, ‘felicità’, ‘diletto per l’uomo’, e non le suggestive, ‘poetiche’, ‘mistiche’, personali ‘interpretazioni’ – chiamiamole così, per usare, ancora una volta, una parola decente – vòlte a ‘stupire’ gl’inscienti, gl’ignoranti – e tutti in qualche misura lo siamo – attuando, nel senso romano ed ellenico, una vera e propria mistificazione. Tra l’altro, Eὐδοκία è il nome che assunse, convertendosi al Cristianesimo, l’ellena pagana Atenaide, di preclara bellezza, che il 7 giugno 421 sposò l’imperatore Teodosio II, assumendo il nome di Aelia Eudocia.

Ma questa non è la sola alterazione del testo evangelico. A p. 9, Orao scrive, col suo caratteristico stile involuto e misticamente allusivo, quanto segue:

«L’Io, agente in dimensione autonoma dai riferimenti dell’astrale, che volta per volta potrà essere sottratto al rapimento di Lucifero, evocato nella sua celeste composizione quale germe divino-spirituale entro la carne, si comporrà secondo la movenza micheliana nell’attività perenne pensante. S’inizia quindi l’entrata nel Tempio dei Misteri rosicruciani, dalla resurrezione del pensiero fino ad ora strumentalizzato dalla fisicità cerebrale: «Lazzaro fuori da qui per sempre», ossia: «O uomo, dal Logos, pensa nel Logos il tuo essere da Lui generato ed in lui vissuto e vivente. Esci dalla tomba della natura minerale-cerebrale e risorgi nel Risorto».

In Giovanni 11, 43, il testo evangelico, nell’originale greco, suona così: καὶ ταῦτα εἰπὼν φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω, che tradotto significa: Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il Christo disse semplicemente: «Lazzaro, vieni fuori!». Alla lettera, «Lazzaro, fuori di qui!», ché δεῦρο, dèuro, è un avverbio, e significa ‘qui’, mentre ἔξω, èxo, ‘fuori’. Non disse: «per sempre», parole che sono un’aggiunta arbitraria di Orao, che manipola il testo evangelico a pro’ delle sue personali tesi. Da sempre, nella Chiesa cattolica, sia latina che greca, ha avuto corso una forma di ‘esegesi allegorica’ dei testi biblici. Una tale ‘esegesi’ può essere una ‘interpretazione’ personale più o meno lecita, anche se talvolta forzata, con finalità di edificazione morale, o di teologia mistica. Ma, sicuramente, una tale ‘interpretazione’ non è Scienza dello Spirito. Comunque, gli allegoristi della tradizione cattolica, occidentale latina od orientale ortodossa, non si permettono mai di alterare a proprio piacimento il testo biblico, e distinguono sempre bene tra ‘testo’ e ‘interpetrazione’, come invece non fa, spesso e volentieri, Orao nei suoi scritti.

Dalla personale, soggettiva, ‘interpretazione’ dei Vangeli, e dalla propria, altrettanto soggettiva e personale, ‘chiaroveggenza visionaria’, Orao trae la ‘presunzione’ di poter, a suo piacimento, ‘completare’, ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la ‘pretesa’ di ‘indicare’, anzi ‘rivelare’, la ‘novella iniziazione graalica’. Quanto tali ‘presunzione’ e ‘pretesa’ vadano in rotta di collisione  – sia come ‘metodo’, sia come ‘contenuti’, sia come ‘legittimazione’ in simil suo ‘proporre’ – rispetto alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, lo si può constatare, una volta di più, da quel che Orao scrive nel secondo libro, pubblicato dall’editore romano, Madre. La luce dei Nuovi Misteri, Tilopa, 2018, p. 211, ove leggiamo:

«Inoltre c’è da considerare che, in questa specialissima atmosfera, le correnti macrocosmiche che poterono avere l’accesso nella costituzione microcosmica per la prima volta, nella storia evolutiva della terra, senza che il potere yahvetico, o luciferico, contrapponesse il suo potente rifiuto dalle zone più profonde dell’anima umana».

Vediamo, ancora una volta, come qui Orao, sulla base della propria, soggettiva, ‘veggenza visionaria’, identifichi arbitrariamente Jahve a Lucifero, e le forze jahvetiche con quelle luciferiche. Infatti, più oltre, a p. 212, Orao, parlando delle forze jahvetiche – che secondo Rudolf Steiner, invece, operavano a combattere, e limitare, il potere delle forze luciferiche nell’uomo – come di forze ostacolatrici, ed alterando altresì quanto vien detto nel racconto biblico della Genesi, così scrive:

«Maria cancellò l’alleanza fra la Donna e il Serpente che, con la tentazione di Eva, si era instaurata nella corrente interiore umana. Divenne la Eva celeste, veicolo dell’incontro fra le forze macrocosmiche e microcosmiche, nella quale la tenuta yahvetica sull’elemento del sangue non aveva più ragione d’essere».

È noto come, nella concezione antroposofica, sia stato Lucifero, e non Jahve, a trasferire il calore al sangue, rendendolo in tal modo veicolo delle passioni del corpo astrale, invece che veicolo dell’Io, la cui coscienza, di conseguenza, è costretta a trarsi dal disanimato sistema nervoso. Ma Orao, proprio per il suo arbitrario identificare Jahve, il settimo Eloha, con Lucifero, scrive – in uno stile che trovo passabilmente intorcinato – alle pp. 212-213:

«Si è già accennato al respiro della Vergine, per cui ad ogni pensiero espresso dal Figlio, Ella glielo restituiva trasmutato in vivente immagine, creante entità reali proprio dal soffio del Suo respiro alitante d’intorno la cristica realtà che dal Cosmo si espandeva già sulla Terra. Questa pervasione fu possibile proprio quando la sostanza del sangue mossa dalla presa yahvetica fu liberata da quella circonvoluzione egoico-corporea, ed attraverso questo succo tanto peculiare, scorse, senza ormai impedimento, la reale corrispondenza cristica, il germe dell’Io superiore che in sé conteneva dalla macrocosmica trascendenza, la microcosmica favilla del Logos germinante nell’anima umana il seme del divino, che la Madre tratteneva divenendo alveo per la nascita, la crescita e la manifestazione futura dell’Impulso-Cristo in sé, ma per tutte le anime del mondo, da allora in avvenire».

Quanto poco coraggio ed amore per la Verità vi siano in tanti sedicenti spiritualisti – antroposofi o meno, ‘scaligeropolitani’ o meno – lo possiamo evincere da quanto, arrampicandosi sugli specchi, si sforzano taluni di evitare di pronunciarsi con chiarezza di fronte alle pur palesi contraddizioni, ben evidenti già al primo sguardo, tra ciò che scrive Orao e quanto comunica la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un caso emblematico è quello di un tale X, che così scrive su un noto social forum:

«Interessante…. forse è un semplice errore voluto da chissà chi… o forse vi fu una sovrapposizione fra Ahrimane e Lucifero nella visione di Orao. Lucifero che – in un certo senso – spodesta Ahrimane per dare la libertà agli uomini facendone identificare l’antica coscienza egoica, l’intelligenza riflessa, con il terrestre e tal fine corrompe l’astrale. Qualcosa a cui si è posto rimedio con la discesa del Cristo, venuto non ad abolire ma a completare. Certo è difficile – addirittura scandaloso – pensare che Jahve, volto del Cristo, continui attualmente la sua primitiva opera di creazione come Ahrimane, con Lucifero, alleato ed avversario al tempo stesso, entità che fa attaccare gli uomini al desiderio del mondo fisico nell’astrale. Potrebbe tuttavia essere necessario por mente al fatto che, nel Mondo Spirituale, le cose non sono fisse, come i nostri concetti terrestri, ma più che viventi ed estremamente mobili, si trasformano in continuazione. D’altra parte, se pensiamo al fatto che la nostra intelligenza terrestre – affinché potessimo acquisire la libertà – è stata edificata sul pensiero riflesso, cioè arimanico, pensiero che oscura la visione del vivente mondo dello Spirito, si spiegherebbe il potere accordato in questa era al Dio della morte (che noi ora vediamo come morte, come una specie di salto nel buio, ma che gli antichi – noi stessi, in passato – consideravano come trasformazione; che poi, in natura, sulla Terra ogni cosa – uomo compreso – nasce per morire). Tutto terribilmente complicato, credo che spetti a ciascun uomo – a ognuno di noi – interpretare le immaginazioni».

Naturalmente, se le immaginazioni sono da ciascun uomo da interpretarsi, data la soggettività imperante, e secondo personale, sentimentale, e istintivo arbitrio, la conclusione risultante che verrebbe fuori inevitabilmente, sarebbe che ‘tot capita, tot sententiae’, ed ognuno le intenderebbe tali immaginazioni, affatto anarchicamente, a modo suo. Ma allora diverrebbe impossibile parlare di una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’. Se, poi, s’invoca una sorta di ‘fluidità’ e ‘mobilità’ del Mondo Spirituale per sottrarsi alla constatazione delle evidenti contraddizioni, ed evitare così di veder crollare miseramente al suolo un ‘idolo’, acriticamente e sentimentalmente adorato, è fatale che si navighi sempre più in un tempestoso oceano di incertezze, che può sfociare unicamente nel più disastroso naufragio. Un altro esempio di una totale incomprensione di cosa sia la Verità, la possiamo rinvenire in un passo di un lungo commento, apparso sempre in un gruppo di discussione sul medesimo social forum, di un tale Y. che, tra le altre cose, così scrive:

«Per comprendere i testi di Orao dobbiamo viceversa affidarci a quelle forze immaginative, ispirative ed intuitive dettagliatamente illustrate da Steiner particolarmente nella trilogia L’Iniziazione / Sulla via dell’Iniziazione / Coscienza di Iniziato. Tramite tali forze Orao, Essere dotato di piena veggenza a differenza dell’articolista summenzionato che di veggenza non ne possiede neppure un grammo (del resto lo ha più volte ammesso lui stesso nei suoi lunghissimi ed estenuanti articoli) ha potuto verificare la piena sinergica cooperazione esistente da un lato tra l’Entità Mani e l’Entità Christian Rosenkreuz e dall’altro tra l’Entità Jheova’ [sic!] e l’Entità Lucifero. Tale cooperazione è nei tempi presenti talmente forte da determinare una SOVRAPPOSIZIONE tra Mani e Christian Rosenkreuz da un lato e tra Jheova [sic!] e Lucifero dall’altro. Se l’articolista ed i suoi supporters conoscessero la dottrina gnostica saprebbero che Jheova [sic!] altri non è se non il demiurgo, il creatore della materia (hulè) [sic, per ὕλη, hyle, con accento tonico eventualmente sulla y, per favore] e del mondo del quaternario ovverosia di QUESTO mondo: il princeps eius  [sic, per huius] mundi alias Ahrimane!».

Affermare che l’EloahEloha, Jahve o Jehova sia identico ad Ahrimane è una sacrilega bestemmia, almeno quanto lo è la identificazione che fa Orao tra Jahve e Lucifero. Le dottrine gnostiche le conosco molto bene, e le studio da almeno cinquant’anni sui testi originali, ma esse dicono cose alquanto diverse da quello che afferma il nostro critico Y. La ‘sovrapposizione’ tra Mani e Christian Rosenkreutz, tra Jahve e Lucifero, è una pura sciocchezza, come abbiamo visto, contraddetta da Rudolf Steiner, e non vale la pena parlarne ulteriormente. Delle mie esperienze interiori non amo parlare, ma ciò non vuol dire affatto che non esistano. Che un asceta praticante, che si dia con tutto se stesso alla ‘Via’, voglia diventare sempre più ‘helldenker’, ossia ‘chiaropensante’ – come dissi in un incontro a Hella Wiesberger, facendola sorridere – non significa punto che egli non abbia esperienze interiori. Certo simili ‘difensori’ non giovano davvero affatto alla ambigua, ed oltremodo discutibile, causa di Orao !

Ma torniamo a quanto Oraoan sive mas sive faemina sit, nescire volo, e vedremo in fine perché – scrive in Resurrezione. Nel capitolo I gradi della iniziazione graalica, pp. 103-139, Orao (tralasciamo tutta una serie di suoi discorsi in parte collaterali, per così dire, di carattere generale) passa poi alla descrizione circa l’atto fisico tra uomo e donna – sul quale, così come viene da Orao caratterizzato, vi sarebbe molto da eccepire, sed etiam de hoc, in hac sede transeamus – e alla descrizione, preannunciata già nel titolo del capitolo – dei ‘gradi della novella iniziazione graalica’. Tenuto conto, che di questi gradi non fa mai – veramente mai – verbo Rudolf Steiner, né tampoco su di essi fanno accenno alcuno, ancorché minimo, personalità iniziaticamente qualificate come Marie Steiner – che per il suo rapporto con il Maestro dei Nuovi Tempi, più di tutti gli altri discepoli di lui, avrebbe potuto dire qualcosa di decisivo, e lei mai lo fece – o Michael Bauer, o Alfred Meebold, o Giovanni Colazza, o infine lo stesso Massimo Scaligero, non può non stupire la temerarietà, o – per meglio dire – la ‘presunzione’ di affermare quanto Rudolf Steiner non comunicò, et pour cause. E, a mio modo di vedere, nella ‘forma’, e coi ‘contenuti’, come lo fa Orao, mai egli lo avrebbe fatto, in quanto la ‘forma’ è errata, e i ‘contenuti’ sono falsi, sono menzogne, scaturiti da un ‘metodo’ erratissimo, spiritualmente irregolare, in quanto conoscitivamente non fondato, non scevro da presupposti, e prodotto, in maniera malsana, da una ‘chiaroveggenza visionaria’, i cui risultati contraddicono platealmente le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la logica stessa.  

Orao, a principiare da p. 108, descrive quelli che sarebbero – a suo dire, naturalmente – i ‘gradi’ della ‘graalica iniziazione’ nel suo libro Resurrezione, esposti e proposti. E si comincia sùbito col ‘difficilissimo’:

«Il primo gradino dell’Iniziazione graalica si potrebbe [sic!] definire Dedizione, il secondo Accoglimento: con questi due gradini l’esperienza può svolgersi al di fuori della corporeità in quanto sostituenti l’esperienza fisica con quella eterica. Il corpo eterico immette – sostituendosi al corpo fisico in stato di sonno profondo prima, di liberazione aerificata dopo – in tutta l’esperienza i suoi due movimenti di «simpatia e antipatia» che, come lo Steiner precisa senza equivoci nulla hanno a che fare con simpatia e antipatia della sfera psico-corporea».

Orao non dice come si possano attuare questi due gradini dell’evoluzione interiore, gradini che, presupponendo totale indipendenza dal corpo fisico, sono già rare culminazioni in altre ‘Vie’ autenticamente iniziatiche. Nella ‘Via’ rosicruciana, il primissimo gradino dell’Iniziazione, più modestamente, è lo ‘studio’ rituale, meditativo – attuato mediante quel ‘pensiero puro-libero dai sensi’, che qualcuno, in maniera insana e improvvida ha dichiarato essere «una esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», ed invece è ardua, e soprattutto cosciente, conquista, che il discepolo ‘espugna a viva forza’, come scrive Massimo Scaligero ne la Kundalini d’Occidente –  delle opere nella quali sta racchiusa la Sapienza celeste. Nella ‘Via’ cristiano-gnostica, prima di accedere alla ‘lavanda dei piedi’, vi è una lunga preparazione, da compiersi – necessariamente ed obbligatoriamente – sotto la guida di un Maestro a ciò deputato dal Mondo Spirituale, e realizzata attraverso la meditazione metodica del Prologo del Vangelo di Giovanni, dei primi dodici capitoli del medesimo Vangelo, di altre parti dell’Antico e Nuovo Testamento, ed affiancata da particolari esercizi, che sicuramente Orao non conosceva per difetto di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner, a mio modo di vedere, colpevolmente negletta, in favore della propria soggettiva, problematica, ‘veggenza’.

A p. 109, Orao prosegue la descrizione in questo susseguirsi di ‘gradi’:

«Il terzo gradino potrebbe dirsi [sic!] della Conoscenza d’amore o Fecondazione d’amore. È noto che in antico l’espressione «conoscere un uomo o una donna» alludeva al processo della fecondazione. Al presente, tale fecondazione riguarda un’operazione magica: dopo aver espanso la sua sostanza di luce entro la tenebra inconsapevole della mineralità corporea, il corpo eterico viene ricevuto dalla sostanza stellare del corpo astrale».

Anche qui, non viene data veruna indicazione di come attuare una cotale ‘operazione’. Ora, conoscendo bene quanto circola in ambienti vari dell’occultismo cattolico –  emblematico è quello che faceva capo prima al conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia, e poi ai suoi due ‘discepoli’, Paolo Virio e Luciana Virio – viene sùbito da pensare ad uno scivolare in una delle molte, e variate, forme di quella problematica ‘magia sexualis’, che spesso e volentieri – più spesso e più insospettatamente di quel che non si creda – possono condurre a vere e proprie perversioni e patologie dell’anima e del corpo.

Ed ora viene, a p. 110, una parte ancora più problematica, che, quando l’ho letta, mi ha fatto letteralmente sobbalzare:

«Gli altri quattro gradini iniziano là dove si concludeva la antica Iniziazione cristiana – occorre comprendere che di staccato, di innovazione a sé stante non esiste nulla nella storia dell’uomo ad eccezione della venuta del Cristo. Solo una volta nella storia del mondo un Dio si fece carne e su questa carne discese l’entità del Sole, il Figlio dell’Altissimo. Questo fu un evento unico, tutto il resto precede o procede da ciò. Il quarto gradino potremmo [sic!] immaginativamente [sic!] chiamarlo Resurrezione, il quinto Ascensione, il sesto Pentecoste nuova, il settimo Battesimo dell’aria, o Evento del Graal propriamente detto». 

Per l’esattezza, se è vero che una sola volta il Logos Solare si incarnò, che una sola volta Egli si fece uomo sulla Terra, ed una sola volta avvenne il Mistero del Golgotha, non è altrettanto vero che una sola volta un Dio scelse la ‘umanazione’, ossia s’incarnò sulla Terra, perché alcune Entità delle Gerarchie Divine – invero poche – rinunciando ad un rango divino, decisero di accompagnare l’uomo nel suo cammino terrestre, nella sua temeraria ricerca e realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Un essere come il discepolo di Sais-il Figlio della Vedova di Nain-Mani-Parzifal, un essere come Hiram Abif-Giovanni Lazzaro-Christian Rosenkreutz-il Conte di Saint Germain, un essere come Zaratustra– il Gesù Salomonico-il Maestro Gesù, un essere  come Sciziano, un essere come il Conte di Cagliostro, sono Entità delle Gerarchie Divine che, appunto, hanno compiuto l’indicibile ‘sacrificio’ di scegliere liberamente l’‘umanazione’, d’incarnarsi sempre di nuovo, in frequenti, sempre di nuovo ripetute, incarnazioni come ‘uomini’, e di accompagnare l’essere umano nel suo difficile cammino terrestre. Su questo punto, le comunicazioni di Rudolf Steiner sono precise, e uno studio diligente da parte di Orao dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi avrebbe non solo fugato ogni dubbio in proposito, ma avrebbe altresì evitato da parte sua molti palesi errori. A meno che Orao non ritenesse – come è pure possibile, per non dire probabile – necessario ‘correggere’ coi risultati della propria personale ‘veggenza’ le comunicazioni di Rudolf Steiner.

Qui, Orao afferma che oltre il settimo grado della Iniziazione cristiano-gnostica, che Rudolf Steiner  a volte chiama ‘Resurrezione’ e a volte ‘Ascensione’, vi sarebbero – a suo dire – altri quattro gradini iniziatici, e quindi avremmo una ‘Via’ o una ‘Iniziazione’ in undici gradi, il che francamente mi sembra a dir poco grottesco. Lo stesso problema, si pone, naturalmente, nei confronti della Iniziazione cristiano-kabbalistica, affine secondo Rudolf Steiner alla Iniziazione cristiano-gnostica, e di quella propriamente rosicruciana. Nel ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015,  Rudolf Steiner, nella tredicesima conferenza, tenuta a Stoccarda il 3 settembre 1906, alle pp. 140-141, così dice:

«Il settimo gradino, la resurrezione, non può descriversi in parole. Perciò in occultismo si dice: il settimo stato può essere pensato soltanto da colui la cui anima si sia liberata interamente dal cervello. Solo a lui si potrebbe descriverlo. Per questo si può solo menzionare. Il maestro cristiano occulto indica come attraversare questo gradino.

Quando l’uomo ha vissuto attraverso questo gradino, allora il cristianesimo è diventato un’esperienza interiore della sua anima. Allora egli è completamente col Cristo Gesù. Il Cristo Gesù è in lui».

Nel ciclo Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, pubblicato in italiano col titolo La saggezza dei Rosacroce, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 2011, nella quattordicesima conferenza, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907, abbiamo, a p. 159, nuovamente una descrizione del settimo grado dell’Iniziazione cristiano-gnostica. Siccome la traduzione di questo punto, invero non facile, così come fu eseguita da Iberto Bavastro, non mi soddisfa pienamente, ho preferito ritradurla. Soprattutto, in tedesco ‘Himmelsfahrt’ non è semplicemente il ‘viaggio celeste’, com’è stato ivi tradotto alla lettera, ma è l’espressione tecnica e liturgica che indica la ‘Ascensione’ del Christo Gesù, così come il termine ‘Höllenfahrt’ non è semplicemente il letterale ‘viaggio all’Inferno’, bensì la ‘Discesa agl’Inferi’ da parte del Salvatore, ossia la κατάβασις, katàbasis degli Antichi Misteri, analoga a quella di Orfeo, Ercole, Ulisse, Enea, e nel nostro Medioevo, quella di Dante, alla quale seguiva, negli Antichi Misteri, l’ἀνάβασις, anàbasis, l’ ‘Ascesa’, come quella di Dante nel Paradiso.  Così leggiamo:

«Non è possibile descrivere il settimo gradino, l’Ascensione. Si deve avere un’anima che per pensare su ciò non dipenda più dallo strumento del cervello. E per sperimentare – empfinden – ciò che la persona sta vivendo come ciò che si chiama Ascensione, devi avere un’anima in grado di provare questo sentimento. L’attraversare umilmente queste condizioni con piena dedizione rappresenta l’essenza dell’Iniziazione cristiana. Chi la percorra così con questa serietà, costui sperimenterà la sua Resurrezione nei mondi spirituali. Oggi non tutti possono farlo. Perciò è necessario che esista un altro metodo, che conduca ai mondi superiori. Questo è il metodo rosicruciano».

Per un possibile controllo da parte dell’attento lettore, riporto qui il testo tedesco, p. 167, della mia traduzione:

«Das siebente, die Himmelfahrt, läßt sich nicht beschreiben. Man muß eine Seele haben, die nicht mehr darauf angewiesen ist, durch das Instrument des Gehirns zu denken. Um das zu empfinden, was der Betreffende als das, was man Himmelfahrt nennt, durchmacht, muß man eine Seele haben, die dieses Gefühl erleben kann.

Das Durchgehen durch demütig hingebungsvolle Zustände stellt das Wesen der christlichen Einweihung dar. Wer sie so ernsthaftig durchgeht, der erlebt seine Auferstehung in den geistigen Welten. Nicht jeder kann das heute durchführen. Daher ist es notwendig, daß eine andere Methode besteht, die zu den höheren Welten hinaufführt. Das ist die rosenkreuzerische Methode».

Infine – ma sarebbe facilissimo moltiplicare assai le citazioni dai cicli di Rudolf Steiner – vi è quanto egli dice nel ciclo Das christliche Mysterium. Die Wahrheitssprache der Evangelien. Luzifer und Christus. Alte Esoterik und Rosenkreuzertum. Erkenntnisse und Lebensfrüchte der Geisteswissenschaft, GA-97, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, p. 189, ossia Il Mistero cristiano. Il linguaggio di verità dei Vangeli. Lucifero e Christo. Esoteriemo antico e Rosicrucianesimo. Conoscenze e frutti per la vita della Scienza dello Spirito, ove nella conferenza-allocuzione tenuta per la consacrazione del Gruppo Paracelso, di Basilea, il 19 settembre 1906, Rudolf Steiner così si espresse:

«Il settimo grado non può essere descritto in maniera più precisa, giacché esso sta oltre ogni capacità di rappresentazione sensibile. Al massimo, può ancora essere afferrato pensando da quegli uomini che infine  sono divenuti liberi da questo mondo mediante instancabile esercitarsi. Questo gradino include l’entrare nella perfetta Divinità e Gloria, per le quali le nostre parole non sono più sufficienti per la  descrizione».

Ed ecco il testo tedesco per il consueto controllo da parte del volenteroso lettore:

«Die siebente Stufe kann nicht genauer beschrieben werden, denn sie steht jenseits allen sinnlichen Vorstellungsvermögens. Höchstens kann sie noch denkend von jenen Menschen erfaßt werden, welche durch unablässige Übung endlich von dieser Welt frei geworden sind. Diese Stufe umfaßt das Eingehen zu vollkommener Göttlichkeit und Herrlichkeit, wofür unsere Worte zur Schilderung nicht mehr ausreichen».

Queste parole del Maestro dei Nuovi tempi. Evidentemente, Orao, che ritiene non necessario lo studio fedele, umile, e devoto dell’Opera di tanto Maestro, essendo – secondo sua personalissima opinione – sufficiente la propria ‘chiaroveggenza’, evidentemente non necessitante, a suo modo di vedere, di severo controllo scientifico, né tampoco di confronto o verifica rispetto alle comunicazioni di Rudolf Steiner. Non vi è, evidentemente, in Orao quello ‘sich zurückziehen’, quel ‘ritrarsi’, quel ‘tirarsi indietro’‘farsi da parte’, per far parlare direttamente la di lui Opera, che Hella Wiesberger mi dette come divisa interiore, come principio a cui attenermi sempre, come ‘pietra di saggio’ con la quale esaminare le affermazioni, e la fedeltà, di tanti che nel tempo si sono pronunciati sulla Scienza dello Spirito, sull’Antroposofia, donata al mondo da Rudolf Steiner.  

L’indicare addirittura altri quattro gradi, oltre quello dell’Iniziazione cristiano-gnostica dell’Ascensione, coincidente – Rudolf Steiner dixit –  con la Beatitudine divina dell’Iniziazione rosicruciana, e col Samâdhi dell’Iniziazione orientale yoghica o buddhista o taoista, è un oggettivo porsi al di sopra non solo di Rudolf Steiner che ci ha donato l’Antroposofia, ma anche al di sopra di Maestri sovrumani come Christian Rosenkreutz che ci ha recato l’Iniziazione e la Sapienza Rosicruciana, e di Zarathustra, il Maestro Gesù che ci ha recato l’Iniziazione cristiano gnostica. Per non parlare di Mani e dell’Iniziazione manichea.

Il porsi oggettivamente ‘oltre’, ‘al di sopra’ del Maestro dei Nuovi Tempi, e dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, è ὕβϱις, hýbris, ‘insolenza’, ‘tracotanza’, ‘eccesso’, ‘superbia’, ‘orgoglio’, ‘dismisura’, ‘arroganza’‘violenza’‘prevaricazione’: un ‘andare oltre il limite’ del lecito. In termini della Sapienza indiana, la hybris è adharma: ciò che è contro il dharma, l’universa legge, l’Ordine cosmico, il Rtà, che sorregge i mondi. È un ‘frangere’, una ‘effrazione’, che suscita ‘sdegno’ e ‘ira’ negli Dèi, e nel Cielo.

Una ‘Via’ d’Iniziazione non è – e non può essere – una ‘intelligentissima’ escogitazione umana. Viene dal Superumano, dall’Ultraumano: dal Mondo Spirituale. Al vertice di essa vi è sempre un Iniziatore degli Iniziati, che è il ‘mediatore’ tra ciò che, come spirituale puro, è al di là dell’umano, e l’umano stesso. Vi è una ragione profonda al fatto che l’Iniziazione sia in sette gradi. In sette gradi era l’Iniziazione mitriaca, in sette gradi sono l’Iniziazione cristiano-gnostica, quella cristiano-kabbalistica, quella rosicruciana. Aggiungere quattro gradi con la pretesa di superare il grado sommo di ognuna di queste, confezionando così una Iniziazione in undici gradi, è cosa che non sta né in cielo né in terra.

Per comprendere a fondo il perché della settemplice struttura in sette gradi della ‘Via’ dell’Iniziazione, giova leggere quanto scrive Hella Wiesberger, Rudolf Steiners Wirken und das fünfte der sieben großen Geheimnisse des Lebens, in   Zur Geschichte und aus den Inhalten der ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904 bis 1914. Briefe, Rundbriefe, Dokumente und Vorträge, GA-264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage, Gesamtausgabe Dornach 1984. 2. Auflage, neu durchgesehen und erweitert um den Anhang Gesamtausgabe Dornach 1996, pp. 255-256. Quest’opera è stata solo parzialmente tradotta in Rudolf Steiner, Storia e Contenuti della Prima Sezione della Scuola Esoterica 1904-1914, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella quale nella seconda parte, molto ben tradotta da Stefano Pederiva, vi è di Hella Wiesberger, L’opera di Rudolf Steiner e il quinto dei sette grandi segreti della vita, dove, alle pp. 185-186, così scrive:

«Il male si presenta quando l’essere umano – sia come singola individualità  sia come comunità – devia dalla concordanza con gli impulsi progressivi del cosmo. Non esiste, infatti, il male in sé. Tutto il male non è una realtà assoluta, esso sorge quando qualcosa, che in un modo qualsiasi è buono, viene usato nel mondo in un modo non corrispondente. In tal modo viene stravolto in un male (Monaco, 25 agosto 1913).

Nel periodo di civiltà precedente, il greco-latino, era determinante una concezione diversa del male, perché, come quarto periodo, era soggetto al quarto segreto, quello della nascita e della morte. È possibile avvedersene considerando la seguente modificazione dei sette gradi iniziatici. La via iniziatica gnostico-cristiana, quella che fu determinante  nella quarta epoca, era costituita da sette gradi: Lavanda dei piedi, Flagellazione, Corona di spine, Crocifissione, Morte mistica, Deposizione, Ascensione; la via iniziatica cristiano-rosicruciana, determinante per il quinto periodo di civiltà, ha i seguenti gradi: Studio della vera autocoscienza, Immaginazione, Apprendimento della scrittura occulta o conoscenza ispirata, ritmizzazione della vita (Preparazione della pietra filosofale), Corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo (Conoscenza della connessione dell’uomo con il mondo), Dimora o immersione nel macrocosmo, Beatitudine divina. . in entrambe le vie iniziatiche l’esperienza del male è sì al quinto grado, ma nella via gnostico-cristiana del quarto periodo era unita, quale cosiddetta “Discesa agli inferi”, all’esperienza della Morte mistica. Nella via iniziatica del nostro quinto periodo, invece, al quinto grado iniziatico si impara a conoscere il vero bene come corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e il male come deviazione da tale corrispondenza in ogni sua manifestazione. Dato che la via iniziatica determinante per un’epoca è sempre connessa con le forze che, in tale periodo, vanno sviluppate in unione con i sette segreti della vita, l’antroposofia doveva divenire necessariamente la scienza delle corrispondenze, o anche non corrispondenze, tra macrocosmo e microcosmo. Oggi perciò, la questione del bene e del male va risolta mediante la conoscenza della giusta corrispondenza».

Da quanto sopra, si può evincere agevolmente quanto, in maniera enorme, erri Orao nella descrizione della sua ‘novella via graalica’ proposta, e addirittura sovrapposta ai gradi più alti dell’iniziazione cristiano-gnostica e di quella cristiano-rosicruciana. Come abbiamo visto – e ampiamente documentato – una tale ‘erranza’ nasce dal suo volersi basare unicamente sulla propria ‘veggenza’, che si è dimostrata ampiamente fallibile, dal suo non voler ‘studiare’‘rosicrucianamente studiare’ – l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, dal suo non poter controllare la realtà o l’illusorietà delle proprie ‘percezioni’, le quali non essendo conoscitivamente, scientificamente, controllate, e verificate, si dimostrano essere parto di una ‘chiaroveggenza visionaria’: ingannevole, e in definitiva patologica. Una tale ‘erranza’ è generata e, a sua volta, genera, quella ‘hybris’, quella ‘tracotanza’, quello ’andar oltre il limite del lecito’, che agli occhi dei Numi e del Cielo è ‘arroganza’, ‘insolenza’, ‘prevaricazione’ che, ponendosi come ‘frammento’ contro il ‘Tutto-Universo’, viene fatalmente da questo travolto e vinto. A questo proposito, il discepolo dell’Iniziazione ha nelle parole limpide e lapidarie del Maestro dei Nuovi Tempi una chiara distinzione – e al contempo una severa ammonizione – tra libertà e arbitrio. Così leggiamo in Rudolf Steiner, Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp.147-148:

«Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quell’essenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre un’importanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dall’essenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dell’ordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere all’azione Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, le stesse che sono divenute leggi del suo proprio essere.

L’agire partendo dall’interiorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa meta è assai lontano, ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dall’eterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone all’ordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla sua volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenire libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Ad Orao, in maniera evidente – almeno per chi voglia ‘vedere’ – è sfuggito l’essenziale, ed è mancata, per difetto, tutta una parte  di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner. Una tale mancanza di conoscenza avrebbe potuto essere agevolmente superata, attingendo sia alle opere stampate di Rudolf Steiner, che sicuramente possedeva, sia attingendo, per esempio, alla biblioteca, ricchissima, del romano Gruppo Novalis. Una tale mancanza di conoscenza poteva in parte essere frutto di trascuratezza o negligenza, ma in parte era frutto di una ‘volontaria scelta’, visto che le palesi contraddizioni tra quanto affermato nei suoi scritti e le comunicazioni di Rudolf Steiner, contenute in libri stampati e molte volte ripubblicati per decenni, non permettono una diversa conclusione logica.

Il benevolo lettore abbia ancora un poco di pazienza: oramai siamo quasi alla fine di questo mio lungo studio. Nel proseguo vedremo ‘che cosa’ è mancato, e ‘perché’ è mancato nella visione dell’Iniziazione che ne ha Orao. Il suo non partire da una assenza di presupposti – come avrebbe dovuto essere se Orao avesse avuto fondamento conoscitivo nella ‘teoria della conoscenza’, asceticamente sperimentata, esposta nelle opere ‘filosofiche’, o ‘filosofali’, come amo dire, di Rudolf Steiner – ha portato ad un essere pre-condizionati da una serie di ‘pre-giudizi’, che non hanno fondamento veruno, e ad edificare tutto un edificio di illusioni, di fisime, di menzogne, che ammalano non soltanto la vita animica di chi le produce, ma ammalerebbero anche quella di cerchie della Comunità spirituale, nella misura in cui esse venissero da queste accettate e seguite.

Come diceva un grande Iniziato, Giovanni Tritemio, Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, Qui non amat claritatem, amat caecitatemchi non ama la luce, ama la cecità. Amare la Verità è amare la Luce, ed è amare il Logos, che disse, nel Vangelo di Giovanni, 8. 12:  ἐγὼ εἰμι τὸ φῶς τοῦ κόσμου, Io Sono la Luce del mondo.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUATTORDICESIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Come misi in evidenza all’inizio di questo studio, citando un passo di Guarire con il pensiero di Massimo Scaligero, è la verità obbiettiva quella che unicamente importa, e non le fascinose affabulazioni che possono suggestionare coloro che non riescono ad uscire dagli astringenti legami della loro soggettività, e sono preda della propria natura sentimentale ed emotiva. L’agire con strumenti opportuni sulla passività delle anime umane, è quanto si propongono quei maestri della manipolazione, che oggi – con un’espressione oltremodo appropriata, più calzante di quanto molti non sospettino – vengono denominati ‘persuasori occulti’. Ma ciò che ‘suade’, ciò che dolcemente ‘persuade’, ciò che morbidamente ‘seduce’, – avverte Massimo Scaligero – non libera, e spesso diviene un dolce veleno, della cui intossicante azione, a un certo punto, non si desidera più liberarsi. Si diviene ‘dipendenti’ – o per esprimersi come Rudolf Steiner – ‘clienti’ di tali ‘occulti persuasori’.

Così operano lobby economiche, partiti politici, cerchie e circoli ‘culturali’, e soprattutto le Chiese. Viene suscitato – molto abilmente, e insensibilmente, ad arte suscitato – un ‘bisogno’, che può manifestarsi come disagio, come ansia, inquietitudine, senso di incertezza, o d’insicurezza, di precarietà, di sfiducia in se stessi e nelle proprie forze, e in taluni casi addirittura di pericolo. Poi, viene proposto, in maniera ‘suadente’‘seducente’, ambiguamente ‘convincente’, ‘rassicurante’, e ‘consolante’ , un infallibile ‘rimedio’, un ‘farmaco’ – il lettore si ricordi, come abbiamo già detto, che in greco φάρμακον, ‘phàrmakon’, significa, al tempo stesso, sia ‘pianta curativa’‘medicina’, che ‘veleno’, o ‘droga’ – che elimini il disagio, plachi l’ansia, dissolva l’inquietitudine, dia certezza, sicurezza, allontani il pericolo. Naturalmente chi ‘propone’ un cotal portentoso ‘rimedio’, lo farà perché avrà, e vorrà mantenere, ad ogni costo, il monopolio del ‘rimedio’, fuori di ogni indesiderata concorrenza, il controllo della situazione, e non dichiarerà certo le ascose, inconfessabili, finalità ch’ei, spregiudicatamente, mira a raggiungere.

Occorre essere ben sagaci, ben svegli, per accorgersi, che questa opera di ‘suadente seduzione’ è un’opera di ‘inganno’, di ‘menzogna’, e abbiamo visto come Rudolf Steiner stigmatizzi, con parole di fuoco, la menzogna, come affermi che essa «deve essere bollata a fuoco», come non le si debba concedere quartiere. Ma, una volta di più – a costo di essere pesantemente ‘antologico’, e addirittura ‘pedante’, come qualcuno ha spiritosamente osservato – voglio, a beneficio degli ‘immemori’, riportare un passo importante di Rudolf Steiner, che per documentazione, e maggior tranquillità del benevolo lettore, trascriverò sia in italiano che nel testo tedesco. Il passo è tratto dalla conferenza del 2 gennaio 1921, tenuta a Stoccarda, del ciclo Wie wirkt man für den Impuls der Dreigliederung des sozialen Organismus? Zwei Schulungskurse für Redner und aktive Vertreter des Dreigliederungsgedankens. GA 338,  Rudolf Steiner Verlag, 4. Ausgabe, Dornach, 1986, p. 242 – Come si opera per l’impulso della Tripartizione dell’organismo sociale? Due corsi di formazione per oratori e rappresentanti attivi del pensiero della Tripartizione. Anche qui metterò in rilievo, come mio solito, alcune espressioni, che ritengo decisive:

«V’è una certa gradazione in rapporto al mentire. Al primo posto vengono le chiese, al secondo posto soltanto viene la stampa, mentre al terzo posto vengono i politici. Ciò viene presentato in maniera assolutamente obbiettiva e non come qualcosa che scaturisca da un’emozione. L’entusiasmo per il mentire scaturisce da quanto si può ricevere solo grazie all’educazione all’interno della Chiesa. L’entusiasmo per il mentire nella stampa scaturisce dalle condizioni sociali, e nella politica la menzogna è in realtà propriamente – vorrei dire – soltanto un proseguimento nella vita civile di quel che nel militarismo – con il quale evidentemente la politica è strettamente connessa – è affatto ovvio. Se si vuole sconfiggere un avversario, lo si deve ingannare. L’intera strategia consiste nel fatto, che si deve imparare ad ingannare. Ma qui abbiamo un sistema. Ciò viene poi trasposto, attraverso l’affinità tra il militarismo e la politica, anche nella vita civile. Tuttavia, là è metodo, mentre nelle altre due categorie – nella stampa e nei rappresentanti delle confessioni religiosevi è puro e semplice entusiasmo per il mentire. Queste cose non sono affatto radicalismo, se vengono presentate così; sono semplicemente un fatto obbiettivo. La cosa peggiore è che, a causa dei pregiudizi degli esseri umani, una gran parte delle persone ancora non scorge  che è del tutto impossibile stare nelle confessioni religiose e al tempo stesso dire la verità».

Ed ecco il testo tedesco di questo importante passo di Rudolf Steiner:

«Es gibt eine gewisse Abstufung in bezug auf das Lügen. An erster Stelle kommen die Kirchen, an zweiter kommt erst die Presse und an dritter kommen dann die Politiker. Das ist ganz objektiv dargestellt und nicht etwa aus einer Emotion heraus. Der Enthusiasmus des Lügens wird durch die Dinge hervorgerufen, die man nur durch die Erziehung innerhalb der Kirche bekommen kann. Der Enthusiasmus der Lüge in der Presse wird durch die sozialen Verhältnisse hervorgerufen, und in der Politik ist die Lüge eigentlich nur, ich möchte sagen, eine Fortsetzung im zivilen Leben dessen, was ja beim Militarismus – mit diesem hängt ja die Politik eng zusammen – ganz selbstverständlich ist. Wenn man einen Gegner besiegen will, so muß man ihn täuschen. Die ganze Strategie ist darauf angelegt; da muß man lernen zu täuschen. Das ist System. Das wird dann durch die Verwandtschaft zwischen Militarismus und Politik auch auf das zivile Leben übertragen. Aber da ist es Methode, während es bei den anderen beiden Klassen, bei der Presse und den Vertretern der Bekenntnisse, Enthusiasmus des Lügens ist. Diese Dinge sind auch nicht Radikalismus, wenn man sie so darstellt; es ist einfach eine objektive Tatsache. Das Schlimme liegt darin, daß durch das Vorurteil der Menschen ein großer Teil der Menschen noch nicht einsieht, daß es eben unmöglich ist, innerhalb der Bekenntnisse zu stehen und die Wahrheit zu sagen».

Poi, a completare il già sufficientemente inquietante quadro, vi sono – chiamiamole così – le lobby ‘esoteriche’Lobbynon autentiche Comunità spirituali. Così come vi sono pure ‘cattivi maestri’, che autentici ‘Maestri’ e ‘Istruttori spirituali’ non son punto, in quanto non sono qualificati, e consacrati, come tali dal Mondo Spirituale. A tale proposito vale la parola di Massimo Scaligero, ne La Luce. Introduzione all’imaginazione creatrice, Tilopa Roma, s.d. ma 1964, pp. 132-134:

«Occorre rendersi conto che se gli Avversari dell’uomo oggi veramente vogliono impedire la sua nascita spirituale nella forma cosciente debbono diventare maestri esoterici ed esporre le dottrine con sagacia avvincente. Ma ciò che avvince non libera. L’arte di tali esseri non è liberare, ma sedurre, non indicare i mezzi di conoscenza – ché non potrebbero – ma persuadere secondo antiche dottrine revivificate. Secondo simboli già interpretati, secondo stimoli tradizionali rivolti all’anima antica divenuta subcoscienza nell’uomo. […]

In tal senso, una misura della maturazione del discepolo sarà scoprire quale parte morbida della propria anima sia seducibile dalle dottrine degli Ostacolatori in veste di maestri. […]

L’arte del discepolo è intuire lo spirito che ha dettato le opere a cui attinge. Non è sufficiente che egli sia persuaso: occorre che sappia che cosa in lui in realtà viene persuaso: quale parte del suo essere.

Egli deve divenire vero mediante autoconoscenza: non deve rinunciare a conoscere che cosa in lui ha il potere di conoscere: non deve limitarsi all’immediato conoscere, ossia non può essere pago del fatto che una determinata, in quanto conosciuta, lo tenga o lo attragga: perché può attrarlo proprio in quanto tende a distruggerlo.

Egli può affidarsi solo a discipline che gli diano modo di esser conoscente del proprio conoscere, ossia di sperimentare le forze del conoscere là dove esprimono la loro interezza perché indipendenti dal conosciuto. Può affidarsi soltanto a una dottrina che gli insegni come incontrare in sé la sorgente noetica mediante cui può apprendere questa o quella dottrina.

Le dottrine dello spirito non sono vere se non fanno appello all’indipendenza dell’atto conoscitivo, ossia al «pensiero libero dai sensi». In verità, lo spirito riflesso non è lo spirito: non penetra il mondo dei sensi, perché non ne è indipendente. La misura della sovrasensibilità di un pensiero è la possibilità di penetrare il sensibile».

Un severo avvertimento, un salutare ammonimento – hic qui potest capere capiat – è quello che qui dà Massimo Scaligero: severo avvertimento, e salutare ammonimento, che il sincero ricercatore spirituale è pregato di prendere con la massima serietà, perché ne va della vita della sua anima, e della libertà del suo spirito. L’indipendenza dal conosciuto – da ogni conosciuto – è quell’assoluta assenza di presupposti che abbiamo visto essere stata il punto di partenza della ‘teoria della conoscenza’ e dell’ascesi di Rudolf Steiner. Egli non partì affatto da presupposti ‘scientifici’, o ‘filosofici’, e men che meno ‘religiosi’: egli partì dal puro ‘atto’ del conoscere, che si realizzi indipendentemente da qualsivoglia ‘conosciuto’. Solo l’‘atto puro’ del conoscere in ‘atto’, che conosca se stesso, e che divenga ‘estraformale forma’ del proprio essere, e del proprio folgorante movimento, asceticamente realizzato, lucidamente sperimentato, volitivamente attuato, è l’unico presupposto. Ma come avverte Massimo Scaligero nel terzo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 11-12:

«Come esperienza è quella che sopra tutte ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori». 

In queste particolari ‘aggregazioni’, che sono le lobby, e le cerchie di certi falsi ‘maestri’, si mescolano, e si fondono, i più diversi interessi di ‘potere’: politici, economici, confessionali, magici, sotto le illudenti apparenze di una seducente, ma ambigua, ‘spiritualità’: teologica o meno, liturgica o meno, mistica o meno. Ma quello che in esse – e, soprattutto, per esse – conta veramente è, appunto, unicamente il ‘potere’: il come ottenerlo è solo un dettaglio ‘tecnico’, certo importante, ma, tutto sommato, di secondaria importanza rispetto al raggiungimento del fine bramato. A tal scopo, possono tranquillamente esser usati i mezzi più diversi, anche contraddittori tra loro e, alla bisogna, sostituirsi persino vicendevolmente. Come è teoria e prassi dello stile ‘politico’ della nota, mai troppo esecrata, ‘Compagnia’«il fine giustifica i mezzi».  In tal caso – si sia di ciò consapevoli o no – si è servi, burattini, dell’Oscuro Signore: del Principe dell’Oscuro Pensiero. E questi è il padre della menzogna, e dell’avversione: che è sempre avversione allo Spirito, avversione alla Verità. Come si può leggere nel Vangelo di Giovanni, 8, 44 – anche questa volta voglio essere un po’ ‘evangelico’ – nel testo greco, e nella traduzione, bella e precisa, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi: «ὑμεῖς ἐκ τοῦ πατρὸς τοῦ διαβόλου ἐστε καὶ τὰς ἐπιθυμίας τοῦ πατρὸς ὑμῶν θέλετε ποιεῖν. ἐκεῖνος ἀνθρωποκτόνος ἦν ἀπ’ ἀρχῆς καὶ ἐν τῇ ἀληθείᾳ οὐκ ἔστηκεν, ὅτι οὐκ ἐστιν ἀλήθεια ἐν αὐτῷ. ὅταν λαλῇ τὸ ψεῦδος ἐκ τῶν ἰδίων λαλεῖ, ὅτι ψεύστης ἐστιν καὶ ὁ πατὴρ αὐτοῦ. – Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna».

Per cui, parvemi evidente che sulla questione della Verità non siano possibili ‘compromessi’ di sorta, che non esistano ‘menzogne’ dette ‘a fin di bene’, che non siano un ingannar se stessi e gli altri. Queste, comunque, producono sempre disastri: in ogni campo, e più di tutti in campo spirituale. Perché, sempre nel Vangelo di Giovanni, 14, 6, leggiamo: «ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή· Io sono la Via, e la Verità, e la Vita». Non cercare la ‘Verità’, o addirittura avversare la ‘Verità’, è smarrire la ‘Via’, perdere la ‘Vita’, cercare e trovare la ‘morte’: la ‘morte spirituale’. E ‘Signore della Morte’, come lo è dell’Avversione, è proprio l’Oscuro Signore. Per questo, per il sincero, e audace, ricercatore spirituale, l’unica ‘Via’ da seguire, oggi, è la ‘Via della Verità’, la ‘Via dell’Io’, dell’‘Io Sono’. Che è la ‘Via del Pensiero’: la ‘Via del sublime eroismo’. La ‘Via’ instancabilmente indicata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Non quella di Orao. Non la ‘via’ del misticismo, del sentimentalismo, del moralismo, della ‘chiaroveggenza visionaria’.

L’Iniziazione è un evento eterno – in ogni tempo, e in ogni luogo, sempre uguale a se stesso – ma la ‘Via’, che conduce all’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, la ‘preparazione’, o ‘catarsi’, o ‘purificazione’ dalle inerenze del contingente e dell’effimero nell’anima, che devono produrre prima la ‘illuminazione’, e condurre poi alle soglie dell’Iniziazione, non può non cambiare, nello spazio e nel tempo, a seconda dei mutamenti che intervengono nella interiore costituzione occulta dell’uomo, nonché della diversità che si riscontra nella tipologia dei singoli uomini. Per l’occidentale uomo moderno, le forme possibili di accesso all’Iniziazione sono – secondo l’insegnamento del Maestro dei Nuovi Tempi – l’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, e quella ‘rosicruciana’. Come prospettiva futura, connesse alle due precedenti ‘forme’, come sviluppo ulteriore e coronamento delle medesime, vi è l’Iniziazione ‘manichea’. L’esperienza del ‘Graal’ viene ad essere il coronamento dell’esperienza iniziatica cristiano-gnostica, rosicruciana, e manichea. Sotto vari aspetti, peraltro, l’esperienza del ‘Graal’ ha un rapporto profondo, e coincide con quella ‘manichea’.

L’Iniziazione, le sue ‘forme’, i ‘contenuti conoscitivi’ che dischiude, i ‘gradi’ di essa che il discepolo attraversa, non sono affatto una ‘abilissima’, ‘intelligentissima’, ‘sapientissima’, escogitazione ‘umana’. Nulla di tutto ciò! Sono qualcosa che proviene dall’Eterno, da una dimensione ‘ultraumana’: dal Mondo Spirituale. E il Mondo Spirituale non sa che farsene di tali ‘abilissime’, ‘intelligentissime’ perfomance ‘umane’ – comunque sempre ‘umano-troppo umane’ – e la pretesa ‘sapienza’ umana appare agli occhi delle Gerarchie Celesti ‘stupidità’, ‘hybris’ ossia ‘arroganza’, disprezzata e odiata dai Numi, ‘illusione’, ‘follia’ di chi dalla maya viene giocato e mosso come un burattino.

Alla guida dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, come Iniziatore – che a quel che mi risulta, è ancora attiva, sia pure difficilissimamente accostabile – vi è Zarathustra, ossia il Gesù salomonico, che al Battesimo del Giordano fece il massimo sacrificio nei confronti del Logos, e che dopo il Mistero del Golgotha è sempre ricomparso in frequenti vite terrene come il Maestro Gesù. All’origine dell’Iniziazione ‘rosicruciana’, come Iniziatore degli Iniziati – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – vi è Christian Rosenkreutz, ossia Hiram, e Giovanni-Lazzaro, autore del Vangelo di Giovanni, che, anche lui, ricomparirà sempre nuovamente in frequenti vite terrene: la sua ultima ‘apparizione’ pubblica sarà quella settecentesca come Conte di Saint-Germain. L’Iniziazione ‘manichea’ ha, invece, come Guida e Iniziatore, Mani, il ‘Figlio della Vedova’, che rinascerà come Parzifal nell’epopea del Graal. Queste attribuzioni – ci tengo a dirlo esplicitamente – non sono frutto di una mia personale elaborazione intellettuale, né sono frutto di una ambigua pretesa ‘veggenza’: esse sono rigorosamente documentate – tutte e solo – di Rudolf Steiner. Ricevetti, a suo tempo, dal Lascito di Rudolf Steiner, tutta la documentazione probante che le dimostra, e nei colloqui con Hella Wiesberger ho potuto raccogliere altre importanti comunicazioni orali in proposito. Inoltre, applico col massimo rigore a me stesso il principio essenziale di atteggiamento interiore di ‘mich zurückziehen’, indicatomi da Hella Wiesberger, ossia di ‘ritrarmi’, di ‘cancellarmi’, per far parlare direttamente l’Opera di Rudolf Steiner. Se ciò sentivano il dovere di fare Marie Steiner, Michael Bauer, Alfred Meebold, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero, tanto più dovrò farlo io, che circa mia oceanica – incosciente, e a volte un po’ spensierata – imperfezione non ho dubbio alcuno. Il fatto che altrettanto non faccia Orao, è cosa che non può non lasciare oltremodo perplessi.

Quanto alla sovrumana elevatezza dei queste figure spirituali – attingo sempre, e solo, alle ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner, senza permettermi interpolazione veruna – vi è da considerare che Zarathustra è un Bodhisattva, Christian Rosenkreutz un Eloha, o Eloah, ossia egli fa parte della Gerarchia degli Elohim. A questo proposito, posso riportare quello che mi disse Massimo Scaligero, in un incontro che ebbi con lui alla fine di una riunione, che teneva a Roma, in Via Barrili, ossia che Giovanni  Colazza gli riferì che: «Gli occultisti chiamano i devoti di Christian Rosenkreutz: gli ‘elohisti’». Mentre – sempre Rudolf Steiner dixitMani è uno ‘Spirito della Saggezza’, della Gerarchia delle Kyriotetes. E sempre secondo Rudolf Steiner, Mani ‘guida’, ‘ispira’, tre figure spirituali: il Buddha Shakyamuni che porta il discepolo dell’Iniziazione, attraverso l’Ottuplice Sentiero, alla purificazione del corpo astrale, trasformandolo in Sé Spirituale, nel Manas, e all’esperienza dell’accogliere lo Spirito Santo; Zarathustra, che porta il discepolo alla trasformazione del corpo eterico in Spirito Vitale, nella Buddhi, e all’esperienza dell’accogliere il Christo; e Sciziano, che porta il discepolo alla trasmutazione del corpo fisico in Uomo Spirito, nell’Atma, e all’esperienza dell’accogliere il Padre.

E poiché vi è una relazione profondissima tra la cosmologia, la cosmogonia, l’essere delle Gerarchie da una parte, e le ‘Vie’ che conducono a realizzare l’Iniziazione dall’altra, è bene che su alcuni concetti venga fatta estrema chiarezza. Questo proprio in quanto quel che scrive Orao, nel suo non voler tener conto di ciò che comunica Rudolf Steiner sulla base di una scientifica ‘chiaroveggenza esatta’, anzi di voler, in taluni casi, addirittura ‘correggere’, e ‘sostituire’ i risultati della propria ambigua ‘veggenza visionaria’ alle comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi, finisce per andare apertamente in rotta di collisione con i dati fondamentali della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, portata da Rudolf Steiner. Per esempio, se prendiamo il libro La Genesi ei i misteri della versione biblica della creazione, traduzione di Emmelina de’ Renzis, Gius. Laterza & Figli Editori, Bari, 1932, nella sesta conferenza – settima nell’edizione dell’Editrice Antroposofica curata da Iberto Bavastro – tenuta a Monaco il 22 agosto 1910, alle pp. 107-108, possiamo leggere:

«Quando vediamo l’uomo entrare, piccolissimo bambino, nell’esistenza, sappiamo che in lui ancora non è sviluppato quella che chiamiamo unità di coscienza. Il bambino, del resto, non pronunzia la parola Io, che tiene unita la coscienza, se non dopo qualche tempo. Allora ciò che vi è nella sua vita animica s’inserisce nell’unità della coscienza. L’uomo cresce in altezza in quanto riunisce le diverse attività che nel bambino sono ancora decentrate. Raccogliere quelle attività è dunque nell’uomo un evolversi verso uno stato superiore. In modo analogo possiamo immaginarci il progresso evolutivo degli Elohim. Questi hanno esplicato una certa attività durante l’evoluzione preparatoria dell’uomo. Per il fatto di aver esplicato questa attività, essi hanno imparato qualcosa, hanno essi stessi recato un contributo per sollevarsi a un grado superiore. Come gruppo, essi hanno ormai raggiunto una certa unità di coscienza; non sono, per così dire, rimasti semplicemente un gruppo, ma sono diventati un’unità. L’unità, in certo modo, acquistò esistenza. Ciò che ora diciamo, è cosa di straordinaria importanza; fino ad ora vi potevo soltanto dire, che i singoli Elohim erano fatti in modo, che ciascuno di essi aveva una capacità speciale. Ognuno di essi poteva recare un contributo al comune intento, alla comune immagine, secondo la quale essi volevano formare l’uomo. E ciò che l’uomo era, non era, in certo modo che un’idea, nella quale potevano collaborare.  Questo, dapprima, nel lavoro degli Elohim, non era ancora niente di reale. La realtà sorse soltanto, quando essi ebbero creato il prodotto comune. Con questo lavoro stesso, però, essi si evolvettero a maggiore altezza, evolvettero la loro unità fino a divenire realtà, sicché ormai non erano più soltanto sette, ma il settetto era un tutto, e noi possiamo ora parlare si una «Elohimità», manifestantesi in settemplice modo. Allora soltanto sorse questa Elohimità; essa è ciò, a cui gli Elohim si sono innalzati col loro lavoro. E la Bibbia lo sa; la Bibbia conosce l’idea, che gli Elohim, in certo modo, sono prima i membri di un gruppo e poi si coordinano in una unità, in modo che prima essi lavorano insieme come membri di un gruppo, e poi vengono diretti da un organismo comune. E questa unità reale degli Elohim, in cui gli Elohim esercitano la loro azione come arti, come organi, viene chiamata dalla Bibbia «Jahve-Elohim».

Avete così, in modo più profondo di quel che finora non fosse possibile avere, il concetto di Jahve, di Jehova. Per questo la Bibbia, nella sua narrazione, parla dapprima soltanto degli Elohim e, quando gli Elohim stessi sono progrediti a un grado superiore, all’unità, comincia a parlare di Jahve-Elohim. Questa è la ragione più profonda, perché alla fine dell’opera della Creazione comparisce a un tratto il nome Jahve».

Questa citazione dal ciclo sulla Genesi, tenuto da Rudolf Steiner a Monaco di Baviera nell’agosto 1910, mostra una volta di più quanto sia errata – e soprattutto come essa sia una blasfema menzognal’identificazione che Orao fa di Jahve con Lucifero. Orao vuole basarsi sulla propria ambigua ‘veggenza visionaria’, della quale ho potuto documentare numerosi errori, e non vuole tenere conto di quanto Rudolf Steiner afferma – con assoluta coerenza logica con la propria intera opera – in un’opera stampata già nel 1932, che Orao sicuramente possedeva, e preferisce invece valersi della propria soggettiva errante percezione, presumendo di ‘correggere’ quanto comunica il Maestro dei Nuovi Tempi, perché non è affatto pensabile che Orao non avesse letto il ciclo di Steiner sulla Genesi, uno dei più importanti, che sicuramente aveva in casa. Ma una cotale ‘presunzione’ di infallibilità della propria ‘visionaria veggenza’, oltre che certa fonte di innumerevoli errori, perché conoscitivamente basata su un ‘metodo’ errato e incongruo, è ‘hybris’, ‘arroganza’, ‘tracotanza’ – ossia il contrario di quella ‘devota venerazione’ verso la Verità e la Conoscenza, che Rudolf Steiner pone come prima qualità necessaria nel libro Iniziazione – ed è, in definitiva, nel suo volersi ‘sostituire’ al Maestro, come oggettivamente fa, un vero e proprio atto di ‘tradimento’ verso l’Iniziazione stessa. E, a questo punto, si ben comprende, la sorda opposizione alla ‘Via del Pensiero’, e il tentativo di sostituirvi una ‘novella’ – è il caso di dire: nel duplice significato del termine – ‘Iniziazione’, la cui spiritualmente ‘irregolare’ natura vedremo sùbito.  

Orao, nel capitolo di Resurrezione intitolato La ricerca del Graal, pp. 81-102, comincia a descrivere quella che – a suo dire – è, e sarà, la novella «Iniziazione», la «Iniziazione del Graal», e lo fa sulla base della sua, personale, soggettiva, concezione – ma sarebbe più esatto dire: ‘visione’ – cosmologica. Una tale ‘visione’, basata su una ‘chiaroveggenza visionaria’, è errata nel ‘metodo’, e fallace nei ‘contenuti’, ossia nei ‘risultati’ che una tale soggettiva ‘veggenza’ inevitabilmente produce. La visione cosmologica sulla quale si basa Orao, diverge, contraddice, e tacitamente pretende addirittura ‘correggere’ – come ho potuto mostrare e documentare – quella scientifica, esatta, innumerevoli volte controllata, e verificata, di Rudolf Steiner. Ma, se questa ‘visione’ cosmologica di Orao è errata – ed è dimostrabilmente erratissima – anche lo è anche la ‘via iniziatica’ proposta, che su tale fallace ‘visione’ si fonda. E questo per la semplice ragione – illustrata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà – che «allorché il peso del primo piano fa crollare il pian terreno, assieme a quest’ultimo vien giù anche il primo piano». Può sembrare banale e lapalissiano, ma spesso si trascurano, e si dimenticano, ‘banalità’ evidenti di questo genere.

Abbiamo a che fare con un duplice errore: da una parte, si ‘pretende’ di ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e, dall’altra, si ‘presume’ di essere all’altezza di indicare una ‘novella iniziazione’, che – nella forma esposta ex cathedra, ed ex tripode, da Orao – Rudolf Steiner assolutamente non ha mai e poi mai dato. Dunque, ‘pretensione’ e ‘presunzione’, che conducono, fatalmente, a risultati esiziali: ‘orgoglio’, ‘prevaricazione’, ‘tradimento’ dell’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, e grande acritico, feroce, violento, fanatismo in coloro che alle sue ambigue ‘rivelazioni’, con fede cieca, si affidano.

La stessa persona, il signor M., che nel gennaio scorso, in un suo commento su un noto social forum pubblicò, con evidente ammirazione, una frase tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto: «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima», pochi giorni fa – sempre commentando sullo stesso social forum – riferendosi al mio presente studio, mi invita ad ‘essere spregiudicato’, e ad ‘aver fede’. Così egli scrive:

«Quando si racconta una propria esperienza l’altro dovrebbe attivare l’esercizio della spregiudicatezza. Ovviamente questo è reversibile, per cui altrettanto su quanto esprime lo scrittore e cioè HDP [Hugo de’ Paganis]. Se proprio si leggessero alcuni passi di Resurrezione di Orao, ella parla proprio della Fede e della coscienza. Tutti noi siamo in perenne bilico tra fede e coscienza. Pertanto, HDP affermerebbe che alcune dichiarazioni di Orao rispetto a Steiner sono errate e sono facenti parte di una visione incosciente. Ma noi abbiamo realmente sperimentato quanto Steiner afferma? È altresì abbiamo sperimentato quanto Orao afferma? Oppure ci si basa anche qui su la fede? Dunque come tu affermi si potrebbe criticare anche quanto Steiner afferma no? Morale! Allora ci si muove in silenzio interiore ma anche una fede [sic!]. Chi ha conosciuto entrambi può anche “almeno aver percepito la personalità di entrambi”! Dunque se ci si vuole anche osservare non solo i dieci capitoli demolitori di Orao da parte di HDP, ma anche quanto poi ha affermato riguardo alla cristologia in genere allora si potranno trarre le conclusioni».

Anzitutto, ‘avere spregiudicatezza’ non significa affatto accettare per fede: significa avere il coraggio di esaminare diligentemente anche quella che può apparire una ‘verità improbabile’; significa, inoltre, avere il coraggio di affrontare una ‘verità scomoda’, che può far crollare dal piedistallo ‘figure’, che, come ‘idoli’, vengono sentimentalmente ‘adorate’ da molti. ‘Spregiudicatezza’ significa ‘esaminare’, non ‘accettare obbligatoriamente’. Da parte mia, poi, io non sono affatto «in bilico tra Fede e coscienza». Io non ho affatto ‘fede’ in ciò che Rudolf Steiner afferma: io ho certezze assolute, ossia sono certoassolutamente certo – per averle verificate, razionalemente e sperimentalmente verificate – di una serie di sue affermazioni. Chiaramente, non tutte: nella pratica interiore, la verifica è ‘opus in fieri’. Ma, evidentemente, in oltre cinquant’anni di Scienza dello Spirito praticata quotidianamente con appassionato ardore, dedicandovi tutte le forze e tutto il tempo disponibile, ‘qualcosa’ avrò pur ‘sperimentato’, anche se – per innato pudore – non è mia abitudine parlarne. Ed ho verificato altresì, che una serie di affermazioni di Orao sono decisamente errate, che sono false, ossia : che non sono altro che menzogne.

Rudolf Steiner, nelle Osservazioni preliminari alla prima edizione tedesca della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, editrice Antroposofica, Milano, 1969 – cito da una delle varie edizioni pubblicate dall’Editrice Antroposofica, perché penso esse siano più accessibili al signor M. rispetto alle edizioni Laterza di prima della guerra – pp. 27-28, a proposito del ‘verificare’ le sue comunicazioni di Scienza dello Spirito, così scrive:

«Ma tutto ciò che andrebbe detto, a questo proposito, è contenuto nel libro stesso, nel quale si mostrerà come il pensiero razionale» – il ‘pensiero razionale’, dunque, per Rudolf Steiner, e non la ‘fede’ limitante la ‘ragione’, come affermano Orao ed M. – «possa e debba essere assolutamente la pietra di paragone di quanto vi è descritto. Solamente chi sottoponga questo contenuto a un esame razionale, non altrimenti di quanto si fa per il contenuto delle scienze naturali, potrà decidere su quello che l’intelletto dice di un siffatto esame. […]

Sebbene il libro si occupi di indagini non accessibili all’intelletto legato al mondo dei sensi, pure nulla vi è detto che non sia comprensibile alla ragione scevra di preconcetti, e ad un sano senso della verità di ogni persona che voglia usare le sue qualità umane. L’autore lo dice chiaramente: egli vorrebbe soprattutto lettori che non fossero disposti ad accettare per fede cieca il contenuto del libro, ma piuttosto tali che si sforzassero di controllarlo sulla scorta delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita1. Egli desidera soprattutto lettori prudenti che ammettano soltanto ciò che può giustificarsi logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla, ove dovesse fondarsi esclusivamente sulla fede cieca; esso vale solo nella misura in cui può giustificarsi di fronte alla ragione spregiudicata. La fede cieca può troppo facilmente scambiare ciò che è stolto e superstizioso con ciò che è vero. Alcuni che volentieri si accontentano della sola fede nel «soprasensibile» troveranno che in questo libro si esige troppo dal pensiero. Ma in questa esposizione non si tratta di un’esposizione purchessia; essa deve corrispondere a ciò che risulta  a un’indagine coscienziosa dei rispettivi domini della vita. E si tratta proprio di quei domini nei quali le cose più alte confinano facilmente con la ciarlataneria sfacciata, e nei quali la conoscenza e la superstizione si toccano nella vita reale; dove, soprattutto, è così facile confonderle fra di loro».

Riporto anche la nota 1, di Rudolf Steiner, relativa a questo paragrafo:

«Non si vuole alludere solamente al controllo scientifico-spirituale, mediante i metodi d’indagine soprasensibile, ma anzitutto al controllo, perfettamente possibile, sulla base del sano e spregiudicato pensare umano. (Nota aggiunta alla IV edizione del 1913)».

Il lettore attento ha potuto constatare, nel corso di questo mio studio sul libro Resurrezione, come l’opera di Orao non sia affatto ‘scevra di presupposti’ – come rigorosamente esige, invece, la scientificità del ‘metodo’ di Rudolf Steiner – e come, già ad un semplice esame razionale e logico, essa mostri insanabili incongruenze e contraddizioni patenti nei confronti dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi. Ora, l’investigazione spirituale di Rudolf Steiner, ch’egli sottopone volentieri – anzi, come abbiamo visto, lo esige – all’esame razionale, è basata un ‘metodo’, che ha una giustificazione conoscitiva, mentre la ‘veggenza visionaria’ di Orao non si fonda su una base scientifica conoscitivamente giustificata, e che, di conseguenza, porta a risultati palesemente errati e contraddittori, con grave pregiudizio del valore della ‘novella via iniziatica del Graal’, che pretende e presume voler indicare.  

Massimo Scaligero riferisce, in Dallo Yoga alla Rosacroce. come proprio dalla lettura, avvenuta nella primavera del 1940, di alcune pagine della Scienza Occulta di Rudolf Steiner, che trascrivo dall’edizione di Laterza del 1932, la stessa da lui allora usata, egli trasse la certezza assoluta della rigorosa e della veridicità della ‘Via’ indicata dall’Antroposofia. In quelle pagine, ch’egli volle indicarci, vi è il ‘metodo’ assolutamente sicuro che conduce l’aspirante all’Iniziazione all’esperienza diretta del Mondo spirituale. È il ‘metodo’ del ‘pensiero libero dai sensi’, contro il quale si sono scagliati gli strali di coloro che propugnano una morbida ‘via dell’anima’, e parlano della ‘Via del Pensiero’ come di una ‘via’ pericolosa, che potrebbe sfociare nella ‘via del sublime egoismo’. Giova, quindi, riportare quelle parole di Rudolf Steiner, perché mostrano quanto si sia lontani dall’ambiguo mondo fantastico e sentimentale di Orao. Così troviamo alle pp. 223-225:

«Il valore interiore del gradino immaginativo della conoscenza viene assicurato, quando in appoggio delle concentrazioni (meditazioni) animiche appunto descritte, il discepolo coltiva l’abitudine di ciò che si può chiamare il «pensiero libero dai sensi». Allorché l’uomo si forma un’idea basata su quanto è stato osservato nel mondo fisico-sensibile, questa idea non è libera dalla influenza dei sensi. Ma non è detto che l’uomo possa formarsi soltanto idee di quel genere, né che il pensiero umano diventi vuoto e insignificante quando non è riempito dalle osservazioni dei sensi. Per il discepolo dell’occultismo la via più sicura per conseguire tale pensiero libero dai sensi potrebbe essere quella, di assimilare gl’insegnamenti della scienza dello Spirito riguardo ai fatti del mondo superiore e formare di essi il contenuto del proprio pensiero. Questi fatti non possono essere osservati per mezzo dei sensi fisici; nondimeno il discepolo si accorgerà che li può comprendere, purché eserciti sufficiente pazienza e perseveranza. Il mondo spirituale non può essere da noi investigato senza un’adeguata preparazione; ma anche senza la disciplina superiore possiamo arrivare a comprendere tutto ciò che ci viene riferito dagli occultisti. Se qualcuno ritenesse di non poter accettare con convinzione ciò che viene riferito dagl’investigatori, perché direttamente non è in grado di verificare quelle notizie, egli cadrebbe in errore, essendo assolutamente possibile, per mezzo della semplice riflessione, di acquistare l’assoluta convinzione della verità di quelle comunicazioni. E se qualcuno non riesce con la riflessione a formarsi tale convinzione ciò non proviene affatto dall’impossibilità di «credere» a qualcosa che non si vede, ma unicamente dal fatto, che la sua riflessione difetta tuttora di imparzialità, di larghezza e di profondità. Per chiarire questo punto bisogna riflettere, che il pensiero umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato, poiché il pensiero contiene un’essenza interiore, la quale è in rapporto con il mondo supersensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto, perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto per il mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo supersensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero, che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gl’insegnamenti dell’investigazione occulta ci si abitua a pensieri che non sono tratti dalle percezioni dei sensi; s’impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi, che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre si pensa ci si trova nel campo di una forza supersensibile vivente. L’uomo dice a se stesso: «Vi è in me come un organismo formato di pensiero; io sono però tutt’uno con esso». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili che noi osserviamo con i sensi fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta ch’egli sia spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo formato di pensiero». Le due attività però destano sentimenti diversi; vi è una differenza fra ciò che si palesa all’osservatore del mondo sensibile esteriore, il quale vede la rosa, e ciò che essenzialmente si rivela all’uomo nel pensiero libero dai sensi. Il primo osservatore si sente di fronte alla rosa, si sente al di fuori di essa, mentre colui che si abbandona al pensiero libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro di sé, si sente tutt’uno con essa. L’uomo, il quale più o meno incoscientemente dà valore essenziale soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà certamente avere il senso che una cosa di per sé essenziale possa rivelarsi a lui anche per il fatto ch’egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo occorre potere avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create e quelle sperimentate in noi, quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che «pensa in me». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato colore, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contradizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei proprii pensieri dagl’insegnamenti dell’investigatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’investigatore occultista desti nel suo uditore o lettore dei pensieri, che questo deve attingere anzitutto in sé stesso, mentre colui il quale descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».

Il fondamento conoscitivo dell’esperienza iniziatica indicata da Rudolf Steiner, basata sull’essenza originaria del pensare che ritrova il proprio vivente essere non riflesso, è evidente dalle su riportate parole del Maestro dei Nuovi Tempi nella sua Scienza Occulta. È una ‘Via Assoluta’, ossia ‘incondizionata’, ‘senza presupposti’, non contaminata da nulla che sia esterno all’‘atto’ del pensare puro, del pensiero libero dai sensi, del pensare attuante se stesso in se stesso: come ‘forma’ e ‘sostanza’, al contempo, di se stesso: nel pensiero vivente coincidono ‘forma’ e ‘sostanza’, e pensare sentire e volere. Orao, invece, parte da presupposti religiosi, confessionalmente condizionati in senso cattolico, e si appoggia su personali, soggettive, esperienze ‘mistiche’ e ‘visionarie’, tutt’altro che indipendenti dal corpo, che generano errori ed illusioni. Orao propone una ‘Iniziazione graalica’, una ‘Iniziazione della coppia’, strettamente fondata su una errata visione cosmologica, frutto di sue sognanti esperienze soggettive: comunque divergenti dalle chiare comunicazioni di Rudolf Steiner. Inoltre, Orao, come vedremo, sempre sulla base della propria errata concezione cosmologica, propone una ‘pratica’, definita ‘rituale’, di coppia che rischia fortemente – per mancanza di fondamento conoscitivo – di scivolare in una di quelle forme di ‘magia sexualis’, che abbondano negli ambienti dell’occultismo cattolico: il caso del conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia e di sua moglie Ersilia, il caso di Paolo e di Luciana Virio, sono esempi emblematici, oltremodo eloquenti, di un tale ‘scivolamento’. Sed de hoc sapienti satis.

A p. 84 del capitolo La ricerca del Graal di Resurrezione, troviamo il collegamento che Orao compie tra la propria soggettiva, errata, visione cosmologica, l’identificazione ancora più errata, e soprattutto blasfema, di Lucifero col ‘Settimo Elohim’, ossia con Jahve, e la sua problematica ‘operazione rituale’ tra uomo e donna. Infatti, ivi così leggiamo:

«E poiché a tale trasmutazione del Sé superiore nel Cristo cooperano le entità angeliche cui abbiamo accennato, occorrerà mai smarrire che la ritualizzazione iniziatica d’amore è una realizzazione cosmica: la coppia ne è l’esecutrice; sacerdote, forza e impulso il Logos. È dalla coppia però che tale Impulso si diffonde su tutta l’aura della Terra e, più da vicino ancora,  su tutti quanti sono e si muovono intorno all’uomo e alla donna immessi in tale sacra operazione.

Il mondo spirituale ha come demandato ai due il cómpito di restituire redenzione al Settimo Elohim, perfino alla sua azione nello spazio celeste-solare, affinché egli possa tornare ad essere da entità lunare entità solare, divenendo il più importante collaboratore del Cristo. «Oggi stesso sarai con me in Paradiso», questa promessa diviene così attuazione del Logos nell’essere umano, ma inizialmente proprio nella coppia. Pertanto, se tutto potrà essere ricongiunto con la matrice ideale originaria, la prima funzione da redimere sarà proprio quella che per prima subì la contaminazione, ossia la funzione procreativa. Si sottolinea il fatto che innanzi tutto l’unione sessuale tornerà ad essere finalità per la procreazione come fu in origine, allorché ci si sentiva spinti ad unirsi perché un’anima doveva incarnarsi. Nei remotissimi tempi tale spinta era possibile perché sostanza maschile e femminile non erano ancora coppia, ma unità predestinata dall’Alto per il compiersi nel terrestre di un determinato stato evolutivo che l’anima che si incarnava doveva percorrere».

Anzitutto, la diffusione dell’Impulso del Christo nell’aura della Terra – stando a quel che afferma nel 1908 Rudolf Steiner nel ciclo di Amburgo sul Vangelo di Giovanninon è opera dell’‘azione rituale’ – leggi ‘sessuale’ – della coppia umana, perché, se dipendesse realmente da tale ‘azione rituale’, allora la situazione dell’umanità sarebbe veramente disperata.  È opera, invece, di quel che avvenne nel Mistero del Golgotha: come vedremo in un mio studio, attualmente in preparazione. Infatti, così si esprime Rudolf Steiner nella dodicesima, ed ultima conferenza, del 31 marzo 1908, intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, nel Vangelo di Giovanni, trad. di Willy Schwarz, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 210-211:

«Ma cosa si era compiuto, in verità? In verità, quella compagine corporea, di Gesù di Nazareth, abbandonata dall’io, era talmente matura, talmente perfetta, che poté penetrarvi il Logos solare, l’essenza dei sei Elohim, che abbiamo descritto come l’essenza spirituale del Sole. Esso poté incarnarsi per tre anni in quella corporeità, poté farsi carne. Il Logos solare (che per mezzo dell’illuminazione può risplendere nell’uomo), il Logos stesso, lo Spirito Santo, vi penetrò; vi penetrò l’io cosmico, e da quel momento, dal corpo dei Gesù di Nazareth parlò per tre anni il Logos solare, cioè il Cristo. A questo evento si accenna nel Vangelo di Giovanni (e anche negli altri Vangeli) con l’immagine della discesa della colomba, dello Spirito Santo, su Gesù di Nazareth. Nel cristianesimo esoterico questo fatto si esprime dicendo che in quel momento l’io di Gesù di Nazareth abbandona il suo corpo e che da allora parla in lui lo spirito del Cristo, per insegnare ed operare. Questo è il primo grande evento, espresso nel Vangelo di Giovanni: abbiamo dunque il Cristo nel corpo fisico, eterico e astrale di Gesù di Nazareth. Egli opera nel modo e nel senso che abbiamo descritto, fino al mistero del Golgotha. Che cosa avviene sul Golgotha? Avviene quanto segue. Teniamo presente il momento veramente importante, quello in cui il sangue scorre dalle ferite del Crocifisso. Per chiarire meglio la cosa, ricorrerò a un paragone.

Immaginate di avere un recipiente pieno d’acqua, in cui fosse disciolto un sale. Se si procede a raffreddare l’acqua, il sale si deposita: si potrà vedere come il sale precipita  e si deposita in basso. Questo è il processo, come si manifesta a chi osservi solo con gli occhi fisici; ma per chi guardi con occhi spirituali, avviene anche qualcos’altro, attraverso l’acqua, e la riempie tutta. Il sale può precipitare solo in quanto lo spirito del sale lo abbandona per diffondersi nell’acqua. Chi conosce queste cose, sa che laddove ha luogo una precipitazione, oppure una condensazione, avviene sempre una spiritualizzazione. Quel che si condensa dunque verso il, basso, ha la sua controparte spirituale, verso l’alto. Anche nel mistero del Golgotha, dunque, non avvenne solo un fatto fisico: mentre il sangue fluiva, si svolgeva anche un processo spirituale. E questo consiste nel fatto che lo Spirito Santo, ch’era stato accolto nel Battesimo nel Giordano, si congiunse con la Terra. Da quel momento, la Terra fu trasformata; come ho già ricordato nelle conferenze precedenti, vista da un astro lontano, la Terra avrebbe presentato una completa trasformazione dal momento dell’evento del Golgotha. Il Logos solare doveva congiungersi colla Terra, allearsi con lei, diventarne lo Spirito».

Poi,  che «il mondo spirituale ha come demandato ai due [cioè, secondo Orao, alla coppia uomo-donna] il cómpito di restituire redenzione al Settimo Elohim [ovverossia di Lucifero erratamente, e sacrilegamente, identificato con Jahve], perfino alla sua azione nello spazio celeste-solare, affinché egli possa tornare ad essere da entità lunare entità solare, divenendo il più importante collaboratore del Cristo», è un’affermazione di Orao, che francamente non sta né in Cielo né in Terra. E questo perché Lucifero non è affatto il settimo Eloah o Eloha, ossia non è Jahve, e non è punto una ‘entità lunare’ – come abbiamo potuto vedere nelle parti precedenti del presente studio. Personalmente, io – nella mia molto limitata sapienza, e nella mia illimitata ignoranza – mi ero modestamente fatto  l’idea essere Michael – il ‘Volto del Christo’‘il più importante collaboratore del Christo’. Rudolf Steiner afferma che la redenzione di Lucifero non avverrà nella fase di evoluzione ‘Terra’, e nemmeno nella prossima incarnazione della Terra, ossia sul futuro ‘Giove’, e che essa si attuerà solo sulla futura ‘Venere’. Quelli di Orao sono errori non da poco: errori addirittura capitali. Ed è inquietante che la ‘graalica via della coppia’, che propone in Resurrezione, discenda in linea diretta proprio da simili errati presupposti, frutti di una deviata ‘veggenza visionaria’. Infine, l’affermazione di Orao, che: «si sottolinea il fatto che innanzi tutto l’unione sessuale tornerà ad essere finalità per la procreazione come fu in origine», è proprio una dottrina – ‘dogma’ da obbligatoriamente credere, e ‘precetto’ al quale disciplinatamente obbedire – della Chiesa cattolica, mentre la visione antroposofica e rosicruciana è completamente differente. Ma ancora una volta, dantescamente, ‘le carte son piene’, e devo rimandare al proseguo di questo studio l’esame della ‘via iniziatica’ che Orao ha la presunzione di indicare.

QUALCUNO MI CHIEDE L’IMPOSSIBILE (di F. Giovi)

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Qualcuno mi chiede l’impossibile. Io vorrei… ma m’è impossibile: ho dimenticato la bacchetta (magica) in un supermercato. Se potessi prendere ora un appuntamento in via Giovanni Cadolini N. 7, informerei con molto rispetto Massimo che alcuni termini usati nei suoi libri hanno incocciato teste dure – naturalmente chi mi legge ne è escluso – causando qua e là scintille.

Come per esempio la parola “risalire” e naturalmente “imagine sintesi”. Sono termini che vanno bene per pochi e maluccio per tanti. Con il “risalire” qualcuno pensa di poter cogliere con lo sguardo interiore il pensare nel momento anteriore al pensato: cosa che può avvenire, ma non tentando di (metaforico) guardarsi alle spalle per acchiappare il ‘prima’ dei pensieri.

Con il termine “imagine sintesi” abbiamo altre difficoltà, almeno due: la prima consiste nel fatto che Massimo è tremendamente preciso (ad esempio se scrive “Scienza dello Spirito” si riferisce a qualcosa che si distingue interiormente da quello che, ad un livello di esperienza piú ordinario è indicato genericamente come antroposofia) e usando la parola “imagine” (con una sola emme) nuovamente distingue riferendosi ad una piú profonda evocazione d’immagine che ascende piuttosto dal “cuore” che dallo sforzo (iniziale) di costruire immagini nel buio tosto della nostra testa, sforzo oculare compreso.

Non è che desse per scontato che fossimo quasi Iniziati, ma parlava all’elemento più elevato di noi: quello che potenzialmente può, e poco alla nostra miseria che crede di non farcela mai. Non giudicava il ‘basso’ ma parlava all’alto: all’IO presente a nostra insaputa. Io sono un ottuso patentato e per questo, forse, non faccio testo. Posso però affermare che molto di quello che mi indicò, seppure con estrema semplicità verbale, l’ho compreso veramente 10, 20 e più anni dopo: sempre attraverso una corrispondente esperienza.

Con la parola “sintesi” si riferisce al potere di sintesi interno ai concetti e alle idee: potere che c’è, che usiamo continuamente (“Maria, passami il cucchiaio” e Maria di solito non ti lancia il tritacarne ma ti porge, tra tutti i cucchiai possibili, quello più adatto al tuo pasto) ma che non sperimentiamo mai in sé, o meglio potere che s’accende con ogni concetto – è la sua forza – ma immediatamente svanisce per la coscienza ordinaria in cui permane al massimo l’eco: l’astrazione/rappresentazione.

Morale: ricostruire l’oggetto della concentrazione ed enucleare e mantenere con l’immagine pure il suo significato (concetto) è già afferrare di continuo la sintesi, ordinariamente perduta: all’inizio fare più di questo è impossibile, ed è già un atto di notevole difficoltà. Molti hanno provato nel tempo a far confluire diverse rappresentazioni in una sorta di unità superiore: non ci sono mai riusciti o hanno prodotto una fantasia psichedelica che non sposta il limite astratto di un centimetro. Non avendo compreso che la concentrazione non è un percorso tra A e B che si finisce in dieci minuti, ma corrisponde a un’ascesi di molti anni di duro lavoro.

Ogni indicazione che trovi in un testo spirituale è polisenso, come scrive papà Dante a Cangrande della Scala: ad ogni mutamento dell’anima e della coscienza risponde con un nuovo significato: «Tuttavia l’ignoranza della gente formula giudizi azzardati, allo stesso modo in cui crede il Sole della dimensione di un piede».
Date un’occhiata a quali profondità alludono le belle parole della dott.ssa Karen Swassjan quando nella recensione della Logica contro l’Uomo aprì uno spiraglio al significato di alcune frasi dello Steiner che trovate in un volumetto con il quale mai ci si confronta – trattasi di Verità e Scienza, libriccino indicato dal Dottore pure nella Scienza Occulta, V capitolo, insieme alla Filosofia della Libertà, quale via operativa e sicura per l’esperienza spirituale.

Del resto: se la concentrazione è intensificazione insistente del movimento tale che esso divenga forma del proprio contenuto, mi si spieghi come si possano davvero pensare 2, 5, 10 immagini contemporaneamente e quale sia il senso di incollarle insieme se non quello di svilire l’esercizio ad una visualizzazione da circo. È palesemente impossibile (patologie psichiche a parte)! Questi tentativi, legittimi solo nell’ignoranza del primo approccio, divengono poi esperimenti da mad doctor dei b-horror movie anni ’50.

Allora: brutale scopo della Concentrazione è portare tutta l’attenzione (in senso letterale ed assoluto) in un solo punto di pensiero. È impossibile farlo immediatamente. È possibile farlo a poco a poco per gradi. Si inizia dall’apprendimento di un decente controllo sul flusso dei pensieri e lo chiamiamo “controllo del pensiero”: è il primo esercizio dei famosi 5. Questo è il lavoro duro, lungo e faticoso: protratto e duro quanto dura l’inerzia e la ribellione dell’anima. Quando ciò viene realizzato, il pensiero stesso tende a rallentare e persino ad arrestare a momenti il proprio flusso inferiore.

Passiamo alla seconda fase: dopo una brevissima considerazione riassuntiva – discorsiva, immaginativa o mista – dell’oggetto, si tiene nella luce dell’attenzione totalmente voluta e concentrata, l’immagine dell’oggetto (che già contiene la sua sintesi!!): la prima, l’ultima, una qualsiasi, un qualcosa di stilizzato: non ha alcuna importanza (la struttura formale dell’oggetto è proprio un niente che serve a mantenere la continuità della focalizzazione). L’opera non esige più lotte e fatiche: nel silenzio dei pensieri la richiesta è fornire attenzione e continuità all’immagine: è in questa quieta semplicità che l’attenzione può separarsi completamente dal sé corporeo per darsi o “abbandonarsi” del tutto all’oggetto di pensiero. In piena destità e continuità per cinque secondi o tre minuti. Allora tutto cambia: l’universo si rovescia!

Rammentiamo all’infinito che di solito questi passaggi celano un lavoraccio individuale di anni o di moltissimi anni. Poi, subito o dopo – qui regna l’imprecisione – succede che rimane il flusso e cade il “senso dell’immagine”, ossia quello che l’umano ordinario attribuisce ai pensieri, oppure cade l’immagine e rimane un “nulla pieno” o un “segno di luce” e, al posto di immagini, pensieri o rappresentazioni e compagnia cantante c’è una forza (fortissima) che fluisce come fluiva il pensiero, ma questa è forza-pensiero: quello che viene prima del pensiero. Ed è vivente.

La “conditio sine qua non” indiretta è la potenza del volere che, praticando con regolarità e rigore, s’accende e sale, saturando il pensare… sino a far ‘saltare il banco’: il vero segreto sta tutto nella volontà che sino a quel momento non va vista o cercata: non perché non si ‘deve’ ma perché non si può: tentarlo è da scemi. Sarebbe un vero guaio confonderla – come si fa di solito – con il suo effetto corporeo che rimanda sempre ad un a-posteriori del tutto fisico-sensibile.
Il mio parere è che il Grande Ostacolo (tolto l’ovvio della grande confusione dilettantesca e della carenza di seria disciplina giornaliera) stia nel fatto che la Via appaia troppo semplice per le complicate menti contemporanee, in primis quelle antroposofiche, che in una certa misura conoscono la strada ma non smettono mai di godersi i propri pensieri. Tutto qua.

L’ARCHETIPO-MARZO 2020

Anno XXV n. 3

Marzo 2020

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In questo numero:

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TREDICESIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

In una delle redazioni dattiloscritte, compilate da Massimo Scaligero – ne formulò varie versioni, in epoche diverse, venendo incontro ad esigenze oggettive diverse – delle Regole essenziali per lo sviluppo interiore secondo la Scienza dello Spirito, egli descrive gli esercizi basilari con i quali si deve formare interiormente colui che aspira a realizzare l’Iniziazione ad una superiore vita spirituale e, di conseguenza, giungere alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. La percezione del Mondo Spirituale – delle forze, dei processi e delle entità spirituali – è cosa tutt’altro che semplice, e conosciamo la precisa distinzione che Rudolf Steiner fa tra il semplice ‘chiaroveggente’, che unicamente ‘vede’, non tutto ‘vede’, non necessariamente ‘comprende’ ciò che ‘vede’, e non necessariamente sa discernere l’autentica, oggettiva, ‘realtà’ spirituale dalla fallace ‘illusione’, in ciò che ‘vede’, e l’‘Iniziato’, che, invece, non solo lucidamente, e integralmente, ‘percepisce’, ma altresì ‘comprende’ la ‘realtà’ dello Spirito, ed è in grado di annientare inesorabilmente – è in grado di farlo sempre – ogni fonte di ‘illusione’, ossia ogni soggettiva fantasia, ogni menzogna, ogni illegittimo, invadente, influsso di avverse deità ostacolatrici in lui.

Parlando di questi esercizi, Massimo Scaligero sottolinea la necessità che il discepolo dell’Iniziazione giunga ad appropriarsi della capacità di distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli dà delle qualità risultanti dalla pratica di quegli esercizi fondamentali, non una immagine moralistica – come cercano di fare coloro che tentano di cattolicizzare il suo pensiero – bensì ‘conoscitiva’, ossia come scaturenti direttamente dall’‘atto’ del pensare intuitivo descritto nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, mediante essi il discepolo si distoglie dalla abituale acquiescenza passiva nei confronti del ‘fatto’ – abitudini mentali, reazioni emotive automatiche, emergenti pulsioni istintive – per elevarsi alla coscienza dell’‘atto’, che si invera nel processo dinamico del pensare e del percepire. Da questo punto di vista, la stessa Ascesi indicata da Rudolf Steiner nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, non è altro che Filosofia della Libertà applicata: è il prodotto, il risultato, dell’ ‘atto’ della ‘fantasia morale’, scaturente dal momento dinamico del ‘pensare intuitivo’. Questo, secondo l’esplicita dichiarazione di Rudolf Steiner stesso. Alle pp. 4-5 del suddetto opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero così si esprime:

«Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza, ecc.: tali qualità vanno sviluppate di proposito, con impegno metodico e con la precisa intenzione dell’azione liberatrice delle forze superiori dell’anima: quelle che dànno modo al discepolo di scindere l’essenziale dall’illusorio, di vedere la realtà oltre la parvenza.  

Attraverso il gradino del vedere interiore, il discepolo giunge a quello dell’udire spirituale. Trovandosi sul gradino del “v e d e r e”, gli occorre anzitutto imparare in quale rapporto le immagini delle cose stiano con queste: il conoscere vero. Egli penetrerebbe impreparato nella sfera delle esperienze astrali, se si abbandonasse alle iniziali percezioni interiori, senza forze di orientamento. Anche per questo gli occorre una guida, o un Guru (Maestro), che gli insegni fin dall’inizio come si concatenino le esperienze». 

E proprio qui è la questione fondamentale: distinguere l’essenziale dal non essenziale, la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Il ‘veggente’, di per sé, ‘percepisce’ sì questo o quel fatto, o evento, astrale o spirituale, ma – con le sue sole forze – non può mai sapere se quel che percepisce è autentica verità, realtà, oppure se non sia, invece, inganno, illusione, irrealtà, ossia menzogna. Inoltre, il ‘veggente’ potrebbe decidere di voler fare a meno di una ‘Guida’, e – in maniera insana e improvvida – di ergersi a ‘Maestro’. In questo caso, si ha una vera e propria ‘prevaricazione’, e si consegna inconsapevolmente – e perciò tanto più stupidamente – nelle mani delle avverse deità ostacolatrici. Le quali possono fornire all’incauto ‘veggente’ imponenti esperienze allucinatorie, ingenuamente credute ‘immaginative’, ed ispirare una illudente e menzognera ‘sapienza’, che avvelena poi l’anima del ‘veggente’, e quella di coloro che gli si affidano. Il ‘veggente’sive mas sive faemina, come dicevano i Romani – può giungere ad saturare l’anima di quelle ‘percezioni’ di carattere immaginoso, scambiate, appunto, per reali ‘immaginazioni’: può giungere ad una vera e propria ‘inflazione immaginativa’, e l’ego può, con estrema facilità, enfiarsi sino a livelli ‘stratosferici’.

In tale condizione – in una condizione francamente patologica: di patologia animica – può nascere nell’incauto veggente, che abbia tralignato dal retto e prescritto ‘Sentiero della Conoscenza’ una forma, dichiarata o meno, di avversione per la ‘Via del Pensiero’ e per la Concentrazione. Specialmente se il ‘veggente’ fai-da te – sive mas sive faeminanon ha una solida formazione scientifica e filosofica, ossia non ha una rigorosa formazione di pensiero, può muovendosi nell’ìnfida, e infìda, palude astrale – ove i peggiori inganni sono all’ordine del giorno – cadere nel visionarismo più medianico, e non accorgersene neppure. Il soggetto in questione può, lui  cieco, farsi ‘guida’ di altri ciechi, col prevedibile risultato che finiscano poi tutti nel primo baratro che si aprirà fatalmente sotto i loro piedi. Ad un tale soggetto – ma anche a coloro che ad esso si affidano – capiterà talvolta di ricevere ‘avvertimenti’ da coloro che invece hanno ‘Conoscenza’ certa, ma, nella loro egoica infatuazione, li spregeranno, e talvolta si ribelleranno con ira, reagendo rabbiosamente a tali generosi ‘avvertimenti’.  Evento avvenuto, e del quale – in taluni casi – sono stato testimone. Purtroppo.

Certo, la necessaria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica non è detto che il discepolo della Scienza dello Spirito se la debba fare, a fortiori, nella scienza ufficiale, e nella filosofia corrente – non ho alcun dubbio circa la ‘intelligentissima stupidità’ delle attuali corporazioni scientifiche, e genericamente universitarie, le quali, soprattutto negli ultimi decenni sono ridotte in uno stato pietoso – ma può benissimo farsela all’interno della stessa Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Ma occorre essere – con grande rigore – profondamente leali nei confronti di essa, e senza farsi ‘sconti’ di sorta. Occorre lealtà, gratitudine verso i Maestri, e grandissimo rigore morale. Bisogna non ‘presumere’ di ‘completare’, di ‘correggere’ i Maestri, e ancor meno ‘sostituirsi’ ad essi. Esattamente in ciò consisterebbe la ‘prevaricazione’, il ‘tradimento’. Una volta avvenuto il ‘tralignamento’ conoscitivo, la ‘prevaricazione’, seguono, poi, sovente, conseguenze morali, che creano situazioni veramente problematiche: menzogne, tradimenti umani, distruzioni di amicizie, persecuzioni di persone, spergiuri, manipolazioni dell’altrui libertà, macchinazioni più o meno ‘machiavelliche’, il ritenere che – ‘a fin di bene’, naturalmente – si possano compiere le azioni più meschine e turpi.

Massimo Scaligero, alle pp. 6-7 del citato opuscolo, dopo aver parlato della posizione del discepolo dell’Iniziazione nei confronti del Maestro – il Guru della Tradizione orientale – nelle ‘Vie’ orientale, in quella yoghica, e in quella cristiano-gnostica, così si esprime nei confronti della ‘Via’ che meglio si adatta all’uomo moderno, che sino in fondo sia veramente ‘figlio di questo tempo’:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o “rosicruciana”: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘pensare’: senza il quale non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli.. si può dire che ogni livello ha le proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. Un pensiero logico che divenga coscientemente veste  di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da tale principio, la disciplina rosicruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

Naturalmente, i contenuti spirituali dei quali il pensiero logico diviene veste – e questa è l’arte del meditare, ed anche quella dello ‘studio’, in senso rosicuciano, ossia della elaborazione meditativa dei testi della Scienza dello Spirito – devono essere quelli ‘giusti’, ossia devono essere ‘verità’ di ordine autenticamente spirituale, provenienti da un autentico Maestro spirituale, e non parti soggettivi di una ‘veggenza visionaria’, o frutto di una elaborazione meramente ‘intellettuale’, o ‘dialettica’, o scaturire da ambigui afflati ‘mistici’, perché in tal caso si produce qualcosa di spiritualmente ‘irregolare’, di ‘patologico’: qualcosa che avvelena le anime. Come, del resto, abbiamo avuto modo di vedere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner, allorché egli descrive quanto avvenuto nell’Ottocento nelle lotte, nelle quali si trovò in mezzo Helena Petrovna Blavatsky, tra le confraternite occulte ‘di sinistra’ anglo-americane e quelle indiane, che portò lo scatenamento dello spiritismo e della medianità nel mondo, e a tutto quello che riguarda la falsificazione della funzione occulta di Jahvè e della Luna terrestre in rapporto famigerata ‘ottava sfera’ – operata in concordi forme diverse – da tali contrapposte confraternite occulte ‘di sinistra’. Ed abbiamo visto che qualcosa di troppo simile compie Orao in Resurrezione. Per questo, è tanto più necessario fondarsi sul rigoroso ‘metodo’ della ‘Via del Pensiero’ – che è la ‘Via’ dell’Io, ossia  la ‘Via’ dello Spirito oltre l’anima – portata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Per questo, è necessario essere leali, e fedeli, verso i Maestri, verso il loro insegnamento, che non deve essere alterato, o surrettiziamente ‘sostituito’. Infatti, scrive Massimo Scaligero, a p. 7, del citato opuscolo:

«Il Guru è, nella disciplina rosicruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, perché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del Pensiero Vivente».  

L’Iniziazione è un evento eterno. In ogni epoca essa è stata ‘Conoscenza’, capacità di percepire il Mondo Spirituale, i suoi processi, i suoi eventi, le sue entità. L’Iniziazione il discepolo la conquista, sacrificando il contingente per l’Incondizionato, l’effimero per l’Eterno. Ciò implica – anzi esige – la morte dell’ego, e l’annientamento radicalecompiuto senza misericordia veruna – di tutte le velleità, e di tutte le illusioni dell’ego. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero nell’Avvento dell’Uomo Interiore, da lui poi rielaborato come l’Uomo Interiore, «nello Spirito non si sta, nello spirito si è». Ossia, nell’esperienza spirituale – e, di conseguenza, nel cammino spirituale – non vi è nulla di ‘scontato’; in esso non si può ‘vivere di rendita’, perché lo Spirito è ‘atto’, non un mero ‘fatto’. L’azione spirituale è – sempre – un ‘atto eroico’: un vivere, o un rivivere, ogni volta, il volitivo annientamento di ogni legame con l’effimero, ogni volta, il sacrificio del contingente per l’Incondizionato, per l’Assoluto. Il venir meno a questo impegno, il volgere le spalle ad esso, è il ‘tradimento’. Lo scegliere le intelligentissime ‘strategie’ umane, le abili ‘macchinazioni’, le plausibili ‘menzogne’, invece della nuda semplicità dello Spirito, è la ‘prevaricazione’, è il ‘tradimento’. Siccome nella sfera dello Spirito non vi è nulla di ‘scontato’,  nulla di ‘automatico’, è possibilissimo ‘smarrire’ l’Iniziazione, e – peggio ancora –  giungere persino a ‘pervertire’ l’Iniziazione.

Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero avvertono – anzi perentoriamente ammoniscono – che in qualsiasi momento vi può essere, anche nell’Iniziato, un risorgere improvviso della natura inferiore, un subitaneo riattizzarsi delle più violente velleità dell’ego. Massimo Scaligero diceva: «Io posso tradire in qualsiasi momento», e non abbassava MAI la guardia nei confronti delle deità ostacolatrici. Sotto questo aspetto, l’Iniziato è un ‘lottatore contro la morte’, e ricordo come, in una riunione svoltasi a Roma, in Via Barrili, Massimo Scaligero pronunciasse, con grande forza, alzando la mano destra aperta, le potenti parole del Buddha Shakyamuni, riportate nel Majjhima Nikayo, «Oggi è da dare battaglia, forse domani non saremo più. Per noi non vi sia tregua contro la grande Armata della Morte», ossia: contro le schiere dell’Oscuro Signore.  

Il Mondo spirituale conosce Verità, e non menzogna; conosce umile ed eroica ‘azione pura’, e non tatticismi, macchinazioni, intrighi; conosce il coraggioso schierarsi per la Verità e la Giustizia, e non ‘compromessi’, ‘transazioni’; conosce incondizionata venerazione per la Verità e la Conoscenza, gratitudine e lealtà verso i Maestri, e non l’abile ‘inavvertito trasbordo ideologico’, la ‘prudentissima’, vilissima, denigrazione dei Maestri e del loro insegnamento, nonché la tacita, truffaldina, ‘sostituzione’ dell’originario, schietto, loro insegnamento, con ‘abili’, ‘intelligentissime’, ‘dottrine umane’, in realtà intelligentissime escogitazioni ‘umano-troppo umane’, che con l’autentico Mondo dello Spirito nullaassolutamente nulla – hanno a che fare. Questa è ‘prevaricazione’, e questo è ‘tradimento’. Chiunque ciò compia.

Dopo questa necessaria premessa generale, torniamo ad esaminare il testo di Orao. Dopo aver esaminato nella parte precedente il ‘metodo’ di Orao, e averlo dimostrato fondamentalmente errato, ed in aperta contraddizione con quello conoscitivamente fondato sulla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, dobbiamo ora esaminare i ‘contenuti’, ovvero i ‘risultati’ della ‘chiaroveggente’ indagine spirituale che Orao, sulla base del suo fallace ed illudente ‘metodo’, ha proclamato essere ‘verità certe’, le quali invece si dimostreranno – sempre alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner – illusioni, inganni, mortali menzogne. Anzitutto, come vedremo sùbito, vi sono in Orao, pesanti condizionamenti da parte della teologia cattolica, ossia da parte di quella teologia che, secondo Rudolf Steiner, è la principale responsabile del moderno materialismo scientifico ed etico. In Resurrezione – il primo dei due libri sinora pubblicati dall’editore Tilopa, e non sappiamo se ne seguiranno ancora altri – Orao, a p. 15, dove sottolineerò, come mio uso, in grassetto alcune affermazioni, così letteralmente scrive:

«Dopo le molte dispute teologiche sul primato della ragione sulla fede e della fede sulla ragione, proprio quando si delimitarono i confini conoscitivi alla ragione, allora si confermò che la fede era in grado, come unico stato di coscienza, di raggiungere una condizione essenziale: quella di credere l’uomo nato da sostanza spirituale (perché il Cristo si era fatto carne) e già albergante in sé la realtà del Cristo come scintilla conoscitiva».

A dire il vero la ‘fede’ – quale qui viene intesa – più che uno ‘stato di coscienza’, è uno ‘stato d’incoscienza’, perché la credenza – l’ho già scritto – non è, e non può essere ‘Conoscenza’. Tra l’altro, proprio contro la ‘Conoscenza’contro la ‘Gnosi’, contro ogni forma di ‘Gnosi’ – basilidiana, valentiniana, ofita, sethiana, manichea, o catara che fosse – si accanì la persecuzione più spietata, crudele, e omicida, della Chiesa cattolica d’Oriente e d’Occidente. Ed una delle ricorrenti accuse fatte a Rudolf Steiner, tra le altre molte, è appunto quella di essere uno ‘gnostico’, e di essere una ‘Gnosi’ viene accusata la stessa Antroposofia. All’essere umano, si giunse a strappare – nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869 – lo Spirito dalla costituzione occulta dell’uomo, tra l’altro contraddicendo Paolo di Tarso, che invece ne parla esplicitamente. Per la Chiesa, l’essere umano è, solo e unicamente, corpo e anima, lo spirito – il quale soltanto nell’uomo potrebbe conoscere lo Spirito, perché solo il simile conosce il simile – all’uomo viene ‘amministrato’, sacramentalmente, dalla gerarchia sacerdotale, che avrebbe – a suo proprio dire – il potere di mettere il ‘fedele’ – ossia colui che, avendo ‘fede’, crede incondizionatamente ai dogmi, ed obbedisce ordinatamente a ciò che dalla gerarchia ecclesiale gli viene comandato – in ‘comunione’ con lo Spirito, ma che si arrogherebbe altresì il potere di togliere tale ‘comunione’, quindi di ‘scomunicare’, a chi compia una hàiresis, una ‘scelta’ diversa, e non accetti i suoi dogmi, e non si uniformi ai suoi voleri.

Più sotto, sempre a p.15, Orao, fa una serie di considerazioni, una delle quali ho potuto leggere pure, in un noto social forum, più volte citata – non so quanto a proposito – da tale M., ma che ora è bene reinserire nel suo contesto:

«Il Logos è sempre stato e sempre sarà nell’uomo. Egli è l’uomo stesso e l’uomo si sperimenta come tale proprio perché già in sé percepisce l’essere di quella essenzialità».

Ora, naturalmente, io non dubito affatto che il Logos sia l’essenza dell’essere umano, che sia – secondo un felice neologismo tedesco coniato da Rudolf Steiner – la Ichheit, l’autentica ‘essenzialità dell’Io’ nel suo Io. Ma una cosa è che l’essere umano sia identico al Logos, e sicuramente lo è, e tutta un’altra cosa è ch’egli abbia coscienza di tale identità. Anzi, si può dire che tutto il male, e il soffrire umano, nascano proprio dal baratro che si è spalancato in lui tra ‘essere’, e ‘coscienza’. A dirla tutta, da millenni – salvo nobili quanto rare eccezioni – l’essere umano, soprattutto in Occidente, ma ormai sempre di più anche in Oriente, non ha proprio più nessuna coscienza di una tale identità. Certamente, l’Assoluto è alla base di ogni essere umano, ma lo è anche, senza eccezione veruna, di ogni essere non umano terrestre – pietra, pianta, animale – e lo è anche di ogni essere estraumano appartenente alle Gerarchie celesti – Angelo, Arcangelo, etc. – ed ognuno di questi esseri umani, non umani ed estraumani, nel profondo, è identico all’Assoluto, ma ‘esserlo’ non significa affatto automaticamente ‘saperlo’, ‘conoscerlo’. Uno dei vertici dell’esperienza spirituale è realizzare la coscienza della ‘Identità Suprema’, ma questa è mèta di arduo conseguimento. Nulla di scontato.

E poche righe dopo troviamo la parte citata da M. sul noto social forum :

«Solo delimitando le facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della fede, che è percezione pura dell’anima: così la ebbe il primo asceta cristiano, al quale ogni elemento della natura rispondeva che lui non era Dio, mentre l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo, perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo».  

A parte il poetico affabulante linguaggio di Orao, che per taluni può essere forse suggestivo e sommuovere una facile emotività, vi sono alcune osservazioni da fare circa ciò che qui viene affermato. Abbiamo già visto, che non si tratta affatto di «limitare le facoltà della ragione mentale e sensoria», bensì di portarle – abolendo i limiti nelle quali sono costrette dalla identificazione dell’essere interiore dell’uomo alla veste somatica – a piena espansione e sviluppo, a piena coscienza: sino a giungere a sperimentare coscientemente il loro ‘momento genetico’, il loro ‘momento dinamico’. Che al primo asceta cristiano – qui probabilmente Orao si riferisce ad una pagina autobiografica delle Confessioni di Agostino di Ippona, rievocante un periodo della sua vita tutt’altro che “ascetico”, e non proprio ancora molto “cristiano” – «ogni elemento della natura rispondesse che lui non era Dio», è fare della ‘letteratura’, non della ‘Scienza dello Spirito’. Così come rispetto all’affermazione del fatto che «che l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo», viene fatta altrettanta poetica affabulante ‘letteratura’, e non vi è in essa nulla di ‘scientifico’. Non ho mai trovato che Rudolf Steiner, o Massimo Scaligero usassero un tale ‘suggestivo’ linguaggio, anzi è più che evidente come essi lo evitassero di proposito.

Quanto al fatto che «l’anima sia divina in quanto fattura del divino», bisogna dire che qui l’affabulante poetico linguaggio è intenzionalmente vòlto ad evitare di esprimersi chiaramente – ossia in maniera da evitare di non dar luogo ad equivoci, esprimendosi troppo chiaramente – circa un punto molto dolente per chiunque risenta del pesante condizionamento da parte della teologia cattolica. Una delle accuse che la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, fa – giustificatamente dal suo punto di vista – è l’accusa di ‘panteismo’, ch’essa rivolge all’Antroposofia, ma anche a tutto l’esoterismo. Per la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, vi è un incolmabile abisso tra Dio e le ‘creature’ tutte, tra la ‘Trascendenza’ di Dio e la ‘contingenza’ delle suddette ‘creature’, e in particolare quella dell’uomo. Per la teologia cattolica, Dio ha ‘creato’ – così recita da sempre il Catechismo ecclesiale – il mondo e l’uomo dal ‘nulla’, mediante un atto gratuito ed arbitrario della sua volontà, per cui l’essere umano, nella sua immanenza, è quanto di più ‘contingente’, effimero e precario. Mentre, per la Scienza dello Spirito, per l’Antroposofia, ma anche per ogni autentico esoterismo, l’uomo è ‘emanato’ dall’Uno, e non ‘creato dal nulla’, e il mondo è, esso stesso, ‘emanazione’ dell’Uno, di Dio, e niente affatto ‘creato’, esso pure, dal ‘nulla’. A mio modo di vedere, ed ho avuto modo di scriverlo in passato, sarebbe oltremodo auspicabile che i ‘creati dal nulla’ evitassero di occuparsi delle cose degli ‘emanati dall’Uno’, e lasciassero in pace questi ultimi, ma – a giudicare dalla pervicace intolleranza di venti secoli – temo che la mia sia vana speranza. 

«Per l’uomo moderno, però, neppure tale conferma può essere sufficiente: la fede, nata dal limite conoscitivo della ragione, non può bastare, perché da essa egli si sperimenta escluso dalla partecipazione all’azione stessa del divino, oltre che in sé, nel Cosmo. Dalla fede semplice derivano due correnti non valide per l’esistenza dell’uomo odierno: il panteismo (vedere Dio senza discernimento in tutto, quindi abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto), o la deificazione della natura, del terrestre, del dato sensibile separato dalla controparte ideale e ideante di cui l’uomo è indissociabile mediatore (materialismo, pragmatismo, soggettivismo razionalistico). La ragione fece largo alla fede cosciente; la fede cosciente, ossia la persuasione di avere il Cristo in sé e di essere «persona» per il Cristo in sé, farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito e di conseguenza farà largo alla sperimentazione dal piano eterico dell’unità ed identificazione con l’Impulso-Cristo, vivente nel terrestre come nel Cosmo superiore, inconosciuto nell’anima, ma da là conoscibile e pulsante nel volere più profondo».

Tutto questo discorso di Orao potrà, forse, anche suggestionare e illudere chi scambi l’oscurità per profondità, e preferisca abbandonarsi passivamente all’ambigua, e comoda, emotività senziente. Invece per chi voglia pensare coraggiosamente, lucidamente, e spregiudicatamente, ossia senza ‘presupposti confessionali’ o ‘teologici’, tutto questo discorso è basato, e addirittura letteralmente infarcito, di menzogne. Nelle poco cristiche confessioni ‘cristiane’, storicamente, la ‘fede’ è nata non dal «limite conoscitivo della ragione», perché, anzi, proprio le Chiese ‘cristiane’ hanno lottato ferocemente contro la ‘ragione’, attuando ogni forma di repressione violenta di essa, e di ogni forma di libertà di pensiero. Il ‘panteismo’ non è affatto nato dalla «semplice fede»: anch’esso è stato vittima del più feroce ‘odium theologicum’, e combattuto violentemente con ogni mezzo. Gnostici, Manichei, e Catari, proclamavano il primato della ‘ragione’ sulla semplice ‘fede’, e invitavano apertamente a non ‘credere’ sino a quando la ‘ragione’ non avesse compreso, e confermato, quanto veniva annunciato come verità. Nel medioevo, spesso, il termine greco ‘Logos’ veniva tradotto in latino con ‘Ratio’, ossia con ‘Ragione’, e a Padova vi è, decorato da bellissime pitture angeliche, il ‘Palazzo della Ragione’. Del resto, se non fosse così, perché mai i Rosacroce avrebbero chiamato il Mondo Spirituale superiore, estraformale, devachan superiore, arupa devachan, ‘Mondo Celeste’, o ‘Mondo della Ragione’, come si può leggere nella Saggezza dei Rosacroce, ed anche in altre cicli di conferenze, di Rudolf Steiner?!  

«La ragione» non «fece largo alla fede cosciente»: essa fu repressa, e spietatamente perseguitata dalle poco cristiche chiese ‘cristiane’, le quali per un pavor metaphysicus, per un incoercibile terrore di fronte all’incandescenza dissolvitrice dello Spirito, annientatore di tutto ciò che è, in quanto natura caduta, ‘maceria spirituale’, hanno rinunciato alla ‘Gnosi’ salvivica, hanno rinunciato a ‘conoscere’, e la decaduta ‘fede’ è stata la consacrazione della voluta, pavida, impotenza dell’anima, che si chiude alla travolgenza trasformatrice, trasmutatrice, dello Spirito. Non solo si è divenuti spiritualmente ‘ciechi’, ma si è altresì preteso dalla gerarchia ecclesiastica, che tutti lo divenissero: si è preteso che ciò che tale gerarchia sacerdotale aveva, per viltà e corruzione, rinunciato a ‘conoscere’, anche gli altri non dovessero ‘conoscere’. Ma è scritto: «Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi».

Che, poi, affermare il ‘panteismo’ – o, in buona sostanza, l’‘emanazionismo’ gnostico, che concepisce l’uomo ‘consustanziale’ all’Assoluto – agisca «abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto», non è solo un grossolano errore di pensiero, bensì è una spudorata menzogna, tipica della teologia cattolica, che vede nella salvifica ‘Conoscenza’, frutto del ‘pensiero folgorante’, o ‘vivente’, che annientando la mâyâ illudente, ricongiunge l’uomo con l’Assoluto, un atto di ‘superbia’, di ‘disobbedienza’, di ‘ribellione’, di ‘arroganza’, di ‘lesa maestà’ nei confronti del Dio, troppo antromorficamente concepito come regale sovrano, il quale – a suo insindacabile arbitrio – ‘crea dal nulla’ e gli esseri umani, e il mondo. Semmai, è proprio il ‘creazionismo’ – come affermavano Gnostici, Manichei, e Catari – a delegittimare l’essere umano, ledendo la sua dignità e libertà, e a rendere Dio responsabile del male nel mondo. Basta leggere le opere di Déodat Roché – in particolare Studi manichei e catari – o quelle di René Nelli, o le stesse scritture catare, le poche e fortunosamente scampate ai roghi, per rendesene conto.  

In realtà, proprio perché l’essere umano è ‘emanato’ dall’Uno, è ‘consustanziale’ all’Assoluto, che – come ha affermato, e scritto, molte volte Massimo Scaligero – permane comunque alla base del suo essere, egli può, e deve, per usare un’espressione dantesca, ‘indiarsi’. Proprio perché egli – un ‘dio caduto’ – è di natura ‘divina’, l’uomo può, e deve, ritornare al Divino, reintegrarsi nello smarrito ‘stato primordiale’, ritrovare la perduta sovrumana grandezza dell’Uomo Cosmico, da lui obliata onde il Divino si manifestasse anche come Autocoscienza, Libertà, e Amore. Dopo la  καταστροφή, katastrophé, la ‘distruzione’, il ‘ruinare in basso’, la sfracellante ‘caduta’ primordiale nella frantumazione della illusoria molteplicità, l’uomo può, infine, attuare la ἐπιστροφή, epistrophé, il ‘risollevamento’, il ‘tornare in alto’, la ‘conversione’ di direzione, onde si attua il ‘ritorno alla Sorgente’, il ‘ritorno all’Uno’, come lo chiamavano Plotino in Occidente, e Laotse in Oriente. Ossia tutto il contrario di quanto afferma Orao.   

Se poi un ricercatore spirituale va leggersi le opere di un Meister Eckhart – che soltanto la morte salvò dalla condanna nel processo che l’Inquisizione dell’eretica pravità gli aveva intestato ad Avignone – o le opere di un San Giovanni della Croce, il quale ebbe – egli pure – persecuzioni, contrasti accesi, e subì carcerazioni, e diffamazioni, può intuire perché Rudolf Steiner apprezzasse così tanto il loro pensiero, sino a tenere una importante conferenza sul pensiero di quest’ultimo, le cui posizioni spirituali egli dimostra essere identiche a quelle del ‘panteismo’ dell’Antroposofia. Vi sono stati persino studiosi che hanno trovato difficile distinguere pensiero e ascesi di Meister Eckhart dal platonismo di Plotino, o dall’Advaita Vedânta di Shankara, e pensiero e ascesi di San Giovanni della Croce dallo Yogashastra di Patañjali. Per Orao, la Sapienza del Mondo Classico d’Occidente, e quella d’Oriente, semplicemente non esistono.

Su questo temerario blog, venne pubblicato, il 23 aprile 2015, un articolo di chi scrive, intitolato Il “prometeico” idealismo magico di Rudolf Steiner, nel quale venne riprodotto un testo – inedito in italiano – nel quale, una volta di più, risulta in maniera inequivocabile il pensiero di Rudolf Steiner circa l’Assoluto, il Divino, e il suo rapporto col mondo. Trovo utile riproporlo qui, in modo che il lettore possa farsi un’idea autonoma su come e cosa egli pensava circa il rapporto tra Dio e l’uomo, Dio e il mondo:

«Professione di fede dell’idealismo empirico.

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione. 

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Chiunque conosca, per poco che sia, la storia davvero poco edificante delle confessioni ‘cristiane’, sa appunto come «la ragione» non fece affatto «largo alla fede cosciente». La ‘ragione’, rosicrucianamente intesa, non ha alcun bisogno di limitarsi e far spazio a quella che qui Orao chiama «la fede cosciente», la quale – a suo dire –   a sua volta «farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito». La ‘ragione’ ha unicamente bisogno di sperimentarsi – facendo a meno di ogni presupposto: soprattutto di ordine teologico e confessionale – integralmente, ossia di sperimentarsi come ‘pensiero-folgore’, come ‘pensiero vivente’. Per realizzare questo essa non ha alcun bisogno di riconoscersi ed  aderire a nessuna confessione religiosa, tantomeno cattolica. Ed è il cammino conoscitivo stesso di Rudolf Steiner a dimostrare che le cose stanno esattamente così. Ma il Sentiero della Conoscenza, prima sperimentato, e poi indicato da Rudolf Steiner, porta l’uomo ad ‘indiarsi’, a ‘ricongiungersi’ con l’Uno Unissimo, a sperimentarsi come ‘Uomo Universale’, e sperimentare coscientemente la ‘Identità Suprema’ con l’Assoluto. Questo è inaccettabile per la teologia cattolica. E questo è un aspetto che Orao si guarda bene persino dallo sfiorare, ma che è ben presente in tutta l’Opera di Massimo Scaligero.

A questo punto, è possibile intendere l’opposizione, a volte sorda e dissimulata, a volte più esplicita e virulenta, di taluni nei confronti di una radicale ‘Via del Pensiero’, e la loro denigrazione della assoluta fondamentale centralità della ‘Concentrazione’, anch’essa, nella sua radicalità concepita – l’espressione è, naturalmente, di Massimo Scaligero – come ‘atto assoluto’,  come ‘ekagrata assoluto’, come ‘Via a sé sufficiente’. Contro una tale coraggiosa concezione dell’Ascesi si sono diretti gli strali di coloro che vedono nella ‘Via del Pensiero’ il pericolo di diventare una ‘via del sublime egoismo’, secondo la loro ingenerosa espressione. In fondo, l’impostazione di costoro è esattamente quella di Orao, che tuttavia, in verità, si esprime alquanto più ‘prudentemente’, ed alla concezione di Orao, con ogni evidenza essi si ispirano, il che li porta a indicare la necessità di una ‘Via’ diversa da quella indicata, con sin troppo chiare parole, da Massimo Scaligero, che poi è quella di Rudolf Steiner: il filo aureo della ‘Via’ rosicruciana e antroposofica. 

Ma la ‘via’ diversa, indicata da Orao, si basa, appunto su di una concezione, come abbiamo visto, e come constateremo ulteriormente, dal punto di vista scientifico tutt’altro che scevra di ‘presupposti’, anzi inficiata dai ‘presupposti’ più discutibili, soprattutto ‘confessionali’, e, dal punto di vista spirituale, contraddicente – malgrado ogni ‘prudente’ dissimulazione – sia dal punto di vista ‘dottrinario’ che ‘pratico’, ossia dell’Ascesi realizzativa, l’insegnamento di Rudolf Steiner, e quello di Massimo Scaligero stesso. In particolare – ne abbiamo dati al lettore numerosi esempi documentati – dal punto di vista cosmologico e cosmogonico, Orao ‘sostituisce’ – e la cosa può sfuggire facilmente ad un lettore che non sia attentissimo, o che sia emotivamente commosso e suggestionato dall’affabulante, narcotizzante, ‘mistico’ linguaggio di Orao – all’insegnamento di Rudolf Steiner, il suo proprio, frutto della sua personale ‘chiaroveggenza’ soggettiva, la quale, a causa dei troppi, sistematici, ed evidenti, risultati errati, inevitabilmente si è costretti a definire ‘visionaria’. Abbiamo visto che cosa – addirittura con parole dure – Rudolf Steiner dice di una tale ‘chiaroveggenza visionaria’: sia dal punto di vista dei ‘contenuti’, che dal punto di vista ‘morale’.

Ora, la ‘via’ diversa, che in Resurrezione propone Orao, è la conseguenza ‘logica’ – ma dovrei dire, più esattamente, la conseguenza ‘illogica’  – di tale errata ‘chiaroveggenza visionaria’. Ed abbiamo visto quale estrema importanza Rudolf Steiner e Massimo Scaligero diano, dal punto di vista spirituale, al pensiero logico, e al suo risuonare – anche se inavvertito dalla coscienza che si muove sul piano fisico – nei mondi superiori. Abbiamo visto altresì come i frutti di una errata ‘chiaroveggenza visionaria’ non siano paragonabili ad un semplice errore di calcolo algebrico, o ad una errata dimostrazione geometrica, sempre facilmente risolvibili – proprio da un adeguato pensiero logico – sul piano fisico stesso, senza veruna conseguenza spirituale. Mentre, l’errore compiuto da un simile visionario ‘veggente’ crea sul piano astrale, e su quello spirituale, un ‘essere’, che non può affatto venire ignorato, un ‘essere’ col quale si devono fare i conti, un ‘essere’ che,  quale malefico, e venefico, ‘ente di menzogna’ agisce come avversario ostacolante,  e che deve essere energicamente combattuto, e spazzato via. Per esempio, uno di questi veramente malefici errori lo leggiamo a p. 72, di Resurrezione di Orao, dove a chiare lettere si ripete – una volta di più – la falsa dottrina circa la Luna terrestre, oggettivamente identificata alla famigerata ‘ottava sfera’, come nella Blavatsky e nei suoi avversari, per di più aggravata da un ulteriore, ancor più grave, errore che è la menzognera, sacrilega e blasfema, identificazione di Jahve-Jehova con Lucifero. Infatti, a quella pagina, ancora una volta, leggiamo:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

E, invece, come scrive Rudolf Steiner nel quarto capitolo della sua Scienza Occulta, Jahve fu l’Eloah o Eloha solare, il quale sacrificalmente scelse per sé come ‘dimora’ la Luna terrestre per combattere gl’impulsi luciferici presenti sulla Terra. Fu proprio l’azione di Jahve dalla Luna, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, ad impedire – riflettendo dalla Luna le forze del Sole, le forze del Logos, come sintesi dei sei Elohim rimasti sul Sole – la ‘mummificazione’ della forma umana, che sempre più avrebbe impedito alle anime umane d’incarnarsi sulla Terra, e quindi permise di mantenere ‘plastica’ la corporeità dell’uomo. In particolare, l’azione di Jahve operò a sottrarre la sfera generativa all’azione di Lucifero, col rimanere tale l’azione procreativa nell’incoscienza della volontà organica profonda. E fu sempre Jahve – come mostra Rudolf Steiner nelle conferenze, tenute ad Amburgo nel 1910, sul Vangelo di Giovanni – a promuovere l’amore umano, prima tra consanguinei nella famiglia, poi nella stirpe, e nel popolo. Ora, su un così enorme, e ben grossolano, errore conoscitivo, che si protrae, e si ripete, per tutto il libro Resurrezione, si basa la ‘proposta operativa’ di Orao. E che, purtroppo, io non mi sbagli in questo esame di tale opera, è mostrato da quanto Orao, ‘correggendo’, e ‘completando’, l’insegnamento Rudolf Steiner, scrive a p. 80 di Resurrezione :

«L’uomo e la donna, indicati per primi nella storia evolutiva quali archetipi della funzione riproduttiva, diverranno in un lontano avvenire anche gli artefici della soluzione liberatoria di questo mistero, adoperando proprio le forze di coscienza  attivate in sé dal Cristo che, per libera e santificata decisione autonoma, vorranno nel loro volere più profondo, fin nella fisicità della struttura del sistema del ricambio, quale soggetto di amore in loro. Gli Iniziati di Vulcano, riuniti ad altri uomini meno evoluti, tradirono i misteri aderenti alle Verità più alte, loro rivelati dalle celesti entità, e connessi col mistero della procreazione quale rito congiunto con la potenzialità conoscitiva per il futuro sviluppo dell’uomo sulla Terra.

Fu da quel momento che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva: il sangue non fece scorrere più in sé le qualità animiche dell’uomo, ma l’intensità di passioni e desideri sfrenati, interiorizzati dall’azione di Lucifero, e questo contenuto irregolare portò alla solidificazione sempre più mineralizzata del sistema osseo, proprio attraverso la fisicizzazione del respiro. Il sangue recò la sua movenza fino a interferire sul respiro, che era rimasto, ad opera delle entità superiori, attività del corpo eterico, l’unica di questo corpo non aderente al fisico. In precedenza l’uomo l’uomo inspirava la sostanza delle entità cosmiche ed emanava un respiro che cooperava alla crescita della struttura del Cosmo: l’entrata dell’azione di Lucifero legò per un minimo tale aerità alla solidificazione del corpo ed il respiro fu condizionato, attraverso la veicolazione degli impulsi del sangue, alle diverse situazioni del corpo astrale.

Solo mediante l’Impulso-Cristo nell’Io potrà essere posto nuovamente ordine fra queste tre funzioni, aerificando le ossa, eterizzando il sangue, impulsando dall’Io la coscienza-Cristo nel corpo eterico del proprio essere, attraverso la nuova coscienza d’amore ed il nuovo amore per la conoscenza dello spirituale nell’uomo. Ma questo còmpito sarà affidato unicamente al misterioso congiungimento androginico dell’uomo con la donna».

Tutto questo discorso di Orao, che ‘pretende’, e ‘presume’, di ‘correggere’, di ‘completare’, e financo tacitamente ‘sostituire’ l’insegnamento di Rudolf Steiner, in vista della ‘novella Iniziazione’, che vuole proporre, è rigorosamente errato e falso. Per far ciò, Orao altera non poco le comunicazioni date da Rudolf Steiner nella Cronaca dell’Akasha, e in Scienza Occulta. Anzitutto, ‘mescola’, volutamente ‘con-fonde’, eventi che ebbero luogo nell’antica Lemuria, con quelli che accaddero in Atlantide: eventi che si produssero non solo in epoche diverse, ma sotto l’influenza di entità spirituali diverse. In realtà,  non è vero che «fu da quel momento [ossia: solo dopo il tradimento dei Misteri di Vulcano in Atlantide, come si evince da quel che scrive Orao] che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva», perché tale funzione procreativa venne già tolta alla coscienza dell’uomo, a causa della ‘seduzione luciferica’, già al tempo dell’antica Lemuria, mentre il tradimento dei Misteri di Vulcano avvenne, appunto in Atlantide a causa della successiva seduzione arimanica, e non di quella luciferica. L’evento più rilevante, al quale Orao allude, fu la conseguenza del tradimento dei Misteri di Vulcano, e provocò, come extrema ratio, la distruzione del continente di Atlantide. Ecco alcuni passi significativi a tale proposito. In Cronaca dell’Akasha, trad. di Lina Schwarz, quarta edizione riveduta, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1953, alle pp. 25-27, leggiamo:  

«Grazie a questi fatti si produssero, all’epoca della terza sottorazza, quelle fiorenti comunità che ci vengono descritte nella letteratura teosofica. E le esperienze personali che si andavano facendo, trovavano appoggio da parte di coloro che erano iniziati nelle leggi eterne dell’evoluzione spirituale.

Gli stessi potentissimi re ricevevano l’iniziazione, affinché la capacità personale avesse in essa un sostegno completo. Pel suo valore personale l’uomo a poco a poco si rende atto all’iniziazione; egli deve, prima, sviluppare le proprie forze, da sotto in su, perché poi gli possa venir conferita l’illuminazione dall’alto. Così ebbero origine i re e le guide iniziate degli Atlanti. Un potere immenso stava nelle loro mani; e immensa era pure la venerazione che veniva loro tributata. Ma in questo fatto si nascondeva anche il germe della decadenza e della rovina. Lo sviluppo della memoria condusse all’esaltazione della personalità; l’uomo volle essere esaltato per la sua potenza personale, e quanto più la sua potenza aumentava, tanto più egli voleva sfruttarla a scopi personali. L’ambizione, che si era sviluppata, divenne egoismo, e quest’ultimo condusse all’abuso della forza. Se pensiamo al potere che gli Atlanti avevano acquistato col dominio sulla forza vitale, comprenderemo come l’abusarne dovesse condurre a gravissime conseguenze. Un ampio potere sulle forze della natura poteva venir messo così al servizio dell’egoismo.

Ciò avvenne, pienamente, nella quarta sottorazza, nei Turani primitivi. Questi uomini, avendo appreso a dominare tali forze, se ne servirono spesso per soddisfare le proprie brame egoistiche. Ma, adoperate cosi, queste forze si distruggono per i loro vicendevoli effetti. È come se in una persona i piedi volessero a tutti i costi avanzare, mentre il resto del corpo volesse retrocedere.

Tali rovinosi effetti poterono essere arrestati soltanto pel fatto che una forza superiore si sviluppò nell’uomo: la forza del pensiero. Il pensiero logico domina e frena i desideri personali egoistici.

L’origine del pensiero logico è da ricercarsi nella quinta sottorazza, quella dei Protosemiti. Gli uomini cominciarono ad arrivare più in là del semplice ricordo del passato e a confrontare tra loro le diverse esperienze. Si sviluppò la facoltà del giudizio, la quale regolò i desideri e le passioni. Si cominciò a calcolare e a combinare; s’iniziò il lavorio del pensiero. Se prima gli uomini si abbandonavano a ogni desiderio, ora soltanto cominciarono a chiedere se il pensiero lo approvasse o no.

Mentre gli uomini della quarta sottorazza cercavano violentemente la soddisfazione delle loro passioni, quelli della quinta cominciarono a porgere ascolto ad una voce interiore. E questa voce interiore mette un argine alle passioni, anche se non riesce a distruggere le pretese della personalità egoistica». 

Un discorso ancora più esplicito da parte di Rudolf Steiner lo possiamo leggere ne La Scienza occulta nelle sue linee generali, traduzione dalla 4a edizione tedesca di E. de Renzis e E. Battaglini, con Prefazione di Arturo Onofri,  Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, marzo 1932, pp. 170-173:

«Verso la metà dell’evoluzione atlantea il male si sviluppò gradatamente nell’umanità; i segreti degl’iniziati dovettero esser nascosti con molta cura, perché non ne avessero conoscenza gli uomini, i quali non avevano purificato il loro corpo astrale dall’errore, per mezzo di una preparazione adatta. Se essi avessero potuto penetrare con lo sguardo fino a quelle conoscenze occulte, a quelle leggi, a mezzo delle quali le entità superiori dirigono le forze della natura, se ne sarebbero serviti per soddisfare i loro desideri e le loro passioni malsane. Il pericolo era tanto maggiore, in quanto che gli nomini, come abbiam detto, erano entrati in contatto con degli esseri spirituali inferiori, i quali non potevano partecipare alla regolare evoluzione della Terra, e perciò la ostacolavano. Questi spiriti influirono sugli uomini in modo da ispirar loro dei desideri veramente contrari al bene dell’umanità. Orbene, gli nomini avevano però ancora la capacità di disporre delle forze della crescenza e della riproduzione della natura animale e della natura umana. Le tentazioni di quegli esseri spirituali inferiori ebbero forza di sedurre non soltanto gli nomini ordinari, ma anche degl’iniziati, i quali si servirono così delle forze supersensibili, di cui abbiamo parlato, per scopi contrari all’evoluzione dell’umanità; si associarono con tal fine anche altri uomini che non erano iniziati, e che si valevano dei segreti delle forze supersensibili della natura per scopi molto bassi; ne risultò una grande corruzione nell’umanità. Il male si andò estendendo. Le forze della crescenza e della procreazione, quando sono strappate dalla Terra-madre e vengono utilizzate isolatamente, sono in occulto rapporto con altre determinate forze che agiscono nell’aria e nell’acqua; perciò a mezzo delle azioni umane vennero scatenate dalle forze naturali straordinariamente potenti e dannose, che determinarono gradatamente la distruzione della regione atlantea, per mezzo di catastrofi dovute all’aria e all’acqua. […] Un influsso particolarmente sfavorevole venne esercitato dalla divulgazione illecita del segreto di Vulcano, poiché lo sguardo dei seguaci di quel culto era diretto in particolar modo verso le vicende terrestri. Quella divulgazione assoggettò l’umanità a degli esseri spirituali, i quali, per causa della loro passata evoluzione, si opponevano a tutto ciò che proveniva dal mondo spirituale sviluppatosi dalla separazione della Terra dal Sole. Conformemente a questa loro tendenza essi agirono appunto su quell’elemento che si era sviluppato nell’uomo per virtù delle percezioni che egli aveva del mondo sensibile, dietro al quale sta nascosto il mondo spirituale. Tali esseri acquistarono ormai su molti abitanti umani della Terra grande influenza che si fece sentire particolarmente nel fatto, che gli uomini andarono sempre più perdendo il senso delle realtà spirituali. […] Dopo la metà dell’evoluzione atlantea esercitarono influenza nel campo dell’evoluzione umana alcuni esseri, i quali tendevano a spingere l’uomo nella vita del mondo fisico sensibile in modo non spirituale. Questa loro influenza ebbe tale forza che l’uomo, invece di vedere il mondo nel suo vero aspetto, scorgeva delle immagini illusorie e dei fantasmi, e non era esposto soltanto all’influsso luciferico, ma anche all’influsso di questi altri esseri, alla guida dei quali può essere dato il nome di Arimane, perché così fu chiamato più tardi dalla civiltà persiana (Mefistofele è la stessa entità). A cagione di questo influsso l’uomo venne a trovarsi anche dopo la morte soggetto a forze, che lo facevano apparire come un essere completamente dedicato alle condizioni terrestri materiali. La chiara visione dei processi del mondo spirituale venne gradatamente tolta all’uomo; egli dovette sentirsi sottoposto alle forze di Arimane e allontanato in certo qual modo da ogni comunicazione col mondo spirituale».

La ‘seduzione’ luciferica ebbe luogo nell’antica Lemuria, e non in Atlantide, come afferma Orao, e gli effetti sull’anima umana provocarono nella natura lo scatenamento delle forze del fuoco che portarono alla distruzione di quel continente. Nell’epoca atlantidea, invece, ebbe luogo la ‘seduzione’ arimanica, la penetrazione delle forze arimaniche nell’uomo, che operarono alla corruzione delle forze vitali legate alla crescita e alla riproduzione. L’azione di ‘seduzione’ arimanica portò al tradimento dei Misteri di Vulcano, e alla distruzione di Atlantide per lo scatenamento nella natura delle forze legate agli elementi aria e acqua. Le ‘percezioni’ di Orao, scaturenti dalla sua ‘chiaroveggenza’ sono errate, e false. Il suo ‘pretendere’, il suo ‘presumere’ di ‘correggere’, ‘completare’, ‘sostituire’ quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi, porta Orao, e chi si affida alla sua ‘veggenza’ a smarrirsi in sentieri pericolosi: persino alla ‘presunzione’ di poter dare una novella ‘via iniziatica’ la quale, essendo basata su una tale ambigua ‘veggenza’, partorisce menzogne sul piano conoscitivo, e deragliamenti morali sul piano pratico, sul piano operativo dell’Ascesi. Come vedremo nel proseguo del presente studio.     

ISIDE SOPHIA-SEDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

 

SEDICESIMA LETTERA

Luglio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

LA LUNA 

Ora, dopo la conclusione della descrizione dei Pianeti superiori – Saturno, Giove, Marte e Sole – dovremo esplorare le attività dei Pianeti inferiori: Mercurio, Venere e Luna. Dovremo entrare in un mondo abbastanza diverso da quello dei Pianeti superiori e delle loro attività, proprio come il Mondo Animico dell’essere umano è interamente diverso dalla regione dei suoi princìpi corporei. La Luna è la “più vicina” oggi alla nostra coscienza animica, perciò cominceremo con lei.

La Luna

Nelle Lettere Undicesima Tredicesima abbiamo menzionato l’idea del movimento in forma di lemniscata sia dei movimenti del Sole che della Terra. Secondo quest’idea, anche il cammino della Luna appare abbastanza diverso da quello dato dal punto di vista copernicano. Esso appare come una linea serpentina lungo la  lemniscata Sole-Terra; comunque, pensare i movimenti della Luna – così come quelli del Sole e della Terra – come quelli aventi luogo su certe linee nello spazio dell’Universo, ci guiderebbe soltanto ad un’altra astratta prospettiva dell’Universo.

A meno che non impariamo ad immaginare i tragitti dei corpi celesti come confini degli organi viventi di quell’Essere il cui corpo è l’Universo, possiamo sperimentare l’Universo come un’Entità che opera in tutti i regni della natura.

Per esempio, il movimento a forma di lemniscata del Sole e della Terra può risvegliare in noi l’impressione che questa lemniscata abbia una certa somiglianza con il sistema circolatorio del sangue del corpo umano.

Questa è una realtà. La  “corrente sanguigna” spirituale dell’Essere del nostro Sistema Solare causa il movimento del Sole e della Luna in forma di lemniscata. Naturalmente possiamo obiettare che la circolazione del sangue umano non costituisca una semplice lemniscata. È più complicata di quella. Ma nemmeno la lemniscata Sole-Terra è così semplice come può apparire a prima vista. Per esempio, ci sono movimenti portati in relazione ad essa che fanno sì che il corpo del Sole, durante l’anno, appaia in un cerchio.

In maniera simile dovremmo guardare il movimento della Luna. Il diagramma che segue ci aiuterà a riconoscere il suo carattere essenziale. La lemniscata tratteggiata esterna indica allora qual è il limite dell’invisibile, e tuttavia spiritualmente reale, corpo lemniscatico della Luna.

Quindici giorni più tardi vi sarebbe la Luna Nuova. Questa è l’epoca in cui la Luna sta tra la Terra e il Sole. Naturalmente nel frattempo il Sole e la Terra si sono spostati nella posizione (b). Ora, come possiamo vedere nel diagramma, la lemniscata della Luna si è contratta sino alla forma che viene indicata dalla lemniscata tratteggiata e interna.

Andando verso la successiva Luna Piena, questa forma a lemniscata del percorso della Luna si espanderebbe di nuovo e crescerebbe lentamente al di là della misura della lemniscata Terra-Sole. Possiamo osservare così un’espansione una contrazione continue del corpo lemniscatico della Luna in relazione alle sue fasi.

È una sorta di attività respiratoria che è molto caratteristica per la Luna, e che illumina le sue tendenze essenziali nei vari regni della natura.

 Corrispondono aisimboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Corrispondono ai simboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Possiamo volgere ora la nostra attenzione a quest’attività respiratoria della Luna. In Lettere precedenti abbiamo delineato le attività contraddittorie del Sole e della Terra. Abbiamo descritto il Sole come un “buco” nell’Universo la cui attività giunge lontano fuori nello spazio cosmico e aspira, per così dire, la sostanza astrale dai margini dello Zodiaco verso il centro. Tra la regione Stellare dello Zodiaco e il “buco” del Sole vi sono i Pianeti superiori e specialmente la Terra. Essi sono le pietre miliari della condensazione di questa sostanza astrale nella materia. La culminazione di questa attività condensante ha luogo sulla Terra. Poi di nuovo nello spazio tra la Terra e il Sole, ove troviamo i Pianeti inferiori, ha luogo la dissoluzione ed eterizzazione della materia. Così l’attività aspirante del Sole è la causa indiretta della materializzazione della sostanza astrale, ed è poi infine il foro attraverso il quale la materia viene dissolta e riportata indietro alla sua origine eterica dopo che la natura dei Pianeti superiori e quella della Terra hanno operato un’impronta su di essa.

La Luna sta tra queste attività del Sole e della Terra. Il diagramma ci mostra che, all’epoca della Luna Piena, la Luna e il suo corpo lemniscatico sono fortemente connessi alla regione dello spazio che è preposta al processo di materializzazione “dietro” la Terra, poiché il corpo lemniscatico della Luna è esteso molto oltre la sfera in cui ha luogo l’attività dissolvente ed eterizzante tra la Terra e il Sole. All’epoca della Luna Piena, dobbiamo così presumere che la Luna abbia una tendenza creatrice di materia. All’epoca della Luna Nuova il corpo della Luna e la sua lemniscata sono all’interno di quella sfera di eterizzazione tra la Terra e il Sole, e dobbiamo presumere un’attività maggiormente dissolvente ed eterizzante. In mezzo, grosso modo all’epoca del Primo e dell’Ultimo Quarto, essa dev’essere neutralizzata o trasmutata da un’attività all’altra.

Perciò, possiamo concepire la Luna come la grande “tessitrice” cosmica, che tesse le sostanze cosmiche nell’esistenza terrestre e le riprende nuovamente nel Cosmo come Immaginazioni eterizzate delle dissolte forme terrene.

Possiamo trovare questa ritmica attività tessitrice delle forze della Luna ovunque nella natura e nell’umanità. La sua attività creatrice di materia è stata tracciata scientificamente mediante esperimenti. Già nel secolo scorso [n.d.C.: nell’Ottocento] uno scienziato, che da allora è stato dimenticato, provò la creazione della materia. Il suo nome era Herzeele. Pochi anni fa uno scienziato, il Dr. Hauschka, trasse quest’idea dall’oblio. In esperimenti accuratamente predisposti, in relazione alla germinazione dei semi delle piante egli provò che ha luogo un aumento di materia che può essere pesato e misurato. Egli scoprì che ciò avviene all’epoca della Luna Piena. Con lo stesso metodo scoprì che una diminuzione di materia si manifesta in relazione con la Luna Nuova. Abbiamo qui la conferma della conclusione cui eravamo giunti allorché avevamo alzato gli occhi alla cangiante lemniscata della Luna, che appare intessuta nelle attività del Sole e della Terra come una sorta di fattore equilibrante.

Possiamo ora capire perché la falce della Luna crescente sia stata sperimentata da alcuni veggenti come l’immagine della coppa sempre alimentante del Santo Graal e la parte oscura della faccia della Luna, il cui profilo può essere pallidamente riconosciuto immediatamente dopo la Luna Nuova, come l’immagine dell’Ostia Santa che discende come sorgente di salute eterna. Verso l’epoca della Luna Nuova la coppa si svuota e poi è già pronta a ricevere nuovamente le forze dell’Ostia Santa ch’essa riversa sulla Terra durante il periodo della Luna crescente. Così la storia del Graal, della Sacra Coppa sostentatrice, non è semplicemente una bella fantasia. È una realtà.

 (Continua)

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VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DODICESIMA PARTE.

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Quella di attenersi sempre, saldamente e risolutamente, alla provvida indicazione che sin dal 1985 mi dette Hella Wiesberger – mia generosa amica, sapiente mèntore, e leale compagna d’armi spirituale – all’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla sovrumana Opera di Rudolf Steiner, di ‘sich zurückziehen’, ossia di ‘ritrarsi’‘tirarsi indietro’‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera stessa del Maestro dei Nuovi Tempi, nel tempo è divenuta per me una ‘divisa interiore’, una ‘regola aurea’, e cerco di non discostarmi mai da essa. La stessa cosa vale, per me, rigorosamente, anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero.

Ma ciò non è per una sorta di cristallizzato ‘conformismo antroposofico’, o ‘scaligeropolitano’, come a volte mi piace dire, celiando un po’, e ispirandomi all’ottimo amico C.: ‘conformismo’ del quale non saprei davvero che farmene. È, piuttosto, per una precisa posizione conoscitiva, che discende del tutto naturalmente dalla ‘logica’‘logica dell’essenza’, come la chiamava Massimo Scaligero, ossia ‘logica’ del Logos – che sta alla base di tutta la Scienza dello Spirito. E chi abbia sperimentato una volta – meglio se più volte – vividamente il coincidere, senza residui, nell’‘atto’ del pensare volitivo, dell’‘essere’ con il ‘momento dinamico’, col ‘processo genetico’ del pensiero, non ha dubbi su quanto sia essenziale ripercorrere fedelmente i pensieri, le connessioni viventi di pensieri, che Rudolf Steiner ha – «con suo immenso sacrifico», Massimo Scaligero dixit‘incantato’ in umane parole.

Si tratta, non tanto di commentare, glossare, studiare in maniera universitaria, ossia intellettuale, l’Opera di Rudolf Steiner – e, sempre per me, la stessissima cosa vale eziandio nei confronti della sacralità dell’Opera di Massimo Scaligero – quanto di ripercorrere volitivamente, attentissimamente, con intenso concentrato pensare la serie dei pensieri di Rudolf Steiner – e di Massimo Scaligero, naturalmente – sino a che la volitiva intensità pensante non consumi, ‘ardendola’, la veste verbale o rappresentativa di quei pensati, e si attui – come lo definirebbero gli asceti shivaiti della Scuola del Trika in Kashmir – il ‘folgorante dischiudimento’ del momento originario del pensare. Questa è la ‘Via’ assoluta, la ‘Via’ senza presupposti, Asparśa, ossia ‘senza appoggi’, ‘ senza sostegni’, la ‘Via’ non ordinaria, quella più difficile, quella meno accetta, e la più temuta dalla pusillanime natura inferiore. Ma è anche la ‘Via’, l’unica, della ‘certezza assoluta’, la radicale sterminatrice delle illusioni, delle false percezioni, delle inconsapevoli, vanitose, presunzioni. Perciò, la ‘Via’ del ‘coraggio assoluto’, dell’autentico ‘coraggio’: quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile»

Questa audace ‘Via’ troviamo riflessa – come in una mirabile anticipante prefigurazione – in alcuni aforismi degli Shivasutra, sui quali scrisse parole chiare Raniero Gnoli, allievo di Giuseppe Tucci, amico e discepolo di Massimo Scaligero. Egli in Testi dello Śivaismo, Introduzione, traduzione e note di Raniero Gnoli, Boringhieri, Torino, 1962, p. 14, così limpidamente scrive:

«Alcuni di questi sûtra sono specialmente importanti e ricchi di eco, soprattutto per gli sviluppi che hanno, in progresso di tempo, subìto i concetti in essi brevemente ed enigmaticamente accennati. Tra questi mi piace ricordare i due sûtra 1, 5 (“Il Tremendo è sforzo”) e 1, 12 (“Gli stadi della meditazione yoghica sono stupore”). Il primo già contiene in embrione il concetto dell’io, del pensiero pensante come sforzo, tensione, movimento, ricerca, elaborato dalla posteriore scuola del Riconoscimento. Nel secondo troviamo adombrato il concetto di camatkâra o dell’esperienza religiosa e estetica come meraviglia, stupore – meraviglia e stupore dovuti alla rottura del mondo empirico ed alla intrusione improvvisa di un’altra dimensione della realtà, – che fa il suo definitivo ingresso nel pensiero dell’India con Uptaladeva ed Abhinavagupta».

Un altro testo shivaita importante, tradotto e commentato nella sua bella Introduzione da Raniero Gnoli nel medesimo libro, nel quale vi è una lampeggiante prefigurazione dell’essere dell’Io, dell’azione libera dell’Io, e dell’esperienza del Pensiero Vivente, sono Le Spanda Kârikâ, Le Stanze o Le Strofe del movimento,  ed ivi Raniero Gnoli così scrive alle pp. 15-16:

«Spanda significa, in sanscrito, movimento, vibrazione, energia. Le Spanda Kârikâ sono, in questo senso, le stanze del movimento. Secondo Vasugupta e il suo discepolo Kallaṭa la realtà ultima delle cose non è immota e cristallina coscienza – essere, intelligenza, e beatitudine – come volevano le scuole del Vedânta, ma movimento, energia, forza incessante, non segregata dal mondo ma piuttosto il principio attivo fonte delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche e individuali. Movimento e vibrazione nel momento teoretico e meditativo, lo spanda, nel momento religioso e devozionale, si identifica con Śiva, il dio tremendo e dissolvitore della mitologia indù. Questi due momenti – quello teorico e quello religioso – come di solito accade nel pensiero dell’India non sono in contrasto vicendevole né rappresentano l’uno il superamento dell’altro, ma si alternano equanimemente nella mente del devoto. Questo movimento si identifica con la coscienza, col sé, è la stessa forza del sé, da cui tutto dipende e su cui tutto riposa. Non identificabile in nessun pensiero – esso sarebbe automaticamente pensato, dunque morto, limitato – lo spanda è piuttosto il principio dove nasce e dove insieme si spegne questo o quel pensiero, il punto di connessione ideale, mai pensato, ma pensante, che collega due pensieri, due immagini tra loro. «Quella realtà – dice Kallaṭa – dalla quale, mentre uno è mentalmente tutto occupato su un dato oggetto, nasce improvvisamente un altro pensiero, è, secondo noi, lo schiudersi, la causa del pensiero stesso. Tale realtà, senonché, dev’essere scorta dallo yoghin da se stesso, sperimentata come quella che pervade interiormente due pensieri». Ma se questa realtà è piena e perfetta, libera ed autosufficiente, come mai da essa nascono i vari pensieri limitati, le cosiddette  rappresentazioni mentali, che stanno all’origine della trasmigrazione e quindi del dolore? La manifestazione del pensiero pensato non è dovuta – risponde questa scuola – a nessuna causa estrinseca ma alla volontà stessa di Śiva, della coscienza, del movimento, che liberamente, di per se stessa si offusca, come liberamente, di per se stessa si illumina. Questa sua attività gratuita è, com’è noto, chiamata, con un termine famoso nel pensiero dell’India, la sua magia, la sua mâyâ».

Tra gli audaci asceti pensatori del Kashmir della Scuola dello Spanda, del ‘Movimento’, del Trika, della ‘Triade’, o della Pratyabhijñā, del ‘Riconoscimento’, nel IX-X secolo della nostra èra, in India comincia ad emergere una dimensione ‘nuova’, ancora ignota ad una antica spiritualità brahmanica, tutta vòlta alla statica contemplazione del Trascendente, ossia comincia ad emergere – è ancora solo una ‘prefigurazione’, tuttavia già mirabile e possente – l’azione dell’Io, che si appressa a farsi immanente, a realizzarsi non solo come trascendente ‘coscienza sovrasensibile’, ma come immanente ‘autocoscienza’, solo su se stessa fondata, e su nient’altro; un Io attuantesi non solo come ‘liberazione’ dai vincoli della trasmigrazione, ma soprattutto come ‘libertà’: libertà assoluta di un essere che non ha ‘presupposti’, né ‘appoggi’, o ‘supporti’, se non la perenne, libera da qualsivoglia vincolo, attuazione del suo stesso essere, non recluso in nessuna forma, non appoggiantesi su nulla, perché, come scrive Raniero Gnoli, a p. 16, «Questa realtà del movimento o dell’energia» – la ‘potenza’, la śakti, della libera volontà – «è la stessa forza dell’io, che tutto brucia e dissolve».

Tutto ciò dimostra, una vòlta di più, che «lo Spirito soffia dove vuole» (Giovanni, 3, 8), e che non vi è affatto bisogno di partire da un obbligatorio presupposto confessionale, ‘evangelico’, per scoprire e realizzare il momento vivente del conoscere, il Pensiero Vivente, l’essere originario – al contempo trascendente e immanente, dell’Io. La Scienza dello Spirito è sì di essenza ‘cristica’, in senso ‘cosmico’ naturalmente, ma non certo ‘cristiana’ in senso confessionale, e ancor meno in senso cattolico. E se fosse rimasto ancora qualche sopravvivente dubbio, basterebbe considerare la guerra che le confessioni sedicenti cristiane, e molto poco cristiche, la Chiesa cattolica in testa, hanno fatto per oltre un secolo all’Antroposofia: in taluni casi anche con intenti omicidi. La Scienza dello Spirito non necessita di ‘presupposti’ di sorta, non necessita di precostituiti punti di partenza, di appoggi di nessun tipo. Certo una cotale audace disposizione dell’anima può far paurafar paura alla natura inferiore, alla quale torpidamente il poco consapevole uomo moderno si identifica – ma tale paura è, appunto, soltanto un ‘pensato’, scaturente da un poco consapevole pensare, il quale dopo averlo generato, smette di pensare, e lo prende come presupposto per il proprio soggettivo, decomposto, sentire: un ben illusorio presupposto. Forse, non sarebbe fuori luogo che i ricercatori dello Spirito, meditassero – voglio, per un momento, essere anch’io ‘evangelico’ – che è scritto, Luca, 9, 20: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo». Il che non è poi molto diverso dalla folgorante esperienza della ‘Śûnyatâ’, della ‘Vacuità’ di Nâgârjuna, di Aryadeva,  del Buddhismo Mahâyâna.   

Massimo Scaligero fa molteplici riferimenti a questa idea-forza di ‘assenza di presupposti’, di ‘rinuncia agli appoggi’, alla ‘âśraya-paravritti’, alla ‘revulsione dei supporti’, ‘atto supremo’ che caratterizza l’azione dei Bodhisattva, sia nel libro La Via della volontà solare, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, nel quale vi dedica tutto l’VIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, pp. 275-296, e in un articolo sulla bella e importante rivista dell’IsMEO, East and West, New Series, Vol. 11, N. 4, 1961, pp. 249- 257, The Doctrine of the «Void» and the Logic of the Essence,  in inglese;  apparso, poi, nel 1973-1974 in Vie della Tradizione, anno III, Vol. III, 11-12, e anno IV, Vol. IV, 13, in italiano col titolo La dottrina del “vuoto” e dell’essenza, ripubblicato anche dalla nostra Marina Sagramora su L’Archetipo, febbraio-marzo-aprile-maggio 2002. Ma una parola particolarmente incisiva – oserei dire addirittura ‘tranciante’ –, di sapore ‘Ch’an’ o ‘Zen’, Massimo Scaligero la scrive in Magia Sacra, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo ‘rovesciamento degli appoggi’, questa ‘revulsione dei supporti’, è un ‘atto’ decisamente ‘rivoluzionario’ nei confronti di quella tirannica natura inferiore, dominata e mossa da deità avverse all’uomo, che tiene da millenni in abietto servaggio l’essere umano. Un atto di ‘coraggio’, che sfida temerariamente il ferreo dominio che gli Ostacolatori, da millenni, hanno sull’uomo. Ma non sempre – anzi, quasi mai – l’essere umano ha un tale ‘coraggio dell’impossibile’. Ed è logico, perché un tale straordinario ‘coraggio’ non è un dato ‘naturale’, ché la natura ha tutto l’interesse che l’uomo un tale ‘coraggio’ non l’abbia affatto. Le avverse deità ostacolatrici considerano gli esseri umani ‘bestiame utile agli dèi’, e non hanno affatto piacere di ‘perdere capi di bestiame’. Infatti, quel così singolare ‘coraggio’ va costruito con l’Ascesi dell’Io, non è punto una qualità spontanea, e ‘naturale’ dell’anima. L’Ascesi dell’Io, ossia l’Ascesi dello Spirito oltre l’anima, è indubbiamente una ‘Via’ difficile, aspra, dura, ed ‘eroica’. Per cui vi è, forte, la tentazione di sostituire la scomoda ‘Via’ eroica con una più comoda ‘via’ egoica. E, nella ricerca di ‘sostegni’, ‘appoggi’, o ‘nidi’, ‘tane’, od ‘ovili’, o ‘chiese’, si cerca di sostituire la ‘Via del Pensiero’ con una ‘via dell’anima’, nella quale sia richiesta ‘fede’, la quale deve ‘ridimenzionare’, ‘limitare’, ‘diminuire’ il pensiero: discorso estremamente pericoloso, questo. 

Mi è capitato di leggere di recente, lo scorso gennaio, su un noto social forum, quel che scriveva un tale M., che cita – non so quanto a proposito – una frase di Orao, ch’egli evidentemente ammira, tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto:  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Detta nei termini riportati da M., l’affermazione è assurda, perché la ‘fede’ è credenza, e la credenza non è  certo ‘Conoscenza’. È molto meglio sapere di non sapere, che credere. Questo già gli Gnostici lo avevano intuito e realizzato, e sottolineavano la superiorità della Gnòsis, della Conoscenza, che è del Pneuma, dello Spirito, sulla Pistìs, sulla fede, che è della psiche, dell’anima. Certamente, la facoltà razionale deve essere superata, ma non certo ‘delimitandola’, bensì portandola ad essere sino in fondo quel che essa è, e deve essere. La razionalità dell’uomo attuale è insufficientemente razionale, ma non è certo diminuendola ‘kantianamente’, per far spazio alla ‘fede’, che essa viene superata. Il limitare razionalità ed esperienza sensibile per far spazio alla ‘fede’ è il dogma assiomatico di tutta la teologia scolastica cattolica: tomista, scotista, occamista, suarezista, etc., sino a quella dei tempi attuali: nulla a che vedere con la posizione conoscitiva della Scienza dello Spirito.

La vittoria sul male umano, ossia la vittoria sull’ottenebrante egoismo, sulla malattia, e sulla morte, sul dolore, è tutta nel superamento della millenaria condizione di ‘ignoranza’ – di quella che in India viene chiamata avidyâ, alla lettera: ‘non visione’ – che l’uomo patisce, costringendolo ad una ottundente degradazione. Tale vittoria è frutto della ‘folgorante Conoscenza’, dell’‘Illuminazione’, del ‘Risveglio’ dal narcotico tramortimento, conseguenza della caduta del pensiero nella condizione di morte del cadaverico pensiero riflesso. Non è certamente raggiunto  «solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria» la quale, al dire di Orao, fa in modo che «avanza la fede, che è percezione pura dell’anima». Invece, è solo resuscitando dallo stato di morte, di letargico sonno, il pensare, sino a divenir coscienti del ‘momento dinamico’, dell’‘atto’ generatore del pensare, sino a contemplare, nella sua folgorante interezza, il processo vivente del pensiero, e solo divenendo coscienti dell’interezza del ‘processo genetico’, ‘produttivo’, del percepire, che si realizza il ‘Risveglio’, la ‘Illuminazione’ dello Spirito – lo Spirito oltre l’anima – la ‘percezione pura’ che è atto cosciente dello Spirito, e non dell’anima. Che le cose siano così è quel che mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 25-26, nel Capitolo 8, ove è detto:

«Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità. È il pensare che, indipendentemente dalla necessità razionale, in quanto abbia in sé tutta la razionalità, non dialettizza, ma tocca le cose. Non cade nell’argomentare, ma immediatamente ha l’essere, penetrando la realtà di ciò a cui si volge: non ha bisogno di perdersi in pensieri, perché la sua percezione è diretta. Accosta il mondo e lo palpa: lo ha».

Questa improvvida scelta di sostituire una ben problematica ‘via dell’anima’ alla ‘Via del Pensiero’, ossia alla ‘Via’ nella quale lo Spirito, in quanto Io, agisce sullo Spirito, direttamente, mediante lo Spirito, ossia mediante il pensiero, porta facilmente – a causa della soggettività, e della variabile emotività, dell’anima – a pretendere, tacitamente, di ‘completare’ quel che si ‘crede’ mancare in Rudolf Steiner, e in Massimo Scaligero, e porta altresì a presumere, sempre tacitamente, di ‘correggere’ quel che si ‘crede’ essere errato in Rudolf Steiner e Massimo Scaligero. Ma, appunto si tratta di soggettiva ‘credenza’, non di ‘Conoscenza’, e soprattutto non di ‘Scienza’: ossia non di Scienza dello Spirito, non di Antroposofia

Il benevolo, e molto paziente, lettore, a questo punto mi perdoni una piccola, pedante, digressione filologica, che tuttavia è necessaria, perché è bene intendere – e non fraintendere – il significato di alcune parole, che non vogliono assolutamente avere ‘colorazione’ emotiva di nessun tipo, soprattutto non di dispregio o di avversione, ma vogliono solo caratterizzare oggettivamente alcuni fatti. 

Questa ‘pretensione’ – secondo il dettato della Enciclopedia Treccani, pretensióne, viene dal latino tardo praetensio –onis, sostantivo derivato da praetendĕre «pretendere», e descrive il fatto di pretendere, nelle varie accezioni del verbo, e quindi sinonimo spesso del più comune pretesa. In particolare, definisce l’azione o l’atteggiamento di chi pretende di avere cose a cui non ha pieno diritto o di far cose superiori alle proprie forze, e la stima eccessiva di sé, delle proprie capacità o possibilità. In particolare la pretensione è ‘ambizione di apparire di qualità o livello superiore’ –, e questa ‘presunzione’ – sempre secondo la Enciclopedia Treccani, il termine preṡunzióne, dal latino praesumptio –onis, sostantivo derivato da praesumĕre «presumere», il cui participio passato è praesumptus, ed è argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati, fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato, o con riferimento a un atteggiamento abituale, a un difetto costante – portano Orao a scontrarsi nel metodo, ossia nel come sono state conseguite quelle pretese conoscenze, che si sono poi rivelate errate al massimo grado, e nel merito, ossia nelle affermazioni che, ad un esame obbiettivo, risultano poi essere il contrario di quanto afferma Rudolf Steiner. Come documenterò.

Affrontiamo sùbito la questione del metodo, ossia del come Orao ha ottenuto le sue ‘percezioni’. È evidente, ad un esame obbiettivo, come Orao si basi prevalentemente sulla propria ‘chiaroveggenza’, e non tanto, o non solo, e non del tutto, sulle comunicazioni che di fatti spirituali Rudolf Steiner ha prima conquistato, attraverso titaniche lotte interiori, e poi ci ha portato in dono in forma di pensiero. Che ciò sia realmente avvenuto è dimostrato, in maniera lampante, dalla contradittorietà dei risultati della ‘chiaroveggente’ indagine di Orao rispetto a quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Rudolf Steiner esclude in maniera categorica che i risultati di indagini spirituali – correttamente condotte e rigorosamente esaminate – di autentici chiaroveggenti possano essere tra loro divergenti, che possano in qualche modo reciprocamente contraddirsi. Abbiamo visto con quanto scrupolo scientifico Rudolf Steiner conducesse le sue indagini spirituali, con quanto rigore egli controllasse, talvolta per lunghi anni, i risultati delle sue ‘percezioni’. Ed abbiamo visto quale alto valore egli desse alla propria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica. Orao, che tale formazione scientifica e filosofica, in maniera evidente, non aveva, si allontana assai dal metodo di Rudolf Steiner, e soprattutto non ottempera ad una prima assolutamente imprescindibile, condizione che sta alla base di ogni autentica indagine occulta. L’aver trascurata questa imprescindibile istanza – apertamente dichiarata essenziale, come vedremo sùbito, dal Maestro dei Nuovi Tempi – ha portato Orao alquanto fuori strada. Questa condizione è esposta, in maniera in equivocabile da Rudolf Steiner nel ciclo L’occultismo dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2001, contenuto in GA-109, dove nella seconda conferenza, tenuta a Budapest il 4 giugno 1909, così dice alle pp. 19-20:  

«Prima di iniziare la vera e propria esposizione, vorrei parlare di un problema di straordinaria importanza. Perché occorre occuparsi di pensieri e di nozioni scientifico-spirituali prima di poter noi stessi sperimentare qualcosa nel mondo spirituale? Qualcuno potrebbe obbiettare: è ben vero che ci vengono comunicati risultati di un’indagine chiaroveggente; io stesso però non sono ancora in grado di guardare nel mondo spirituale. Non sarebbe allora meglio che i risultati dell’indagine chiaroveggente non ci venissero comunicati e che ci venisse soltanto detto come poterci sviluppare fino a diventare noi stessi chiaroveggenti? In tal caso ciascuno di noi potrebbe poi da sé percorrere un’intera evoluzione.

Chi sia estraneo all’indagine occulta potrebbe certo credere che sarebbe bene non parlare già prima di cose e fatti soprasensibili. Nel mondo spirituale esiste però una legge ben precisa il cui significato cercheremo ora di ullustrare con un esempio. Supponiamo che in un certo anno un veggente regolarmente istruito abbia osservato qualcosa nel mondo spirituale. Supponiamo che dopo dieci o vent’anni un altro veggente altrettanto bene istruito osservi la medesima cosa, nulla avendo appreso dei risultati del primo veggente. Se lo si credesse possibile, ci si sbaglierebbe di molto, perché un fatto del mondo spirituale che sia stato una volta scoperto da un veggente o da una scuola occulta, non potrà una seconda volta essere investigato, se chi vuole investigarlo non abbia prima ricevuto notizia che era già stato investigato. Se dunque nel 1900 un veggente ha investigato un fatto occulto, e nel 1950 un altro veggente è in grado di osservare il medesimo fatto, potrà farlo soltanto se avrà appreso che prima di lui un altro lo aveva già scoperto e investigato. Ossia nel mondo spirituale realtà già note in precedenza possono venir osservate solo qualora ci si decida a riceverne comunicazione e le si impari a conoscere nel modo corrente. È la legge sulla quale nel mondo spirituale e per tutti i tempi è fondata la fraternità universale. È impossibile entrare in una qualche regione, se prima non ci si sia legati con ciò che già era stato investigato e osservato in passato dai fratelli più anziani dell’umanità. Nel mondo spirituale si ha cura che nessuno diventi per così dire un isolato e possa dire: io non mi occupo di tutto quanto esiste già e faccio indagini solo per me. Tutti i fatti che oggi vengono comunicati dalla scienza dello spirito, non potrebbero venir percepiti neppure dai veggenti più evoluti e progrediti, se prima questi non ne avessero già avuto notizia. Poiché le cose stanno così, poiché è necessario riallacciarsi a ciò che è già stato investigato, per questo anche il movimento antroposofico dovette essere fondato in questa forma».

Negli anni ottanta del passato secolo, circa trentacinque anni fa, avevo intrapreso a tradurre le conferenze di Rudolf Steiner sul Quinto Vangelo. A Dornach, alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito, avevo comprato l’originale testo tedesco in una edizione bellissima, con la Prefazione di Marie Steiner. Ero già andato un po’ avanti nella suddetta traduzione, che cercavo di fare con grande entusiasmo, molto impegno e amore, allorché, andando una volta a Roma, ne parlai con M., pensando che fosse un evento importante, soprattutto per la nostra Comunità spirituale, che una tale opera di Rudolf Steiner venisse pubblicata in Italia. Alla mia proposta furono fatte molte obbiezioni riguardo alla delicatezza del contenuto di quel ciclo di conferenze. Feci presente, che quel ciclo era già stato pubblicato in tedesco, e tradotto eziandio in francese e in inglese. Con una serie di ragionamenti, che mi sembravano ben motivati – soprattutto per il fatto che una tale pubblicazione era stata voluta fortemente, ed esplicitamente, da Marie Steiner, che per giunta, come ho detto più sopra, ne aveva redatta la Prefazione, cosa che feci presente – riscìi a persuadere M. che una tale pubblicazione era cosa buona e importante per la Comunità Solare. Il tempo che, una volta uscito dalla casa di M., arrivassi a casa del mio amico L., che benignamente mi ospitava, ed ecco che mi telefona sùbito l’editore della più volte nominata rivista romana, il quale così mi disse: «Mi ha incaricato M. di dirti di smettere immediatamente di tradurre il Quinto Vangelo: quella pubblicazione sarebbe un tradimento dei Misteri!». Ad una tale apodittica affermazione – che, tra l’altro, era lesiva della mia libertà – non potei opporre altro che una tale pubblicazione era stata fortemente voluta da Marie Steiner stessa. Al che il suddetto editore mi rispose, seccato: «Ma chi è quella donna?!». Al che non potei obbiettare altro, che non ci restava che aspettare che quel libro venisse pubblicato incompleto – infatti delle diciotto originali conferenze del testo tedesco ne vennero tradotte e pubblicate solo sette – e magari mal tradotto dai membri della Società Antroposofica ufficiale, come poi, in effetti, puntualmente avvenne, così vi sarebbe stato motivo di lamentarsi dell’incompletezza, e della imperfezione, della loro traduzione. La stessa situazione si ripresentò allorché intrapresi la traduzione, in vista di una eventuale pubblicazione, dei ‘Quaderni Esoterici’: in quella occasione mi furono opposti i medesimi capziosi ragionamenti, e i risultati furono, anche in tal caso, identici. Naturalmente, mi rendo personalmente moralmente garante della veridicità di questo mio racconto.

A quell’epoca, sia pure molto contrariato da una tale denegazione, non riuscìi a vedere altre motivazioni al loro rifiuto ad una tale pubblicazione, se non una concezione antiquata, superata, e in pratica addirittura inutile, del ‘segreto’. Solo dopo decenni, e dopo molte amare esperienze, mi son reso conto che vi erano anche ‘altre’, non dichiarate, motivazioni, e finalità. Da una parte, la ‘pretensione’ di ‘completare’ un’Opera come quella di Rudolf Steiner, basandosi sulla propria ‘chiaroveggenza’, e dall’altra, la ‘presunzione’ di poter ‘correggere’, sempre sulla base della propria, personale, oltremodo soggettiva, e fallace, ‘chiaroveggenza’, quelli che son stati ritenuti ‘errori’ di Rudolf Steiner. Per non parlare del ‘presumere’ e ‘pretendere’ di ‘correggere’, ‘completare’ la stessa Opera di Massimo Scaligero. Naturalmente, veniva usata allora, e viene usata tuttora, a tale riguardo, moltissima ‘prudenza’, e si è estremamente ‘cauti’ nel parlare di un simile spinoso problema, in vista dell’attuazione dell’ormai da me più volte dibattuto ‘inavvertito trasbordo ideologico’

Ma tornando a trattare della posizione veramente peculiare di Orao, riprendiamo la trascrizione di quanto Rudolf Steiner dice, alle pp. 20-21, della citata seconda conferenza de L’occultismo dei Rosacroce:

«In un tempo relativamente breve molti diventeranno chiaroveggenti, ma potrebbero vedere nel mondo spirituale solo qualche inezia, e non la verità, se non potessero conoscere tutto ciò che di essenziale vi è già stato investigato. Prima bisogna apprendere le verità che la scienza dello spirito presenta, e solo dopo le si potrà percepire. Anche il veggente dunque deve prima imparare a conoscere ciò che è già stato investigato, e poi potrà osservare i fatti, grazie a una scrupolosa disciplina. Possiamo dire: una volta che le entità spirituali abbiano fecondato per una prima veggenza un’anima umana, avvenuta questa unica verginale fecondazione, è necessario poi che altri, prima di avere il diritto di conseguire e osservare qualcosa di simile, rivolgano lo sguardo a ciò che quella prima anima ha già raggiunto.

Questa legge costituisce un fondamento quanto mai intimo per una universale fraternità, per una fraternità vera fra gli uomini. Così il patrimonio della saggezza è passato di epoca in epoca attraverso le scuole occulte ed è stato fedelmente custodito dai maestri. Anche noi dobbiamo contribuire a conservare questo tesoro e, se vogliamo ascendere a regioni superiori del mondo spirituale, dobbiamo mantenerci in rapporto di fraternità con coloro che hanno già raggiunto un certo grado di evoluzione occulta. La legge morale a cui sul piano fisico si aspira, è dunque nel mondo dello spirito una legge di natura».  

È questo, in realtà, il motivo profondo dell’invito, della provvida indicazione, di Hella Wiesberger a suscitare nell’anima quell’atteggiamento interiore di ‘sich zurückziehen’, di quel ‘ritrarsi’, di quel ‘tirarsi indietro’, ‘farsi da parte’, ‘cancellarsi’, per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato Solare, del Maestro dei Nuovi Tempi. Questo è il motivo vero di quella ‘devota venerazione’, che si traduceva in un atteggiamento interiore di ‘umile modestia’, da parte di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Alfred Meebold, di Giovanni Colazza, e infine di Massimo Scaligero. Essi erano tutte elevate personalità spirituali, discepoli progrediti della Via dell’Iniziazione, eppure essi non hanno mai esposto, ostentato, i risultati di una loro percezione spirituale, che pure avevano vasta e profonda. Da questo punto di vista, l’agire di Orao costituisce un errore, perché è una ‘prevaricazione’ rispetto a quanto più sopra affermava Rudolf Steiner. Il non aver ottemperato a questa esigenza fondamentale, e l’aver trascurato il corretto ‘studio’, rosicrucianamente inteso, spiegano le errate, ingannevoli, percezioni di Orao, il suo cadere in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, che ha prodotto non autentiche ‘imaginazioni’, bensì illusorie fantasie, e rappresentazioni menzognere.

Mi si potrebbe obbiettare che un tempo molte opere di Rudolf Steiner non erano state pubblicate dall’Editrice Antroposofica e da altre case editrici. Ma una simile obbiezione non tiene conto del fatto che nelle sedi dei gruppi antroposofici in Italia esisteva una vasta collezione di cicli di conferenze di Rudolf Steiner tradotte, battute a macchina, e rilegate. In alcuni casi si trattava di una collezione se non completa, però così vasta da rappresentare una nutrita biblioteca. Ho in mio possesso un catalogo delle opere di Rudolf Steiner presenti nelle biblioteche dei vari gruppi antroposofici, pubblicato dalla Società Antroposofica in Italia, come bollettino per i Soci. Questo catalogo di 49 pagine fu redatto già negli anni sessanta dall’Avv. Caio Sallustio Crispo, che dopo la morte di Giovanni Colazza, e di Mario Viezzoli, che a Colazza era succeduto, diresse per un periodo il Gruppo Novalis, che aveva allora sede in Via Tevere 39, a Roma, nei pressi di Porta Pia. Dal suddetto catalogo risulta che la biblioteca del Gruppo Novalis era una delle più ricche di opere di Rudolf Steiner, sia stampate, che dattiloscritte. Nulla di più facile sarebbe stato per Orao dell’attingere alla ben fornita biblioteca di tale Gruppo, del quale per molti decenni fu capogruppo, e fiduciario per la Società Antroposofica, Romolo Benvenuti, e per molti anni, bibliotecario, il mio amico L. Con ogni evidenza, Orao preferiva attingere alla propria personale, estremamente soggettiva, ‘veggenza’, e non confrontare i risultati cosìottenuti con le comunicazioni di Rudolf Steiner, perfettamente accessibili. 

Quanto viene esposto da Orao in Resurrezione e Madre ha un carattere tale che nei confronti di molti vengono fatte, insistentemente, ripetute e forti pressioni, affinché il contenuto di tale ‘mirabile rivelazione’ venga ‘accettato’. ‘Accettato’ per ‘fede’, a differenza di quanto comunicato da Rudolf Steiner, il quale dà un preciso metodo di conoscenza e di verifica, mentre Orao assolutamente no. E quanto esposto da Orao deve’ essere ‘accettato’, anche se contraddice platealmente quanto comunicato da Rudolf Steiner, mentre, al contempo, viene dichiarato essere ‘pedante’, e addirittura ‘meschino’, chi osi sottoporre a verifica, ed inviti altri a verificare essi pure, le contraddittorie affermazioni di Orao. Ma accettare di ‘rinunciare’ a conoscere, e dover accettare per ‘fede’, ‘fede cieca’ sulla base di una ‘mistica’ autorità, è cosa che ripugna ad un essere libero, e deve essere fermamente respinta. Inoltre, quella di ‘sostituirsi’ a Rudolf Steiner, di ‘completare’ – per più compiendo enormi, dimostrati, inescusabili, errori – l’Opera di Rudolf Steiner, di ‘correggere’ pretesi errori nella sua Opera, il fare lo stesso nei confronti della figura e dell’Opera di Massimo Scaligero, non è soltanto ‘pretensione’, e ‘presunzione’, ma è addirittura, a livello spirituale, vera e propria ‘prevaricazione’. A cosa possa portare il deviare dal corretto sentiero conoscitivo, per fidarsi unicamente ‘percezioni’ della propria ‘visionaria veggenza’, è mostrato da quanto dice Rudolf Steiner nel più volte citato Filosofia e Antroposofia, pp. 115-117 :

«Colui che vuol credere ciecamente, accogliendo tutte le comunicazioni introno ai mondi superiori sulla sola autorità di un altro, sceglie una strada comoda, ma che cela in sé un pericolo. Invece di conquistarsi i fatti, di elaborarli col proprio pensiero, accetta il sapere di un altro, quel che un altro a veduto, rinunciando al proprio lavoro di pensiero, all’esame, alla riflessione. Piò accadere che un uomo, il quale si abbandoni così alla cieca fede, perda se stesso e non sappia più distinguere il vero e la menzogna. Nulla è più adatto a promuovere la mendacia, quanto una certa chiaroveggenza puramente visionaria, non sostenuta né controllata dal pensiero. Anche un altro difetto può essere favorito: un certo orgoglio, una certa superbia, che può arrivare sino alla megalomania, ed è tanto più pericolosa in quanto non lo si osserva. L’uomo si ritiene qualcosa di superiore, perché vede questa o quella cosa che altri non vede; giura sulle proprie visioni con assoluta sicurezza, non tollera obiezioni, e non si accorge quanto egli sia vicino alla megalomania. Ci sono persone che credono alle cose più folli, quando le ritengono comunicate dal piano astrale; cose che non si sognerebbero mai di credere, se gliele dicesse un uomo sul piano fisico, ma che «bevono», con credulità da schiavi, quando siano comunicate dal piano astrale. Chi scarti questa credulità, non potrà più essere preda di ogni inganno e ciarlataneria; invece ne cadrà vittima chi non sviluppi in sé la tendenza ad esaminare ogni cosa, e non voglia formarsi, con sforza proprio, una convinzione. Non si devono prendere le cose alla leggera; bisogna riconoscere che formarsi una convinzione fa parte dei più sacri còmpiti umani; in tal caso non si risparmierà fatica, si lavorerà sul serio, e non ci si limiterà ad ascoltare per sete di sensazioni. Le comunicazioni dei mondi spirituali sono necessarie, e ne abbiamo ormai molte, ma bisogna stabilire in sé il giusto atteggiamento e le giuste rappresentazioni di fronte ad esse».   

In Rudolf Steiner e in Massimo Scaligero ho sempre visto con grande chiarezza la loro rinuncia completa ad ogni forma di suggestione, di accattivante persuasione, di azione sulla sentimentale emotività di chi di persona, o attraverso la lettura delle loro opere, si accostava loro. In Massimo Scaligero non vi era traccia alcuna di quell’equivoco “magnetismo”, che tanti “maestri” dell’occulto volentieri usano. In lui, certamente, si avvertiva, e potente, la forza, si sentiva l’elemento luminoso, irradiante, ‘sattvico’, del ‘sovramentale’, che diveniva – per osmosi vitale-spirituale – chiarezza, e intensità di coscienza, in chi lo accostava. Ma non mai visto in lui tentativo veruno di ‘convincere’, di ‘stupire’, o di manipolare, o piegare l’altrui volontà: assolutamente mai. Egli lasciava sempre assolutamente libere le persone. E mai, né in Rudolf Steiner, né in Massimo Scaligero, ho rinvenuto il tentativo aperto o celato, di fare appello alla sentimentalità, ai moti meno coscienti, subrazionali, dell’anima: come sin troppo spesso avviene in àmbito confessionale. Semmai, in loro vi era il costante richiamo allo sforzo interiore, all’intenso impegno volitivo, al coraggio di voler andare oltre i limiti personali, al combattere l’ignave, turpe, inerzia interiore, alla radicale indipendenza, dal “si dice”, dalla ‘pubblica opinione’, profana o esoterica, a demolire quella ‘immane potenza del convenzionale’, che asserve i più, a cercare sempre la ‘via più difficile’, a non adagiarsi mai su quanto già conseguito. In loro vi era l’invito alla ‘generosità morale’, a non mai ‘vivere spiritualmente di rendita’, a non mai passivamente ‘stare’, ma sempre attivamente ‘essere’. Per questo, in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 117-119, Rudolf Steiner, in chiusura della sua conferenza, invita – una volta di più – all’energico sforzo di pensiero:

«Tutto ciò non vuol essere una predica, ma è stato detto con ragioni fondate. Perciò, forse, il seguire queste considerazioni è già stato di per sé uno strenuo lavoro di pensiero. Infatti, io cerco sempre, anche nei miei metodi, di tenere quella via che devo considerare giusta per noi. Molti vogliono prediche piene di unzione: io vi rinuncio; cerco d’esporre le cose in modo che possano rivestirsi di vere forme di pensiero. Quando, come oggi, si espongono fatti del piano fisico, ciò richiede talvolta un lavoro mentale alquanto difficile; poiché quei fatti non sono altrettanto sensazionali e nemmeno piacevoli come le comunicazioni dei mondi superiori; sono però estremamente importanti. E ne riconoscerete tutta la portata, dicendovi: «Se ha realmente da verificarsi quel che dovrà verificarsi, cioè che nelle incarnazioni avvenire un numero sufficiente di uomini si ricordi dell’incarnazione attuale, occorre che ciò venga preparato sin d’ora». Se dunque sviluppate la vostra facoltà di giudizio, diverrete candidati a ricordare l’attuale incarnazione nella prossima. Rendetevi capaci di comprendere il mondo, coi vostri pensieri; perché qualunque cosa possiate vedere chiaroveggentemente per via di visioni, non vi servirà per ricordarci l’incarnazione attuale. Ma l’antroposofia esiste appunto per preparare un numero sufficiente di uomini ad essere capaci di guardare per forza propria all’incarnazione attuale. Il riuscire o no ad aggiungere la capacità chiaroveggente allo studio dell’antroposofia sta nel karma del singolo; per karma, molti tra voi non riusciranno forse in questa loro incarnazione a penetrare il mondo chiaroveggentemente; ma per tutti coloro che si assimilano quel che, rivestito di forme di pensiero, viene esposto nella vera scienza dello spirito, ne godranno i frutti nell’incarnazione prossima; poiché appunto si saranno appropriate le basi per questo. L’uomo può, per così dire, essere un chiaroveggente senza saperlo; se studia giustamente l’antroposofia, possiede la chiaroveggenza, e può aspettare finché il suo karma gli permetta anche di vedere le cose spirituali». 

Certamente, la ‘Via’ proposta, con parole inequivocabili, da Rudolf Steiner, e riproposta, in maniera altrettanto inequivocabile, da Massimo Scaligero è un ‘Sentiero’ oltremodo esigente, aspro, duro, e difficile da percorrere. Sicuramente – per il momento, almeno – non è un ‘Sentiero’ per tutti, e forse neppure per molti, perché non tutti, anzi molto pochi, cercano la Conoscenza. La Scienza dello Spirito – ricordava spesso Massimo Scaligero – non ha nulla da dire a chi è pago della propria limitata, relativa, verità, che non è l’assoluta Verità. La Scienza dello Spirito risponde, ma non ‘sollecita’, non ‘insinua’, non ‘insuffla’, con abile e consumata retorica, e suggestione emotiva, domande nelle anime umane: risponde solo alle sincere domande che sorgono spontaneamente dal cuore dei singoli esseri umani. Per chi senta il bisogno di un conforto religioso – ed è cosa perfettamente lecita e degna – vi sono le varie confessioni religiose, cristiane e non cristiane. Ma chi segue una determinata confessione religiosa non deve pretendere di ridurre l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito, al proprio livello, e soprattutto non deve cercare di farlo in maniera surrettizia, in maniera ‘insinuante’ – come avrebbero detto gli esoteristi del Settecento – perché l’Antroposofia non è una religione, ma una Scienza. E, come ho avuto modo di ribadire più volte, una Scienza, che tale voglia essere, per essere compiutamente ‘scientifica’ deve basarsi unicamente sull’esperienza, cioè sulla percezione e sul pensiero, facendo a meno di qualsiasi tipo di presupposti: religiosi, in primis, compresi. La Scienza dello Spirito, intensificandoli, porta a completo sviluppo, a piena coscienza, percezione e pensiero, trasformandoli in ‘percezione pura’ e in ‘pensiero puro’. Quindi è un totale non senso, per chi segua la ‘Via dell’Io’, ossia la ‘Via dello Spirito’, e non una mistica ‘via dell’anima’, quanto scrive Orao – almeno come riportato pure da M. su un noto social forum – che  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Infatti, lo stesso Rudolf Steiner, nelle Linee generali dei principi della Società Antroposofica, fondata da Marie Steiner, Michael Bauer, e Carl Unger, nel 1913, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, così scrisse a p. 3:

«Niente deve restare più estraneo agli sforzi della Società quanto un’attività ostile o favorevole ad un qualsivoglia orientamento religioso, poiché il suo scopo è la ricerca spirituale e non la diffusione di una qualunque fede, cosicché ogni propaganda religiosa non fa parte dei suoi compiti».

Circa la questione del ‘metodo’ seguito da Orao, appare chiaro come la causa degli enormi errori, che sono stato costretto a rilevare nei suoi scritti, sia nel volersi basare sulla propria ‘chiaroveggenza’, non collegata con la fonte prima della Scienza dello Spirito, ‘chiaroveggenza’ non controllata, non verificata coi metodi scientificamente severi, ed esatti, indicati da Rudolf Steiner. Il voler prescindere dalle comunicazioni spirituali del Maestro dei Nuovi Tempi e, in taluni casi, ‘prevaricando’, volerlo ‘completare’, e il pretendere addirittura di ‘correggere’, o in taluni casi ‘sostituirsi’ a lui, il ‘non ritrarsi’ – per usare la sapiente espressione di Hella Wiesberger – per far parlare l’Opera, è causa dello scivolamento di Orao in un incontrollato sperimentare animico, in un ambiguo  sperimentare soggettivo, che non può non essere definito fallace, ingannevole, ‘veggenza visionaria’. Ora, se il ‘metodo’ è errato – ed ho dimostrato, sulla base di quanto afferma Rudolf Steiner, che esso è radicalmente errato – i risultati di cotale ‘chiaroveggenza’ non possono non essere pessimi, e non possono non agire distruttivamente nella vita animica e spirituale degli individui e della Comunità spirituale. Come vedremo nel proseguo di questo mio studio.