DANDO I NUMERI…

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Ehi, la sezione della Tradizione langue!

Possibile che interessi così poco? Va bene che, tolto qualcosa sul buddhismo, non è stata il fiore all’occhiello di Vecchia Eco…ma abbandonarla tutta sola, col suo stinto abituccio fuori moda, mi pare uno sgarbo bello e buono. Poi arrivano bellimbusti guenoniani a megafonare che è tutta loro e alludono pure ad una licenziosa intimità: mosci come sono mi pare impossibile! Non solo: una fila di evoliani che pare un serpentaccio quant’è lunga, aspetta in buon ordine il permesso di entrare (nella fila spicca a tratti qualche strano esemplare di individuo assoluto: ma sembra finto).

Convenitene: è una visione che colpisce, tant’è che ne rimango rincitrullito e, per qualche attimo, do i numeri.

Uno (Unità)

La corrispondenza musicale è con la nota generatrice dei toni, dunque presuppone il silenzio; la rispondenza geometrica è il punto che presuppone il vuoto, nella tradizione occidentale è la sovressenzialità, cioè causa non causante; nella Cabbala è ayn, il nome più segreto di Dio: il nulla.

Per i pitagorici era “assenza di opposizione” e sottolineavano che “il tutto è uno”.

Secondo Clemente, quando Alessandro interrogò i Sapienti dell’India su quale fosse il precedente, il giorno o la notte, essi risposero “Un giorno”.

Il sacrificio dell’unità genera la molteplicità delle opposizioni, il sacrificio delle opposizioni riconduce all’unità.

Splendido il breve dialogo del Rumi su ritorno all’uno: “Un uomo bussò alla porta dell’amico. “Chi è là?” “Io” “Non c’è posto per due”. L’uomo ritornò dopo un anno di solitudine. “Chi è là? “ ” Tu o Amato” “Poiché sono Io, che Io entri” “Non c’è posto per due in un’unica casa”.

Dice Ciuang Tse: “Al grande principio di tutte le cose c’era il senzaforma, l’essere impercettibile, non c’era nessun essere sensibile e pertanto nessun nome. Il primo essere che fu, fu l’uno. Si chiamò norma la virtù emanata dall’uno che creò tutti gli esseri. Moltiplicandosi senza fine nei suoi prodotti, questa virtù partecipata si chiama in ciascuno di essi: sua parte, porzione, destino. Nell’essere che nasce certe linee specificano la sua natura. In questa è il principio vitale. Ogni essere ha la sua maniera d’agire che è la sua natura propria. E’ così che gli esseri derivano dal principio”.

Due (Dualità)

Nella musica è con la prima nota generata, nel tono minore o maggiore, a distanza di un’ottava. Nella rispondenza geometrica è l’estensione del punto, cioè la linea.

Per i pitagorici  la dualità è il primo numero pari, femminile, simbolo di giustizia in quanto divide in parti uguali.

La dualità è vista come divisione dell’unità o sua addizione. Simboli della dualità sono il sole e la luna, il maschile e il femminile, forma e materia, notte e giorno, fas e jus.

Il due cabbalistico è la seconda lettera, beth, che mostra alto e basso, inferno e paradiso, secolo ed eternità. Soprannaturalmente si va dall’uno al due, naturalmente si va dal due all’uno.

Tre (Triade)

La somma dell’uno e del due è lo scambio, la neutralità: diversità (duale) e necessità (uno) si conciliano nella triade: rapporto necessario di diversi, cioè consonanza. Rapporto tra due rapporti uguali e uno diverso: asimmetria  e simmetria nella tonalità di più colori, nella sezione aurea delle composizioni architettoniche.

L’impari non è divisibile in parti uguali ma è suscettibile di armonia. Tre sono le parti del giorno: aurora, mezzogiorno e crepuscolo e anche le fasi lunari (se non si tiene conto della distinzione di levante e calante).

La triplicità è propria dei mostri e degli dei, cioè dei principi delle cose.

La Cabbala parla di tre madri: alef, mem, scin: acqua, aria, fuoco: come legge triadica che presiede a ogni figura. Geometricamente il tre è la superficie.

Quattro (Quaternità)

Sulla base del tre si leva verso il punto del vertice (uno) la piramide, che nasce dal rapporto di quattro punti. I pitagorici affermarono che il quattro è più perfetto del tre: esso segna il concretarsi dell’armonia in forme visibili: è il quadrato della giustizia, corrisponde ai quattro elementi, alle quattro direzioni dell’orizzonte, alla ripartizione del circolo diviso da due diametri, all’anno diviso in quattro stagioni, alle quattro età dell’uomo, alle quattro virtù cardinali, ecc.

Carl von Eckartshausen (uno dei rarissimi discepoli della Rosacroce visibili) espose la dottrina della quaternità che ispirò Goethe in alcuni passi sul mistero del quattro, numero in cui ritorna l’unità. Plutarco, in De musica, osserva che le quattro corde della lira danno gli intervalli fondamentali: ottava, quinta, quarta e tono.

Teone di Smirne scrive che il quattro è il principio dei solidi geometrici, poiché “ lo sperma corrisponde all’unità e al punto, l’accrescimento in lunghezza alla diade e alla linea, in larghezza alla triade e superficie, quello in profondità alla tetrade e ai solidi”.

La tetraktis è il rapporto tra 4 e 10 (10 = 1 + 2 + 3 + 4); gli elementi della piramide sono 10, cioè 6 linee e 4 punti.

Cinque (Pentade)

Secondo il quinario: Dio, angelo, anima, corpo, mondo (Kircher); cinque corrispettive conoscenze: mente, intelletto, ragione, immaginazione e senso; cinque sensi: udito, vista, olfatto, gusto e tatto. L’elenco potrebbe continuare. Per i pitagorici, il cinque che si rappresenta con il pentagramma, è detto matrimonio, perché unisce il molteplice: corrisponde alle dita di una mano, è il massimo di figli possibili ad un solo parto, è ciò che mette in rapporto i quattro elementi, cioè la quinta essenza (ovvero: Aurum potabile, Acquapermanens, Vinumardens, Elixir vitae, Solutiocoelum).

Se il tre è l’estensione infinita, il cinque pone la limitazione: il simbolo è la rosa canina a cinque petali che conduce a unità la divisione nel tempo. Filone in De plantatione: “ Quando nell’anno e numero 4 sarà stato consacrato ogni frutto dell’anima, nell’anno e numero 5 noi ne avremo il godimento e la fruizione poiché è detto: al quinto anno mangerete il frutto”.

Nella meditazione islamica si distinguono 5 centri nel corpo. S. Domenico istituisce, nel 1206 per ispirazione della Vergine, il rosario a tre serie di cinque misteri ciascuna. Cinque sono le piaghe del Cristo. Nella Svetasvara Upanishad il 5 è un fiume con cinque correnti (i sensi), cinque rapide (grembo, nascita, invecchiamento, malattia e morte), cinque ostruzioni (ignoranza, egoismo, attaccamento, avversione, aggrapparsi alla vita).

Sei (Esade)

Sei è metà trai numeri pari, fra 6 e 10. Secondo Clemente d’Alessandria (Stromata), Cristo salì il Tabor come IV, si illuminò divenendo VI, mettendo a nudo il potere che da Lui procedeva; fu proclamato Figlio di Dio dal VII, cioè dalla Voce, affinché avessero riposo coloro che lo vedevano; così Egli, attraverso la sua nascita (VI) diventando VIII, appare come Dio nella forma umana. Perciò si dice che l’uomo fu creato il VI giorno, intendendo colui che fosse fedele a Cristo VI. Il sette glorifica l’otto: “coeli enarrant gloriam Dei”.

Rumi dice: “Il padrone del cuore (il Santo) è uno specchio a sei facce, attraverso lui Dio guarda nelle sei direzioni”.

Il moto dell’anno da solstizio a solstizio avviene in 6 mesi, dividendo le 4 stagioni in sei parti ciascuna si ottengono le 24 quindicine dell’anno.

Per Kircher il sei simboleggia queste verità: “lo scendere della luce è il salire della tenebra…, che la forma attuale diventi materia potenziale significa che la materia potenziale diventa forma attuale”.

Sette (Eptade)

Quattro, o materia, più tre, o spirito, dà sette ovvero completezza.

Filone (De opificio mundi) dice che il 7 è l’unico nella decade perché non è generatore ingenerato come l’uno, non è generato non generante come l’otto (generato dal 4 ma nulla generante entro la decade), mentre poi 4 è generato è generato è generato da 2 e generante (8): perciò 7 è Vergine, Immobile e Increato, perché non si muove ciò che non è generato e non genera, come 0.

Sette le note della scala temperata, le fasi lunari, i pianeti, i colori dell’arcobaleno. 7 sono i movimenti: in su, in giù, a destra, a sinistra, avanti e indietro e in circolo: la grammatica della danza in rapporto al lavoro, al cielo e alla creazione, essendo ogni numero un modello di mediazione fra ordini diversi. Lo spazio è settemplice se alle sei direzioni si aggiunge il centro da cui partono. Aristotele ci informa che il quattro è potenza, il tre attualità: e la somma è la sapienza. Sette veli di luce (e tenebra) coprono la faccia di Dio e sette sono i gradini verso il Tempio o il paradiso.

Le antiche tradizioni ritrovano nelle pratiche occulte il settemplice ordinamento: i sette chakras dello yoga, le sette stazioni di S. Agostino; l’illuminazione musulmana attraversa la successione di sette colori, corrispondenti ai sette punti individuati dai Cabbalisti ed ai sette strati: terra, acqua, aria, fuoco, sole, luna e stelle.

Persino W. Reich, nella sua psicologia visionaria, individua sette anelli della “corazza” con cui il nevrotico si difende dalla vita (anche il Groddeck consiglia di sperimentare le genesi della corazza così: si provi a reprimere all’improvviso un pensiero che interessi molto e si scopre che ciò non è possibile senza contrarre i muscoli dello stomaco).

Nel sistema dei sette doni dello Spirito Santo è la sapienza che degusta Dio. Nel sistema dantesco dei cieli, il settimo è quello della contemplazione.

Nella psicologia sperimentale si impone la realtà del sette, poiché analizzando la capacità di reagire a stimoli diversi si è accertato che, per l’intensità del suono, per il sapore, per la percezione visiva, come per altri stimoli, nell’uomo la capacità di distinguere è limitata a sette varietà; è settemplice la “capacità di canale”, come dice il gergo. Si può andare oltre il sette soltanto combinando ordini diversi: ad esempio forma, colore e sapore, e in tal caso si arriva al massimo di 150.

Non mancherebbero: l’ottoade, il nonade e la decina, con cui la fanno finita i pitagorici ma non altri, ma suppongo di aver tormentato un po’ troppo me stesso e chi, malauguratamente, perderà il suo tempo con queste strane righe.

 

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