DELLA RETTORICA E DELLA PERSUASIONE

Carlo Michelstaedter

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Le righe che seguono (in parte) sono apparse alcuni anni addietro sul Forum, ma volevo riproporre l’attenzione verso un giovanissimo pensatore che, nell’alba del precedente secolo, riuscì a cogliere, tragicamente, sia il limite dell’uomo e del mondo come viene sperimentato (per la coscienza del limite vedasi l’opera di Miguel Unamuno), sia squarci del sovraumano. Questo è una forza che può presentarsi come distruttrice: una realtà superiore disintegra le apparenze inferiori, tra le quali v’è l’immagine psichica e corporea che l’uomo porta a spasso.

Il discepolo esoterico si esercita nel possesso di quanto può preservarlo dal volto tremendo della Folgore della Vita.

Non sono pochi coloro che avventuratisi oltre il “velo dipinto” del mondo non hanno potuto affrontare le forze, immensamente più potenti, che tramano oltre esso, e venendo investiti, hanno concluso la loro vita nella follia o con la morte.

In breve: con Hegel termina la filosofia pura. Essa diviene l’arte di trattare di tutto su tutto con pensiero addestrato e tanto nominalismo. Emergono talvolta figure, come in Italia Croce e Gentile che, attraversate da singole esperienze intuitive, costruiscono poi su queste, cattedrali di fine dialettica. In Germania è Franz Brentano (1838-1917), che con attenzione raffinata, giunge a porsi il problema del conoscere in chiave psicologica.

Brentano dirige la ricerca non sulle cose esistenti “esteriormente”ma sulle cose come appaiono nell’orizzonte intenzionale del soggetto esperiente, aprendo la problematica della “fenomenologia”. In stretta sintesi essa è la scienzadell’esperienza della coscienza. Già Hegel annota la fenomenologia come “cammino dell’anima la quale percorre la serie delle sue formazioni come stazioni prescrittele dalla sua natura perché si rischiari a Spirito e, mediante la piena esperienza di sé stessa, giunga alla conoscenza di ciò che essa è in sé e per sé”. Edmud Husserl (1859-1938) viene influenzato da Brentano, poi (sto saltando quasi tutta la sua opera) propone il metodo della “riduzione fenomenologica” che è la sospensione del giudizio (epoché) per attingere alla dimensione in cui i fenomeni si manifestano come “datità originarie”. Dominata la comune opinione sull’esistente dell’uomo e del mondo, ciò che emerge come “residuo fenomenologico” è il campo trascendentale della coscienza pura. Il senso del mondo e le sue “oggettualità” (noemi) si costituisce a partire dagli atti intenzionali della coscienza pura.

Vedete dunque che si giunge a pratiche e ad un’osservazione deliberata, “intenzionale”, con il gigantesco sforzo di cancellare l’atto del ‘giudizio’ che non significa simpatia o antipatia verso il percepito ma l’atto della coscienza pensante che trasforma il quid percepito in ‘casa’, ‘albero’ o qualsiasi altra cosa.

(Di passaggio ricordo che Edith Stein (1891-1942), fatta santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e Compatrona d’Europa nel 1999, fece parte dei fenomenologici di Gottinga. Di famiglia ebraica, si convertì al cattolicesimo nel 1922. Progettò di inserire l’intenzionalità nella rielaborazione della filosofia scolastica. Morì ad Auschwitz. Ho trovato di alto spessore spirituale il suo “La Scienza della Croce”, uscito postumo nel 1950).

Non credo avventato dire che il tentativo di Husserl fu il passo moderno che più s’avvicina all’esperienza prospettata da Steiner in “Verità e Scienza” che è un testo ‘iniziatico’ completo ma pure un’ottima introduzione fenomenologica all’incompresa “Filosofia della Libertà” che potrebbe condurre, con i massimi requisiti scientifico-epistemologici, all’esperienza diretta dell’essere spirituale dell’uomo e del mondo.

E’ chiaro che il placido (innocuo) discorso filosofico lascia il passo ad una attività interiore: all’aristotelica téchnē, ossia all’atto come mezzo per raggiungere un effetto.

Ho scritto tutto questo per dare sfondo ad una lucente meteora, irrituale, tragica e intensa che solca lo sfondo di quei tempi: Carlo Michelstaedter.

E’ Michelstaedter, ebreo goriziano di buona famiglia (1887-1910) che, compiuti gli studi prima a Vienna poi a Firenze, muore suicida dopo la stesura della tesi di laurea.

La tesi esce  postuma nel 1913 ed è intitolata “La persuasione e la rettorica”. Questa nasce come un confronto critico tra l’originaria sapienza presocratica e la “degenerazione mondana” della filosofia a partire da Platone ma diviene il nucleo di una critica radicale che investe tutta la cultura erede del pensiero post-socratico. Partendo dalla distinzione parmedidea tra il mondo dell’alétheia e quello della dóxa, il Nostro oppone la via vera della “persuasione”, radicale certezza del Vero, al falso della “rettorica”. Il mondo della seconda è il dominio delle istituzioni, dei valori tradizionali, dell’universale ‘già fatto’ su cui si fonda l’uomo (Scaligero direbbe: dei pensati e dei percepiti) e con cui si illude di mascherare il suo violento impulso al proprio conservatorismo e alla bramosa vitalità che lo sostiene.

La bramosia di vita che sostiene l’uomo comune è chiamata, da Michelstaedter, philopsichia (il dio del piacere).

Essa è “tanto è vita…quanto manca del vivere”.

L’uomo brama “…il possesso di sé, ma quanto vuole e tanto occupato del futuro, sfugge a sé ogni momento”.

Del resto “il suo agire (l’agire dell’uomo) è un essere passivo..finché vive in lui, oscura e irriducibile la fame della vita. La vita in lui non vive fino a quando egli non viva che solo per sé  stesso”.

Ma se ferma per un istante il flusso continuo del suo bramarsi, avverte di essere un riflesso rappresentativo non dissimile ai riflessi del mondo“Interrotta la voce del piacere che le dice (dice alla coscienza): ‘tu sei’, sente solo il sordo mormorio del dolore fatto distinto che dice: ‘tu non sei’…”.

L’uomo che crede di vivere nella inautenticità della rettorica è schiavo di essa: “colui che non vive con persuasione non può non obbedire, perché ha già obbedito”.

Naturalmente, il cosiddetto mondo morale, di cui gli uomini si vantano di continuo, appartiene alla sfera del proprio nulla: “questa che gli uomini chiamano spesso spesso docilità, bontà o persino superiorità…non è che la superficialità di cui non aveva ragione in ciò che faceva..non sapeva quelle cose che voleva perché le volesse, non aveva la Potenza di quelle cose…”.

In tale inesorabile deficienza l’uomo teme l’annullamento ma proprio “chi teme la morte è già morto”.

Serve far affiorare in ogni istante un puro presente, senza passati o futuri “…vedere ogni presente come l’ultimo e nell’oscurità crearsi da sé la vita” poiché la morte non è altro che un continuare nel tempo.

Persuasione è prendere su sé la responsabilità della vita, atto di volontà affermante il puro e nudo valore individuale: il giusto è l’uomo risvegliato. Mentre l’irrazionale brama di vita inganna l’uomo con le sue illusioni: conseguimento del piacere, soddisfazione dei propri bisogni, perseguimento di un ideale…

L’amore per la vita dunque ha come meta un’incerta sopravvivenza, non certo la realizzazione dell’uomo, che consiste nel “possesso di sé stesso” attraverso cui si possiede tutto in sé: l’uomo persuaso vive “solo di sé stesso” e nella autorealizzazione non teme la dissoluzione poiché “ la morte nulla gli toglie, giacché niente in lui chiede più di continuare”.

La sua anima vive “libera nell’assoluto”.

“Ognuno è solo e non può sperare aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”.

In questa poesia del 1910, il volto del tutto normale, della philopsichia:

Ritornate alle case tranquille

alla pace del tetto sicuro,

che cercate un cammino più duro?

Che volete dal perfido mare?

Passa la gioia, passa il dolore,

accettate la vostra sorte,

ogni cosa che vive muore

e nessuna cosa vince la morte.

Ritornate alla via consueta

e godete di ciò ch’è v’è dato:

non v’è un fine, non v’è una meta

per chi è preda del passato.

Ritornate al noto giaciglio

alle dolci e care cose

ritornate alle mani amorose

allo sguardo che trema per voi

a coloro che il primo passo

vi mossero e il primo accento,

che vi diedero il nutrimento

che vi crebbe le membra e il cor.

Adattatevi, ritornate,

siate utili a chi vi ama

e spegnete l’infausta brama

che vi trae dal retto sentier.

Non continuo con citazioni. Tanto è denso il contenuto di quello che appare come un libretto. Solo vi invito a comperarlo. Lo trovate a poco prezzo e magari scontato nelle edizioni Adelphi. Non è antroposofico ma ciò è tutt’altro che un male. Però fu un punto di riferimento per alcuni, non ultimi Evola e Scaligero.

Lo sconsiglio ai blablatori che non comprenderebbero e nemmeno agli ortodossi che hanno le rappresentazioni inchiodate in testa: sarebbero pochi ma comunque sprecati, intendo i soldi.

La tragedia di C.M. è stata quella di non trovare gli strumenti per accogliere nell’umano quel “più che vita che avvertiva crescere nell’anima. E non fu il solo. Quando si riesce a bloccare il corso naturale delle Potenze dell’anima, permettendo loro di essere ciò che sono prima di disperdersi nella natura, è necessaria una mediazione che supporti l’umano che ne resterebbe travolto. Uno dei molti aspetti della saggezza iniziatica dei cinque esercizi. Che, direbbe Paolo di Tarso, non sono latte per bambini.

Consapevole di quanto stava accadendo, Michelstaedter, in una delle sue ultime lettere scrisse (cito a memoria): ”Se muoio sarà non per carenza ma per sovrabbondanza”.

4 pensieri su “DELLA RETTORICA E DELLA PERSUASIONE

  1. “Ognuno è solo e non può sperare aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”.

    Parole verissime

  2. Vorrei condividere con gli amici del blog alcune righe scritte da un filosofo particolare di cui ho recentemente avuto notizia: Gilles Deleuze (18 gennaio 1925-4 novembre 1995). Anche lui, come Michaelstaedter, morto suicida, stando alla cronaca. Forse la filosofia sta facendo qualche passo avanti? “Il piano di immanenza non è un concetto, né pensato né pensabile, ma l’immagine del pensiero, l’immagine che esso si dà di cosa significhi pensare, usare il pensiero, orientarsi nel pensiero… Non è un metodo, poiché ogni metodo riguarda eventualmente i concetti e suppone una tale immagine. Non è neanche un’insieme di conoscenze sul cervello e sul suo funzionamento, poiché il pensiero non è riconducibile al lento cervello come se fosse uno stato di cose scientificamente determinabile, in cui esso si limita a effettuarsi, quali che siano il suo uso e il suo orientamento. Non si tratta neanche dell’opinione che si ha del pensiero, delle sue forme, dei suoi scopi e dei suoi mezzi in questo o quel momento […] Si direbbe che IL piano di immanenza sia contemporaneamente ciò che deve essere pensato e ciò che non può essere pensato. Esso sarebbe dunque il non pensato nel pensiero. È lo zoccolo di tutti i piani, immanente a ogni piano pensabile che non riesce a pensarlo, la parte più intima del pensiero e al tempo stesso il suo fuori assoluto. Un fuori più lontano di ogni mondo esterno, perché è un dentro più profondo di ogni mondo interno: è l’immanenza, “l’intimità come Fuori, l’esterno trasformatosi nell’intrusione che soffoca, nel capovolgimento dell’uno e dell’altro” (Blanchot). Andata e ritorno incessante del piano, movimento infinito. Forse è il gesto supremo della filosofia: non tanto pensare IL piano di immanenza, quanto mostrare che esso è là, non pensato in ogni piano” (da “Cos’è la Filosofia?”Deleuze & Guattari)”. E dallo scritto (l’ultimo scritto prima di morire) “L’immanenza: una Vita” : “Diciamo che la pura immanenza è UNA VITA, e nient’altro. Non è immanenza alla vita, ma l’immanente che non è in niente è una vita. Una vita è l’immanenza dell’immanenza, l’immanenza assoluta: è completa potenza, è completa beatitudine.” (e ancora nello stesso scritto) “”Cos’è un campo trascendentale? Un campo trascendentale si distingue dall’esperienza in quanto non si riferisce a un oggetto né appartiene a un soggetto (rappresentazione empirica). Inoltre, si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io. Può sembrare curioso che questi dati immediati possano definire il trascendentale: si parlerà di empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo del soggetto e dell’oggetto. C’è qualcosa di selvaggio e di possente in un simile empirismo trascendentale.”
    Che ne pensate?

  3. Caro contemplactivo: troppo poco per azzardare un commento…ma sembra che anche oggi qualche pensatore (come appunto Deleuze), a meno che non faccia il giocoliere di parole, avverta o talvolta sperimenti o annusi una Potenza del pensiero che sarebbe “il non pensato del pensiero”. Qualcosa che “non si riferisce a un oggetto né appartiene a un soggetto”. E’ positivamente inquietante quello che hai postato! Del resto so per conoscenza diretta che molti, nell’Élite scientifica contemporanea, cercano con tutti i mezzi, di far deragliare il trenino rappresentativo di cui hanno consapevolezza in quanto limite. A loro sì che potrebbe tornare utile un testo di Scaligero, piuttosto che rifilarlo tra le mani di un Papa! Per ora i “veicoli” sono più che altro, le meditazioni buddhiste: cosa che non fa felici nostri amici di rango. Ma anche ciò sia messo in conto alla ottusa e talvolta spregevole incapacità degli antroposofi. Persino nell’incontestabile personalità della von Halle, quel suo saluto a “Soci e amici” fa muro, sembra settario…come quel volgersi verso l’Edificio…Scaligero parlava con chiunque e (importante!) offriva i mezzi per fare da sé. Credo fortemente che ora sarebbe ancor meno selettivo,(non che lo fosse) ma dava, in fondo, per scontata, in molti, una certa conoscenza antroposofica che ora latita, non perché manchi l’antroposofia: manca di brutto il conoscere (“sapere” poco o molto è il nulla per anima e Spirito). Per quanto possibile dovrebbe trovare un fondo ancora più basso e generale da cui risalire dalla logica alla noesi.
    Però, qualora non sia una vuota immagine quella della luce che s’accende nelle tenebre più fitte, frasi come quelle che hai riportato accendono la speranza che, tra i cercatori, di qualsiasi razza bastarda possano essere, si faccia strada il soffio del sopramondo.
    Grazie per la tua nota!

    • Grazie a te Isidoro per il commento! Ne so davvero molto poco e sono tra quelli che stanno cercando una conoscenza non intellettualistica/accademica dell’antroposofia, che sta riducendosi, salvo rare eccezioni come questo sito, a un antroposofismo .Sono giunto ad accostarmi un poco agli scritti di Deleuze per tramite di un libro (“The Event in Science,History,Philosophy and Art”) di un antroposofo israelita, Yeshayahu Ben-Aharon. Parla degli sforzi che nella scienza, nella filosofia e nell’arte si stanno facendo, di quelle che lui chiama “le orme di Michele” nel secolo 21esimo. Parla dunque dei filosofi post-strutturalisti francesi come di filosofi che interiormente lottano per superare la dialettica e l’astrazione della filosofia precedente.Questo non per fare proselitismo dell’opera di BenAharon, infatti, io stesso sto cercando di capire quale sia il valore di ciò che scrive.E’ interessante però che ponga al primo posto la liberazione del pensiero, la realizzazione ascetica della Filosofia della Libertà e la nuova esperienza Paolina, nonostante certi profili del suo lavoro che mi rimangono un pò oscuri e controversi.Al di là di questo, comunque, penso che il mondo da un lato stia cambiando e i segni dei tempi ci sono anche in senso positivo…ma questo può indicare che in germe ci sia qualcosa che dev’essere sviluppato da una pratica seria dell’ascesi e dello studio antroposofico.

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