DICO E RIDICO…

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Per l’individuo che parte da una oscura reminiscenza prenatale e giunge ad una certa chiarezza di coscienza la “presa diretta” indicata dalla dea Ragione (che non va confusa col razionalismo) è il sadhana. Chi pratica è un sadhaka. Uso questi termini, chiaramente non antroposofici, poiché c’è chi sente attorcigliarsi le budella se legge la parola ‘ascesi’ – Steiner non l’ha detto – e forse così sarà più tranquillo e diverrà più buono.

Un tempo venivano considerate (con una certa dose di buon senso pratico) tre situazioni, tre categorie di uomini che praticavano qualcosa sul sentiero della Conoscenza (la quarta, quella dei deliranti, non era prevista o considerata): il principiante, il proficiente ed il provetto. Gli ultimi due si supponeva che avessero atteso ai preliminari nel corso di precedenti incarnazioni. Per essi non erano necessari altri strumenti fuori dalla pratica meditativa: il distacco dalla fiumana dei pensieri e l’arresto delle funzioni mentali.

Dopo secoli che il sacro insegnamento era stato assimilato per opera dei grandi Traduttori, i maestri dell’Impero di Mezzo, vedendo il pericolo della discorsività fine a se stessa, portarono Conoscenza e Trasmissione ad una essenzialità talmente ridotta in cui la fase analitico-discorsiva si consumava nel momento intuitivo e non passava oltre. Un esempio a caso? Eccolo: “Un monaco chiese a Yun  Men quali fossero gli insegnamenti di un’intera vita. Yun Men rispose: Una affermazione pertinente”.

Questo, più o meno, era quanto doveva bastare.

Prima di annoiarvi troppo vorrei sottolineare che il sadhaka dei tempi nostri trova (può trovare) un certo equilibrio tra la laconicità di Yun Men e le necessità della vita… purché sappia evitare lo squittio sorcino del “parler pour parler” almeno per quanto riguarda le discipline e naturalmente le discipline stesse.

E’ un problema grave parlare ossessivamente di ciò che non si sperimenta o non si conosce? Cosa induce individui a schizzar giudizi o improprie saggezze tre volte per settimana su una Scienza dello Spirito, di fatto sconosciuta, dimenticata o tradita? Problemi psichici o tosti esami medici? Perché si continua senza riposo ad ammaestrare con indicazioni fantasiose e/o sminuire la portata (enorme) dei cinque ausiliari? Oppure darne la valutazione che va d’amore e d’accordo con l’esorcizzazione delle cose serie secondo l’indirizzo antroposofista degli ultimi cinquant’anni anni se non di più?

Il sadhaka dei nuovi tempi è già atleta paolino se riesce a nuotare controcorrente tra gli infidi scogli del malato personalismo. Poi inizia la pratica dell’eroismo con i semplici gesti dell’azione interiore. Deve avere buoni muscoli e cuore ben difeso, poiché, grosso modo, ogni cosa che fa è in contraddizione con le azioni umane e gli spiriti che spingono le tendenze generali del tempo.

Prendiamo ad esempio il primo dei cinque, conosciuto come “controllo del pensiero”. Nelle opportune sedi vi diranno che è solo ‘igiene dell’anima’ e già da subito tentano di fregarvi sapendo dal subconscio che quarti di verità fanno più danno della menzogna. Oppure vi consiglieranno di fissare accuratamente l’oggetto cum oculos, dimenticando che il compito dell’esercizio è, al minimo, di “pensare obbiettivamente per virtù di forza interiore” senza essere “dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi” (sto indicando fatti che accadono davvero, qua e là, non mie cervellotiche deduzioni).

Vi diranno di fare l’esercizio in tre minuti (non è una novità come qualcuno crede; è invece vecchissima e risale probabilmente ai tempi in cui le direttive di Albert Steffen, usurpatore a Dornach, avvelenarono la salute cagionevole di quattro quinti dei gruppi europei). “Riguardo la durata della concentrazione…l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore, che si sviluppa per virtù degli esercizi stessi, che insegna allo scolaro la giusta misura a cui deve attenersi.”

Vi parleranno di rilassamenti corporei (e magari di training autogeno) mentre la “natura di tali processi dell’anima non si differenzia, per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio. (…) Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione.”

Vedete amici, i virgolettati sono di un testo base di Rudolf Steiner (La Scienza Occulta, V Cap.), non miei. Mio è solo il tentativo di mostrare che non viene letto e compreso nemmeno il terreno di fondamento dell’antroposofia…mentre si gonfiò come una sanguisuga l’antroposofismo bastardo e corruttore.

I cinque esercizi “sono indicati come metodi della disciplina occulta perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati immediati sopra descritti, ma indirettamente creano molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali.” Vi ricordo che soltanto Massimo Scaligero gli chiama, senza timori di botteguccia, con il nome più pertinente: “Regole iniziatiche”.

Verissimo, poiché già con il controllo del pensiero, non privo di enormi difficoltà, inizia il combattimento tra l’io e l’astrale inferiore (radicalmente ed aristotelicamente, tra la potenza del Principio e l’azione del riflesso infero degli Ostacolatori).

Se qualcuno vi dice: “Ma è solo il pensiero” non rispondetegli nemmeno. Perché è stupido o bugiardo. Ogni pensiero voluto modifica tutta l’anima. Riaccende la volontà e domina quel sentire che non è altro che reazione animalesca e sognante al percepito o al rappresentato.

Ogni pensiero deliberatamente voluto, nonostante la ribellione del corpo, dell’anima e degli istinti mascherati da rappresentazioni di pensiero, è atto di coraggio e di morte. Coraggio poiché attinge a quella corrente immessa dal Logos nel cuore umano. Morte poiché si forma indipendentemente e oltre la propria personalità, virtuosa o viziosa che sia. E’ lei che soffoca, che si sente morire. E scalcia di brutto.

Eticamente è l’atto più morale che possa scaturire nella coscienza umana poiché l’io impotente è sempre quello che giustifica l’istintività corporea attraverso un astrale che domina l’ordinario del volere, del sentire e del pensare sino alla forma logica di questo. L’insistenza ed il rafforzamento del pensiero voluto dall’io restituisce all’uomo la giusta gerarchia di Spirito, anima e corpo. Solo a partire da questa disposizione l’agire potrà essere considerato davvero umano (etico).

Questo lo dico, poi lo ridico, lo ripeto, credo lo abbia digerito pure il mio portacenere…ma sembra dar fastidio o repellenza: credo che ciò abbia terribili radici in esseri che si sono abbandonati agli dei oscuri.

Con tale operazione, minimamente realizzata, si forma nell’anima uno “spazio vuoto”, immune dalla personalità particolare, che permette al sadhaka gli ulteriori esercizi e non frivoli atteggiamenti contrabbandati dall’anima. Mi riferisco in particolare all’equanimità e alla positività. Comprendere che essi portano a reali modifiche di coscienza è possibile soltanto a chi sperimenta tali modifiche. Gli altri ragliano alla luna.

A parlare così si becca, nel migliore dei casi, l’infamia di un atteggiamento  “aristocratico” inteso naturalmente come insulto.

Ma chi s’è formato, non dico col buddhismo, ma con l’occidentalissimo Aristotele, non vede in ciò alcun insulto. Se poi ha realizzato un microscopico “spazio vuoto”, dei torcimenti della psiche, fossero alti e possenti come cattedrali, non gli importa nulla.

Il ricercatore, se operativo, vive spesso in condizioni di consapevolezza sovrarazionale, e buona parte del suo sforzo complessivo riguarda il raggiungimento di condizioni più vicine alla realtà dell’Essere che la contingente inessenza delle fugaci passioncelle e delle rispettive rappresentazioni.

9 pensieri su “DICO E RIDICO…

  1. Macché Balin, Eugenio mi ha riferito che di minuti ne fanno due e che “Scaligero ha detto: massimo cinque!”

    Mi sa che siano la nouvelle vague dei “puri e duri”.

    Mi sa anche che Attila aveva ragione circa la sfumatura alta 🙁

      • Beh,c’è sempre da dire che spesso che in due minuti di esercizio e si salvano soltanto cinque secondi (tanto è difficile mantenere una seria concentrazione per certe schiappe) ma non credo che lo intendan così!

        Hugo col sugo

          • E invece, Balin, non sei te la “schiappa”, bensì coloro che affermano che “non si DEVE andare oltre il limite di tre o cinque minuti. Schiappe sono coloro che sottilmente calunniano l’Ascesi del pensiero sotto le apparenze cortigiane di laudatori della Scienza dello Spirito.
            Che la concentrazione sia durissima per tutti, lo sa bene chi ci sputa l’anima sopra dal 1969-1970. E se qualcuno mi dice che la trova “facile”, gli rido in faccia e gli dico che cerca di prendere in giro se stesso e gli altri. La concentrazione è l’esercizio per l’apprendente novizio e per l’abile Iniziato, ma è durissima sia per il primo che per il secondo. Massimo Scaligero mi disse che per lui OGNI concentrazione era una “lotta contro la morte”! E’ così sempre e per tutti! Altrimenti non è un percorrere una Via iniziatica, perché l’Iniziazione è morire (veramente) e rinascere (veramente)! Balin, anche io son fiero di trovare la concentrazione dura, difficile, impossibile: per questo essa è tutto il mio amore!
            Hugo al sugo di pomo d’oro

    • Gentilissimo (in tutti i sensi del termine) Isidoro, il nostro comune amico, il terribilissimo Attila, Re degli Unni, chiamato ingiuriosamente dalla Parte Avversa “Flagellum Dei” (anche s’egli di una cotal bassa ingiuria altamente con fierezza si vanta…), si duole e si scusa che, dovendo devastare alcune provincie orientali del suo vasto impero, riottose al suo benigno e beneficente governo, non ha presentemente l’agio di rispondere, come pur vorrebbe, agl’imbelli lavativi che vorrebbero ridurre la Scienza dello Spirito ad un “Club di Lettura e Conversazione” di disutilacci scansafatiche, e la nobile Arte della Concentrazione ad un vuoto nulla (non nel senso nagarjuniano e buddhico del termine, magari…), conciosiacosaché ha incaricato la mia indegna persona di sostituirlo in questa incombenza ed eziandio di dare adeguata risposta agl’infingardi sopranominati. Cercherò di fare del mio peggio, *ops del mio meglio!
      Ah, il caro Attila Le raccomanda, caro Isidoro, di cuocer bene, ma senza bruciarlo, il pomodoro!
      Hugo al sugo (con polenta).

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