CARLOMAGNO

Carl

   Il re Carlomagno era ormai vecchio, aveva compiuto tutte le più grandi imprese ed aveva fondato un regno potente. Egli dominava l’Europa con le sue armate ma aveva anche raccolto attorno a se tutti i saggi del regno ed aveva fondato una scuola che insegnava l’intera sapienza del suo tempo.

   Un giorno, sentendosi ormai prossimo alla fine della sua vita, decise di raccogliere attorno a se i suoi paladini e fare il giro dei suoi dominii per l’ultima volta. Voleva rivisitare i luoghi delle sue battaglie e salutare i buoni sudditi che tanto lo amavano. Partì così da Aquisgrana con numeroso seguito, con dipiegar di stendardi e sonar di trombe, con rullar di tamburi e grida festose dei suoi guerrieri. Attraversò tutta la terra di Francia sino alla Bretagna e poi giù sino ai Pirenei dove sostò commosso sulla tomba di Orlando e poi piegò verso oriente percorrendo le dolci terre della Provenza sino alle Alpi. Qui, aspettando il tepore della primavera, Carlo attraversò i gioghi montani e scese nella pianura Padana ricca di acque e percorsa dal grande fiume Po. Giunse a Venezia, che guardò scintillare in mezzo alla sua laguna, e sospirò: non era mai riuscito a conquistarla e forse, si disse, era meglio così: sarebbe diventata una grande città, regina del mare.

    Carlomagno proseguì il suo viaggio incerto sulla direzione. Tra i suoi paladini c’era chi lo consigliava di prendere di nuovo la via delle Alpi e attraversare l’Austria per poi giungere nella Germania e quindi fare ritorno a casa. Ma Carlo era di ben diverso avviso. Così disse ai suoi fedeli compagni d’arme che voleva dirigersi verso oriente: “Là dove il sole nasce io morirò”.

   Il re e il suo numeroso seguito proseguirono il viaggio attraverso le pianure friulane, il vecchio regno dei Longobardi, ricevettero l’omaggio del Patriarca di Aquileia e giunsero dove finisce il mare e dove sorgeva una piccola città: Tergeste. Qui giunto, il re volle riposare.

   Non era ancora sorto il sole quando re Carlo fu svegliato da un forte vento. Subito si alzò e si diresse alla finestra per vedere cosa stava accadendo. Il più anziano dei paladini corse al suo fianco: “Non è nulla maestà, gli disse, è solo quel vento che qui chiamano Bora e che a volte soffia molto forte”. Il re guardò il cielo che stava schiarendo, si volse: “Prepara il mio cavallo: voglio seguire questo vento, da solo!” Il vecchio compagno d’arme fissò il re negli occhi e sentì i suoi colmarsi di lagrime. Si rivolse al re come non aveva mai osato fare: “Carlo, non ti rivedrò mai più, è vero?”

Quando il mondo avrà ancora bisogno di noi, amico mio, allora verrò a chiamarti”

“Ed io sarò al tuo fianco, maestà!”

   Carlo salì, non senza fatica, a cavallo e spronò seguendo le raffiche del vento. Il destriero s’impennò e partì in un galoppo veloce eppure leggero, tanto che pareva non toccare terra. Mentre il cielo stava schiarendo e le stelle impallidivano ad una ad una, Carlo giunse in quella valle che oggi chiamano Rosandra e che era immersa nell’ombra perché il sole non aveva ancora superato il ciglione roccioso. Seguendo il torrente, Carlo si avvide che la strada finiva nei pressi di un mulino e così scese da cavallo. Si fermò davanti all’animale accarezzandogli il muso: “Amico mio, disse, siamo stati una cosa sola per tanti anni ora è tempo che ci dividiamo seguendo ognuno la propria natura, entrambi liberi…” Il cavallo parve comprendere, nitrì sommessamente, si volse e ripartì al galoppo immergendosi nel sottobosco. Carlo proseguì a piedi seguendo il vecchio acquedotto costruito dai romani. Arrivò ben presto all’inizio di una salita, lasciò il torrente in basso e si arrampicò aiutandosi con le mani, afferrando gli esili tronchi degli arbusti e i rami bassi degli alberi. Stanco e affannato per l’età, giunse ad un punto dove si poteva scorgere parte della valle. Era un piccolo ripiano ai piedi di una lunga cresta rocciosa che si innalzava verso la sommità del monte chiudendo uno stretto canalone. Carlo si sentiva mancare le forze. Si inginocchiò, levò la spada dal fodero e vi si appoggiò. “Signore, pregò, ora i miei giorni sono finiti. Ho compiuto quello che Tu mi hai chiesto di fare ed ora mi affido a Te!” Mentre era così assorto, il sole uscì da dietro le rocce e illuminò la valle. Una luce abbacinante parve uscire dall’astro e condensarsi in una figura che si fermò davanti al re. Era d’aspetto imponente e due grandi ali iridescenti coronavano il volto severo. Teneva in mano una grande spada. “Alzati Carlo” disse, il momento è giunto: dovrai abbandonare il tuo corpo del quale eri tanto fiero, ma le forze che lo sorreggevano non moriranno!” La voce possente percorse il cielo e Carlo vide i suoi vestiti afflosciarsi e sentì la sua vita scorrere dalle sue mani e pervadere il ferro della sua spada.

   L’arcangelo impugnò l’arma e spalancò le grandi ali. La terra fremette e il vento parve raddoppiare la sua forza: “Respiro della Terra!” gridò l’arcangelo, “Guidami nelle sue profondità!” Seguendo il vento l’arcangelo attraversò la valle e si fermò davanti ad un’alta parete di roccia. Battè col pomo della spada sulla pietra e subito si spalancò un’apertura tanto ampia da permettergli di entrare ad ali spiegate. Mentre volava, senza incontrare ostacoli, la terra pareva ritirarsi davanti a lui e gli esseri delle profondità si nascondevano nei bui recessi delle caverne tremando di paura. In breve l’arcangelo giunse in una grande caverna in fondo alla quale scorreva lento e silenzioso un corso d’acqua limpida. L’arcangelo si fermò: “Ora attraverserai l’acqua, re Carlo, ed entrerai nella leggenda” Ripiegò le ampie ali e attraversò il piccolo fiume senza incresparne la superficie. Dall’altra parte c’era una grande roccia squadrata. L’arcangelo vi adagiò delicatamente la spada di Carlo: “Dormi ora, entra nella serenità di un destino compiuto. Oltre l’illusione di spazio e tempo, oggi tu sei morto e rinato e quando il tempo verrà, un risuonare di trombe spalancherà le viscere della madre terra e tu ne uscirai pronto all’ultima battaglia!”

    Si volse e mentre ripercorreva il cammino compiuto la terra si richiudeva dietro di lui. Presto emerse dalla roccia e, spalancate le ali come arcobaleni, si innalzò sopra la valle e verso il sole. Guardò in basso per un’ultima volta e vide la valle e le colline intorno, e la striscia argentea del torrente e, lontano, la piccola città: “Tergeste, per quanto dolore tu veda passare sopra le tue case, troverai sempre un sorriso!” disse e sparì.

   Qualche secolo dopo i triestini eressero, sul ripiano ai piedi della cresta rocciosa, una piccola cappella e l’intitolarono a San Michele Arcangelo.

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RENZO ARCON

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Trieste dalla Val Rosandra


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