ANIMA E CONCENTRAZIONE

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L’altra volta ho accennato ai Misteri, non a quelli di Eleusi ma a quel mondo misterioso che sta intorno a noi e a quello che portiamo dentro di noi.

Allora, sebbene sia quieto e silenzioso un po’ oltre la media, il dàimon personale mi invita ad essere un tantino più scandaloso di quanto lo sia di solito.

Posso esserlo? Lascio ad altri il gravoso compito di stabilire cosa sia più giusto e cosa non lo sia: scivolate via da me tali preclare virtù, non sono ritornate e la mia ignoranza s’è fatta più ampia e profonda. Conosco solo ciò che sperimento e solo di questo posso parlarne, spero tra amici.

Temo che offenderò molti con la apodittica frase che segue:

Solo chi è capace di attraversare l’anima conosce la concentrazione.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco in cui una voce grida di smascherarsi: solo così cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Avevo scritto che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo la potenza dell’immobilità. Le piante la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto…e l’uomo?

Già, l’uomo! Contiene naturalmente le potenze elencate e non ditemi che lui però possiede l’anima perché quella c’è l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una visione del mondo e così capisce molte cose.

Forse l’uomo (dico forse perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio principio che quelli sotto di lui non hanno.

E’ un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le “acque inferiori” lo immergono troppo oltre la sua statura. E’ davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze (sono Entità, sono sempre Entità) aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa e per quei tempi pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e  talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianità. Un nome non dice molto ma possiamo comprenderla meglio se immaginiamo i due piatti della bilancia classica. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza. Così ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di più. Possiamo anche immaginare che i due piatti non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo comune è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto quelle forze, il suo Principio pesa assai meno. Non moraleggio: ciò vale per il criminale che, afferrato da parossismi, compie i più atroci delitti e per il santo che fa opera di bene in quanto dominato dall’estasi divina.

La tirannia dell’Altro muta la fisionomia coi tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologia che naturalmente si colora di colori diversi per le singole anime, fornendo una ammirevole impressione di libertà individualistica. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo ma non sarebbe esatto poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione: tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima prende il sopravvento, quello che viene espresso si avvicina molto ad una leggiadria demenziale.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia, quella semi-accidentale che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! E’ con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle un’importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito produce ineffabili casini: è lei che produce l’ordinaria lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, spero in buona fede, dicono di fare disciplina nel pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire…perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente, chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio…ma non chiamiamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, così la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale. Ma la tratta significativa si realizza quando oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima teme ogni superamento, da reazionaria assoluta e ingorda usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza o uno sforzo più potente e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore al tempo del forum, preferì lasciare adducendo come motivo importante che situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio tratto dalla realtà e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva un buon stato interiore.

Cose come questa non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o più volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo…ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in ben 28 libri (senza ritagli ad usum di questo o quello).

Sono così tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra il dominio del pensiero e la concentrazione profonda che sarebbe impossibile farne un elenco e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano può succedere di entrare in una condizione di dolore diffuso che, sebbene non sia come l’emicrania o il mal di denti, ha il carattere dell’insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli del Mondo spirituale. La scelta di ritirarsi dal dolore o di continuare si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: nella Realtà, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superate.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver fatto nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma miracolosamente, l’autorità di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore d’esercizio…finché, nella telefonata finale poté comunicare a Massimo, assai sbalordito, che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano, s’erano dissolti, erano completamente spariti. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo, si erano risolti per il meglio.

Io e altri vecchi imbecilli par mio, abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, per più ore, decisi a farcela o crepare. Anche con tremende emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai dolorose. E taccio riguardo a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre, anche se mi piacerebbe raccontare di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animella vinta. Se parlo di abnorme quantità è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria e l’uomo, in condizioni relativamente “normali” non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

E’ evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime vetero-testamentarie.

In queste ultime vige frequentemente una particolare collera verso l’ego, ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga imperterrito verso la propria estinzione?

Perché è ciò che succede quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti e virtù, vizi, convinzioni, carattere, eccetera, tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Lì il pensare è impersonale, così non può certo “pensare” a stilare sofismi di qualsiasi tipo. E pazienza se ciò non sembra chiaro.

7 pensieri su “ANIMA E CONCENTRAZIONE

  1. Questa tua ultima frase – senza nulla togliere al resto, e a quello che e’ uno dei tuoi migliori articoli che io abbia letto – molto dovrebbe dire a chi inorridisce quando sente parlare sempre di Concentrazione ( e non di controllo del pensiero). Isidoro, grazie mille. In te si riuniscono due valori grandissimi: la nobilta’ del Tema e l’arte dello scrivere. Grazie milioni.

  2. Cari miei,
    vi voglio bene ed i giudizi positivi sono il mio grattaschiena preferito ma…avete sbagliato!

    Ho scritto solo perché ero molto indispettito di tutti i complimenti (e chili di incenso bruciato) che avete tributato a Marzia per il suo articoluccio, più ispirato dalla neve che da altro… 🙂

  3. Giusto Isidoro,
    anch’io sono rimasta stupita per tutti quei ringraziamenti!
    Certo mi ha fatto piacere riceverli, ogni cosa che creiamo la facciamo per noi ma anche per gli altri, ed è giusto ricevere dei riconoscimenti se quel qualcosa riesce bene. Sarebbe ipocrisia pensare: “quando ho soddisfatto me ho soddisfatto tutti”, perché semplicemente non è vero. Siamo punto e periferia: il punto, nella sua concentrazione, ha bisogno di sentirsi riscaldato e rincuorato dalla periferia e la periferia, per non dilatarsi troppo ha bisogno di sentire la saldezza del punto. Dunque va tutto bene!
    Neve quest’anno ne è venuta poca, ma arriverà di sicuro portando con sé saggezza……magari bastasse la neve!
    Tu, comunque sei e rimani il nostro leone!

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