AUDACIA INTERIORE E FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Rievocavo, nelle ore nelle quali una dolcissima melanconia è fedele compagna alla mia insonnia, quanto era emerso in vari colloqui tra una persona amica e me, circa la centralità che Massimo Scaligero dava alla Via del Pensiero e alla Concentrazione. E ogni volta i nostri scambi di idee mi riportavano alla mente quel che Massimo Scaligero, in vari colloqui, mi aveva detto, e che io custodisco nella memoria del mio cuore, come un prezioso tesoro. Le sue parole – comprese quelle ch’egli disse nell’ultimo colloquio del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – le porto scritte a lettere di fuoco nella mia anima e sono per me «bevanda della memoria», nonché un criterio radicale di distinzione tra ciò che costituisce l’essenza della Via Solare e ciò che non lo è.

Più volte nei nostri periodici, Massimo Scaligero mi disse come la missione di Rudolf Steiner – missione che Rudolf Steiner riconosceva essere sua propria – fosse quella di portare all’Occidente, e all’umanità tutta, una Via magica del pensiero e della percezione: una Via che fosse al contempo rigorosamente scientifica ed iniziatica. Sin dalla sua giovinezza, egli aveva lottato, prima per conquistare, e poi per indicare nelle sue opere, una tale Via che da una parte porta alle sue estreme conseguenze le istanze del metodo scientifico di rigore logico e sperimentale, e dall’altra una Via iniziatica nelle forme di un audace idealismo magico.

Risulta dalla stessa biografia di Rudolf Steiner, come questi sia partito da un confronto serrato con la filosofia kantiana, che nella seconda metà del secolo diciannovesimo avrebbe avuto, soprattutto in Germania, una immensa influenza, con la matematica, con la fisica, la chimica, le scienze naturali, le quali pure passavano di scoperta in scoperta e vedevano aumentare a dismisura la loro influenza sulla visione del mondo e sulla vita di innumerevoli persone. In particolare, il giovanissimo Rudolf Steiner riteneva – come mi diceva Massimo Scaligero e come si evince altresì da molte delle sue vicende biografiche – che l’esperienza del momento originario del pensiero e dell’essenza sovraindividuale, universale, dell’idea fossero comuni, oltre che a lui, anche a scienziati e filosofi, perché egli non si spiegava come costoro potessero avere una intuizione matematica, scoprire una legge fisica, chimica o biologica, di valore universale, senza avere coscienza come tali intuizioni e leggi fossero «idee», e senza essere coscienti del momento «dinamico», «vivente», del pensare producente tali «idee». In effetti, egli dai suoi diciotto sin oltre i suoi quarant’anni cercò di riscontrare in scienziati e filosofi la coscienza di tale momento originario del pensare, la consapevolezza del momento ideante del pensare, del quale in maniera evidente essi usufruivano, sino ad avere ogni volta cocenti delusioni. Egli stesso riferisce ne La mia vita come, di fronte alle risposte sprezzanti di un fisico, al quale si era rivolto esponendo le proprie idee e che dimostrò tutta la propria chiusura mentale e l’incomprensione totale rispetto a quanto gli veniva esposto, dovette «ammutolire».

Se seguiamo il suo percorso, così come lo possiamo scorgere nelle sue opere scritte, vediamo come per oltre due decenni egli sia rimasto fedele a questa sua «missione» – radicale e audace sino alla temerarietà – di portare un impulso spirituale rinnovatore nella scienza, nella filosofia, nella cultura e nella visione del mondo moderna. Attraverso la raccomandazione di Karl Julius Schroer, che lo presenta all’editore Kürschner, cura – a partire dal 1882, quando aveva solo 21 anni – per la «National Literatur» l’edizione delle Opere Scientifiche di Goethe, ch’egli arricchisce di varie introduzioni, riunite poi nel primo volume della sua Opera Omnia, e di moltissime note. Seguono poi la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo del 1986 – quando di anni ne aveva venticinque – Verità e scienza. Proemio ad una filosofia della libertà del 1892 – che era l’ampliamento della sua tesi di laurea in filosofia, sostenuta a Rostock nel 1891 – la Filosofia della libertà. Risultati di osservazioni animica secondo il metodo delle scienze naturali del 1894 – aveva allora trentatré anni – Friedrich Nietzsche, lottatore contro il suo tempo del 1895, la Concezione goethiana del mondo del 1897, Concezioni del mondo e della vita del XIX secolo degli anni 1900-1901, che – ampliata nel 1914 di un secondo volume – diverrà gli Enigmi della filosofia. Solo al principio del nuovo XX secolo, egli scriverà I mistici all’alba dei nuovi tempi del 1901, ma affronterà il problema della Mistica medievale e rinascimentale – che è tutt’altra cosa dal misticismo, contro il quale egli si scaglia nella Filosofia della libertà – ma lo affronterà dal punto di vista della stessa Filosofia della libertà. Per non parlare di molti suoi articoli come L’individualismo nella filosofia, di ben sessanta pagine, o Haeckel e i suoi avversari, che sarà un vero e proprio opuscolo, ed un’infinità di altri suoi contributi alla scienza, alla filosofia e alla cultura in genere apparsi in riviste, giornali, opere collettanee varie.

Per molti anni, dal 1881 al 1901 – sin oltre la metà della propria vita – Rudolf Steiner operò col pensiero, con la parola, con l’azione, ad indicare una Via dei «nuovi tempi», una Via radicale per giungere alla diretta esperienza spirituale, alla concreta possibilità della Iniziazione mediante l’esperienza dell’Io libero: libero nel conoscere da qualsiasi limite, che possono essere posti contingentemente, e superati, solo dal pensare in sé privo di limiti, e libero nel volere, che non riconosce altra legge se non quella ch’egli prescrive a se stesso come frutto della fantasia morale.

La Filosofia della libertà, pur nella forma di un’esposizione filosofica, è in realtà – come lo definì il mio amico L., suscitando in me gioioso stupore ed entusiasmo – «il più potente trattato di magia mentale che sia mai stato scritto». Io oserei dirlo addirittura un «rituale interiore d’Iniziazione mediante l’esperienza del pensare puro». Che attraverso l’esperienza interiore del pensare puro, operando secondo il metodo indicato nella Filosofia della libertà, si giunga alla concreta e diretta esperienza spirituale, lo dice apertamente lo stesso Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918), alle pp. 216-218 della traduzione italiana di Dante Vigevani, che io preferisco per chiarezza e precisione, edita nel 1966 dall’Editrice Antroposofica. Vale la pena di trascriverne le parti salienti:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente. […]
Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivo, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare puro è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «Filosofia della libertà» è la base filosofica. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può accogliere con tutta serietà il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Penso che più chiari di così non ci si possa esprimere. Eppure, la Filosofia della libertà, tra i libri di Rudolf Steiner, è sicuramente quello meno conosciuto, il più equivocato, e soprattutto il meno amato. Soprattutto il meno amato dagli antroposofi. È il meno conosciuto perché si evita accuratamente di conoscerlo, e si evita di conoscere la Filosofia della libertà perché la si teme, si teme l’intensità interiore ch’essa esige. Essa è il libro più equivocato, proprio perché si evita accuratamente di pensare sino in fondo i suoi pensieri, per tema ch’essi conducano ad esperienze radicali che si presentono ma che si vogliono ad ogni costo evitare. Per cui è più comodo pensare che sia un semplice libro di “filosofia” – come in fondo ce ne sono tanti – che vuole dare una “giustificazione gnoseologica” – che taluni trovano un tanti nello arida e noiosa, in fondo inutile – all’Antroposofia. La Filosofia della libertà è il libro di Rudolf Steiner meno amato, perché come Via d’Iniziazione porta all’esperienza della morte, a quell’esperienza del morire prima di morire, senza morire, che è lo scopo precipuo e il mezzo assolutamente necessario del processo dell’Iniziazione. Esperienza cui l’umano-animale, presente in ogni essere umano, cerca con ogni mezzo ed ogni astuzia di sottrarsi. Contro tale umano-animale deve fare coraggiosamente i conti chi, con risolutezza, vuole giungere ad una esperienza spirituale autentica.

La Filosofia della libertà non è certo tenera con il sin troppo umano bisogno di cercare «appoggi» di natura vitalistica, filosofica, scientifica, moralistica, e persino religiosa. Il rinunciare a tali appoggi dà all’uomo impastato nei processi della natura inferiore – ossia all’uomo che subisce il servaggio alla natura corporea, inevitabilmente animale – la vertigine dell’abisso, la paura del precipitare, e la brama di cercare un «rifugio» in una «ideologia» economica, politica, scientifica, religiosa, che può trovare in partiti, corporazioni scientifiche e accademiche, logge e Ordini «occulti», confessioni religiose varie. Cercando, naturalmente, di non vedere, di nascondere a se stessi l’estrema precarietà di una tale «soluzione», la cui unica funzione è quella di narcotizzare l’angoscia esistenziale e la paura che ascendono dalle profondità della natura umano-animale.
Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che:

«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione questa che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà – poco più oltre aggiunge:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

In maniera ancora più esplicita, Rudolf Steiner indica ne La scienza occulta nelle sue linee generali come nel campo dell’esperienza spirituale solo l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, possa rappresentare un criterio di certezza assoluta nei confronti delle innumerevoli illusioni che per il cercatore spirituale possono scaturire dalla sfera immaginativa. Certezza assoluta lo sperimentatore spirituale può avere nell’esperienza ispirativa, e soprattutto in quella intuitiva. Massimo Scaligero, nell’indicarmi la centralità delle opere di pensiero di Rudolf Steiner, mi disse esplicitamente che queste muovevano, indipendentemente da qualsiasi elemento apporto immaginativo, facendo appello direttamente ad un pensare ispirativo-intuitivo. E l’importanza di un tale pensiero ispirativo-intuitivo viene sottolineata, ne La scienza occulta – che amiamo citare dell’edizione italiana del 1947, pubblicata da Laterza di Bari – con le seguenti parole:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti più difficile, e sta descritta nei miei libri La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La Filosofia della libertà. Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente delle comunicazioni della scienza dello spirito; nondimeno in essi viene mostrato che il pensiero puro, concentrato in se stesso, può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensare può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione spirituale. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri è già nel mondo spirituale, sebbene questo li si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio, segue una via sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecherà bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Che una tale Via del Pensiero porti alla diretta esperienza spirituale, è giustificato dalle parole che Rudolf Steiner pone una pagina prima, ove dice:

«Per chiarire questo punto bisogna considerare che il pensiero umano, quando si stimola con energia, arriva ad abbracciare un campo più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo sovrasensibile».

Mentre in Teosofia, a proposito della natura intuitiva del pensare, dice:

«Nello stesso senso in cui le manifestazioni del mondo corporeo sono chiamate sensazioni, le manifestazioni di quello spirituale si possono chiamare intuizioni. Il pensiero più semplice contiene già intuizione, perché non può essere toccato con le mani né veduto con gli occhi: bisogna riceverne la rivelazione dallo spirito attraverso l’io».

Non posso che rimandare, dunque, a quanto Isidoro – col quale concordo pienamente – ha scritto nel suo articolo Libertà individuale e filosofia della libertà. Aggiungo che anche varie conferenze dedicate ai soci della Società Antroposofica, in maniera particolare ne La Saggezza dei Rosacroce e in Alle porte della Teosofia (apparso in italiano col titolo La Scienza dello Spirito), Rudolf Steiner collega l’elaborazione meditativa di opere come Filosofia della libertà, Verità e scienza, Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, come fondamentali per lo «studio», in quanto primo gradino della Iniziazione rosicruciana. E nella dodicesima conferenza sul Vangelo di Giovanni, egli indica lo «studio» meditativo, e non intellettuale, della Filosofia della libertà – «che è stata scritta proprio con questo scopo», dice il Dottore – per realizzare quella kàtharsis, o purificazione del corpo astrale, che trasforma l’anima nella «pura, casta, sapiente Vergine Sophia», e la apre all’azione fecondatrice dello Spirito, in modo che venga da essa generato l’Io superiore.

Ciò mostra in maniera che più chiara non si potrebbe la funzione iniziatica della Filosofia della libertà e delle opere di Rudolf Steiner ad essa correlate, nonché del Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero che da essa è scaturito. Come ne scaturisce la  pratica della Concentrazione che, intensificandosi nel suo momento dinamico, giunge a liberarsi di ogni mediazione che non sia il suo stesso «essere» in atto, sino a farsi Contemplazione della propria essenza e del Mondo Spirituale.

Fu Massimo Scaligero  a farmi comprendere l’importanza di quanto Rudolf Steiner scrive nella Appendice all’edizione 1918 – che citiamo nella edizione pubblicata dai Fratelli Bocca nel 1952 – nella quale viene indicato come:

«La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione, o malinteso sul medesimo. e in questo campo riesce facile all’uomo essere tratto in inganno. […] Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico spirituale. È possibile per l’uomo di vivere queste esperienze solo se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale, allorquando, su ciò che ha percepito dall’esteriore, o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma pensieri che non derivino dal percepito, sentito, voluto».

Nella citata Appendice viene messo in evidenza l’incorporeità dell’esperienza del pensiero puro, della «capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso». Isidoro ha riportata L’Appendice del ’18 nel suo articolo del 29 gennaio 2014, al quale perciò rimando il lettore.

In particolare, in tale Appendice il Dottore mette chiaramente in evidenza come ogni esperienza dell’anima, ad eccezione del pensiero puro, non possa non svolgersi normalmente senza il coinvolgimento del corpo, del quale è fatale subire l’influenza. E qualsiasi esperienza pretesa «spirituale», che non si liberi radicalmente di ogni influenza corporea, non può evitare di essere medianica, e di aprirsi non ad una sfera sovrasensibile, bensì ad un equivoco sperimentare subsensibile, fonte di ogni errore e d’infinite illusioni.

Un tale scivolamento nella medianità più o meno inconsapevole è fatale allorché alla Via del pensiero si contrappone una «via dell’anima», come via che sarebbe «più adatta» a molti per i quali «una completa austerità è insopportabile». Un tale scivolamento è fatale al misticismo – che è qualcosa di alquanto diverso dalla Mistica per es. di un Meister Eckhart della quale parla Steiner nel suo libro sui Mistici all’alba dei nuovi tempi – perché il misticismo «vuole sentire quello che, invece, deve conoscere» (Filosofia della libertà), e un tale sentire non è libero dalle pastoie del coinvolgimento corporeo. Per questo affermare che «il pensiero puro-libero dai sensi è una esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», è affermare l’esatto contrario della verità. Quella verità che Massimo Scaligero ci ha indicato nella Via del Pensiero Vivente e nella disciplina dura, difficile, ma aurea ed eroica, reale, in sé e a sé sufficiente, della Concentrazione.

Questa Via della Filosofia della libertà è indipendente e al contempo polarmente opposta all’Antroposofia – come ha sagacemente sottolineato Isidoro nel suo articolo – ed essenzialmente connessa con l’esperienza di profondità della Concentrazione. Si può dire che la meditazione della Filosofia della libertà e la pratica della Concentrazione si alimentino a vicenda: ognuna permette di andare al cuore dell’altra. E soprattutto sono il più potente antidoto a quel veleno che è costituito dalla sentimentalizzazione fideistica e dall’intellettualizzazione dogmatica dei contenuti dell’Antroposofia, veleno che paralizza le forze dell’anima, la deforma, ed offre al mondo un’immagine caricaturale della Scienza dello Spirito.

L’audacia è porre sempre al centro la diretta esperienza interiore, scaturente dalla risoluta pratica dell’Ascesi del Pensiero, superando ogni forma di realismo primitivo, scientifico, politico, religioso e «antroposofico» – come ammoniva Massimo Scaligero nelle riunioni dell’ultimo anno – attraverso il «realismo del pensare», il «realismo» dell’esperienza eterica del concetto, il «realismo» del Logos.

 

18 pensieri su “AUDACIA INTERIORE E FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ

  1. Un giorno Alexandra David Neel confessò alla sua cara amica Mira Alfassa, conosciuta da molti come La Mère, che era ormai immune dalle critiche e dalle maldicenze…ma non ancora dai complimenti!
    Come potrebbe ora il povero Isidoro sottrarsi dai lusinghieri encomi che l’astuto Autore traccia sul suo conto. Specie dopo essere stato preso a calci da vecchi amici?
    Encomi a doppio senso, poiché trascineranno tutti due nel kama loka già approntato per i reprobi inconvertibili…dove diavoli buonissimi ci inforchetteranno per il bene delle animazze eretiche.

    Naturalmente sto scherzando (in parte), poiché sbattere sul volto dei lettori una vasta e robusta disanima dell’importanza (assoluta) di una Filosofia della Libertà sarà certamente cosa sgradita ai molti che amano ben poco tutto quello che leggiadro e rassicurante non è.
    Mi rammento che, per capirci qualcosa, insieme ad uno sparuto gruppo di amici, passai quattro anni di fatica. Un incontro, di venerdì e mai tralasciato, era, per così dire, il centro rituale del lavoro…che poi continuava, informalmente, tutta la settimana. A dare riferimento in serietà e dedizione fu un anziano antroposofo mai tesserato e che, per il resto non facilitò di una virgola il nostro sforzo conoscitivo. Devo aggiungere a questo la mia natura interiore che mai ha separato il conoscere dallo sperimentare. Si era tra (giovani) occultisti: capire e non sperimentare era per noi una stranezza, una malattia dell’anima. Solo dopo conobbi questa “strana” tipologia, naturale in tante brave persone.
    Ora, in un mondo di nanetti, già questi erano dei giganti: avevano accolto l’antroposofia con le migliori qualità delle loro anime.

    Per concludere queste divagazioni scandalosamente, credo (sono certo) che l’antroposofia sia, in genere, ad un gradino inferiore rispetto al contenuto VIVO della Filosofia della Libertà. Come a dire che il Dottore, più i recipienti erano vuoti, più versava.
    So che molti pensano il contrario e forse fanno un po’ di confusione perché, di solito, confondono l’impulso del Logos con la Sua immagine astrale…ma questo sarebbe l’inizio di un discorso su cui è impossibile discorrere.

  2. Ciao isidoro… Scusa se “riesumo” un vecchio articolo, ma rileggendo il libro in questione mi sorge un dubbio.

    Io osservo un oggetto coi sensi fisici. Ne ricavo una percezione. Da essa, tramite la mia esperienza posso constatare l’entità dell’oggetto ed identificarlo. A questo punto, se applico il mio pensiero ed il mio sentire all’oggetto, collocandolo nel momento preciso col pensiero e ricavandone i sentimenti che mi suscita, sempre in questo momento, cosa ottengo?

    Secondo Steiner ho la percezione vera e reale dell’oggetto ma non capisco molto bene il perché…

  3. Ciao Balin: ottieni una bella rappresentazione che è il nostro modo per conoscere il mondo. Con la pura percezione non faresti nulla, sarebbe incomprensibile…e si fa comprensibile con il pensiero che è così “veloce” che nemmeno si avverte. L’oggetto, divenuto comprensibile è rappresentazione e per il nostro conoscere va bene così. Quello che ci è sfuggito è il pensiero che ha reso comprensibile l’oggetto: non sappiamo cosa sia né siamo presenti al momento dinamico della sua attività.
    Così tutto il lavoro è acchiappare un pensiero pensato e tentare da questo di risalire a quello che accadde prima.
    Questo lavoro scoperchia un mondo, poiché tutto quello che sperimentiamo sarà pure sufficiente ma è limitato ad una condizione prefissata: vediamo alcuni effetti e li chiamiamo “mondo”.
    Certo: è UNA realtà…

  4. Hugo, solo in privato potrei dirti cosa significa questo pezzo per me. Qui ti dico solo grazie.

    Domanda: vi risulta che i carboidrati (la “pasta”) possano infastidire la concentrazione trasformandosi in alcool per fermentazione.

    Hugo non mangiare troppa pasta!

    • Assolutamente no! I carboidrati non si trasformano affatto in alcool durante la digestione, perché il processo digestivo è l’arrovescio del processo fermentativo. Nei carboidrati provenienti da cereali – sacri a Cerere Eleusina – come grano, orzo, segale, farro, vi è la potenza solare al massimo della sua azione. Anche nel riso vi sono potenze di luce, che vengono assimilate e sono estremamente favorevoli. Si tratta di cibi “sattvici”, come li definiva Ramana Maharshi, che possono aiutare molto. Naturalmente presi i dosi moderate.

  5. Mi inserisco affianco alla domanda di Francesco ponendo un quesito non astratto ma sorto da esperienza concreta:
    In questi anni di ascesi ho potuto constatare cambiamenti interiori.
    La cosa che mi soprende é che l’intensificazione della coscienza coi relativi mutamenti interiori si é conservata nonostante mi sia capitato di assumere piccole quantità d’alcool in determinate situazioni della vita in questi anni di preparazione ascetica .. Cioè ne ho assunto in quanto mi sono servito di medicine omeopatiche e anche antroposofiche a base alcolica, o anche talvolta quando i cibi preparati erano sfumati con alcool, o anche altri antipasti che avevano – a mia insaputa- alcool. Inoltre l’alcol é utilizzato per preparare tanti cibi confezionati e anche il pane ecc.
    Quindi la mia domanda é: ciò che conta infine é la quantità ?
    Sono astemio e non voglio assolutamente fare apologia dell’alcol.
    Però la domanda sulla quantità di alcol é sorta in seguito a queste esperienze personali di mantenimento di un certo assetto interiore formatosi a seguito degli esercizi , nonostante l’assunzione in minima quantitá e rara di alcol, e come tale ve la pongo. Grazie in anticipo! (:

    • Evita le vacanze nelle birrerie trappiste e vedrai che tutto migliora. Si parla di due o tre anni fa se non ricordo male. 🙂

      Dopodiché la risposta è facilissima ovvero il fenomeno è quasi contrario. Se cambi veramente è il tuo corpo che rifiuta l’alcool. Io per una cura omeopatica ancora non sento nulla ma ti dico sinceramente che se un piatto con una bella porzione è sfumato col vino e lo mangio, semplicemente vomito entro un’oretta.

      Più concreto di così… 🙂

    • Contemplactivo,
      le regole della Scuola Esoterica sono estremamente chiare, e non lasciano alcun spazio a veruna interpretazione.
      1) L’alcool è estremamente dannoso per chi pratica concentrazione e meditazione.
      2) Deve essere evitata ogni assunzione volontaria di alcool sia come bevanda – vino, birra, alcolici – sia nella cottura dei cibi.
      3) L’assunzione di alcool presente in medicinali allopatici o omeopatici è esplicitamente permessa. Rudolf Steiner si espresse inequivocabilmente a tale proposito. Si può pensare forse che giorni di febbre a 40°C abbiano sull’organismo e sulla tenuta interiore di un praticante un effetto meno distruttivo di 10 o 20 gocce di Infludo – farmaco donato da Rudolf Steiner – o di un altro medicinale, anche allopatico, prescritto da un medico?! A tale proposito anche Massimo Scaligero si espresse chiaramente.
      4) A Matilde Scholl, discepola della cerchia più intima e praticante molto avanzata – su sua richiesta, Rudolf Steiner disse che nella cerimonia della “Cena”, alla quale ella partecipava come membra della Chiesa Evangelica Luterana, era autorizzata a bere un sorso di vino dal calice che le veniva porto assieme al pane.
      5) Rudolf Steiner dichiara apertamente nei “Quaderni Esoterici” che l’alcool è da evitare assolutamente. Una dieta vegetariana è favorevole, ma non necessarissima. Cibi come patate e simili possono dare momentaneo appesantimento – che viene vinto nell’esercizio interiore con un vigoroso atto di volontà – ma non sono un ostacolo assoluto. MENTRE LO E’ L’ALCOOL, tolti i due casi sopra riportati: uso prescritto di medicinali e cerimonie religiose.

  6. Purtroppo Scaligero era…lapidario (ci dovevi metter sopra una lapide): diceva che una goccia bastasse a far regredire il lavoro interiore fatto da mesi.
    La buona notizia la dà un vecchio omeopata antropo-scaligeriano che mi consigliò (con i rimedi in soluzione alcolica) questa tecnica:

    a) munirsi di un piccolo contenitore a chiusura ermetica,
    b) riempirlo d’acqua a metà circa,
    c) aggiungerci la somma giornaliera delle gocce del farmaco (es: 30 se 10 x 3),
    d) chiuso il contenitore, scuoterlo vigorosamente per 10 volte,
    e) bere il contenuto (vedi esempio) in tre volte durante il giorno.

    Nei cibi cotti l’alcol evapora in cottura.
    Del resto l’uomo ha bisogno di alcol: il fegato produce il necessario.

    Se “l’incidente” capita, spremere subito un limone e berne il succo.
    Non usare questo rimedio come scusa. 🙂

  7. Grazie Balin e Hugo!!
    Balin ma tu prendi farmaci a base alcolica ? Ti fanno lo stesso effetto del cibo sfumato con l’alcol , cioè: rimettere?
    Per quanto riguarda la discepola del Dottore autorizzata a bere il sorso di vino… Beh l’alcol é alcol, credo. Cioè o ha un effetto nocivo e in tal caso la prescrizione di non berlo ha un senso, oppure é strano questo permesso… A meno che lei non preferisse soffrire pur di adempiere al rito religioso..
    Ne so troppo poco in merito… Scusate.
    Ma le vostre precisazioni son sempre di grande aiuto … Grazie !

    • Ma nei farmaci si parla di poche gocce mentre da noi il cibo si “sfuma” a litri.

      Per farti capire: una birra analcolica (quelle con alcool >5%) mi lascia disturbato…

      Ma non fraintendere… È normale. L’alcool è veleno ed il corpo si abitua a non volerlo. Questi disagi li hanno tutti gli astemi. Anche quelli non spirituali.

      • La birra analcolica é quella a – 0.5 ( non so se ci sia addirittura un doppio zero prima del 5) e poi c’è anche quella totalmente analcolica o perlomeno non viene segnata sulla bottiglia .. A me non dà questo effetti l’alcol , probabilmente per mia immaturità interiore… Comunque la questione della discepola avanzata che comunque poteva bere un sorso di vino della messa.. Mi perplime un pó. Sospendo il giudizio . Peraltro Aurobindo se non sbaglio una volta per dimostrare ai discepolo la saldezza del suo Io, aveva assunto degli oppiacei in dosi da stendere un cavallo e dimostró che riusciva a inibirne gli effetti. Questo non per esortare simili esperimenti ! ‘Admiranda sed non imitanda’ (: era più che altro una possibile analogia col caso della discepola avanzata di Steiner .

        • Attenzione: il vino della Messa potrebbe essere una sostanza trasformata dal Rito.

          Aurobindo si masticò un pane d’oppio e lavorò per circa un mese per neutralizzarne gli effetti (nel corpo fisico)

  8. Isidoro, mi resta un dubbio circa l’assunzione del rimedio omeopatico: lo scuotimento e succussione, per di più diluendo ulteriormente il rimedio, non rischia di modificare la diluizione del rimedio stesso? Chiedo perchè, a quanto ne so, somministrare rimedi a diverse diluizioni ha effetti differenti sulla “patologia” da trattare e su come si reagisce agli stessi. Cosa che non accade con fitoterapici e altre preparazioni. Grazie.

  9. Cara Kiarodiluna,
    il fatto è che mi fido assai di una persona che ha dato tutto della sua vita all’omeopatia e al lavoro interiore. Ha aiutato migliaia di persone, ha letteralmente salvato dalla morte conoscenze comuni e dopo una vita approfondisce ancora.
    Storia: forse sai che in Russia non si usa il ch. Questo perché? Durante i tremendi assedi nella II Guerra mondiale c’era un medico che curava i feriti con i rimedi omeopatici. Terminò la scorta e i flaconcini rimasero vuoti. Passata la disperazione, un’idea rivoluzionaria lampeggiò nella sua mente.
    Riempì con acqua i flaconcini vuoti, dinamizzò il contenuto delle boccette con le braccia e iniziò a curare gli infermi. FUNZIONO’ alla grande e con i medesimi risultati. Comprendi? Con gli stessi risultati. Poi, dopo la guerra, l’esperienza descritta, testata, fu formalizzata con parametri di indicazione diversi.
    Solo, in linea di massima, se per un medicamento ti occorresse, poniamo, tre globuli alla 7° tre volte al dì, probabilmente se prendi una confezione alla 30°, ti basterebbe un globulo al giorno.
    Per quanto e altro, ti racconto una storia diversa. Ci fu un grande omeopata che diede alla madre di uno zuccone un farmaco. La madre ritornò dal medico lamentandosi che il figlio si rifiutava di prendere i globuli. Rispose il medico: “Benedetta donna, allora glieli infili nella minestra, funzionano lo stesso!” 😉

  10. Isidoro, sfondi una porta aperta sulla storia russa, ti credo perchè ho provato in prima persona. Riguardo al resto, trattasi solo di differenti approcci all’ omeopatia, sono ancora confusa al riguardo, continuo a studiare e tengo presente anche quello che dici. Grazie, come sempre! 🙂

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