FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ E L’AUDACIA DI VOLERE IL PENSARE

Liberta'

Uno dei concetti tra i più equivocati della Scienza dello Spirito è quello dello «studio». Eppure, proprio dal punto di vista ascetico, esso è fondamentale. Perché un tale concetto è equivocato? Rispondere ad una tale domanda è tra i compiti più ingrati, perché una tale risposta non può che essere amara per chi la deve dare e sicurissimamente non gradita (per usare un eufemismo…) per chi la riceve. Per chiarire il tema sarà necessario fare una quantità di citazioni – un piccolo florilegio policromatico – a mio avviso assolutamente necessarie, viste le molte idee confuse ed errate che circolano a questo proposito. Non avendo questo scritto come finalità quella di soddisfare esigenze «estetiche» o «edificanti» di qualsiasi tipo, ma solo di parlare con chiarezza e di stimolare la ricerca interiore del lettore, non vi è motivo di preoccuparsi del fatto che il testo possa risultarne appesantito.

Il concetto di  «studio» è così tanto equivocato, perché all’essere umano nulla è tanto difficile quanto il combattere le abitudini. Massimo Scaligero usava chiamare le abitudini «le rughe dell’anima»: il segno evidente di un «invecchiamento», di uno «spegnimento» della vitalità interiore, di quell’ «ardore» spirituale, di quella «giovanilità» dell’anima, che devono invece  accompagnare l’essere umano sino all’ultimo giorno – anzi sino all’ultimo istante – della sua vita terrena.

Infatti, le ‘buone’ abitudini ci vuole molto tempo ad acquisirle – dovrei dire a conquistarle – e, se non costantemente coltivate e stimolate, le si perdono molto rapidamente. Mentre le cattive’ abitudini le si acquisiscono subito, e poi ci vuole molto tempo a sradicarle. Molto tempo, e sforzi vigorosi, faticosi e, soprattutto dolorosi. E il ricaderci è tra le cose più facili del mondo, perché le ‘cattive’ abitudini consonano con la «natura» dell’uomo: la natura inferiore e corrotta dell’uomo, beninteso!

Anzi – bisogna dirlo esplicitamente – il ricadere nelle ‘cattive’ abitudini è ancor più facile dell’acquisirle la prima volta, perché nel ricadere in esse opera una  «base» già preparata, ossia un cedimento, un indebolimento della compagine interiore, già operato dalla precedente «acquisizione». E, a rigor di termini, non si dovrebbe parlare di abitudini «buone»: si dovrebbe parlare di un habitus, di un ethos, ossia di un «costume» interiore, che non è affatto la stessa cosa. Le ‘buone’ abitudini non esistono affatto, e ciò è eloquentemente mostrato da quanto sia difficile acquisirle (costano sforzo, fatica, dolorosi superamenti interiori) e quanto, invece, sia poi facilissimo perderle. Basta  «rilassarsi», ossia «rilassare», allentare la tensione della volontà, e molte conquiste interiori possono andare perse.

Ci accorgiamo benissimo quando un esercizio – sia esso la Concentrazione o la Meditazione – sia pure correttamente eseguito, è diventato un’«abitudine», quando ci siamo «impigriti», quando siamo scaduti in una ripetitiva routine, e non diamo più tutto di noi stessi. Inavvertitamente, abbiamo perso l’habitus – non l’«abitudine» di portarci al limite estremo di noi stessi: a quel limite estremo ove, per uno schianto interiore, «moriamo» e «risorgiamo». Questo portarsi al limite estremo di se stessi davvero non diventa mai una «abitudine». La natura in noi non ama morire. Non ama morire né la natura inferiore e volgare, né quella sedicente «spirituale».

Ed è per questo motivo che molti – troppi – oggi proclamano la necessità di una «via dell’anima»: perché il carezzare e il lusingare la natura e le abitudini dell’anima, non esigono lotta e non implicano sforzo. Arturo Reghini scriveva ad un suo sapiente amico che «l’acqua scivola naturalmente su un piano inclinato, mentre bisogna compiere un ‘lavoro’, uno sforzo, per riportarla in alto». Come sa bene chiunque dalla fisica abbia appreso come l’energia potenziale si trasformi in energia cinetica, e viceversa. Si proclama – con una forma di condiscendente e ingannevole «compassione» che «una completa austerità sia insopportabile a molti, anzi ai più, i quali hanno bisogno di una più ‘morbida’, consolante e illudente, via dell’anima». Dietro la scelta di una tale ‘via animica’ vi è sempre la rinuncia all’impresa interiore, l’accettazione della sconfitta e la resa senza condizioni nei confronti della natura inferiore.

Massimo Scaligero affermava, con la maggiore chiarezza possibile, che «tradire non è il cadere bensì, una volta caduti, mettersi a strisciare e voler giustificare poi dialetticamente a se stessi e agli altri il livello della caduta».

Nella Scienza dello Spirito il concetto dello «studio» viene equivocato proprio per questo motivo: perché – per non andare in rotta di collisione con la natura inferiore – se ne riduce la pratica al livello «accettabile» all’istinto di sopravvivenza, reazionario e conservatore, tipico di tale natura, la quale tutto vuole fuorché morire, togliersi di mezzo, permettere all’essere umano di risorgere da un antico e abietto servaggio, divenuto appunto «abitudine». Una pessima, anzi la peggiore, la più esiziale, delle abitudini: quella che, permettendo alla natura di sopravvivere, rende l’essere umano mortale.

Il concetto di  «studio» viene equivocato perché, nello stato di neghittosa passività dell’anima,viene sommamente equivocato il pensare. In tale stato di accidiosa passività dell’anima, l’essere umano ritiene che il mondo esista ex se, ossia preesista a lui, fuori di lui, indipendentemente e senza di lui: senza il suo conoscere, senza il suo pensare. Ma non dovrebbe occorrere scomodare Aristotele, per rendersi conto che se c’è un «fatto», questo è frutto di un «atto», e che l’«atto» presuppone una «potenza». In India, gli Shivaiti direbbero che l’«atto» manifesta la Shakti, la Potenza del Supremo, Shiva Parameshvara. L’immagine del mondo, quindi, in quanto «fatto», ossia come scenario che si dispiega ai nostri occhi, presuppone un «atto» immaginante tale scenario, un momento genetico, producente tale immagine. Di tale «atto» immaginante l’apparire del mondo non si è normalmente consapevoli, ma tale  «atto» è pensare, anche se non è pensare riflesso, ossia dialettico, espresso in rappresentazioni e in parole.

Nella Filosofia della Libertà viene detto con chiarezza: «Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?». E che non si parli dell’abituale pensare passivo è mostrato nelle parole:

«Solamente non bisogna fare confusione fra l’«avere immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se s’intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto».

E proprio questo è il punto: volere il pensare, il vero, autentico, pensare che deve sempre essere voluto. L’essere umano non ama affatto il pensare attivo, il pensare volitivo, perché tale pensare non è amato dalla inferiore natura, la quale giustamente vede come un tale pensare attivo e volitivo porterebbe alla sua morte, alla sua dissoluzione, cosa che l’istinto reazionario e conservatore della natura vuole evitare in ogni modo. E a tale proposito mette in atto la sua perfida sapienza e la consumata esperienza di molti millenni di dominatrice fredda e calcolatrice.

Tale potere della natura sull’uomo deve essere vinto e abbattuto, e questo può essere fatto solo col pensare attivo e volitivo. Massimo Scaligero dice, nel Trattato del Pensiero Vivente, che è necessario volere l’atto pensante, ossia: perché il pensare si scuota dal suo stato di morte e di paralisi, e ritorni vivo, è necessario volere il pensare nella Concentrazione, la quale è ben di più del semplice, e indispensabile, controllo del pensiero. La Concentrazione implica ed esige un intenso sforzo di volontà: volontà nella fase della descrizione dell’oggetto, ossia della ricostruzione della concetto-sintesi attraverso la serie delle rappresentazioni, delle quali ognuna deve essere voluta, volontà fervida, sottile, continua nella sua silente dedizione di contemplare la sintesi, volontà di rimanere immobili con l’anima di fronte al darsi della forza-pensiero. Va da sé che ciò implica attenzione illimitata ed enorme sforzo di volontà. Sino al non-sforzo, sino alla non-azione.

Lo «studio», inteso come gradino dell’Iniziazione, esattissimamente come la Concentrazione, esige illimitata attenzione e sforzo di volontà. Nel precedente articolo, Audacia interiore e Filosofia della Libertà, avevamo scritto: Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà.

Lo  «studio», dunque, deve attingere allo stesso pensare attivo e volitivo che si mette in atto nella Concentrazione, e come ha più volte messo in evidenza Isidoro su questo blog – ogni frase, anzi ogni parola deve essere attentamente  e volitivamente pensata. Nessuna frase, nessuna parola, può essere rapidamente sorvolata, né deve attraversare l’anima in maniera inavvertita, senza dar luogo alla necessaria risonanza interiore. Questo va compiuto con tutti i testi della Scienza dello Spirito. I libri scritti di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero sono stati composti in modo da esigere tale necessario forzo volitivo di pensiero. La difficoltà che si incontra nello «studio» di tali opere non dipende mai da limiti intellettuali o di cultura, bensì da forme di «chiusura» interiore, dalla sordità del cuore, dall’opacità totale o parziale dell’anima di fronte a tali contenuti, la cui finalità è appunto quella di trasformare l’anima, introducendola all’esperienza spirituale diretta e concreta. La «chiusura» è sempre quella dell’anima nei confronti della travolgenza trasformatrice dello Spirito.    

Nella dodicesima conferenza, del 2 settembre 1906, del ciclo Alla porta della Teosofia, intitolata Sviluppo occulto – GA 95, apparso in italiano col titolo di La scienza dello Spirito – Rudolf Steiner sottolinea fortemente la necessità di una rigorosa disciplina di pensiero come base della indipendenza interiore del discepolo della Via rosicruciana – dalla quale è bandita ogni forma di fede dall’autorità – e dell’oggettività dell’esperienza spirituale. Infatti, vien detto:

«Indipendenti al massimo si è nel discepolato rosicruciano. Qui il Maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci, per esempio, sul nostro pianeta fisico, percepiamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le percezioni astrali; e l’udito devachanico vale soltanto nel Devachan. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dal discepolato rosicruciano, il quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Un pensare penetrante viene già educato attraverso lo studio delle verità teosofiche o anche mediante diretti esercizi del pensiero. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, scritti appositamente in uno stile consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Ci potrebbe addirittura essere qualcuno che studia questi scritti e  nulla sapesse di Teosofia potrebbe nondimeno orientarsi nei mondi superiori. Ma come detto, anche gli insegnamenti teosofici agiscono nella medesima maniera».

Ho preferito ritradurre il pezzo citato, perché la traduzione pubblicata ha subito un «intervento di ortopedizzazione» di dubbia finalità. Il termine «teosofia», che Rudolf Steiner adoperò largamente i primi tempi della sua missione pubblica e che poi abbandonò, ha qui il significato originario (e non quello che assunse il movimento occulto orientaleggiante a lui contemporaneo), viene chiarito nell’Introduzione del libro Teosofia:

«L’uomo designa come “divine” le cose più alte che gli è concesso di vedere, e deve pensare in qualche modo collegato il suo destino più alto con l’elemento divino. Di conseguenza anche la saggezza che va al di là del mondo sensibile e che gli manifesta il suo essere e quindi il suo destino potrà ben chiamarsi “saggezza divina” o teosofia. Allo studio dei processi spirituali nella vita umana e nell’universo si potrà dare il nome di scienza dello spirito. Se da essa, come avviene in questo libro, si estraggono specialmente i risultati che si riferiscono all’essenziale nocciolo spirituale dell’uomo, può venir usata per questo campo l’espressione “teosofia”, perché in questo senso essa venne usata nel corso dei secoli».

E in effetti, in tal senso tale espressione venne usata a partire sin dalla corrente neoplatonica ed ermetica alessandrina, poi nella corrente  ermetico-rosicruciana rinascimentale e settecentesca. E illustrando il primo gradino della Iniziazione rosicruciana, ossia lo studio, nella quattordicesima conferenza del 4 settembre 1906 del suddetto ciclo, così viene detto:

«L’europeo attuale non raggiungerà da solo, senza studio, la conoscenza della verità. Prima deve far nascere in sé i pensieri dell’intera umanità, deve imparare a pensare macrocosmicamente, deve dirsi: “Se altri hanno pensato questo, deve pur essere umano pensarlo, ed io voglio provarmi come si possa vivere con tali pensieri”. Non occorre giurarci sopra come fossero un dogma, ma bisogna imparare a conoscere lo sviluppo dei sistemi universali fissi e planetari della Terra e dell’uomo. Questi pensieri che ci vengono trasmessi dallo studio purificano lo spirito. Come l’edera si appoggia all’albero, finché il suo fusto non è da tanto da sostenere i propri rami, così i nostri pensieri si appoggiano degli alti pensieri altrui, fino a tanto che noi stessi non siamo capaci di formare alti pensieri. Questo studio purifica a sua volta i nostri pensieri, sicché arriviamo a pensare con una logica severa. Se per esempio studiamo un “libro molto difficile” importa assai meno il comprenderne il contenuto che trovare il filo delle idee dell’autore e imparare a pensare i suoi pensieri. Perciò non dobbiamo stimare nessun libro troppo difficile: ciò equivarrebbe ad attestare la nostra indolenza a riflettere. I libri migliori sono quelli che bisogna leggere e rileggere molte volte, che non comprendiamo subito, che occorre studiare frase per frase. Nello studio importa più il come che il che cosa si studia. Attraverso le grandi verità, come quelle che trattano delle leggi planetarie, veniamo a crearci grandi linee di pensiero, e questo è l’essenziale. C’è molto egoismo in chi dice: “Voglio maggior copia di dottrine morali e nessuna sul sistema planetario”. La vera scienza genera la vita morale».

Ora, è evidente come la Filosofia della Libertà sia proprio uno di tali “libri molto difficili”,  e che lo «studio», rosicrucianamente inteso, di essa esiga un energico pensiero volitivo. La stessa cosa vale per le opere di Massimo Scaligero – soprattutto per il Trattato del Pensiero Vivente e la Logica contro l’uomo – nelle quali, come dice Rudolf Steiner in un punto di Teosofia, già citato nel precedente articolo e in un paragrafo più sopra – durissimis repetita juvant capitibus«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso».  

Lo scopo profondo, perseguito dallo «studio» in particolare dello studio della Filosofia della Libertà – viene indicato in maniera esemplare nella dodicesima conferenza del ciclo sul Vangelo di Giovanni, ove vien detto:

«Con un termine antico si chiama catarsi, o purificazione, la elaborazione del corpo astrale mediante la meditazione e la concentrazione. Questa catarsi, o purificazione, ha appunto lo scopo di eliminare dal corpo astrale tutto quanto gli impedisce di organizzarsi in modo armonico e regolare, sì da sviluppare gli organi superiori, poiché il corpo astrale è predisposto a sviluppare quegli organi e basta mettere a nudo, per così dire, le forze latenti in esso.

Abbiamo menzionato che si potrebbe ricorrere ai metodi più diversi, per determinare la catarsi. Ad esempio si potrebbe progredire assai su quella via, giungendo a compenetrarsi intimamente e a vivere tutto il contenuto del mio libro Filosofia della Libertà, fino a sentire di essere divenuti capaci di riprodurre da se stessi e fedelmente i pensieri che vi sono esposti. Se qualcuno si comporta nei riguardi di quel libro (che è scritto proprio con questo intento) come un pianista nei riguardi del compositore d’ un pezzo da eseguire, in modo da riprodurre il tutto in se stesso nel modo adeguato allora la catarsi può prodursi in grado elevato, già solo a causa della rigorosa concatenazione dei pensieri. Infatti, ciò che conta in questo campo, come nel caso di quel libro, è che i pensieri siano tutti collocati in modo da diventare operanti. In molti altri libri dell’ età nostra, in fondo, basta configurare solo un po’ diversamente la sistematica, perché si possano spostare i pensieri, ed esprimere una cosa prima e un’altra dopo. Nel caso della Filosofia della Libertà ciò non è possibile. E altrettanto impossibile spostare una pagina nell’insieme del contenuto, quanto non si possono scambiare le gambe anteriori d’ un cane con quelle posteriori, poiché quel libro è un organismo articolato, e lo studio assiduo dei pensieri che vi sono esposti produce una specie di allenamento interiore. Esistono dunque diversi metodi per produrre la catarsi. Chi non l’abbia conseguita, dopo avere studiato quel libro non deve pensare che sia inesatto quanto ho detto adesso; ma piuttosto pensi che potrebbe non averlo studiato nel modo giusto, o non con sufficiente energia o serietà».

E sullo «studio», Rudolf Steiner ritorna nella quattordicesima conferenza del ciclo La Saggezza dei Rosacroce, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907 e intitolata L’Essenza dell’Iniziazione, ove vien detto:

«Chi poi voglia salire nei mondi superiori, dovrà abituarsi a una forma di pensare che faccia sorgere ogni pensiero da quello precedente. Un tal modo di pensare è sviluppato nei miei libri: La Filosofia della libertà e Verità e scienza. Entrambi i libri non sono scritti in modo da poter spostare un pensiero per portarlo in un posto diverso da quello ove si trovi; sono scritti piuttosto nello stesso modo in cui può sorgere un organismo, in quanto ogni pensiero sorge dal precedente. Questi libri non hanno nulla a che fare con chi li ha scritti; l’autore si rimise ai pensieri medesimi, che si elaboravano in lui, e li scrisse come essi si configuravano.

Per chi si accontenti di farlo in modo elementare, lo studio è quindi un prendere conoscenza dei fatti principali della scienza dello spirito, mentre per chi voglia salire ai mondi superiori, questi studi rappresentano un approfondimento in una costruzione di pensiero nella quale ogni pensiero è la conseguenza del precedente, sorge per così dire da se stesso».

Perché, dunque, una tale insistenza sul volitivo pensare i pensieri della Scienza dello Spirito, e in particolare i pensieri di opere come la Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente? Massimo Scaligero ce lo mostra sin dalle primissime parole del Trattato:

«Il presente trattato, anche se formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della  «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta in ogni pensiero che pensa».

Nella Filosofia della Libertà viene indicato lo stato eccezionale del pensare che fa di se stesso il proprio contenuto, stato eccezionale nel quale il pensare volitivamente attivo osserva, percepisce, e contempla, nell’obbiettività dello scenario interiore dell’anima, una serie di pensieri attentamente e intensamente pensati, sino a sperimentare di essi il momento genetico o sorgivo, sino a sperimentare mediante tali pensieri vivi l’estraformale forza-pensiero libera di pensieri, ossia libera di oggetti pensati, la cui funzione mediatrice si estingue, cessa, di fronte al sorgere del pensiero vivente che non ha bisogno di veruna mediazione . Ma questo è ugualmente il processo della Concentrazione e dello «studio» iniziaticamente inteso. Infatti, nel 22° capitolo del Trattato vien detto:

«Possiamo attingere al pensiero vivente per via di determinati pensieri, che risorgano compiutamente come nostra attività».

E proprio di questo si tratta: di non leggere velocemente e superficialmente, bensì di leggere intensamente e profondamente, e non per acquisire eccentriche «informazioni» ma per sperimentare la «vita». Perché l’Io può vivere unicamente nel pensiero vivente: fuori di tale realizzazione, gli esseri umani non sono spiritualmente vivi, perché spiritualmente non conoscono. Psichicamente, invece, essi sono animalmente vivi, ossia animati e galvanizzati da una animale vita «caduta» che consuma ed erode le forze autentiche dell’anima, nutrendo con esse dèmoni.

Un siffatto lavoro di pensiero è tale che lo «studio» è un atto «rituale» – e in quanto Rito deve essere considerato «sacro» che deve essere compiuto con lo stesso rigore, con la stessa abnegazione e dedizione, la stessa devozione e venerazione della Concentrazione e dela Meditazione. Come la Concentrazione, lo studio meditativo della Filosofia della Libertà, la meditazione del Trattato del Pensiero Vivente, richiedono il massimo sforzo interiore, la massima tensione della volontà. Come direbbe Isidoro, questo è  «un lavoro di edilizia pesante». Lo sforzo è quello di pensare intensamente, con la massima attenzione i pensieri della Concentrazione, i pensieri della Filosofia della Libertà o del Trattato, insistendo con la volontà pensante sino ad aprire il varco alla forza-pensiero, alla vita e alla luce primigenia del pensiero.

Questa è la Via Vera, la Via del Pensiero autenticamente iniziatica, quella che porta all’esperienza della morte e del superamento della morte. È la Via più coraggiosa, quella che cerca la Vita Vera con l’affrontare da vivi la morte. La Via eroica che col calor cogitationis – come lo chiamava Massimo Scaligero – col fuoco del pensare volitivo dissolve la brama dell’apparire illusorio, la paura di perdere il menzognero sostegno della natura inferiore, e accende nel cuore l’Intelletto d’Amore.   


 

6 pensieri su “FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ E L’AUDACIA DI VOLERE IL PENSARE

  1. Ho corretto molti refusi,
    che nel testo s’eran confusi!
    Erano entrati a tradimento,
    per portarmi a perdimento!
    Qui ci vuole attenzione,
    per non fare confusione!
    E se ancora qui nel testo
    io li trovo, allor protesto,
    contro arroganza ed albagìa
    dell’infam tecnologia!
    Per consolarmi di tal jattura,
    or mi sbafo la frittura:
    gamberetti, calamari e tòtani,
    ora, Hugo, te li scòfani!
    Per evitar ogni afflizione,
    pensar devi con attenzione,
    per evitar temi ribaldi,
    nel voler esser ben saldi!
    E poetar tutte le fiate
    con versi in rime baciate,
    per far infuriar come un toro,
    il nostro optimo Isidoro!

    Hugo,
    ch’or vi fa un bel saluto,
    con la tromba e con l’imbuto.

  2. La prego, caro sig. Hugo (detto anche “il massacratore dei propri articoli), non chiami in causa con rime sciagurate l’innocuo Isidoro che – ingenuamente – credeva Suo di Lei artifizio la ripetizione di brani dell’opera. Svolti nell’estremo o disperato tentativo di far entrare nelle teste alcune leggiadre necessità atte all’improbabile comprensione della comprensione di quali incomprensibili stravaganze possa comportare il facile studio dei Testi della Scienza dello Spirito. Questi ultimi perfettamente assimilabili, finanche dai ciottoli di stradicciole campestri…come ampiamente dimostrato dall’esperta osservazione!

    • LA RIPETIZION DE’ BRANI
      FU CERTAMENTE DA ME VOLUTA,
      – LO CONFESSO IO DI CUORE,
      ISIDORO – A TUA INSAPUTA,
      E VOLLI FAR LE RIPETIZIONI:
      ONDE IMPARASSER LE LEZIONI
      LE DURE TESTE DEI NOSTRANI
      SEDICENTI BRAVI ESOTERISTI,
      CHE NON PENSAN E SONO TRISTI,
      E VIEN LOR SEMPRE IL MALUMORE,
      QUANDO I LOR VOLI SENTIMENTALI
      NOI COLPIAM COI NOSTRI STRALI,
      PERCHE’ HAN PERSO DEL PENSIERO
      IL MIRABIL AUREO SENTIERO.
      L’ARTIFIZIO FU VOLUTO,
      E NESSUN L’AVEA SAPUTO!
      IO SPERAVO CHE SCOPPIASSE
      LA TEMPESTA E GRAN BURRASCA,
      IMITANDO L’EROICO E TERRIBIL
      PRODE GIAMBURRASCA!
      E QUI FINISCE L’AVVENTURA
      DEL BURLON BONAVENTURA.
      IL LETTOR BEN SIA CLEMENTE,
      E AL SENS’ARCAN PONGA LA MENTE,
      DELLE NOSTRE DISQUISIZIONI,
      ALLE BEN CELATE INTUIZIONI,
      E TROVERA’ UN GRAN PROFITTO
      PUR NEL BUIO A LUI PIU’ FITTO!

      HUGO,
      OR AL DESCO CON GRAN DISDORO
      DEL NOSTRO ERMETICO ISIDORO,
      SI PAPPERA’ UN GRN RISO AL POMODORO.

  3. Hugo col Sugo… su parecchi sociall nettwworrkk ci accusano di fare accumulare karma negativo a chi ci segue… e tu osi proporre di leggere la Filosofia Della Libertà? Per intero? Pazzo!!!

    Qui me li sconvolgi… e poi chi ci clikka i “like”?

    Seriamente… quanto hai ragione.

  4. Veggenti esperti del nostro karma caro Balin?

    Notizia questa che vorrebbe giungere come una speranza e come un balsamo, un aiuto alla nostra ignoranza se non fosse che occorre oggi poggiare su se stessi quanto più possibile e allora si cerca di andare avanti per la propria strada con la volontà di affrontare e accettare annessi dolori e gioie.

    Il web è molto grande caro Luigi, sterminato, oserei dire uno spazio infinito.
    Ecoantroposophia non pretende di rubare spazio nè altro, semplicemente desidera di occupare il suo per poter esprimere cià che pensa, crede e sente.
    Con buona pace di tutti e di tutti i karma.

  5. “L’uomo si lascia indurre in determinate circostanze a tralasciare l’esecuzione di quel che vuol fare. Farsi prescrivere cosa deve fare, cioè volere ciò che un altro e non lui stesso considera giusto, è solo possibile in quanto l’uomo non si sente libero”

    Questo lo avranno letto?

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