L’IO E L’ANIMA. IL SONNO E LA VEGLIA

L_Angelo_di_Castello_Rome

Sull’immagine che fa bella mostra di sé in testa al platonicissimo – e bellissimo – articolo della nostra Marzia si leggono le parole giovannee:

«LUX VENIT IN MUNDUM ET DILEXERUNT HOMINES MAGIS TENEBRAS QUAM LUCEM».

Dovrebbe essere consequenziale, soprattutto per un cercatore spirituale, il chiedersi di quale «Luce» si tratti, ma – si sa – gli umani non amano punto la logica e ancor meno la consequenzialità. Alla logica, che dovrebbe essere quella del Logos, o dello Spirito, essi preferiscono la dialettica (che non è ovviamente, pur con i suoi limiti, quella platonica o quella hegeliana), e quanto alla consequenzialità sul piano conoscitivo o volitivo essa è cosa che alla maggior parte degli umani fa venire l’orticaria solo a sentirne parlare.

Quanto mai necessaria e opportuna, dunque, mi appare la diligenza con la quale Isidoro ci dona la trascrizione de «I saggi di Antonio», ossia di quegli articoli che Massimo Scaligero scrisse, negli anni settanta dello scorso secolo, sulla rivista palermitana Vie della Tradizione, da lui firmati con l’eteronimo di «Antonio Massimo». Ebbi la fortuna di trovare in una piccola libreria felsinea, nell’inverno 1980-1981, tutti i numeri della suddetta rivista nei quali Massimo Scaligero aveva scritto, e da allora li custodisco come un dono del Cielo, come un mio piccolo prezioso tesoro.

Il primo degli articoli, trascritti e postati da Isidoro, si intitola per l’appunto Illuminazione. Ed è sintomatico come nelle lingue d’Oriente, soprattutto quelle dell’India, che hanno conservato un nesso interiore profondo con la sfera spirituale, una parola come Bodhi significhi al contempo «Risveglio» e «Illuminazione», che Buddha significhi sia lo «Svegliato», che l’«Illuminato», e che un verbo come buddhati abbia in sanscrito e in pali – le lingue più antiche della tradizione buddhista – il duplice significato di «illuminare» e di «risvegliare».

Evidentemente vi è un nesso profondo tra Luce e Risveglio, come tra tenebra e sonno. In effetti solo chi è sveglio può vedere la luce. E anche fisicamente parlando, la luce che l’Astro del Giorno ci dona è inutile a chi di giorno dorma, e non serve di notte illuminare una stanza a chi sia immerso nel sonno profondo. Una relazione ancor più profonda vi è tra calore e vita da una parte, e gelo e morte dall’altra.

Ora, si tratta di scorgere bene che cosa nell’essere umano deve «risvegliarsi» e che cosa deve essere costretto a «dormire». È questione di esercizio, ossia è necessario esercitarsi, esercitare sforzi ripetuti e tenacemente vòlti allo scopo, sino a diventare spiritualmente più forti, sino a raggiungere attraverso una volitiva trasformazione interiore la realizzazione di un tale «svegliarsi» e di un tale «dormire». In greco, «mi esercito» si diceva askeo, e l’«esercitarsi» stesso rappresentava l’àskesis, ossia per noi l’Ascesi del Pensiero, la Concentrazione.

Generalmente, nell’uomo ordinario l’anima è sin troppo sveglia: soprattutto nelle sue parti inferiori, senzienti, emotive e istintive è «sveglia» sino quasi all’ingovernabilità. Ma questa parte dell’anima è passivamente sveglia, ossia essa non ha in se stessa il principio dell’esser sveglia, bensì viene mossa e agitata, a sua insaputa, dall’invisibile Avversario che la asserve e la usa. Sarebbe invece prezioso che l’anima «conoscesse» un cotale illegittimo dominatore della sua vita interiore ed esteriore.

Come diceva il Principe Siddharta Gautama, il Buddha Shakyamuni, «l’ignoranza, la nescienza, è la radice di tutti i mali». E mantenendo abilmente l’anima in tale stato di ignoranza, d’inconsapevolezza, l’Avversario la domina mediante la brama, la paura, l’avversione. Liberarsi dell’ignoranza è liberarsi dell’illecito dominio di un tale arrogante Avversario, inesorabile e spietato predatore dell’anima.

Per l’anima l’esser sveglia nel senso ordinario e passivo – cioè a condizione di un potente e costringente legame che l’avvince magneticamente alla vita dei sensi – è la massima schiavitù, la massima sciagura. Mentre sarebbe per essa grande ventura sottrarvisi. Liberarsi di una tale schiavitù, sottrarvisi attivamente, ossia volitivamente, significa avere tanta forza da riuscire a produrre il «sonno profondo» della vita dei sensi corporei e dell’intelletto legato ad essi, al cervello e al sistema nervoso in generale. Si tratta, dunque, di placare l’agitazione involontaria dell’anima, prodotta dal suo servaggio alla vita corporea. Essendo passiva una tale agitazione (mentale, emotiva e istintiva), non è facile da placare, da portare prima all’immobilità e poi al «sonno».

Si deve giungere al volitivo far sprofondare nel buio la riflessa luce dei sensi, si deve giungere all’oblio delle immagini provenienti dalla vita dei sensi. Ma deve altresì arrivare a tacere totalmente anche il mentale cerebrale, l’intelletto legato ai sensi: deve essere ridotta al silenzio l’intera vita di rappresentazione dipendente dalla vita sensoria, ridotto a nulla tutto il pensare dialettico e riflesso. Tutto questo non piace affatto all’ego, avido del suo dipanare incessantemente la sua inutile tela di pensieri morti, di accumulare tutto l’inerte cascame di anemici pensieri riflessi.

Il ridurre al buio tutta la scintillante vita dei sensi e il suo risuonare, il far tacere il mentale chiacchierone e il pensiero riflesso, è l’energica azione dello Spirito, non dell’anima. È l’azione dell’Io, non del corpo astrale. Lo Spirito, l’Io deve essere sveglio, non l’anima, non il corpo astrale. Questa energica azione dello Spirito si attua nella Concentrazione, la quale partendo dal dominio volitivo del processo pensante, si intensifica progressivamente sino a divenire Concentrazione profonda, e Contemplazione della pura forza pensiero libera di oggetto.

Questa è la radicale indicazione di Massimo Scaligero: la Via del Pensiero.

«Il vero esoterismo conduce l’Io al risveglio dell’Io. Veramente desto deve essere l’Io, che normalmente sonnecchia nel corpo astrale illecitamente desto. Illecitamente desto, il corpo astrale non consente all’Io l’esperienza diretta del pensiero, ma solo l’esperienza riflessa, che viene scambiata per esperienza diretta».

Massimo Scaligero, Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 139.

Questa diretta azione dell’Io è al contempo un sempre più intenso risvegliarsi dello Spirito, e un restituire l’anima al suo stato primordiale: al suo riposare nel sonno divino. Il risvegliarsi dell’Io opera in profondità ad una trasformazione – ad una alchemica trasmutazione – delle forze essenziali dell’anima, produce un illimpidimento, una profonda kàtharsis dell’anima stessa. È il risveglio conoscitivo dell’essere spirituale che ha come conseguenza la trasformazione morale dell’anima, non viceversa. L’autentico stato di moralità dell’anima è il suo essere immobile, il suo sparire, di fronte alla presenza e all’azione dello Spirito.

L’equivoco delle varie «vie dell’anima» è il non rendersi conto che non vi può essere autentica moralità per un’anima la cui vita sia asservita ai sensi e al sistema nervoso. Non vi è stato di moralità verace per un anima paralizzata dal pensiero riflesso, dal pensiero dialettico. Non ci si libera dalla schiavitù dello stato di morte del pensiero, che produce il sonno narcotico dell’Io e l’illecita agitazione dell’anima, operando con l’anima sull’anima, ossia con la sentimentalità, con l’emotività mistica, oppure con le forze del volere caduto,  illudendosi di agire «magicamente». E ancor meno agendo sull’anima con forze corporee, come nello hathayoga, o con l’uso di farmaci e droghe: si giunge solo a corrompere ulteriormente le forze dell’anima. Follia pura è poi credere di raggiungere un qualsiasi risultato spirituale – magari illudendosi di giungere a “ricordare” vite passate e simili sciocchezze – sottoponendo l’anima a processi di ipnosi o di narcosi. Senza liberazione del pensare non vi è autentica vita sana dell’anima. Senza la Concentrazione non vi è liberazione del pensiero.

«Si supera l’inganno della dialettica, solo grazie alla disciplina iniziatica dei nuovi tempi, che è l’ascesi liberatrice del pensiero. Per intensificazione del proprio fluire cosciente, il pensiero può passare dallo stato riflesso a quello del suo reale dinamismo, pre-riflesso, in quanto si apre a se stesso, alla propria attività obiettivamente intuitiva, indipendente dall’organo cerebrale. Quando ciò si verifica, mediante la concentrazione o la meditazione, il corpo astrale comincia a entrare nel suo stato di calma, che tende a divenire assoluto, secondo il suo originario potere cosmico: comincia a realizzare una condizione identica a quella del sonno, cioè a dormire rispetto alla menzogna delle parvenze, che di continuo lo eccita: cessa di reagire soggettivamente alle parvenze. Cessa di essere sveglio rispetto alle futilità umane, alle ipocrisie e alle perfidie, alle crudeltà e alle sopraffazioni, così da funzionare come strumento della essenza-Logos che opera attraverso quelle. Ciò equivale a dire che il sistema nervoso entra in uno stato di calma perfetta e perciò di funzionalità secondo lo Spirito. […]

L’Io-Logos si desta là dove l’uomo è veramente se stesso, fondato su sé, libero. Il pensiero che libera se stesso dalla condizione riflessa, rendendosi indipendente dalla mediazione cerebrale, implica segretamente il moto vero dell’Io, il suo aprirsi alla propria essenza: svincola l’Io dalla identità con l’anima, onde l’anima si libera dalla falsa veglia, realizza se stessa come pace profonda.

Il sonno dell’anima è l’uso divino dell’anima da parte dell’Io. Ma là dove l’Io si congiunge con l’anima, questa viene elevata alla sua vera veglia. Dall’abbandono profondo di sé all’essenza, l’anima ritrova la sua vera vita, la beatitudine segreta della comunione con il Divino,, onde si scioglie dalle tensioni umane: risolve l’angoscia e la paura con il proprio incontrare in sé il fondamento. In realtà essa sprofonda nella propria natura originaria: senza sforzo, perché  non deve andare oltre se stessa, ma scendere illimitatamente entro se stessa, lasciare ogni appoggio, senza temere la profondità, senza temere di riposare nell’assoluta identità con se stessa. Nel cuore non v’è limite alla profondità della donazione dell’anima umano, cioè al Divino. Per tale via, superato l’organo cerebrale, l’Io si congiunge con l’anima: supera l’abisso che separa l’anima razionale dal corpo eterico». M.S., ibidem, pp. 139-140.

Quindi il sorgere della Luce dello Spirito, il risvegliarsi dell’Io mediante la Concentrazione comporta necessariamente l’oscuramento della fallace luce dei sensi, lo sprofondare nel sonno dell’agitata vita dell’anima. Ma l’anima è legata in zone profondissime di sé alla vitalità biologica, al calore che emana da quella natura istintiva, che la tramortisce e la consuma. L’anima viene paralizzata da «terrore e spavento» – come lo chiama il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya – alla sola idea di abbandonare la prigione corporea. Il disciogliersi dall’oscuro «calore» della vita istintiva produce in lei una sensazione di «gelo» mortale, un venir meno delle basi stesse della vita, un aprire il varco all’esperienza della morte. E il Dio della Morte incatena l’anima al proprio degradante servaggio proprio attraverso questo «terrore e spavento». Per paura di morire – osserva acutamente Arturo Reghini – l’uomo rimane mortale. L’essere umano, legandosi alla natura corporea, ossia alla natura animale, rimane appunto animale e mortale. Perché alla fine del suo sentiero, il cui percorso si consumerà sin troppo rapidamente, c’è la tomba. Questo, gli piaccia o no.

E non è certo col ricorrere alle consolazioni di una religiosità sfaldata e sentimentale, o col darsi all’emotività mistica, che l’uomo può impedire la decadenza biologica, il progressivo disfacimento della sua personalità, le conseguenze devastanti della morte, alla quale egli è condannato sin dal suo concepimento nel seno della madre. È conquistando il «risveglio», e il «distacco» del suo essere spirituale, dell’Io, dalle categorie corporee, è realizzando la liberazione del pensiero ch’egli vince la passività e l’agitazione dell’anima. Tutto ciò all’anima schiava dei sensi, dell’intelletto cerebrale, della vitalità animale, appare come un «morire», ed ha ragione perché è un attuare attivamente e volitivamente quello stato di morte, che altrimenti irrompe in maniera devastante sull’uomo alla fine della vita. Ma qui vale, come ammonizione, il detto rosicruciano, riportato da Jakob Boehme:

«Chi non muore prima di morire, va in rovina dopo la morte!».

Massimo Scaligero mette in evidenza quanto questa situazione sia pericolosa per chi, nel cammino iniziatico, si fermi ad una parziale liberazione. Affrontare l’esperienza della «morte iniziatica» è qualcosa di molto più radicale che non l’affrontare il «sonno» della coscienza. La prova viene affrontata con un insonne lottare, con un combattimento senza quartiere contro il Drago, che normalmente divora le forze e la vitalità dell’anima. Trascriviamo alcuni paragrafi da un articolo che  Massimo Scaligero scrisse, sotto l’eteronimo di Maximus, nel III volume dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, a c. del Gruppo di Ur, III ed., Edizioni Mediterranee, Roma,1971, alle pp. 345-349:

«A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare «neutro», perché si è in un certo modo «liberati», ma non ancora capaci di «liberare», ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un «lottatore contro la morte». E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è più facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il «lottatore contro la morte» il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un «patto» con delle forze «infere», dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui «il lottatore contro la morte» porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, più o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce». M.S., ibi, pp. 346-348.

Tutta l’opera in definitiva consiste nella lotta che il Purusha, l’Io, il Soggetto puro, deve condurre per liberarsi dagli avvolgenti, illudenti, e narcotici legami con la prakrti, ossia con quella «natura», che può manifestarsi in forme rozze e volgari, oppure sotto aspetti mistici, intellettuali, magici, comunque asserventi l’essere umano. Che importa all’Avversario se, per tenere legato l’uomo, debba usare ceppi e catene d’oro o d’acciaio. E forse una catena di «mistici» petali di rosa lo può incatenare ancor meglio di una rozza e rugginosa catena di ferro. Occorre illimitato coraggio per scegliere di diventare un «lottatore contro la morte», ed occorre coraggio e tenacia a tutta prova per persistere in tale Via eroica, innamorarsi della Concentrazione, rinnovare ogni volta lo slancio affinché la volontà nel pensare faccia sì che l’anima, la sua agitazione, vengano portate al «silenzio», alla totale «immobilità», al «sonno». E nell’Aurora risorga, sveglio, l’essere dell’Io.

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