DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

 Goethe

Parva selecta:

J. W. von Goethe

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

A settantacinque anni non si può fare a meno di pensare talvolta alla morte. Questo pensiero mi lascia del tutto tranquillo perché ho la ferma convinzione che il nostro spirito sia un essere di natura indistruttibile, sempre operante di eternità in eternità: simile al sole, il quale solo ai nostri occhi mortali sembra tramontare, ma che effettivamente non tramonta mai e continua invece a splendere senza fine.

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L’uomo deve percorrere diversi gradi: e ciascun grado porta con sé le sue particolari virtù e i suoi errori: i quali, nell’epoca in cui si producono, si devono considerare conformi a natura, e in qualche modo giusti.

Nel grado successivo, l’uomo è divenuto un altro: più nessuna traccia delle prime virtù e difetti, ma al loro luogo sono subentrati altri modi e altri trasmodamenti. E così via, sino all’ultima trasformazione: dopo la quale non sappiamo quello che saremo.

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La capacità di ammettere il Superiore è molto rara, e nella vita ordinaria è quindi sempre bene di tenersi tali idee per sé, o scoprirne soltanto quanto è necessario per essere di qualche vantaggio agli altri.

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Nel mezzo della vita di un uomo si produce generalmente una svolta: e come nella gioventù tutto gli andava a seconda e tutto gli riusciva, ora, ad un tratto, tutto si cambia, e una disgrazia succede a un sinistro, una sciagura ad una sventura.

Ma che cosa penso in proposito? Che è necessario che quell’uomo perisca!

Ogni uomo straordinario ha una certa missione che è chiamato a compiere. Quando l’ha compiuta, non è più necessario che egli duri sulla terra in quella forma, e la Provvidenza lo impiega a qualche altro fine.

Ma poiché in questo mondo tutto procede per via naturale, così i dèmoni gli dànno uno sgambetto dopo l’altro, talché alla fine egli viene sopraffatto.

Così accadde di Napoleone e di molti altri: Mozart morì a trentasei anni e Raffaello alla stessa età; Byron visse soltanto un poco di più.

Ma tutti avevano perfettamente assolta la loro missione ed era tempo che se ne andassero, così che anche agli altri rimanesse qualcosa di duraturo da compiere.

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Ogni produttività veramente alta, ogni intuizione importante, ogni scoperta ogni grande idea che reca frutti e conseguenze, non è in dominio degli uomini e sta, sublime, sopra ogni potenza terrena.

Doni del genere l’uomo li riceve solamente dall’alto, e sono da riguardare come puri figli di Dio, che egli deve accogliere con liete azioni di grazie e deve adorare.

Tali doni sono parenti di quel Demonico il quale fa dell’uomo, prepotentemente, ciò che gli piace ed al quale l’uomo si arrende senza saperlo, mentre si illude di agire per proprio impulso.

In questi casi l’uomo è da riguardare piuttosto come uno strumento di un alto governo del mondo, come un eletto vaso riconosciuto degno d’accogliere un influsso divino.

Dico ciò considerando come spesso un’idea abbia dato un’altra fisionomia a secoli interi: come singoli uomini con l’opera loro abbiano impresso alla loro età un’impronta che restò riconoscibile anche nelle generazioni seguenti e che continuò ad operare beneficamente.

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