IL “MISTERO” DEL PENSIERO PURO

Pensare liberato

(Pensare liberato – Marina Sagramora)

Proseguendo il nostro percorso nella “filosofale” opera filosofica di Rudolf Steiner, troviamo indicata l’importanza capitale dell’esperienza del “pensiero puro”, di quella esperienza del “pensiero libero dai sensi”, che fu decisiva per la scelta di Massimo Scaligero – come egli stesso racconta in Dallo Yoga alla Rosacroce – del sentiero da seguire, cui consacrare tutta la sua vita.

Molti, di fronte all’esperienza del pensiero puro, vanno letteralmente in debito d’ossigeno, sentendo quanto esso operi come “dissolvente universale” – per usare l’ermetica espressione degli Alchimisti – delle strutture “naturali”, ossia di quella natura caduta , sulle quali si appoggia l’uomo animale. Perché ancora l’uomo non è veramente “uomo”, e l’Io, come ammonisce ripetutamente massimo Scaligero, non è ancora l’Io ch’egli dice di essere, non potendolo essere sino a che egli si trovi immerso, anzi prigioniero, di una natura animale che lo asserve e lo degrada. Su ciò l’essere umano si fa molte generose illusioni, che possono essere dissolte solo da esperienze molto dolorose, o da una coraggiosa Conoscenza.

Il voler conseguire tale Conoscenza liberatrice, il tentar l’impresa dell’altezza, come la chiama Dante, spinge il ricercatore spirituale all’Ascesi del Pensiero. Ma è necessario essere ben risoluti in tale Ascesi, perché la natura animale in noi si ribella con tutte le sue forze e insidia l’impresa interiore con tutte le astuzie ch’essa può escogitare, attingendo ad una perversa sapienza e alla consumata esperienza di millenni di incontrastato dominio sull’essere umano.

Le “filosofali” opere filosofiche di Rudolf Steiner sono il tracciato di un Rito interiore che l’asceta deve compiere per risvegliare e liberare l’elemento spirituale in lui. I pensieri di opere come Lineamenti di una teoria della conoscenza della Concezione goethiana del mondo, o di Verità e scienza, o della stessa Filosofia della libertà, non sono “spiegazioni” teoretiche, ma rigorose operazioni interiori, che devono essere attuate e vissute concretamente. La chiave del Rito della resurrezione del conoscere, della resurrezione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, dal cadavere della morta riflessità è la Concentrazione, la quale TUTTO può realizzare e da nulla può essere sostituita.

Lo scritto di Hendrik Knobel che, per la prima volta appare in italiano, può essere un aiuto prezioso al ricercatore spirituale, che energicamente si impegni nella pratica della Via del Pensiero. Egli non era un “filosofo”, bensì un praticante interiore ed un energico pensatore.

Importante la sua osservazione sul fatto che le qualità sensibili vengono liberate dal pensiero dal loro legame con la corporeità e assunte nel pensiero libero dai sensi. Ciò spiega l’insistenza di Rudolf Steiner sullo “studio”, rosicrucianamente inteso come gradino dell’Iniziazione, e il suo donare le immagini dell’evoluzione cosmica, nella descrizione della quale – come fa nel IV Capitolo della Scienza Occulta – le immagini provenienti dall’esperienza dei sensi sono veicolo dell’esercitarsi meditativo dell’asceta nel “pensiero libero dai sensi”. Nel successivo V Capitolo, egli indica esplicitamente tale operazione meditativa.

Nel pensare puro le qualità sensibili vengono liberate dalla loro dipendenza rispetto alla mediazione corporea e “incorporate “ nel concetto, del quale nella Concentrazione si giunge a sperimentare la natura eterica indipendente dallo spazio e dal tempo. L’idea di una casa grande non è “grande, e l’idea di un albero verde non è “verde”, come già osservava Platone.

La traduzione di questo scritto non è stata semplice, e mi sono attenuto al principio di essere il più fedele possibile alla lettera dell’Autore, per non tradirne il pensiero, e per renderne con la massima chiarezza il tessuto ideante, che il ricercatore spirituale può percorrere e rivivere.

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IL PENSIERO PURO

di

Hendrik Knobel

Il pensiero come facoltà dell’anima si è sviluppato nell’umanità a partire dall’antichità greca e può essere colto, nella sua evoluzione attraverso i secoli. Non è difficile, nell’epoca attuale, conquistarsi una chiara conoscenza di ciò.

Un’altra cosa è il concetto di pensiero puro, puro nella misura in cui esso sia libero da tutto ciò che come percezione sensoria, che come percezione in genere può impregnare il pensiero.

Ora, questo pensiero puro per concorde autosservazione  – secondo l’opinione di molti – non può esistere. Il pensiero sarà sempre compenetrato di dati sensibili. Senza questi il pensare può avere verun contenuto che si manifesti. In questo caso, la concezione estrema è che il pensare manifesti unicamente forme, forme che ricevono il loro contenuto dalla percezione sensibile. Se si toglie un tale contenuto, rimane come residuo una forma morta, che – considerata in tal modo – si rivela irreale. Tutto ciò che chiamiamo nominalismo, ideologia, nella sua segnatura, si appoggia su questa caratterizzazione. Della morta forma senza contenuto.

Ora, però, è in sé e per sé semplice invalidare una tale concezione. È facile dimostrare come vi siano concetti (forme), che hanno in sé il loro proprio contenuto, senza che in essi venga dato  un contenuto sensibile, per es. i concetti di causa ed effetto. Che qualcosa sia causa di un effetto, nel mondo non è dato da nessuna parte, bensì viene da noi pensato in aggiunta al mondo dato, senza che in verità questo mondo stimoli ad un tale pensare in aggiunta.

L’antichità, per esempio, neppure conosceva questa coppia concettuale nel suo significato esclusivo, così come esso viene applicato nella scienza moderna come omnideterminante. Causa ed effetto si condizionano reciprocamente e l’uno non può essere pensato senza l’altro. Quel che si muove tra loro – in quanto coppia gemella – è la logica.

Ora, tuttavia, una tale discussione rimane fortissimamente arenata nell’astrazione. Si concede, che niente possa essere pensato se non connesso causalmente con altre cose, ma essenziali – reali – in questo caso vengono sentite unicamente le cose sensibili, non la necessità e la concretezza della conformità alla legge.

Dobbiamo ritornare ancora una volta al punto di partenza, cioè che pensieri (concetti) possano essere pensati unicamente, in quanto essi siano legati a fatti sensibili. Ciò non deve essere negato. Ma questi fatti sensibili sono di un’unica specie? Se io ho un concetto e la relativa datità sensibile, per es. il concetto di «sedia» e le relative percezioni sensibili, come marrone, duro ecc., allora io posso distinguere percezioni sensibili, che sono essenziali, come per es. duro e inessenziali come marrone. Ma allorché considero la percezione «duro» come appartenente all’essenza della sedia, ad essa immanente, io sollevo la percezione sensibile fuori dal suo àmbito sensibile e la rendo un concetto, cioè la fondo nel concetto «sedia», essa diviene una parte del concetto «sedia», ricevendo il carattere della concettualità ed arricchendolo. La spoglio perciò del suo carattere sensibile, allargando mediante essa il concetto, cioè quel che io ora penso come «duro», non ha più in sé e per sé un carattere sensibile, bensì un carattere concettuale, cioè esso è libero dai sensi. Quindi affermare che non possa esistere pensiero libero dai sensi, non è soltanto logicamente falso, ma lo è inoltre per il fatto che questo pensiero viene ricercato all’inizio del mio processo pensante – e là evidentemente non può essere trovato –  non alla fine di questo agire. Il pensiero libero dai sensi sorge unicamente nel pensare: mediante il pensare viene eliminato l’elemento sensibile in quanto elemento sensibile, cioè come entità corporea. L’ulteriore errore che qui vien compiuto, non sta nel fatto che l’elemento sensibile in quanto elemento corporeo venga sentito eliminato – questo può esserlo – bensì nel fatto che, incorporandolo nel concetto, si guardi unicamente a questa incorporazione e che quindi la determinatezza qualitativa dell’elemento in precedenza sensibile perda la proprietà «duro», il che tuttavia non riguarda la cosa stessa. La differenza tra pensato sensibilmente e pensato in maniera puramente spirituale non sta nella differenza tra «sensibile» e «spirituale», bensì nel fatto se il sensibile sia soltanto «manifestazione» di una cosa, o se le appartenga essenzialmente.

Ma con questo otteniamo uno sguardo sul conoscere in quanto tale. Non possiamo più vedere come aspetto reale del conoscere l’(astratto) dipanare di pensieri dalla sensibilità, con l’eliminazione dell’elemento sensibile, mediante il quale noi spandiamo intorno a noi come una sorta di argentea ragnatela – cosa che chiamiamo conoscere – bensì consideriamo essere il vero e proprio conoscere quel che riteniamo essere il processo dell’incorporazione dell’elemento corporeo-sensibile nei pensieri, senza perdere il carattere della sensibilità come determinatezza qualitativa. Questo processo nel suo lasciarsi proseguire in sempre più vasti cerchi mediante l’attività pensante, nel sempre incessante nuovo inserimento dell’elemento sensibile – nel senso di cui sopra – nell’elemento puramente concettuale, è ciò che chiamiamo riflessione, o anche – nell’ulteriore corso ed elevazione – meditazione. Nella sua dinamica, esso riposa sulla continuantesi attivazione dei concetti tra «manifestazione» e «essenza». Mediante questa attivazione noi possiamo gradualmente elevarci a fatti puramente spirituali, datità di un mondo, che nel senso dell’Antroposofia si può chiamare un mondo spirituale, venendo le qualità sensibili afferrate come spirituali. Siamo perciò in armonia con le nostre affermazioni sulla percezione pura, cioè la percezione pura concepita come realtà spirituale (vedi il capitolo precedente).

Un pensiero libero dai sensi non è, dunque, un pensiero che abbia eliminato da sé l’elemento sensibile, nel senso di un contenuto che origina dalla corporeità, bensì un pensare dal quale scompare unicamente l’elemento comunicato mediante il corpo e resta conservato il contenuto dell’elemento sensibile, che si trova accolto nella sua essenzialità nel pensare.

Perciò si può accennare ad un’ultima pecularità di questo pensare. Abbiamo visto come il pensiero elimini la dipendenza della percezione sensibile dal corpo e come ne accolga il contenuto nell’elemento spirituale-concettuale. Con ciò è data un’ulteriore metamorfosi del percepito, ovverossia, essa in quanto qualità è divenuto indipendente dal corpo, cioè si è disciolto dalle conformità alle leggi del mondo fisico, così come questo ci attornia giornalmente, e si mostra liberamente emergente nella meditazione. Qui può essere adoperata l’espressione di Rudolf Steiner «sensazione liberamente aleggiante (Anthroposophie, ein Fragment, GA-45, pp108 et seq.). La percezione è in questo caso una libera entità, disciolta da ogni altra componente. Essa ha la sua essenza non più in connessione con il restante mondo, bensì in se stessa (Opere scientifiche di Goethe, Introduzione di Rudolf Steiner, Cap.II, Il fenomeno primordiale). Così essa si lascia adoperare di per sé nella meditazione: il nero della rosacroce, il rosso delle rose. La coscienza meditativo-pensante, potendo adoperare liberamente questo elemento – in connessione con la componente puramente concettuale – risulta la disposizione meditativa dell’anima, la possibilità, nell’utilizzazione di tutti gli elementi, in specialmodo di quelli che nel mondo fisico si contraddicono, cioè sono errori, per penetrare più profondamente nell’essenza del mondo. (Rudolf Steiner, Anthroposophie, Psychosophie, Pneumatosophie, GA-115, pp. 235 et seq.).

3 pensieri su “IL “MISTERO” DEL PENSIERO PURO

  1. Dunque il rapporto, vivente, e necessario (non arbitrario), tra percezione e concetto è un rapporto tra forza e forma, nell’ordinario conoscere come nel conoscere spirituale moderno. Chiamando l’elemento essenziale del percepire “percetto” (oggetto del percepire puro), e concetto l’elemento essenziale del pensare, lo sposalizio tra i due è l’esperienza spirituale del canone rosicruciano, unione ospitata solo nella coscienza dell’uomo autocosciente.
    Il pensiero ordinario, formato sull’esperienza materiale massiva, tridimensionale, morta, produce forme fisse, le quali possono fare da “calco” solo ed esclusivamente agli oggetti materiali. La forma pensante elaborata nel pensare puro è invece una forma viva, mobile (“sfiorata dagli Spiriti del Movimento” – antroposofico!); questa forma è adatta a fare da calco plastico all’elemento essenziale del percepire, il percetto. Percetto e concetto sono la stessa cosa: l’uno si dà al percepire, l’altro al pensare. La statua del Rappresentante dell’umanità ci mostra questo gesto.
    E’ la nuova conoscenza di Dio: attraverso la percezione sensibile. Ciò garantisce all’Io l’autocoscienza, l’oggettività: soggetto distinto dall’oggetto, è scienza spirituale. E’ il prodotto del mistero della libertà.
    Dunque capisco (forse) che il pensare puro, figlio della concentrazione, non è tutto: la coscienza Immaginativa nasce quando questo pensare incontra il percepire puro (figlio…..?). E’ giusto?

  2. No, gentilissimo signor Francesco Visciotti, non è giusto! Nemmeno un pochino è giusto: Lei equivoca il tutto che più non potrebbe!

    La Via portata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero è Scienza dello Spirito e non poesia. E’ Scienza dello Spirito e non mucillaginosa sentimentalità. E’ Scienza dello Spirito e non rugiadoso misticismo. E’ rigorosa Scienza dello Spirito: Scienza e non afflato estetico, non tiepido stato d’animo.

    Nella Scienza si parte da un’oggettiva esperienza – concretamente sperimentata, e non sentimentalmente o oniricamente immaginata – oggettiva esperienza interiore: asciutta e rigorosa come quella che lo scienziato esteriore compie nel laboratorio scientifico. Il misticismo, le emozioni, le aspettative sentimentali, e gli estetismi devono rimanere fuori dalla porta. Non devono “colorare” né l’esperienza dello scienziato della realtà fisica, né quella dello scienziato dello spirituale.

    Rudolf Steiner mise come sottotitolo della sua “Filosofia della Libertà” le seguenti parole: “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Quindi non secondo l’estetica di Hegel o di Croce, non secondo gli sdilinquimenti mistici di una Maria Alacoque o di una Teresa d’Avila, non secondo i paralogismi psicologici di Freud o di Jung, non speculazione teologica, e via dicendo.

    La Scienza dello Spirito parte dall’esperienza, trae la “THEORIA” – nel senso ellenico del termine di contemplazione dell’esperienza – e giunge ad una più alta esperienza. Si dovrebbe parlare – se si vuole essere onesti – unicamente di ciò che concretamente si sperimenta. Rudolf Steiner e Massimo Scaligero avevano esperienze interiori eccezionali, rigorosamente verificate, e noi pensiamo i loro pensieri, non per credere a quello che loro dicono e che noi generalmente non sperimentiamo, bensì per giungere a sperimentare volitivamente il momento genetico dei loro pensieri, che si inverano a diventando nostri pensieri e, insistendo volitivamente nel loro sorgivo momento genetico, giungono a realizzarsi come concreta, nostra, esperienza spirituale diretta.

    Parlare, in maniera dolcemente soffusa, di “forma viva, sfiorata dagli Spiriti del Movimento”, come Lei fa nel Suo commento, è fare dell’estetismo poetico, NON della Scienza dello Spirito. Parlare di “mistici sponsali” tra il “percetto”, che preferisco chiamare “percepito”, e il “concetto”, può riecheggiare le “L’Ornamento delle Nozze Spirituali” del mistico fiammingo medievale Jan Ruysbroek, detto l’Ammirabile, o le “Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz” di Valentinus Andreae, ma se non si ha l’esperienza concreta delle une e delle altre, si fa solo un gridare al vento in una notte di tempesta, ossia opera vacua e vana. Quelle esperienze sono dure conquiste di aspre, lunghe e rigorose lotte interiori. Sono rare culminazioni – voglia credere a chi “qualcosa” conosce per esperienza dell’Arte Reale – e di rarissimi uomini.

    Quanto alla “nuova conoscenza di Dio attraverso la percezione sensibile”, io ci andrei piano, molto piano. Sia perché è scritto di non pronunciarne invano il nome, sia perché lo stesso Rudolf Steiner, nel libro “Teosofia”, così scrive:

    “Chi cerchi in questo libro le “verità ultime”, lo metterà forse da parte, insoddisfatto. Del complessivo dominio della scienza dello spirito, l’autore si è proposto di esporre qui anzitutto le verità fondamentali.
    E’ certo insito nella natura dell’uomo chiedere subito risposta alle domande sul principio e sulla fine del mondo, e sull’essenza di dio. Ma chi non voglia da parole e concetti per l’intelletto, bensì vere conoscenze per la vita, sa che in un libro che contenga i primi elementi della conoscenza, spirituale non gli è lecito dir cose che appartengono ai gradini superiori della saggezza. Solo dopo aver compresi questi primi elementi si è in grado di vedere come vadano poste le domande di di ordine superiore”.

    Per cui, torniamo alla sobria asciuttezza di Rudolf Steiner nelle sue “filosofali” opere filosofiche, e a quanto scrive Massimo Scaligero nella sua “Logica contro l’uomo”. Legga e mediti bene quelle opere, e vedrà che, sfrondandosi da inutili sovrastrutture, vedrà che è più essenziale cercare di realizzare asceticamente quel “l’Io che l’uomo dice di essere”, che non fare della teologia speculativa su Dio. o sognare “Nozze mistiche” o “alchemiche”!

    Quanto alla questione alla forza e alla forma, al calco platico del percetto, al gesto del Rappresentante dell’Umanità, e via dicendo, son cose che – mi creda – non stanno né in cielo né in terra. Evitiamo di divagare nell’approssimativo e nell’incerto!

    Hugo de’ Paganis,
    che lottando contro gl’intellettuali tutti
    è diventato un distruttore di prosciutti.

    • Ti ringrazio di tutte le raccomandazioni anti-astrazione. Io sono un praticante, dal primissimo momento in cui ho incontrato la scienza dello spirito. Però ricordo sempre a me stesso che Rudolf Steiner ha posto l’intelletto come base imprescindibile di ogni iniziazione moderna. Come il tuffatore ha bisogno di scrutare bene i fondali prima di buttarsi, io ho bisogno di capire prima di fare. Proprio per questo ho chiesto, e richiedo, se il pensiero puro necessita del completamento del percepire puro, e se le due elaborazioni sono diverse, come mi sembra di aver capito.

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