IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

Percezione pura

(Percezione Pura – Marina Sagramora)

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Su Ecoantroposophia è stata molto sottolineata l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come lo chiama Rudolf Steiner in quelle pagine della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, che furono decisive per Massimo Scaligero per il riconoscimento da parte sua della figura e della missione spirituale di colui ch’egli chiamerà il Maestro dei Nuovi Tempi, per la scelta definitiva del Sentiero spirituale al quale consacrare ogni sua energia e tutta intera la sua stessa vita.

Massimo Scaligero stesso ci indicò nella Scienza Occulta, da lui allora posseduta nella bella edizione di Gius. Laterza e Figli, Bari, 1932, le pp. 223-226 nelle quali Rudolf Steiner parla del «pensiero libero dai sensi» e della sua importanza, per il discepolo dell’Iniziazione, che ha il fatto di coltivarlo energicamente al fine di conquistare forza interiore e acquisire quella oggettività, quella sicurezza e quell’equilibrio, assolutamente necessari per non cadere in balia delle innumerevoli illusioni che fatalmente si incontrano nell’esperienza immaginativa, per non venire travolti dal vortice di quella illudente e stordente Luce Astrale, sempre pronta come un drago a divorare lo stolto e sprovveduto “occultista”, il quale – come suol dirsi, “un po’ per celia, un po’ per non morir” – per iscacciar la noia esistenziale e la routine di una in-significante vita borghese, piccolissimo-borghese, si metta a “giuocar” con la Luce Astrale e le Potenze Occulte.

A dissuadere da un cotale sciocco “giuocare” con la Luce Astrale –  che tanto piace agli attuali martinisti, kremmerziani, ecceteriani – dovrebbe esser sufficiente il leggersi con attenzione, e ben meditare, quel che scrive in proposito Sir Edward Bulwer-Lytton nel suo Zanoni, a Rosicrucian Tale, e Stanislas de Guaita nel suo Essais des sciences maudites, il quale ricorda che il novello Edipo deve essere capace di risolvere l’enigma della tetramorfa Sfinge tebana, per non incorrere nei più grandi pericoli, e che per lo stolto, l’arrogante, il debole, l’incostante e il pusillamine, vale l’ammonizione scritta sulla soglia del Tempio: scire nefas, ossia il “sapere” può essere fatale, e in taluni casi anche mortale, per la vana e sciocca curiosità umana.

Più volte è stata sottolineata, sulle pagine di Eco, soprattutto da parte di Isidoro, l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come garanzia di oggettività dell’esperienza spirituale, come misura di radicale indipendenza dello sperimentare dell’Io da qualsivoglia coinvolgimento con la vicenda corporea, coinvolgimento nella sfera somatica che porta fatalmente al di sotto e non al di sopra della normale coscienza di veglia, e trascina la vita dell’anima tra i liquami e i miasmi attossicanti del guasto sperimentare medianico.  Con tutto quel che ne segue.

Solo l’esperienza del pensiero puro, come sottolinea esplicitamente Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro Iniziazione e nelle sopra citate pagine di Scienza Occulta, apre il varco – mediante l’intensificazione volitiva e cosciente del momento genetico del pensare – all’autentica esperienza spirituale. E Massimo Scaligero pone l’esperienza del pensiero puro come essenza aurea della Via del Pensiero Vivente, come completa e insuperata Via eroica all’Iniziazione. Per cui, fu per me un colpo al cuore l’udire con le mie orecchie l’affermazione  che «la Via di Massimo Scaligero è incompleta  e superata», e leggere coi miei occhi che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», quando invece tutta l’opera di Rudolf Steiner e quella di Massimo Scaligero – ma anche la loro vita, la loro ascesi, la loro realizzazione iniziatica – dimostrano ad abundantiam la falsità di tali menzognere affermazioni. Da qui la volontà di alcuni amici di Eco di sottolineare instancabilmente l’esperienza del pensiero puro, e la centralità della Concentrazione, della Meditazione, secondo il canone della Via del Pensiero, indicatoci da Massimo Scaligero.

Ci è stato fatto osservare che in qualche modo, su Eco, abbiamo forse un po’ trascurato il tema della “percezione pura”. Devo dire che una tale osservazione, in effetti, coglie nel segno. Ora, il tema della “percezione pura”, in realtà, è per noi strettissimamente legato a quello del “pensiero puro” e ci è sommamente caro. Tanto più che Massimo Scaligero disse più volte che missione precipua di Rudolf Steiner fu quella di portare in Occidente, e nel Mondo, una Via magica della percezione.  E, nelle sue “filosofali” opere filosofiche, Rudolf Steiner descrive come, nell’atto conoscitivo umano, la realtà del mondo si scinda – per noi – in percezione e concetto, e come ciò che nell’esperienza conoscitiva è inizialmente dato come effettivamente separato venga poi dall’attività pensante del soggetto conoscente altrettanto  effettivamente ricongiunto. A sua volta, Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, nella Seconda Parte, intitolata La Via del Pensiero, nel II capitolo, Lineamenti di una nuova scienza della percezione, pp. 162-199, dà un adamantino e meditativo percorso di pensiero nel quale illustra la natura spirituale della percezione: pagine da meditare e rimeditare a lungo.

Il problema, anzi il còmpito, è quello di avere il pensiero e il percepire allo stato puro. Ossia avere la percezione non decaduta a mera sensazione e non mescolata alla serie dei moti emotivi, istintivi e ad ogni sorta di involontari pensieri, che come un caotico ribollire riempiono la consueta, ma non normale, vita dell’anima. Lo stesso problema, o còmpito, si pone nei riguardi del pensare: avere l’attività del pensare allo stato puro, ossia detersa dal continuo interferire dell’involontaria memoria rappresentativa, di stati d’animo, moti istintivi e passionali. Si può dire che gran parte dell’Ascesi solare, che il discepolo dell’Iniziazione deve diligentemente praticare, sia vòlta ad educarlo alla oggettività del percepire e del pensare, a far tacere radicalmente quel ribollire lunare dell’anima, che generalmente riduce l’uomo ad un essere sognante e dormiente, mancipio e schiavo delle Potenze Avverse che lo dominano e lo muovono come un inerte burattino.

Senza una rigorosa disciplina de-soggettivante del pensare e del percepire, l’essere umano non si svincola dal lunare ribollire astrale dell’anima. Facilmente, percorrendo il sentiero occulto, può cadere nei mille e poi mille inganni che la sfera immaginativa, il mondo astrale tessono come un’avvincente trama d’illusioni di fronte al cercatore spirituale. Potrei riempire interi treni con tutti i visionari, gl’illusi e sinceri “chiaroveggenti”, da me incontrati, che prendono per realtà oggettive le torbide esperienze “astrali”. E potrei riempire navi da crociera con i  mistici, e le mistiche, che, datisi alle “morbide” vie dell’anima, a quel “sentire il sentire”, che Massimo Scaligero sconsiglia energicamente, sono finiti nell’immensa cloaca delle più diverse, e talvolta ridicole, infatuazioni visionarie, con l’inavvertito bramoso condimento di “erotismo astrale”, come lo definisce spietatamente Rudolf Steiner nel Corso di medicina pastorale e in moltissime altre sue conferenze.

Per cui, è veramente necessario avere le idee chiarissime sull’essere autentico della percezione, rendersi conto del “mistero” della percezione pura, dal punto di vista di quanto indica Rudolf Steiner in opere – che sono un vero e proprio “rituale” di magia solare – come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e Filosofia della libertà. Non entrerò in merito, in questo articolo, nella descrizione della tecnica operativa della “percezione pura”, che troviamo esposta in maniera illuminante da Massimo Scaligero in molte delle sue opere. Riporterò, invece, uno scritto di Hendrik Knobel, discepolo di Rudolf Steiner, amico di Marie Steiner, e valente collaboratore di Hella Wiesberger all’interno del Lascito del Dottore. Nel tradurre questo scritto, ho posto ogni diligenza a riprodurre con la massima esattezza, a costo anche di sacrificare la “venustà del periodare” – come la chiamava Arturo Reghini – la trama di pensieri dell’autore. Se letto e meditato con attenzione, questo scritto potrà fornire al ricercatore spirituale, che voglia essere uno sperimentatore, spunti preziosi per cogliere il “mistero” della “percezione pura” dal punto di vista della Filosofia della libertà.

Lo scritto che segue rappresenta il primo capitolo dell’opera di Hendrik Knobel, Die sieben Lebensstufen. Form und Gestalt, Zbinden Verlag, Basel, 1984, pp. 9-13.

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LA PERCEZIONE PURA

di Hendrik Knobel

Conosciamo dall’Antroposofia, in quanto essa è data filosoficamente, il concetto del pensiero “puro” – che dapprima non dovrà essere qui trattato – e quello della percezione pura. Percezione pura viene qui chiamata la percezione nella misura in cui essa è “pura” di componenti concettuali.

Ora, però viene detto ripetutamente che non esisterebbe affatto percezione pura. Essa non potrebbe esistere già per il fatto che, appunto, si può percepire soltanto là dove si abbia il concetto. Io vedo “blu”, vedo “rotondo”, unicamente per il fatto che posso formare il concetto di “blu”, il concetto di “rotondo” . Se non posso formarli, allora passo oltre, senza accorgermi, al cerchio blu e non ho della impressione blu e rotondo, alcuna conoscenza. Tutte le percezioni sono perciò date in forma di concetto; nella percezione afferrata coscientemente, percezione e concetto non si lasciano separare. Se contemplo un quadro, vedo per esempio raffigurati una donna, un fanciullo (Madonna). Mi distolgo dal quadro e un amico che mi accompagnava, e che è botanico, mi dice: Hai visto le piante nel quadro?. No, non le ho viste. L’amico mi riporta davanti al quadro e mi indica il punto dove, nel quadro, sono raffigurate effettivamente delle piante. Vedo unicamente quel che concepisco, in questo caso le piante attraverso l’indicazione concettuale del mio amico. Io vedo soltanto quello che concepisco. Ciò che non concepisco, non lo vedo, non lo percepisco. Tuttavia, quel che concepisco, lo percepisco, poi, dopo, ne ho una rappresentazione.

Ora, prima che possa essere afferrato il problema vero e proprio, occorre chiarire i concetti. Che io “veda” qualcosa appena ne ricevo, comunicatomi, il concetto, è una designazione inesatta. – Perlopiù si mette il “vedo” pure tra virgolette – dovrebbe essere detto: io vengo reso consapevole di qualcosa, oppure divengo consapevole di qualcosa, e sperimento un’impressione. Si può dire: io non ho ricevuta nessuna impressione, perché soltanto dopoché io ho, oppure ho ricevuto, comunicatomi, il concetto relativo, sono divenuto cosciente della cosa e la posso ricordare? Posso, tuttavia, anche aver ricevuto un’impressione di una cosa, ma trascurare di applicare su di essa il concetto, per es., per mancanza d’interesse, e non averne quindi nessuna coscienza mnemonica (per es., una pietra incontrata sulla mia strada). Ma con ciò, sia pure, non ho ricevuto nessuna impressione? Certo, questo forse lo si ammetterà, ma di ciò io non so nulla, poiché non avendolo nella memoria, non ha per me nessun valore.

Ma d’altra parte deve esser pure detto: senza che io volga realmente alla cosa un senso (per es., l’occhio), il concetto non mi giova a niente. Quindi la percezione, in quanto impressione, è una parte essenziale del mio ricordare. Da percezione e concetto risulta il contenuto della mia coscienza mnemonica, cioè la mia conoscenza, così come Rudolf Steiner l’ha raffigurata nei suoi scritti filosofici. Bene, si dice, ma la parte essenziale della percezione non si lascia portare a coscienza nella separazione dal concetto, al massimo altro che – nella misura in cui qualcuno vi riesce – come stato eccezionale. Perciò, per il conoscere, per il conoscere generale, esso non è accessibile. È come se uno dicesse: l’acqua non può essere H2O, poiché la separazione dell’acqua in H e O è un processo puramente artificiale. In natura esiste soltanto acqua. Il fatto che Rudolf Steiner abbia potuto separare la rappresentazione, in quanto coscienza mnemonica, in percezione e concetto, è l’interessante della sua teoria della conoscenza e giustifica, appunto, il motto della sua Filosofia della libertà, “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Egli si comportò in tutto e per tutto come uno scienziato della natura.

Ora, però, vogliamo accostare più da vicino la domanda: la percezione pura può essere effettivamente prodotta? Per accostare un po’ questa domanda, dobbiamo stabilire che esiste percezione pura assoluta (quindi percezione senza alcuna componente concettuale) e relativa. Io posso, in natura o su un quadro che “vedo” in quanto applico su di esso i concetti di paesaggio, sole e così va, riuscire  a scoprire anche delle macchie marroni, che per me sono soltanto macchie marroni. Quindi, ricevo improvvisamente un nuovo concetto e “vedo” che esse raffigurano alcuni animali. In rapporto a questo stato di cose, degli animali allora io ho dapprima una percezione pura, perché constato delle macchie marroni e nient’altro. In questo caso, la percezione pura è relativa, proprio per il fatto che ho il concetto di “macchie marroni” e designo la cosa come tale, ma non la “vedo” come animali. Ho anche l’impressione (percezione pura senza concetto) in rapporto agli animali, in rapporto alle “macchie marroni” ho una conoscenza come rappresentazione. La stessa cosa si presenta, allorché il bambino cerca di afferrare la Luna. Egli non ha nessun concetto in rapporto alla distanza, in rapporto alla cosa, invece, ha il concetto di “falce aurea”, che cerca di afferrare come fosse un pezzo di pane. Ora, se si riesce a risalire nel lattante sino alle origini, si vedrà che nel primissimo periodo egli ha addirittura percezione pura assoluta. Egli osserva la luce, che si dirige verso di lui, perché egli la “scorge”, ma non ha ancora alcun concetto della luce. Se si riesce, da adulti, a giungere ai confini della coscienza abituale, come il lattante che è appena nato, ad eliminare tutto l’elemento concettuale, che si è accolto nella vita, allora si può giungere a ciò che chiamiamo percezione pura, a ciò che chiamiamo un aggregato sconnesso di impressioni sensoriali.

Come mai ciò è di così grande importanza? In generale, si cerca di eludere il tentativo di giungere alla percezione pura. Si rifugge dall’esperienza della medesima – come, per es., nel caso dell’affermazione, che si “vede” unicamente ciò che si concepisce, nel qual caso il vedere viene scambiato col conoscere – perché si avverte che si entra in un campo nel quale tutto diventa insicuro. La sicurezza nella vita risulta dai concetti conquistati. Potersi mantenere saldi nel campo della percezione pura presuppone interiore forza animica e saldezza nella interiorità, che possono essere conquistate mediante una intensa vita del pensiero – la quale rafforza in sé la forza dell’Io, ma che deve di nuovo venir abbandonata.

A qual fine questo rafforzamento? Su questo punto può portare chiarezza l’essenza della conoscenza. È perciò estremamente importante che, secondo Rudolf Steiner, lo scopo di tutta la conoscenza non sia la “idea”, bensì la percezione. Egli lo afferma nel capitolo Le ultime questioni, nella sua Filosofia della libertà (ed. 1929, p. 315) con la frase: «Soltanto… la percezione (sottolineatura dell’autore) inserentesi nell’universo secondo leggi è la piena realtà». – Quindi, l’Antroposofia non è una scienza dell’idea, bensì una scienza della realtà, cioè scienza dello “spirito”. Lo spirito è più che idea, è esperienza del mondo – pietra, pianta, animale, uomo, cosmo – nella percezione che in se stessa contiene l’essenza che deve essere scoperta. La tesi del “noi vediamo soltanto ciò che concepiamo”, presentata all’inizio, è una svalutazione della percezione. Essa dice: soltanto il concetto ha realtà, la percezione ha valore unicamente nella misura in cui essa si eleva al concetto – e termina in una scienza dell’idea, cioè alla fin fine in un cumulo di astrazioni.

Le impressioni sensorie sono, invece, azioni cosmiche, verde, blu, rotondo, duro e così via. Esse sono le vesti della Divinità, nella misura in cui possano essere afferrate pure, senza la zavorra mentale. Prodotta dall’uomo. In questo senso, quindi, l’Antroposofia non è filosofia, ma scienza della natura (conforme allo spirito). Chiarendo in sé questo fatto, è possibile gettare una luce su un problema storico e scientifico spirituale, che attende ancora soluzione. Pensiamo soprattutto alla questione dell’entità di Kaspar Hauser e del suo significato per la vita spirituale [Vedi a questo proposito: Heyer, Kaspar Hauser, Tradowsky, Kaspar Hauser]. Fino ad oggi non è stato possibile descrivere come fosse Kaspar Hauser nel suo mondo mentale, così come egli viveva in esso all’inizio della sua apparizione a Norimberga. La carcerazione, durata molti anni, non è in alcun modo sufficiente a spiegare il fatto ch’egli possedesse la percezione “pura”, ch’egli mostrasse una inspiegabile acutezza a questo riguardo, che potesse vedere nell’oscurità altrettanto come di giorno, che gli animali avessero un rapporto immediato con lui. In una parola è apparso: è apparso un essere umano ed ha posseduto, come disposizione, ciò che abbiamo chiamato percezione pura. Ora, Rudolf Steiner dice sull’essere di Kaspar Hauser, ch’egli era un atlantideo disperso. Astraiamo dal fatto se ciò possa essere inteso storicamente – il cui caso non sembra si tratti – ma, se prendiamo questa espressione in senso qualitativo, possiamo ricordarci riguardo all’essenza dell’atlantideo: privo di ogni intellettualità, vivente in modo puro nella percezione, chiaroveggente, tutte proprietà che si mostravano in Kaspar Hauser e che solo lentamente si ritrassero nel corso dell’unilaterale educazione intellettuale odierna. Un’altra osservazione di Rudolf Steiner è l’indicazione straordinariamente significativa, che senza Kaspar Hauser, così come ha vissuto, non potrebbe essere trovato un accesso al mondo spirituale per l’epoca attuale. Vi è tra queste due indicazioni una connessione?

Possiamo presumerla, se pensiamo, secondo Rudolf Steiner, che se una individualità ha sperimentato sulla Terra una qualità, da quel momento in poi ognuno può possedere questa qualità. Avendo Kaspar Hauser sperimentata la percezione pura, da allora, è possibile che chiunque possa causare questo stato, cioè possa percepire in maniera pura, sia riguardo alle percezioni del mondo esterno, sia riguardo a quelle dell’interiore esperienza del pensiero (vedi la conclusione del sunnominato capitolo della Filosofia della libertà), sarebbe, cioè, conquistato in modo immediato un accesso al mondo spirituale, mediante il quale sarebbe stato possibile che, pochi decenni più tardi, venisse fondata da Rudolf Steiner un’Antroposofia, una scienza, che fosse basata su una visione del mondo spirituale.

Ora, come mai dall’essenza della percezione risulta un’immediata esperienza del mondo spirituale? Il mondo spirituale è sempre attorno a noi nella percezione sensoria. Che noi non lo si sperimenti come tale è da ascrivere, come è stato già osservato, al fatto che continuamente noi lo ricopriamo di pensieri, di sostanze di pensieri, in una misura tale che noi sperimentiamo il mondo unicamente secondo i pensieri, e perciò minimamente scorgiamo l’essenza del nostro mondo, ovvero questi pensieri (rappresentazioni) sono l’unica cosa che ci fa sperimentare il mondo (Schopenhauer, «Il mondo è la mia rappresentazione»). Se questo pensiero viene eliminato e si riesce a sperimentare il mondo dei sensi, senza concetti aggiunti, allora si disvela il suo carattere sovrasensibile, cui Goethe accennò per primo nella sua dottrina della natura sensibile-morale dei colori. Allora la natura non è più soltanto “sensibile”, bensì anche essenzialmente “morale”, epperò sovrasensibile. L’aver applicato ampiamente questo principio goethiano in tutti i campi della vita, della scienza, dell’arte, della vita sociale, è l’azione di Rudolf Steiner.

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L’enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle) -1974- di Werner Herzog

8 pensieri su “IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

  1. Sinceri complimenti!
    Se dire qualcosa circa la Via della forza-pensiero non è quel che si dice, una passeggiata, parlare correttamente della percezione pura è assai più difficile.

    Nella stessa misura in cui concentrare l’attenzione su di una immagine di pensiero può essere (molto) relativamente più “avvicinabile” che tentare l’impresa di operazioni sulla percezione: esse, il più delle volte, e quando non si estinguano in rimbambimenti para-ipnotici, franano per la carenza di silenzio di pensiero e di immobilità dell’Io, che a loro volta sono il non ovvio risultato di quanto si può produrre con la lunga ed energica disciplina del pensiero.

    Il Testo che hai trascritto è una limpida introduzione a questo più che importante aspetto della via della conoscenza indicata dal Dottore.

  2. Incredibile e inimitabile Hugo. Grazie! Invito i cortesi lettori che lo volessero a gustarsi il film su Kaspar Hauser da me linkato sotto l’articolo di Hugo, magari non l’hanno visto o potrebbero avere piacere a rivederlo. Complimenti anche da parte mia. Ricordo che su questo tema gia’ desideravamo delucidazioni nel nostro ex forum.

    • Appena sarà pronto, Eco pubblicherà uno scritto sul “mistero” del pensiero puro, che dovrebbe gettare luce sul rapporto tra percezione e pensiero. Ma ogni risposta è già nella “Filosofia della Libertà”.

      Hugo de’ Paganis

      • Hugo, giustissimo quel che dici ma a volte uno vorrebbe, prima di cimentarsi, sostare nella comprensione dialettica di cio’ che si vuol fare, per meglio esser sicuri quando si decide di iniziare le pratiche. Pensa tu quanta incomprensione c’e’ a tutt’oggi tra i praticanti, ad esempio, sull’esercizio della “Concentrazione”, ancora lo si crede un mero esercizio di controllo del pensiero.

  3. “Percepire puro” libero sopratutto e prima di tutto dalla cosidetta “materia”, perché lo spirito umano può percepire solo e unicamente spirito!
    La percezione è un grande mistero. L’uomo pensa di risolverlo nel credere di percepire solo il mondo materiale……ma così non è, perché la materia in nessun modo può penetrare dentro l’uomo.
    Molto interessante lo scritto di Knobel. Ho trovato pochissimi pensatori, dopo Steiner e Scaligero, che si siano dedicati a questo tema con pensieri così chiari e veri.
    Grazie Hugo per i tuoi pensieri e per l’impegno nell’ottima traduzione!

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