PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

alpinista-

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta granché poiché risolve la questione con questa breve definizione:”Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto:”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite o è sbagliato o rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto: “Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al geniale filisteo di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua esatta proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, è già rinverdito e spruzzato di fiori colorati.

Con questa immagine intendo dire che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi che fanno e disfano pensieri, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Persino la “quercia austriaca”, tal Schwarzenegger, lo seppe: cito con incerta memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Nelle pesantissime accosciate, giunto volitivamente all’estremo, aveva superato il limite della fatica fisica e nervosa.

Ho citato un personaggio noto nelle palestre e nei media, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, atleti di triathlon, alpinisti che si fanno otto/dieci ore di alte vie con zaini strapieni, i quali dopo aver sputato l’anima, vanno oltre il bosco di cui ho parlato sopra.

E che dire di quelli come il compianto Valerj Brumel che superò, per sette volte il limite mondiale di salto in alto: questione di pochi centimetri ma oltre la capacità del mondo intero!

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto con altri sacchi. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante e vi sentirete sfiatati come balene dopo una lunga apnea. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: improvvisamente subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero (lo sentite come fosse trasparente da levarsi nell’aria), il cuore è in pace e non schizza nel petto.

Avvertite con chiarezza che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi aveva potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno – non è vero, qualcuno sì – nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo (e allo schianto) di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze naturali: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamata “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto possibile, realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre funzionali e organizzate bistecchine di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per abituale estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo. Inutile (?) ricordare che si sta parlando dell’ignoto pensare antecedente al suo rifrangersi sminuzzato nelle infinite immagini delle cose del mondo, e che, nella testa, rimbalzano dappertutto: schegge che feriscono.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, possiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela, né tanto meno gli allegri compagni della minestra dell’amore incondizionato: puro e insensato slogan data l’ordinaria struttura dell’uomo che, per avere uno straccio di autocoscienza deve, in primis, respingere ogni altra cosa, in una occulta tessitura d’odio o se questo termine non piace, chiamatela antipatia strutturale. Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative come i suddetti compagni, vi sta ingannando. Se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto oggi se ne abbia sentore.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso, senza timore ma con rispetto, e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. La morte può diventare un’amica fedele. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza di sé con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Bon alorsrevenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo (affinché la scomodità sia perfetta) tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante! Il limite di che cosa? Il limite del dannato senso corporeo di voi stessi: l’unica cosa che l’uomo ama con tutta la sua forza.

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, disciplinato, (magari con diversi tentativi di scatto in avanti: le eccezionalità piacciono agli Dei) persino sistematico, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota. Siano accosciate o scarpinate reclamano pazienza.

Ma poiché un giorno si potrà essere capaci di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “Va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare e se mi fai questa domanda mi sembra che tu sia ancora lontano dall’attenzione di cui stiamo parlando”. Totale immobilità del tutto dinamica.

Ad un certo momento che non può essere predeterminato ma di certo suscitato dall’intensità prolungata, sacrificale, si può sperimentare la concretezza della frase, ripetuta da Scaligero, a non pochi praticanti: “La concentrazione è autocorrettiva”. Frase che poté sembrare vuota o beffarda nel lungo rosario dei tempi della disciplina, quando niente ci aiutava nei nostri ingessati sforzi. Esiste nell’esercizio una potenza di saggezza e siamo noi, soltanto noi che possiamo non percepirla o persino rifiutarla. Fenomenologicamente essa ascende dal cuore ma perché essa ascenda è l’essenza del pensare nostro che deve liberarsi dalla testa e scendere verso il cuore: ciò che pigri e testoni non vogliono capire. A ciò si riferisce il dott. Colazza quando scrive del cervello che lascia libero il concetto (Pag. 50 della ristampa di Ur, 1980). In pratica, questo è ciò che manca a chi non supera il mistico nominalismo. Mi sembra evidente, persino esibito, come ho mostrato nel precedente articolo circa l’uso ossessivo di termini o nomi “alti” ma che vivono come primitivi sentimenti religiosi nell’anima. 

Vi pare difficile? Allora mettiamo in chiaro una cosa: esiste uno spiritualismo (teosofico, antroposofico, pseudomistico, magistico, new age, ecc.) che usa paroloni, immagini sacre ma è sterile, vuoto come un guscio di lumaca: lì non v’è nulla da “superare”, basta fingere valori e gonfiare se stessi come mongolfiere.

Comprendo il bisogno di fingere valori e virtù: l’anima priva di disciplina scivola verso il suo elemento animale. Osservate ciò che domina gli animali, siano predatori o prede: nel linguaggio nostro viene chiamata paura. Anche l’animalità umana vive nella paura, solo che nell’uomo essa è come attutita dalle giustificazioni. La dialettica, contro cui Scaligero spese molti capitoli dei suoi libri, è l’intellettuale manifestazione della paura. E dialettici lo siamo tutti.

L’alternativa sapete qual’è: non fingere e darci dentro, nonostante la nostra miserabilità – una tra le poche cose vere che ci appartengono – con rassegnata determinazione, diventando decisamente indifferenti ad aspettative e speranzuccole. La chiave è sempre quella: ferrea determinazione volitiva – arto dell’Io – che non si occupi né si preoccupi, fosse anche l’anima visitata da beata visione o da oscuri pericoli.

18 pensieri su “PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

  1. Ho riletto questo scritto di isidoro. Alla lettura piu’ attenta, prima da me evitata giocoforza per curare qualche sbaffo di digitazione, per trovare una immagine adatta a coreografia, vien fuori tutto il mirabile di questi esempi e similitudini che il Nostro sa sempre ben fare.

    A proposito dell’immagine da me scelta lui ha precisato che e’ un po’ forte ma appunto rileggendo direi che certi esempi, come i sacchi di cemento per le scale, i sassolini sulla panca di legno sotto le posterga etc…..gli squat col bilanciere… direi che proprio forte non e’ anzi, al minimo collima perfettamente.

    Tra le altre cose Isidoro scrive:
    “Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

    Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. ”

    Attento isidoro, che le mongolfiere, nel leggere quel:”Da chi? Da noi.” accecate dal nostro terribile ego vorranno intendere e additare proprio questo, che beninteso non non neghiamo di avere, siamo uguali a tutti gli altri; percio’ meglio sarebbe che tu avessi scritto, come appunto volevi significare, “Da noi stessi”.

    Per le rivendicazioni sull’amore incondizionato, carini proprio certi esempi che, i rivendicatori stessi fanno seguire alle loro indicazioni ( ma forse loro credono nel proverbio cattolico: “Fa quel che prete dice e non quel che prete fa”, attenzione, proverbio che a Eco pero’ non s’ha da applicare).
    Ma noi almeno diciamo e sosteniamo di essere cattivi e una certa coerenza e’ evidente.

    Pero’ alla fine, a parte le battute, si vede bene che fine fanno gli impulsi d’amore incondizionato, come hai detto: “amori perduti”, si guastano o fuggono via.

    Che male c’e’ a descrivere il processo istintivo delle emozioni e del pensiero del cuore tanto nominato e poco compreso. Liberato il pensiero esso scende al cuore, che inizia il suo vero pensare, un cuore finalmente libero dall’animalita’ o istintivita’ meramente emozionale che tanto gratificano quando ti portano alle stelle ma che tanto anche distruggono quando ti sfragellano a terra.
    E guai a chi ti ricorda Steiner e Massimo Scaligero in merito, Questi Maestri da alcuni son citati per la maggiore a condannare la crudelta’ della verita’ e mancanza di compassione per gli animisti, mentre sono scusabili i detti di questi stessi alcuni, tipo che “il pensare e’ pericoloso” e rende egoisti. Chissa’ di che pensare parlano, del loro, di quello degli altri? Del Pensare? o del pensare? Che qualcuno poi passando nei paraggi resti confuso e interdetto leggendo prima un “concetto” di Scaligero e poi certe raccomandazioni e putualizzazioni…… ebbene, sara’ poca cosa?

    Tutto scritto e detto da me, si intende, con spassionato amore e comprensione.

  2. Alla fine, cara Savitri, pare che anche una goccia di comprensione (non mi riferisco a minime adesioni) sia impossibile. Se guardi l’insieme vedi tutti i lineamenti (le rughe) dell’ignoranza, dell’ipocrisia del moralismo cattolico.

    Col moralismo cattolico, aprioristicamente vero e superiore, dovresti chinare il capo e pentirti…di cosa? Mah! Forse di non essere pecorella da gregge. 🙁

  3. Isidoro, tra le conferenze registrate di Massimo Scaligero in mio possesso ve n’è una, un passo della quale parvemi illuminare quanto tu metti in evidenza nel tuo articolo. Da anni ci sgoliamo contro il morbido adagiarsi dell’anima “naturale” sulla routine quotidiana, contro quella ricerca di una indisturbata trantranquillità di una spenta vita piccolissimo-borghese, che dal punto di vista spirituale è una contraddizione in termini.

    Come in passato scrissi, alla domanda di noi giovani a Massimo Scaligero, su come dovevamo essere per realizzare l’esperienza spirituale, per giungere a realizzare l’Iniziazione, egli rispose: «Voi dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!». E circa due mesi prima che ci lasciasse, nel novembre del 1979, così mi disse: «io ho fiducia in voi giovani [alludeva, come nel caso riportato sopra, alla banda di esagitati della mia città] perché fate veramente la Via del Pensiero. Nella Via del Pensiero, voi potete essere fervidi alacri, dediti, potete esagerare, potete essere “settari”, perché la forza-pensiero è l’unica capace di autocorrezione, è l’unica che nel suo moto dinamico travolge gli ostacoli e corregge la rotta».

    L’intensità richiesta è quella di cercare di giungere ogni volta all’estremo limite delle forze, di fare l’esercizio ogni volta come se fosse l’unico e fosse questione di vita o di morte. Massimo Scaligero sottolineava che l’esercizio di Concentrazione comincia veramente, quando la natura caduta in noi ci suggerisce di terminarlo; che la Concentrazione è verace quando l’infida natura caduta comincia a gemere sotto la pressione imperiosa dello Spirito.

    Certo non è facile né semplice giungere a tale estremo limite, dove la natura comincia a dissolversi. Ma una via facile e semplice sicuramente non è la verace Via dello Spirito, che esige l’assolutezza di una consacrazione totale e irreversibile. Ciò che è ripetitivo, meccanico, facile, “naturale”, non è autentico. E come ammonisca Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente”: «A viva forza il discepolo espugna l’esperienza del pensiero puro”.

    Per questo, la Via del Pensiero è la Via completa e insuperata. Per questo la Via del Pensiero è una insuperabile Via eroica d’Amore.

    Ecco il brano della Conferenza che Massimo tenne a Roma mercoledì 17 settembre 1975, che per una felice combinazione era pure il suo genetliaco.

    «Gli esercizi non sono facili, se lo fossero saremmo tutti iniziati. Gli esercizi sono difficili, perché devono essere ogni volta creativi, come nei momenti in cui hanno avuto spontaneità ed immediatezza, per cui si è reso possibile realizzarne la vivezza interiore. La volta seguente, quando si cerca di ripercorrere lo stesso percorso, accade che tutto è sordo, arido, meccanizzato. Questa è la nostra vera difficoltà, e non è la difficoltà di alcuni, ma proprio di tutti, perché non appena abbiamo vittoriosamente aperto un percorso all’attività interiore, non appena abbiamo avuto quel contenuto che dà forza, sicurezza, fiducia, immediatamente, lì, a quel punto subentrano le forze della natura, che possiamo chiamare luciferico-arimaniche. Sapete quando questo cessa e non è più possibile? Quando l’esperienza si svolge assolutamente fuori del corpo, extracorporeamente. […]

    Quindi per ora svolgiamo la nostra attività ascetica o proprio nella sfera mentale, quando facciamo l’esercizio della concentrazione, o siamo indipendenti dal cervello fisico pur essendo nel cervello fisico, oppure un po’ oltre, quando comincia il pensiero libero dai sensi, ma pur sempre nel fisico. A questo punto avviene che ogni percorso dello spirito viene immediatamente occupato dalle forze della natura. Le chiamiamo forze della natura, forze del fisico, dell’eterico-fisico, dell’astrale-eterico-fisico animale, contro la cui inerzia combattiamo di continuo, combattimento ben noto, per esempio al poeta, all’artista che, avendo avuto un’ispirazione, quando cercano di rinnovarla, non la trovano più, perché essa è balenata in quel momento, e ora per riprodursi deve trovare un’altra via, lo stesso avviene a noi. Ma non giova cambiare continuamente gli esercizi per riconquistare il livello perduto: si può fare lo stesso esercizio ed esigere la vita da questo processo di pensiero. Come la si esige? Con l’intensità, con l’attività interiore con la volontà».

  4. “L’esercizio di Concentrazione comincia veramente quando la natura caduta in noi ci suggerisce di terminarlo”.

    Hugo, questa sì che è una sintesi efficace del primo grande scoglio! Però credo che già pochi – che pur ci sono e non c’entrano affatto con Eco – comprendano tali oscure parole. Sei certo che Scaligero turbasse gli animi con frasi simili?

    Mai udite nelle omelie del parroco e dei parrocchetti (pappagalli ripetenti), né tra i curiali sussurri! Dunque assai dubbie, forse eretiche, certamente pericolose. Come, del resto le altre frasi riportate nella intemerata tua.

    Le quali, di sicuro, se pensate e sentite, sarebbero di nocumento alla ghirlanda delle nostre virtù… 🙂

    • Isidoro, trucidissimo lupaccio tergestino, Massimo Scaligero di frasi perturbatrici della beata, immota e stupefatta serenità delle “anime belle” ne disse e ne scrisse molte altre, e di ben più “dure”.

      Infatti, coloro che oggi si preoccupano di custodire in “sicuro ovile” tali “anime belle” in cerca di pastore, molto si preoccupano di levare alla parole di Massimo Scaligero quella dirompenza spirituale, che potrebbe turbare la serenità delle tremule pecorelle, per salvarle dai lupi, che in lupacci cattivissimi vorrebbero trasformarle. Si sa che i lupacci, che peraltro hanno pure un pessimo carattere, sono difficili da mungere, tosare e arrostire al barbecue. Ciò ha spinto cotali “curatori d’anime” ad alterare l’opera del Maestro in vari modi, e a porla da canto il più possibile.

      Ma io sono testimone di quel che i miei occhi hanno ben visto e le mie orecchie chiaramente udito. E posso assicurati della veridicità di quanto riportato delle parole di Massimo Scaligero, che voleva essere un risvegliatore di coscienze, e certamente non un narcotizzante addormentatore. Il far sognare le anime con consolanti illusioni è, a mio orsolupesco parere, uno spacciare una esiziale droga, e ben sa chi diffonde quelle illusioni quel che fa, e gli inconfessabili effetti ch’ei se ne propone.

      Da parte mia preferisco la mia solitaria tana di lupo nella foresta montana all’infido “sicuro ovile”, e nella vita libera misurami col mio limite interiore, affrontato ogni volta con assalti ripetuti sino a che – dis bene juvantibus – non sia possibile un giorno frangere il bronzeo limite che si oppone alla umana labilità, ch’è pur mia. E’ la Via che ho scelto, e da questa non sono certo le discorse dialettiche e diolciatre, provenienti da bucolici pastori e belanti ovili, che me ne possono distogliere.

      Quindi ben vengano gli aspri incitamenti al lottare interiore, che tu instancabilmente rivolgi ai cercatori spirituali, onde si scuotano dal sonno leteo e tentino l’impresa eroica di VOLER realizzare la Concentrazione assoluta, il Pensiero Vivente.

      Hugo, lupaccio ognor impenitente
      che confessa in maniera indecente,
      d’aver sempre solo l’anima fetente,
      l’anima irrazionale e quella incosciente.

  5. Può aiutare anche una giusta pietà per se stessi. Osservarsi nel proprio limite senza giustificarsi ma neanche deprimersi; prendersi per mano da solo, dolcemente ma senza flessioni sul programma di lavoro. Dipende dai caratteri, d’altronde è di limiti che stiamo trattando.

    • Gentilissimo Francesco Visciotti, non è dei limiti che stiamo trattando, bensì del superamento dei limiti. E non dipende dai caratteri, ma dalla trasformazione dei caratteri. Rimanendo al di qua del limite, si rimane prigionieri di una decandente e paralizzante natura inferiore.

      Certo, si può rendere “confortevole” la cella che imprigiona. Si può fornirla di morbido letto, aria condizionata, televisione, computer con wi-fi, buoni pasti, caffè, sigari e frigo bar. Ma in tal modo, di sgretola “pietosamente” ogni volontà di liberazione: si vive confortevolmente nell’attesa immemore del giorno dell’esecuzione, che certissimamente arriverà.

      Còmpito UNICO del prigioniero è la liberazione, è il sottrarsi all’abietto servaggio che la prigionia comporta. Il servaggio alla natura non dà scampo ai suoi prigionieri: nel tempo erode inesorabilmente forza interiore, volontà di liberazione, memoria della Patria Celeste, di quello stato primordiale dal quale l’essere umano era decaduto precipitando nella voragine di uno stato umano-animale, che oggi dovremmo definire addirittura semibestiale.

      Questa natura umano-animale deve essere dissolta dallo Spirito, deve essere fatta morire, perché – come ammonisce il detto rosicruciano – “chi non muore prima di morire, andrà in rovina dopo la morte”. E’ savio non farsi alcuna illusione in proposito, se non si vuol poi, quando sarà certamente troppo tardi, pentirsi amaramente della indulgente “pietà”. Massimo Scaligero ammonisce “coloro che hanno una responsabilità spirituale qualsiasi a non perdere più un minuto di tempo per quei superamenti che in cuor suo ognuno sa di quale natura siano”.

      E’ la “pietosa” avversione alla Concentrazione, che non si può non scorgere come uno degli ostacoli maggiori al processo di liberazione. Perché non vi è liberazione dai ceppi della natura se non si passa dalla liberazione del pensiero dai vincoli che lo legano ai sensi e al sistema nervoso. E non vi è liberazione del pensiero che non esiga la pratica intensa, fervida, ripetuta, amata della Concentrazione.

      Ma in un senso Lei ha ragione, Francesco: nel fatto che non bisogna scoraggiarsi per gli insuccessi, che sono previsti e inevitabili per un buon tratto del cammino. Non bisogna deprimersi per le molte battaglie che sembrano non vinte: bisogna – come diceva il conte di Cagliostro – “conquistare la propria anima con la pazienza”, e secondo un verso della Bhagavad-Gita, che Mssimo Scaligero amava moltissimo, “mettere le vittorie sullo stesso piano delle sconfitte e le sconfitte sullo stesso piano delle vittorie”. Pazienza e al contempo risolutezza porteranno alla mèta!

      Il Maestro ci incitava dicendo: “Noi siamo condannati a vincere, perché abbiamo il pensiero!”.

      Hugo de’ Paganis,
      cattivissimo e trucidissimo,
      ma anche un po’ compassionevole.

  6. Gentilissimo Francesco Visciotti,
    vi è un altro punto di vista – polarmente opposto e complementare a quello del mio precedente commento – che Le dà più di una ragione. Ed è quello che considera l’uomo ben diversamente da come una decaduta tradizione religiosa ha imposto per venti secoli al mondo e in particolar modo all’Italia. Secondo tale decaduta tradizione religiosa, l’uomo dovrebbe ricordarsi sempre ch’egli “è cenere e in cenere ritornerà”, e l’essere umano dovrebbe umiliarsi di fronte al Divino e sentirsi indegno di tutto. Solo con una gratuita e immeritata “Grazia” dall’Alto egli avrebbe una qualche speranza di salvezza. Una tale davvero deprimente visione dell’uomo è all’origine di quello che Massimo Scaligero chiamava “peccato d’indegnità”, pel quale l’essere umano è spinto a battersi il petto e a dire, umiliandosi: “Domine, non sum dignus!”.

    Una tale deprimente concezione dell’essere umano può facilmente paralizzare ogni forza interiore, intralciare e inficiare ogni lavoro spirituale. E porta sovente “a disperar dell’altezza”, e a rinunciare all’impresa eroica di relizzare lo Spirito.

    No, l’uomo non è cenere e polvere della terra! Egli non è fango o fragile canna al vento. L’uomo è figlio degli Dèi ed ha alla base del suo essere, come sua inalienabile essenza, l’Assoluto, il Divino stesso. A questo Divino, che sta alla base del suo essere, egli può fare SEMPRE e comunque appello: in ogni momento e in ogni situazione, anche la più degradata. Per cui non vi è sconfitta che sia definitiva, e non vi è impresa, che sembri fallita, che non possa essere ritentata, ed infine vittoriosamente realizzata.

    La natura inferiore, che talvolta ci sopraffà, può essere vinta: il suo potere non è infinito. No si tratta di combattere e fustigare la natura, come per venti secoli ha proposto quella decaduta e deprimente tradizione religiosa, bensì di prescindere da essa nell’atto della conoscenza, di realizzare un pensiero libero dalle catene della corporeità e della natura inferiore. Questo atto di pensiero indipendente è possibile ad OGNI essere umano pensante. Non è privilegio dei Santi, degli Illuminati o degli Iniziati. Questo pensiero indipendente e libero può, mediante ascesi volitiva, essere rafforzato, e allora l’indipendenza dalla natura diviene sempre più vasta e radicale.

    Da questo pensiero sempre più libero nasce poi un calore, che è giusto chiamare “compassione”, che può essere portato incontro alla natura inferiore, propria ad ognuno di noi, e allora un tale calore di compassione – che nulla ha di sentimentale – si rivela terapeutico e trasmutatore della natura stessa, che gradualmente si illimpidisce, si rettifica, si illumina e ritorna ad essere un potere dell’Io, quale era in origine, prima della “caduta”, e che nella sua essenza tuttora è. Rudolf Steiner parla in una conferenza della sua “Fisiologia Occulta” di tale potere di compassione della parte spirituale, dell’Io, nei confronti della natura inferiore, e del suo potere risanatore.

    Perciò non vi è MAI motivo di rinunciare a condurre sino in fondo l’impresa spirituale, ed ogni apparente sconfitta diviene motivo di autoconoscenza e prepara la futura vittoria. Quindi, uniamo volontà e pensiero, coraggio e compassione, e tendiamo con sempre maggiore determinazione a quella realizzazione dello Spirito, che il Buddha Shakyamuni chiamava l'”Eccelsa Mèta”!

    Hugaccio,che ha egli pure un cuore
    come ogni trucidissimo lupaccio

      • Lei si sbaglia in maniera clamorosa circa una mia celata bontà, signor Francesco! Io sono un lupaccio cattivissimo, di quelli che quando morde lascia il segno. Provare per credere!
        E come orso, quando mi arrabbio sono anche peggio!

        Hugo de’ Paganis,
        che non consiglia
        di stuzzicare l’orso
        a chi non vuol mai
        da lui essere morso,
        e di star ben lontano
        dl cattivo lupaccio
        s’uno non vuol davvero
        esser malridotto come
        a un miserabile straccio.

      • Carissima Kiarodiluna, non dire così, ché mi fai diventare tutto rosso! E un lupaccio col pelo rosso dalla vergogna divien oggetto di dileggio di tutti i lupi e le lupacchiotte della steppa sconfinata ed eziandio del boscoso Appennino!
        Comunque, grazie di cuore!

        Hugo de’ Paganis.
        lupaccio spelacchiato
        ed anche un po’
        imbarazzato

  7. Grazie a voi. Grazie Hugo per questa travolgente, walkirica, panoramica vivente intorno alla questione posta, che vivo in me. “Compassione non sentimentale”, propulsiva, non deprimente, è una carezza a se stessi che può ridare ossigeno quando non c’è più. Il nostro tempo è il più difficile in assoluto per l’ascesi del pensiero. Rudolf Steiner avvertì, per la fine del secolo XX°, del risveglio di una potenza avversa devastante. Lo stesso Scaligero ne parla più e più volte.

    In quanto al cuore di Hugo:

    la tua peluria orsolupesca non mi inganna
    io so che li sotto, di amore (siderale) ce n’è una spanna

  8. Ahi,ahi!

    Da fonte certa si racconta che un dì, l’esploratrice, antropologa, scrittrice, orientalista ed asceta Alexandra David Neel confessò alla sua amica Mirra Alfassa, chiamata anche “La Madre” e che fu uno dei grandissimi asceti spirituali del ‘900, d’aver vinto ogni reazione dell’anima a fronte di sgarbi, ingiurie e offese…ma di non avere ancora vinto il piacere di un commento favorevole, di una gentilezza.

    Perciò (anche se tutti sappiamo che l’Hugorso è buono come il pane) non dobbiamo MAI parlare bene di qualcuno e di Hugo in particolare, specie se il tapino lavora indefessamente da molti decenni per indiarsi come Gran Tremendo,Distruttore di Mondi, ecc, ecc.

    Dunque, un appello, una preghiera: PARLATE SOLO MALE DI LUI (che, del resto, è cosa facile facilissima).

    • Per tutti gli Dèi superi ed inferi, in questa esecrabile epoca di buonisti ad ogni costo è diventato difficile, ed eziandio faticosissimo, farsi riconoscere i propri demeriti! Tutti ti vogliono buono, disponibile, mite, stucchevole, pacifista, e via dicendo. Poi, quando dimostri loro coi fatti e non con le parole, che buono non sei neppure un pochino, allora si mettono a frignare e con le loro dolciastre lacrimuzze fanno esondare persino l’in mare oceano!

      Il mio amico Attila, Re degli Unni, detto dai chiericuti “Flagellum Dei” – della cui nefandezza certificata nessuno ha mai dubitato (a parte Steiner, che lo loda assai, e la mia cara Hella che a Hombrechtikon, sul lago di Zurigo, abitava in Etzelstrasse, ossia in Via Attila, in lingua alemannica) – mi avvertiva che basta una interessata lode per vanificare anni e secoli di sforzi per apparire quali noi lupacci veracemente siamo: terribilissimi! Solo Savitri, preoccupata delle mie scabre esternazioni, pare abbia intuito il vero e mi apostrofa, in privato, col gradito titolo di “disgraziato”!

      Ah, Isidoro, l’indiarsi sino all’Identità Suprema in Shiva, chiamato negli Shiva Sutra “Bhairava”, il Tremendo, Il Distruttore dei Mondi, che struggente nostalgia! E la sua Shakti, la sua Paredra e Sposa “Parvati”, l’Impervia, Kali, l’Oscura, quanto è dolce il suo mortifero abbraccio, dissolvitore dell’illudente Maya, e il suo bacio che restituisce l’immortalità dell’Incondizionato!

      Dovrebbero meditar bene i cercatori del vero, e i temerari che vogliono “superare il limite”, quel verso degli Shivasutra che dice:
      “Udhyamo Bhairavah”, ossia “Il Tremendo è sforzo!”.

      Hugo de’ Paganis,
      attentatore terribilissimo
      di tutto ciò ch’apparir vuol
      esser buonissimissimo!

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