IL DITO E LA LUNA

dito luna

La Via, di cui testardamente cerchiamo di indicare i primissimi passi, è davvero una via. Un camminamento di montagna. Esiste forse una strada in cui, con un balzo, ci si possa portare dal suo misterioso punto di partenza all’altrettanto misterioso ed ignoto Tempio dello Spirito?

Certamente grandi maestri del passato caratterizzano la realizzazione spirituale con pochissime, sostanziali parole. Faccio un esempio con il sesto Patriarca cinese Huei-Nêng, detto anche l’illetterato. All’anziano istruttore Shen Hsin che diceva: “Questo corpo è l’albero bodhi, questo cuore è come uno specchio brillante. Senza posa noi lo spolveriamo e lo asciughiamo per non lasciare che vi si arresti la polvere”, Huei-Nêng risponde: “Non vi è albero dell’Illuminazione (bodhi), né cornice brillante. Poiché tutto è vuoto, dove potrebbe posarsi la polvere?”

Ecco un esempio di via diretta di conoscenza della “natura propria”.

Tuttavia occorre forse ricordare che con tali parole il Patriarca si rivolgeva di fatto a pochi, qualificati discepoli che per karma e per una profonda vita meditativa potevano essere in grado di cogliere, nel maturato vivente dell’anima, la travolgente essenza della via e forsanche per uno su mille si compiva, con un balzo, l’istantanea illuminazione.

Quella, si badi bene, liberata da ogni supporto, dai lacci del mondo e dai lacci di se stessi.

Mi si può facilmente obbiettare che ho portato un esempio lontano, esotico…ma credo che una obbiezione di tal fatta regga poco. Questo perché? Perché, in genere, si è lontani dalla spiritualità vera, dalla influenza spirituale di cui le parole sono solo il veicolo (o anche meno) e aggiungo che se l’Occidente è confuso, pure l’Oriente lo segue da vicino dove sono molti coloro che, imbastarditi dalla massa di preconcetti balordi offerti capillarmente dalla cultura occidentale, non riescono più ad avvicinarsi alla Saggezza iniziatica delle proprie tradizioni.

Una approfondita riflessione sul tema del percorso interiore è utile a chiunque, sia per le anime d’Occidente che per quelle d’Oriente.

Così, l’uomo che sente come necessaria una direzione interiore, potrà trovare molte occasioni: ad esempio sarà portato a intuire come una autentica via iniziatica sia qualcosa che non può essere rinchiuso negli schemi di nessuna teorizzazione ma che invece può condurre verso il superamento di ogni preconcetto e di ogni particolare ideologia, fede o sistema dottrinario. Sete di assoluto.

Rimane il fatto per il quale ci dovrebbe essere alla base un intimo quid, un nucleo di memoria, annebbiato ma ferocemente persistente, assai interno alla propria anima: se poi una lama di luce entra dalle imposte spalancate dal vento del destino e tutto si fa chiaro, non va dimenticato che – prima – il fondamento sta negli occhi sani, dotati della potenza del vedere. Occhi accecati non distinguono il buio dal raggio di luce. Per una triste patologia dell’anima, ciò che è ovvio, elementare nell’analogia, può non esserlo nella vita dell’uomo e non lo è affatto nei conati spiritualistici.

Lasciando i salti rarissimi che possono prodursi quando il discepolo è pronto, “il viaggio di mille li principia da sotto il piede”: così si esprime Lao Tzu con il suo Tao che non è suo ma eterno e insondabile e che dunque va oltre la ridotta quantità di secondi contenuta in ogni minuto, il magro numero di ore e la scarsa elemosina dei giorni e dei secoli.

Già! Come fa l’accorto contadino col maiale, lo stesso vale per la Tradizione originaria. Non si butta via niente. Ma il problema che sorge subito è sia quantitativo che qualitativo: i contadini ci sono ancora mentre gli esoteristi sono fauna di scarsa sostanza in estinzione e manco protetta.

Tale è uno stato di fatto e sui fatti – come il coppo che ti cade in testa – c’è poco da discutere. Anzi possiamo discuterne per tutta la vita o in quello che di essa ci resta e non è di scarsa importanza capire come sia potuto succedere quello che è successo o non è successo.

Forse così arriviamo a comprendere come il deflusso di quel poco che ancora c’era ci abbia scalciato fino alla libertà assoluta…ma solo virtuale e ancora per niente virtuosa. Ora possiamo fare marameo a tutto perché abbiamo perso tutto e la Via si è così ristretta che la “cruna dell’ago” pare un traforo a quattro corsie.

Davanti alla Via c’è uno iato, sottile ma profondo, che la separa dalle falsificazioni, dagli apparentamenti deformanti e piuttosto osceni o ridicoli, dai discorsi vuoti e dai sensazionalismi di cartapesta. In pratica da tutto quello che c’è in giro.

C’è molta ironia nel accusare il dito che indica, quando si vuole far credere che la luna sia, per così dire, a portata di mano. Pare a molti che le indicazioni siano tempo perso, dunque che l’osservazione di Lao Tzu, citata prima, sia cosa ovvia, di desolata banalità. Fa parte della straordinaria libertà – che ora l’uomo moderno possiede senza sapere di possedere – la capacità di pensare tutto…ma senza il potere di fare qualcosa di reale, con quel pensiero straripante di sbracata impotenza.

Non è vero che nessuno avverta l’inanità del pensiero ordinario, anzi ci soffre su e per evitare questa sofferenza, svicola. Così scende in ciò che promette sostanza di vita: si immerge nel sentimento, nella volontà istintiva o negli istinti tout court: dove trova il calore che manca nel mondo gelido del pensiero. Così, a parlar chiaro, il 99% dei presunti esoteristi si muove con la pancia e le auliche parole appartengono all’ipocrisia della psiche serva della pancia.

Questo affinché non ci sia una modificazione della coscienza, così il resto (tutto il resto) è solo cenere che si posa o si alza smossa dagli oscuri venti della sotto-natura.

Talvolta, durante le sue conferenze, Scaligero ricordava quanto era facile la lettura di testi esoterici. Credo che l’esplicito ammonimento nelle sue parole fosse persino troppo bonario poiché sono ben pochi gli studiosi tra i pochi lettori e tra i pochi sono tanti che non ce la fanno a capire quello che stanno leggendo. Capire non è cosa da poco. Mi ricordo una storia che molti conosceranno. E’ più o meno questa e scusatemi le inesattezze: Il Dottore indica a una discepola alcune discipline. Questa signora segue per un certo tempo le istruzioni ricevute ma i risultati sperati non arrivano. Succede poi che abbia, dopo mesi o anni, occasione di parlare nuovamente col Maestro e di lamentarsi con lui per la mancanza di esperienze spirituali. Ascoltata, il Dottore le fa una domanda: “Come sta andando lo studio della Scienza Occulta (il Testo)? La signora risponde: “Mi è diventato tutto molto più chiaro, lo comprendo assai meglio”. “Ecco” risponde il Dottore “questo è il risultato degli esercizi”.

Già, gli esercizi. Pure questi possono non venir capiti e allora vengono fatti in modo sbagliato. Ma ciò non è cosa troppo grave. Succede in ogni attività di cui non si sa ancora nulla, capita in qualsiasi noviziato. Invece è molto grave che si continui a sbagliare dopo dieci, venti o più anni di pratica. Perché in questo caso non si sbaglia ma si imbroglia. Perché, arrivati al minimo sforzo, si sceglie di non faticare, di evitare ogni sofferenza. Si sceglie l’anima facile, l’anima comune, persino l’anima colta…purché in essa non cambi una virgola. E vi assicuro che qualcuno lo fa con la consapevolezza di ciò che non fa.

Vi chiedo: non giudichereste impazzito un artigiano che dopo aver accolto un giovane a bottega lo continuasse a tenere presso sé quando risultasse evidente che il giovane in prova non avesse alcuna voglia di imparare, di lavorare o almeno di tentare di fare, maldestramente, qualcosa?

Pari pari succede tra il mondo spirituale e l’anima umana ed i Maestri invisibili non sono matti. Così il discepolo che erra può venir perdonato ma se continua ad errare viene tolto dalla Via. Questa è una realtà di cui non si parla mai e invece spiega come muoiano le comunità spirituali. L’albero, tolta la linfa, si fa legno. Spiega le incredibili regressioni dei gruppi e dei singoli che, in breve tempo, vanno a rimpinguare  le coorti delle tenebre.

In realtà l’uomo possiede una chance che dubito sia tema da blog:

una Potenza universale gli si è affratellata (chiamatela col nome che volete): un atto e un fatto così immenso che – almeno per il mio modo di sentire – pensiero e chiacchiera sono inadeguate e dissacranti. Di ciò l’uomo, nella sua cultura, sa qualcosa e appena subodora, schizza via, cerca in ogni manifesto di periferia Chi lì non c’è: cerca un fantasma.

Naturale! Si bramano maestri e maestrine ma l’Io non lo vuole nessuno. E nessuno – tra i bravi ragazzi – vorrebbe il disprezzatissimo “ego”, così viene a mancare pure quel “da sotto il piede” di Lao Tzu. Scaligero ha indicato lo scandaloso mistero in sette parole: “L’essenza dell’ego è il Logos”(Luce, pag. 119). Mai riflettuto su questo? No? Peccato.

Eppure chi non dorme o sogna 24 su 24, comincia da sé, da quel sé inevitabile e poi scopre faticosamente che dentro quel sé vi sono luoghi e forze che non hanno limite: vastità all’interno del punto più piccolo, l’unico atomo di Democrito che abbia un senso. Potreste farmi notare che il Dottore ha scritto abbastanza e ha raccontato molto. Allora, a mia volta, dovrei farvi notare che ogni suo testo è un percorso che va dalla parola all’esperienza interiore, alla modificazioni della coscienza e, se del percorso vi sono rimaste solo parole, non avete percorso nulla.

La modificazione della coscienza è il primo vero passo compiuto sulla Via ma essa comporta sfittimenti e capovolgimenti che sono frutto di estreme maturazioni. Il Dottore scrive di: “…un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni.” (La mia vita, pag 334).

Pur tuttavia “è un fatto che oggi molti respingono con la massima energia quello di cui hanno più bisogno.” (Teosofia, pag. 14).

Sembra proprio che la luna, indicata con criminale faciloneria da chi vive da orbo, non sia proprio a portata di mano: credere che lo sia dopo i primi tre anni di vita è un errore che, prima o poi, si paga. Le potenze dell’anima sono come un fiume: esso scorre verso la foce dove ristagna o imbastardisce in salsedine. Le discipline sono momenti in cui si fanno risalire a monte le acque vive e forti del fiume. Tutto qua: senza dita che indichino la luna, senza lune a due passi dalle dita: le rappresentazioni personali perdono totalmente ogni importanza e così crolla il mondo, il soggetto che fa parte di esso e pure l’antroposofia che si era scambiata per antropo-sofia. Sofia che non si trova mai quando la si scambi con una immagine da riverire o come oggetto sacro da appendere sopra un altarino: maleducazione non bella e non buona.

5 pensieri su “IL DITO E LA LUNA

  1. Ah, Isidoro, quelle parole tremende, dette da Massimo Scaligero al nostro gruppo di giovani che andavamo a incontrarlo a Roma, non per sapere qualcosa -ché egli tutto aveva già detto nei suoi libri – quanto per incontrare la FORZA attuata, per attuarla e conoscere un livello ogni volta conquistato e perduto, e da taluni di noi ricercato con l’ostinazione di una volontà che si voleva costruire tenace.

    Egli, a noi che gli chiedevamo quale dovesse essere il tenore interiore per percorrere la Via sino alla mèta e non fermarsi a metà, ci disse:

    “VOI DOVETE ESSERE INSTANCABILI E DISPERATI: DOVETE ESSERE GIOVANI ARMATI DI SOLO CORAGGIO!”.

    Molti si sono stancati, ma alcuni, pur ora coi capelli ingrigiti, continuano – ostinatamente disperati – a ritentare sempre di nuovo l’impresa interiore che agli stanchi, alla natura, appare impossibile. Che importa se ogni volta la conquista sembri persa, o sembra che ci venga tolta dall’alto, se ogni volta vi è la volontà di ritentare col lucido impeto della disperazione! Di una calma disperazione, che nello sforzo rinnovato ogni volta disperde la nebbia dell’inerzia della natura, trasmuta l’aridità dell’anima naturale nel fuoco di una volontà non soccorsa da facile emotività, i cui entusiasmi durano poco, bensì di una volontà che il pensare può ogni volta, anche dopo mille sconfitte, di nuovo riaccendere lo slancio, come fosse la prima volta che affrontiamo la Concentrazione. La sagacia, invero rara, è mantenere e rinnovare sempre quella che un Maestro Zen chiama la “mente di principiante”, ancora non carca di dottrine e di sapere.

    Massimo Scaligero ci ricordava un insegnamento della Bhagavad Gita:

    “METTETE LE VITTORIE SULLO STESSO PIANO DELLE SCONFITTE E LE SCONFITTE SULLO STESSO PIANO DELLE VITTORIE”.

    Così si amerà la Concentrazione per se stessa, perché ad essa possiamo donare tutto di noi stessi: la volontà, il coraggio, la tenacia ostinata, la lucida disperazione. E la Concentrazione ci farà conoscere l’essere senza supporti, l’abbandonare tutti gli appoggi: le dottrine, il sapere, i limiti, le fallaci speranze delle quali si nutre l’umana natura. Sino a quel “vuoto” che l’uomo non ama, perché in esso si cessa di essere uomini e si comincia ad essere l’Io che sempre si è stati, e che solo il tramortimento della fiacca identificazione con una menzognera natura, ci fa dimenticare.

    Amando la Concentrazione per se stessa, come l’artista che opera instancabile per amore della sua arte, ci si libererà dell’inessenziale e si conoscerà la Via, che come dice il Lao-tsu che tanto ami, “non è la via ordinaria”: la Via senza supporti, senza fedi, senza opinioni, e senza emotive consolazioni, che deludono sempre.

    E se la disperazione la si perde nell’effimero e nel contingente, si può sempre di nuovo coraggiosamente ogni volta cercarla: portandosi al limite delle forze, facendo poi dei passi OLTRE il limite. Facendo la Concentrazione, portandola oltre quel punto in cui la prudenza ignave e vigliacca della natura ci suggerisce di terminarla. Di più è difficile dire.

    Hugo de’ Paganis

  2. Dottissimo, impetuosissimo e (s)pregiatissimo Hugo,

    la mi permetta di dissentire (solo in un certo senso) da una sua, sottolineata poiché ripetuta, frase.

    Nella mia miserabilità opino che non importi molto che si ami la concentrazione.

    Per alcuni potrebbe – a ragione – essere una contraddizione. Sempre per alcuni, una disciplina così assolutamente contraria all’ordinario contenuto dell’anima, all’ordinario contenuto di sé, potrebbe essere la cosa più odiosa mai capitata.
    La sciagura perfetta!

    Forse ciò che assolutamente importa è che la si faccia, nonostante…

    Quando uno arriva a comprendere che la concentrazione è rimasta come unica possibilità d’azione oltre le infinite illusioni (compresa quella di essere un uomo), e quindi opera sui suoi gradini, potrebbe anche mandarla al diavolo perché bella e buona non è. Importa solo che la faccia, libero da dei, totem e rappresentazioni.

    Qualche malevolo ha più volte insinuato che qui si coltiva una visione unilaterale, che ci si mette su un piano di separatezza ed orgoglio (e non parliamo della mancanza di: sensibilità, empatia, compassione e amore).
    Eco è un faro per sociopatici!

    Queste critiche hanno solo due difetti deformanti: a) sono sostenute da livore e ostilità; b) esprimono l’ignoranza di chi non conosce la concentrazione.

    Beh, pazienza…Comunque le ripeto: di solito si ama ciò che ci rende un po’ felici: un fiore profumato, una bella ragazza. La concentrazione non è attraente e lei è un po’ strano 🙂

  3. Hehehe, caro Isidoro, fa veramente piacere dopo tanti sforzi vedere finalmente riconosciuti i propri demeriti: temevo quasi di non riuscirvi più!

    E’ proprio vero l’adagio dei figli d’Albione che dice che quando due persone dicono la stessa cosa, allora sicuramente NON è la stessa cosa. Ella dice esser io un po’ strano. Beh, se è per questo sono stranissimo e stravagante. Infatti, molti anni fa, con un branco di amici poco raccomandabili, ebbi l’idea di fondare una rinascimentale “Accademia degli Stravaganti”, nelle sedute della quale i Sodali si dànno alle discorse e alle azioni più straordinarie e stravaganti.

    In cotale colpevolissima accademica stravaganza cessano le illusioni, compresa l’illusione di essere umani. Cosa per gli stravaganti sodali facilissima, essendo essi tutti – compreso lo scrivente – lupi ed orsi, e punto “umani”. Conciosiacosaché è grandissima e lodevole stravaganza per lupacci appenninici e orsi marsicani amare la concentrazione. Perché il modo di amare di un lupo o di un orso non è “antropomorfo”, non è quello “umano”: semmai è “lupimorfo” o “ursimorfo”. Né tampoco l’oggetto di tale stravagante amore è, esso pure, quello umano. Ed Ella converrà caro Isidoro, che la Concentrazione è quanto di più non umano e disumano vi sia. E ciò che gli umani meno amano e più repellono, ossia la concentrazione, attrae moltissimo lupi ed orsi, che la prediligono.

    Come che sia, tanto per fare un esempio, si può ben amare il lottare – ed orsi e lupi eccellono in tale agitata pratica – e si può persino lottare per amore, ma non si può lottare mediante l’amare. La stessissima cosa avviene con la concentrazione. Almeno per lupi ed orsi: si può amare la concentrazione, ma non è mediante l’amore che la si può eseguire.

    Quanto all’unilateralità, temo sia millantato credito, ovvero che ce ne sia davvero troppo poca. Volessero gli Dèi che – come venne posta a noi giovani da Massimo Scaligero, circa due mesi prima che ci lasciasse, quale richiesta assoluta dello Spirito – che fossimo veramente unilaterali, esagerati, estremisti e faziosi. Temo che siamo ancora lontani dal meritare quelle che sarebbero al contempo lodi del Maestro e ingiurie dei nemici. Ma siccome “col tempo e con la paglia maturan le sorbe e la canaglia”, vi è concreta possibilità che anche noi lupi ed orsi, mediante adeguati ed esagerati sforzi, si riesca ad esser totalmente disumani, e a dimenticare pure d’esser luporsi.

    Hugo de’ Paganis,
    cattivissimo luporso
    che quando carco di voglie,
    vede la torta millefoglie,
    se la pappa con un morso.

  4. Isidoro caro, ancora una volta devo autosciogliermi dal mio voto del silenzio per farti i miei complimenti per l’articolo suesposto sperando non innervosire eccessivamente le tue fedelissime fans.
    C’e’ in cio’ che dici un lievissimo, quasi sottinteso, leggerissimo messaggio:
    la concentrazione e’ l’azione pura per eccellenza e l’azione piu’ alta possibile all’Ego.
    Mi sbaglio di molto nell’intendere le tue parole?

  5. Carissimo ulixe,

    credo di conoscere, almeno un poco, la tua più che notevole capacità d’attenzione.
    E non sbagli per niente: credo ci sia una identità tra ego, Io e Logos: che vengono separati per necessità semantica o per ignoranza fenomenologica.

    Uno ha una “esperienza spirituale” pura: poi quando torna nella corporeità comune, oltre l’indubbia difficoltà di descrizione che può obbligarlo a ricorrere all’analogia, come mai gli resta un ricordo, seppure riflesso?

    Sempre a mio modesto parere e sperimentare, una identità con se stesso, seppure sottile, c’era e c’è, persino nella condizione del “Veggente non veduto, Conoscitore non conosciuto”.

    Poi, a farla corta, chi fa gli esercizi? Certo non la punta del naso o i propri calzini. Esiste una intera letteratura sul “superamento dell’ego” e probabilmente gli autori hanno destità e osservazione che non superano i calzini.

    Ps: a difesa delle fanciulle: i FANS sono acronimo di farmaci anti-infiammatori non steroidei, dunque il termine più corretto sebbene desueto sarebbe Vestali, che come un tempo custodivano il fuoco sacro di Vesta (Estia), così ora cingono il santo fuocherello di isidoro e di Eco…poi sono pure carine!

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