Giovanni Colazza – La ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente

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Quella che viene presentata qui di seguito è una conferenza di Giovanni Colazza, che è – a mio modesto parere – di una importanza fondamentale per tutti i praticanti interiori che seguono la disciplina occulta della Scienza dello Spirito.

In passato essa è apparsa, decenni fa, su una rivista romana “scaligeropolitana” semestrale, ma non trascritta fedelmente, bensì in ogni sua frase completamente rifatta secondo un criterio redazionale assolutamente arbitrario. Il testo pubblicato in tale rivista è un totale rifacimento del testo originario, trascritto dalla fedele Fanny Podreider, rifacimento o parafrasi condotta con intenti letterari, presumendo di abbellire la parola di Giovanni Colazza, ritenuta poco elegante o addirittura “sciatta”. Seguendo l’impulso di una tale presunzione, chi si è assunto il compito di un tale rifacimento, ha operato in maniera ortopedica su un testo sapienziale, nel quale come direbbe Platone deve essere cercato ciò che è vero e non la “venustà del periodare”. Personalmente, sono per la riproduzione più esatta possibile delle parole dei Maestri, perché dietro quelle parole vi sono i loro pensieri e le forze del Mondo Spirituale, che le hanno ispirate. La conferenza in questione, oltre che abbondantemente riscritta secondo un criterio arbitrario, è stata mutilata di varie frasi. Così stravolta e mutilata, essa è stata ripresa da vari siti del web e in vari social forum. Questo mi ha spinto a compiere la dolce fatica di ritrascriverla dai dattiloscritti originali – due per la precisione e perfettamente concordi tra loro, provenienti dall’archivio dell’allora Gruppo S. Remo di Milano e dal dono di un discepolo diretto del Maestro – avendo cura di rimanere il più possibile fedele alla viva parola di Giovanni Colazza. Ho confrontato il testo della conferenza anche con il testo apparso in Società Antroposofica in Italia, Bollettino per i Soci, Anno 1973 – n° 2, il cui testo è assolutamente uguale alle altre due copie d’archivio citate, e completamente difforme dal testo pubblicato nella suddetta rivista semestrale romana, il che, a questo punto, fa sorgere molti leciti interrogativi circa la legittimità e gli scopi celati dell’alterazione ripetuta operata disinvoltamente sui testi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero da parte dell’editore che l’ha attuata. Il ripercorrere, il più esattamente e fedelmente possibile, le sue parole e i suoi pensieri fa risorgere nell’anima il risuonare della forza dell’esperienza spirituale dalla quale scaturiscono.

Il “redattore” di tale ortopedica operazione editoriale non è nuovo a cotali discutibili imprese sui testi di Giovanni Colazza e dello stesso Massimo Scaligero. Le conferenze di Giovanni Colazza, ch’egli fece a commento del libro Iniziazione di Rudolf Steiner, furono da lui completamente stravolte e pubblicate in un libro nel quale difficilmente si riconoscono la forza e lo stile di chi, in maniera viva, pronunciò tali mirabili parole. Per me è giusto attenersi ad un criterio assolutamente opposto.

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La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente
Conferenza tenuta da Giovanni Colazza al Gruppo S. Remo

a Milano, l’8 dicembre 1940

Trascrizione di Fanny Podreider non riveduta dal Dott. Colazza

Il conferenziere esordisce dicendo di essere lieto di essere tra gli amici a Milano e raccomanda di non aspettarsi di udire cose nuove. Parlerà di cose che molti già conoscono, ma è bene ripresentare cose note, per riguardarle alla luce di una maggiore maturità. Nel ritornare sopra tali idee, dopo trascorso un periodo di tempo, si scopre che nella coscienza si è fatto un passo avanti, si è giunti ad una visione più chiara, ad una determinazione più forte.

Oggi dunque, continua il Dottor Colazza, vi dirò alcune parole su un dato tema. È sempre difficile riunire in un titolo il contenuto della materia che si vuole svolgere in una conferenza. Questa di oggi si svolgerà intorno all’argomento “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”.

Sappiamo che in ogni fase della civiltà c’è sempre stata una relazione speciale dell’uomo col suo Io. Nei tempi remoti, l’essere umano discendeva nella sua interiorità e lì poteva trovare la voce degli esseri spirituali. Penetrando in se stesso, l’uomo riconosceva che nel suo intimo si manifestavano le forze divine, che in lui sorgevano gli impulsi di volontà, ispirati dalle entità divino-spirituali che agivano in lui. Ora invece il nostro Io ha tagliato i ponti col mondo spirituale, è disceso completamente nell’interiorità umana, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e in quello astrale, di modo che si può affermare che è quasi prigioniero in essi. Da essi prende, però, in compenso, le forze per condurre la sua esistenza autonoma. Osserviamo per un momento la composizione di quest’involucro in cui abita l’Io. Il corpo fisico ha la sua autonomia, vive per sé, appoggiandosi però alle forze eteriche che lo permeano. L’astrale tende invece ad assorbire l’attività della entità umana, a riempire l’essere umano di se stesso e con l’aiuto delle forze luciferiche e arimaniche, lo compenetra, cosicché l’Io diventa suo schiavo. Per mezzo di tale immersione negli involucri umani l’Io si muove nel mondo, e attraverso la corrente della vita e delle passioni umane, tende al congiungimento del suo essere interiore col mondo.
In questo campo bisogna tener presente che l’antroposofo si trova in una posizione speciale, in una posizione privilegiata. Una persona qualunque, che si metta a riflettere sulla sua vita, si sente nel mondo come un essere estraneo ad esso, si trova in mezzo ad un complesso di fenomeni a lui estranei e quasi ostili, si sente come schiacciato dall’immensità cosmica, che non può comprendere. la distesa dello spazio, il firmamento con i suoi mondi ignoti, che nulla hanno a che fare con lui nella loro immensità spaziale, lo schiacciano; e di fronte ad essi si sente rimpicciolito e senza valore. Si sente posto, in questo breve periodo tra nascita e morte, come un prigioniero di forze ignote, sa che non avrà tempo di sviluppare la sua entità più profonda, in questo periodo così limitato. Tutt’al più se ha fede, l’essere umano potrà riconoscere di avere in sé un’anima, ma che questa lo tradisce continuamente, perché dalle sue profondità ignote, affiorano passioni e desideri, tempeste di ogni sorta di cui non conosce le origini. L’essere umano che vuol sentire la propria entità di fronte a tutto quello che gli dà la scienza moderna, non può sottrarsi ad uno stato di avvilimento, ad un senso di umiliazione, paragonando la sua piccolezza di fronte a questo cosmo sconosciuto.
Diversa è la posizione dell’antroposofo, quando guarda il cielo, perché sa che le forze delle stelle operano anche in lui, è cosciente che tutto lo Zodiaco con le sue forze spirituali, collabora a formare il suo corpo; e che le influenze che scendono dai pianeti sono in relazione vivente con il suo essere.

L’antroposofo può guardare al mondo sapendo che dietro al fisico-sensibile vi è lo Spirito. Il suo corpo fisico non gli appare come un semplice peso morto, perché egli sa che è stato formato attraverso una progressiva evoluzione da epoche lontane. Sa che la parte di calore di esso, gli viene dall’evoluzione Saturno, la parte aeriforme dall’evoluzione che chiamiamo Sole, quello che ha in sé dell’elemento liquido è retaggio dell’evoluzione Luna e la materia pesante è l’elemento che appartiene alla Terra. L’essere umano sente in sé tutta l’evoluzione planetaria sommata nel suo corpo fisico, che da epoche antichissime è stato elaborato, sviluppandosi nella sua discesa verso la materia solida terrestre. L’antroposofo sa che questo corpo fisico è un dono delle gerarchie spirituali e sa che in altro periodo esse gli hanno dato il suo corpo eterico, poi il corpo astrale e da ultimo il suo Io.

 Attraverso tali arti, egli si sente in costante relazione con le predette gerarchie. In ogni momento, soffermandosi a meditare, egli può sentire in sé, nel suo interno, tale rapporto col cosmo, tale vivere attuale in unione alle forze delle gerarchie. Vi è una differenza immensa in questo campo, tra un’individualità umana qualsiasi e l’antroposofo che sa di avere avuto in dono dalle gerarchie questo involucro del suo io, e sa che da esso egli può prendere forze viventi durante il suo lavoro di trasformazione e d’evoluzione interiore.

Osservando tutto questo l’antroposofo deve cercare di realizzare queste conoscenze in un quadro vivente. L’antroposofo, infatti, all’esposizione teorica di dottrine, come viene fatta in altri campi del sapere umano, cerca di sostituire dei quadri viventi che sviluppino, di per se stessi, forze d’evoluzione e di trasformazione. Così se riesco a riunire, in un quadro vivente, l’operare delle forze delle gerarchie che hanno contribuito ed operano tuttora alla nostra formazione umana, io risveglio in me la coscienza di quanto vive nel mio essere: mi ricongiungo a tali forze in una relazione attiva, vivente. Ritrovo allora il mio passato cosmico, che è racchiuso nel mio essere attuale, e posso giungere così ad un superamento dei limiti di tempo e di spazio, ad un albore d’esperienza spirituale, ci conduce alla soglia del mondo dello Spirito. Purtroppo, accanto a tutto questo, bisogna anche riconoscere che la nostra attività esterna resta ancora separata, resta ancora lontana da questa realizzazione di un mondo spirituale. Di questa grande esperienza cosmica non se ne vede in noi, e nelle nostre azioni, che poche tracce, molte volte non se ne sente nemmeno la presenza. Qui tocchiamo dei problemi di psicologia antroposofica. Ed in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, anche la psicologia moderna ha spesso presentito profonde verità. Così essa afferma che nell’essere umano esistono i cosiddetti complessi, ossia centri di forze psichiche autonome con vita propria, complessi animici separati nella coscienza, con autonomia e vitalità proprie, così che si sottraggono al controllo cosciente dell’Io.

Qui per rendere chiaro l’argomento, ci serviremo di una dimostrazione un po’ schematica. Abbiamo, nell’essere umano, il corpo fisico, l’eterico, l’astrale e l’Io, che descriverò uno dopo l’altro. Sappiamo però che in realtà, essi si compenetrano. Quindi abbiamo:

Io

corpo astrale

corpo eterico

corpo fisico

oggetto                                reazione

Mettiamo ora che un oggetto venga a colpire la nostra attenzione: (vedi oggetto) attraverso gli organi fisici noi accogliamo un’impressione, nell’eterico questa si sviluppa come sensazione, nell’astrale diventa percezione, poi sale fino all’Io.

Quando si forma la percezione, tale immagine percepita porta al risveglio delle forze della memoria. Se noi, ad esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già conosciuti e quindi di renderlo riconoscibile attraverso la memoria. Il risveglio di questa, da quanto il Dottor Steiner ci ha spiegato, sappiamo che avviene nella zona tra l’eterico e l’astrale. Sappiamo pure che altra cosa è l’associazione di percezioni e la vera e propria memoria. Alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all’essere umano.

Dunque, per mezzo della memoria riproduciamo un oggetto, una data esperienza del mondo, ad altre esperienze precedentemente avute, ed immediatamente da questa zona, da questo complesso della nostra anima, si svolge una reazione che da noi parte verso il mondo esterno. (Vedi reazione). Se studiamo come avviene tale reazione nell’essere umano, vediamo dunque la tendenza a riunire le esperienze in gruppi simili; a reagire di fronte a date situazioni, quasi automaticamente come in passato.

In tal modo vediamo che, malgrado nella nostra coscienza siano entrate delle nuove esperienze che avrebbero dovuto modificare le nostre reazioni, le forze dei complessi, che sono radicate nella memoria, ci portano ad agire come prima.  Qui vi è nell’anima umana, qualcosa che tende ad annullare lo sviluppo nuovo. Può così accadere che ripetiamo esperienze che sono in fondo superate e che commettiamo, di fronte ad esse, lo stesso errore, benché nella luce della coscienza ne sia già avvenuto il superamento. Questo si verifica appunto per la schiavitù dei complessi, da cui non riusciamo a liberarci.

Questo, che nel ramo psicopatologico può portare a situazioni tragiche, ed a volte pure ridicole, si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. Per dare un esempio, è facile notare che una persona, che è stata per anni in condizioni poco agiate e che si è poi arricchita, quando si tratterà di comprare qualche cosa, istintivamente sarà ripresa da quel senso di paura di spendere che è la ripetizione dell’esperienza del passato.

Ma tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Ciò perché non riusciamo ad attivare il controllo della coscienza questa direzione. Sappiamo che date cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza effettiva di portarci a perdere il nostro equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare. Questo accade a tutti nell’esperienza quotidiana.

Ora il Dottor Steiner aveva presente questo stato dell’anima umana, e ci ha dato anche il rimedio, ci ha dato i mezzi per il superamento dei complessi. Ci ha insegnato cioè a lottare contro queste forze interne in cui l’elemento arimanico e quello luciferico trovano il loro campo d’azione. Tutti certamente conoscono quanto il Dottor Steiner ci ha dato a tale scopo, ma sovente non si riesce a realizzare l’enorme importanza della reale forza degli esercizi da lui suggeriti.

Il Dottor Steiner consiglia, in primo luogo, di prendere per la concentrazione un pensiero che non ci interessi in modo speciale. Un pensiero che non ci piace, preso a caso, il quale non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Tale pensiero bisogna tenerlo fisso davanti a noi con tutte le forze, con un attivo sforzo cosciente. Allora, se si riesce a farlo realmente, noi lavoriamo per la liberazione del nostro pensare dai complessi animici, poiché un pensiero forte non è quello che da sé suscita in noi una forte reazione involontaria, bensì quello che noi vogliamo sia forte per la nostra volontà ben cosciente.

Un altro esercizio, che certamente tutti conoscono, è quello di proporsi un atto di volontà, di dirsi, ad esempio: “Domani, ad una data ora, compirò un atto semplice che non susciti in me nessuna attrazione, né piacere, né interesse personale”. Ma propostosi tale atto, bisogna eseguirlo a qualunque costo. Si giunge così ad impregnarsi di volontà per propria libera decisione. Mentre prima agivamo per impulso, ora è un atto di puro volere che immettiamo in noi. Non è per impulso momentaneo che ci abbandoniamo ad una reazione di volere, bensì creiamo in precedenza un’attitudine di volontà nel senso vero della parola, attitudine che non si sviluppa immediatamente nell’azione. Se io dico: “Voglio fare una cosa”, e la compio, quando l’azione volitiva è compiuta, la volontà si è esaurita. Se io mi propongo: “Domani voglio compiere questa azione”, io resto in un’attitudine volitiva latente che impregna il mio essere per tutto questo periodo e che sviluppa la mia volontà in modo speciale.

Il Dottor Steiner consiglia di continuare questo esercizio per alcune settimane. Se lo si compie in modo giusto, si lavora a rendere la volontà libera. Allora non è più un atto di reazione incosciente, ma si trasforma in un impulso che viene dall’Io. Quindi riassumiamo:

Il 1° esercizio porta alla liberazione del pensiero.

Il 2° esercizio porta alla liberazione della volontà.

Vi è poi un altro esercizio, quello chiamato dell’equanimità. Qui basta riassumere, perché tali esercizi sono descritti ampiamente nei libri del Dottor Steiner e tutti li conoscono. Io vorrei parlarvi piuttosto dei risultati, degli effetti che per essi si raggiungono nella trasformazione dell’anima umana. Questo esercizio tende dunque a fare acquistare un equilibrio di fronte al piacere e al dolore, a far sì che queste reazioni non si manifestino automaticamente in noi. Per esempio, arriva a noi una percezione che dovrebbe portarci a sentire piacere. Ebbene, noi la fermiamo, per così dire, e ce la poniamo davanti come una realtà oggettiva, per deciderci se dobbiamo accettarla oppure no. Così pure per il dolore: ci giunge qualcosa che attraversa il nostro desiderio, e che come un urto ci colpisce e vuole portarci dispiacere. Noi dobbiamo essere capaci, per realizzare questo esercizio, di fermare la reazione dolorosa e, ad esempio, imporsi: “Ora pensiamo qualcosa d’altro, lasciamolo da parte; più tardi, in pieno equilibrio dell’anima, io potrò riesaminare tale sensazione, riceverla se lo voglio, e trovare in essa quel tanto di esperienza necessaria per la mia evoluzione”.

Attraverso quest’esercizio, raggiungiamo dei risultati molto importanti. Precedentemente, spiegando lo schema, è stato omesso di affermare che, naturalmente, al ricevere di una percezione o di una esperienza, se ad esperienze simili nel passato si era unito nell’anima piacere o dolore, insieme al ricordo, la memoria ci riporta automaticamente anche quel complesso psichico che li conserva in noi, la nostra reazione verso il mondo ne viene immediatamente colorata. Noi attraverso questo esercizio, invece giungiamo ad ottenere che nel campo del sentimento non si verifichi più una reazione automatica, ma che ogni volta, di fronte ad una data esperienza, noi conserviamo un’attitudine libera nel sentire e vagliamo le cose al lume della nostra esperienza attuale.

Con tale esercizio giungiamo quindi alla liberazione del sentimento.

L’esercizio successivo è quello della positività. Esso suscita sovente dei malintesi. Si tratta solamente di proporsi, per un certo periodo, di guardare intorno a noi solamente a quanto è positivo, di cercare il lato migliore d’ogni cosa, di rifiutarsi di vedere il lato negativo, il lato brutto delle cose. (Il Dottor Steiner cita a tale proposito la leggenda dei Vangeli apocrifi, sul Christo che nella carogna di un cane vede e ammira i denti, che erano belli).

Non si tratta, qui, di andare per il mondo come un ottimista sciocco, di vedere tutto bello e di cadere in ogni trappola della vita: oppure di avere una falsa visione dell’esistenza. Si tratta invece di acquistare, per un dato periodo di tempo, la facoltà di vedere positivamente le cose. Il lato positivo è quello che ci porta vicino all’Io. Il vero Io, difatti, è di natura spirituale, e perciò non può vedere negativamente, essendo tutto ciò ch’è spirituale, costruttore e creativo. La parte negativa viene dal nostro atteggiamento di fronte all’esperienza, ed è perciò necessario liberarci del preconcetto delle nostre esperienze passate. Così s’impara l’autonomia del giudizio, ci si esercita a non giudicare secondo date etichette che abbiamo già messe sulle cose. Per le abitudini del passato, per l’educazione, per quei rapporti che si sono creati nella nostra giovinezza, per le finalità abbracciate allora, noi siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi fissi. Ci sono giudizi che oggi sarebbero da rivedere alla luce dell’Antroposofia, ma essi sono così forti e radicati nell’anima nostra, che ci trascinano a giudizi affrettati, senza lasciare che nuova luce vi penetri.

Attraverso l’esercizio della positività, ci liberiamo da essi e guardiamo in modo nuovo. A poco a poco possiamo arrivare a sentire qualcosa del Karma. Ciò avviene, perché con tale attitudine positiva si sviluppano le qualità che ci permettono di avvicinarci alla visione del Karma degli uomini. Un giudizio positivo porta luce su ciò che vive di buono in una persona, e ci guida a vedere quelle forze che impediscono a questo lato di prendere il sopravvento, ci porta a vedere il peso che impedisce all’uomo di muoversi nella direzione del bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri e si giunge gradatamente alla liberazione del giudizio.

Un altro esercizio molto importante è quello della spregiudicatezza (esso ha dei punti in comune con quello precedente, ma non è la stessa cosa). Si tratta di non accettare nulla come già giudicato definitivamente e di porre tutto nella luce piena della nostra coscienza. Supponiamo che qualcuno pronunci una frase che abbiamo già udito altre volte. Ebbene, dobbiamo esaminarla come se l’udissimo per la prima volta e vedere se questa volta non ci riveli nulla di diverso e non ci appaia sotto un nuovo aspetto. Si può, con tale esercizio, accorgersi se in noi è nato qualcosa di nuovo, se comprendiamo forse meglio e più a fondo del passato. Si può giungere a realizzare in modo attivamente cosciente, i progressi fatti per la comprensione del mondo.

Se facciamo per un certo tempo questo esercizio, giungiamo ad una purificazione della nostra memoria, la obbiettiviamo gradualmente.  Se di fronte a un fatto qualsiasi io dico a priori che lo conosco, attribuisco ad esso, automaticamente, un dato contenuto della memoria, senza un confronto attuale. Se di fronte ad un’affermazione io dico: “ho già udito tutto questo e non può essere vero”, io mi pregiudico un giudizio attuale. Se invece dico: “Voglio esaminare la cosa a nuovo”, metto di fronte alla percezione il giudizio attuale, in modo oggettivo accanto a quello del passato che vive nella memoria. In tal modo vedo da che cosa proviene il contenuto della memoria stessa, e percorro la via dei ricordi, facendo sì che questi siano per me qualcosa di oggettivo. Così riguardando indietro alla mia vita, risalgo attraverso i ricordi in modo oggettivo, e posso giungere al punto in cui non ho davanti a me il vuoto, bensì quanto, come essere reale, vive in essa, vale a dire il mio Io come ha iniziato questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. Così libero l’Io dal campo della memoria. Essa non è più un cimitero, un campo obbligato, bensì un campo obiettivo che posso esplorare liberamente e che si stende limpido davanti a me. Questo esercizio vuole quindi portare alla liberazione della memoria.

Se si osserva questo esercizio intimamente, e lo si continua, si vedrà che ingigantisce in noi per i suoi effetti ed assume una grande importanza. Il Dottor Steiner non si preoccupava tanto che noi accogliessimo gli insegnamenti teorici dell’Antroposofia, ma ci teneva soprattutto a che noi si sviluppasse una coscienza antroposofica, voleva che a poco a poco noi sviluppassimo la capacità di pensare liberi dalle influenze di Arimane e di Lucifero. Ci teneva che gli antroposofi acquistassero la possibilità di portare la loro attività nel mondo esterno, senza che queste forze guastassero la loro opera.

Indubbiamente abbiamo dinanzi a noi un compito difficile, ed è difficile anche sentirsi degni di tale opera. Eppure non bisogna tralasciare nessuno sforzo per giungere a realizzare l’Antroposofia. È vero che l’iniziazione è una mèta lontana, verso cui l’essere umano può solo tendere, ma non c’è giorno che, per chi vuole lavorare, non si possa segnare un passo in direzione di questa conoscenza superiore. Il Dottor Steiner ci ha amorevolmente mostrato la via e ci ha dato i mezzi potenti per aiutarci a percorrerla.

Sappiamo che ogni entità umana porta, nel suo spazio interiore, tutto un passato cosmico. È in nostro potere rendere questo passato cosciente in noi. Ma in tale spazio non vi è soltanto l’evoluzione passata; vi è pure in germe l’evoluzione avvenire. La coscienza umana può già da ora realizzare le condizioni future del Cosmo. Non vi è, in noi soltanto l’evoluzione Saturnia, Solare, Lunare e Terrestre, vi è anche l’evoluzione futura di Giove, e l’uomo può raggiungerla nella sua coscienza.
Infatti se libera se stesso dai pesi delle influenze di Lucifero e di Arimane, può avvicinarsi al Sé spirituale. Il primo passo sulla via dell’evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare per orgoglio, ma anche per umiltà fuori posto. Si può non avere fiducia in noi e credere, per tale sbagliata umiltà, che il lavoro dell’evoluzione sia riservato a pochi privilegiati. Questo è errato, perché tale lavoro su se stessi deve essere compiuto da chiunque voglia seguire l’insegnamento dato dal Dottor Steiner. Possiamo imparare a sentire cosmicamente in noi, a sentire che la storia cosmica si realizza nel nostro essere umano. Per andare in tale direzione, non è solo necessario accogliere le conoscenze antroposofiche, ma è indispensabile questo lavoro quotidiano fatto su noi stessi, lavoro che libera la nostra coscienza, che l’avvicina gradatamente alla luce dello Spirito.

Questo lavoro si compie in ogni minuto accogliendo dall’esperienza quotidiana, quell’incitamento, quell’impulso all’evoluzione, che tante volte non riusciamo a leggere e a comprendere per farne tesoro. Bisogna giungere gradatamente a farci un’idea chiara del peso reale che Arimane e Lucifero hanno su di noi, bisogna guardare in faccia questo loro potere, e riconoscere in noi stessi il nostro oscillamento tra l’uno e l’altro. Nella vita quotidiana non dobbiamo porci come mèta la perfezione, bensì dobbiamo proporci di giungere alla chiara coscienza della nostra vita interiore. Proporci una mèta di perfezione ci porterebbe presto allo scoraggiamento, mentre nel lavoro quotidiano di illuminare la nostra coscienza, giungeremo a porre noi di fronte a noi stessi. Così vedremo la nostra limitatezza, ma anche la nostra lenta trasformazione che ci porta a divenire strumenti delle forze spirituali. In tal modo dunque, realizzando in noi il lavoro delle gerarchie, operiamo nella nostra anima così da renderla uno strumento adatto, uno specchio sempre più terso in cui possa riflettersi il mondo spirituale. Anche colui che dal destino non è destinato a porgere l’insegnamento antroposofico ad altri, a diffonderlo nel mondo, svilupperà in sé una luce interiore che porterà i suoi frutti. Creerà un’armonia delle forze spirituali, nostalgia di conoscenza; desiderio e comprensione per l’Antroposofia, in qualunque ambiente esso si trovi. Le poche cose dette oggi sono state esposte solo per mostrare i risultati di alcune meditazioni, per rivedere argomenti che conosciamo. È da augurarsi che in ogni occasione in cui ci troviamo sia un punto di partenza, un impulso verso un’attività più forte, verso una volontà più intensa di lavoro spirituale. Così la riunione odierna avrà raggiunto il suo scopo se sarà riuscita a far sì che, ritrovandoci insieme, ci sentiamo rafforzati in questo nostro compito comune.

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  1. Liberazione del pensiero
  2. Liberazione della volontà
  3. Liberazione del sentimento
  4. Liberazione del giudizio
  5. Liberazione della memoria

 

7 pensieri su “Giovanni Colazza – La ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente

  1. La fedeltà verso ogni parola detta da un Iniziato che per giunta operava assai più con il Silenzio, dovrebbe essere l’atto più serio – direi più sacro – per chi si assume il delicato onere della divulgazione.

    Invece, negli stravolgimenti, anche le parole dette da Scaligero vengono, per così dire, riadattate. Questo, in ampiezza e profondità, svela non poco di quale pasta sia costituito il mondo animico di certi divulgatori.

    Ai lettori di Eco, in quanto fruitori dell’Opera del Dottore, vorrei sottolineare le spudorate manomissioni di un certo editore (ex sacerdote ed ex altre cose) che, dai titoli dei Cicli in poi, modella anche il resto secondo la propria (fantasmagorica) visione, strapiena di ombre para cattoliche.
    Inoltre denigra e offende Scaligero sino alla menzogna e rivisita la Filosofia della Libertà trascinandola in una impropria deriva filosofica (grazie Nereo!).

    Tristissimo che il “webstore” dell’antroposofia in Italia dia informazione libraria indifferenziata, includente tali testi contraffatti. Cioè li corrobora: la notte dell’antroposofia quale elemento umano.

  2. L’importanza di questa conferenza di Giovanni Colazza è, tra l’altro, nell’insistere sulla assoluta necessità dell’azione conoscitiva dello Spirito nella liberazione delle facoltà dell’anima. La conoscenza è azione liberatrice perché come afferma Hegel, citato nella “Filosofia della Libertà” di Rudolf Steiner, “il pensiero fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga Spirito”.

    La liberazione del pensiero, della volontà, del sentimento, del giudizio, della memoria, è un’azione dello Spirito su se stesso mediante l’unica facoltà spirituale che l’essere umano ha a disposizione allo stato di veglia: il pensare cosciente e volitivo. Nell’anima, facoltà come il sentire, che è sognante nel sistema ritmico, o il volere istintivo, che è dormente o addirittura catalettico nelle membra e nel sistema del ricambio, non possono agire nell’immediato come forza liberatrice, anzi attendono dal pensare di essere liberati.

    Ma il pensare cui fa appello, per questa azione liberatrice lo Spirito, Giovanni Colazza – e con lui, e dopo di lui Massimo Scaligero in ogni sua opera – non è e non può essere il pensare dialettico e riflesso, bensì il pensiero che riviva come pensiero volitivamente cosciente, come pensiero vivente, attraverso l’aurea disciplina della Concentrazione, che progressivamente si attui sino a diventare Concentrazione profonda e Contemplazione della Forza-Pensiero, libera di pensieri, e unico oggetto di se stessa.

    Dunque, l’indicazione ascetica di Colazza porta inevitabilmente alla istanza di quel “retto pensare”, di quel “retto giudizio”, di cui parla Massimo Scaligero nel suo scritto “Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità”, pubblicato su “Ecoantroposophia” all’interno dell’articolo “L’Ascesi del Risveglio e l’Ottuplice Sentiero del Buddha Shakyamuni”.

    Vi è assoluta concordanza e identità tra l’indicazione ascetica di Giovanni Colazza in questa sua conferenza e quella di Massimo Scaligero nel sunnominato articolo. L’istanza ascetica della liberazione del pensiero nulla ha a che vedere con le discussioni dialettiche dei “filosofanti”: esige l’azione interiore intensa, fervida, risoluta, di chi aspira a realizzare concretamente lo Spirito, ed ha superato l’equivoco delle morbide “vie dell’anima”, ed attua la consacrazione dell’asceta del pensiero attraverso la continuità dell’ascesi stessa. Ascesi che non può avere compromessi, attenuazioni, concessioni all’infida natura inferiore, la quale tutto attua pur di sopravvivere e sottrarsi all’azione dissolvitrice e ri-creatrice dello Spirito attraverso la Forza-Pensiero: anche il travestimento “mistico” e “moralistico”.

    Per chi voglia realmente, e non discorsivamente, realizzare lo Spirito, non vi è alternativa alcuna alla pratica della Concentrazione, portata sino alle sue estreme conseguenze. L’estremismo interiore, la determinazione assoluta, sono la conseguenza logica – secondo la logica del Logos – della consacrazione, che deve diventare irreversibile, alla Via del Pensiero Vivente.

    Questo estremismo interiore, attuato e non recitato, è l’unico rimedio efficace al sentimentalismo, al falso misticismo, all’intellettualismo dei “chiacchieroni dello Spirito”, come li definiva Colazza. L’estremismo della Concentrazione è l’unico rimedio, l’unico farmaco efficace, alla malattia senile dell’esoterismo fiacco, parolaio, e sentimentale.

    Hugo, che per levarsi i filosofanti di torno,
    oggi si è pappato un bel baccalà al forno.

  3. Voglio ringraziare in modo particolare un amico, appartenente alla nobile stirpe dei Paflagoni o degli Eneti, amica dei Troiani ed eziandio fedele alleata dei Romani, un tempo dimorante sulle sponde del Ponto Eusino e poi trasferitasi, col nome di Veneti, sulle sponde di quello che i Romani chiamavano “Mar Superum” o “Hadriaticum”.

    Egli legge con grande attenzione quanto, spesso in quelle ore notturne – in compagnia di quella dolce malinconica insonnia per la quale gli amici di “Eco” perfidamente non smettono di canzonarmi – vado trascrivendo al computer e rileva in non pochi refusi ed erroracci vari che stanchezza ed inettitudine mia profondono in gran quantità. Egli mi avverte, operando quella “correctio fraterna”, assolutamente necessaria tra coloro che sono affratellati nella militanza spirituale. A lui un doveroso grazie per la diligenza e la sollecitudine che dimostra nei confronti del blog di “Eco”, che tanta fatica e amore richiede a coloro che lo curano – in primis la nostra Savitri – e a coloro che vi scrivono.

    Perché, se non lo sapete, anche i lupacci, affacciati sul “Mar Inferum” o “Tyrrhenicum”, hanno un cuore!

    Hugo de’ Paganis

  4. Gentile Isidoro, si potrebbe avere anche in privato qualche informazione? Giusto per evitare di dare cattivi consigli librari ai giovani che frequentano i gruppi antroposofici

  5. Caro Salibus,

    Sì certo ma le chiedo pazienza. Mi sono giunti alcuni imprevisti, purtroppo previsti, tra capo e collo. Spero non le dispiaccia se, per contingenze esterne, rimandiamo ogni cosa a dopodomani.

    Mi scuso e la saluto con amicizia.

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