RIPENSIAMOCI UN PO' SU

deserto 2

Cari amici, nonostante vi voglia bene, cercherò il più possibile di essere molto noioso. Necessariamente noioso perché c’è ben poco da dire, molto da ridire. Avete letto l’articolo di Scaligero, quello del ’48? Da lì a poco avremmo avuto tre decenni che, confrontati con i giorni nostri furono quasi paradisiaci – intendo come atmosfera interiore – e già Massimo Scaligero parlava della tragica situazione del comprendere. Se la capacità di comprendere era, eufemisticamente, in crisi, se il capire era in massima parte capitombolato nel bestiale, univoco riconoscimento delle parole, fate uno sforzo d’immaginazione che realizzi l’attuale situazione. Ed essendo anche figli del proprio tempo non illudetevi di essere rocce svettanti fuori dalla corrente.

Cerco sempre di non pappagallare Scaligero ma ripeto sempre che la comprensione è atto difficile e anche chi si sforza realmente di capire, deve di solito combattere con se stesso per molto tempo poiché non ci si rende capaci di osservazione e di pensiero come se si passasse dalla cucina al soggiorno. E’ il motivo per cui il Dottore principiava il titolo di molte conferenze (e qualche scritto) con la parola “Enigmi”. E’ un assetto dell’anima il rendersi conto che il mondo e l’anima umana ci compaiano davanti come misteri. Essendo alimentati dalla sub-natura ci si abitua a credere che si comprenda con una sorta di infusione automatica e in effetti nel mondo pietrificato la comprensione viene da sé, non essendoci nulla di comprendere al suo morto livello. Nel mondo morto si inglobano parole come Spirito, Graal, Karma, Gerarchie, ecc. Perciò si opera poi nel male come consuetudine e senza sforzo: la banalità della Arendt applicata alle cose del mondo spirituale.

Spero che qualcuno intuisca ciò che intendo seppur goffamente. Così spero che qualcuno capisca che c’è davvero bisogno di tracciare sempre a nuovo le medesime cose: esse volano via come fossero segni sulla sabbia sferzata dal vento.

E’ possibile non accorgersi che tutto è defluito, che l’anima è stata anestetizzata: rimane una parvenza meccanica, capace di riprodurre meccanicamente le formule della conoscenza e degli atti interiori. Ciò non produce nulla. Gli orologi, complessi e mirabili, non fanno le uova.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi nell’illusione l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinaria coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori al punto che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, costringerla ad essere per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, cioè un portacenere, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi, osservate se un attimo prima eravate desti o sognanti o dormienti davanti a ciò che vi circondava.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata o forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione VI) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Scrivere su un quaderno cosa si è visto dell’oggetto osservato e aggiungere, giorno dopo giorno le caratteristiche sfuggite nei giorni precedenti.

Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una occasione, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene mai avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi. Dove il concetto c’è ma non si vede.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia o alla comprensione logica di essa, si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e giudizi, passano tutti per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando i ricercatori pigri – sono legioni – s’imbarcano nelle evasioni pseudo-yoghiche, nei magismi mollaccioni o nei turgori moralistici: in cui il messaggio segretamente sussurrato oppure gridato è indurre a pensare che non occorra pensare, che il pensiero è un incomodo da cui sfuggire.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione materialista: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica che coltivi le libidini dell’anima ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a vedere il pensiero come si vedono gli oggetti del mondo” (il pensiero, non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario, il suo “sonno” (parola del Dottore nei mantra della Classe) è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire ( che cela il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” della corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro. E’ piuttosto facile non capire la sua sintetica importanza. E’ piuttosto strano che venga evitata come la peste da parecchi discepoli che sembrano rivolgersi ad una bizzarra ortodossia davanti alla quale pare oltraggiosa l’individuale  attività di pensare autonomamente e con logica.

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, verissimo.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima che qualcuno le comprenda.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile farci atto di fede ma questo fa parte delle sciocchezze): un tipo serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo poiché ciò deve essere pura esperienza.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri voluti, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione dal momento in cui ci si siede.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Siamo capaci di ciò. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile adialetticamente la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi, continuativamente. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si inganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra) che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni o echi di immagini estranee che riducono la forza messa in moto e che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o da rievocare con la facilità della coscienza ordinaria.

Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà. Quest’ultima non è la volontà ordinaria ma l’essere della volontà che la dedizione assoluta nella disciplina ha sollecitato.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo essere qualcosa non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con esso svanisce anche il soggetto comune che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o si proietta) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche il carattere famigliare della coscienza muta sebbene permanga una sottile identità di sé con sé.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di riflessità ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae subito nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci due risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso.

3 pensieri su “RIPENSIAMOCI UN PO' SU

  1. Grazie a voi, lettori carissimi, cioè amici.

    Poi rileggo, a distanza di un giorno, la nota e la trovo sempre carente di troppe cose. Rimangono fuori tanti aspetti…

    Comunque non è “ossessione” lo scrivere spesso di certi contenuti. Mi ricordo fin troppo bene come insistevo con Scaligero su di un piccolo particolare che ritenevo giusto e giustificato. Mica per poco tempo: la “botta e risposta” si trascinò per più di due anni. Alla mia testardaggine Scaligero rispondeva con immensa pazienza…finché un giorno capii (aveva, guarda caso, ragione lui). Così appresi che per intendere certe cose non bastano né giorni né mesi: è il problema della comprensione. Allora, nel mio piccolissimo, cerco di ripetere qualcosa di ciò che credo siano tracciati o punti fermi.

    E’ il problema della comprensione: il segreto del capire è l’esperienza. Giungere all’esperienza non dipende solo dalla nostra coscienza così com’è ma certamente dipende da noi la consapevolezza della non-comprensione. Allora possiamo porre nell’anima, con inesausto sforzo e costanza, il nodo non sciolto.
    Finché giungerà a noi la giusta esperienza: visione, rivelazione, avvenimento, luce di pensiero. Questo è certo, amici miei!

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