IL DISVELAMENTO "INOPPORTUNO"

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Nelle moltissime malinconiche notti, pervase di dolcissima e cronica insonnia – che, a quanto pare, divertono moltissimo i cari Savitri e Isidoro, i quali invece la notte dormono e ronfano saporitissimamente – mi ritrovo ad avere molto tempo a disposizione per leggere, meditare, e alquanto pensare. Il molto tempo, diurno ma soprattutto notturno, dal Cielo e dai Numi così benignamente concessomi, mi permette di pensare e di scavare in profondità in quel che leggo, di portare uno sguardo attento e non frettoloso fin nei meandri meno evidenti delle realtà espresse o inespresse, che stanno dietro a parole, a discorsi, a ricordi di eventi talvolta da lungo tempo trascorsi.

Insistendo con diligenza e pazienza in tale opera di “scavo”, giunge spesso il “felice” momento nel quale la mia Amata, la glaucopide Dea della Celeste Sapienza, generosamente manifesta, e disvela al suo cronicamente insonne innamorato, parole e discorsi dagli aspetti davvero sorprendenti, talvolta ben celati, che si collegano ‘stranamente’ con altre parole ed altri discorsi, nonché con eventi nel tempo vicini o lontani. Quando Ella decide che il disvelamento si operi, la ierofania allora avviene in tutto il suo travolgente, abbagliante splendore: questo è appunto il significato originario, misterico e pagano, della parola ellenica ἀποκάλυψις, apokàlypsis (tratta dal verbo καλύπτειν, kalýptein, “velare”), e significante appunto il sollevamento del ‘velo’ che ‘celava’, a Sais e in altri Suoi Templi, in Egitto e altrove, il volto della mia Amata agli occhi degli inscienti, dei non iniziati, dei profani, ossia di tutti coloro che erano tenuti a rimanere fuori dell’Iseum, del Tempio dell’Unica Dea.  

In tale disvelamento, i frammenti dispersi – come le disjecta membra di Osiride, il Dio di Abido, raccolte dalla sua fedelissima sposa, la sapientissima dea-maga Iside – vengono irresistibilmente ricomposti in una folgorante, e inaspettata, sintesi che non manca mai di sorprendere e di suscitare lo stupore di colui allo sguardo del quale, ogni volta, il mistico velo viene sollevato. Quel che in tali momenti il disvelamento manifesta è sovente l’esatto contrario di ciò che la pragmatica, e imperante contortodossia ha “interesse” ad ammannire come “rivelazione” al fidente e ingenuo popolo catecumeno. Non si riflette quasi mai al fatto che ri-velare, alla lettera, in realtà significa “velare ripetutamente”, ossia “velare due volte”: quindi proprio il contrario di quel che generalmente si crede. Ma, ‘cosa’, ‘a qual fine’, e ‘perché’ si vuol “ri-velare”, velare due o anche più volte, appunto per ben nasconder qualcosa, onde ciò che è stato così accuratamente celato non venga, molto “inopportunamente”, prima rinvenuto e poi dis-coperto? È quanto cercheremo, nel tempo, gradualmente, di dis-velare. Sarà comunque una impresa ben temeraria, che esigerà da parte del candido lettore, oltre una buona dose di pazienza, la più grande spregiudicatezza, perché il sollevare il velo mostrerà quanto la verità appaia molto poco verosimile e ancor meno gradita alla pigra e torpida comodità della natura umana, la quale di massima preferisce permanere nell’ignoranza ed evitare di scontrarsi con “inopportune”, quanto importune, demolizioni dell’interessata vulgata ufficiale, al colto e all’inclita a gran voce continuamente predicata e affermata. Ma cominciamo intanto con la degustazione di qualche saporita “primizia”, cui nel tempo ne seguiranno alquante altre.

Nella Introduzione alla recente riedizione dell’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, ci sono considerazioni abilmente rivestite di consumata dialettica, ma le cui implicite proposte – ancorché molto prudentemente espresse, e quindi tali da sfuggire allo sguardo non attento ed esercitato di molti – comportano tutta una serie di conseguenze nefaste, le quali possono rivelarsi sommamente esiziali per i singoli individui e per la Comunità Solare. Tale Introduzione, non firmata e presumibilmente attribuibile a chi firma la Prefazione unicamente con le sole iniziali B.M., può leggersi alle pp. 11-55 del volume pubblicato nel 2012 dalle romane Edizioni Mediterranee, e riprende pressoché alla lettera, con variazioni minime, quanto scritto in un articolo, parimenti non firmato, apparso, nel giugno 2000, col titolo «Il coraggio è un’abitudine». Ricordo di Massimo Scaligero a vent’anni dalla scomparsa, alle pp. 3-39 del numero 69-70, di una rivista romana della quale ho già avuto più volte occasione di occuparmi a proposito dell’ormai famigerato e mai troppo infamato “trasbordo ideologico inavvertito”. Soprattutto inavvertito: specialmente nel suddetto articolo e nell’Introduzione, che si vorrebbero far credere esser “fedelmente biografici” – rispetto alla vita e all’operare di Massimo Scaligero – scritti dal presunto unico, anonimo, estensore dei due sunnominati scritti. Ma veniamo a quel ch’egli scrive, con identica formulazione, alle pp. 18-19 della sua Introduzione e alle pp. 9-10 dell’articolo pubblicato nella su accennata rivista romana. Facendo riferimento al rivolgersi di Massimo Scaligero ai “disperati”, come a coloro che possono percorrere con radicalità e assolutezza la Via dell’Io, l’anonimo così scrive:   

«Egli [Massimo Scaligero] di costoro fu l’antesignano, l’avanguardia, il preparatore. Diceva: “Noi siamo i preparatori dei preparatori dei preparatori”, e su di ciò converrà riflettere, finalmente giunti a questo punto di svolta. Nella progressione da lui indicata si nasconde una verità che non ammette indugi: né quelli della nostalgia, né quelli derivanti dalla troppa passiva assunzione della sua opera. Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere. Ossia la sua opera deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello, ma con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa. In quel piccolo passo in più è il senso solare di una tradizione che non si interrompe, di una ricerca che accompagna la manifestazione mutante nel tempo.

Sui continuatori incombe la severa responsabilità di non ingessarne l’opera, tradirla, disperderla. L’assunzione piena e consapevole di questa responsabilità fa di ognuno un continuatore. È parimenti la responsabilità a rendere ognuno preparatore di quanti, a loro volta, intendessero assumere la stessa responsabilità. Il senso di responsabilità, in realtà sintesi di immaginazione e di moralità, è lo strumento più efficace per correggere gli errori che la singola personalità inavvertitamente immette nella ricerca, sperimentazione, mediazione dell’ideale ascetico. Esso pone il continuatore in rapporto con l’essere interiore di chi lo ha preceduto senza fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti, né riguardo al ricordo troppo umano dei suoi giorni terreni, di questi lasciandogli cogliere l’aspetto essenziale, l’immagine indipendente da vita e morte e quindi di rinnovata vita.

Anche a questo proposito soccorre il modello incarnato dallo stesso Scaligero rispetto all’opera di Rudolf Steiner, da lui accolta e vivificata nella direzione essenziale e secondo la libertà noetica sopra indicata».

Il candido lettore, pur preso ed edificato dall’elegante e fluido periodare del nostro anonimo scrittore, può non aver del tutto chiaro a ‘cosa’ concretamente si riferiscano i “generosi” avvertimenti ed eziandio le indicazioni “operative”, così sibillinamente offerte. Ma poiché ritengo – mi si perdoni la selvaggia e lupesca presunzione – di ben conoscere per diretta esperienza vissuta, nonché accurata, estremamente diligente, verifica, quale sia la “ascosa significazione” delle su riportate parole, a quali non evidenti realtà esse si riferiscano, e soprattutto quali siano le segrete, prudentemente inespresse, intenzioni dell’anonimo, non sarà poi così difficile dissipar la nebbia che le avvolge. Ma, ci si chiederà – ed è comprensibilissimo – come faccia io a conoscere cotali segrete ed inespresse intenzioni del nostro anonimo scrittore. Beh, a parte una certa selvatica ‘fiutoveggenza’ ch’ogni lupaccio appenninico in abbondanza istintivamente possiede e mantiene in costante esercizio per la propria sopravvivenza, vi è pure il generoso aiuto della glaucopide Dea, la quale usa sovente mezzi straordinari ed eziandio piuttosto stravaganti per far conoscer, a chi Ella vuole, i contenuti più celati. Ma procediamo con ordine.

Esattamente venti anni fa – tempus, heu, celeriter fugit! – ebbi un ‘incontroscontro’ a casa mia con una persona che da vari anni operava in campo editoriale pubblicando libri vari ed una rivista relativi, anche se non sempre, ai temi della Scienza dello Spirito. Con lui avevo un rapporto estremamente polemico, non condividendo spesso le sue idee e scelte editoriali, e soprattutto molte azioni, che allora – piuttosto ingenuamente, lo confesso – giudicavo essere solo sciocche e controproducenti, ma non ancora volutamente e intenzionalmente ostili alla Scienza dello Spirito e a Massimo Scaligero, e di conseguenza demolitrici e fuorvianti. Mi ostinavo a volergli essere amico, e a voler pensare ch’egli pure lo volesse essere nei miei confronti: una serie di incontri mi dimostrarono, nella maniera più eloquente, quanto clamorosamente mi sbagliassi. I discorsi che faceva questo innominato sono straordinariamente simili e concordanti con quelli dell’anonimo introduttore della recente edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, presumibilmente autore pure di molti articoli non firmati apparsi sulla suddetta rivista romana. Questo per spiegare il ‘perché’ del racconto di alcuni eventi, da chi scrive vissuti in prima persona e taciuti per decenni.

Per oltre quindici anni, dopo che Massimo Scaligero ci aveva lasciati, avevo ripetutamente invitato nella mia città tale innominata persona, ma ella molto elegantemente declinava ogni invito, facendo capire con educata malgrazia quanto poco gliene calesse. Ma siccome noi lupacci, anche se in taluni casi possiamo risultare un tantinellino ingenui (il candido lettore tenga conto, però, che noi lupacci impariamo molto in fretta…), siamo altresì ostinatamente testardi, mi ero ficcato nella mia lupesca testaccia l’idea di farlo venire nella mia città, e di averlo una volta mio ospite. Pensavo che di fronte ad un piatto di spaghetti affogato nella rubiconda italica pommarola, dopo aver bevuto il “nero e rio caffè”, e fumando poi, belli comodi comodi, ottimi sigari d’etrusca fattura, sarebbe stato molto più facile parlare, chiarire ed appianare divergenze e malintesi.  

Mai idea, invero, fu più “felice” – nel senso latino e romano, e non in quello attuale, sentimentale e banale, del termine – e mi resi conto solo in séguito come un birbonissimo Àngelos, abile messaggero e fedele ministro della mia sapientissima Amata, mi avesse maliziosamente ispirato cotale ideaccia, non precisamente “platonica”, e come poi abbia fatto in modo che gli eventi si svolgessero in maniera per me sorprendentemente disvelatrice – oltre che alquanto ‘inopportuna’ per chi so io – dei segreti pensieri e delle occulte intenzioni di costui. In effetti, il risultato – cui, in verità, non avrei mai pensato prima di allora di pervenire – fu l’esatto opposto di quello da me atteso e financo auspicato e desiderato. Risultato per me, paradossalmente, ‘felice’, ossia molto ‘fortunato’, in quanto ho sempre ritenuto migliore e infinitamente preferibile la conoscenza della più tragica realtà al poetico sogno di qualsivoglia rosea illusione. In precedenza, a dire il vero, dubbi più che giustificati e forti ne avevo avuti molti e da lunga pezza, ma la persona in questione ai miei occhi non aveva ancora superato quella che gli anglosassoni chiamano “redline”, ossia quella linea rossa oltrepassata la quale non vi è più ritorno possibile. Lo fece precisamente in quel memorabile ‘incontro-scontro’. Ulteriori colloqui, e tutto il suo comportamento successivo, non fecero altro che confermarmi quanto si manifestò in quel ‘fatale’ incontro.

Per farlo muovere dall’Urbe, e decidere di venirmi a trovare, gli promisi una cosa cui sapevo non avrebbe saputo resistere. Avevo in mio possesso – fattomi generosamente pervenire dalla mia sapientissima Amata – un testo di Rudolf Steiner, inedito persino in tedesco. Si trattava delle conferenze – come ho già scritto nell’articolo su Giovanni Colazza – da lui tenute nel marzo del 1909, a Palazzo del Drago, ospite della nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta col matrimonio Principessa d’Antuni del Drago. L’aristocrazia felsinea può riservare, ad un sincero e leale ricercatore, molte mirabili sorprese! Il testo di quelle conferenze – che pur si sapeva essere state tenute – era ignoto persino al Lascito di Rudolf Steiner, a Dornach, e quando le portai al Lascito, una trentina d’anni fa, la mia cara amica Hella Wiesberger mi coprì di benedizioni, di ringraziamenti, e di doni. L’innominato, che sarebbe stato mio ospite, non solo ignorava del tutto l’esistenza di quelle conferenze romane di Rudolf Steiner ma, a quel tempo, non sapeva neppure chi fosse, quale fosse il suo nome, e ancor meno conosceva la biografia di colei che, negli ambienti antroposofici dei primi del Novecento, veniva familiarmente chiamata “Elika” d’Antuni del Drago, essendo “Elika” non il suo nome di battesimo, bensì solo un semplice diminutivo di “Angelica”, usato da familiari ed amici, a Bologna e a Roma, come affettuoso vezzeggiativo.

Il testo in questione recava – scritta a matita, e quasi cancellata dall’usura del tempo, ma ancora leggibile – la dedica, molto delicata, firmata dalla nostra Principessa, ad un’amica (che io penso essere, per una serie di motivi, la baronessa Emmelina de’ Renzis), così formulata: Alla mia compagna ed amica, seguendo la Via, Elika d’Antuni”. E, subito sotto, recava come titolo, Conferenze tenute dal Dr. R. Steiner al Palazzo del Drago nel marzo 1909, e come sottotitolo Appunti presi per desiderio di Sua Eccellenza la Principessa d’Antuni. Questo testo era rilegato, in un grosso quaderno miscellaneo formato A-4, con altro materiale sapienziale, di estremo interesse, alcune parti del quale riguardanti la dottrina e mantram vari della Sezione cultico-simbolica della Mystica Aeterna, ossia della Seconda Classe della prima Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner negli anni 1905-1906. Addirittura, su ben due di quelle parti, vi era l’avvertenza autografa di Giovanni Colazza – la cui calligrafia è per me riconoscibilissima, possedendone moltissimi specimen – che diceva: Riservato per lo studio nelle logge R.+C.. Anche questi testi, assolutamente inediti in tedesco, li portai a Hella Wiesberger, al Lascito di Rudolf Steiner a Dornach, ricevendo da lei ulteriori benedizioni, ringraziamenti e doni.

Per suscitare, anzi per attizzar vieppiù, in maniera birbonissima, la curiosità dell’innominato, gli dissi – naturalmente senza comunicargli minimamente di che cosa si trattasse – che gli avrei dato un testo di Rudolf Steiner, sino ad allora inedito persino in tedesco. Avrebbe avuto quindi in mano una “primizia” che, pubblicata in Italia in anteprima mondiale, avrebbe costituito un evento di notevole importanza. L’innominato, pur affettando – come suo solito – una sorta britannico “distacco”, s’incuriosì assai e quella volta, dopo innumerevoli e inutili inviti, accettò la proposta di venirmi a trovare. Poco dopo il suo arrivo, quella sera stessa, lo portai alla nostra riunione rituale di meditazione, che si svolgeva in una stanza liberalmente messami a disposizione al suo studio da mio fratello, anche lui discepolo di Massimo Scaligero, dopo che anni prima in conseguenza di una serie di azioni – come scoprii in séguito – freddamente programmate, in quel di Roma, dallo stesso innominato e da qualcun altro, indi brutalmente attuate nella mia città da condiscendente e volenterosa “manovalanza indigena” eterodiretta, ero stato cacciato dalle case, ove per lunghi anni avevo tenuto le riunioni. In questa casa tu non potrai più fare riunioni, mi fu più volte detto, ed io “scossi la polvere dai miei calzari”.

La riunione di meditazione, estremamente scarna di forme ma intensa di forze, si svolse come sempre con tutto il rigore rituale al quale, con la necessaria gradualità, nel corso degli anni, Massimo Scaligero ci aveva condotti. Io sapevo che tale forma rituale e il correlativo rigore erano quelli attuati da Rudolf Steiner e da Giovanni Colazza nelle loro rispettive cerchie interne, nonché – come mi confermò personalmente Massimo Scaligero – nel Gruppo di UR, alla cui cerchia “operativa”, negli anni Venti dello scorso secolo, parteciparono qualificati discepoli del Dottore come Giovanni Colazza, Giovanni Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, e altri. Una volta giunti a casa mia, l’innominato ospite fece delle osservazioni assai beffarde – per me oltremodo offensive – alle quali tuttavia non diedi spazio per rispetto dei doveri dell’ospitalità. Tra le varie cose, disse: Ma che cose strane fate voi quaggiù!. Gli risposi soltanto che quelle “cose strane” erano quanto ci aveva indicato Massimo Scaligero e che io, in quanto orientatore, attuavo perché convinto non tanto, o non solo, dall’autorevolezza della sua indicazione, che pure tenevo in estremo conto, quanto da personali e radicali esperienze interiori. In seguito, mi resi conto quanto e perché il silente Rito della meditazione in comune al mio innominato ospite stesse – per usare un’espressione decente – “sull’anima”.

Già anni prima erano venute alcune persone da Roma, le quali, una volta tornate nell’Urbe, molto slealmente – e rigorosamente alle spalle – avevano calunniato la modalità rituale trasmessaci, cercando in tal modo di metterci in cattiva luce con persone a noi molto amiche, per esempio con Alfredo Rubino, il quale ovviamente non si “bevve” le velenose menzogne. Anni dopo, falliti tali grossolani attacchi dall’esterno, si passò ad attacchi più mirati e attuati – “dall’interno della cittadella”, per usare un’espressione di Massimo Scaligero stesso – da parte di una disponibile “manovalanza indigena” della mia città, cui venne commissionato il “lavoro sporco” da farsi. Mi resi presto conto che il “progetto” in questione, sia pure nella sua scellerata perfidia, era molto “intelligente” e ben pensato. Non “robetta” da dilettanti, bensì un vero e proprio “progetto”, abilmente pensato da gente astuta, di grande esperienza, e soprattutto priva di qualsivoglia genere di scrupoli: quindi molto pericolosa.  

Da una parte, mettendo in atto una melliflua strategia di seducenti parole, si cercò di trasformare quella che doveva essere una Comunità spirituale in un brillante “Club di Lettura e Conversazione”. Mentre dall’altra, si procedeva, sempre da parte della suddetta “manovalanza indigena”, molto “cristianamente”, alla demolizione morale – dapprima rigorosamente alle spalle, poi sempre più apertamente e sfacciatamente, davanti a tutti gli amici – di colui che a un tale progetto scellerato si prevedeva si sarebbe opposto con tutte le sue forze.

Da una parte, furono usati tutti i discorsi che potevano compiacere la pigrizia di molti che trovavano dura e faticosa – ed indubbiamente lo è – l’intensa pratica di un’ascesi così impegnativa com’è la Via del Pensiero. Perciò, sia a Roma che nella mia città, fu data la stura a discorsi del tipo da voi di concentrazione ne è stata fatta abbastanza, anzi troppa”, “bisogna stare attenti a farne troppa di concentrazione, perché può far male”, “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo, ed altre simili sconce menzogne delle quali ho avuto ripetutamente occasione di parlare sul blog di “Eco”. E per gratificare le velleità dialettiche di taluni, ossia la loro vanità oratoria, invece, veniva proposto di trasformare le riunioni rituali di meditazione, ritenute troppo austere, in liberi dibattiti – sorta di talk-shows all’americana – nei quali si discuteva su un testo letto o su un qualsivoglia altro argomento. A chi, un giorno, propose di tornare alle forme scarne e spartane di un tempo, fu brutalmente risposto che per molti un’assoluta austerità era insopportabile, ossia – dico io – era insopportabile alla loro infingarda, pigra, paurosa, sciocca e vanitosa natura inferiore. Ma, per tutti i Numi dell’Olimpo, io dico: a cotal gente, non l’aveva mica prescritto obbligatoriamente il medico, o ordinato e costretto un militare col fucile mitragliatore puntato, di fare per forza un cammino iniziatico così duro, difficile ed estremamente esigente, come la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero: ci sono tanti altri modi belli, divertenti, interessanti, e consolanti  – ma soprattutto innocui e molto meno faticosi – di sciupare in maniera del tutto innocente e “creativa” il proprio tempo…

Dall’altra, fu deciso di occuparsi di colui che, non volendo adeguarsi a cotali equivoche “sperimentazioni”, si ostinava nella “eretica pravità” di voler perseguire l’ideale ascetico indicato costantemente a noi tutti da Massimo Scaligero. A tale ideale persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima di lasciare la spoglia corporea, egli chiese – con parole che l’eretico ostinato porta scritte a lettere di fuoco nella mente, nel cuore, e nell’anima – di essere fedeli ad ogni costo. Perciò contro l’ostinato nemico delle mirabili innovazioni si ritenne necessario dover usare i sistemi tipici dell’arsenale politico e clericale: non rispondere alle argomentazioni, ma squalificare sotto ogni aspetto chi le portava, infamandolo prima alle spalle e poi, una volta sufficientemente delegittimato agli occhi degli amici ingenui e stupiti, anche pubblicamente. L’eretico depravato veniva dipinto agli ingenui amici – secondo una ben sperimentata prassi leninista e gesuitica – a tinte fosche come pagano, buddhista, orientaleggiante, esseno, come individuo anticristico, antigraalico, invasato nientepocodimenoché dagli Asura, nonché psichicamente squilibrato e clinicamente paranoico ecc. ecc., e quindi qualunque cosa ch’ei dicesse non aveva alcun valore.   

Nei loro “cristianissimi” intenti, egli avrebbe dovuto o piegarsi e adeguarsi, e – dopo le salutari umiliazioni e penitenze, come fu detto qualche secolo fa al mio amato Principe – accettare di essere eterodiretto, o in caso contrario andar incontro all’isolamento personale, all’ostracismo e alla distruzione delle sue amicizie, degli stessi rapporti familiari, alla rovina totale anche economica, all’esecrazione della sua memoria.

La massima prova di forza – da parte della disponibile “manovalanza indigena”, tanto per esser chiari – fu tentata alla fine di settembre del 1990. Fu da loro organizzata una riunione di tutti gli amici in stupito ascolto, ai quali furon dapprima ammanniti suadenti discorsi, in stile “sessantottino”, del tipo: bisogna andare incontro democraticamente alle esigenze della base”, “bisogna intervenire socialmente sul ‘territorio’, e non chiudersi in maniera astratta ed egoistica nella pratica spirituale”, “la funzione spirituale dell’orientatore è superata e superflua”, “siamo tutti orientatori. Dopo vari simili infervorati discorsi, svolti con un’abile programmazione dei vari interventi, si passò alle accuse aperte, alle quali mi guardai bene dal rispondere, tanto erano infami: si pretendeva ch’io facessi una sorta di maoistica “autocritica davanti alle masse”, come nella Cina delle Guardie Rosse all’epoca della “Rivoluzione Culturale”. Vi fu un momento parossistico nel quale, di fronte all’indifferente e divertito distacco dell’eretico pertinace e del pagano incallito sotto accusa, uno degli intervenuti pensò che fosse venuto il momento di passare alle vie di fatto, cercando persino di mettere le mani addosso al corrigendo peccatore, il quale – non volendo dar sfoggio delle un tempo molto ben apprese Arti Marziali estremo-orientali – ritenne savio mostrare algida indifferenza di fronte a cotale manifestazione di tanta plebea volgarità, e lasciar sfogar inutilmente nel vuoto l’esagitata violenza.

In tali drammatici eventi, vi è talvolta un momento in cui la situazione dal tragico vira decisamente al comico, e vengon fuori allora aspetti circensi delle persone così buffi da muovere al riso persino chi si nutrisse quotidianamente dell’apàtheia, e dell’ataraxìa, ossia dell’impassibilità e dell’imperturbabilità stoiche, o dell’upeksha e del vairagya,  ossia della equanimità e del distacco predicati dal Buddha Shakyamuni. Infatti, ad un certo punto di quella tragicomica riunione una persona, appartenente alla solerte e disponibile “manovalanza indigena” di cui sopra, evidentemente incaricata di intervenire, secondo un copione già preparato, in quel momento, rivolgendosi alla “base”, le cui “esigenze creative” erano state in precedenza così altamente decantate, disse: «Chi è d’accordo con me sul fatto che alle riunioni si parli, si commenti e si discuta, alzi la mano!». In quel momento, io mi volsi e ficcai fisso lo sguardo negli occhi della persona che sapevo essere in loco l’occulta ‘regista’, incaricata da qualcuno in quel di Roma dell’esatta esecuzione di una sceneggiatura già scritta. La persona in questione, accortasi del mio divertito sguardo provocatorio, non ebbe l’animo, né il fegato, di unire la sua mano alla selva di braccia alzate, cui solo pochi irriducibili coraggiosi non si unirono. E così, io che mi ero preparato nell’animo a vedere una tragedia di Sofocle, mi ritrovai invece ad assistere ad un’autentica sceneggiata, ad una sorta di commedia napoletana di Eduardo Scarpetta. Pensai, col buon Orazio Flacco, Odi profanum vulgum, et arceo, scossi ancora una volta “la polvere dai miei calzari”, e me ne andai.

Per dare un’idea di quel che può accadere allorché, in maniera cinica e furbastra, si trasferisce la spregiudicatezza dal campo conoscitivo – ove essa è qualità altamente lodevole e auspicabile – al campo dell’agire “morale” (si fa per dire…), si pensi che una persona, la “regista indigena” di cui sopra, particolarmente legata al mio innominato ospite, e persona di sua fiducia, si permise financo – ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno – di andare a “bracare”, come dicono nella vetusta Etruria, allo studio di mio fratello, nella stanza che questi generosamente mi aveva concesso per le riunioni dopo il mio decretato ostracismo, e dove tenevo una parte della mia biblioteca scientifica, filosofica ed esoterica. Il fatto mi venne descritto dalla segretaria di mio fratello, la quale – persona semplice d’animo, ma dal cuore puro e dalla moralità limpida – mi riferì come la sunnominata persona una volta entrata nello studio, senza dire una parola, per non dover dare spiegazioni di sorta, si fosse fiondata direttamente nella mia stanza, e avesse preso a perquisirla diligentemente, aprendo cassetti, guardando libri, fogli, documenti, appunti e quaderni personali. Evidentemente, era alla ricerca di “prove” di una mia scellerata colpevolezza, per giustificare il “teorema” costruito e insistentemente predicato al fidente popolo catecumeno. Allorché la solerte “regista” indagatrice, fu da me apertamente interrogata in proposito, dapprima negò sfrontatamente il fatto, poi – di fronte alla possibile testimonianza della segretaria di mio fratello – con un’arroganza senza pari rivendicò un suo diritto a cercare “con ogni mezzo”, anche non lecito, di trovare sul sottoscritto le notizie che io non le davo. Il mezzo illecito, a suo dire, diventava lecito e “giustificato” in forza di un superiore principio o una spirituale necessità o urgenza, della quale naturalmente era lei unica giudice assoluta e irresponsabile. Esattamente come fece Albert Steffen, il quale per giustificare la spoliazione da lui operata di Marie Steiner, oltre che del conto in banca e della casa editrice da lei fondata e finanziata, anche del suo diritto a difendere l’opera di Rudolf Steiner, davanti al giudice civile del Tribunale di Solothurn, si appellò ipocritamente ad un  fantomatico Mysterienrecht, ossia ad una sorta di un mai udito prima “Diritto o Giurisprudenza dei Misteri”, che divertì moltissimo giudice, avvocati e pubblico, ma che ovviamente non gli venne riconosciuto. Leggendo gli atti del processo di Solothurn, donatimi con i suoi appunti ad essi relativi da Hella Wiesberger, sorrisi amaramente vedendo come, una volta di più, una tragedia con certi figuri si muti in farsa.

Se è per questo, all’inizio di questo novello millennio, un amico romano, R., mi raccontò – relata refero – come colui, che era stato mio ospite, avesse inviato in casa sua una certa persona, da lui incaricata di asportare e poi farsi consegnare un pacco di quaderni riservati, senza chiedere al mio amico verun permesso, nonché come il committente di tale abile “esproprio esoterico” si fosse poi rifiutato di restituire quei quaderni al loro legittimo proprietario, che insistentemente glieli richiedeva. Evidentemente, sia nell’Urbe che nella mia città, vi sono persone che della moralità hanno una concezione, per così dire, molto “creativa” e “a geometria alquanto variabile”. In seguito sia la “regista indigena” che l’esoterico “espropriatore” fecero ben di peggio. Sed de hoc satis, almeno per il momento.

Il mio innominato ospite non volle ch’io andassi a riceverlo alla stazione dei treni, come faccio sempre con chi arriva nella mia città, bensì volle che andassi a prenderlo a casa della suddetta “regista”, sua fiduciaria nella mia città, con la quale voleva un conciliambolo prima d’incontrarmi, evidentemente per definir con lei, prima di vedermi, una “opportuna” linea di condotta. Era una sgarberia bella e buona, che già prometteva malissimo, ma – per dirla con il mio ottimo amico C. – bevvi, ancorché a stomaco vuoto, un paio di bicchieroni di “menefrego”, che in cotali evenienze aiutano moltissimo, e andai avanti. Quella sera lo portai alla riunione meditativa con gli amici, e al ritorno a casa mia l’innominato fece i suoi beffardi commenti sul Rito, che Massimo Scaligero ci aveva donato. Quello fu il primo grave errore dell’innominato. Il secondo errore, ancor più grave del precedente, l’innominato lo fece il giorno dopo a tavola.

Stavamo consumando con gusto il primo piatto – buona pasta arrossata dall’italico pomodoro – e parlavamo tranquillamente in conviviale allegria. Una delle poche gioie, concessemi dal mio spartano stile di vita, è il ritrovarmi ogni tanto – more pythagorico atque platonico – al sacro desco con amici ‘simposiasti’, e parlar di cose belle, nonché proseguire poi tali amabili conversari, dopo aver trangugiato, ancor bollente, un forte e nero caffè, fumando comodamente buoni sigari in salotto. Nel nostro conviviale discorrere, stavo per l’appunto dicendo al mio ospite delle differenze di stile nello scrivere di Rudolf Steiner, che gli amici della Scienza dello Spirito normalmente possono leggere solo nelle ottime traduzioni di un tempo e in quelle più recenti, spesso molto meno felici, mentre le opere scritte di Massimo Scaligero, in Italia, noi le possiamo leggere direttamente nella bella lingua di Dante, ch’egli adoprava in maniera veramente magistrale: opere nelle quali la sua esperienza spirituale, e la vita estraformale dell’idea, venivano ad espressione e si manifestavano con una immediatezza ed una corrispondenza perfetta tale da trasformare le opere di Massimo Scaligero in un immenso mantram di cinquemila pagine.

La stessa armonia tra idea vivente e parola mi era stata fatta notare, negli anni ottanta dello scorso secolo, da Amleto Scabelloni, suo cugino, col quale consideravamo, nelle nostre ‘filosofiche passeggiate’ a Monteverde, come le ottime vecchie traduzioni italiane delle opere di Steiner, eseguite da Emmelina de’ Renzis, da suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò (che le firmava con l’eteronimo di Saro Giadice), da Ida Levi Bachi, e pochi altri, ci tramettessero fedelmente l’ideale trama aurea del pensiero di Rudolf Steiner, ma come  fatalmente esse mancassero di quel elemento ‘mantrico’, invece presente nelle opere del Dottore da lui scritte direttamente in tedesco.  

Dal punto di vista dell’Ascesi del Pensiero è di estrema importanza che con l’atto pensante si possa seguire fedelmente la trama ideale di pensiero dei Maestri, sino a poter ascendere, per volitiva intensificazione dell’atto pensante stesso, al momento genetico di quei luminosi pensieri, cioè sino a poter inverare, nell’individuale pensare dell’asceta meditante, la potenza estraformale del pensare universo, dal quale quei luminosi pensieri erano scaturiti. In questo lo studio, rosicrucianamente inteso, rimanda all’arte della Concentrazione. E può esser di grandissimo aiuto che determinate opere possano essere lette direttamente nella lingua originale, perché in tal caso alla trama aurea delle idee, possedente già una sua particolare forza, viene ad aggiungersi la potenza spirituale del ‘suono’, che agisce come forza ‘mantrica’ nell’anima del meditante. Precisamente per questo motivo, Hella Wiesberger mi aveva consigliato di meditare i mantram e di studiare, pure meditativamente, le opere di Rudolf Steiner direttamente in tedesco, cosa che faccio ormai da oltre tre decenni, e – avendone sperimentata l’efficacia – sarò sempre grato con tutto il cuore alla mia amata Hella per un così prezioso consiglio.

All’udir quelle mie considerazioni, l’innominato venne fuori con una frase che mi gelò letteralmente il sangue nelle vene: «La Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata!». Un’altra persona era presente a quel fatidico ‘incontro-scontro’, e se ‘ricorda’ e se lo ‘vuole’, può sempre testimoniare la veridicità del mio racconto. A quelle parole, un lampo abbagliante mi attraversò l’anima, e in meno di un femtosecondo tutte le tessere di un immenso mosaico andarono perfettamente al loro posto: parole sue e di altri, avvenimenti che mi avevano lasciato alquanto perplesso, decisioni ed azioni sue e di altri delle quali, sino a quel momento, non ero riuscito ancora a scorgere il ‘perché’. Ora era tutto maledettamente chiarissimo, e l’innominato nei miei confronti aveva oramai passato la redline, il punto di non ritorno.

Chiesi al mio ospite – che con quelle parole aveva compiuto l’errore, ben ‘grave’ dal suo punto di vista, e ‘felice’ dal mio punto di vista, di gettare la maschera – come potesse essere “superata” una Via, qual era quella indicata da Massimo Scaligero, che non era stata ancora, se non minimamente, veramente percorsa, e ancor meno realizzata. Chiesi chi potesse giudicare di aver interamente percorsa e superata l’Ascesi del Pensiero Vivente indicataci da Massimo Scaligero, che poi è quella donataci da Rudolf Steiner stesso, e come – senza aver compiuto quel percorso di realizzazione ascetica – si potesse avere i mezzi per giudicare “superata” una Via, che io ritenevo invece insuperata e insuperabile, e chi potesse quindi, senza una tale realizzazione, presumere di mostrar ciò che, a suo dire, era “oltre” quanto indicato da Massimo Scaligero. L’innominato, accortosi di esser così inabilmente inciampato, oramai non poteva più fermarsi a metà strada, e ritenne di dovermi in ogni modo “convincere”.

Parlò per ben sei ore, apertis verbis, rispondendo alle molte domande con le quali lo incalzavo. Disse chiaramente che non si trattava tanto di “andare oltre” la Via indicata da Massimo Scaligero, con “ulteriori” conseguimenti ascetici nella medesima Via, quanto del fatto che la Via da lui indicataci, a suo dire, era errata, e che quindi si dovesse avertere semitam’, ossia cambiar radicalmente sentiero, ché la stessa ascesi perseguita da Massimo Scaligero era “orientale”, “yoghica”, “buddhista”, e quindi non solo “superata” da nuove mirabili forme di spiritualità, ma anche “incompleta” in quanto gravemente mancante, sempre a suo dire, dell’impulso del Logos, e soprattutto dell’impulso del Graal. Di fronte a tali enormità io strabuzzai più volte gli occhi, e volli capire sino in fondo dove volesse andare a parare col suo ‘presumere’ di giudicare l’ascesi stessa di Massimo Scaligero, ed egli, rispondendo a quanto gli chiedevo, si spinse ben oltre e mostrò chiaramente quanto grande fosse questa sua ‘presunzione’, cominciando a parlare in termini ingenerosi e poco eleganti – per usare un eufemismo – oltre che assolutamente falsi e calunniosi, della personalità di Massimo Scaligero, della sua intelligenza, della sua capacità di muoversi nel mondo, della sua stessa moralità. Questo fu il terzo micidiale errore compiuto dall’innominato.

Poi si dilungò alquanto nella descrizione dell’altra via, quella “cristica” e “graalica”, che – a suo dire – nella mia città avremmo dovuto tutti entusiasticamente abbracciare, dopo aver rinnegato gli “errori” nei quali – sempre a suo dire – ci aveva “indotto” il “cattivo maestro”, sino a quel momento da noi seguito. Si trattava – la cosa era affatto evidente da tutta la sua descrizione – di una forma di occultismo cattolico, di un “cattoesoterismo” abbastanza esplicito, che nella fattispecie mi ricordava molto da vicino tutta una serie di pratiche devozionali di visualizzazione sentimentale in uso quando, bambino e appena adolescente, mi trovavo in collegio, la ripugnanza verso le quali mi portò verso i 13-14 anni alla ricerca delle vie orientali, e ad innamorarmi allora perdutissimamente dello Yoga, del Buddhismo e del Taoismo. ‘Amor’, che sia pure ‘metamorfosato’, in me ancor perdura.

Naturalmente, il mio innominato ospite dichiarò esplicitamente, che quanto veniva esponendomi non era sua personale “sapienza”, e che lui era soltanto un “indegno portavoce” di chi a lui tale eccelsa “sapienza” aveva benignamente trasmessa, e dichiarò altresi, con un certo lirismo, quanto una tale “personalità iniziatica” fosse incomparabilmente superiore a Massimo Scaligero: mirabile “sapienza” davvero, quella di tale “personalità”, la quale – lei sì, e Massimo Scaligero invece no – era, a suo dire, l’autentica portatrice dell’impulso del Logos e di quello del Graal, mancante in Massimo Scaligero.  

Pur nella drammaticità di tali “abbaglianti” rivelazioni, mi dette un senso oltremodo curioso e strano il fatto che le accuse che l’innominato rivolgeva a Massimo Scaligero erano le medesime, ed espresse con lo stesso lessico ricercato, che a Roma e nella mia città molti rivolgevano alla mia lupesca e selvaggia persona. Non ch’io ambisca minimamente esser paragonato a Massimo Scaligero – e lo dico assolutamente senza quella stucchevole, e nauseante, “umiltà” recitata, tipicamente “cristiana”, ma solo con la serena percezione dei miei limiti – ma mi stupiva assai udire sulla bocca dell’innominato quello stesso e identico lessico ricercato, che avevo udito usare spesso da parte di persone, cui mancava assolutamente quella preparazione culturale minima, che serve almeno a capire il significato di quelle parole, da loro ripetute a mo’ di slogans. Il che mi chiarì la ragione e l’origine di tanti discorsi fatti nella mia città, e di taluni eventi ad essi correlati. Esauriti i sacri obblighi dell’ospitalità, accompagnai l’innominato al treno.

Tornò l’anno dopo e, in maniera molto più aggressiva e dialetticamente ancor più organica, mi ripeté, per altre sei ore, gli stessi ragionamenti dell’anno precedente, ma anche quella volta la sua capacità di persuasione nei miei confronti fu pari a zero. Lo rividi poi nel 1998, e l’innominato fece un quarto grossolano errore nei miei confronti. Una persona di Roma, che stimo moltissimo e alla quale sono da sempre affezionatissimo, volle mettermi in guardia nei confronti della ‘levantina’ – così la definì – capacità di simulazione dell’innominato. Ma io avevo già le idee affatto chiare su di lui. Tanto più ch’egli era venuto meno alla promessa sacra che mi aveva fatta. Allorché gli donai il ciclo inedito delle conferenze tenute nel 1909 da Rudolf Steiner a Palazzo del Drago, gli posi come unica condizione che tale ciclo non venisse smembrato, bensì che venisse pubblicato, tutto intero, in un volumetto in modo da valorizzarlo pienamente: condizione che l’innominato accettò e promise. Nel Celeste Impero, ossia nella Cina d’un tempo – come mi riferiva di recente la mia cara amica Fang-pai, figlia di quello che i poeti d’Oriente una volta chiamavano il ‘Regno di Mezzo’ e ‘maestra’ in molte cose – vi era il detto che “la parola di un uomo nobile è ‘oro’, ed egli non può venirvi meno sotto nessun pretesto”, ma evidentemente il nostro innominato non la pensava affatto così, e riteneva col Frosini – con un’espressione che Arturo Reghini, con giusto sarcasmo, riferì ad onta di chi la pronunciò – “che simili ‘principî’ vanno bene per i piccoli uomini ed i macachi”. Conciosiacosaché, in barba ad ogni formale promessa, il ciclo venne pubblicato vilmente smembrato nei vari numeri della suddetta rivista e, con un miserabile sotterfugio, il fedifrago non volle riconoscere neppure la paternità del dono. Da molto tempo so per personale esperienza, purtroppo, che è più facile trovare la pietra filosofale che lealtà e gratitudine nel cuore degli uomini.

Nell’incontro che ebbi con lui nell’Urbe, nel 1998, egli tentò con me – questo il suo quarto errore – la carta più sbagliata che gli potesse venire in mente. Cercò di “sedurmi” ad unirmi alla sua cerchia, e al suo “progetto”. E per “convincermi” –ossia per “comprarmi” – dopo molte melate parole, aggiunse: “Cosa devo fare per dimostrarti la mia stima e la mia fiducia? Ecco, guarda, se vuoi ti apro tutto l’archivio di Massimo Scaligero”. A parte il fatto che io sono un lupaccio cattivissimo, di una razza non disposta a “vendersi” per nessun motivo, la sola proposta di un tale squallido “commercio” – denotante, come direbbe il mio ottimo amico C., “una volgare mentalità bottegaia: da mercanti di birra e venditori di trippa” – a me fa semplicemente vomitare e mi offende profondamente. Inoltre, oltre che moralmente indegno e spregevole, sarebbe stato terribilmente ingenuo da parte mia (ma, come detto più sopra, noi lupacci impariamo molto in fretta…), solo il credere ch’egli avrebbe rispettato la promessa abbinata alla sua “seducente” proposta, perché – direbbe sempre la cara, e da me molto stimata nobile amica, Fang-pai – “la sua parola non è certo ‘oro’, giacché essa non viene da lui onorata”, mentre, secondo che ammonivano i sapienti Latini, “chi ha già tradito una volta, di nuovo tradirà”.   

Ora, vi è una straordinaria somiglianza e concordanza, per non dire assoluta identità – sia di contenuti che di forma – tra pensieri e parole del mio innominato ‘ospite’, da me ascoltati – ex suo ore ipso – per vari decenni, e quanto scrive l’anonimo redattore di molti articoli della rivista di cui sopra, nonché della citata Introduzione, e forse anche della Prefazione, alla seconda edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce di Massimo Scaligero. Ma in fondo, è cosa relativamente secondaria, anche se non senza importanza, l’appurare e verificare quale relazione vi sia tra l’innominato e l’anonimo, giacché dal punto di vista di quel idealismo magico, che sta alla base della Via del Pensiero, sono molto più importanti, nella loro dinamica azione creativa o distruttiva, nelle singole anime e nel mondo, idee e pensieri in sé che non le personalità che le veicolano. Infatti, l’azione di idee e pensieri opera nel mondo molto al di là del singolo individuo, ed agisce sia spazialmente anche molto lontano da lui, che temporalmente per lungo tempo dopo la scomparsa dell’originario loro pensatore dallo scenario sensibile. Anzi, proprio le opere di Rudolf Steiner di Massimo Scaligero sono esempi, dal punto di vista spirituale – alla faccia dei molti, troppi ostacoli incontrati – di una tale azione spazialmente vasta e temporalmente duratura, della quale tali opere contengono persino la giustificazione gnoseologica e filosofica, espressa in limpidi e luminosi pensieri.  

Nella Introduzione e nell’articolo commemorativo sopra citati, l’anonimo invita coloro ch’egli chiama “prosecutori” dell’opera di Massimo Scaligero – della Via da lui indicata – a farlo in una maniera affatto particolare e, per così dire, “creativa”, cosa che a coloro che, come noi, più che presumere di “proseguirla”, vorrebbero consacrarsi a sperimentare una tale opera, e a percorrere, “osando l’impossibile”, una tale Via, non può che lasciare alquanto perplessi. L’anonimo parla – esattamente come fece varie volte, apertis verbis, l’innominato – di una “nostalgia” e di una “troppo passiva assunzione della sua [di Massimo Scaligero] opera”. Infatti, egli intende spiegarci – con un ‘gentil’ atteggiamento pedagogico, come farebbe una maestrina nei confronti di allievi particolarmente “lenti” – una “verità”, a suo dire, nascosta nelle parole di Massimo Scaligero da lui citate, e da noi “ottusi” punto compresa, ovverossia che: “Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere”. Ciò è stato, con ogni evidenza, scritto ad uso e consumo di quei “nostalgici”, i quali – a suo modo di vedere, son davvero alquanto “tardi” a comprendere – a causa della loro “troppo passiva assunzione”, si ostinano a pensare che rimanere fedeli all’opera del Maestro si realizzi solo con lo sperimentarla asceticamente, e che “preparare i preparatori”, significhi appunto prepararli asceticamente e trasmetter loro la Via del Pensiero per sperimentare il momento originario del conoscere, o pensiero vivente, quale e come ce l’hanno trasmessa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, e non un’altra cosa, diversa e opposta.

Ovverossia, sempre secondo gli ostinati “zucconi”, è un cinico tradimento nei confronti dei Maestri, ed un perfido tentativo di disperderne l’opera, l’attuare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito”, col sostituire ai contenuti di Sapienza celeste dei Maestri e ai metodi ascetici da loro trasmessi, altre dottrine, puramente dialettiche e sentimentali, e altri metodi e pratiche individuali e comunitari, diversi e opposti a quelli che ci aveva trasmesso direttamente Massimo Scaligero. Tali metodi “innovativi” conducono ‘lento pede ac pedetemptim’, ossia insensibilmente ma certissimamente, nell’ovile e nelle “accoglienti” braccia della chiesa cattolica.   

Il nostro anonimo articolista e introduttore afferma che “la sua opera [di Massimo Scaligero] deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello”, ma abbiamo visto che il proseguirne l’opera si realizza con la dedizione all’ascesi volitiva della Concentrazione e la consacrazione alla Via del Pensiero Vivente, e non certo, una volta abbandonato l’aureo sentiero da lui indicatoci, “con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa”. Perché quel “qualcosa”, quel “pochissimo”, che dovrebbe aggiungersi, in realtà, si risolve in un inavvertito smarrire l’originario sentiero intrapreso, mentre “quel piccolo passo in più” è l’incauto inoltrarsi in una mefitica palude meotide, satura di attossicanti miasmi; ed è infine perire, miseramente naufragando, sotto la fascinazione di un seducente canto delle sirene. Il contenuto contraffatto, surrettiziamente proposto, la “manifestazione mutante nel tempo”, è finalizzato segretamente proprio a provocare l’interruzione della continuità di quella “tradizione solare”, che a parole egli ostenta difendere.

Infatti, egli poi attacca gli “ostinati reprobi” che, a suo dire, Massimo Scaligero vogliono “fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti”, e di “ingessarne l’opera, tradirla, disperderla”. A mio immodesto e lupesco parere, credo che l’opera del Maestro la tradisca e la disperda, non certo chi, pur facendo una vita molto, ma molto difficile, si scuoia vivo per venire ai ferri corti con se stesso, e si costringe a seguire la Via del Pensiero, a praticare la Concentrazione anche nelle condizioni più impossibili. Semmai la tradisce e la disperde eventualmente l’‘ignoto’ che, la notte stessa in cui Massimo Scaligero ci lasciò, violò il suo studio, ne cambiò la serratura, cominciò il saccheggio delle sue cose, facendo pure “opportunamente” sparire il suo testamento e impedendo così l’attuazione della sua dichiarata volontà. Sempre secondo il mio selvaggio modo di vedere, tradiscono e disperdono l’opera del Maestro, semmai vari infami ‘incogniti che andavano e tuttora vanno a giro per l’Italia – così sono venuto a sapere – a descrivere, in maniera derisoria, Massimo Scaligero come “ingenuo”, “sprovveduto”, e “non abile a muoversi nella vita e nel mondo” (mentre posso testimoniare che era vero esattamente il contrario…), offendono la sua intelligenza, la sua ascesi, la sua moralità, e gettano palate di letame persino sulla sua esperienza graalica. Cotali ‘ignoti’ e ‘incogniti’ vengano pure a raccontare le loro sozze menzogne su Massimo Scaligero nella tana del lupaccio cattivissimo, e poi vediamo cosa succede…

Non si può poi certamente dire, invece, che “ingessi” o “fissi nell’inchiostro” l’opera di Massimo Scaligero chi si permette di alterarne gli scritti o inserisca nelle sue opere parti o capitoli che ad esse non appartengono, e giustifichi tale arbitrio con spiritose affabulazioni. Né che sia un fedele “prosecutore” della sua opera l’anonimo che, nella innominata rivista, numero 81-82 del giugno 2003, p. 18, contrappone a “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi, che è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica, dell’uomo di questo tempo”, una mistica “circoncisione eterica”, che a me fa semplicemente accapponare la lupesca pelle e il pelo. È vero, invece, esattamente il contrario: per chi sia autenticamente “figlio di questo tempo”, non vi è altra possibilità di essere veramente cosciente e libero, e di conseguenza morale, che lottare energicamente, per realizzare l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, tutt’altro che spontanea e gradita all’infingarda natura egoistica dell’uomo attuale e sperimentare, per volitiva intensificazione consacrata dello stesso atto conoscitivo, la folgorante travolgenza del pensiero vivente. Né, tampoco, ritengo che sia un leale “prosecutore” dell’opera di Massimo Scaligero, anzi ne sia un livido e cinico affossatore, chi diffama il Rito della meditazione in comune da lui trasmesso, o cerca di scoraggiare, in vari modi, l’intensa e fervida pratica della Concentrazione, oggi UNICA via cosciente all’esperienza spirituale.

Per adesso, mi fermo qui, perché l’articolo si è già troppo allungato, ed io volevo per il momento – anche se vi è moltissimo altro da dire, e sicurissimamente, presto, sarà pure detto – commentare solo quelle poche frasi dell’anonimo “introduttore”. Ma il benevolo lettore non disperi, e non dubiti, ché molti altri “incomodi”, “inopportuni”, ed “importuni” disvelamenti avranno luogo su questo temerario ‘blog : ci può contare! 

5 pensieri su “IL DISVELAMENTO "INOPPORTUNO"

  1. leggendo l’articolo di Hugo non posso che ringraziare il cielo per la distanza geografica che mi tenne lontano dalla capitale.
    Del resto sapevo – ma ne ero divertito – che ero, per cause misteriosissime, assai malvisto dalle “folte schiere”.
    Un minimo aneddoto: Massimo era da poco scomparso quando Alfredo Rubino fu invitato a Trieste. Amici di Mestre, presa la palla al balzo, invitarono anche Romolo Benvenuti. Così mentre Alfredo era ospitato da altri, ospitai a casa mia Romolo. Eravamo in tanti, venuti anche dal Friuli e dal Veneto e Romolo fu un oratore delizioso e diventammo subito amici.
    Il mattino seguente telefonai ad Alfredo per dirgli che Romolo era contento, che tutto andava bene. Mi presentai al telefono con nome e cognome. La reazione di Alfredo fu di agghiacciato silenzio. Che venne superato e la telefonata si concluse cordialmente.
    Poi seppi, per loro stessa ammissione, che Alfredo era veramente preoccupato d’aver lasciato Romolo “nelle mie mani”.
    Così, senza alcun sforzo, mi trovavo nella blacklist dei cattivi…al punto di diventare oggetto di invidia da parte di chi aveva faticato per conquistare l’ambito titolo.
    Ciò in relazione col “farsesco” di cui parla Hugo.
    Per non tediare i lettori, mi riservo di raccontare successivamente un fatterello che mi pare possa far luce sul “livello morale” di chi suppongo sia il faro dei prosecutori (correttori) dell’opera di Scaligero.

  2. Proseguo dalle ultime precedenti parole.
    E narro di cosa piccina ma che mi pare sia un bel sintomo del reale livello di figure che paiono “importanti” in ciò che concorre alla presente diffusione dell’Opera di Scaligero.
    Ecco la storia: ricambiando le visite di Benvenuti a Trieste, R.A. ed io ci recammo a Roma. In attesa dell’incontro con Mimma e Romolo, passammo con una certa tristezza presso via Cadolini, dove Scaligero aveva avuto il suo Studio.
    Poi ci recammo alla libreria che i discepoli avevano aperto a Monteverde. Libreria di quartiere ma nuova e ben illuminata. Entrati, ci dirigemmo verso la parte preminentemente antroposofica. In fondo, dietro il bancone, la persona citata da Hugo stava confezionando un pacchetto a testa bassa. Capii che non c’era alcun desiderio di conoscerci. Un simpatico giovanotto ci chiese cosa cercavamo. Io avevo già preso un testo edito da Basaia ed il mio amico due libri delle ed. antroposofiche che gli mancavano. Chiesi se avessero qualcosa in francese. La risposta fu negativa. Allora pagammo l’acquisto e uscendo osservai come il pacchetto fosse di difficile confezione, poiché la persona dietro il banco continuava a confezionarlo a testa bassa.
    Poi ci trovammo con Mimma e uscimmo con Romolo, e con lui andammo a cena.
    Il mattino seguente riprendemmo il treno verso casa.

    Passò qualche mese e Benvenuti era nuovamente mio ospite. Dopo varie chiacchiere, in presenza di una dozzina di amici, Romolo – tutto d’un fiato – espresse ciò che lo stava angosciando: “Isidoro, ma perché lo hai fatto?”.
    Lo guardai (lo guardammo) con vuoto stupore: “Ma Romolo, di cosa stai parlando?” Con lo sguardo ferito di chi si sente brutalmente tradito, mi rispose: “B.M. mi ha detto che, in segno di disprezzo, hai lanciato un libro attraverso l’intera libreria”. A questa accusa, lo stupore nemmeno permise all’indignazione o alla collera di manifestarsi. “Ma Romolo, come puoi solo pensare ad una cosa simile…del resto c’è anche R.A. che era con me e può confermarti la nostra assoluta correttezza”. Il tono delle mie parole, lo sguardo mio e di R.A. disinnescarono la precedente certezza di Benvenuti, che anzi si volse interiormente ad affrontare qualcosa di altrettanto sbalorditivo.
    “Ma allora B.M. mi ha mentito…ma perché..perché lo ha fatto?”

    Lascio al lettore un piccola riflessione che riguarda (come sintomo) assai realisticamente, l’etica praticata da chi prese possesso di buona parte dei documenti lasciati da Scaligero e dei diritti sulle Opere del Maestro.

    Posso aggiungere pure la “paranoia” di Hugo che, purtroppo, sembra maledettamente vicina alla realtà per chi conosce i vari punti del retroscena.

    Parliamo di un passato presentissimo, essendosi formata una vasta comunella che “sembra” volta a stordire ed indicare l’opposto di quanto Scaligero veicolò con sacrificio e conoscenza.

    • Ah, lupaccio d’un Isidoro, quali mirabili notizie mi dai! Quella dell’uso della menzogna, “secundum militum mores execrabilis societatis” – è pratica antica, a lungo sperimentata e rodata da secoli d’uso, alla bisogna sempre efficace per i pragmatici scopi di certa gente che ha della Verità e della moralità una concezione molto possibilista e, soprattutto a “geometria variabile”. Molto variabile, ed ogni volta la variazione e i mezzi impiegati – anche i più abietti – vengono giustificati dalla “santità” del fine proposto.

      Devo dirti che quello che racconti mi ricorda molto da vicino comportamenti similissimi dell’innominato del mio articolo, ed eziandio di suoi “compagni di merende” romani e della mia città, a lui molto “vicini”. Ho avuto occasione, non poche volte, di verificare tali menzogne grossolane e sottili contro persone assolutamente innocenti: menzogne che hanno provocato o potevano provocare grandi difficoltà a quelle persone. Persino la mia selvaggia e lupesca persona ha avuto l’onore di essere oggetto di cotali affettuose “attenzioni”…

      Visto che, tra le altre ingiurie, vengo qualificato – ahimè, immeritatamente – come “buddhista”, cosa che mi onora e mi lusinga non poco, di fronte alla manifestazione di così elevate “cristianissime” virtù, mi viene da pensare a quel che afferma il Buddha Shakyamuni nell’Anguttara Nikaya:

      “Per un uomo, nel quale non v’è vergogna di una consapevole menzogna, ogni azione malvagia è possibile”.

      E mi attengo altresì a quanto dice la mia amica, figlia della lontana Cina, Fang-pai: “La parola di un uomo nobile è ORO”, intendendo non solo che si deve mantenere la parola data, ma anche che si deve evitare come la peste la menzogna. Ora il mio innominato, come pure il personaggio della tua avventura libraria romana, non fa né l’una né l’altra cosa! Vedi un po’ te come siamo messi bene a giro…

      Hugo, che da bravo lupo
      nelle arti marziali
      erudisce il pupo.

  3. Carissimo Isidoro,
    voglio dare una pubblica testimonianza su Alfredo Rubino, proprio per mostrare quanto si possa, con coraggio e coerenza, essere assolutamente il contrario di quelle “intelligentissime” personalità, “diversamente morali”, delle quali ho avuto modo di occuparmi nell’articolo. Conobbi Alfredo quasi subito dopo aver incontrato Massimo Scaligero, quindi 46 anni fa, quando ero ancora adolescente. I rapporti tra noi sono sempre stati all’insegna della più grande cordialità, e della più fervida militanza nella Via del Pensiero. Non ci fu MAI un’ombra tra noi, ed ho potuto verificare direttamente la sua estrema onestà verso la Verità e la sua più grande lealtà nell’amicizia, soprattutto nei momenti nei quali la “parte avversa”, ossia i “trasbordatori ideologici inavvertenti” facevano un giuoco che più infame e sporco non poteva essere.

    Naturalmente tutti possiamo sbagliare, perché siamo esseri umani e la conoscenza per gli umani è dura conquista, lungo un sentiero costellato di necessari e “provvidenziali” – anche se, a tutta prima, pochissimo graditi – errori piccoli e grandi. Non si può conoscere prima dell’esperienza, ciò che invero dovrà essere proprio il risultato dell’esperienza vissuta: spesso a ben caro prezzo vissuta, e sulla propria pelle. E, inevitabilmente, si possono fare, a causa di incompleta conoscenza dei dati di una situazione, errori per conclusioni affrettate, che nel tempo, sottoposte a più meditato esame, vengono corrette e dànno luogo ad una più completa e giustificata conoscenza.

    Va da sé, essendo esseri umani sia Alfredo Rubino che io – a dire il vero, più che un umano, io sarei un ferocissimo lupaccio – possiamo sbagliare. Da parte mia, posso affermare che di errori ne ho fatti di minimi, piccoli, medi, grandi e grandissimi, e ne ho fatti a oceani. A volte i miei errori son stati così marchiani e plateali, che persino io ho riso di me stesso! Ma vi è una differenza radicale tra errore e colpa, che poi è la stessa che passa tra danno e dolo. Tale differenza è data tutta dalla coscienza di mentire sapendo di mentire e volendo ingannare, e dalla volontà di recar danno. Gli errori, involontari, frutto di inesperienza e di non conoscenza, nel tempo vengono corretti dalla conquistata ulteriore conoscenza, e divengono fecondi e preziosi per l’acquisizione della vissuta esperienza. Ad un certo punto del proprio cammino di vita e di conoscenza, ci si accorge che – malgrado tutto – si è diventati “veterani”: pieni di cicatrici, di errori, e di esperienza.

    Per questo motivo, osservo persone, eventi e situazioni sulle lunghe distanze, ed il tempo prima o poi disvela – a chi ha “pazienza” – la verità di persone, eventi e situazioni. Da questo punto di vista, io ho una “pazienza asiatica”, o come dice, dolcemente canzonandomi, la mia sapientissima R. – mia sorellina adorata e fedele compagna d’armi in moltissime pericolose battaglie e lunghissime lotte – una “pazienza patologica”. E proprio sulle lunghissime distanze, ho potuto verificare la rettitudine, la sincerità, la lealtà, la grandissima umanità di Alfredo Rubino.

    La sua asciuttezza per nulla mistica e punto sentimentale, e la sua fedeltà alla Via del Pensiero, alla Concentrazione, a Massimo Scaligero, come portatore della Conoscenza Celeste, sono state viste come massimo ostacolo all’attuazione dell’inavvertito “trasbordo ideologico” da attuarsi, apparentemente nel senso mistico e sentimentale di una “via dell’anima”, ma in realtà operante al dissolvimento della Comunità Solare, e al recupero di una parte della medesima in una direzione “confessionale”. Per questo motivo, egli stava “sull’anima” a tutta una “intelligentissima” genia di furbastri. Perciò venne messa in atto progressivamente una strategia di denigrazione della persona di Alfredo Rubino, di sabotaggio delle riunioni ch’egli – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero – teneva a Roma come orientatore dell’attività comune degli amici. Prima alle sue riunioni venivano poste domande capziose, ed anche offensive, poi le sue riunioni vennero apertamente “svuotate”, scoraggiando e allontanando molti partecipanti. La cosa ho potuto constatarla personalmente, mi è stata testimoniata da varie persone di Roma, e da Alfredo Rubino stesso.

    Si giunse – alla faccia delle delicate deliquescenze “morali” della predicata “via dell’anima” – a mettere in circolazione, per ridicolizzarlo, ciniche barzellette su di lui: ho avuto modo di ascoltarle di persona a Roma, nella mia città, e persino in montagna, a S., dove d’agosto alcuni di noi si riunivano per il “Rito” meditativo comune. E mi stupiva che tutte le persone, che diffondevano una tale sconcezza – anche quelle che tra loro non si conoscevano – ripetevano quella cinica e stupida barzelletta con le stessissime parole, punti e virgole compresi. Volli indagare l’origine di cotale così bene organizzata infamia e, con l’aiuto della mia glaucopide Amata, feci una serie di scoperte sorprendenti, sulle quali PER ORA taccio.

    Quando, nella mia città e Roma, si volle procedere all’ostracismo prima e alla lapidazione della mia lupesca persona, Alfredo Rubino – mai richiesto – volle testimoniare apertamente leale amicizia, come aveva sempre fatto nei confronti di altri reprobi ostracizzati. Nel 1991 venne organizzata, dalla solerte “regista”, fiduciaria dell’innominato, e dalla “manovalanza indigena”, una riunione plenaria nella mia città, in occasione della quale venne invitato Alfredo Rubino, onde procedesse alla mia sconfessione pubblica, e procedere poi alla mia “esecuzione esemplare”. Venendo nella mia città, egli – da me non sollecitato – si rifiutò di andare a pranzo della suddetta “regista”, la quale voleva un “persuasivo” conciliambolo preventivo con lui. Ma Alfredo Rubino non era persona che si facesse manipolare. Rifiutò l’offerta fattagli, e volle accettare l’ospitalità della mia povera casa e della mia men che modesta tavola. Poi andammo al luogo della riunione – la casa di colui che nel settembre dell’anno precedente voleva “menarmi” – dove le persone ivi convenute vomitarono di tutto, di più, e di ogni, contro il “perverso eretico”, che si ostinava a voler esser fedele alla Via del Pensiero, alla Concentrazione, e al silente “Rito” indicato da Massimo Scaligero: soprattutto contro il fatto che il “reprobo” non “apprezzava” le mirabili “innovazioni creative”, e gli veniva fatta colpa di sottrarle all’animica voluttà delle belanti anime catecumene. Alfredo Rubino non stette a loro giuoco, sconfessò apertamente la legittimità di tali ambigue “sperimentazioni” – per usare una parola decente – e, difese il “reprobo” a viso aperto, contro contro la muta di cani rabbiosi che – chiedendo da parte sua una complice approvazione – erano pronti a sbranarlo.

    E lo fece sino all’ultimo. Anche nell’ultima commemorazione di Massimo Scaligero, da lui fatta nel gennaio 2013, Alfredo Rubino volle – non richiesto – dare pubblica testimonianza alla correttezza dell’orientamento che il “reprobo” si sforzava di realizzare nella Cerchia di amici nella sua città, e che lui era stato personalmente testimone del fatto che Massimo Scaligero avesse designato il “reprobo” a tale compito di orientamento e quali fossero le indicazioni trasmessegli. Alfredo Rubino – ripeto: MAI a ciò richiesto – volle dare tale leale aperta testimonianza in presenza e in assenza del “reprobo”, come a questi fu raccontato da amici romani presenti.

    Per me è un gioioso dovere rendere, una volta di più, aperta testimonianza alla rettitudine di Alfredo Rubino, alla sua fedeltà a Massimo Scaligero, alla Via del Pensiero e alla Concentrazione, alla sua modestia, alla sua onestà, serietà, sincerità, profonda umanità, lealtà, alla sua silenziosa e intensa operatività ascetica. Tutto il contrario dei furbastri, intelligentissimi e intraprendenti e mascherati “ideologici trasbordatori”, che cercano di appannare l’immagine spirituale di Massimo Scaligero, di alterarne l’Opera e di condurre smarrite pecorelle nell’ovile d’Oltretevere.

    Hugo de’ Paganis

  4. Salve, Le scrivo perchè ho notato che nella copia in mio possesso del libro di Scaligero: dallo yoga alla Rosacroce
    edito dalle edizioni mediterranee due pagine prima dell’indice sotto il titolo del libro c’è scritto:
    Prefazione, introduzione e note di Beniamino Melasecchi.
    L’ho acquistato verso la fine di ottobre 2015 e l’edizione è del 2012, non ne seguono altre…
    Comunque colgo pure l’occasione per ringraziarLa per quest’articolo che ho trovato molto interessante.
    Riguardo all’introduzione, ora rileggendola con più attenzione ho notato quelle frasi un “tantino” sopra le righe
    a cui non avevo fatto caso la prima volta che le lessi.
    Se inconsciamente quelle frasi avessero il potere di combinare qualche guaio ai poco attenti come me, ringrazio Lei
    per l’indicazione a rileggere consciamente e ad aggiustare l’eventuale guasto.

    Massimo.

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