L’ANIMUCCIA E LA CONCENTRAZIONE ( di F. Giovi )

-Gran-Sasso-

(Gran Sasso d’ Italia)

Nell’articolo del mese scorso avevo accennato ad una nota del gennaio di quest’anno. L’ho ritrovata e riletta. Gran cosa non è ma, batti e ribatti, è parte di quello che sto dicendo da un buon quarto di secolo. Non considero L’Archetipo una sorta di seconda scelta, perciò per farla stampare l’ho rivisitata completamente e implementata con molte aggiunte.

Quanto ho scritto in questa nota è, per certi aspetti, diverso da quello che ho scritto il mese passato: lí mi rivolgevo all’importanza della disciplina sull’anima, qui invece l’anima viene considerata come il grande ostacolo che l’operatore trova lungo la via interiore. Il punto di vista può sembrare diverso, ma basta semplicemente intendere cosa l’anima può significare. Se ci comprendiamo su questo, l’eventuale contraddizione sparisce.

Però è possibile che qualcuno possa sentirsi irritato a causa dell’apodittica frase che segue: “Solo chi è capace di attraversare l’anima e uscirne conosce la concentrazione”.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco di mezzanotte in cui una voce possente grida ai danzatori di smascherarsi: solo cosí cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Scrissi un giorno che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo e costantemente la potenza della immobilità: in ciò realizzano una concentrazione assoluta. Le piante invece esprimono la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto… e l’uomo?

Già, l’uomo (homo o vir: pure questo è un bel problema che quasi nessuno desidera risolvere dentro sé)! Egli contiene naturalmente in sé le potenze elencate, e non ditemi con sussiego che lui però possiede l’anima, perché quella ce l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una cagnesca visione del mondo e certe cose le comprende anche meglio degli uomini: a naso.

Forse l’uomo (dico “forse” perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio Principio che i fratelli minori, quelli degli altri regni, non hanno: ciò permette che le sue esperienze acquisiscano durata e conservazione fuori dalla giostra del mero percepito.

È un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le acque inferiori lo immergono troppo oltre la sua statura. È davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze ‒ sono entità, sono sempre entità ‒ aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa (né bianca né nera) e per quei tempi, pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianismo, medianità. Un nome non dice molto, specie se viene automaticamente associato a tavolini a tre gambe, ma possiamo comprendere meglio se immaginiamo i due piatti della classica bilancia. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza (come intuí Pascal, nel mondo il vuoto non ci sta, per cui “assenza del Principio” significa solo che se Lui non c’è, è stato sostituito da altro). Cosí ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di piú o di meno l’altro. Possiamo anche immaginare che i due piatti, nell’ordinario, non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo ordinariamente è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto l’azione di quelle forze, il suo Principio pesa assai poco.

Non tengo lezioni di morale, che del resto mi pare materia di una cattedra sempre affollata: essere deprivati dell’Io è una condizione che vale per il criminale , il quale, afferrato da parossismi, compie i piú atroci delitti, e per il santo  che fa opera sovrumana quando viene rapito dalla sublime estasi spirituale. Ora vale pure per il dialettico che usurpa il trono non suo col vuoto e lesivo mondo delleparole.

La tirannia dell’Altro muta la propria fisionomia con i tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologica passione che naturalmente si tinge di colori diversi per le singole anime, fornendo un’ammirevole impressione di libertà personale. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo, ma non sarebbe esatto, poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima personale prende il sopravvento con umori e predilezioni, quello che viene espresso si avvicina molto ad una sorta di leggiadría fantasticona e demenziale anche in rigorose figure scientifiche.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia: quella di scarsa realtà che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! È con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle una importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni: essa prospera con la nostra mancanza di centralità, con la nostra eterna confusione.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito, produce ineffabili pasticci: è lei che produce la babelica lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, in buona fede, raccolgono mosche dicendo di fare disciplina del pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire… Perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nella sfera dell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio… chiamiamola pure prima tappa del controllo del pensiero… ma non chia- miamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, cosí la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale: essa è il trenino, il veicolo. Ma è con il trenino che si passa per il tratto significativo, e questo accade quando con il veicolo si oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima (animuccia) teme ogni superamento: da reazionaria assoluta e ingorda, usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza pensante di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata, poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo: cioè riflesso dalla corporeità) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza con uno sforzo o atto piú potente, e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore di un tempo, preferí abbandonare l’arena adducendo come motivo portante che le situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva una buona condizione dell’anima.

Cose come questa, che comprendo e rispetto in quanto scelta personale, non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una dedizione o intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o piú volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo… ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà anche straordinarie, tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in tutte le sue Opere (senza ritagli ad usum di questo o quello) come contenuti da noi troppo distanti. I buoni propositi, con le cento iniziative al seguito, sono aria fritta: sincerità e coerenza di osservazione e pensiero con se stessi e con il mondo sarebbero un viatico migliore: se si svuota il pensare dai pensieri, resta poco, ma quel poco è piú reale e non indulge in sciocchezze.

Sono cosí tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra l’approccio al dominio del pensiero e la concentrazione profonda, che sarebbe impossibile farne un elenco, e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano ‒ come lo sono le invadenti impressioni corporee ‒ non dovrebbe esserci arresto ma un’ulteriore azione della volontà.

Poi può succedere di entrare in una condizione di sofferenza animica diffusa che, sebbene non sia localizzata come l’emicrania o il mal di denti lo sono nel corpo, ha il carattere della insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli dei mondi invisibili. Lí, ovviamente, non esistono confini sbarrati come nella sfera sensibile, ma se si cerca di penetrare in sfere che superano la nostra maturità, e ciò è possibile, si può entrare in una oppressione assoluta che ci respinge: è una sofferenza totale che nel mondo sensibile equivarrebbe al tentativo di attraversare un muro di pietra, ma nel Mondo spirituale è peggio, poiché afferra tutto il nostro essere. Si potrebbe anche caratterizzare l’esperienza come una sorta di giudizio interiore (a cui si viene sottoposti) cosí potente che potrebbe annichilire tutto ciò che siamo.

Già prima di questo, la scelta di ritirarsi dal dolore (preagonico, lo chiama Scaligero, mica scherzando), o di continuare nonostante tutto, si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: in una realtà piú alta, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superati.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver concluso nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Quel che segue l’ho narrato molte volte… ma non fa male ripetere, anzi! Pure il Risvegliato lo sapeva, e in tale maniera comunicava. Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni e pulsioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo, lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata, e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma, miracolosamente, l’autorità delle parole di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore di ripetuti esercizi… finché, nella telefonata finale poté comunicare stupefatto a Massimo che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano s’erano dissolti, erano spariti come d’incanto. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo si erano soluzionati per il meglio.

Io e altri vecchi sciocchi par mio abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, decisi ad andare oltre la coscienza somatica, egoica (cioè ordinaria), a costo di schiattare. Anche con l’handicap pregresso di emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai invadenti o dolorose. E taccio intorno a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre ma talvolta sí, anche se mi piacerebbe raccontare storie di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animuccia vinta (se si vince l’animuccia si superano simultaneamente gli ostacoli che provengono dal corpo). Se parlo di abnorme quantità, è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria, e l’uomo, in condizioni relativamente “normali”, non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

È evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime, ora presenti, ma portatrici di forti impulsi vetero-testamentari.

In queste ultime vige frequentemente un particolare disgusto nei confronti dell’ego, si sentono quasi indignate dalla sua miseria, dai suoi vizi… ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga controcorrente verso la propria estinzione? Dall’ego non si esce, è inutile indignarsi con se stessi (e con gli altri, soprattutto con gli altri) – pura perdita di tempo – mentre nella pratica del dominio di sé fa capolino il Principio.

Perché il Principio è ciò che subentra quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti, e virtú, vizi, convinzioni, carattere eccetera: tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Piú radicalmente: svanita la riflessità, svanisce anche l’ego! Seppure rapido come una folgore, è un grave e grande momento: il nostro essere, quando vive in questo mondo, non sperimenta mai il pensare e percepire senza un continuo ricondursi al senso dell’Io corporeo, di continuo rivolgendosi alla sensazione di sé.

Invece, in quel momento, c’è “solo” l’Io puro che vede e sente, e non un suo riflesso verso cui rivolgersi, e anzi se questo fosse, per cosí dire, presente, si disintegrerebbe a causa dell’infinito terrore che il cosmo senza appoggi palesa al soggetto. Il veggente non veduto, il conoscente non conosciuto non è una caratterizzazione poetica o suggestiva, ma solo una tra le piú felici definizioni riassunte a posteriori da uno sperimentare indicibile: l’Io puro che sperimenta non può venire “sperimentato” da alcun ulteriore soggetto, perciò da nessuno.

L’Io si erge sull’abisso, l’Io può contemplare l’infinito e l’infinita potenza che si manifesta. Lí il pensare è forza vera, e si sa che appartiene al Cosmo: nel Cosmo il pensiero domina. Cosí non può certo “pensare” a stilare sofismi e regole di qualsiasi tipo, ovvero la produzione industriale dell’animuccia.

E pazienza se tutto questo può sembrare a tanti un glifo senza senso, impalpabile, persino innaturale. È… naturale che sia cosí. Solo sulla strada della concentrazione queste sono cose ben piú reali della vita di sogno che si vive nel costante crepuscolo pieno d’ombre del nostro tempo terrestre.

Franco Giovi

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per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2014/dic14/

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