PROBLEMI CON LA DISCIPLINA (di F. Giovi)

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Sembra ragionevole, anzi necessario, fare sovente ritorno ai Fondamentali, intendendo con ciò le discipline che traghettano l’autocoscienza dal suo passivo innervamento nell’ordinario sensibile a condizioni dell’Essere piú vaste, vere e profonde. Si allude qui a quanto permette una forma di autoconsapevolezza che possa sopportare il rapporto diretto con la Potenza della Vita, illimitata e fluente come un Oceano, definita “mondo eterico” nella terminologia convenuta dalla Scienza dello Spirito. Le caratteristiche di tale mondo, come la sua sostanza, sono in totale contraddizione con lo stato terrestre del Cosmo e della coscienza di sé che di quello abbisogna per accendersi. Partendo dall’immagine di questa assoluta contraddizione, possiamo almeno realizzare che la via da seguire, avendo di necessità la moderna coscienza ordinaria come punto di partenza, non può essere altro che “una via difficile e straordinaria”, la quale, con la pur indispensabile assimilazione di temi, immagini e analogie intesi come corrette traduzioni dello Spirituale quali preambolo informativo e formativo, non presenta una realistica connessività.

Attendete un momento, prima di scandalizzarvi. Volevo semplicemente dire che dubito fortemente del fatto che un contemporaneo, attraverso la lettura di uno o cento volumi di “comunicazioni spirituali”, possa realizzare una intensificata trasformazione della sua coscienza, corrispondente, in basso, agli stati di sogno e di sonno.

Non svelo nulla di occulto o riservato se, come esempio, oso raccontare cosa succede talvolta ai membri dei sodalizi piú esoterici alle prese con i mantra dati dal Maestro: i piú pigri ascoltano e attendono il prossimo incontro; quelli a metà strada rileggono, persino giornalmente, il mantra; i piú dotati lo memorizzano e lo ripetono interiormente come monacelli in preghiera. Qualcuno, magari ricordandosi la lettura di un certo tema (di cui si è convinto che non stia bene pensarci su o parlarne con altri, quasi fosse disdicevole come fare la pipí in piazza), prima cerca di capir ben bene le frasi mantriche, poi estrae dai propri sentimenti quello che, sebbene sia oscuro e informe, pare idoneo al momento spirituale, lascia che it faccia il suo veloce tour e svanisca: ha praticato la meditazione!

Non vi sembra un quadro ben triste? Per analogia naturalista, mi ricorda certi canali idrici di pianura, verdini, torbidi e immobili: senza scintillio di vita, zanzare a parte.

La situazione potrebbe essere molto diversa se venisse, a fondamento del tutto, praticata assiduamente la Concentrazione. Questa affermazione non è trattabile: si legga qualche pagina (magari comprendendola!) di uno qualsiasi dei ventotto testi che Scaligero scrisse tra il ’60 e l’80, di Steiner il III capitolo della Filosofia della Libertà, l’appendice aggiunta nel 1918 all’Iniziazione, il capitolo finale degli Enigmi della Filosofia ecc. e forse qualche articolo apparso su questa Rivista, che in tutta modestia si sforza esclusivamente di dare al ricercatore quanto vi è di utile e possibile.

Gli amici lettori potranno pensare che, gira e rigira, casco sempre lí e dimentico la medi- tazione ma, mi scuso per il gioco di parole, il tema è pre-meditato: provate a fare le piú elevate meditazioni, beninteso eliminando dalla disciplina quotidiana la Concentrazione, e vedrete ben presto attivarsi l’“effetto domino”: caduta la Concentrazione, in pochi mesi assisterete al crollo del restante lavoro interiore. Alla luce di questa sperimentatissima fenomenologia, viste le richieste piú frequenti di chiarimenti su quanto ruota intorno all’esercizio, per il significato e la modalità del quale rimandiamo sempre ai testi di Massimo Scaligero, cerchiamo di rispondere, pregando i lettori di ricordare che quando si parla concretamente di pratica è ben difficile che il discorso sia lineare ed esaustivo per il singolo.

«Quante volte e per quanto tempo dovrei fare la concentrazione giornaliera?».
«Due volte al giorno, un quarto d’ora per volta».
Risposta vera, risposta falsa. Perché? Perché quando si inizia (e non solo) si ha bisogno di certezza e di “incartare” l’atto interiore in una regola, o contesto formale, che veicoli la volontà che non si conosce e si possiede in misura scarsamente influente.

La coscienza ordinaria non conosce affatto la volontà e la scambia con l’istinto, il desiderio o la cocciutaggine. Qualcuno, quando tenta la Concentrazione, crede persino di percepirla anteriore al pensiero: è l’errore di chi non riesce a intuire la sostanziale diversità esistente tra l’attività pensante e la psiche. Quest’ultima essendo il prodotto del dominio del corpo sul pensiero che in esso si media e si riflette per venire sperimentato dove la coscienza di sé è inizialmente desta. In tale contesto condizionato, le tensioni neuro-muscolari percepite dal pensiero possono venire pensate come volontà precedente il pensiero. È l’impressione da cui origina l’equivoco degli esercizi psicofisici che conducono lo sperimentatore ancora piú profondamente nelle categorie fisico-sensibili, viceversa allontanandolo dallo Spirituale che già è presente nell’attività pensante dello studioso delle scienze del sensibile (e anche del vostro meccanico di fiducia). Si potrebbe dire che fare concentrazione con il pensiero è già un raro evento, raggiungibile attraverso un lungo e duro lavoro di concentrazione!

Acquistata familiarità e una minima capacità nell’esercizio, l’indicazione suggerita all’inizio può diventare (deve diventare!) un limite che va superato. Poiché la Concentrazione non è, come dichiarano taluni per ignoranza o per cattiva coscienza, una fredda operazione della testa, ma segretamente sconvolge tutta l’anima umana, che in profondità, e se si accetta d’ascoltarla, parla attraverso impulsi di moralità spirituale quali dedizione, coraggio, volontà di superamento. E nonostante la monotona regolarità degli impedimenti che non elencheremo – perché sono cosí tanti da superare i granelli di sabbia del mare – la coscienza comincia ad intuire che, a far sul serio, deve fare di piú: in quantità ed intensità.

Il discepolo della Via del Pensiero, approfondendo il significato fenomenologico dell’esercizio, e soprattutto con la retta pratica della Concentrazione, che indipendentemente dai risultati contingenti lo ammaestra con adialettiche intuizioni
su quale sia il suo percorso (e su ciò che non lo è), può dedicarsi ad essa ossessivamente: dominando beninteso l’ossessione con la volontà, la sensatezza e la deliberata immersione nel generoso oblio dell’ordinario divenire, respingendo la condizione sentimentale (astrale) che brama mantenere, fuori dall’esercizio, uno stato d’eccezione permanente.

Questo è un rischio reale di cui, ad esempio, Steiner parla verso la fine del primo capitolo dello scritto La Soglia del Mondo Spirituale: «…Se infatti l’atteggiamento della meditazione si prolunga durante la vita diurna come un’impressione sempre presente, la vita stessa perde la propria scioltezza. In questo caso, durante il tempo della meditazione stessa, l’atteggiamento meditativo non potrà essere né sufficientemente forte, né sufficientemente puro. La meditazione porta i suoi veri frutti appunto in quanto si distacca per il suo atteggiamento dal resto della vita. E sulla vita esercita l’azione piú benefica se viene sentita come qualcosa di particolare e di elevato al di sopra del rimanente». Per evitare equivoci nominalistici in chi legge, si sottolinea che il Dottore parla di “meditazione” nel capitolo in questione, ma la sua raccomandazione vale per tutti gli esercizi. Del resto in righe precedenti del medesimo scritto troviamo che «…il concentrarsi in tal modo ripetutamente sopra un pensiero in cui si sia penetrati a fondo, potenzia nell’anima certe forze che nella vita ordinaria vanno disperse: essa le rafforza in se stessa».

Alla luce di ripetuti esperimenti, confortati da direttive date da Steiner ad alcuni discepoli, credo di poter indicare (in piena libertà mia e vostra) che l’idea di un ritmo intenso (inteso come ripetizione dell’esercizio) nella Concentrazione dovrebbe situarsi in spazi di tempo non superiori alle cinque ore. E se mi concedete il “beneficio d’inventario” posso aggiungere che, dopo l’esercizio, questa è all’incirca la durata della sua azione benefica contro l’eccesso di attività che il doppio arimanico esercita sulla nostra anima e sul corpo, e che ammala corpo e anima. In questa direzione, se le difficoltà pratiche sono quasi fago- citanti, possono bastare tre-quattro minuti d’esercizio, magari svolto nel bagno aziendale.

Quanto detto rimane solo un suggerimento di massima, perché fondamentalmente ognuno deve operare secondo le necessità che intuisce da se stesso.

Credo sia comunque utile impadronirsi di una concezione che si oppone a tutti i generi di visioni e regole statiche o tradizionalizzate che si sono radicate a destra e a manca. Se all’inizio avete stabilito regole ferree, ripeto: va benissimo, è la cosa giusta da fare. Poi, nel tempo, occorre svezzarsi. Per capirci senza fraintendimenti faccio alcuni esempi, come sempre tratti dalla realtà: Tizio, che di solito fa l’esercizio per una manciata di minuti, oggi sfida le proprie abitudini. Si siede, svolge il suo percorso di parole ed immagini riferiti all’oggetto che aveva posto al centro della coscienza, infine mantiene, per quanto gli è possibile, l’immagine finale. Terminata l’opera, un attimo dopo “serra le fila” e ripete l’esercizio (non lo “ripete” ma lo esegue come fosse il primo esercizio della sua vita!). Ora, giunto a metà percorso, budella e posterga iniziano a contrarsi, o forse è l’anima che si contorce. Quasi dolorante, non si sa bene se nell’anima o nel corpo, Tizio termina la seconda concentrazione, magari apre gli occhi, muove il collo, molla il filo di contrattura che gli sta agganciando il trapezio, poi raccoglie i miseri resti di sé e inizia la terza concentrazione (sí, evocando sempre il medesimo oggetto). E cosí di seguito per una o due ore filate. Risultati coscienti? Forse zero o forse Tizio ha fatto un essenziale passo in avanti rispetto a tutto quello che lui è ed è sempre stato, fino a questo momento.

Caio, che è un caro amico e, fatto piú importante, è pure uno dei rari discepoli di Massimo rimasti operativamente fedeli al cuore dell’Insegnamento, fa la Concentrazione da tanti anni. Un giorno mi ha mandato un suo motto, sapido, ma che sottende la maestria a cui è pervenuto: «Fare pochissimo, fatto benissimo!». Questo può essere il motto valido per chi domina il pensiero ordinario e usa l’intensità che potete anche chiamare “alto livello di dedizione”.

Gli esempi di Tizio e Caio valgono in generale per indicare che non esiste una regola fissa e proficua per Sempronio se non quella che lui darà a se stesso, e che cambierà quando avvertirà esigenze prodotte da percepiti ostacoli interiori o, all’opposto, da un raggiunto livello superiore di capacità. Probabilmente Sempronio potrebbe iniziare dal 2 x 10’/15’ citato in apertura, e dopo un tempo (ed esperienze dell’anima) a noi ignoto ma non inferiore a parecchi mesi, piú rafforzato e determinato, potrebbe passare a qualcosa di simile al raddoppio e a qualche “colpo d’ariete” come ha fatto Tizio. A questo punto Sempronio sta diventando realista: ha imparato per esperienza diretta che la concentrazione prolungata non fa male ma funziona, che i momenti apicali in cui contemplava l’oggetto evocato senza residui di sé o d’altro, erano i veri momenti di concentrazione, e che concentrazioni brevi o brevissime come saette di pensante volontà inegoica annunciano l’albeggiare della potenza eterica nascosta dal pensiero riflesso. Come, penso, faccia Caio.

Ora affrontiamo un argomento scabroso o doloroso (a voi la scelta del vocabolo): in sede teorica si può legittimamente arguire che la prima concentrazione della vostra vita sarà faticosa, difficile e confusa, mentre la centesima o la millesima sarà, all’opposto, riposante, facile e chiara. Nella dura realtà la situazione è ben diversa. Innanzi tutto l’esercizio com- porterà, per decenni, l’esigenza di sostanziali superamenti che con la lunga pratica verranno attraversati velocemente, forse senza le agonie dei primi anni, ma credetemi: il passaggio dalla (totale) dedizione a se stessi alla (totale) dedizione al concetto di turacciolo è un itinerario lungo e sofferto. Come, ad esempio, è piú “facile” sostenere le scomposte fatiche iniziali che alimentare la profonda quiete che si istaura molto dopo con “l’assenza di sforzo”.

Sempronio (l’unico del terzetto ad essere soltanto immaginato) ha vita dura nell’apprendi- stato, ma le delusioni si controbilanceranno con l’entusiasmo del neofita, con le appaganti meraviglie delle tante esperienze fuori dell’ordinario che sovente arricchiranno i suoi momenti di disciplina. Piú avanti scoprirà invece di scivolare impercettibilmente nell’automatismo, di non trovare piú la familiare spinta animica che lo aveva sostenuto dall’inizio, di avere sommerso l’eccezione tra i riti ritriti del quotidiano e di tentare inutilmente qualcosa di penosamente arido in uno scenario d’anima senza vita, immobile e privo di indicazioni. La morte è perennemente statica: sembra un errore parlare di attraversarla, perché sul suo terreno sei fermo, il tempo è fermo. Calarsi nell’esercizio è ciò che fai solo per fedeltà profonda perché tutto il resto è diventato fumo: prodotto di una lenta combustione che hai innescato con il Rito ma che l’ego mai avrebbe tentato o desiderato. Io spero che Sempronio non indietreggi. Sei giunto a dominare il mentale ordinario, entri nel Silenzio ed equanime e indifferente contempli l’oggetto di pensiero con forma o senza forma e, forse, resti lí, inchiodato come un baccalà, o se volete, sospeso nel limbo. Magari dopo aver sperimentato, in anni precedenti, momenti di accensione della corrente eterica centrale, attimi in cui la pura corrente del volere ha sostituito il pensare e il suo oggetto, ed il soggetto corporeo, riassorbito, nullificato, ha ceduto il comando al vero Re, a Colui che non può essere percepito.

Questa condizione è la prova finale dell’ultrasecca Opera al nero dei nostri tempi: si sta (in ciò che sarebbe stato im- pensabile tanti anni prima) lasciando con una “non azione”, o metafisica immobilità, che tutto defluisca: tutto quello che di noi era segretamente rimasto. Poi, dalla tenebra e senza merito tuo, giunge la prima radianza di un lucore paraclito: nel suo alito il cuore che in te s’era arso, rivive e riconosce con una certezza assai piú alta della tua coscienza Chi traspare nella Luce montante.

Miei cari lettori, permettetemi ancora qualcosa che su un terreno diverso è comunque legato alle precedenti righe. Vi sono persone, o meglio personalità, che da anni vanno in giro dicendo che la Via del Pensiero non arriva al Logos. Questa affermazione è falsa. Poiché alcune di tali persone facevano da tappeto quando Massimo passava ancora da queste parti, lo confesso, rimango quasi affascinato nel contemplare ciò che li muove con uno zelo diametralmente opposto al precedente, e mi spiace per gli sprovveduti che, privi delle grandi forze dell’anima moderna – il dubbio e la coscienza critica – rimangono basiti a far loro da candelieri. Astraendo da ciò che muove questi signori, vorrei far notare agli altri (non ai primi, perché sarebbe impossibile) e a quelli che mi leggono con animo aperto, che le predette personalità non hanno praticato la Concentrazione, o peggio l’hanno fallita per le loro carenze morali. Dunque, parlano di ciò che non conoscono oppure temono: in definitiva odiano l’esercizio fondamentale perché la Concentrazione li metterebbe di fronte alle loro vere fattezze, come Dorian Gray davanti al suo ritratto. Traete da voi il conseguente.

Per chi legge queste righe con interesse ma si sente fieramente pagano e teme chiesismi contrabbandati, dico soltanto, con sincera simpatia, che la Concentrazione, piú affilata di Tsumugari, è cosí pura e lucida che non ammette ombra né di Dei né di diavoli. Tentatela e metterete da subito in gioco il vero delle vostre forze.

Poi, se oltre il nudo e terso picco della Disciplina, il Sole Vittorioso si alza dalle Tenebre, siamo tutti in sacra fraternitate: voi io e, se mi permettete l’ardire, pure l’Imperatore Giuliano, Paolo di Tarso e l’Apostolo Giovanni…

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/ott07/esercizi.pdf

6 pensieri su “PROBLEMI CON LA DISCIPLINA (di F. Giovi)

  1. Ah, parole dure, quelle di Franco Giovi sulla Concentrazione: parole taglienti come lame di spade nipponiche, o come lame di rasoi ben bene affilati. Parole taglienti e dure, ma vere e chiare, anzi verissime e chiarissime. Ed oggi vi è bisogno estremo di tale veridica chiarezza. “Qui vult capere capiat”, diceva nel Settecento un Iniziato!

    La Via del Pensiero, la Via della Concentrazione è la Via “ultrasecca”, che nulla concede alle “morbide” esigenze dell’ego in spasmo di sopravvivenza, e nulla concede ai deliquescenti languori delle “anime belle” in mistica aspettativa del meraviglioso, dell’edificante o del consolante.

    Per me – che venivo dalle Vie orientali – la Concentrazione fu sin dall’inizio difficilissima. Essa agì da sùbito come un pesante maglio sbriciolatore della natura in me. Fu durissima pratica sin dall’inizio, e dura continua ad esserlo: se non lo fosse mi sorgerebbe il legittimo sospetto di sbagliare qualcosa o tutto.

    E’ una Via senza “pietre miliari” che si disnoda in una landa deserta e selvaggia: in una landa ignota che la natura egoica sente, o oscuramente presente, essere pericolosa: pericolosa per essa natura egoica, mentre è l’UNICA salvezza per l’Uomo interiore, per l’Uomo spirituale.

    Personalmente, trovo fruttuoso combinare i metodi di “Tizio” con quelli di “Caio”, citati da Franco Giovi. Ossia, quando se ne ha la possibilità, esercitare la Concentrazione in una serie ininterrotta di esercizi – brevi o lunghi, poco importa, ma energici – serie di esercizi che mobiliti progressivamente TUTTA la volontà, traendola, direbbe Chuang-tse, “sin dai calcagni”, ma da fuori del corpo. Rapidamente sorgerà la stanchezza, il “non senso” per l’intelletto bramoso di varietà e novità nei pensati: sorgerà l’aperta ribellione della psiche e del corpo ad una tale intensa e costringente pratica. A quel punto bisogna tenere duro, con volontà inflessibile, con volontà consacrata. Con la gelidamente incandescente volontà, e non con il tepore della sentimentalità, il cui entusiasmo svapora alle primissime difficoltà.

    La Concentrazione – a quel punto dell’impresa lo si percepisce chiarissimamente – comincia ad essere vera, comincia ad operare in ignote profondità, ad essere autentica ed efficace, proprio quando la natura, l’ego, vorrebbero interromperla. E’ falso, falsissimo che “fare troppa Concentrazione fa male”, per la semplicissima ragione che è impossibile fare “troppa” Concentrazione, e l’unico rischio serio, facendone “troppa”, è quello di sperimentare veramente lo Spirito, di realizzare l’Iniziazione. Cosa che l’ego vede come una autentica iattura, come una esiziale catastrofe. Ma ben venga una tale iattura, e ben volessero gli Dèi che si verificasse una tale dissolvente catastrofe!

    Ricordo che Massimo Scaligero, ad una domanda di uno che temeva nell’esecuzione della Concentrazione, disastrose insorgenze fisiche, rispose: “NON ILLUDETEVI : DI CONCENTRAZIONE NON E’ MAI MORTO NESSUNO!”.

    Facciamo della Concentrazione il punto focale della nostra vita!

    Hugo de’ Paganis,
    malgrado ogni pericolo corso,
    sarà sempre più un lupo e un orso.

  2. Una volta tanto, sono d’accordo sia col Giovi che con il paganazzo impenitente. Facile – dirà qualche lingua maliziosa – ma non è proprio così, poiché, in corso d’opera vi sono cambiamenti e strategie ed esperienze diverse. Tanto che a parlarne anche con confratelli, talvolta ci si fraintende. Ma il “senso” è ben descritto nel commento di Hugo. Assai spesso occorrono ANNI di lavoro e di sottile intelletto per cominciare a capire cosa sia ciò che (eppure) si fa.Già subito ho sbagliato per difetto: ho scritto “anni” ma avrei dovuto dire decenni. Le stupidaggini che strombettano da destra e sinistra sono lì a dimostrarlo per negazione. Si possono prendere vicoli sbagliati in qualsiasi momento. Sì: è possibile prendere fischi per fiaschi cento o mille volte, perché non c’è niente al mondo e nella coscienza naturale che sorregga il cammino: nulla in sé o fuori di sé aiuta l’operatore: supporti non esistono.Invece esiste una galassia di inganni.

  3. Grazie per l’ennesimo articolo sulla concentrazione.
    Tra i tantissimi ostacoli che m’impediscono di realizzarla ahimè c’è quello della sonnolenza.
    Arriva quando percepisco un leggero distacco dal corpo, una sensazione leggera di espansione.
    Allora intervengo energicamente per destarmi immediatamente appena sento di cadere in abbiocco, però siccome lo sforzo è fisico non vorrei con questo fissarmi ancora più nel corpo.
    E’ preferibile interrompere l’esercizio o testardamente lottare contro morfeo?

  4. Non posso che rispondere ricordando i miei abbiocchi: facevo l’esercizio (prolungato) alle 15, dunque ad un ora pessima a causa della digestione. Cerca di fare la concentrazione abbastanza lontana dai pasti. Anzi, mezzora prima di iniziarla, se puoi, fatti un caffè (alle volte sono sufficienti solo due o tre cucchiaini), bagnati il viso e le mani – meglio sino ai gomiti – con acqua fredda. Già forse questi “aiuti” possono aiutare chi inizia.
    Vi furono persone che si addormentavano col solo chiuder gli occhi. Poi, un errore, comprensibilissimo, è quello di prepararsi all’esercizio col rilassamento corporeo: sembra cosa buona e sensata mentre è sbagliata per più motivi ma riassumibili nel fatto di iniziare dal corpo, di dare una priorità al corpo. Mentre, invece, devi scattare nel pensiero da subito: ogni parola o immagine devi farla transitare nella coscienza con decisione, con sforzo: volitivamente. E se comunque interviene la sonnolenza, devi combatterla: è proprio un combattimento. Puoi giungere persino ad avvertire il corpo che si addormenta mentre la coscienza rimane sveglia.
    Se crolli sul serio, rimanda l’esercizio ma con la determinazione di vincere poi la battaglia. Anche qui vale il motto che “Gutta cavat lapidem”. Testarda ripetitività vince (occorressero mesi e mesi)!
    Allato, leggi e studia il “senso” dell’esercizio, come lo trovi nell’Uomo Interiore o nel Manuale. Affinché l’anima si persuada del valore unico della Concentrazione.

    • Grazie isidoro, l’abbiocco è più tenace quando faccio l’esercizio alle 17 e 30 al rientro dal lavoro,mentre quando lo faccio alla mattina appena alzato no. Forse morfeo alle 7.00 sta ancora sonnecchiando.
      Cerco sempre di evitatare di rilassare il corpo e passo subito all’azione, però quando passo alla sintesi e non riesco a tenerla, sento una tensione fisica dovuta allo sforzo che poi cerco di allentare.
      Per esempio mi accorgo che il busto e la testa si piegano in avanti, come se inconsciamente cercassi di avvicinarmi fisicamente all’oggetto pensato. Mah! Colpa forse dell’ascendente ariete!
      Grazie anche per il consiglio dell’acqua fredda non ci avevo pensato, proverò e poi testardamente prenderò a capocciate morfeo!

  5. Ancora: fai bene, più che bene la ricostruzione: parola dopo parola, immagine dopo immagine: saturale ognuna di determinazione più assoluta che puoi e per ora, se lo sforzo di avere una sintesi si traduce in tensione nervosa, corporea, non fare alcuna sintesi. Mettici sforzo, intensità d’attenzione ma non farti “ingabbiare” dal metodo: quello che, per ora non puoi fare, non farlo e senza patemi.

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