RIGHE SU RIGHE

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Leggo le righe di molte persone. Gli approcci, gli atteggiamenti sono diversi ma alla fine il succo delle domande è quasi sempre il medesimo. Come ciò a cui poi rispondo. Comprendo queste situazioni: chi pratica non ha concluso ma inizia e, per molto, moltissimo tempo, può ritrovarsi in un mare di problemi, dubbi, incertezze. Nonostante si abbia compreso la necessità dell’azione, la mente e le sensazioni paiono ancora capaci di moltiplicare i problemi. Che si dissolveranno quando verrà dominato il turbinio dell’anima, quando verranno lasciate indietro le sensazioni che, dal corpo sciamano nell’anima. In questo stato di cose non c’è mai soluzione che assomigli ad una parola magica, ad un esercizio più segreto. Come per un muratore che costruisca qualcosa, servono piombo, mattoni, cemento e operoso lavoro. Quasi tutta la “medicina miracolosa” sta nella semplicità e nel proprio disciplinato lavoro.

Per questo motivo, dati gli spunti di questa breve nota che sono quesiti posti da amici lettori, cercherò di essere semplice e sintetico…anche perché, oltre le nostre personali esperienze (che davvero possono essere complicatissime), la Via interiore o l’Opera, o come si voglia chiamarla, è, pure lei, essenzialmente assai semplice: dura, lenta, impietosa, frustrante e altre cento cose…ma in sé è semplice.

Solo noi facciamo il possibile – roba che va in addebito all’anima – a essere smodatamente complicati: come fronzuti alberelli che il lavoro interiore denuda, fa spogliare del fogliame…foglia dopo foglia: è la porta stretta, la cruna dell’ago. Si chiama “semplificazione”: allora il mondo traspare, cioè diviene trasparente e sorge un senso di liberazione; con la parola mondo intendo tutto, anche ciò che percepiamo come un gran pezzo di noi stessi.

Non si tratta, come paventato da molti, di perdere qualcosa: come non muta il colore degli occhi, così tutto rimane (persino il carattere fondamentale) ma rimane come le vesti che possiamo indossare o appendere in armadio. Il problema è solo di disidentificarci dai vestiti: è illusione poterlo fare con le forze attraverso le quali c’è stata una prolungata identificazione: per questo lo spiritualismo superficiale non porta a nulla: è necessaria l’azione interiore capace di mutare la direzione delle forze, modificare la forma naturale con cui si danno nell’ordinario. Parlo del pensare-sentire-volere che c’è, non di astrazioni. I cinque esercizi ausiliari, che sono anche i più conosciuti, operano in questa direzione.

Altra illusione spiritualista è la rappresentazione che si parta e dopo un po’ si giunga a qualche destinazione. Non è così. Il lavoro spirituale è simile all’infinito, con esso cavalchiamo i secoli e con volti diversi svolgiamo un tratto per volta del nostro compito: ecco la necessità di giungere a congrue immagini della vita cosmica e terrestre e del suo divenire, che andrebbero pensate e sentite. Giungere ad una visione più completa di noi stessi – non come auto affabulazione ma in chiari pensieri conquistati con forza e amore – porta conoscenza e salute all’anima. Così cambia la prospettiva, cambia il nostro rapporto con la vita che si consuma velocemente.

Per camminare sulla Via dello Spirito è meglio misurare le cose con il metro dello Spirito: in una singola incarnazione si fa il possibile, talvolta l’impossibile…ma non tutto. Perciò essere asceti o guerrieri è la stessa cosa, poiché si impara ad avanzare e a combattere come guerrieri, talvolta vincendo, spesso venendo sconfitti…e tutto ciò ci addestra, ci matura al punto tale che per il mondo comune diveniamo incomprensibili: nel mondo ma non del mondo. Per mezzo dell’indifferenza o distacco giungiamo all’inesauribile pietà: vuoti di noi stessi possiamo ospitare gli altri. Per il pensare ed il sentire comune, qui i contro-sensi abbondano e farebbero scandalo.

Mi scrivono che le discipline forse accrescono orgoglio e superbia: l’hanno sentito da personaggi che ci mettono tutto per far del male straparlando di quanto esso sia bene. Le discipline emanano dai protettori dell’umanità e questi, per i mollaccioni, sarebbero il male? Non dimenticate l’ intuizione del sacro che riponete nel cuore e anche un po’ di sana logica non guasterebbe. Comunque con l’esercizio giornaliero corretto, sincero anche se con mille scivoloni, presto – se il timone viene tenuto ben saldo – sono incertezze che passano.

Qualcuno mi dice ciò che riporto integralmente:”Perché la mente cerca sempre di insinuare il dubbio che è la concentrazione a creare il problema e io devo escogitare sempre nuovi trucchi per non lasciarmi cadere nel giochetto”.

Niente trucchi: guardate la pietra: realizza la potenza della propria immobilità: seppur diversa è analogica alla forza di rimanere nella concentrazione: questa a differenza della pietra è dinamica, ma come la pietra può essere indifferente a tutto. Non lo è ancora? Ripetizione e ritmo: 10, 100, 1.000 volte, e mai col pilota automatico: ripeto: indifferente a tutto il resto. Anzi, poi si scopre che i “disturbi” sono buoni compagni: permettono di “toccare con mano” cosa la concentrazione non è! Invitano l’operatore ad operare con più intensità, insegnano il sacrificio.

Non sono pochi quelli che mi dicono qualcosa sulla percezione dei defunti. Scrivono che questi vengono a salutare, spesso avvolti in un’aura soffusa e dorata, sempre nel dormiveglia: molti hanno questa facoltà, che dura o che perderanno: sì, i defunti prendono congedo, poiché in termini di stato dell’essere essi vanno molto lontano.

Comunque si possono sempre aiutare anime e altri esseri non incarnati, conosciuti o sconosciuti: prendi la Scienza Occulta e racconta loro, a bassa voce, la metastoria dall’Antico Saturno in poi. Fallo giornalmente per, almeno, un quarto d’ora, con disponibilità e simpatia o amore. Si forma intorno a te come un anfiteatro (puoi immaginarlo o meno) sulle cui gradinate prendono posto tanti che hanno bisogno di conoscenza in forma di pensiero: per essi è concreta liberazione. La loro sete è concreta e tu fornisci loro l’alimento prezioso.

C’è chi scrive: “Ho compreso che il lavoro su Pensiero e Volontà va messo avanti a tutto”.

Appunto: vedrai che l’equilibrato rapporto del Pensiero nel Volere e Volere nel Pensiero rimette ogni cosa al suo posto: l’unico problema è di tener duro, costi quel che costi.

La volontà non è percettibile direttamente: ha due aspetti: uno è l’arto che muovi, le gambe mentre cammini. Qui la volontà è nascosta dalla corporeità. La volontà pura è metafisica, perciò impercettibile. Con la concentrazione e l’atto puro la estrai indirettamente. Quando inizi a tenere l’attenzione sulla rappresentazione dell’oggetto, sembra attenzione che si irrobustisce, ma ciò che la rende capace è il volere. Viene il giorno in cui il pensiero della concentrazione si estingue ed il suo posto nella coscienza viene preso da una trascendente corrente di luce/volontà pura (quella anteriore alla nascita): essa è folgore, è pensiero vivente; con essa trapassi dalla corporeità fisica al mondo della Forza che è il corpo eterico (di cui il fisico è espressione malata, raggrinzita).

Questo è esoterismo reale e non viene capito, non lo si vuole capire.

Questa potenza è priva di orgoglio e di tutti i sentimentalismi che agitano, ciechi, la nostra vita comune. Magari saranno solo attimi ma vedrai che brucia tutto. Poi torni qui, nel mondo: l’esperienza è passata ma l’anima ne è rimasta colpita: difficilmente potrebbe ancora prostrarsi davanti ai simulacri e agli altari dissacrati.

Amici cari, lo ripeto sempre, è solo una questione di fare, tener duro nonostante le infinite turbolenze dell’anima. Tu resisti e loro poi si accucciano. Il pensare ordinario scricchiola e infine cede: il primo grado della scala: la sua consumazione e il Silenzio: che diventa uno stato in cui entri o esci a tuo piacimento. Con il silenzio inizia la possibilità dell’animadversio, ossia la capacità di rivoltarti da te stesso come un calzino: così si affaccia nell’anima, portata allo zero, l’albeggiare dell’Infinito. Ho scritto più volte intorno al Silenzio. E’ la tela su cui le forze spirituali tessono le realtà. Grazie al cielo esiste ancora un briciolo di pudore: osservo che della “percezione pure” non si parla, almeno non a vanvera. Il fatto è che ci si può accostare alla percezione pura in qualunque momento. Chi abita in città, può, ad esempio, sedersi su una panchina e guardare una siepe, un grande albero e non fare altro: ossia senza dar spago ai pensieri che si affacciano alla coscienza. E’ un buon esercizio e fa bene perché acquieta il sistema nervoso e risveglia bei sentimenti che ci avvicinano al miracolo del vivente.

Ma non è ancora percezione pura il cui veicolo è la soppressione assoluta dell’attività rappresentativa. Per giungere a questa condizione deve instaurarsi il silenzio dell’anima: le parole devono essere dominate, devono cessare. Vale lo stesso per le immagini: dalle immagini volute si può passare alla loro estinzione. Collaterale a ciò sorgono gradi di silenzio: dapprima il silenzio della testa, poi il silenzio dell’anima. Occorre che si formi un particolare “allineamento” nei corpi sottili, allora subentra un profondo riposo. E da questo riposo, quello che s’affaccia allo sguardo è ciò che chiamiamo percezione pura. Tendere, volere la percezione pura è una specie di sforzo insensato.

C’è chi ha parlato anche di questo e con queste ultime righe non desidero tagliare le ali a nessuno: consiglio solo di non tentare gesti che sono inutili prima di aver raggiunto un grado realizzabile di Silenzio interiore.

3 pensieri su “RIGHE SU RIGHE

  1. Probabilmente sono io che dovrei ringraziare te, caro Enzo.

    Credo sinceramente che ci sia poco da dire, che non ci sia nulla da estrarre dal cilindro. Credo basti pochissimo: un Testo del Dottore, un Testo di Scaligero. La chiave è comprendere che ogni riga, ogni pagina di queste altissime individualità, non sono fatte per “allargare” la propria cultura ma per venire sperimentate. Davvero non c’è una pagina (talvolta una sola frase) che non indichi una operazione interiore. Un giorno, Scaligero, indicandomi due giovanotti appena usciti dal suo studio mi disse, più o meno, queste parole:”Hai visto quei giovani? Studiano la Filosofia della Libertà e poi mi pongono domande intelligenti…ma non capiscono che è esperienza”.
    D’altronde l’alternativa è chiacchierare per tutta la vita su questo o quello. E un tale vaniloquio viene persino chiamato “fare antroposofia”.

  2. La rinnovellatrice, e mai troppo meditata, trappola del “fare”(“in saecula seculorum”).
    “ Le dimensioni nascono come tentativo dell’uomo di re-costituire lo spazio da cui è stato espulso. ” (Massimo Scaligero)

    Il tendere, il volere ordinari sono ignoranza, paura… e alla fine compiacimento interiore(capovolgimento parodico!).
    Dottore docet:
    “ L’attività meditativa dell’anima, preparatrice della conoscenza dello Spirito, è una graduale vittoria dell’anima sulla «paura di fronte al vuoto». Ma questo vuoto è soltanto un «vuoto della natura», entro il quale può rivelarsi «la pienezza dello spirito», se la si voglia cogliere. E in questa «pienezza dello spirito», l’anima non si immerge con l’arbitrio che le è proprio quando è attiva, mediante il corpo, nell’esistenza naturale: essa vi si immerge quando lo Spirito le mostra il volere creatore, di fronte al quale l’arbitrio sussistente unicamente all’interno dell’elemento naturale si dissolve così come la stessa natura. ”

    Basta pochissimo, anche uno scritto di Hugo o Isidoro(verso i quali venerazione e devozione non devon essere un fatto, ma un atto attuantesi sempre nuovamente per la prima volta), la cui scrittura eterica è(o si avvicina) a quel riposo magico veramente attivo indicato dalle parole del Maestro:
    http://www.larchetipo.com/2014/ott14/accordo.pdf

    Quanto a me, con le sfumature uniche che accompagnano ognuno di noi, mi sento un po’ come quel discepolo di Aurobindo raccontato dall’Autore:
    “ “Maestro, sono diventato scemo!” “Perché? Cosa ti è successo?” “Maestro, succede che non penso più!” Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.
    Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro perché sa bene che non l’avrà mai. ”

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