I PENSIERI SON PICCOLI DIAVOLETTI (di F. Giovi)

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I pensieri sono piccoli diavoletti che abbisognano di spazi ristretti e ben chiusi, così lo pensava (diavoletti a parte) il grande Leonardo. E i monaci, esperti in queste cose prima e dopo Leonardo, non s’imbucavano forse in cellette ben poco più vaste degli austeri giacigli?

In effetti l’uomo naturale è natura, pur se plasmata dal Principio: datemi due bacchette ricurve e vi trovo subito l’acqua o metalli sepolti: questo significa solo che acqua e metalli hanno sul mio corpo invisibili poteri e altri poteri hanno l’aria, lo spazio, le pietre, i rigagnoli montani: insomma tutte le presenze del luogo e più su la luce, il sole, la luna.

Elémire Zolla mi raccontava, molti anni fa, che, nel tempo in cui insegnava all’Università di Genova, vicino alla sua casa quando la luna tondeggiava in cielo, c’era un cane che disturbava la notte, ululando per ore. Zolla, con discrezione, si dedicò a una indagine che non dava frutti. Nessuno tra le casette vicine possedeva quel cane. Però il modo signorile e l’incredibile calma del mistico scrittore aprì molte porte e qualche cuore, così il mistero fu svelato: nessun cane, solo un signore che, dominato dalla luna, diventava un lupo mannaro.

Tornando al tema: Si può scoprire che il vento porta via i pensieri, che lo spazio li evapora e che le crepuscolari e potentissime rappresentazioni di come-saranno-gli-esercizi ti bruciano già alla riga di partenza. È giusto provare tutto: fa parte del gioco, della sperimentazione e, sportivamente, dobbiamo accettare i tanti calci che sono il positivo frutto dell’esperimento.

La mente supera la materia, anzi è lei che fissa in forme finite il perpetuo moto dell’infinito. Ma per il Soggetto umano che è sveglio e autocosciente grazie alla contrapposizione che la mente ha creato forgiando la maya materica, per una destità che fiorisce in misura della sua aderenza al senso di sé corporeo, si intuisce facilmente quanto sia lunga e quasi tutta in salita la strada per riconquistare la nostra reale natura.

Gli esercizi esoterici, ripeto sempre che basterebbe “quasi” la concentrazione, il silenzio e, negli anni, una pazienza sovrumana, modificano lentamente i ‘corpi’ dell’uomo, rendendoli atti ad allineamenti sottili (modificazioni di coscienza) che ci permettono tutto: allora possiamo meditare sotto il palco di un avvinazzato complesso irlandese e passare attraverso il meditare (non dalla meditazione come tanti dicono) oltre “il velo dipinto” di questo mondo, oppure praticare il percepire puro ai margini di una strada affollata e sciogliere il mondo dai suoi incantesimi, e magari fare una perfetta concentrazione nella sala macchine di una carretta di pescatori. Atti interiori puri (radicalmente privi di limiti rappresentativi) causano immediate modificazioni interiori (percepite) che provocano illuminazioni: tutto in una manciata di secondi. Sembra facile? È facile, ma per arrivarci bisogna addestrarsi ad estinguere tutto. Come osserva un mio acuto amico, anche la stessa concentrazione, così come viene intesa, va superata. Tempo di cottura? Se va bene, una vita: oppure si passa ai tempi supplementari.

Ma, tornando al contingente, si scopre che è saggio usare per anni la stessa stanza, la medesima sedia, l’identica positura. Perché l’ostacolo corporeo e psichico è enorme e le forze interiori sono dedite alla sensazione rifiutando l’Io. L’esercizio interiore deve allora essere ripetitivo e implacabile: indifferente, cieco e ottuso verso il continuo insuccesso.

Anche immersi nella natura si può far molto; indirettamente. Ad esempio camminare con un ritmo regolare convincendo dolcemente il pensiero della sua inutilità davanti ad alberi e monti e al movimento delle proprie gambe: esse (nel moto) sono più importanti dei pensieri. Guardare il verde che ci attornia. Accontentarsi della semplicità del vedere. Tutto ciò senza contrapposizioni: i grandi alberi, se rispettati, ci saranno amici. Riempire di riconoscenza l’anima nei confronti dell’aria che a noi si dedica infondendoci vita attimo dopo attimo. Così, senza evocare il Vate ed i panici tripudi, anzi in assoluta modestia, si può avvertire un sentimento religioso irradiare tra noi e i mille raggi nei quali la luce, giocando con le finte tenebre dei rami, si moltiplica: foreste come cattedrali dello Spirito.

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