VERITÀ SU RUDOLF STEINER E MASSIMO SCALIGERO CONTRO LE MENZOGNE SU DI LORO E L’ANTROPOSOFIA. PRIMA PARTE: LA CONCENTRAZIONE.

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Recentemente, sono apparsi su un noto social forum alcuni contributi, sotto forma di post e di video, a dir poco molto problematici, in quanto diffondono sulla Scienza dello Spirito, sul pensiero e sull’azione di Rudolf Steiner, ma anche sul pensiero e l’opera di Massimo Scaligero, affermazioni che sono il contrario della verità, ossia sono delle palesi e documentabili menzogne. Alcuni amici, che mi hanno fatto conoscere, mettendomeli a disposizione, tali problematici contenuti, ritengono che non si possa tacere di fronte a tali sfacciate menzogne, e di conseguenza mi hanno spinto a comprommettermi, ad uscire in campo aperto, a pronunciarmi a tale proposito. Questi amici hanno ritenuto che fosse da parte mia un preciso dovere.

Quando, prima nel luglio del 1971 da Massimo Scaligero, e poi nel novembre del 1985 da Hella Wiesberger e dagli altri membri della Rudolf Steiner Nachlassverwaltung, ossia del Lascito di Rudolf Steiner, tra i quali il presidente del medesimo, Gian Andrea Balastèr, venni accolto nella Classe Esoterica di Rudolf Steiner – l’unica che io riconosca come autenticamente tale – presi l’impegno sacro davanti alla potenza di Michele non solo di fare mia la causa e il destino dell’Essere Angelico Antroposofia, di degnamente rappresentarlo col pensare, il sentire, il volere e l’agire, davanti al mondo, ma altresì di impegnarmi a dire e a difendere sempre la verità, a controllare e verificare – sempre e il più diligentemente possibilese sia vero o meno quello che io od altri presentiamo al mondo come verità. E un tale impegno sacrale non ènon lo deve essere – trascurabile o disertabile. Proprio una tale opportunistica negligenza e diserzione di fronte ai molti, troppi, tradimenti, e alle menzogne, sorte soprattutto dopo la morte di Rudolf Steiner, ha portato all’attuale disastrosa situazione della Società Antroposofica e del movimento spirituale antroposofico. Le ultime, recentissime menzogne apparse su tale social forum rischiano di essere un ulteriore vulnus, una ulteriore offesa, una ulteriore mortale ferita, uno dei “colpi di grazia” inferti ad un movimento antroposofico, che da troppo tempo ha smarrito l’impulso originario e si è largamente snaturato.

Dunque, è doveroso non tacere. Che un tale necessario smascherare la patente menzogna possa portare a molti feroci attacchi, come già avvenuto in passato, anche recente, verso il sottoscritto, è cosa che perlopiù mi lascia del tutto indifferente, e, anzi, viste la fonte e la forma di tali attacchi, addirittura talvolta la cosa mi diverte non poco. In generale, per principio, non rispondo a simili attacchi – calunnie, minacce, ingiurie volgari – e per quanto possibile continuerò a non farlo. Ma gli attacchi, aperti o subdoli, alla Scienza dello Spirito, il mentire sul pensiero e l’opera di Rudolf Steiner e su quella di Massimo Scaligero, è cosa che certamente non verrà lasciata senza risposta. Perché, tra gli impegni sacri assunti nell’essere accolto nella Classe Esoterica, vi è quello di difendere l’Essere Angelico Antroposofia e la Verità.

Alcuni amici mi hanno comunicato, per esempio, quanto da una persona che mi dicono si celerebbe sotto uno pseudonimo – N.R. Ottaviano – nomen che richiama echi lontani nella storia dell’esoterismo in Italia, è stato pubblicato sul suddetto social forum a proposito di una modalità di esecuzione dell’esercizio di Concentrazione – il quale è qualcosa di più, e in parte di diverso, rispetto al semplice esercizio del controllo del pensiero, ossia il primo dei cinque esercizi di base – modalità che, a suo dire, Massimo Scaligero avrebbe dato e fatto praticare. Ora tale modalità di esecuzione della Concentrazione è una pura invenzione dell’autore di quel problematico post, autore che si propone apertamente come “Istruttore occulto”, e contraddice platealmente quanto Massimo Scaligero stesso apertamente afferma sia nelle sue opere scritte, sia nei suoi discorsi tenuti nelle riunioni, delle quali io possiedo gran copia di registrazioni. Inoltre, in quanto costui scrive vi sono tutta una serie di errori storici, che sono frutto di pura ignoranza: come avrò modo di documentare su questo temerario blog.

Prima di affrontare la disamina di come da costui venga presentato l’esercizio della Concentrazione – in una modalità che, come ho appena detto, contraddice apertamente le esplicite indicazioni orali e scritte di Massimo Scaligero – è bene ricordare l’intransigenza di Rudolf Steiner sulla questione della Verità. Infatti in Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, undicesima conferenza, tenuta a Stoccarda, 20 luglio 1919, GA-192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, p. 257, possiamo leggere:

«Io prego ora di confrontare tutto ciò con la verità di quanto è avvenuto, e si vedrà in quale misura si possa mentire. […]

Anche questi fatti devono venir considerati come un fenomeno storico; esso si manifesta nella circostanza che in un movimento, il quale vorrebbe lavorare secondo lo spirito, può venir coltivata al massimo anche la menzogna. È assolutamente necessario che da parte nostra venga oggi coltivato nel modo più rigido il senso per la verità. […] Oggi non si può che chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto dal quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito della menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il maggior nemico del vero progresso spirituale».

Queste le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, di Rudolf Steiner. Ma, già alcune pagine prima, pp. 254-255, egli, con parole che oggi suonano ben amare, così si esprime:

«Pensiamo alle menzogne che sono state dette negli ultimi cinque o sei anni fino ad ora in merito ai grandi problemi del mondo. Tutto testimonia per il senso del mondo attuale, tendente alla menzogna. Proprio qui, nell’àmbito della nostra Società, si dovette sempre ricordare quanto sia necessario acquisire nel modo più completo il senso per la vera realtà. Quando si iniziò a lavorare nel senso del movimento antroposofico, nel movimento stesso vi erano molte persone provenienti da condizioni precedenti che sempre volentieri correggevano la verità. Proprio in movimenti come è quello antroposofico si vede quanto si preferiscano coltivare gli antichi errori piuttosto che le nuove virtù. Scivolar via sulla verità in tal modo è qualcosa per cui si formò una speciale tendenza. Spesso era difficile, proprio nell’àmbito della Società Antroposofica, di immettere qualcosa che semplicemente consisteva nel chiamare menzogna una menzogna. quando succedeva che nella Società si facessero avanti persone per dire qualcosa che non era vero, si aveva sempre la tendenza di scusarle, oppure di presentare la menzogna in modo che si potessero rilevare le buone intenzioni sotto il non vero.

Invece è proprio necessario di dire non vero al non vero».

Ora, quando dopo la separazione dalla anglo-indiana Società Teosofica di Adyar, causata dal tentativo di Annie Besant e Chrìarles W. Leadbeater di spacciare l’ancora fanciullo Jiddu Krishnamurti, “Alcione”, per il venturo Buddha Maitreya, e il Christo, venne fondata la Società Antroposofica, fu scelto come “motto” di quest’ultima il detto di Goethe: «Die Weisheit ist nur in der Wahrheit», ossia: «La Saggezza è soltanto nella Verità». Quindi Saggezza e Sapienza – la Celeste, la Divina Sophia – è nella Verità, e non nella tacita complicità, non nella “diplomazia”, negli opportunistici accomodamenti in stile “politico”, o nell’accondiscendenza, nei confronti della menzogna. Rudolf Steiner – e, con lui, Giovanni Colazza e Massimo Scaligero – affermavano che si può, e si deve, essere compassionevoli e indulgenti nei confronti delle umane debolezze, mentre nei confronti dell’ambizione, della vanità, e della menzogna, si deve sempre essere inesorabili nel combatterle.

Ora, da molti anni, ad ogni piè sospinto, l’autore del suddetto post propone “comunicazioni” specialissime, “rivelazioni”, e “pratiche iniziatiche”, che Massimo Scaligero – per peculiare ed arcano “privilegio” – a lui, e solo a lui, avrebbe concesso. Tra queste “rivelazioni”, vi è la modalità da tale autore, per sua “gentile concessione”, “generosamente” comunicata su quel social forum, ed anche altrove, a proposito della Concentrazione, da eseguirsi sia nella forma dell’ascesi individuale solitaria che in comune con altri. Indipendentemente dalla palese falsità del contenuto di tale “pratica”, circa la quale vedremo cosa dice Massimo Scaligero, ch’egli chiama sempre più insistentemente “il mio Maestro”, vi è, paradossalmente da chiedersi s’egli abbia mai conosciuto personalmente Massimo Scaligero: malgrado tutte le sue insistenti allegazioni, il dubbio ch’egli non l’abbia mai conosciuto sorge spontaneo, ed è più che legittimo.

Affrontiamo la disamina della descrizione della Concentrazione, che l’autore del suddetto post ha pubblicato più volte sul noto social forum, sia con scritti sia con video, e che egli attribuisce esplicitamente a Massimo Scaligero, il quale, a suo dire naturalmente, gliel’avrebbe trasmessa – essendo lui ancora adolescente – e fatta praticare in riunioni rituali con varie persone. Di ciò – a quanto mi risulta, e non credo di sbagliarmi – egli verrebbe ad essere – sempre a suo dire – il solo testimone. Di ciò ho avuto modo di parlare con varie persone, che parteciparono, come io stesso del resto, per anni a riunioni di meditazione con Massimo Scaligero, e tutte hanno smentito tale modalità. Recentemente, ho anche avuto una lunga conversazione telefonica con un amico di Trieste, che conosco sin dagli anni settanta dello scorso secolo, discepolo di lunga data di Massimo Scaligero, ed egli stesso ha decisamente smentito tale modalità di esecuzione della Concentrazione. Questo, a mio modesto parere, rende poco credibile la partecipazione del nostro “mistagogico autore” a tali riunioni rituali con Massimo Scaligero. Nel caso in cui mi sbagliassi – ma me lo si deve dimostrare – prometto che mi batterò il petto con compunzione, ed ammetterò volentieri pubblicamente il mio errore. Ma non credo proprio che costui riuscirà a dimostrami che erro.

Anzitutto, nella descrizione ch’egli fa della Concentrazione, e ch’egli attribuisce esplicitamente, oralmente in video e per iscritto, a Massimo Scaligero, e non ad una propria elaborazione personale – e sarebbe già cosa grave ed oltremodo discutibile – vi sono delle incongruenze che è opportuno rilevare. Infatti, egli così letteralmente scrive:

«Fase Uno (preparatoria) : Rilasciamento-Silenzio

Il meditante assume la c.d. “posizione del Faraone”: seduto con la schiena dritta, le mani poggiate a piatto sulle ginocchia, il capo lievemente inclinato, gli occhi chiusi o semichiusi, la lingua appoggiata sulla parte superiore del palato. Il meditante inizia dunque a prendere coscienza del respiro, ovvero si limita ad osservare, a prendere coscienza, del respiro, ovvero dell’aria che entra ed esce dalle narici. Quindi, iniziando dal capo, egli immagina che tutti i suoi muscoli siano rilassati e distesi. Il meditante immagina di sottrarre ogni forza dai suoi muscoli, dall’alto (capo) verso il basso, fino a giungere ai piedi. Per rafforzare tale processo egli può utilizzare l’immagine di un blocco di ghiaccio che posto su una stufa arroventata si scioglie in acqua. Quindi egli dice a se stesso: “tutti i miei muscoli sono distesi. Io sono completamente disteso, io sono calmo, disteso, profondamente in me. Tutto in me è calma, pace infinita. Io sono libero, sono calmo”. Il meditante percepirà in tal modo uno stato di profonda quiete corporea ed animica e tale sensazione di quiete potrà essere ulteriormente rafforzata con alcune immagini plastiche e viventi:

calma, come in una tomba lontana, profonda, abbandonata

calma, come sul fondo di un trasparente lago alpino

calma, come in una notte siderea

calma, come in una città addormentata e deserta in un caldo e assolato pomeriggio estivo.

Questa tecnica è descritta in “UR” vol. I 1927 nell’articolo a firma “ARVO” alias il duca Giovanni Colonna di Cesarò, discepolo diretto di Rudolf Steiner. Massimo suggeriva di ricorrere a questa fase preparatoria allo scopo di sgomberare la mente dalle impressioni, emozioni, sentimenti, etc. della giornata. Tale fase preparatoria diventa ASSOLUTAMENTE indispensabile nel caso di incontri rituali».

L’autore di questa problematica descrizione della Concentrazione è incorso, probabilmente in maniera involontaria, in un grossolano errore storico. Infatti, l’Arvo del “Gruppo di Ur” non era affatto il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de’ Renzis, discepolo di Rudolf Steiner e, come la madre, traduttore – con l’eteronimo “Saro Giadice” – di varie opere di Rudolf Steiner. Arvo, infatti, era proprio Julius Evola, e questo risulta anche dall’analisi dei testi nei quali lo stesso Evola fa riferimento al movimento Neugeist germanico, diverso e in contrasto con l’Antroposofia di Rudolf Steiner. Probabilmente, il nostro autore ha ricavato tale erronea identificazione dal libro di Renato Del Ponte, Evola e il magico Gruppo di UR, Borzano, SeaR, 1994. Ma Renato Del Ponte si sbagliava. Infatti, già negli anni venti e trenta del Novecento era noto, sia in Italia che in Francia, che Arvo era lo stesso Evola. Ne è testimonianza un libro francese, Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, testo edito, a Parigi nel 1929, dalla “Fraternité des Polaires”, fondata da due amici di Julius Evola, Mario Fille e Cesare Accomani. Ora, nel libro viene rivelato apertamente come Arvo sia lo stesso Evola, il quale non ha mai smentito tale attribuzione. Altra prova ne è il fatto, che alcuni articoli di Arvo, non pubblicati in UR-KRUR degli anni venti, apparvero nell’edizione edita dai Fratelli Bocca nel 1955, quando Giovanni Colonna di Cesarò era morto già nel 1940. La stessa cosa fu confermata in un articolo di “Aurelio Perenne” – che Renato Del Ponte ritiene essere il kremmerziano Piero Fenili, amico e frequentatore del barone romano di origine siciliana – sulla rivista “Politica Romana” negli anni novanta dello scorso secolo.

Ora, fare precedere l’esercizio della Concentrazione da una discutibile “pratica” evoliana è cosa che la mia amica Fang-pai, sapiente figlia del Celeste Impero, definirebbe educatamente, e caritatevolmente, “inappropriata”. Infatti, la Concentrazione deve essere praticata in totale indipendenza da qualsiasi condizione fisiologica, sia essa corporea, sia essa psichica. La Concentrazione, venga essa praticata in solitudine o con altri compagni di ascesi, non ha e non deve aver bisogno di preventive pratiche di “rilassamento” corporeo e di “distensione” psichica. Su questo Massimo Scaligero, in scritti e in riunioni comuni, fu sempre estremamente chiaro, ossia sul fatto che la Concentrazione va eseguita senza alcun preliminare: quale che sia la condizione fisica o psichica. Anzi, a volte la difficoltà può essere motivo di più energica esecuzione di essa, e di più meritoria vittoria sugli ostacoli. Quindi non solo, quanto consigliano Arvo-Evola ed il nostro “mistagogico autore”, che si propone apertamente come “Istruttore occulto”, ossia come “Maestro”non è affatto una condizione assolutamente indispensabile nella pratica individuale e comune, ma addirittura è cosa è assolutamente e doverosamente da evitare. Ma su quello che Massimo Scaligero scrive contro simili pratiche fisio-psichiche, spacciate come preliminari necessari alla pratica della Concentrazione solitaria e comune, ritornerò – con adeguate citazioni – più sotto in questa mia stessa disamina.

Quanto alle riunioni nelle quali Massimo Scaligero parlava il mercoledì e il sabato, anche in questo caso sono patenti le incongruenze nelle affermazioni del nostro autore. In un articolo da me pubblicato su Ecoantroposophia l’11 Gen, 2014, intitolato “Verità contro menzogna”, riportai e commentai quanto egli aveva esposto come descrizione di quelle riunioni di Massimo Scaligero. Trascrivo fedelmente:

«[Il nostro autore] dà una descrizione alquanto errata delle riunioni che Massimo Scaligero teneva a Via Barrili 12 a Monteverde, dapprima solo al sabato e, poi da metà degli anni settanta, due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, dimostrando di non avervi mai partecipato. Da come il nostro affabulatore descrive lo svolgimento di quelle riunioni, chi vi ha partecipato capisce subito ch’egli non vi è mai stato presente: neppure una volta. Infatti, così prosegue nella sua «commossa» evocazione della scomparsa del nostro amico [Alfredo Rubino]:

«La conferma dell’enorme stima e della totale fiducia che Massimo nutriva nei Suoi riguardi si ebbe dopo la morte terrena del Maestro, di cui sta per ricorrere il 34° anniversario, dal momento che Massimo, nelle Sue ultime volontà lasciò ad Alfredo il compito di dirigere quelli incontri bisettimanali (il mercoledì ed il sabato pomeriggio) che Massimo conduceva per amici e discepoli a Monteverde Vecchio. Si trattava di riunioni molto particolari: Massimo arrivava, si sedeva dietro un tavolo e leggeva, a volte accompagnando la lettura con brevi commenti, Opere di Steiner o Sue medesime. Quindi, da un recipiente posto sul tavolo, estraeva a caso, uno o due biglietti, preparati in precedenza: erano domande scritte dai Discepoli o dagli Amici di Massimo, che, guarda caso, erano sempre straordinariamente correlate con il discorso immediatamente prima fatto da Massimo. Alfredo lasciò immutato lo stile di questi incontri riuscendo peraltro a ricreare perfettamente la profonda atmosfera Spirituale che si percepiva quando Massimo era vivo». […]

Massimo Scaligero svolgeva quelle due riunioni sempre alla stessa maniera: entrava nel silenzio totale dei presenti, faceva un gesto di saluto con un ampio gesto della mano destra, si sedeva, e leggeva tutte le domande scritte che erano state poste sul tavolo. Ma in quelle due riunioni mai egli lesse o commentò opere di Rudolf Steiner o proprie. Mai in anni e anni. Non estraeva le domande a caso ‘da un recipiente’, che su quel tavolo non è mai esistito, bensì le raccoglieva dal tavolo dove erano poste direttamente, oppure da una antica copia di un libro nel quale chi domandava a volte, ma non sempre, le poneva. Non ne leggeva una a caso, bensì nel silenzio meditativo le leggeva tutte, e poi cominciando da una le commentava tutte, intessendole e connettendole l’una con l’altra. Oltretutto vi è la testimonianza delle integrali registrazioni delle riunioni di Massimo ad attestare questa nostra affermazione.

È vero che Alfredo Rubino, per volontà di Massimo Scaligero, proseguì quelle due riunioni del mercoledì e del sabato, ma anche allora non esisté nessun recipiente nel quale le domande venivano poste. Semmai è da osservare che fu Alfredo ad introdurre la lettura di un testo di Massimo Scaligero ed uno di Rudolf Steiner nelle riunioni del mercoledì e del sabato».

E l’articolo venne onestamente commentato, malgrado la sua dichiarata antipatia nei suoi confronti, da un avversario di Hugo de’ Paganis, e gliene rendo atto, in questi termini:

«Buon giorno.
Chi frequenta un poco Eco sa bene che il sottoscritto, per più di un motivo, non è certo un “simpatizzante” di Hugo de Paganis.
Ma la verità prima di tutto, soprattutto delle “equazioni personali”: ed avendo partecipato per otto indimenticabili anni alle riunioni di Via Barrili devo sottoscrivere in pieno quanto Hugo scrive relativamente ad esse. Si svolgevano ESATTAMENTE nel modo descritto nell’articolo e non in quello raccontato dal collezionista di certificazioni “iniziatiche”. ( Fra l’altro amo e conosco quasi palmo a palmo la Ciociaria i suoi boschi, le sue acque, i suoi lupi, orsi, aquile, e conosco molti ambientalisti ed antiambientalisti locali ,compresi incredibili politicanti “alla Razzi-Crozza”. ma nessun “esoterista ciociaro ” )
E se le cose stanno come dice Hugo in merito a falsificatori e a “iereofanti egizi”, credo che non sia questione di “web” ma di ………CIM e ASL».

Tutto ciò ha fatto sorgere, ancor più, alquanti legittimi dubbi, e non solo a me, circa la partecipazione dell’autore della su riportata descrizione, come del post sulla Concentrazione, alle riunioni nelle quali Massimo Scaligero rispondeva alle domande. Egli parlava da una cattedra sulla quale era disteso un panno blu scuro, non vi era alcun recipiente di vetro – come invece è stato recentemente da lui affermato sul noto social forum – nel quale venivano poste le domande scritte, e alla fine della riunione non veniva svolta alcuna Concentrazione. Prova ne è – e lo si sente benissimo dalle registrazioni delle riunioni – che, appena Massimo Scaligero finiva di parlare, le persone si alzavano sùbito dalle sedie di legno in maniera notevolmente rumorosa. Quindi Massimo Scaligero passava e stringeva la mano a tutti – proprio a tutti – i presenti. Questo era lo svolgimento delle riunioni. Potrei citare molti amici – non pochi di essi sono tuttora presenti sul detto social forum – i quali possono tranquillamente confermare questa mia versione conforme ai fatti, e penso anche non pochi altri, che proprio miei amici non sono, ma che rispetto, i quali, se sono onesti e sinceri, possono, volendo, confermare le mie parole.

Nell’arbitraria e fallace esposizione in quattro parti dell’esercizio della Concentrazione – modalità falsamente attribuita a Massimo Scaligero – diffusa in internet in forma scritta, e anche tramite alcuni video, viene dunque proposta una modalità di esecuzione che, nella prima fase, prevede una pratica psico-fisiologica di rilassamento corporeo e di distensione psichica, come preliminare all’esercizio di Concentrazione stessa, con tanto di pratica respiratoria. Tale pratica viene addirittura – al dire di chi l’ha proposta on-line – tassativamente prescritta come indispensabile in tutti gl’incontri nei quali la Concentrazione venga eseguita assieme ad altri. Infatti, come abbiam visto più sopra, costui così scrive:

«Massimo [Scaligero] suggeriva di ricorrere a questa fase preparatoria allo scopo di sgomberare la mente dalle impressioni, emozioni, sentimenti, etc. della giornata. Tale fase preparatoria diventa ASSOLUTAMENTE indispensabile nel caso di incontri rituali».

Tutto ciò è in aperto contrasto con tutto quanto Massimo Scaligero ha sempre – in forma scritta nelle sue opere, e in forma orale nei suoi incontri, dei quali possiedo, appunto, registrazioni in gran copia – indicato, con parole che più chiare e definitive non potevano essere, per la pratica individuale e comune della Concentrazione. Non solo da lui veniva negata la necessità di tale pratica suggerita da costui, ma addirittura apertamente sconsigliava, come controproducenti, ogni tecnica di rilassamento corporeo e di distensione psichica. E se vi è qualcosa ch’egli giudicava pericolosa era proprio ogni forma di pratica respiratoria, che nell’uomo moderno lega ancor più l’interiorità del praticante al sistema nervoso e a quello muscolare. Ciò è esattamente il contrario di quanto si propone la Via del Pensiero con la pratica del “controllo del pensiero”, ossia dei primo dei cinque esercizi “ausiliari” (chiamati Nebenübungen, nel testo tedesco dei cosiddetti “Quaderni Esoterici” ). Mai – ripeto mai – nelle circa centomila pagine della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, che possiedo integralmente, viene prescritta, o anche solo accennata, una pratica quale quella comunicata dal nostro problematico “Istruttore occulto”. E mai – ripeto mai – in tutta l’Opera di Massimo Scaligero viene prescritta, indicata, o anche solo fuggevolmente accennata, una “pratica” del genere. Che Massimo Scaligero l’abbia indicata è – a mio modesto modo di vedere – rigorosamente una “fiaba”. Ma vediamo che cosa Massimo Scaligero scrive in Yoga, Meditazione, Magia, Teseo, Roma, s.d., ma 1971, nel quinto capitolo, intitolato Quiete metafisica, ove, alle pp. 33-34, è detto:

«La liberazione del pensiero dalla cerebralità affranca le forze dell’anima dalla necessità della divergenza istintiva, e in taluni momenti può portare il sistema nervoso a uno stato di quiete: a quello medesimo che esso realizza nel sonno, allorché esclude la coscienza. La quiete è un evento puramente interiore, anche se sembra prodursi nella corporeità. La quiete interiore ha in sé la condizione per la realizzazione della quiete fisica, ma il rapporto non è reversibile. In realtà il corpo, come puro essere fisico, è in stato di profonda quiete: è la psiche, con le sue tensioni sul sistema dei nervi, la turbatrice di tale quiete.

È erroneo chiedere alla corporeità fisica la distensione interiore. Indubbiamente è possibile mediante sedativi agire sul sistema nervoso e renderlo inerte, ma la calma che ne consegue è effimera. Tuttavia, anche quando si ricorre a procedimenti più sani, propizianti la quiete per via corporea, tale quiete, se i produce attinge comunque al principio che può donarla inesauribilmente, avendola in sé: in sostanza essa può essere impedita soltanto da un processo fisico che, sollecitato per via interiore, presuma costituirle fondamento. È tuttavia vero che il corpo fisico, una volta reso alla sua quiete, la restituisce come profonda quiete interiore.

La distensione vera appartiene al sistema nervoso: ma in quanto gli derivi da immobilità interiore. Il principio della distensione va ritrovato fuori del sensibile. Il sistema muscolare per il suo riposo necèssita semplicemente di immobilità fisica, ma tale immobilità non riposa, se non è immobile il sistema nervoso. […]

Il rilasciamento del sistema nervoso è opera del pensiero che giunga a svincolarsi dall’organo cerebrale. Lasciato consciamente alla propria costituzionale alterità, l’organo cerebrale consegue la sua basale immobilità: tende alla sua originaria possibilità di mediare lo Spirito. L’immobilità si trasmette a tutto il sistema dei nervi, come possibilità di autonomo funzionamento, non interferente nelle funzioni della psiche.

La cosiddetta relaxation, suggerita da moderni metodi di disciplina psicosomatica, è la via verso forme più sottili di tensione nervosa, perché lega la psiche all’imagine del corpo rilasciato, che non può realmente attingere a sé, ossia rilasciarsi, se è prevenuto da tale imagine. Non si può agire sul sistema nervoso, facendo leva sul medesimo. La via della distensione corporea è l’autonomia del pensiero, che dà modo all’organo cerebrale di attuare la propria immobilità in sé. Le forme della contemplazione interiore sono vere soltanto se realizzano una simile condizione, ossia la cessazione dell’influenza della cerebralità sullo stato di coscienza».

Ora, non vi è chi non veda come quanto indicato da Massimo Scaligero è l’esatto contrario di quanto affermato dal nostro “mistagogico Istruttore”. La “pratica” indicata da quest’ultimo è persino come metodo totalmente sbagliata, in quanto chiede preventivamente ad una condizione corporea e psichica quella calma, la quale semmai sarà – anche cronologicamente, oltre che essenzialmente – l’effetto posteriore della Concentrazione. La Concentrazione non ha nulla prima di sé neppure cronologicamente: essa comincia sùbito con un deciso atto di volontà pensante, quale che sia la condizione della psiche o del corpo: senza presupposti o condizioni di sorta. Quanto consiglia il nostro affabulante “Istruttore” porta non a distaccarsi dal sistema nervoso e, più in generale, dalla corporeità, bensì a legarsi maggiormente al sistema nervoso, e ad affondare vieppiù nella corporeità: questa, come insegna Massimo Scaligero, è la via della nevrosi e della medianità. Come evidenzia altresì pure Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione, Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, moltissime volte ripubblicato dalla Editrice Antroposofica di Milano.

Il nostro “mistagogico Istruttore” afferma di aver riportato fedelmente quanto prescritto da Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, ma quanto da lui scritto è contraddetto proprio da quest’ultimi. Infatti, così scrive costui nella sua oltremodo problematica descrizione della Concentrazione:

«Fase Tre: Concentrazione Profonda

ll meditante consegue la sintesi finale dell’esercizio di concentrazione che gli starà davanti obbiettivamente. Si tratta, in realtà, di vedere davanti a se un “quid” che simboleggia la Forza- Pensiero evocata dal meditante cogliendo così e di conseguenza percependolo, il Pensiero nell’atto precedente, pre-dialettico, al suo formarsi. Tale “quid”, tale “segno-simbolo” può essere utilmente rappresentato da un punto luminoso localizzato internamente, all’altezza della radice del naso, nel punto in cui le sopracciglia si avvicinano tra loro. A tale immagine va simultaneamente evocata la sensazione interiore di FERMEZZA. Quindi da tale punto luminoso si diparte una corrente luminosa che percorre la colonna vertebrale arrestandosi a livello del coccige: a tale immagine va accompagnata la sensazione interiore di SICUREZZA. Il meditante mantiene la contemplazione del segno-simbolo in uno stato di purità silenziosa: purità che simboleggia l’assoluta indipendenza dell’Io dall’anima».

La descrizione che ne dà Rudolf Steiner nei cosiddetti “Quaderni Esoterici” è alquanto diversa. Ve ne sono varie traduzioni. Ho quella fatta da Alfred Meebold ai primi del Novecento, quella fatta eseguire da Romolo Benvenuti, ed ho quella dattiloscritta che mi donò Massimo Scaligero già in occasione del nostro primo incontro nella primavera del 1970. Trascrivo da quest’ultima quanto Rudolf Steiner prescrive dopo la conclusione dell’esercizio stesso, quello del controllo del pensiero:

«Questo esercizio va fatto giorno per giorno, almeno per un mese. Si può prendere ogni giorno un pensiero nuovo, ma si può anche soffermarsi per parecchi giorni sul medesimo. Dopo fatto quanto sopra, si cerchi, in un secondo tempo, di portarsi a piena coscienza quell’interiore sentimento di fermezza e di sicurezza che, osservando attentamente la propria anima, noteremo ben presto. Si concluda poi (terzo tempo), l’esercizio, concentrando la propria coscienza sopra un punto situato alquanto aldi sopra della radice del naso in mezzo agli occhi, e, da lì scendere nel mezzo della schiena lungo la spina dorsale, riversando il sentimento conquistato in quelle parti del corpo collegandolo con le parole: fermezza e sicurezza».

Se guardiamo la traduzione che Massimo Scaligero stesso fece delle Regole iniziatiche, nella redazione del 1912, e da lui pubblicata alle pp. 144-152 della edizione originale del Manuale pratico della Meditazione, Teseo, Roma, edizione che preferisco, visto che nelle ultime l’attuale editore gianicolense si è permesso di attuare in taluni punti una sorta di discutibile “redazione creativa”, cambiando parole e quant’altro, possiamo leggere:

«Alla fine dell’esercizio (II tempo), si cerchi di portare a piena consapevolezza il sentimento di interiore fermezza e sicurezza, che con attenzione più sottile si potrà presto notare nella propria anima: lo si concentri in un punto alquanto all’interno alla fronte, tra le sopracciglia. Si concluda (III tempo) con l’imaginare una linea movente direttamente da questo punto verso la nuca e scendente lungo il solco mediano della schiena (dal cervello alla colonna vertebrale), come se si volesse riversare tale sentimento in tale parte del corpo».

La redazione del testo tedesco riporta la versione del 1906, e dice letteralmente:

«Am Ende einer solchen Übung versuche man, das innere Gefühl von Festigkeit und Sicherheit, das man bei subtiler Aufmerksamkeit auf die eigene Seele bald bemerken wird, sich voll zum Bewußtsein zu bringen, und dann beschließe man die Übungen dadurch, daß. man an sein Haupt und an die Mitte des Rückens (Hirn und Rückenmark) denkt, so wie wenn man jenes Gefühl in diesen Körperteil hineingießen wollte».

È evidente che nel testo originario si tratta di percepire un sentimento, e non di “evocare” o “immaginare” un punto luminoso. Ed è altresì evidente dal testo di Rusdolf Steiner, che la corrente eterica va dal punto tra gli occhi alla nuca, e da qui sino in mezzo alla schiena, e non di “immaginare” una linea luminosa che arriva – in stile “tantrico” – dal punto sito in mezzo agli occhi giù al coccige. Del resto io possiedo i disegni – datimi da Romolo Benvenuti – dei movimenti del III tempo degli esercizi, disegni fatti eseguire da Giovanni Colazza, e trasmessi sino a noi. Quelli che abbiamo letto più sopra – mi pare evidente – sono degli “sviluppi creativi” del nostro fantasioso “Istruttore occulto”, e non quanto prescritto da Rudolf Steiner. Questi avverte nei “Quaderni Esoterici”, che gli esercizi devono essere eseguiti dal praticante wortwörtlich, ossia ad litteram, alla lettera, così come sono prescritti: senza intelligentissimi “sviluppi creativi”. Tali esercizi – lo afferma molte volte Rudolf Steiner – non sono escogitazione “umana”, neppure da parte dello stesso Rudolf Steiner: essi sono dati dalle Gerarchie divino-spirituali attraverso i Maestri invisibili. Lo afferma lo stesso Rudolf Steiner molte volte nelle esoterischen Stunden, ossia nelle “lezioni” della sua prima Scuola Esoterica. Ora, siccome il nostro “Istruttore occulto” si è premurato di avvertire i suoi lettori, che non essendo egli chiaroveggente, a «differenza di Mimma Benvenuti» (così scrive egli stesso), e che quindi non poteva basarsi altro che sul proprio pensiero logico e non sulle rivelazioni di quest’ultima, non si vede proprio come egli si possa permettere di porsi a Capo – come afferma egli stesso – di una “struttura esoterica”, e di insegnare, portando cotali “sviluppi creativi” a quanto indicano Iniziati come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero.

Da quanto risulta da questa mia disamina di quel costui afferma, ed ad ogni occasione ripete, sorgono – così sembra a me, e non solo a me – numerosi legittimi dubbi circa le sue insistenti affermazioni di conoscenza intima di Massimo Scaligero, di frequentazione delle sue riunioni, ed eziandio anche della conoscenza e della corretta comprensione della Via da lui mostrata.

È proprio vero che non si finisce mai di meravigliarsi, e che – come affermava Eraclìto di Efeso «se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla verità». Tra le molte – invero troppe – “comunicazioni”, che mi hanno destato sommo stupore e meraviglia, vi sono alcune affermazioni del nostro “mistagogico Istruttore” circa alcune questioni e dati essenziali della Scienza dello Spirito. Tralasciando le sue allegate “attestazioni” di diretto discepolato con Massimo Scaligero, e di frequentazione quotidiana, lui vivente, della sua casa – cosa che, non solo a me, bensì a molti che Massimo Scaligero hanno ben conosciuto, appare oltre modo dubbia (per usare un gentile eufemismo) – e delle “descrizioni dal vivo” di riunioni con Massimo Scaligero, che a chi lo abbia realmente frequentato appaiono ancor più problematiche e dubbie (sempre per usare un educato eufemismo), non può non suscitare divertito stupore il fatto che uno che afferma di essere il Gran Hierophante dell’Antiquus Ordo Aegypti, ossia dell’Ordine Osirideo Egizio, Gran Maestro del Rito Rettificato di Misraim e Memphis, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Egizio Isiaco-Osirideo, Primate di una Chiesa Gnostica Apostolica Egizio Yohannita, e quant’altro, poi su dati fondamentali della Scienza dello Spirito, e addirittura del testo dei Vangeli, compia errori madornali, dica delle enormi sciocchezze che hanno come scusante unicamente la sua grande ignoranza, sans arrière pensée, delle reali questioni iniziatiche.

Ma prima di entrare in medias res circa le sue più che problematiche “affermazioni” riguardanti contenuti sacri della Scienza dello Spirito, voglio toccare alcune questioni per così dire “storiche” visto ch’egli, congiuntamente con un suo sodale, con “esternazioni” che la mia sapientissima amica Fang-pai, figlia del Celeste Impero, con un’espressione gentile ed educata, trova “inappropriate”, esternazioni apparse sul detto social forum, che mi hanno oltremodo divertito. Riproduco qui di séguito le suddette “esternazioni” di costui  e del suo sodale riguardanti la vexata quaestio dell’identificazione che, sulla scorta di un errore di Renato Del Ponte, essi fanno – sbagliando, come dimostrerò – dell’Arvo del Gruppo di Ur col duca Giovanni Colonna di Cesarò, e poi farò le mie osservazioni. Tralascio unicamente alcune poco educate espressioni di volgari ingiurie nei confronti del sottoscritto, che la mia sapientissima amica Fang-pai mi invita, compassionevolmente, a non trascrivere:

«Di differente è [sc. rispetto all’esercizio della Concentrazione] vi era unicamente la fase uno, preparatoria, nella quale è illustrata una tecnica descritta nel primo volume di “UR” da “Arvo” al secolo Giovanni Colonna di Cesarò discepolo diretto di Rudolf Steiner. Incredibilmente il De Pascale afferma, in uno dei post in cui mi ha attaccato, che “Arvo” non fosse Colonna di Cesarò, bensì Julius Evola! Si tratta davvero di un errore grossolano dal momento che è noto a tutti coloro che si occupano seriamente di esoterismo che Evola firmava i suoi articoli nella Rivista UR con gli eteronimi di “EA” e di “IAGLA”. Del resto se il benevolo lettore confronterà gli articoli di “ARVO” pubblicati in UR con quelli di “EA” e “IAGLA” li troverà diversissimi per stile e contenuto! Che “ARVO” fosse il duca Giovanni Colonna di Cesarò, ministro delle Poste nel primo governo Mussolini, figlio di Emmelina De Renzis, una delle prime discepole italiane di Steiner e discepolo di Steiner a sua volta, mi fu confermato oltre che da Massimo da moltissime altre persone: Mimma Scabelloni, cugina e continuatrice dell’opera di Scaligero, suo fratello Amleto, suo marito Romolo Benvenuti, la sorella di Massimo, Adelina, moglie dell’esoterista Paolo M. Virio, l’illustre orientalista Mario Bussagli, Enzo Erra, Pio Filippani, grande orientalista ed esoterista e infine dallo zio di mio padre Romolo Cota che aveva conosciuto il Colonna di Cesarò personalmente. A sciogliere ogni dubbio sulla identità di Arvo è lo stesso Renato Del Ponte, il maggiore biografo di Evola che nella sua pregiata opera “Evola e il magico Gruppo di Ur” ed.Sear, Bolzano [sic!] 1994, afferma a chiare lettere che il duca Colonna di Cesarò firmava i suoi articoli nel gruppo di Ur con l’eteronimo di “Arvo” o di “Krur”.Allora chi ha ragione? […]  Ma è ben noto che nel mondo antroposofico i fondamentali dell’esoterismo sono spesso sconosciuti! La tecnica descritta da Arvo nel primo volume del Gruppo di UR fu suggerita a me e ad altri amici da Massimo allo scopo di “acquietare la mente ancora piena delle impressioni della giornata” PRIMA di iniziare l’esercizio di concentrazione».

Quanto vado scrivendo nella presente disamina non è affatto vòlto ad attaccare N.R. Ottaviano, o colui che, mi dicono, si celerebbe in internet dietro tale pseudonimo, ma unicamente a difendere l’obbiettiva verità storica e spirituale riguardante l’Antroposofia e la sua Via di realizzazione, contro – questo sì – le menzogne che la deturpano e la distorcono in maniera caricaturale. Se avessi veramente voluto attaccare la persona, e con tutto quello che so di lui sarebbe stato facilissimo farlo, avrei usato ben altri strumenti e ben altro linguaggio, e per il mio contraddittore la faccenda si sarebbe rivelata pessima. Al massimo, per alleggerire la tensione inevitabile alla esposizione della presente disamina, mi permetto ogni tanto una lieve, garbata, scherzosa ironia circa le sue pretese magistrali e i mirabolanti titoli iniziatici dei più diversi Ordini occulti, ch’egli ostenta. Per quel che riguarda l’obbiezione ch’ei mi rivolge, vi è da osservare che gli eteronimi usati da Julius Evola non sono solo quelli da lui citati. Infatti, sono Ea, Iagla, Agarda, e – non me ne voglia il mio avversario – anche Arvo. Gli eteronimi del duca Giovanni Colonna di Cesarò, invece erano, in Ur, Krur, e allorché, dopo la rottura di Evola con Reghini e Parise, Krur divenne il nome della nuova rivista, egli assunse l’eteronimo di Breno. La notizia riportata da Renato Del Ponte è errata. Quanto al fatto che il nostro “Istruttore occulto” abbia ricevuto “conferma” di tale identificazione da tutta una serie di “illustri esoteristi” – e citare come pezze d’appoggio personaggi veramente equivoci come Adelina “Luciana Virio” Scabelloni, e Paolo “Virio” Marchetti, il cui perverso occultismo magico-sessuale, di stampo cattolico, Amleto Scabelloni, in un colloquio che avemmo nei trascorsi anni ottanta, mi caratterizzò, con feroce sarcasmo, come “bafomettiano”, è al contempo scandaloso e comico – da parte mia è legittimo, e ben comprensibile, vedere la cosa come oltremodo dubbia, essendo tutte quelle personalità defunte da molto tempo, e solo testimone delle proprie affermazioni, al solito, è unicamente il nostro “mistagogico Hierophante”.

Ma a smentire l’identificazione di Arvo con Colonna di Cesarò non sono solo io, ma è il libro, apparso contemporaneamente alle annate originali di UR, Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, che cita varie volte Evola, e nella seconda edizione, da me posseduta, apparsa negli anni trenta del secolo scorso, vi è esplicitamente affermata tale identificazione con Evola. Siccome tale testo non è di facilissimo reperimento, e la lingua francese non è da molti posseduta, posso fare riferimento alla traduzione italiana di tale libro, eseguita sulla prima edizione francese, e soprattutto alla Presentazione di Gianfranco de Turris, a Zam Bothiva, Asia Mysteriosa, La Confraternita dei Polari e l’Oracolo di Forza Astrale, a c. di Gianfranco de Turris e Marco Zagni, traduzione di Marco Zagni, Edizioni Arkeios, Roma, 2013. Nella Presentazione ricca di dati e notizie, che copre le pp. 7-16, di Gianfranco de Turris, viene chiarito che dietro l’eteronimo di Zam Bothiva vi sia l’occultista, amico di Julius Evola, Cesare Accomani, che aveva ricevuto l’Oracolo da Mario Fille a partire dal quale venne fondato il gruppo esoterico o Confraternita dei Polari, che si riuniva a Montmartre, a Parigi, in casa di Accomani.

Ora, Gianfranco de Turris – che di tutto potrebbe essere accusato fuorché di non conoscere l’opera di Evola – afferma apertamente che Cesare Accomani – secondo quanto scrive Evola nell’edizione di UR del 1955 – ebbe contatto con Evola nel 1928, ma da riferimenti bibliografici si può far risalire addirittura un contatto di Accomani con Arturo Reghini nel 1926. Per non dilungare troppo questo articolo riporto per ora solo una citazione di de Turris, tratta dalla sua Presentazione a p. 9:

«In Asia Mysteriosa nella Appendice “I Polari” c’è una indicazione di data: “nel giugno e luglio 1929….”. Il libro uscì dunque nella seconda metà di quell’anno. Ecco un’altra conferma che quando Julius Evola parlò diffusamente della faccenda ne scrisse per esperienza diretta e non per aver letto il libro. Che l’articolo, di cui si è appena fatto cenno, “sopra un oracolo aritmetico e sopra i retroscena della coscienza” a firma “Arvo” apparso su Krur n. 2, febbraio 1929, p. 40-47, sia di Evola non possono esservi dubbi: a parte lo stile, fa riferimento ad un episodio che si ritroverà identico in Asia Mysteriosa da un’ottica opposta».

A p. 10, de Turris aggiunge:

«Evola/Arvo definisce l’Oracolo una tecnica di “assoluta meccanicità e impersonalità”, anche se, precisa, “sulla portata delle risposte non abbiamo elementi per poterci pronunciare con sicurezza».

Ora, io non ce lo vedo proprio Giovanni Colonna di Cesarò ad interessarsi ed usare un metodo occulto così equivoco, chiaramente medianico, i cui risultati nel tempo dettero eloquenti risultati disastrosi proprio nella Confraternita dei Polari, fondata a Parigi su tale Oracolo.

Infine, mi sia permessa un’osservazione circa quanto affermato dal nostro “mistagogico Istruttore”, ossia esser stato lo zio di suo padre, dunque il suo prozio, Romolo Cota – al solito, unicamente a suo dire – discepolo di Giovanni Colazza, e addirittura suo allievo nella Facoltà di Medicina. Ora, Giovanni Colazza non ha mai insegnato nella Facoltà di Medicina, e il nome di tale prozio del Nostro non risulta mai in nessuna delle liste dei discepoli di Colazza che io ho nel mio archivio – ben 113 nomi nella lista più nutrita – per cui, mi voglia perdonare il mio avversario, ma mi è davvero molto difficile credere alle sue attestazioni.

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2020

Anno XXV n. 9

Settembre 2020

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San-Michele-Arcangelo-2

In questo numero:

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. NONA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

Con il presente studio, da me temerariamente intrapreso su questo non meno temerario blog, so di scontrarmi non solo con le grandissime difficoltà inerenti al delicato tema affrontato, ma anche con i moltissimi pre-giudizi di tanti i quali, malgrado si diano ad una ricerca sedicente ‘esoterica’, non sono coscienti, e tantomeno liberi, rispetto all’azione configuratrice della ideologia confessionale delle varie poco cristiche Chiese ‘cristiane’– spacciata dalle gerarchie ecclesiastiche per ‘teologia’ – e della liturgia sacramentale – della quale da esse viene sovente fatto un uso non precisamente spirituale e disinteressato – che condizionano gli individui tanto più radicalmente e profondamente, quanto meno questi siano consapevoli di una tale azione magicamente efficace.

Ma mi curerò il giusto – ovverossia, pochissimo o punto – del contrasto che mi possa venire da tali pre-giudizi, perché dietro ad essi non vi sono veri pensieri – pensieri coscienti, liberamente voluti – bensì unicamente ‘stati d’animo’, ‘emozioni’, ‘sentimentalità’, ‘pulsioni istintive’: amalgamati caoticamente in un impasto di paura, di inerte indolenza, di reazionario istinto di conservazione da parte di una menzognera natura inferiore, alla quale l’uomo è narcoticamente identificato, e che illegittimamente lo domina e lo manovra. Ergo, mi consolerò, sia pure immeritatamente, con quanto il sapientissimo abate Giovanni Tritemio, Iniziato e Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, scrisse a quest’ultimo in una lettera da Würtzburg l’8 aprile 1510:

«Nec retrahat a proposito quorumque consideratio nebulorum, de quibus vere dictum est: Bos lassus fortiter figit pedem».

Ovvero, tradotto, parafrasato, ed esplicitato nella bella lingua di Dante, il sapientissimo Tritemio così invita il suo coraggioso ed intelligente discepolo:

«Non lasciarti ritrarre dalla tua impresa da ciò che gente senza valore può avere da dire. Il pigro bove rimane ostinatamente immobile».

In effetti, posto di fronte all’esigenza conoscitiva di osare, con coraggio, di andare spregiudicatamente oltre – e se necessario – contro gli inveterati pre-giudizi, l’animale uomo, come un ignavo e accidioso bove – lassus bos – punta energicamente il piede e scalcia – fortiter figit pedem – onde nulla cambi nella sua stagnante, ottusa, condizione, e in maniera veramente reazionaria, reagisce in difesa del più abietto e deprimente status quo. L’asservito prigioniero si è infine innamorato delle proprie catene, e delle mura della propria prigione, e reagirà con paura, rabbia, ed estrema violenza nei confronti di coloro che vogliano mostrargli la Via della liberazione.  

In un suo scritto, apparso su East and West, la bella e importante rivista dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, e che un giorno vorrei tradurre per il lettori di Ecoanthroposophia, Massimo Scaligero mise in evidenza come lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni, sia l’autentica forza veramente rivoluzionaria, che percuote, abbatte, e dissolve, tutto ciò che non vuole trasformarsi secondo lo Spirito, e come tutto il disseccato tradizionalismo, così come il materialismo, sia invece l’elemento reazionario che resiste alla trasformazione spirituale, si cristallizza. E, a tale proposito, Massimo Scaligero ivi cita e commenta, da un classico testo di ascesi guerriera, il verso che riporto dalla Bhagavadgîtâ, Il Canto del Beato, XI, 32, introduzione e traduzione di Raniero Gnoli, BUR – Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1987, p.179:   

«Io sono il Tempo, distruttore dei mondi, l’antico, e mi adopero a divorare i mondi».

Per cui, non curandoci di tali pre-giudizi e contrasti, è bene tornare al tema che mi preme. Ora, se bene si leggono le Sacre Scritture – sia il Vecchio che il Nuovo Testamento – è facile constatare come al ‘serpente’, al ‘nachash’ del racconto mosaico, venga data una valenza non solo negativa, ma anche decisamente positiva.

Nell’Antico Testamento, oltre che nel libro della Genesi, la figura appare alcune volte, sia con connotazione negativa, sia con connotazione positiva. Per esempio, in Esodo VII, 8-12, traduzione del valdese Giovanni Luzzi, leggiamo:

«L’Eterno [sc. Jahve-Jehova] parlò a Mosè e ad Aaronne, dicendo: ‘Quando Faraone vi parlerà e vi dirà: Fate un prodigio! tu dirai ad Aaronne: Prendi il tuo bastone, gettalo davanti a Faraone, e diventerà un serpente’. Mosè ed Aaronne andaron dunque da Faraone, e fecero come l’Eterno aveva ordinato. Aaronne gettò il suo bastone davanti a Faraone e davanti ai suoi servitori, e quello diventò un serpente. Faraone a sua volta chiamò i savi e gl’incantatori; e i magi d’Egitto fecero anch’essi lo stesso, con le loro arti occulte. Ognun d’essi gettò il suo bastone, e i bastoni diventaron serpenti; ma il bastone d’Aaronne inghiottì i bastoni di quelli».

Per esempio, nel Vangelo di Giovanni – che cito, come sempre, nella traduzione della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, III, 3-15 – il Christo a Nicodemo, che era venuto da Lui «di notte», spiega il ‘mistero’ della ‘rigenerazione’, ossia della ‘palingenesi iniziatica’. Ma, questi sul momento poco intende le parole del Signore. Infatti, ivi leggiamo:

«Gesù gli rispose: In verità, in verità, io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. […]

Non ti meravigliare se ti ho detto: bisogna che nasciate di nuovo. […]

Nicodemo replicò e gli disse: Come possono avvenir queste cose? Gesù gli rispose: Tu se’ il dottor d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità io ti dico che noi parliamo di quel che sappiamo, e testimoniamo di quel che abbiamo veduto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? E nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figliuol dell’uomo che è nel cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna».

L’episodio, al quale allude il Signore nel suo colloquio «notturno» con Nicodemo, si legge nel quarto libro del Pentateuco mosaico, ossia in Numeri, XXI, 4-9, che cito nella traduzione di Giovanni Luzzi, ove è scritto:

«Poi gl’Israeliti si partirono dal monte Hor, movendo verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si fe’ impaziente nel viaggio. E il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: ‘Perché ci avete fatti salire fuori d’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua, e l’anima nostra è nauseata di questo cibo tanto leggero’. Allora l’Eterno mandò fra il popolo de’ serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e gran numero d’Israeliti morirono. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti’. E Mosè pregò per il popolo. E l’Eterno disse a Mosè: ‘Fatti un serpente ardente, e mettilo sopra un’antenna; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, scamperà’. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un’antenna; e avveniva che, quando un serpente avea morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, scampava».

E come raccontato nel II Libro dei Re, XVIII,1-6, il serpente di rame così venne distrutto:

«Or l’anno terzo di Hosea, figliuolo d’Ela, re d’Israele, cominciò a regnare Ezechia, figliuolo di Achaz, re di Giuda. Avea venticinque anni quando cominciò a regnare, e regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abi, figliuola di Zaccaria. Egli fece ciò ch’è giusto agli occhi dell’Eterno, interamente come avea fatto Davide suo padre. Soppresse gli alti luoghi, frantumò le statue, abbatté l’idolo d’Astarte, e fece a pezzi il serpente di rame che Mosè avea fatto; perché i figliuoli d’Israele gli aveano fino a quel tempo offerto profumi; ei lo chiamò Nehushtan [sc. in ebraico: pezzo di rame]. Egli ripose la sua fiducia nell’Eterno, nell’Iddio d’Israele; e fra tutti i re di Giuda che vennero dopo di lui o che lo precedettero non ve ne fu alcuno simile a lui. Si tenne unito all’Eterno, non cessò di seguirlo, e osservò i comandamenti che l’Eterno avea dati a Mosè».

Certo – direbbe un Iniziato mio concittadino, da tempo passato ai Campi Elisi – bisogna proprio dire che gli Ebrei, usciti dall’Egitto, e che avevano passate già molte tribolazioni, erano sottoposti a un Dio – lo Jahve o Jehova del quale dovremo più volte riparlare – «di molto difficile contentatura». Ma, nello specifico caso in questione, vorrei far notare al volenteroso lettore, appunto, l’ambivalenza dell’immagine del ‘serpente’, del ‘nachash’ mosaico. Quel che dà la morte, ossia i ‘serpenti ardenti’, è anche ciò che – oserei dire ‘omeopaticamente’ – dà anche terapia e salvezza, ossia il ‘serpente di rame’ innalzato su una ‘antenna’ a forma di ‘tau’, ossia su una forma arcaica di ‘croce’. E non è senza importanza che il ‘serpente’ innalzato sul ‘tau’ sia proprio di ‘rame’.  

Chi conosca la tradizione ermetica e alchemica sa bene come il ‘rame’ sia il ‘metallo’ analogicamente collegato al pianeta Venere, e abbiamo visto – nel precedente studio – come il pianeta Venere sia la vera dimora di un Eloha come Lucifero. Sappiamo altresì come Venere sia la Dea dell’Amore – naturalmente la Venere Urania, che presiede all’Amore Celeste, e niente affatto la Venere Libitima, o Pandemia – e quindi essa ha ben a che fare col ‘Mistero del Graal’. Faccio notare, inoltre, al benevolo lettore, come un Iniziato – il Conte di Cagliostro, diffamato, vituperato, torturato, e infine assassinato dalla degenerata ‘abelitica’ parte avversa – avesse grandissima stima della Donna, e che ad essa concedesse, allo stesso titolo che all’uomo, l’Iniziazione: una Iniziazione reale, e non un ‘contentino’‘une aimable bagatelle’, come, celiando, dicevano, e stupidissimamente facevano nel Settecento in Francia i massoni nei confronti delle loro compagne, ‘per tenersele buone’, con la cosiddetta ‘Massoneria d’Adozione’. Ora, il Conte di Cagliostro, che era di evidente stirpe ‘cainita’, nel suo Rito Egiziano, poneva al centro delle logge femminili un albero, a forma di ‘tau’, sul quale vi era un ‘serpente’ che mordeva l’edenica mela. Nello svolgimento del Rituale, la Donna iniziata, colpisce col pugnale il ‘serpente’, mozzandogli la testa, così come nel sigillo personale del Conte di Cagliostro il ‘serpente’, che morde la ‘mela’, viene – more apollineo – trafitto da una freccia. La cosa ha profondi significati ermetici e alchemici, che lascio alla diligente meditazione del volenteroso lettore.

L’ostilità alla Donna è forte nella tradizione ‘abelita’ degenerata. Infatti, l’ortodossa, e molto poco ‘cristica’, Chiesa cattolica – sia latina occidentale, sia greca orientale – negano alla Donna qualsiasi forma di accesso al sacerdozio. Ed anche varie, oramai più che decadute, e a volte addirittura degenerate, Obbedienze massoniche sedicenti ‘regolari’, dimentiche della loro origine ‘cainita’ e ‘rosicruciana’, negano l’accesso alla Donna la possibilità dell’Iniziazione.

A totale smentita di una tale unilaterale, presuntuosa ed esiziale, posizione ‘abelita’, è sufficiente osservare come in Egitto la Donna poteva essere iniziata ai Misteri di Iside, l’Unica Dea; che ad Eleusi vi erano sacerdotesse iniziate chiamate ‘melisse’, come pure erano chiamate ‘melisse’ le sacerdotesse di Artemide ad Efeso, ossia ‘api’ per la loro purezza e castità, e vi erano altresì delle ‘Ierofantidi’; che in una ‘Via’ inizatica ‘apollinea’ e ‘solare’ come quella dell’Ordine Pitagorico, vi erano molte donne iniziate, delle quali Porfirio e Giamblico ci trasmettono molti nomi, a cominciare da Teano, sposa e collaboratrice di Pitagora, che a Crotone insegnava alle Donne nel tempio di Hera Lacinia, la beata sposa di Zeus.; che a Roma, già in epoca repubblicana, i Misteri di Cerere Eleusina venivano celebrati da sacerdotesse greche fatte venire appositamente da Napoli o da Velia, alle quali venivano tributati grandi onori, e concessa la cittadinanza romana; che, sempre a Roma, massima venerazione era prodigata verso le Vestali; che in Egitto la figlia del matematico Teone, Ipazia d’Alessandria, vittima del bestiale furore ‘abelita’ dell’infame, e assassino, Patriarca d’Alessandria Cirillo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica latina e greca, e proclamato nel 1882 – ancorché eretico monofisita – dottore della Chiesa da Papa Leone XIII, era Iniziata ed Epopta, e veniva chiamata ‘Ierofantide’ dal suo discepolo, il neoplatonico e vescovo cristiano, Sinesio di Cirene.  

In àmbito manicheo, la Donna poteva percorrere tutti gradi di realizzazione spirituale della ‘Via’: sino al grado di ‘Eletta’. E furono delle Donne, delle ‘Elette’ manichee, ad assistere Mani durante i 26 giorni della sua ‘passione’, sino al suo ultimo respiro. Così come sotto la croce ad assistere agli ultimi momenti della passione del Christo – a parte Giovanni-Lazzaro – vi erano tre Donne, e non certo gli Apostoli, i quali pur dopo la Resurrezione, ancora per molto tempo, sino alla Pentecoste, a Gerusalemme, se ne stavano timorosi, rintanati, chiusi e sbarrati nel Cenacolo. Nel Catarismo medievale, le Donne potevano, proprio come gli uomini, ricevere ed impartire il Consolamentum, la trasmissione dello Spirito Santo nel ‘Battesimo spirituale’, o ‘Battesimo di Fuoco’, mediante l’imposizione della mano, come nel Cristianesimo primitivo, e come si vede chiaramente a Ravenna in un meraviglioso mosaico del Battistero degli Ariani. La stessa imposizione della mano da parte delle quattro Donne  belle sulla testa di Dante nel Paradiso terrestre viene descritta in Purg, XXXI, 104-105: Rito di sicura origine catara, e non certo cattolica. Del resto, DantePar., IX, 13–65 – pone tranquillamente in Paradiso una catara ‘consolata’, come Cunizza da Romano, ch’egli conobbe personalmente, sorella del terribilissimo Ezzelino III, la quale passò i suoi ultimi anni nella casa di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, anch’egli di sicura fede catara. Nella pirenaica Occitania, vi fu la ‘perfetta’ – nel Medioevo gl’inquisitori dell’eretica pravità chiamavano ‘perfetti’ (‘perfetti’ per il rogo, chiosa ironicamente la mia amica Maria Soresina) i catari ‘consolati’ –  e sapientissima Esclarmonde de Foix, colei che nel 1204 fece riedificare il diroccato castello di Montségur, che secoli prima dell’Anno Mille era stata, assieme a San Juan de la Peña, quest’ultimo sul versante ispanico dei Pirenei – Rudolf Steiner dixituna delle sedi del Graal. E si può scorgere tutta l’arroganza medievale ‘abelita’, dal fatto che in uno degli ultimi incontri che vi furono tra Catari e rappresentanti della Chiesa di Roma, svoltosi a Pamiers nel 1207, un domenicano la insultò dicendole: «Va’ a filare la tua conocchia! Non è consentito alle donne di prendere la parola in queste discussioni!». Quella fu l’ultima discussione tra Catari e Cattolici: l’anno successivo il papa Innocenzo III proclamò la crociata di sterminio  contro i catari.

Quanto diversa, rispetto alla ‘abelitica’ posizione della Chiesa, invece, era la posizione di Enrico Cornelio Agrippa, l’umanista, kabbalista, e mago, discepolo di Giovanni Tritemio, e autore del De occulta philosophia, il quale scrisse il De nobilitate et praecellentia foeminei sexus, Anversa 1529, che oggi il curioso, e volenteroso, lettore può leggere in Cornelio Agrippa, La nobiltà delle donne, a cura di Daniele Palmieri, Libreria Gruppo Anima, Milano, 2018, ma che fu tradotto in italiano sin dal 1549, e in successive numerose edizioni! Ne esiste, fra le altre una bella edizione settecentesca, che ha addirittura come titolo Dell’Eccellenza e Preeminenza del Femminil Sesso sopra il Maschile di Cornelio Agrippa. Trasportato dal latino nell’italiano, da Giuseppe A. Graglia. Professore di lingue. Dedicato alle gentil donne. Londra. Per Alessandro Grant, Stampatore, MDCCLXXVI.

Malgrado che la posizione di Agrippa sulla Donna fosse chiarissima, ciò non pertanto egli venne sordidamente calunniato, ma a tale proposito fanno testo le parole scritte da Arturo Reghini, anche lui mio nobil concittadino, nel suo saggio, Enrico Cornelio Agrippa e la sua magia, di ben 165 pagine, posto come Introduzione all’edizione italiana del De occulta philosophia, edita da Alberto Fidi nel 1926, ove, alla p. XII, contro tali calunnie così si espresse:

«Meno male, diranno i lettori, e specialmente le lettrici. Però Agrippa, non solamente non ha mai scritto nulla di simile, ma è stato al contrario un convinto ed ardente femminista, ed ha scritto persino un libro sulla «Nobiltà e Superiorità del sesso femminile», in cui sostiene, non la eguaglianza dei sessi, ma addirittura la superiorità del sesso femminile. E provò la sincerità di questi suoi sentimenti prendendo moglie tre volte». 

E più oltre, a p. XXI, Arturo Reghini così aggiunge:

«Dopo il Pimandro Agrippa commentò, non si sa se a Pavia od a Torino, il Convito di Platone, in un discorso diretto a dei giovani, candidissimi auditores, probabilmente studenti. Nel suo commento egli segue la concezione socratica dell’amore: L’amore, dice egli, per consenso di tutti i filosofi e di tutti i teologi, è il desiderio che ci porta verso la bellezza, ma sopra tutto verso la bellezza nascosta (occultum formosum), di cui le bellezze visibili non sono che il simbolo; esalta, quindi, conformemente più al suo che non al sentimento di Socrate, l’amore verso la donna, ma non quello sensuale, preconizzando un sentimento divino che eleva e nobilita. Questa orazione trovasi nell’edizione delle opere (ed. Lione, 1600, Tom. II, parte IIa, pp. 389-401)».

Se leggiamo le parole introduttive di Daniele Palmieri alla citata edizione italiana del testo di Agrippa, troviamo che, a p. 14, dopo aver descritto gli eccessi ‘abelitici’ della Chiesa contro la Donna – eccessi, che portarono alla tragica, secolare, ‘caccia alle streghe’ – così scrive:

«In un clima simile, in cui il pregiudizio misogino viveva un nuovo, intenso, fermento, forse tra i più intensi della storia, è facile intuire la portata rivoluzionaria del discorso di Cornelio Agrippa.

A discapito di equivoci ed estreme semplificazioni, bisogna tuttavia aggiungere che sso, alla sua pubblicazione, non rappresenta un unicum nella storia del pensiero.

Ė sempre esistita, nel corso della storia del pensiero una corrente filosofica minoritaria, ma non per questo meno importante, che a partire da Platone, passando per Plutarco, e arrivando fino ai poemi epico-cavallereschi, al Dolce Stilnovo e a Giovanni Boccaccio, aveva elogiato le virtù della donna, elevandola a pari dignità dell’uomo se non, addirittura, a incarnazione stessa della Sapienza Divina».

Se il curioso, e volenteroso, lettore vuol togliersi davvero ogni dubbio circa la concezione unilaterale, e decisamente misogina, che la tradizione ‘abelita’ degenerata ha nelle sue varie espressioni, basta che legga quanto sulla Donna scrissero, e scrivono, autori antichi e moderni sedicenti ‘cristiani’. Cominciamo con un noto padre della Chiesa cattolica latina del II-III secolo, Quinto Settimio Florente Tertulliano, il quale nel suo De habitu mulieri, tradotto e pubblicato in italiano dalla nota casa editrice cattolica EDB, nel 1986 e nel 1999, in una brossura di 224 pagine, nella collana Biblioteca patristica, col titolo L’eleganza delle donne, a cura di Sandra Isetta, testo che viene presentato “in rete” con le seguenti parole:

«[…] egli si rivolge alla donna cristiana, invitandola a evitare di adornarsi con eccessiva cura, per non divenire strumento del demonio, che persevera nella sua opera di rovina seduttiva trascinando nel peccato l’uomo e pregiudicandone la salvezza eterna».

Ma le parole di Tertulliano possono esser ancora, se possibile, più feroci, visto ch’egli, in De cultu foeminarum, Libro I, 1, dopo aver detto: «Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, – l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione», così apostrofa – giova riportare il testo latino di Tertulliano – la Donna  e la Madre dei Viventi con parole che, tradotte nella lingua di Dante, ne offendono, come poche altre, la sacralità: «In doloribus et anxietatibus paris, mulier, et ad virum tuum conversio tua, et ille dominatur tui (Gen., 3, 16), et Evam te esse nescis? Vivit sententia Dei super sexum istum in hoc saeculo: vivat et reatus necesse est. Tu es diaboli ianua; tu es arboris illius resignatrix; tu es divinae legis prima desertrix; tu es quae eum suasisti, quem diabolus aggredi non valuit; tu imaginem Dei, hominem, tam facile elisisti; propter tuum meritum, id est mortem, etiam filius Dei mori habuit: et adornari tibi in mente est super pelliceas tuas tunicas (cfr. Gen., 3, 21)?».

Ovvero: «Tu, donna, partorisci tra dolori ed ansietà, e, la tua tensione è per il tuo uomo, ed egli ti domina: e non sai che tu sei Eva? Dura ancor in questo secolo la condanna di Dio sopra il tuo sesso; la tua trasgressione vive di necessità ancor oggi. Tu sei la porta del diavolo! Tu hai dissuggellato il quell’albero [sc. l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male]! Tu sei la prima disertrice della legge divina! Tu sei colei che persuase colui [sc. Adamo] che il diavolo non riuscì ad aggredire! Tu che così facilmente distruggesti l’immagine di Dio, l’uomo! E per quel che tu meritasti, ossia la morte, che persino il Figlio di Dio ebbe a morire: e hai ancora in animo di coprire di ornamenti le tue tuniche di pelle? (cfr. Gen. 3,21)».

E quanto all’azione spirituale della Donna ecco una clamorosa espressione del rigorismo estremista di Tertulliano, che poi era ed è quello della Chiesa cattolica latina e greca, riportata in Elaine Pagels, I Vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 1981, p. 122:

«Non è permesso che una donna parli in Chiesa, né è permesso che insegni, né che battezzi, né che offra l’eucarestia, né che pretenda per sé una parte in qualunque funzione maschile – per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale».

Potrei citare con pochissima ricerca e lieve fatica moltissimi autori dei primi secoli della Chiesa cattolica, ma – anche per non abusare della pazienza del benevolo lettore, me ne rendo ben conto, pazienza che metto spesso a dura prova – voglio limitarmi a qualcuno soltanto. Gli altri molti, che non cito, la pensavano e la pensano, ancor oggi, esattamente come quelli citati. Un autore, oggi poco noto, ma ai suoi tempi famoso e influente è l’Ambrosiaster, dell’epoca di Papa Damaso, ossia del IV secolo della nostra èra. Nelle sue opere egli si serve delle Sacre Scritture per giustificare la totale subordinazione della Donna all’uomo. Per esempio, per lui lo statuto di subordinazione della Donna è fondato sulla negazione a questa della partecipazione all’immagine di Dio, che invece – a suo dire, ovviamente – sarebbe propria dell’uomo. Egli scrisse una serie di Quaestiones, basandosi soprattutto sulla Genesi, dalle quali trascelgo alcune sue significative parole. Nella Quaestio XLV, dedicata a Gen., 1, 26, l’Ambrosiaster dà due spiegazioni dell’imago divina propria dell’uomo maschio (ibid., 2-3). Secondo la prima, l’uomo è imago Dei, ossia immagine di Dio, perché egli è quell’unus dal quale unicamente gli altri esseri carnali traggono origine, come da Dio gli spirituali; la seconda spiegazione, veramente capziosa, fa coincidere l’imago Dei, propria dell’uomo maschio, con la dominatio sul creato espressa in Gen., 1,28: ma, proprio poiché quella dominatio è proclamata da Dio nella Genesi sia per l’uomo sia per la donna, non si può affermare che in quest’ultima consista l’immagine di Dio, che secondo lui sarebbe un absurdum attribuire alla donna:

«Se l’uomo ha l’immagine di Dio nel dominio, essa è assegnata anche alla donna, così che anch’ella sarebbe immagine di Dio, il che è assurdo. Come infatti è possibile dire della donna che è immagine di Dio, lei che si sa essere soggetta al dominio del marito e non avere alcuna autorità? Infatti non può insegnare né testimoniare né dare garanzia né giudicare: a maggior ragione non può comandare!».

Ed ecco il testo latino tratto dal, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 50, edito da Alexander Souter:

«Si imaginem Dei homo in dominatione habet, et mulieri datur, ut et ipsa imago Dei sit, quod absurdum est. Quo modo enim potest de muliere dici, quia imago Dei est, quam constat dominio viri subiectam et nullam auctoritatem habere? Nec docere enim potest nec testis esse neque fidem dicere nec iudicare: quanto magis imperare!». 

Altre considerazioni, altrettanto dialetticamente capziose, l’Ambrosiaster le svolge nel capitolo XVII della lunga Quaestio CVI, sempre sul libro della Genesi, dove si ripete che l’immagine divina consiste nell’essere stato creato l’uomo maschio come unus […] quasi dominus dal quale tutti gli esseri umani derivano: il che, a suo dire, esclude la donna:

«Questa immagine di Dio dunque è nell’uomo: e cioè egli è creato come uno solo, quale signore da cui tutti gli altri nascessero, avendo il potere di Dio quasi ne fosse vicario, dal momento che ogni re ha l’immagine di Dio. E per questo la donna non è fatta a immagine di Dio. Dice infatti così: «E Dio fece l’uomo, lo fece a immagine di Dio». Per questo l’Apostolo dice: L’uomo non deve velare il capo, perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece perciò lo vela, perché non è gloria o immagine di Dio».

«Haec ergo imago Dei est in homine, ut unus factus sit quasi dominus, ex quo ceteri orirentur, habens imperium Dei quasi vicarius eius, quia omnis rex Dei habet imaginem. Ideoque mulier non est facta ad Dei imaginem. Sic etenim dicit: Et fecit Deus hominem, ad imaginem Dei fecit eum (Gen 1,27a). Hinc est unde Apostolus: Vir quidem, ait, non debet velare caput, quia imago et gloria Dei est; mulier autem ideo velat, quia non est gloria aut imago Dei» (cfr. 1 Cor 11,7).

Se, infine, sempre tra gli antichi, leggiamo Ambrogio di Milano, l’arrogante persecutore di coloro che avevano voluto rimanere fedeli alla Religione classica romana, nonché il persecutore dei Cristiani Ariani, tralasciando quanto egli ripete, più o meno con le stesse parole, dei ragionamenti degli autori sopra citati, e andando invece a quanto del suo ragionare è a lui peculiare, vediamo ch’egli identifica la Donna con l’αἴσθησις, àisthêsis, coi sensi, con la passiva, e ricettiva, percezione sensibile,  con la sentimentalità, mentre invece attribuisce all’uomo il νοῦς, noûs, termine che in greco antico indica, sin dall’epoca di Omero, l’organo sede della rappresentazione delle idee chiare, quindi la ‘comprensione’ e l’intendimento che le provoca, la facoltà mentale quindi l’intelletto, che Ambrogio invece nega alla Donna, la quale è da lui profondamente disprezzata come causa della originaria, colpevole, caduta dell’uomo..

Infatti, Ambrogio, ne Il paradiso,  opera dedicata all’esegesi di Genesi, 2,8 e segg., ed. Karolus Schenkel, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 32/1, stabilisce e descrive una polarità netta tra maschio=positivo contrapposto a femmina=negativo. La Donna, per Ambrogio, è subordinata e asservita all’uomo, allorché egli propone l’identificazione dell’uomo con la mens, con la «mente», e quella della Donna con il sensus, con la «sensibilità». Egli ribadisce l’inferiorità della faemina in più punti della suddetta opera: il vir è creato fuori dal paradiso (in quanto si dice che Dio lo pose [posuit] in esso, ma è superiore, mentre la donna è creata in paradiso ma è inferiore (ibid., 4,24); a Eva si attribuisce la colpa maggiore nel tradimento (ibid., 12,56: sexus prodit qui prius potuerit errare), ovvero «il sesso manifesta chi per primo poté peccare»; quello femminile è comunque il sexus infirmior, ossia «il sesso più debole» (ibid., 14,70). Ambrogio fa altresì una gerarchia delle qualità, delle colpe e delle relative condanne in relazione al peccato originale: allegoricamente egli attribuisce al nachash, al serpente la delectatio, ossia il «piacere», alla Donna il sensus la «sensazione», la «sensualità», e all’uomo la mens, l’«intelligere», il «comprendere», per cui egli giunge ad affermare che la colpa più grave fu quella del primo, del serpente, cui seguirono la seconda, quella della Donna, di Eva, e solo come terza, quella dell’uomo, di Adamo. dunque, tre e diverse furono le condanne (ibid., 15,73): colpa e condanna della Donna sono, dunque, per Ambrogio, maggiori che non per l’uomo.

Il fazioso delirio conoscitivo di Ambrogio di Milano raggiunge l’apice, allorché nel suo scritto Sulla verginità, 15, 93, ed. e trad. a cura di Franco Gori – mobilitando considerazioni filologiche veramente insulse e forzate – arriva ad affermare che, se è vero che anima sexum non habet, che l’anima non ha sesso, tuttavia essa «ideo fortasse faemineum nomen accepit, quod eam violentior aestus corporis agit», ovvero «forse per questa [sc. l’anima] ha preso un nome femminile, perché una più violenta passione del corpo la agita».

Ma fermiamo qui la serie di citazioni dei Padri della Chiesa, il cui livore ‘abelitico’ si scaglia contro la Donna. Tra i moderni voglio citare solo un autore, Attilio Mordini, che si pretende ‘tradizionalista’ vicino alle posizioni di Julius Evola e di René Guénon, e che in realtà è un cattolico integralista, largamente abbeveratosi ai testi della Patristica, e che sulla Donna ne Il mito primordiale del cristianesimo quale fonte perenne di metafisica, Milano, Scheiwiller, 1976, pp. 72 e 73, così si esprime:

«[…] la donna è il numero due della dialettica con l’uomo (e, quindi, è il negativo), in posizione del tutto analoga a quella di Lucifero, che è il numero due e negativo rispetto a Dio Creatore; è appunto dalla medesima radice indoeuropea DWI che si formano tanto il termine greco dvo (due) quanto diabolos».

Veramente in greco ‘due’ è δύο, dyo, o poeticamente δύω, dyô, e non dvo, e ‘diavolo’ nell’antica Grecia è διάβολος, diàbolos, con lo ‘iota’, ossia con la nostra ‘i’, e non con la ‘v’, che in greco classico si era persa, col significato di ‘dividere’, ossia ‘colui che divide’, il ‘calunniatore’, ‘accusatore’; derivato dal greco διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia ‘attraverso’bàllo‘getto’, ‘metto’, quindi getto, caccio attraversotrafiggo, e metaforicamente anche calunnio, diffamo.

Ma ecco, cosa il Mordini scrive ne La Via del Verbo, reperibile in rete sul sito di Gianfranco Bertagni:

«La legge che ci mosse dall’Eden fu per noi legge dolorosa dal ventre della donna colpevole». 

La posizione di Rudolf Steiner sulla Donna è – e davvero non potrebbe essere diversamente – estremamente chiara, nonché diametralmente opposta a quella dei Padri della Chiesa, dei teologi medievali e moderni, dei sedicenti ‘tradizionalisti’, riesumatori e coltivatori non della autentica Tradizione, ma solo di un intellettualismo filologico che opera sul cadavere imbalsamato di quella che fu, un tempo, la Tradizione vivente. Ora Rudolf Steiner nel XIV capitolo de La Filosofia della Libertà, intitolato Individualità e specie, che amo citare dalla limpida e precisa traduzione del matematico Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 201-202:

«È impossibile comprendere del tutto un uomo, se si pone il concetto della specie a base del nostro giudizio. La maggiore ostinazione nel giudicare secondo la specie si riscontra là dove si tratta del sesso; quasi sempre l’uomo vede nella donna, e la donna nell’uomo, troppo del carattere generale dell’altro sesso, e troppo poco di quello individuale. Nella vita pratica questo nuoce meno agli uomini che alle donne. La posizione sociale della donna è per lo più poco dignitosa, perché, in molti punti in cui dovrebbe esserlo, essa non è determinata dalle peculiarità individuali della singola donna, ma dalle rappresentazioni generali correnti circa i cómpiti naturali e i bisogni della donna. L’attività dell’uomo nella vita si regola secondo le sue individuali attitudini e inclinazioni; quella della donna si vuole invece condizionata esclusivamente dalla circostanza che appunto essa è donna. La donna deve essere schiava del principio della specie, dei caratteri generici della femminilità. Fino a quando gli uomini discuteranno se la donna «per la sua costituzione naturale» sia atta a questa o a quella professione, la cosiddetta questione del femminismo non potrà uscire dal suo stadio più elementare. Si lasci giudicare alla donna stessa quello che, secondo la sua natura, essa può volere. Se è vero che le donne sono unicamente adatte al compito che oggi viene loro assegnato, difficilmente potranno assumerne un altro per forza propria; ma devono poter decidere da sé che cosa sia conforme alla loro natura. A chi nutra il timore che il considerare le donne, non come esemplari della specie umana, ma come individui, possa scuotere la nostra struttura sociale, si può opporre che una struttura sociale, entro la quale una metà dell’umanità conduce un’esistenza indegna di esseri umani, ha proprio grande bisogno di essere migliorata».

E nella nota a piè della p. 202, egli ribadisce energicamente il suo pensiero in difesa della dignità della Donna:

«Fino da quando comparve questo libro (1894) mi è stata fatta a questo proposito l’obiezione, che, nell’ambito della specie, la donna può già adesso vivere liberamente la sua vita con tutta l’individualità che vuole, anzi più liberamente ancora dell’uomo, il quale viene disindividualizzato già dalla scuola e più tardi anche dalla guerra e dalla professione. Io so che oggi questa obiezione verrà forse sollevata con forza ancora maggiore. Eppure devo lasciare le mie affermazioni come sono, sperando che vi siano lettori i quali comprendano quanto una simile obiezione urti contro il concetto di libertà svolto in questo scritto, e che giudichino le mie affermazioni con criteri diversi da quello della disindividualizzazione dell’uomo per opera della scuola o della professione».

Ho particolarmente insistito su questa trattazione circa l’ingiusta opposizione ‘abelita’ nei confronti della Donna, non perché io ami particolarmente la filologia, della quale pochissimo, anzi punto, mi cale, bensì perché la posizione della Donna – che, come dice Dante, ha ‘Intelletto d’Amore’ – per la sua indispensabile e insostituibile ‘funzione spirituale’, come vedremo dalle parole di Massimo Scaligero, è essenziale nell’ impresa del Graal. Ma prima di trascrivere quanto Massimo Scaligero dice in proposito, voglio riportare le parole di un importante testo dei primi tempi della nostra èra: il Vangelo di Tomaso. Si tratta di un Vangelo ‘gnostico’ – nel senso che indica una ‘Via di Conoscenza’ – tipicamente ‘cainita’, che indica il cammino da percorrere per la ricostituzione dell’Androgine Celeste, e per la restituzione dello ‘stato primordiale’. Le parti del Vangelo di Tomaso che trascriverò sono tratte dalle due belle edizioni degli Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, U.T.E.T., Torino, 1971, e da I Vangeli Gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Aldelphi Edizioni, Milano, 1984. A tale proposito il traduttore e curatore così scrive a p. 84 de I Vangeli Gnostici: «Si rivela subito come uno scritto esoterico contenente parole di Gesù che non devono essere svelate ai profani, perché non sono alla portata di tutti e perché la loro comprensione è apportatrice di vita». Di questo testo si conosceva appena qualche citazione, semplice menzione, contenuta in opere di Padri della Chiesa, soprattutto Clemente Alessandrino, Origene, Eusebio, e il suo influsso fu grande nell’antichità, ed oggi si sa che questo Vangelo fu conosciuto da Mani, il fondatore della Religione della Luce, come si evince anche da uno scritto di Agostino di Ippona, Contra Epistulam quam vocant Fundamenti, contenuta in Patrologia Latina, 32, 397 e segg.

Nei pressi di Nag Hammadi, l’antica Chenoboskion, la Šénesēt copta, nel 1945-1946, venne ritrovata una intera biblioteca di un gruppo gnostico, ed in questa biblioteca era contenuto, nella sua interezza, il Vangelo di Tommaso nella versione copta. Si tratta di 114 Lògia, ossia Detti del Signore, alcuni dei quali verranno da me citati nella traduzione dal copto, di Luigi Moraldi. Dato il significato profondissimo che hanno i detti che verranno citati, e il loro sapore ‘ermetico’, il lettore è invitato a farne oggetto di proficua meditazione.

Queste sono le parole nascoste dette da Gesù, il vivente, e scritte da Didimo Giuda Tomaso.

[1] Egli disse: – Colui che scopre l’interpetrazione di queste parole non gusterà la morte.

[2] Gesù disse: – Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando  non avrà trovato; quando avrà trovato sarà turbato e, se sarà turbato, si stupirà, e sarà re su tutto.

[10] Gesù disse: – Ho gettato fuoco sul mondo e lo custodisco fino a che divampi.

[82] Gesù disse: – Colui che è vicino a me, è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal regno.

[106] Gesù disse; – Quando di due ne farete uno, sarete figli dell’uomo; e quando direte a un monte: «Allontanati!» si allontanerà.

[114] Simon Pietro disse loro: – Maria deve andar via da noi! Perché le femmine non sono degne della vita. Gesù disse: Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché lei diventi uno spirito vivo uguale a noi maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel regno dei cieli.

La risposta, molto dura peraltro, che nel Vangelo di Tomaso il Signore dà a Pietro ricollega direttamente la figura spirituale della Donna al Mistero dell’Androgine Celeste, e quindi all’impresa del Graal. Massimo Scaligero in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, s.d., ma 1969, nel II capitolo, L’Androgine e l’Eden, dopo aver rievocato le immagini cosmogoniche dei primordi della Terra, alle pp. 24-25, così scrive:

«In conseguenza del distacco del Sole dalla Terra, l’uomo accoglie in sé più intime forze plasmatrici, per riprodurre da sé la forma corporea: che è originariamente la struttura dell’Androgine. Dall’influenza del Sole operante da fuori della Terra e da quella della Luna unita ancora alla Terra, sorge la possibilità che l’uomo tragga da sé l’essere androginico.

Il mistero dell’Androgine è contemplabile come il momento di un potere formatore dell’uomo, scaturente dalla sua possibilità di accogliere forze più elevate epperò più profonde, in rapporto all’elemento lunare potenziato sul piano fisico dalla separazione del Sole dalla Terra. Le correnti capaci di dominare l’elemento lunare infero, saranno ravvisabili nell’accennato simbolo della Vergine. Rispondente all’aspetto dell’Iside-Sophia.  Si vedrà nel corso del presente studio come la via alla restituzione della forza radicale dell’Androgine sia l’impresa allusa nella saga del Graal e parimenti risponda al simbolo della Iside-Sophia. Questa infatti assume e redime in sé l’Ecate tenebrosa. Si vedrà ugualmente perché la donna detenga le chiavi della reintegrazione dell’uomo, onde la Vergine verrà chiamata Janua Coeli, […]».

La valutazione della funzione e della dignità della Donna in Massimo Scaligero è altissima, arrivando egli a scrivere, a p. 26, che:

«Dopo il distacco, il rapporto occulto con la Luna continuerà sul piano umano mediante la donna: la donna deterrà da allora le chiavi dell’opera di resurrezione dell’uomo. Grazie al sopravvivere in lei dell’elemento celeste androginico, presso alla necessità delle funzioni della riproduzione, la donna continuerà a mantenere il rapporto della specie umana con le potenze estrasensibili della Luna, assumendo perciò simultaneamente la duplice funzione di Iside: celeste e infera. Nella saga del Graal, la riconsacrazione del Castello e del Tabernacolo celeste fa appello all’intervento della stessa figura femminile a cui si deve la caduta di Amfortas: così Gerbert de Mostreuil spiega il primo momento di impotenza di Parsifal con l’aver egli dimenticato la propria donna».

Poi nel III capitolo, La Donna Celeste, a p. 43, Massimo Scaligero entra più a fondo nei segreti della costituzione occulta della Donna:

«Il mistero celato nella figura della donna come portatrice della reintegrazione, o come distruttrice, è intuibile in base alla nozione metafisica dell’Androgine: una verità segreta che si disvela come illuminazione decisiva, in tale direzione, è il carattere femminile della figura dell’Androgine, o dell’essere originariamente maschio-femmina, portatore della sintesi animica delle forze solari-lunari. La configurazione metafisica dell’Androgine è femminile: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. L a  c o n f i g u r a z i o n e  m e t a f i s i c a  d e l l’ A n d r o g i n e  è  f e m m i n i l e: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. Ciò non significa che l’essere androginico originario fosse conforme a caratteri di femminilità – che sarebbe una contraddizione sostanziale – ma che la donna, per il rapporto del suo essere animico con l’involucro corporeo, attua inconsciamente la natura dell’androgine, in quanto in lei l’essere androginico dell’anima ha rispetto alla corporeità un’autonomia che l’uomo non possiede: l’anima dell’uomo è più inserita nella struttura fisica, che quella della donna. Questa diversità di rapporto si trasmette al corpo eterico che, essendo nella donna maschile, ha una consonanza androginica con la corrispondente parte dell’anima, come non è possibile al corpo eterico dell’uomo, più aderente e perciò asservito alla corporeità fisica.

Questo inconscio elemento androginico affiorante nella forma fisica, grazie ad una relativa indipendenza del corpo eterico dalla fisicità, rende la donna agli occhi dell’uomo simbolo di angelicità, o di deità, destando risonanze di remote beatitudini. Ma l’uomo ignora il contenuto del simbolo, né sa di avere innanzi a sé vivente un simbolo, ovvero una realtà sensualmente impenetrabile. Questo elemento androginico esige essere ridestato e restituito alla sua magica funzione, nel momento in cui la funzione dell’oblio, o della «caduta», risulta esaurita».

Dalle parole di Massimo Scaligero qui riportate risulta come sotto molti aspetti la posizione spirituale della Donna sia suprema, come assolutamente necessarie siano la sua azione e la sua presenza nell’impresa del Graal, nell’opera di ricostituzione dell’Androgine Celeste. Per cui non può non stupire moltissimo leggere su un noto social forum non essere – al dire di taluni – Marie Steiner-von Sivers, la fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, una Iniziata, perché «la donna non può giungere all’Iniziazione, non può realizzare l’Iniziazione». Naturalmente, una tale enormità è solo una grandissima sciocchezza, frutto di un ignorante presumere di possedere una conoscenza, mentre si può affermare con certezza che chi una tale offensiva enormità proclama, in realtà nulla conosce, ed ha per scusante della sua presunzione unicamente la propria grossolana ignoranza.

Eppure, un tale pre-giudizio è più diffuso di quanto non si creda. In oltre cinque decenni di Scienza dello Spirito, ho potuto udire più di una volta  una simile apodittica affermazione – da me accolta talvolta con manifesta indignazione, talaltra con divertito stupore – sia a Roma sia nella mia città. In realtà, non solo non vi è una sola parola di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero in tal senso, bensì vi è addirittura abbondanza di esplicite affermazioni in senso contrario ad un cotal pre-giudizio. Basterebbero le parole di Rudolf Steiner ne La Filosofia della Libertà, o nei Drammi Mistero – ove la figura di Maria ha un ruolo iniziatico inequivocabile – o leggere l’Epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, che Hella Wiesberger mi indicò con calde parole come ‘Via’ di meditazione per cogliere il ‘mistero’ del rapporto ‘graalico’ tra Rudolf Steiner e la sua fedele compagna e collaboratrice, Marie Steiner. Ma anche richiamando alla memoria la storia dell’esoterismo e della spiritualità iniziatica d’Oriente e d’Occidente, come non ricordare Teano, sposa di Pitagora, Iniziata ed Iniziatrice, come non ricordare Diòtima, sacerdotessa d’Apollo a Mantinea, Iniziatrice di Socrate nei Misteri dell’Amore Celeste, o Asclepiade, figlia di un diàdoco, ossia di colui che presiedeva alla direzione dell’Accademia Platonica di Atene, che iniziò Proclo alla Teurgia, ai Misteri orfici, e agli Oracoli Caldaici, o la stessa neoplatonica Ipazia, che iniziò ai ‘Veri’ taluni cristiani come Sinesio e moltissimi pagani. Come non ricordare, nell’India del XIX secolo, la ‘brahmani’ che iniziò Ramakrishna, o, in tempi più recenti Ananda Mayi Ma, che lo stesso Shri Aurobindo dichiarava apertamente essere a lui stesso superiore nella realizzazione spirituale. Come non pensare alle innumerevoli Donne, le quali negli oltre 2600 anni di esistenza della ‘Via del Buddha’, hanno realizzata l’Illuminazione, ed hanno ‘gustato’ – secondo l’espressione tradizionale buddhista – l’elemento d’immortalità, ed il Nirvâṇa.

Massimo Scaligero, in colloqui e riunioni, fece più volte notare come nei Vangeli, mentre vi sono una quantità di espressioni da parte del Signore molto dure nei confronti dei maschi – ‘ipocriti’, ‘sepolcri imbiancati’, ‘mentitori’, ed espressioni anche più brutali, persino nei confronti di Pietro, spesso e volentieri improvvidamente errante – non vi è mai una espressione di rimprovero verso la Donna.

Conciosiacosaché, a tal proposito, io mi atterrò all’opinione di Enrico Cornelio Agrippa più sopra esposta, a mio modo di vedere assolutamente giustificata, nonché da me totalmente condivisa, ed avremo modo di vedere, nelle successive parti del presente studio, ove la corretta valutazione della Donna condurrà la nostra temeraria ricerca.   

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2020

Anno XXV n. 8

Agosto 2020

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Il-Ritorno

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Terzo Giorno – P. 1

Copgenesi

 

IL TERZO GIORNO

1. La via alla Terra.

Collegamento al Capitolo precedente

Fino allo stadio della blastula, l’embrione, come abbiamo visto, dapprima si sviluppa liberamente nella cavità del dotto ovarico, poi nell’utero. Ora però, sei giorni e mezzo dalla fecondazione, è giunto il momento nel quale la blastula maturata viene accolta nell’alveo dell’utero. Dapprima essa si fissa con il suo polo terrestre sulla mucosa. Dal polo terrestre crescono nelle profondità, delle terminazioni sottili, mobili; come radichette, con l’aiuto delle quali l’embrione lavora attivamente nella mucosa uterine (vedi Tavola III, fig. 1, poi figg 2 e 3) , fino a che non è completamente avvolto da essa.

TAVOLA III

Implantazione dell’embrione (liberamente, secondo LANGMAN). Fig. 1: la blastula penetra attivamente nella mucosa uterina (da sei a sette giorni dopo la fecondazione). Fig. 2: implantazione giunta alla metà del processo; il trofoblasto è cresciuto fortemente e si è differenziato nei citotrofoblasti generativi e i sinciziotrofoblasti, verosimilmente derivati da quelli, che entrano in rapporto con la mucosa materna. L’embrioblasto si è differenziato in ectoderma ed entoderma (7 giorni e mezzo dopo la fecondazione). Fig. 3: 9 giorni dopo la fecondazione. Implantazione praticamente completata; il coagulo di chiusura chiude le porte alla cavità uterina. Il frutto appiattitosi nel corso del processo d’implantazione diviene nuovamente sferico; il trofoblasto si è potentemente sviluppato. La cavità amniotica già visibile nella Fig. 2 è divenuta più grande e attorno al blastocele si è formata la membrana di HAUSER; perifericamente rispetto a questa sorge il coelom estraembrionale, la cavità corporea posta al di fuori dell’embrione vero e proprio. Il punto, indicato dalla freccetta sotto la Fig. 3, mostra l’effettiva grandezza dell’uovo (embrione e trofoblasto), che è disegnato nella Fig. 3.

All’interno di questa Terra materna l’embrione umano ora può svilupparsi, fino a che esso non è abbastanza forte da venir abbandonato alle forze della Terra esteriore. Anche la Terra esteriore un tempo era diversa. Anch’essa si è evoluta: da una sostanzialità più sottile sulla sua superficie è divenuta «pesante» e dura come una roccia. Secondo la Genesi, anche la Terra una volta fu un campo di forze immateriali, come la «Terra» del giovane embrione umano, giacché la Genesi descrive ambedue le evoluzioni: quella umana e quella della Terra. Questo processo di condensazione che la Terra poté compiere nel corso di miliardi di anni, il corpo umano ora, in una certa maniera, deve eseguirlo durante il suo sviluppo embrionale. Così lo sviluppo embrionale è una sorta di evoluzione cosmica svolgentesi in tempo breve. E allorché le ossa del corpo in formazione cominciano a solidificarsi, allora quest’ultimo si è conformato ed è maturo per la nascita. L’uomo si sviluppa per la Terra. Il suo corpo viene plasmato per la vita sulla Terra, riceve delle ossa ed un corrispondente peso. A tal fine lo aiutano le forze terrestri. Finora noi conosciamo l’elemento della Terra, ha-haretz, soltanto come ciò che è vivente-attivo nell’interno e sta di fronte alle forze del Cielo, ha-schamajim, che tendono verso l’esterno. Ciò porta, in relazione all’elemento sostanziale che va costituendosi sempre di più alla maniera di concepire, che ha-schamajim operi maggiormente all’assottigliamento ed alla volatilizzazione, ha-haretz invece alla condensazione e all’indurimento: che con ha-schamajim l’elemento sostanziale tenda dal centro verso la periferia, che con ha-haretz invece la sostanza si condensi nel corpo dell’embrione. Nella relazione dinamica di esterno ed interno abbiamo trovato la Terra dentro. Ma dopo che, nel secondo giorno della Creazione, le forze del Cielo, come espressione di un nuovo atto di Creazione, si sono immerse nell’elemento fluido, sorse nello spazio della Terra il  «sopra» e il «sotto». Nella regione inferiore ora presagiamo la Terra. Con ciò è stato fatto pure il primo passo nella gravità. La Terra non è più unicamente un elemento che si attiva in maniera vivente nell’interno; d’ora in avanti al concetto Terra inerisce anche quello della gravità. E d’altro canto, nel concetto Cielo penetra ciò che possiamo caratterizzare come ciò-che-tende-verso-l’alto.

Con l’immergersi della blastula nell’utero abbiamo un’immagine su come ora l’embrione si ponga nella sfera delle forze di questa nuova Terra sottoposta alla gravità. Tuttavia ora il suo successivo essere umano dipenderà proprio dal fatto che esso superi sin dal principio questa gravità. Che esso riesca a farlo, lo vediamo per esempio nel fatto che l’embrioblasto, che appunto rappresenta il polo gravitazionale, rimanga ancora costantemente incluso nella sfera del trofoblasto. Avviene diversamente nel caso della scimmia. Anche la scimmia (macacus) ha una bellissima blastula (vedi Fig. 6), ma la differenza morfologica tra trofoblasto ed embrioblasto è già grandissima, quest’ultimo appare goffo e pesante nei confronti del primo che invece appare delicato, quasi come un’esilissima parete (überdünnwandig).

Nel caso dell’uomo, sia l’embrioblasto come i suoi successivi stadi di sviluppo rimangono molto più pervasi dalle forze delle sfere celesti, che superano la gravità. Con ciò viene toccata una differenza essenziale, affatto generale, tra l’uomo e l’animale. Attraverso tutta la sua struttura, l’animale è molto più fortemente legato alla Terra che non l’uomo, il quale conquista il suo esser umano proprio attraverso la facoltà di stare eretto, attraverso il superamento della gravità. Per la verità, anche una scimmia può talvolta stare eretta, ma questo è sempre un ergersi esteriore, giacché il corpo della scimmia è organizzato per la gravità. Allorché l’uomo si erge eretto, questo stare eretto corrisponde alla sua organizzazione. Per lui la stazione eretta non è niente di esteriore, bensì qualcosa di profondamente fondato nel suo essere. Accanto alle forze della gravità, sono quelle della stazione eretta le plasmatrici del suo corpo. Perciò in lui il principio della stazione eretta è all’interno di tutti gli organi, e ciò si lascia dimostrare addirittura sin nella fine struttura di essi¹. Ergersi eretto non significa sottrarsi alle forze della Terra. Significa non farsi sopraffare dalle forze della Terra, ricercare nel corpo terrestremente pesante le forze del Cielo e farle essere presenti. Il poter fare ciò necessita di una speciale organizzazione.

Fare questo è una faccenda che riguarda la personalità umana.

Nel momento in cui ora le forze della Terra cominciano ad essere attive in maniera vera e propria nell’embrione, vediamo le forze del Cielo sviluppare ora più che mai la loro attività. L’embrione vive tra le forze della Terra e quelle del Cielo.


¹Vedi RUDOLF STEINER: per esempio in Scienza dello Spirito e medicina, ciclo di conferenze per medici e studenti di medicina, tenuto a Dornach nel 1920, Editrice Antroposofica O.O.98-99.

(Continua)

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NEL SILENZIO IN CUI LA VOLONTA’ E’ CALORE.

NOVATEK CAMERA

 

NELL’IMMENSO GELO : IL FUOCO CHE AVVAMPA

E’ UNA GOCCIA DEL CUORE DI LUCE

CHE MANIFESTA L’ARMONIA DEGLI ETERNI.

 

MENTRE NELLA STASI DEL GELO LE ANIME PERSE ESPRIMONO ODIO.

TENUE IL CALORE SI ANNUNCIA NEGLI AUREI BAGLIORI DEL CIELO.

 

E TALE INVINCIBILE LUCE CHE SORGE

SCATENA IL FURORE DI COLORO CHE VOLLERO IL MALE

NEL MARE GHIACCIATO DELL’OTTUSO SENTIRE SOLTANTO LE PIETRE.

 

L’ABOMINIO CHE MUORE PRONUNCIA SOLTANTO LAMENTI RIBELLI

VOLUTI LADDOVE ODIO E STRIDORE PERVADONO INTELLETTI OSCURATI.

 

OTTUSI INTELLETTI  NEL GELO MALEDICONO IL BENE

CHE PURE DESIDERANO ESISTA PER POTERLO AGGREDIRE.

 

UNA NUBE SI ESTENDE

-ARIDISSIMA-

PERMEATA DA UN FORTE VOLERE

IN CUI L’ELEVATO ED IL DEGNO APPAIONO DEPRECATI E IMPOSSIBILI.

 

INSENSATE POTENZE DELL’INCUBO

DENSISSIME

IMPONGONO PRESSANTI CERTEZZE

CHE SONO SOLTANTO POSSENTI SENSIBILITA’ CEREBRALI

NUOVE E PLAUSIBILI E FALSE

APPARSE DAL NULLA.

VOLUTE LADDOVE IL FARNETICANTE DISPREZZO E’ ABITATO DA ENTI DEL MALE.

 

NEI DECADUTI IL PENSARE SI FONDA SU PRESUPPOSTI SUBITI

CHE -QUALI GORGHI CHE PRECEDONO IL RIFLETTERE- INDIRIZZANO E MANOVRANO OPINIONI ED AZIONI.

 

UNA FORMA MENTALE SINISTRA E’ UNA FORZA FORMANTE DENSA ED OSCURA

CHE RICONDUCE  -OSSESSIVA- AI VELENI DA CUI SCATURISCE

E CHE E’ OBBLIGATA AD INSERIRE NEL MONDO.

 

IL SOGGETTO SPESSO E’ PASSIVAMENTE ASSOPITO DINANZI AL PROPRIO VELENO

E TENDE A RIFLETTERE COME PAROLA IDEOLOGICA QUANTO HA INABISSATO IL PROPRIO INTERIORE SENTIRE CIO’ CHE CONSIDERA VERO E CREDIBILE.

 

INCONCEPIBILE RISULTA LA POSSIBILITA’CHE UN MONDO PIU’ ALTO

POSSA ISPIRARE PENSIERI SENTIMENTI E AZIONI VERSO UN VALORE VIVENTE

CHE ABBIA I CARATTERI DELLA SOVRUMANITA’.

 

EPPURE SI AMMETTE CHE DA UN IPOTETICO NULLA SORGANO I PENSIERI E LE IDEOLOGIE LIBERAMENTE CONCEPITE E CONDIVISE PURCHE’ APPARTENENTI

AD UN MALIGNO ODIARE GLI AVVERSARI.

 

SI ADORA UN MALE CONDIVISO CHE NON AMMETTE ERETICI

DEI QUALI PERO’ NECESSITA PER POTERSI ESPRIMERE.

 

E’ L’ETERNA DUALITA’ DEGLI INFERI

CHE HA COME COROLLARIO IMPRESCIDIBILE LA CONTINUITA’ NELLA MENZOGNA.

 

TALE ESECRABILE  FOLLIA E’ UNA POTENZA MALATA CHE ATTENDE LA SUA CURA.

 

SPLENDE DI MERAVIGLIA L’ALTA ESSENZA DI VERITA’ OVE L’IDEA NE SFIORA L’ALBEGGIARE.

 

POTERE UNITIVO DELL’INTELLIGENZA CHE MANTIENE COLLEGATI FRA LORO I CONCETTI RICORDATI MENTRE LI CONTEMPLA :

OTTIENE L’IMPOSSIBILE VIRTU’ DI CONSUMARE IL MALE CHE

-CONTRASTANDO QUALE OSTACOLO L’ATTO DEL NITIDO RICORDO-

E’ OBBLIGATO A MOSTRARE LA CONTORTA POTENZA AVVERSANTE CHE LO GENERA.

 

A TALI LIVELLI IN CUI L’ASCESI DEL PENSIERO CONTEMPLA LA SINTESI DEI CONCETTI RICORDATI :

OGNI OSTACOLO,OGNI OPPOSIZIONE,OGNI ENERGIA NEGANTE,OGNI FISICIZZAZIONE,OGNI DISTRAZIONE E’ LA VESTE (ALTRIMENTI INAVVERTITA E INCONCEPIBILE) DI ALCUNI DEI MALI OPERATIVI CHE INFESTANO IL MONDO E CHE INFETTANO LE OPINIONI DEGLI UOMINI E LE AZIONI MALIGNE CHE NE DERIVANO.

 

LA VERITA’ QUALE ESSENZA OPERATIVA NEL VIVENTE : DISSOLVE O CONSUMA IL MALE E LA MENZOGNA.

 

NEGLI INDIVIDUI E NEL MONDO.

 

FOLGORE DELL’IMPOSSIBILE RISORGERE.

 

FOLGORE CHE –STRUTTURATA DI VOLONTA’- GIUNGE FRA LE VETTE

OVE OPERA IL RESPIRO OCCULTO CHE REDIME.

 

FRA LE VETTE :

OVE GIUNGE IL GRAN SILENZIO A CONSUMARE I NODI DELLA RABBIA.

OVE NELL’IMPOSSIBILE QUIETE POSSONO OPERARE GLI ENTI DEL REINNALZARE.

OVE INFINE NELL’INTENSO E PROLUNGATO CONTEMPLARE :

PUO’ DISPIEGARSI IL CELESTE MANTO DELLE ANIME LACERATE CHE INIZIANO A RIGENERARSI.

 

INAVVERTITO IL VALORE DEL SOLENNE VOLTO SOLARE

PERMEA GLI ATTIMI IN CUI L’UMANO TROPPO UMANO BLATERARE : TACE.

 

L’ETERNITA’ PUO’ IRRAGGIARE LA FIGURA INTERIORE DEI MOLTI

CHE ORA LA NEGANO CON MINORE CONVINZIONE

POICHE’ LE CEREBRALITA’ STUPITE SONO ASSEDIATE DAL SILENZIO.

 

ORO DEL SILENZIO NEL GRAN RESPIRO DEL SIGNORE DELLE FOLGORI.

 

OVE L’ASCESI GIUNGE A CONSACRARE.

 

CROLLANO I PRESUPPOSTI DELL’IMMENSO GELO

MENTRE SI IMPRIMONO E SI ESTENDONO I SEMI DELL’INVITTO ORO.

 

NEL CALORE IMMATERIALE LIBERAMENTE ATTINTO NEL VOLERE.

 

ESSENZA DELL’INTELLIGENZA CHE ATTUA IL COSCIENTE CONTEMPLARE.

 

ORO LOGOS.

 

PRINCIPIO CREANTE DELL’UNICO CALORE.

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LEGGERE CON MAGGIOR ATTENZIONE TESTI QUALI TEOSOFIA O LA SCIENZA OCCULTA (di F. Giovi)

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«Leggere con maggior attenzione testi quali Teosofia o La Scienza Occulta, ascoltare il più possibile soltanto sé stessi e quello che si sente vero nelle parole del Dottore, e imparare a fare a meno delle ‘opinioni’ degli altri».

Questo è un consiglio, non un’opinione. Confesso che tra un’opinione e un cobra, senza esitazione scelgo il cobra (tra l’altro ai serpenti la meditazione, a modo loro, piace… ma questa è un’altra storia): di solito, nei tanti gruppi che ho frequentato, quando qualcuno con voce esitante ed educata chiedeva la parola con la magica formula: «Forse non ho capito bene, ma vorrei esprimere la mia opinione…» fiondava un istante dopo una cretinata più grossa d’un elefante impazzito ed altrettanto catastrofica, poiché nessuno aveva il coraggio di imbrigliare la cosa.

Un giorno provai a contrastare tale fenomeno in un gruppo di studio indipendente, con la massima diplomazia di cui ero capace a quel tempo: «Ma dai! Chiudi la bocca e non dire scemenze!». Ebbene, una dozzina di volti ruotarono nella mia direzione manifestando irritazione e tristezza, quasi avessi lordato il Santissimo: solo l’opinionista zittito mi guardò e disse: «Scusa».

Si, l’anima umana è davvero complicata. Non credo che un’individualità entrata nel percorso della Scienza dello Spirito scelga l’una o gli altri (lettura o esercizi): con buona pace per l’idea primitiva e personale della libertà, è l’Antroposofia che attrae te o, se preferisci, sono impulsi pre-natali che ti dirigono ad essa.

E, non di rado, si veicolano dapprima alla brama: in alcuni come brama di conoscenza, in altri persino come brama di potenza. Mi sembra meschino guardare queste cose, quando si fanno strada nell’anima, con la lente del moralismo. L’anima dice a se stessa: «Ho bisogno di queste cose». Dice il Dottore: “Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento”. Il “bisogno” è potente ed elementare (hai una fame nera: hai bisogno di mangiare; cammini, zaino in spalla, da otto ore: hai bisogno di fermarti). L’aspetto sostanziale sta semplicemente nell’intensità del bisogno. Chi di sete sta morendo non s’attarda a selezionare le bevande, similmente chi trova la Scienza dello Spirito come ciò che ha sempre cercato come senso della propria vita, afferra di essa quanto, al momento, gli è più vicino.

Fintanto che il ricercatore permane (immerso) nella corrente del karma, la sua azione è assistita da una saggezza sovrapersonale. Spesso si dice: “il peso del karma” o frasi consimili, tutte allusive alla gravità del destino. Non voglio contestarle, da un certo punto di vista sono oro colato, ma l’incontro con i contenuti dello Spirito modifica molte cose nell’anima. Ne cito una, drammatica e decisiva: quella che in precedenti note ho chiamato “assunzione di responsabilità”. Se essa è radicale, il karma muta, per così dire, professione: passa da tutore ad accompagnatore. Allora nella sfera dell’Io devi sostenerti da solo, solo tue diventano le sconfitte, le vittorie e le scelte: tessi tu stesso il tuo destino e divieni cosciente (o semi-cosciente) dell’abisso che si apre a destra e a sinistra intorno a te. Per l’uno sono impressioni diversificate di forze interiori, per l’altro lampi immaginativi, il terzo avverte tempeste ed angosce, mentre il quarto purtroppo sente solo paura e si contrae o scappa in tutti i modi possibili. Chi non scappa, a volte tra mille turbamenti, concepisce che la propria evoluzione dipende, ora, dalla sua attività, e inizia a completare ciò che la ‘natura’ ha abbandonato in corso d’opera: fa gli esercizi, magari oscillando tra un sentimento di pochezza “Domine non sum dignus”e il prometeico impulso del “Che importa. Io li faccio lo stesso”.

Sono consapevole che il disegno tratteggiato è assolutamente incompleto, frammentario: ma è per qualcuno l’itinerario reale, e non è del tutto necessario che si svolga oggi in un fiato: spesso le consapevolezze salgono lente da luoghi profondi.

Gli esercizi non sono “un problema”. Non portano danni all’anima, spaccature alla psiche, ingestibilità alla coscienza morale: casomai è proprio il contrario. Se si impara a dominare le forze dell’anima che spesso e volentieri (sempre!) scorazzano indipendenti e selvatiche, è tutta la struttura umana che, semmai, si riarmonizza: dove prima c’era il caos inizia l’ordine. Inoltre aiutano non poco le ‘letture’ di testi il cui contenuto non si ferma al riflesso del mondo sensibile ma dovrebbe essere “risvegliatore della vita spirituale del lettore, non una somma di comunicazioni” (purtroppo la “somma di comunicazioni” s’è ampliata a dismisura e viene concepita come qualcosa di assai positivo!).

I continui avvertimenti lugubremente ammonitori sulla incalcolabile serie di danni che l’operatore si troverebbe a subire tre minuti di disciplina voluta, e che sento da oltre cinquant’anni, sono queruli, noiosi e inutili. Stare attenti, ma in nome di tutti gli dei, da che cosa? Non c’è uno tra gli accademici avvoltoi che abbia tentato davvero una disciplina forte e vera. Non uno che abbia sperimentato qualcosa che non sia la propria, onanistica, elucubrazione. Farsi sordi ai canti sirenici delle acque infere, leggere assai lentamente qualche testo di Steiner e di Scaligero con cuore aperto, volontà di comprendere e pensiero disciplinato.

Lasciare che singole frasi o parole vibrino nell’anima: questo è lo schema del meditare. I pensieri suscitati dalla lettura, se sperimentati nell’anima, sono il miglior viatico per il lungo cammino che ci aspetta. Se poi l’anima avverte che la vita nella lettura sta inaridendosi, che non giunge più fino al cuore, allora potrebbe essere giunto il momento di darsi una scrollata da cane bagnato e di iniziare, con attenta cura, gli esercizi di fondamento. Credo non vada dimenticato che il pensiero ordinario è strutturalmente funzionale alla sfera ahrimanica, cioè al mondo dei sensi, e quando astrae da questo mondo s’intrappola nella rete luciferica che chiamiamo astrazione; dire questo è corretto, ma è pure straordinariamente scorretto non aggiungere l’indicazione che è possibile formarsi pensieri coscienti in cui agisce l’elemento puro del volere voluto dall’Io e non dagli dèi degli ostacoli. La concentrazione e poi la meditazione paralizzano l’azione di Lucifero e di Ahrimane: ciò è, in un certo senso, sperimentabile per l’asceta. Nella concentrazione la determinazione univoca rivolta all’oggetto spinge a realizzare l’inutilità dei pensieri più acuti, dei giudizi, di tutto il pensiero ordinario. Ci si incammina sulla via di liberare il pensare dai pensieri. Poi sarà possibile giungere allo spirituale che pensa in noi: questa è la via di Michael.

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2020

Anno XXV n. 7

Luglio 2020

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La-Creazione

In questo numero:

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. OTTAVA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, alle quali Rudolf Steiner dava sì tanta importanza nella prima ‘Scuola Esoterica’, da lui fondata nel 1904 e operante sino al 1914, sono per molti ‘antroposofi’ –  legati o meno alla ‘ufficiale’ Società Antroposofica – ma anche per molti che, in varia maniera, fanno riferimento al pensiero e all’Opera di Massimo Scaligero, di non facile comprensione, e questo non perché Rudolf Steiner non parli chiaro, ché, anzi, egli lo fa, sempre, in modo limpidamente esemplare, bensì perché, da una parte, essi son temi che richiedono un notevole approfondimento meditativo, che solo una energica pratica interiore può dare, dall’altra, perché chi si accosta a tali temi deve – ripeto: non solo può, ma deve – liberarsi dei condizionamenti che mediante una quasi bimillenaria ‘fascinazione’ è stata abbondantemente esercitata sulle anime da parte delle varie poco cristiche confessioni religiose ‘cristiane’.

Non va affatto sottovalutata questa occulta azione di ‘fascinazione’ – di ‘envoûtement’, direbbero i francesi, termine espressivo che nell’Ottocento gli occultisti italici traducevano ad litteram con ‘involtolamento’ – da parte della gerarchia ecclesiale di ogni epoca, perché essa è stata esercitata mediante un uso decisamente ‘magico’, quasi bimillenario, della ritualità liturgica. Una tale ritualità – largamente desunta, copiata, per non dire addirittura ‘scippata’, dagli Antichi Misteri egizi, ellenici, orientali e romani del Mondo Classico – ha una sua indubbia potenza di efficacia magica, e può sortire i più diversi effetti, spesso non precisamente positivi, nel venire usata secondo la volontà e l’arbitrio di chi ne detiene il potere e le chiavi. Una tale ritualità è lontanissima dalla spartana semplicità in uso tra i primissimi cristiani, e – come riconobbe pure lo stesso R.P. Antoine Dondaine O.P., scopritore e curatore dell’edizione del Liber de duobus principiis del cataro Giovanni di Lugio, e lui stesso domenicano, ossia appartenente proprio a quell’Ordo Praedicatorum nato per lo sterminio della ‘eresia’ catara, definita, per certi versi giustamente, ‘manichea’ dalla ‘Santa Inquisizione dell’eretica pravità’, della quale l’Ordine Domenicano era magna pars – è proprio nei semplicissimi e scarni ‘Riti’ della ‘traditio orationis’, ossia nella trasmissione del Pater Noster, nella ‘fractio panis’ della mistica Cena, nel ‘Battesimo spirituale’, ossia nel ‘Consolamentum’ dei Catari che è possibile ritrovare e vedere i puri e semplici riti praticati dai primissimi cristiani.  

Dunque, un tale condizionamento di quasi due millenni, operato ‘magicamente’ attraverso la ritualità, la predicazione, l’elaborazione teologica, ha ‘configurato’ le anime in profondità, e ‘deconfigurarsi’, e l’affrancarsi da una tale massiccia ‘configurazione’ richiede indubbiamente un grandissimo sforzo, che va contro la bimillenaria passività artatamente indotta nelle anime da un cotale insidioso condizionamento. Ed è necessario operare a lungo ed energicamente per dilavarne sin nelle profondità dell’anima anche le minime tracce.

Nulla è più difficile, in questo campo spirituale, del fatto di vedere limpidamente e in profondità il senso della contrapposizione – fatale, ma al contempo necessaria – tra la stirpe e la corrente spirituale di Abele-Seth e la stirpe e la corrente spirituale di Caino.  E nulla è più difficile del cogliere i vari e profondi sensi celati nel racconto della Genesi a proposito della ‘seduzione’ di Eva da parte del ‘serpente’ nel giardino dell’Eden. Ma leggiamo cosa è scritto nel terzo capitolo della Genesi mosaica, che riflette la tradizione abelita delle confessioni religiose ebraica e cristiana. Così leggiamo nella traduzione – la famosa ‘Riveduta’ – del valdese Giovanni Luzzi:   

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’  E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue, e s’accorsero ch’erano ignudi; e cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture. E udirono la voce dell’Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno Iddio, fra gli alberi del giardino. E l’Eterno Iddio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’ E quegli rispose: ‘Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perch’ero ignudo, e mi sono nascosto’. E Dio disse: ‘Chi t’ha mostrato ch’eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandato di non mangiare?’. L’uomo rispose: ‘La donna che tu m’hai messa accanto, è lei che m’ha dato del frutto dell’albero, e io n’ho mangiato’.  E l’Eterno Iddio disse alla donna: ‘Perché hai fatto questo?’ E la donna rispose: ‘Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato’.  Allora l’Eterno Iddio disse al serpente: ‘Perché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre, e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno’. Alla donna disse: ‘Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figliuoli; i tuoi desiderî si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su te’. E ad Adamo disse: ‘Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie e hai mangiato del frutto dell’albero circa il quale io t’avevo dato quest’ordine: Non ne mangiare, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai’. E l’uomo pose nome Eva alla sua moglie, perch’è stata la madre di tutti i viventi. E l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. Poi l’Eterno Iddio disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’.  Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto. Così egli scacciò l’uomo; e pose ad oriente del giardino d’Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita».

Dalla lettura di questo terzo capitolo della Genesi mosaica, di tradizione ‘abelita’ di stretta osservanza, che preannuncia tutti i drammi, le tragedie, le sofferenze, e gli strazi, che accompagneranno l’umanità nei millenni, risultano evidenti alcune ‘cose’, che hanno la loro grandissima importanza dal punto di vista dell’Esoterismo Cristiano – in contrapposizione alla visione ‘ortodossa’ della Chiesa cattolica sia latina che greca, e di quella protestante e riformata – e in particolare hanno notevole rilevanza in una visione ‘gioannita’, ‘gnostica’, ‘manichea’, ‘catara’, e ‘rosicruciana’. Naturalmente, proprio in questo campo, notevoli saranno nelle anime i pregiudizi, le resistenze, e in molti casi anche il rifiuto, come conseguenza del bimillenario condizionamento del quale è stato detto più sopra.  

Anzitutto, leggendo il testo da un punto di vista di chi non si accontenti della semplice ‘fede rivelata’, sempre ‘ingenerata e ricevuta dall’Alto e mai generata dall’uomo’, ovvero quella che gli antichi Gnostici valentiniani chiamavano πίστις, pìstis, ma ricerchi quella che sempre i Valentiniani definivano γνῶσις, gnôsis, ‘Conoscenza’, che contrapponevano alla semplice ‘fede’, risulta che il ‘serpente’ – ὄϕις, ophis, in greco, e נָחָשׁ, nâḥâsh in ebraico, da qui la corrente gnostica degli ‘Ofiti’, ὀϕίται, ophītae, o ‘Naasseni’ – abbia detto a Eva una ‘scomoda verità’ – nella fattispecie ‘scomoda’ per il ‘Signore’, ossia ‘Adonai’, ovvero ‘Jahve-Jehova’. Infatti, non fu affatto il ‘gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza’ che dette, di per sé, la morte all’uomo. Semmai – come si accorse sùbito Eva – il gustare tale frutto dette a lei e ad Adamo una speciale ‘intelligenza’, in particolare la ‘conoscenza del Bene e del Male’. È evidente che Jahve-Jehova non desiderava affatto che la donna e l’uomo ricevessero una tale ‘intelligenza’, la quale donava all’essere umano qualcosa che, in qualche modo, lo elevava a livello divino. Il ‘serpente’ non offrì affatto ad Eva un ‘frutto avvelenato’, un ‘frutto mortale’. La susseguente e conseguente ‘morte’ furono, al contrario, la ‘punizione’ decisa da Jahve per il fatto che l’essere umano ricevette tale ‘intelligenza’. Infatti, è Jahve che, nel testo della Genesi, pronuncia le parole: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

È bene soppesare le parole, che non sempre nelle varie traduzioni rispecchiano interamente – e, aggiungerei, inevitabilmente – il senso dell’originario testo biblico, per cui, per documentazione del candido lettore, riporto la traslitterazione del testo ebraico.  La prima parte della frase in ebraico suona così:

Va-jjòmer Jahve Elohìm : hen ha-adàm kě-achàd mimmènu la-da‘ath tov va-ra‘ ve-‘attah. 

Dunque, il ‘serpente’ non mentì affatto a Eva dicendole :«No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». Infatti l’intero brano ebraico, integralmente riportato, così suona :

Vě ha-nachash hayah ‘arum  mikkòl hayyoth hassadeh asher ‘assah Jahve Elohim. Va-jjomer el ha-isshah: Af ki-amar Elohìm lo to’kělu mikkòl ‘etz ha-ggan? Va-tomer ha-isshah el ha-nnachash: mi-pěrì etz ha-ggan nokhel. U-mi-ppěrì ha-‘etz asher bě-thokh ha-ggan amar Elohim, lo thokhělu mimmènu vě-lo tig‘u bo pen-těmutun. Va-jjòmer ha-nnachash el ha-isshah: Lo-moth temuthun, ki yodea‘ Elohim ki be-jjòm akhalekhèm mimmènu nifqěhù ‘ejnikhèm vihějitèm ke-Elohìm jodea‘ tov va-ra’.

Nell’Esoterismo Cristiano il termine Jahve-Elohìm – anche se nelle varie Bibbie cattoliche latine e greche, e in quelle protestanti e riformate, viene tradotto come Dio, l’Eterno Iddio, il Signore, e simili espressioni – non designa affatto il Divino, l’Altissimo – ebraico El ‘Eljòn, al quale, nella Genesi, XIV, 18, sacrifica Melchisedec, re e sacerdote – nel senso dell’Assoluto, e nemmeno Lucifero, come è stato dimostrato nel mio precedente studio, bensì un Eloha o Eloah, un’entità della Gerarchia degli Elohim, delle ‘Exousiai’, ovvero delle ‘Potestà’, un’entità di quelli che nella Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner vengono chiamati ‘Spiriti della Forma’.

Considerando il racconto della Genesi in una prospettiva cainita – chiaramente inaccettabile da parte di chi si ponga all’interno della “ortodossia” abelita – proprio non si capisce perché l’essere umano non debba nutrirsi del ‘frutto dell’Albero della Conoscenza’, visto che esso dona, come sperimentò per prima Eva, Madre dei Viventi, l’“intelligenza”. Evidentemente, prima di gustare tale ‘frutto proibito’, l’essere umano era in uno stato di innocente ‘inconsapevolezza’, di inintelligente ‘ignoranza’, di non responsabile, infantile, non colpevole, ‘irresponsabilità’. L’essere umano era in uno stato di immeritata ‘purezza’: immeritata perché non frutto di conquista, ma ‘grazioso’ dono di Jahve-Jehova, di una deità che non desidera che l’uomo acceda alla ‘intelligenza’, e attraverso questa, alla ‘Conoscenza’: una deità che, nel Vecchio Testamento, dimostra esser molto ‘gelosa’ del suo possesso umano. Anche secondo la abelitica teologia cattolica, l’uomo nel Giardino dell’Eden era in possesso di facoltà e doni ‘preternaturali’, che lo rendevano capace di illimitata sapienza e potenza. Ma tali qualità erano appunto ‘gratuito’, ‘grazioso’, dono di Jahve, non conquista dell’uomo: arbitrario dono, che in maniera altrettanto arbitraria – ‘libito licito’ – gli poteva essere tolto. Come, in effetti, poi avvenne. E Massimo Scaligero, fin dalla sua prima grande opera, negli anni Cinquanta del trascorso secolo, nell’Avvento dell’Uomo Interiore, G.C. Sansoni Editore, Firenze, 1957, p. 57, delinea il senso della fatale ‘caduta’ dell’uomo primordiale sino all’attuale tristissima, e abietta, condizione di ottusa reclusione nell’effimero, nel contingente, e nell’illusorio, e avverte che:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e   p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o», l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d e c a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero».

Quindi, se l’uomo di quell’originario stato di sovrumana grandezza, nel quale egli si trovava nell’Eden, non aveva alcun proprio ‘merito’, neppure aveva veruna personale ‘colpa’ per la perdita di esso. Anzi – da uno spregiudicato punto di vista ‘cainita’ – una cotale, fatale perdita fu, paradossalmente, una ‘felix culpa’, perché gli permise di conquistare, con le proprie forze, perciò con proprio ‘merito’, e con ‘umana sapienza’ con ‘Anthroposophia’ – Autocoscienza, Libertà e Amore. Vedremo, nel corso del presente studio, come sia propria questa ‘felix culpa’, in una prospettiva ‘cainita’, la chiave della penetrazione conoscitiva, in senso manicheo, del ‘Mistero del Male’, dell’inverarsi di una ‘Filosofia della Libertà’, del compimento della ‘impresa del Graal’, della restituzione dello ‘stato primordiale’, della realizzazione dell’Androgine Celeste.   

Del resto è il testo stesso della Genesi mosaica che  afferma che Eva vide che l’albero era desiderabile per diventare intelligente [lě-ha-skil]. In ebraico biblico abbiamo una radice trilittere – sin-kaf-lamed – dalla quale, se consultiamo l’ancor ottimo e utile, seppur datato, Francesco Scerbo, Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento, Libreria Editrice Fiorentina, 1912, a p. 371, nn. 3-4-5, discende la parola sekhel, che come verbo ha il significato di ‘esser prudente’, ‘esser savio’, ‘agire saggiamente’; come aggettivo verbale ha il significato di ‘prudente’, ‘probo’, ‘intelligente’, ‘savio’, e addirittura ‘pio’; e come sostantivo quello di ‘intelligenza’, ‘prudenza’, ‘buon senno’. Dunque, lo ripeto ancora una volta, il ‘serpente’, nell’Eden, non mentì affatto proponendo alla donna un frutto sì prezioso, che le donava ‘intelligenza’. Inoltre, è il Christo stesso che nel Vangelo di Matteo, X, 16, avverte i suoi seguaci che non basta esser ‘puri come colombe’, ma è necessario eziandio esser ‘prudenti come serpenti’γίνεσθε οὖν φρόνιμοι ὡς οἱ ὄφεις καὶ ἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί, ghinesthe oùn frònimoi hos òi òfeis, ài akéraioi hos ài peristerài.  

Ma nelle varie poco cristiche Chiese cristiane, si sposa totalmente il punto di vista abelita, e si ritiene essere solo ‘presunzione’, ‘superbia’, ‘blasfemia’, ‘ribellione’, la volontà dell’uomo di ‘conoscere’. Un esempio di ciò è quanto scrive Ireneo, vescovo di Lione del II secolo, feroce avversario, derisore e calunniatore, degli Gnostici. Infatti così scrisse in Adversus haereses II, 26, 1:

«È dunque meglio e più salutare essere semplici ed ignoranti ed appressarsi a Dio mediante la carità piuttosto che credere di sapere molte cose e dopo molte avventure di pensiero essere blasfemi contro Dio».

Del resto, è Jahve stesso che conferma quanto rivela la dichiarazione del ‘serpente’, ossia che col gustare il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza, l’uomo diveniva «come gli Dèi – kě-Elohìm – conoscitore del bene e del male – jodea’ tov va-ra’».  

Ma nel Vangelo di Giovanni X, 34-36, trad. della Riveduta di Giovanni Luzzi, è il Christo stesso che afferma la suprema dignità dell’Uomo:

«Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi? Se chiama dèi coloro a’ quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), come mai dite voi a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, che bestemmia, perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».

Per documentazione del benevolo, e volenteroso lettore, riporto l’originale del testo greco di questo brano giovanneo:

ἀπεκρίθη αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς· Οὐκ ἔστιν γεγραμμένον ἐν τῷ νόμῳ ὑμῶν ⸀ὅτι Ἐγὼ εἶπα· Θεοί ἐστε;  εἰ ἐκείνους εἶπεν θεοὺς πρὸς οὓς ὁ λόγος τοῦ θεοῦ ἐγένετο, καὶ οὐ δύναται λυθῆναι ἡ γραφή,  ὃν ὁ πατὴρ ἡγίασεν καὶ ἀπέστειλεν εἰς τὸν κόσμον ὑμεῖς λέγετε ὅτι Βλασφημεῖς, ὅτι εἶπον· Υἱὸς τοῦ θεοῦ εἰμι;

Ora, se mi son permesso di riportare il testo ebraico di alcuni versi della Genesi mosaica, e quello greco dei Vangeli, non è stato per  sfoggiare una ‘edificante erudizione’ a pro’ del benevolo lettore – cosa che reputo essere inutile, oltre che vanitosa – bensì perché alcune parole del testo biblico originario sono particolarmente significative, e possono illuminare molto il tema che ci sta a cuore: il tema del Graal. Infatti, sia il ‘serpente’, nachash, che l’Eloha o Eloah Jahve, usano parole tra loro correlate: la voce verbale jodea‘ e il sostantivo da’ath. Ora, nel sopra citato Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento di Francesco Scerbo scopriamo, alle pp. 111 n. 13, e 112 n. 1, che ambedue le parole sono costruite a partire dalla radice trilittere jodh-daleth-‘ajin, dando origine al verbo jadà‘ col significato di ‘accorgersi’, ‘conoscere’, ‘sapere’, ‘avere intendimento’, e, a p. 59, da‘ath, col significato di ‘conoscenza’, ‘sapere’, ed aggiungo io, di ‘Gnosi’.

Ed è, appunto, questa da‘ath tov va-ra‘, questa ‘Gnosi del Bene e del Male’, che Jahve-Jehova non voleva che gli esseri umani, e nel caso specifico Adamo ed Eva, facessero loro perché – come apertamente dichiara il ‘serpente’, e conferma lo stesso Jahve, li rendeva  ke-elohìm jodea’ tov va-ra’, come gli Dèi, conoscitori del Bene e del Male. Ma il verbo jada‘, in ebraico, ha anche un altro senso, un senso traslato, quello legato alla generazione fisica. Infatti al primo verso del quarto capitolo della Genesi è scritto: Vě-ha-Adam jada‘ eth-Chavah ishtò, e Adamo ‘conobbe’,  ossia ‘fecondò’, Eva, sua moglie.

Di molti Patriarchi, nell’antico Testamento, viene detto che ‘conobbero’ la loro sposa, e questa ‘concepì’, e partorì un figlio. E persino nel Vangelo di Luca, I, 26-35, sempre nella citata traduzione del valdese Giovanni Luzzi, all’annuncio fatto dall’Arcangelo Gabriele, Maria risponde usando il verbo ‘conoscere’, cui viene dato appunto il significato traslato usuale nell’Antico Testamento. Infatti leggiamo:  

«Al sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazaret ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. E l’angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è teco. Ed ella fu turbata a questa parola, e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto. E l’angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, e sarà chiamato Figliuol dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine. E Maria disse all’angelo: Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? E l’angelo, rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figliuolo di Dio».

Il testo greco del Vangelo di Luca, al verso 34, riportando la risposta di Maria, dice: εἶπεν δὲ Μαριὰμ πρὸς τὸν ἄγγελον· πῶς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω, èipen de Mariàm pros ton ànghelon, pôs èstai toùto, èpei àndra où ghinòsko. Le parole di Maria: àndra où ghinòsko, non conosco uomo, stanno appunto a significare il legame significativo che, anche nei Vangeli, ha il ‘conoscere’ col ‘generare’, col ‘fecondare’. Ed è di grandissimo momento che proprio Rudolf Steiner dia, et pour cause, una interpretazione ‘superiore’, un ‘sovrasenso’, una interpretazione, oserei dire – dantescamente – iniziaticamente ‘anagogica’, alla speciale identità tra il concetto di ‘conoscere’ e quello di ‘fecondare’: una interpretazione ‘iniziatica’, che può condurci, come vedremo, direttamente nel cuore stesso del Mistero del Graal. Infatti, così leggiamo in Rudolf Steiner, XII conferenza de Il Vangelo di Giovanni,intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, tenuta ad Amburgo il 31 maggio 1908, traduzione di Emmelina De Renzis, Prefazione di Marie Steiner, R. Carabba Editore, 1930:   

«Dobbiamo ora comprendere, che l’uomo, quando conseguirà questa iniziazione, diverrà in fondo affatto diverso da quel che era prima. Mentre prima non era in rapporto altro che con le cose del mondo fisico, dopo, invece, acquista la possibilità di praticare ugualmente i processi e gli esseri del mondo spirituale. Questo implica, che l’uomo raggiunge la conoscenza in un senso molto più reale di quello astratto, timido, prosaico, con cui si parla ordinariamente della conoscenza. Per chi consegue la conoscenza spirituale, il processo cognitivo è anche tutt’altro; è una vera e propria realizzazione del bel detto: «Conosci te stesso!». Ma è pericolosissima cosa, nella sfera della conoscenza, comprendere questo detto in modo errato, come oggidì succede anche troppo spesso. Molti si spiegano quel detto nel senso, che essi non debbono più guardare attorno nel mondo, ma soltanto curiosare nella propria interiorità o cercare in essa sola ogni spiritualità. Questa è una interpretazione molto errata di quel detto, che ha invece tutt’altro significato. L’uomo deve rendersi chiaramente conto, che una vera conoscenza superiore è anche un’evoluzione, che da un punto di vista, che l’uomo aveva già raggiunto, conduce a un altro, che prima non aveva raggiunto ancora. Se ci si esercita nell’autoconoscenza in modo, come se ci si covasse interiormente, si vede soltanto ciò che già prima si aveva; non si acquista nulla di nuovo, ma solamente una conoscenza, intesa nel senso che oggi è corrente, del proprio io inferiore. Questa interiorità non è che una parte di quanto si richiede per la conoscenza; l’altra parte, che le occorre, deve ancora aggiungersi. Senza entrambe le parti, non si conchiude nulla. Per mezzo dell’interiorità, l’uomo può arrivare a sviluppare in sè gli organi, coi quali esercita le sue facoltà cognitive. Ma come l’occhio, organo sensorio esteriore, non conoscerebbe il sole, se guardasse introspettivamente in sé stesso, invece di guardar fuori verso il sole stesso, così del pari anche l’organo cognitivo interiore deve guardar fuori, s’intende verso una esteriorità spirituale, per poter veramente conoscere. Il concetto di «conoscenza» aveva nei tempi, in cui s’intendevano le cose spirituali più realisticamente, un significato assai più profondo, più realistico di oggi. Leggete nella Bibbia, che cosa significa: «Abraham conobbe sua moglie!» oppure, che questo o quel patriarca «conobbe la propria moglie». Non dovete faticare molto a comprendere, che in quei passi s’intende parlare di fecondazione, e se si considera il detto: «conosci te stesso» in greco, non significa: «va a curiosare nella tua interiorità», bensì «feconda il tuo sé con ciò che fluisce a te dal mondo spirituale». Conosci te stesso! significa: Feconda te stesso col contenuto del mondo spirituale! – All’uopo occorrono due requisiti: che l’uomo si prepari con la catarsi e l’illuminazione, e poi che apra la sua interiorità liberamente al mondo spirituale. In questa connessione con la conoscenza, possiamo paragonare l’interiorità dell’uomo all’elemento femminile, e l’esteriorità al maschile. L’interiorità bisogna renderla atta a ricevere il Sé superiore; quando a ciò sia resa atta, il Sé superiore dell’uomo, dal mondo superiore, fluisce e penetra nell’uomo stesso. Dove infatti è il Sé superiore dell’uomo? Sta forse là dentro, nella persona umana? No! Durante i periodi di Saturno, del sole e della luna, il Sé superiore era riversato sull’intiero Cosmo; l’Io del Cosmo fu allora riversato sull’uomo, e questo Io, l’uomo deve far lavorare su di sé, deve farlo lavorare sulla propria interiorità preparata in precedenza. Vale a dire, che deve essere purificata e purgata, nobilitata, assoggettata alla catarsi l’interiorità dell’uomo, in altre parole: il suo corpo astrale. Allora egli può aspettarsi che la spiritualità esteriore penetri in lui, a illuminarlo. E questo succede quando l’uomo è tanto bene preparato, da avere sottoposto il suo corpo astrale alla catarsi e da avere per tal mezzo formato i suoi organi interiori di conoscenza. Il corpo astrale, allora, è sotto ogni riguardo tanto progredito, quando s’immerge nel corpo eterico e in quello fisico, da far seguire l’illuminazione, il fotismo. Ciò che veramente si verifica è per l’appunto che il corpo astrale dà al corpo eterico l’impronta dei propri organi, con che si determina il fatto che l’uomo percepisce il mondo spirituale che gli sta d’attorno, ossia che la sua interiorità, il corpo astrale, accoglie ciò che gli può offrire il corpo eterico, ciò che il corpo eterico gli trae da tutto il Cosmo, dall’Io cosmico».

Ho citato l’esegesi che Rudolf Steiner fa del Vangelo di Giovanni nella traduzione di Emmelina De Renzis, edita nel 1930 a Lanciano da R. Carabba Editore, pur apprezzando molto l’ottima traduzione di Willy Schwarz, edita per la prima volta nel 1956 da L’Editrice Scientifica di Milano, e in seguito più volte dall’Editrice Antroposofica, perché l’edizione del 1930 porta la prefazione di Marie Steiner, la fedele compagna di Rudolf Steiner, alla cui abnegazione, oltre che alla sua competenza spirituale, dobbiamo la salvezza dell’Opera di Rudolf Steiner, sia per il rapporto ‘graalico’ che l’ha unita al Maestro dei Nuovi Tempi: elemento sacrale che ha un rapporto diretto e profondo col tema del presente studio. L’elevatezza della figura spirituale di Marie Steiner fu anche oggetto dell’ultimo colloquio ch’io ebbi, assieme al mio amico ‘eleusino’ Trittolemo, con Hella Wiesberger nel 2013, ed è per me un gioioso dovere ricordare e rendere omaggio a Colei, la cui fatidica ‘domanda’ permise a Rudolf Steiner di donare al mondo l’Antroposofia.  

Dunque, l’uomo deve al ‘serpente’, al biblico ‘nachash’, l’aver avuto accesso, mediante ‘intelligenza’, alla ‘Conoscenza’, alla ‘Gnosi’. La parola greca γνῶσιςgnòsis, oltre che nello Gnosticismo,  era usuale nella filosofia pitagorica e platonica, nelle religioni dei Misteri Classici, nell’Ermetismo alessandrino, ed aveva il significato di una conoscenza ‘vitale’, ‘diretta’, ‘intuitiva’ nel senso etimologico del termine, della reale natura dell’uomo come natura ‘divina’, recante in sé, pur nello stato di ‘caduta’, di ‘esilio’, dal luminoso ‘stato primordiale’, una ‘scintilla’ che può condurre l’uomo alla ‘liberazione’ dallo stato di abiezione e di schiavitù nel quale geme, alla folgorante ‘Illuminazione’: appunto alla ‘Gnosi’, all’unione con l’Uno-Tutto, con l’Uno Unissimo.

La ‘Gnosi’ è, dunque, un ‘vissuto’, una ‘Conoscenza folgorante’, una abbagliante ‘consapevolezza’, una ‘animadversio’ la chiamerebbe Massimo Scaligero, e come tale si contrappone alla conoscenza meramente ‘intellettuale’, all’εἶδειν, eídein, come una appercezione diretta si contrappone ad una rappresentazione mentale riflessa. Infatti il ‘genio della lingua’ in italiano contrappone ‘conoscere’ a ‘sapere’, in francese ‘connaître ’ a ‘savoir’, in castigliano conocer’ a ‘saber’, in tedesco ‘kennen’ a ‘wissen’, ed anche in latino ‘cognoscere’ a ‘scire’. Ed è proprio questa folgorante ‘Conoscenza’ diretta, questa ‘percezione’ diretta, ‘in-mediata’ – ossia ‘non mediata’ da un organismo istituzionale – che la jahvetica tradizione abelita ha sempre avversato, e che la stirpe ‘cainita’, invece, ha sempre appassionatamente cercato.

Ma è evidente che solo la ‘Conoscenza’ può ‘generare’, ‘fecondare’ e non il ‘sapere’. Infatti, il Christo nel Vangelo di Giovanni, VIII, 32, proclama:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς. Kài gnòsesthe ten alètheias, kài he alètheia eleutheròsei hymàs, che nella sua Vulgata Gerolamo traduce come et cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos, e nella bella lingua di Dante: e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. ‘Cognoscere’, non ‘scire’; ‘conoscere’, non ‘sapere’. Ed uno dei motti più eloquenti di Christian Rosenkreutz, fondatore della Fraternitas Rosae Crucis era ‘summa scientia nihil scire’

Massimo Scaligero, nel Trattato del Pensiero Vivente, una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979,  pp. 13-14, parlando dell’estrema concretezza dell’esperienza folgorante, in-mediata, del Pensiero Vivente, nel capitolo terzo così scrive:

«Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Il Pensiero Vivente è vivificante,  creante, fecondante, risanante, trasmutante, perché reca in sé l’etere della vita: l’amṛta, l’ambrosia, il ‘cibo d’immortalità’ che dall’Alto si riversa nella ‘Coppa del Graal’. Ed il fecondante processo di conoscenza s’illumina di particolare luce leggendo quanto, sempre nella XII conferenza sul Vangelo di Giovanni, Rudolf Steiner aggiunge alle comunicazioni  sopra riportate:

«L’esoterismo cristiano chiamava questo corpo astrale purificato, purgato, che nel momento di sottoporsi all’illuminazione non contiene più nessuna delle impressioni impure del mondo fisico, ma solamente gli organi per la conoscenza del mondo spirituale: «la pura, casta, sapiente, vergine Sofia». Per mezzo di tutto ciò che accoglie nella catarsi, l’uomo purifica e monda il suo corpo astrale sino a farne la Vergine Sofia. E alla Vergine Sofia muove incontro l’Io cosmico, l’Io dei mondi, che opera l’illuminazione, che fa sì che l’uomo abbia luce, luce spirituale attorno a sé. Questo secondo elemento, che si aggiunge alla Vergine Sofia, l’esoterismo cristiano chiamava – e lo chiama ancor oggi – lo «Spirito Santo». Di guisa che, in senso cristiano esoterico, si dice cosa giustissima, quando si dice che il cristiano esoterico per mezzo dei processi iniziatici ottiene la purificazione, la purgazione del suo corpo astrale; che egli fa di quest’ultimo la Vergine Sofia, e che viene illuminato – se volete, potete dire: adombrato – dallo «Spirito Santo», dall’Io cosmico dei mondi. E chi dunque è illuminato, chi, in altri termini, nel senso dell’esoterismo cristiano, ha ricevuto in sè lo «Spirito Santo», parla oramai in senso diverso da prima. Come parla egli? Parla in modo, che non esprime il suo parere, quando discorre di Saturno, del Sole, della Luna, delle varie membra dell’entità umana, dei processi dell’evoluzione cosmica. Dei suoi giudizi non fa neppure cenno. Quando un cotal uomo parla di Saturno, è Saturno stesso che parla attraverso di lui; quando parla del Sole, è l’entità spirituale del Sole che parla attraverso di lui. Egli è uno strumento; il suo io si è sommerso, vale a dire, che per dei momenti come quelli ora citati, è divenuto impersonale, ed è l’Io cosmico che si serve di lui come di uno strumento, per parlare attraverso di lui. Nei veri insegnamenti esoterici, perciò, che provengono dall’esoterismo cristiano, non si può parlare di punti di vista e di opinioni. Sarebbe un errore nel più alto senso della parola: non esistono. […]

Abbiamo così cominciato col conoscere due concetti, nel loro significato spirituale: cioè l’essere della Vergine Sofia, che è il corpo astrale purificato, e l’essere dello Spirito Santo, dell’Io cosmico dei Mondi, che viene accolto dalla Vergine Sofia e che può allora parlare dal corrispondente corpo astrale. Conviene però conseguire ancora dell’altro, conseguire un grado più alto: potere, cioè, aiutare il prossimo, potergli dare gl’impulsi per realizzare quei due concetti. Gli uomini del nostro periodo di evoluzione possono accogliere nel modo suddescritto la Vergine Sofia (il corpo astrale purificato) e lo Spirito Santo (l’illuminazione). Soltanto Cristo Gesù poteva dare alla Terra, ciò che all’uomo era necessario. Egli ha inoculato nella parte spirituale della Terra le forze, che rendono possibile il verificarsi di ciò che si è descritto con l’iniziazione cristiana».

Caratteristica della jahvetica coscienza ‘abelita’ è una ‘lunare’ coscienza sognante, che riceve discendente dall’Alto la ‘saggezza’ come ‘rivelazione’ del sovrasensibile, come un ‘dono’, esattamente come Epimèteo del mito greco: quella ‘abelita’ è una coscienza ‘ricettiva’, ‘mediata’, ‘riflessa’, ‘passiva’, ‘sacerdotale’, ‘tradizionale’, vòlta al passato. La coscienza ‘cainita’, invece, è ‘solare’, pienamente ‘sveglia’, elabora e conquista, con le proprie forze, ascendendo dal basso, la ‘Gnosi’, ‘Scienza’ e ‘Conoscenza’, esattamente come il Promèteo del mito greco: quella ‘cainita’ è una coscienza ‘operativa’, ‘in-mediata’, ‘attiva’, ‘iniziatica’, ‘costruttiva’, vòlta al futuro.

L’etica ‘abelita’ è la passiva accettazione del volere di Jahve-Jehova, la scrupolosa conformità alla ‘Legge’, alla ‘Torah’. È un passivo ‘dipendere’ da un altrui volere: un ‘non sui juris esse’. La morale ‘cainita’, al contrario, è l’attivo voler esser fondati solo su se stessi, sul proprio ‘libero volere’, un voler – romanamente – esser ‘faber fortunae suae’, ‘facitori del proprio destino’, ovvero, come ammonisce il motto di Teofrasto Paracelso: ‘alterius non sit, qui suus esse potest’, ‘non sia di altri, chi può esser di se stesso’. L’etica ‘abelita’ è  ‘eteronima’, quella ‘cainita’ è ‘autonoma’

Questa posizione ‘cainita’ di radicale autonomia dell’essere umano, questa volontà di ‘conoscenza diretta’ della verità e della realtà, indipendente da antiche ‘rivelazioni’, è quanto ricollega la ‘Via’ percorsa dalla stirpe ‘cainita’ al ‘manicheo’ tema del ‘Graal’, al tema della reintegrazione dello ‘stato primordiale’, della restituzione dell’Androgine Celeste. Questo tema, infatti, lo ritroviamo in Massimo Scaligero, Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, ove, nel primo capitolo, La Via Adamantina d’Occidente, alle pp. 10-12, prendendo spunto da una istanza del tantrismo indiano, spiritualmente ancora insufficiente rispetto alla richiesta dei ‘nuovi tempi’, ma già prefigurante l’esigenza dell’attuale radicale ‘Via dell’Io’, e  della correlata ‘Via del Pensiero’, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo, perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza la sua originaria natura. Chi vuol tronare indietro, segue la «»via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando egli ancora traeva sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita di stati di coscienza trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente. […]

Il metodo per la realizzazione di un simile còmpito, teoricamente presenta qualche affinità con la posizione idealistica occidentale della i m m a n e n z a  a s s o l u t a. Ogni trascendenza è astrazione per l’uomo che non ha più la diretta percezione del Divino: la coscienza da cui si prendono le mosse è l’immediatezza identica a sé, che non può essere ignorata o saltata. La coscienza che si ha, la costituzione che si ha, il corpo che si ha, sono i punti di partenza: se il Divino è alla base del mondo, esso sarà ritrovato». 

Che il gesto di Eva, nell’Eden, di accettare l’offerta del ‘serpente’, del ‘nachash’, di nutrirsi del frutto dell’‘Albero della Conoscenza’, sia stata una necessaria, ‘felicissima culpa’, è quanto Massimo Scaligero mette in evidenza nell’ultimo capitolo, Restituzione dell’Albero della Vita, del Graal, Saggio sul Mistero del Sacro Amore. Infatti, così scrive alle pp. 150-151:

«L ’u o m o  n o n  a v r e b b e  p e r d u t o  l’ i m m o r t a l i t à,  s e  a v e s s e  r i n u n c i a t o a l l a  C o n o s c e n z a: si sarebbe cibato del frutto dell’Albero della Vita perennemente, se avesse obbedito al monito del Signore, di non cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Scacciato dall’Eden, egli non può più cibarsi del frutto dell’albero della Vita, ma la virtù di tale Albero fluisce come vita fisica, vita estranea alla coscienza, alla quale da quel momento egli è congiunto mediante i sensi, mediante brama. Sete di vita, impossibilità di estinguerla, è da quel momento il prezzo mediante cui l’uomo paga il nascere dell’autocoscienza, la possibilità della libertà. La conoscenza non è all’altezza della vita, non ha potere di vita: le sfugge la vita».

Naturalmente, sarebbe stata cosa vilissima se Eva, Madre dei Viventi, avesse rinunciato a cibarsi di tale prezioso ‘frutto’: la sua fu, quindi, una intelligentissima, coraggiosissima, e felicissima ‘colpa’. Infatti, Massimo Scaligero, a p. 153, così aggiunge:

«L ’ u o m o  n o n  a v r e b b e  p o t u t o  p e r d e r e  l ’ i m m o r t a l i t à  d e l l ’ E d e n,  o  l ’ i m m o r t a l i t à  t e r r e s t r e,  s e  q u e s t a  n o n  f o s s e  s t a t a  u n  d o n o. Se fosse stata un suo possesso, un bene da lui fatto sorgere e da lui irradiato, egli non avrebbe potuto perderla. La perdita dell’immortalità, la «caduta», la necessità della malattia e della morte, sono state necessarie, perché l’uomo riconquisti come proprio essere, ciò che era meramente un dono. L’Eden è il suo vero regno, ma è il regno che attende da lui essere restituito: tale il senso dell’autocoscienza».

Vedremo, nel proseguo del presente studio le conseguenze conoscitive – in senso sia umano che cosmico – di questa visione ‘cainita’ e ‘manichea’ dell’impresa del Graal, e della funzione occulta del Male e della sua ‘trasmutazione’ in un superiore Bene.  

L’EQUIVALENTE DELLA STELLA POLARE (di F. Giovi)

orsa polare

Sono stato un lettore accanito sin dai banchi delle primarie, e per molti anni onnivoro, anche se il cuore accelerava quando leggevo accenni a qualche mistero. Quando passai faticosamente e con intense lotte interiori dall’Oriente all’Occidente e infine all’antroposofia, mi costruii rapidamente una delle piú ricche biblioteche private del Paese: avevo tutto, a cominciare dalla prima edizione della Filosofia della Libertà edita nel 1918 ed i libriccini di piccole edizioni nate e morte in un battito di ciglia.

Tra i tanti che mi aiutarono ad accumulare, in tempi di magra, proprio tutto, oltre alla gentile signora Bossi-Riganti di Milano ricordo il teosofo e bibliofilo Erwin Danussi, che faceva parte della compagnia di maghi e occultisti di cui ho raccontato qualcosa varie volte.
Danussi era un omone germanico che si sentiva orgogliosamente italiano ma lottava inutilmente con il linguaggio, pesantemente condizionato dal suo d’origine, e cosí lo sentivi spesso tuonare: “Zölo nella nostra pella lincua…” sinché da un diverso punto del serpentone dei tavoli accostati una tagliente voce tantrico-divertita lo interrompeva: «Zitto Erwin! Che se parli, ti portano dentro per oltraggio all’italiano».

Quanto leggevo! Mi rovinai il sonno perché depredavo la notte con i testi che erano ancora chiusi alla sera. Ho divorato tutto quello che c’era. Serve davvero? Certo, finché la brama del conoscere ti cuoce l’anima, e soprattutto finché ti muovi: finché ti muovi sei salvo, ma se ti esaurisci con il primo che capita e non passi avanti, sei fregato.
Già qui entra l’immisurabile, perché la quantità di informazioni o i tentativi pratici sono soltanto l’immagine esteriore del bruciante morso animico che ti sospinge incessante verso ciò che non hai ancora, verso l’incontro con quello che attende che tu lo raggiunga: oltre l’illusione rappresentativa e culturale.
Leggere molto, sapere molto, sarebbe una trappola se non avverti che ti viene richiesta la capacità di discriminare, di distinguere il buono dal cattivo, il vero dal contraffatto: ma dopo aver letto senza pregiudizi. Di solito è un percorso per nulla lineare.

Mi ricordo un sentimento assai prossimo all’invidia di fronte alle robuste certezze che il mio amico tantrico traeva dalla sua bibbia: L’Uomo come Potenza che era un testo terribile, inadatto alle anime delicate (le edizioni successive vennero ‘normalizzate’ e annacquate dallo stesso Autore). Certezze che non possedevo, perché un dubbio mi disturbava l’anima: “Ma l’autore ha sperimentato quello di cui parla?”. Tale dubbio fu per me l’equivalente della stella polare per i vecchi marinai. Non volevo chi sa scrivere ma chi sperimenta quello che dice.

Trovai Scaligero perché il suo era al momento l’unico libro nuovo in libreria – ne parlavano tutti male, era un “caso preoccupante” o “un traditore” – iniziai comunque a leggere quello che mi parve scritto in uno stile terribilmente impervio, e la sorpresa giunse presto, in alcune righe che riguardavano un’antica forma di alchimia cinese a me famigliare: mi accorsi che questo Autore parlava con l’autorità dell’esperienza diretta (c’è chi ha scritto quasi un’intera pagina di prefazione ad un proprio libro per comunicare urbi et orbi – ma sopratutto agli orbi – l’opposto. Mi parvero righe insincere e funzionali alle ambizioni del personaggio).

Quel poco che a quei tempi riuscivo a comprendere mi rimise faticosamente sulle tracce di Colui che avevo da tempo abbandonato per via delle tante critiche sparate dal tradizionalismo, su cui svettava Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo di Evola.
Mi si perdoni per la lunga descrizione del mio percorso iniziale, ma è quello che posso descrivere meglio perché lo conosco bene: essendo soggettivo mi consente il massimo dell’osservazione oggettiva.

Se non ci si ferma, prima, durante o poi si devono fare i conti con quello che si sa e magari anche si capisce. Che cosa? Che l’esoterismo ‘letto’ è solo un atto preliminare, da uomo moderno che inizia supponendo una identità tra il sapere e il percepire sovrasensibile, tra il leggere e la trasformazione di sé. Questa confusione in principio si chiama ingenuità e se si protrae troppo a lungo possiamo avvertirla come ottusità a fondo cieco.

È anche vero che nell’oceano del ciarpame vi sono testi in cui le parole esprimono un contenuto sovrasensibile (mantrico), però non ho mai conosciuto nessuno che, tolta una abhinavaguptiana “caduta di potenza”, privo di forze interiori maturate, tragga da quei testi qualcosa che sia la percezione animico-spirituale e non un accumulo di sapere. Il punto cruciale del problema è se all’anima basti il placido accatastarsi di libri oppure si possegga ancora un po’ di disperazione per i propri limiti e di volontà di liberazione.
«Quella che verrà data non sarà una risposta teorica, da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria …ma si indicherà un campo di esperienze dell’anima nel quale …per virtú dell’attività interiore dell’anima, (l’uomo) tornerà ad avere una risposta viva …affinché …possa ulteriormente esplorare in larghezza e profondità i misteri della vita…». Sono parole estratte (ma sequenziali) dalla Prefazione alla Filosofia della Libertà.

Un serio ricercatore potrebbe impiegare anni per capire la loro portata ma sembra che pochi desiderino sprecare il loro tempo per così poco. E sembra che quasi nessuno afferri la differenza che passa tra il leggere, il capire ed il conoscere.
E se si vuole conoscere, i testi diventano altissimi percorsi interiori e allora in una vita ne basterebbero pochi, pochissimi. Fare antroposofia non significa leggere e fare i buoni, per questo basta il volontariato o lo scoutismo, ma agire nel senso della percezione spirituale e per essere degni di ciò occorre trasformare le potenze dell’anima: per iniziare a trasformarle occorrono gli attrezzi idonei che si conviene chiamare discipline o esercizi. Ma se gli esercizi vengono prolungati ed intensificati nel tempo, succede un fatto increscioso per le accademiche virtù: succede che si può accedere a lampi di una realtà più reale di quella dei fatti, delle cose… e pure dei libri.

Diventano cenere le cose e anche il pensiero sulle cose nella misura in cui ci si accontentava di fabbricare passive rappresentazioni di quelle. Un indicativo e realistico esempio: occorre una vita d’attività interiore per immaginare consequenzialmente quanto descritto nella Scienza Occulta e farne sintesi che sarebbe una vera azione di magia spirituale. Spero di esser stato chiaro. No? Pazienza. Oltre i testi scritti del Dottore (e qualche ciclo di eccezionali conferenze come Coscienza d’Iniziato) consiglierei ben poco: essi sono già molto. In una seria ricerca Scaligero è fondamentale! Dubito che al presente, pur sapendo molto, il ricercatore possa trovare la dimensione viva della Scienza dello Spirito senza l’aiuto di Massimo Scaligero. Opinione mia, s’intende.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SETTIMA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_LightNelle parti precedenti del presente studio è stato accennato alla correlazione profonda che vi è tra il tema della ricerca del Graal e quelli della Leggenda del Tempio, della Leggenda Aurea. La correlazione profonda, segreta, tra questi temi, come avrà modo di rendersi conto il benevolo lettore nel corso di questo studio, può essere scorta proprio nella questione della peculiare concezione del Male, e nell’essenza del Manicheismo, così come esse vengono messe in evidenza dalla Scienza dello Spirito, dall’Antroposofia di Rudolf Steiner. Ma per molti non è affatto un còmpito facile quello di giungere ad una reale, autentica, e corretta, comprensione della questione del Male, e ciò porta necessariamente a non intendere, nonché spesso fatalmente a fraintendere, come vedremo, alcuni dati fondamentali della Scienza dello Spirito, proprio in relazione della questione del Graal e della Leggenda Aurea.      

Un esempio lampante di un tale non intendimento e, di conseguenza, di fatale fraintendimento, del tema del presente studio, lo possiamo trovare proprio nella concezione che sta dietro all’interpolazione, ossia all’indebito inserimento, nel testo di Rudolf Steiner – da me citato nella sesta parte di questo studio volutamente a partire dalla corretta, e soprattutto onesta, traduzione di Bruno Roselli dell’Esoterismo Cristiano, edita nel 1940 dai Fratelli Bocca – di un passo che non vi è né nell’originale francese, né nel testo tedesco della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia pubblicata dal benemerito Lascito di Rudolf Steiner, passo che si trova, invece, inserito nella traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, la cui prima edizione apparve nello scorso secolo, senza data, nel 1981, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré,  ove si trovano aggiunte, a p. 121, le seguenti parole:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Indipendentemente dalle intenzioni, che nel presente contesto non saranno indagate ulteriormente, di chi ha inserito surrettiziamente nella traduzione del testo di Rudolf Steiner tale passo interpolato, è interessante notare come quanto affermato in tale passo sia veramente lontano, e contraddica molte affermazioni di Rudolf Steiner. È noto come nelle sue esposizioni della Scienza dello Spirito, Rudolf Steiner sovente illustri esseri, cose, fatti ed eventi, da molti punti di vista diversi: punti di vista anche, almeno per la concezione comune, piuttosto lontani tra loro e, spesso apparentemente, ma solo apparentemente, tra loro contraddittori. Lo ‘studio’ della Scienza dello Spirito‘studio’, rosicrucianamente, ossia ritualmente, e asceticamente, inteso, e non certo quello intellettuale ed universitario – richiede che si vada molto a fondo nella pratica della ‘Via del Pensiero’, e che si scorga il rapporto con essa, non certo moralistico, bensì conoscitivo, degli ultimi tre ‘esercizi ausiliari’, nonché del risultante ‘equilibrio creativo’, dati dal Maestro dei Nuovi Tempi nelle Regole iniziatiche date da Rudolf Steiner ai discepoli della Scuola Esoterica, esercizi che sono fondamentali, e che troviamo nella bella traduzione di Massimo Scaligero – traduzione che è proprio sua – in fondo al libro Manuale pratico della meditazione, prima edizione Teseo, Roma, senza data, ma 1973, pp. 144-152.

Proprio a chi voglia penetrare conoscitivamente il tema della origine e della funzione del Male, il tema della Leggenda del Tempio, quello della Leggenda Aurea, il tema stesso del Graal, e quindi quello della Coppia Primordiale e dell’Androgine Celeste, è appunto richiesta molta, ma molta, equanimità, e soprattutto moltissima positività ed alquanta spregiudicatezza, perché a chi voglia con coraggio affrontare simili temi, è richiesto di affrancarsi radicalmente dalle inevitabili, scontate, automatiche reazioni emotive, dalle automatiche pulsioni istintive, che quasi due millenni di suadente fascinazione confessionale in àmbito cristiano hanno configurato, e stratificato, nelle anime dei più, come una ‘seconda natura’, indotta dall’esterno, ed erroneamente scambiata per genuina ‘spontaneità’, mentre in realtà si tratta dell’effetto di una ‘ipnotica suggestione’, vòlta deliberatamente ad anestetizzare la sensibilità autentica, e a narcotizzare, paralizzare, spegnere nel singolo essere umano, e nelle varie collettività, la nascente, appena affiorante, anima cosciente. Questa  ‘seconda natura’, illudente, dis-orientante, e deviatrice, veniva chiamata dagli antichi Gnostici ‘spirito contraffatto’, e dagli antichi Egizi, nel cosiddetto ‘Libro dei Morti’, veniva descritto come il ‘cattivo pilota’

La Scienza dello Spirito delinea nella storia cosmica dell’uomo, a partire dalla Leggenda Aurea e dalla Leggenda del Tempio, la nascita, la formazione, e la successiva evoluzione di due diverse, e contrapposte, stirpi umane, quella di Caino, generato dall’unione di un Eloha, o Eloah, con Eva, e quella di AbeleSeth, nato dall’unione di Adamo, plasmato da un altro Eloha o Eloah, JahveJehova – come afferma la Genesi, II, 7 – dalla ‘polvere della terra’, ‘aphar min adamah, con Eva. Da qui, la minaccia, e la punizione, di Jahve-Jehova nei confronti dell’essere umano, che ha ascoltato l’esortazione del ‘serpente’, nahash, a nutrirsi del frutto dell’Albero della Conoscenza, affinché a lui ‘si aprissero i suoi occhi’, e divenisse così ‘come gli Dèi-Elohim’, ‘conoscitore del Bene e del Male’. Le punitive parole minacciose di Jahve-Jehova ricordano all’uomo ‘caduto’‘felix culpa’, per gli gnostici ofiti-naasseni, ed anche per chi qui scrive, perché una tale colpa apre all’essere umano la possibilità dell’Autocoscienza e della Libertà – che egli morirà, «quia pulvis es et in pulverem reverteris», come scritto nella Vulgata (Genesi III,19) di Gerolamo, ossia «perché sei polvere e in polvere ritornerai».

Per inciso, è da rilevare che nell’Ermetismo rinascimentale e settecentesco, e soprattutto nell’Alchìmia rosicruciana, viene dato un senso molto peculiare a questa ‘aphar min adamah, a questa ‘polvere della terra’ dalla quale Adamo è stato formato, e alla quale, come punizione, con la morte, egli viene condannato da Jahve-Jehova a fatalmente ritornare. Tale morta ‘polvere’ alla quale Adamo viene condannato, è sicuramente un gran ‘male’, ma da una tale ‘polvere della terra’ – lavorata ‘per viam transmutationis’ – può essere tratto un gran ‘bene’: la ‘pietra filosofale’ stessa, la chiave di una non più smarribile immortalità. Per esempio, questo è quanto indica un autore rosicruciano del XVII secolo – ‘le siècle d’or’ dell’Alchìmia, secondo gli ermetisti francesi – Eugenius Philalethes, ossia il gallese Thomas Vaughan, nella sua opera Anthroposophia Theomagica, del 1648, ossia nella prima opera avente il termine ‘Antroposofia’ sin nel titolo. Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, ricavò il termine ‘Antroposofia’ dall’opera di Enrico Cornelio Agrippa, che lo menziona nel suo Arbatel, opera della quale vi è una bella traduzione in francese di Marc Haven, il coraggioso riabilitatore della figura del Conte di Cagliostro, calunniato e diffamato con ogni mezzo dalla ‘parte avversa’. Per gli ermetisti rosicruciani, dunque, una tale ‘polvere della terra’, così come le ‘ceneri’, e il ‘caput mortum’, che il diligente alchimista trova e raccoglie in fondo al ‘vaso’, sia qualcosa non solo da non disprezzare, ma addirittura da ritenere particolarmente prezioso. Ciò mostra come si debba avere una savia ‘prudentia’ – nel senso latino e romano del termine – nel valutare la natura, e la funzione, del ‘Male’.  

Nell’ebraico del testo biblico della Genesi vi è una relazione stretta tra ‘Adam’, che letteralmente significa ‘uomo’ e ‘adamah’, l’umida e fertile ‘terra rossa’, così come in latino, secondo un’etimologia cara agli ermetisti rinascimentali, vi è una relazione stretta tra ‘homo’ e ‘humus’. E il sapientissimo rosicruciano Thomas Vaughan, nella sua sopra citata ‘Anthroposophia Theomagica’, sulla scorta e l’esempio di Enrico Cornelio Agrippa, del quale egli si riteneva discepolo postumo, parla di una ‘triplice terra’. A p. 27 di The Works of Thomas Vaughan : Eugenius Philalethes, Edited, Annotated and Introduced by Arthur Edard Waite, Theosophical Publishing House, London, In the Year of the Lord MCMXIX,  il Nostro così scrive:

«Ma io parlo di nature celesti, occulte, note unicamente a maghi assoluti, i cui occhi sono nel centro, non nella circonferenza; e in questo senso ogni elemento è triplice. Per esempio, vi è una triplice terra : in primo luogo, una terra elementare, poi vi è una terra celestiale, ed infine vi è una terra spirituale».

Ossia di quella che Thomas Vaughan, sempre a p. 27, chiama Terra Adamica. E Arthur Edward Waite, in nota a piè di pagina, chiarisce: «Cioè, Terra elementaris, Terra caelestis e Terra Spiritualisquest’ultima essendo Terra viventium».

Il candido lettore non si spaventi per l’enigmaticità del linguaggio ermetico e alchemico di Eugenius Philalethes: il suo significato diverrà gradualmente sempre più chiaro nel corso delle successive di questo studio, e soprattutto nella parte finale del medesimo. Il lettore abbia solo una necessaria pazienza: le cose, nei limiti del lecito, possono essere esposte solo con la dovuta gradualità. Ma, sin d’ora, sia chiaro che si tratta sempre della spiritualizzazione della materia, e della redenzione del Male, della sua trans-mutazione – qui  è proprio il caso di usare questo termine alchemico – del Male in un più grande Bene. Ossia, si tratta prima di ‘solvere’, di ‘volatilizzare il fisso’, di ‘spiritualizzare il corpo’, e poi di ‘coagulare’, di ‘fissare il volatile’, di ‘corporificare lo spirito’: operazioni che sono quanto di più audacemente concreto, e di meno mistico si possa concepire. 

Come abbiamo detto, il fatto che l’uomo plasmato dalla ‘polvere della terra’, dall’aphar min adamah, sia mortale, e alla ‘polvere della terra’, con la morte, debba fatalmente ritornare, è sì di per sé un gran Male, ma una tale ‘polvere’, e una tale ‘terra’, sapientemente ‘lavorate’ secondo quell’Arte Regia cara ad Ermetisti e Rosacroce, possono non solo restituire all’uomo l’immortalità perduta con la cacciata dall’Eden, reintegrandolo nello ‘stato primordiale’, ma possono addirittura condurlo ad una condizione ben superiore a quella ‘edenica’, da lui smarrita a causa della ‘caduta originaria’, ossia possono portarlo alla realizzazione non solo della sua ‘angelificazione’, ma anche a quella dell’‘Androgine Celeste’, e a raggiungere quella condizione che Dante chiama ‘indiamento’: l’unione assoluta col Divino.

Questa ‘lavorazione’ della ‘terra’, della ‘polvere’, aphar min adamah, è in gran parte un’opera di ‘purificazione’. Lumi su una tale ‘opera’ li possiamo trarre da un testo proveniente da cerchie rosicruciane dello scorso secolo. Si tratta del libro Die entschleierte Alchemie. Das Geheimnis des Steins der Weisen erstmalig erklärt von Johannes Helmond, 1963, Karl Rohm Verlag, Bietigheim Württemberg, ossia de L’Alchìmia disvelata. Il segreto della pietra filosofale per la prima volta spiegato di J.H.

Di questo libro esiste una traduzione italiana, ma – sia detto con sopportazione – si tratta di una traduzione davvero non felice, in vari punti incompleta e insoddisfacente. Per cui, preferisco ritradurre nuovamente i paragrafi che ci interessano in modo particolare per il presente studio. A p. 77 del testo tedesco, Johannes Helmond prima cita una poetica strofa dell’alchimista tedesco Siebmacher così concepita, e poi la commenta:

«La generazione di questa pietra è ovunque: / la sua fecondazione è negli inferni, / la sua nascita è sulla terra, / essa conduce la sua vita in Cielo».

L’Opera alchemica penetra effettivamente nei tre mondi di fronte a sé: nel mondo inferiore, tenebroso, poi nel mondo intermedio, paradisiaco; ed infine nel superiore mondo celeste».

Mentre, alle pp. 83-84, così scrive:

«Questa congiunzione con lo spirito celeste, tuttavia, per il principio animale, cioè per l’inferiore anima astrale, l’antico Adamo in noi, è in certo qual modo mortale, cosicché esso attraversa una condizione di morte, perde la sua forma astrale divenuta sino ad allora demonica, e penetra nuovamente nel limbo prenatale, cioè nella sua primeva indifferenziazione creatrice, appunto la sua materia prima! Ora esso è divenuto nuovamente TERRA, dalla quale egli è stato tratto, cioè APHAR min ha-ADAMAH, una rossa aurea polvere tinturale, unita con la rugiada del Cielo (Genesi, II, 7)».

Ora, il senso di queste enigmatiche parole ed immagini della tradizione alchemica rosicruciana – uno tra altri e più profondi sensi e significati – è che ciò che vi è di più ‘basso’, ‘inferiore’, ‘corporeo’, ‘materiale’, è sì, per il suo stato di ‘caduta’, un ‘male’, ma quel ‘male’ può essere ‘purificato’‘trasformato’, ‘trasfigurato’, ‘trasmutato’, sino a reintegrarsi nella sua originaria, luminosa, essenza spirituale, ritornando così ad essere un ‘bene’. E questa è l’autentica essenza dell’insegnamento manicheo, ossia che il ‘Male’ non è affatto – come erratamente è stato infinite volte ripetuto a partire da Agostino di Ippona, e da molti altri Padri della Chiesa, in poi – un che di ‘assoluto’, bensì esso è una realtà limitata e provvisoria, destinata ad essere superata e reintegrata nel luminoso stato primordiale. ‘Assoluto’, ‘incondizionato’, e fondato su sé, è unicamente lo Spirito, e non certo il ‘Male’, che invece è una realtà – a rigore, dovrei dire : una ‘irrealtà’, ossia una potente e illudente ‘maya’‘relativa‘, ’condizionata’, ‘fondata su altro’, ma siccome al di fuori dello Spirito nulla può essere riconosciuto come realmente ‘ex-sistente’, l’autonoma realtà del ‘Male’ è soltanto, appunto, una illudente ‘apparenza’: una ‘irrealtà’. Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ben mostrano, come nella concezione manichea, dietro al ‘dualismo cosmologico’ sia celato un metafisico ‘monismo ontologico’.

Questa apparente ‘dualità’ – questo ‘binario’ come lo chiamavano un tempo gli antichi occultisti – tra ‘Bene’ e ‘Male’, tra ‘Luce’ e ‘Tenebra’, tra ‘Essere’ e ‘Non Essere’, tra ‘soggetto’ e ‘oggetto’, nasce dalla apparente ‘alter-azione’, dalla apparente ‘alien-azione’, dell’Uno‘Uno Unissimo’ lo chiamavano i Pitagorici e i Platonici – ad opera dell’avidyâ, della ottenebrante ‘ignoranza’,  della ‘non conoscenza’, letteralmente della ‘non visione’. E questo dà un senso profondo a quanto Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, scrive, alle pp. 28-29, in Anthroposophia Theomagica :

«In secondo luogo, dovete apprendere che ogni elemento è duplice. Questa duplicità o confusione è quel Binarius del quale tratta Agrippa in Scalis Numerorum, e sia lui che Tritemio nelle loro Epistolae. Altri autori che ne trattarono, in questa scienza furono dei pragmatici scribacchini e non compresero questo Segreto dell’Ombra [Secretum Tenebrarum]. Questo è ciò in cui prevarica la creatura e decàde dalla sua primeva armonica unità. Voi dovete dunque sottrarre la diade [Subtrahere Binarium] e allora la triade del mago può venire ridotta “dalla tetrade nella semplicissima monade”, e di conseguenza “in una metafisica unione con la Suprema Monade” [In metaphysicam cum Supremâ Monade unionem]».

Questo enigmatico linguaggio ‘rosicruciano’ – indubbiamente difficile da intendere per chi non abbia una discreta pratica con i testi ermetici – allude, tra le altre cose, al superamento di ogni ‘realismo’ – come lo chiamava Massimo Scaligero – mediante il superamento della ‘dualità’ tra oggetto e soggetto, tra Io e mondo, tra percezione e pensiero, tra pensiero e volontà. Ciò mostra il senso ‘iniziatico’‘rosicruciano’ e ‘manicheo’ – della ‘Via del Pensiero’, così come indicata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà, e da Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Non solo, ma è anche l’aurea chiave – per chi sappia ‘vedere’ – del ritrovamento e della realizzazione dell’Androgine Celeste, e quindi anche la chiave dell’impresa del Graal.

L’impresa di una sì audace ‘trasmutazione’, tale da apparire addirittura temeraria agli occhi di molti, è in realtà una eroica impresa ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Da questo punto di vista, non è ‘Caino’ che attende dall’uomo di esser ‘redento’, bensì è la stirpe dei ‘Figli di Caino’, dei ‘Figli degli Elohim’, che mediante il ‘fuoco’ opera, con coraggio e abnegazione, alla ‘trasmutazione’ del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’: sia nell’Uomo, che nella Natura. Ovvero, come affermato nel detto rosicruciano, oltremodo incompreso ed equivocato, ‘igne natura renovabitur integra’, ovvero ‘mediante il fuoco l’intera natura verrà rinnovellata’: il che ha un senso sia microcosmico che macrocosmico. Da questo punto di vista, l’Opera di Rudolf Steiner, e quella di Massimo Scaligero, hanno un forte, ed esplicito, carattere ‘cainita’, ossia un carattere ‘gioannita’, ‘rosicruciano’, e cristicamente ‘manicheo’. Un’opera di Massimo Scaligero in cui un tale carattere è particolarmente accentuato, è Kundalini d’Occidente, Edizioni Mediterranee, Roma, 1979: l’ultima sua opera pubblicata lui ancora vivente, mentre Iside-Sophia. La Dea ignota, Edizioni Mediterranee, e Zen e Logos, Tilopa, sono sue opere che apparvero postume, a Roma, nel 1980. Così alle pp. 37-38, di Kundalini d’Occidente leggiamo:  

«L’uomo deve rendersi conto del livello in cui è caduto: non può decidere di essere vero uomo, se non lo conosce. È il livello all’altezza del quale è inevitabile il Materialismo, ma è parimenti il livello in cui l’uomo comincia a essere libero, perché può accogliere non estaticamente l’Io puro, bensì allo stato di veglia. Ma prima occorre che egli in tale stato di veglia divenga cosciente di sé. La coscienza dialettica è ancora semi-sognante, perciò di tipo medianico: ogni odierna ossessione dialettica, o ideologica, è in sostanza l’inizio di una infestazione medianica. È importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere egoico. È inevitabile che l’autocoscienza nasca come inferiore individualismo. Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti sopraffà l’uomo, perché è di natura superumana. L’uomo può educarla, evitarla, smorzarla, ma non conquistarla, se non mette in atto ciò che in lui è superiore all’umano, l’Io: che non ha bisogno di lottare, per dominare gli istinti: è sufficiente la sua presenza. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla “croce nera”: segno, questa, dell’ordine originario dei quattro elementi, riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentesi all’Io. Un discepolo non può iniziare se stesso, ma può preparare se stesso a ricevere l’Iniziazione dal proprio Maestro, che lo segue anche se egli non lo conosce. La meditazione sulla Rosacroce è importante per una tale preparazione. Il discepolo ben presto si rende conto che sperimentare lo Spirituale non significa avere sensazioni eccentriche, o evocare simboli dottrinariamente pre-interpretati, bensì penetrare praticamente determinati simboli, secondo ciò che essi esigono occultamente, non secondo ciò che essi significano all’intelletto, sino a percepire concretezze sovrasensibili, altrettanto obiettive quanto quelle sensibili, ma perciò tanto insolite da destare la paura della coscienza ordinaria, rispetto alla loro diversità».

E, poco oltre, nel capitolo Il sistema eterico della testa, alle pp. 46-48, ove, come mio solito, metterò in risalto in grassetto alcuni punti particolarmente importanti per il nostro tema, Massimo Scaligero affronta il problema radicale dell’uomo: il problema della morte, alla quale la decisione di Jahve-Jehova condannò l’uomo con la cacciata dall’Eden e con la proibizione, a lui ingiunta, di gustare i frutti dell’Albero della Vita:

«Mediante la disciplina della concentrazione, in sostanza l’uomo entra in contatto con la forza della morte: nel dominarla vi inserisce il potere di un volere che, nell’essenza, reca la trasmutazione della Morte, cioè la corrente novella della Vita. Il senso ultimo della concentrazione, secondo il canone del Maestro dei nuovi tempi – che nessun altro canone può sostituire – è dominare ciò che rende necessaria la Morte, perché il volere così suscitato appartiene all’Io, in cui è il Logos come essenza. Perciò l’ego, che abbia coscienza di sé e sappia di essere un nulla senza l’essenza, o la propria reale scaturigine, trova infine il Logos, il senso ultimo dell’autocoscienza, grazie al quale trasmuta. Senza tale ritrovamento, l’autocoscienza è al servizio dell’animalità umana, la quale è al servizio del Demone della Terra. Mediante l’innocente animalità, il Demone della Terra domina l’uomo, sino al pensiero.

La concentrazione vince la Morte, perché s’impossessa del potere illegittimo di Ahrimane sul pensiero: è il potere della caduta, per il quale è inevitabile che l’uomo venga distrutto dai suoi istinti. La concentrazione insegnata dal Maestro dei nuovi tempi, consegue il proprio oggetto, perché toglie il pensiero agli istinti, alla psiche, all’animalità, mediante la luce arida, lo sforzo arido, il tema prosaico. In questa aridità v’è il bene prezioso del sentiero verso il concetto puro, che si libera dell’obiettività sensibile: lo sforzo è penoso, privo di entusiasmo, vuole solo arida volontà: e questo è appunto ciò che occorre, una volontà pensante inusitata, nuova alla coscienza abituata alle accensioni emotive della psiche animale: una volontà non egoica e tuttavia fortemente individuale, appena affiorante e tuttavia intensa, capace di estrinsecarsi nel pensiero puro, nel pensiero senza oggetto. In questo volere affiora la forza di cui tutto l’essere ha bisogno: una forza superiore al marasma quotidiano dell’anima, una tangenza con il Logos che sorregge la vita. Il primo darsi dello Spirito: perciò Spirito Santo.

Qui il pensiero ha a che fare con la Morte e con la possibilità di restituzione della Vita. Si vedrà come i pensieri viventi, quelli eccezionalmente vissuti nel momento pre-cerebrale, grazie alla volontà di profondità, giungano sino alle ossa, abbiano a che fare con lo scheletro, perché contengono tutta la logica e la matematica cosmica, mediante cui lo scheletro viene edificato dalle Gerarchie, per il regno di Ahrimane: superano la fisicità dell’organo cerebrale, possono entrare nel regno stesso della Morte, perché recano il potere originario della Vita».  

Che la ‘Via del Pensiero’, e l’Ascesi della Concentrazione, siano – come, con parole che più chiare non potrebbero essere, afferma Massimo Scaligero – una ‘Via’ aspra, dura, arida, per nulla consolante, e tantomeno ‘mistica’, oramai il lettore di questo temerario blog lo sa bene. E chiunque in una tale ‘Via’, e in una tale ‘Ascesi’ con serietà e abnegazione si impegni, sa bene quanto essa sia una ‘Via eroica’ una ‘Via’ – per dirla con le parole del mio amico C., ‘asceta d’altra dottrina’, e fratello d’armi di molte battaglie – molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ‘secca’, che esige intenso sforzo volitivo, tenacia, continuità a tutta prova, e come tale, essa non può essere accetta all’anima, ancora schiava della inferiore natura animale, che, sottoposta ad una tale disciplina, giustamente si sente letteralmente ‘morire’: preludio alla ‘nigredo’, all’ermetica ‘opera al nero’, al ‘nigrum nigro nigrius’, al ‘nero più nero del nero’ degli autentici testi alchemici rosicruciani.

Nei paragrafi immediatamente successivi, Massimo Scaligero delinea un tema che fu molto caro agli antichi Manichei, e che venne beffardamente, meschinamente, e alquanto stupidamente, dileggiato da Agostino d’Ippona, dimentico dei esser stato anch’egli un tempo – per ben nove anni – ‘uditore’ manicheo. Sulla base di quanto comunicato da Rudolf Steiner, e sulla base della sua personale, rigorosamente controllata, esperienza interiore, Massimo Scaligero descrive come nel processo della percezione sensoria, e in quello della nutrizione, vi sia un ‘separare’, un ‘liberare’ per restituirli al ‘Mondo della Luce’, loro realtà originaria, i ‘semi di luce’ – come li chiamavano i Manichei – dalla prigionia della ‘hỳle’, dal ‘caos’ della ‘materia’, che altro non è se non la ‘maceria’ dello Spirito, dominata dall’Oscuro Signore. Alle pp. 48-49, troviamo scritto:

«Il semplice esercizio della concentrazione, secondo il canone della mera oggettività vissuta per entro e oltre la cerebralità, va incontro a un’operazione eterica continua, di natura divina, grazie alla quale, in una zona privilegiata della testa, di continuo la pura essenza minerale dell’esperienza dei sensi si unisce con la quintessenza del processo nutritivo, dal quale vengono espulsi l’elemento animale e l’elemento vegetale, perché permanga come puro essere della forza l’elemento minerale originario, l’elemento solare dei cibi. Questa sintesi minerale, dell’estratto della percezione dei sensi e dell’essenza della nutrizione, operata dalle più elevate forze eteriche della testa, sotto la direzione incorporea dell’Io, viene chiamata dal Maestro dei nuovi tempi “il Cibo del San Graal”. È infatti il germe dell’azione trasmutatrice movente dalla mineralità spirituale verso la mineralità normalmente dominata dalla Morte, malgrado il suo potere di organizzazione fisica: azione dell’Io vittorioso sulla materia, perché recante la forza di vita da cui ha origine la possibilità di annientamento della materia. Negli organismi che subiscono la Morte, tale materia è temporaneamente dominata. Chi contempla il Graal non è più soggetto alla Morte, perché scatta in lui la coscienza di ciò che gli dà il potere di contemplare il formarsi della materia dalla Luce caduta, risorgente per virtù del Logos: il più alto Mistero dell’Universo: mediante tale coscienza egli si sente rivivere, comincia a percepire la Resurrezione.

Nella testa dell’uomo si svolge l’impresa del Graal, perché nella testa egli soggiace alle forze della Morte: proprio per questo suo soggiacere alle forze della Morte, nella testa urgono di continuo, mediante il pensiero, le forze della Resurrezione. Mediante tre ordini di nervi cerebrali operano rispettivamente le correnti del pensare, del sentire, del volere: il volere, come corrente istintiva, si manifesta mediante i processi del ricambio dei nervi cerebrali, il sentire mediante i processi ritmici di tali nervi (è il respiro sottile connesso con la circolazione del sangue e i moti del liquido cefalo-rachidiano), il pensare mediante l’attività nervosa, la più pura, indipendente dai processi ritmico-metabolici. Tale indipendenza, però, raramente si attua nell’uomo, perché viene da lui sollecitata soltanto quando egli pensa razionalmente, secondo rigorosa astrazione del processo razionale da influssi esteriori ed interiori. Per solito i processi ritmico-metabolici, espressivi della psiche istintiva ed emotiva, sopraffanno i puri processi nervosi mediatori della coscienza pensante vera, così che viene invertita la funzione obiettiva del pensiero quale veicolo dell’Io nella coscienza: gli istinti e gli stati d’animo giungono ad asservire il pensiero, che diviene persino strumento e codificatore scientifico della propria caduta nella natura inferiore. Per tale via, per ora, la Scienza aiuta l’uomo a conoscersi e a superarsi, solo a condizione che egli l’assuma con un pensiero capace di superare il livello della sua astratta razionalità».

Alle pp. 61-62 del successivo capitolo – Luce-Folgore del Logos – Massimo Scaligero riprende l’immagine manichea della liberazione dei ‘semi di luce’ che l’essere umano, nella nutrizione e nella conoscenza, libera dall’incantamento dell’apparire minerale:

«Questa luce viene dal Sole spirituale, di cui il Sole fisico è la parvenza. L’uomo gode dei doni del Sole, ma la Scienza, limitata a peso e misura delle cose, lo aiuta ben poco a conoscere le forze di cui si avvale e di cui gode. Lo Spirito del Sole diviene vivente in lui, attraverso i cibi, la frutta, il pane, il frumento impregnato di vita solare. Così la luce, i colori, i suoni, così il pensiero: nell’essenza fluisce in lui un’unica eterica vita, che egli frammenta nelle percezioni, che crede esteriori e obiettive, mentre esse sorgono dall’incontro delle sue forze solari con la struttura solare delle cose. Suo compito è restituire ad esse l’unità dell’essenza, a cui la sua degradazione nella sfera della materiale molteplicità, le ha tolte.

Finché l’uomo si limita a godere dei doni del Sole, ignorando la loro sorgente una in lui e nelle cose, subendo l’incantesimo di una realtà obiettiva esistente fuori di lui, indipendente dal suo conoscerla, non è libero: ignora la verità del proprio essere, operante nelle cose, la verità che può renderlo libero. Ignora la propria natura solare, perché rinuncia a stabilire un rapporto cosciente con il Principio del Sole in lui, che è dire, con il suo Io nel mentale, e perciò con la potenza del Sole nascente nel cuore. Ahrimanicamente si estrania alla propria origine cosmico-solare, e con ciò prepara le proprie catastrofi ».

Ma, ritornando al precedente capitolo di Kundalini d’Occidente – Il sistema eterico della testa – leggiamo che, sempre a p. 49, Massimo Scaligero scrive:

«Il pensiero ritorna strumento dell’Io  e delle forze riedificatrici dell’umano. Queste forze sono tali  che, per penetrare nell’umano, debbono dapprima distruggere la natura [sc. il ‘solvere’] , ciò che nell’umano è animale: debbono produrre dei canali vuoti attraverso i quali lo Spirito possa passare come volontà riedificatrice [sc. il ‘coagulare’]. Ma a tale fine, lo Spirito deve muovere nell’organismo umano dal supporto della mineralità, che gli dà modo di essere libero nell’interiorità cosciente. L’«alimento del Graal» è già mineralità spiritualizzata. […] Qui lo Spirito comincia a entrare vittorioso nella terrestrità». 

E, più oltre, alle pp. 53-54, Massimo Scaligero usando un’immagine, che ricorda molto da vicino quella dello Jesus patibilis, che il manicheo Fausto di Milevi non riuscì a far intendere alla ‘intelligentissima stupidità’, preconcetta e partigiana, di Agostino di Ippona – il quale, recluso com’era nelle sue cristallizzate rappresentazioni della sua rigida e disseccata ortodossia, non era punto in grado di concepire l’essenza cristica del Manicheismo – così scrive:

«Si tratta in realtà del vivente eterico sempre paralizzato per la coscienza egoica, o riflessa: che è dire che il Logos viene sempre crocifisso dall’Io inferiore dell’uomo, cioè dall’Io riflesso, che esige il dominio delle leggi della natura e della realtà opposta allo Spirito, cioè il dominio della Morte: sul quale invece il Logos ha vinto.

La Resurrezione fu preparata perché operasse per questa morte del pensiero, cui è legata la distruzione e la morte del corpo. La Morte è necessaria all’immortalità. L’introduzione alla riconquista della vita, ha inizio con la resurrezione del pensiero, di cui l’uomo ha la segreta chiave, l’iniziativa, nel volere individuale dell’ego».

Questa audace concezione che nell’operatività interiore porta l’asceta al superamento di ogni forma di ‘realismo ingenuo’, sia esso il volgare ‘realismo primitivo’, sia il ‘realismo critico’ di stampo kantiano, sia il ‘realismo scientifico’, come pure il ‘realismo spiritualista’, e persino quello ‘antroposofico’ – tema sul quale in incontri personali, in riunioni e nei suoi scritti, Massimo Scaligero insistette alquanto negli ultimi tempi, anzi: sin nelle ultime ore della sua vita – e di conseguenza ogni forma di ‘realismo’ che veda l’oggetto conosciuto fuori dell’‘atto’ del conoscere. Egli mostrò come l’unico concreto, e valido, ‘realismo’  – che come tale deve essere sperimentato dall’asceta operante – sia il ‘realismo del pensare’, ch’egli chiamava anche ‘realismo eterico’, o ‘realismo cristico’. Il ‘Male’ sorge proprio in questa ‘frattura’, in questa ‘scissione’ che per l’essere umano vi è tra il pensare e l’essere. L’uomo non risolverà mai, per quanta buona volontà e nobili aspirazioni morali egli abbia, nessun problema – sia esso scientifico, economico, sociale, etico, religioso – finché egli vedrà una ‘realtà’ su sé fondata  nel mero ‘fatto’ scientifico, economico, sociale, etico, religioso, fuori dell’‘atto’ del pensare che invera il conoscere. E questa è la sostanza, l’essenza stessa della ‘Via del Pensiero’: la sua cristica essenza manichea. Ed è altresì il senso ultimo dell’evoluzione dell’uomo: la vittoria sulla dualità, il dissolvimento dell’alterità: di ogni dualità ed alterità, che sono il ‘Male’ nella misura in cui dominano l’uomo, e asservono l’Io ai moti dell’anima condizionata dal corpo e dall’illusoria esteriorità del mondo. ed è quello che Massimo Scaligero indica, alle pp. 69-70, nel capitolo Luce-Folgore del Logos del libro Kundalini d’Occidente.

«L’uomo è dominato dalla corrente della Morte, che si esprime negli istinti e nelle passioni soverchiami l’Io, in quanto, al livello della coscienza fisica, egli è dominato da Ahrimane. Ma l’uomo può percepire la forza-pensiero, che opera nella sua indagine fisica, e intendere come possa liberarla dalla soggezione osseo-nervosa. Mediante questa forza-pensiero, l’uomo dissolve il regno di Ahrimane, perché le leggi matematiche della materia sono la proiezione intellettuale della cristallizzazione di forze spaziali discendenti sulla Terra da ritmi dello Spirito, che lo Spirito ha il potere di riafferrare. Tale potere è la forza della Resurrezione, grazie a cui il pensiero, da morto pensiero della materia fisica, ritorna vivente. Solo un pensiero morto può edificare una Scienza del mondo fisico, in cui non c’è posto per la vita, essendo questa sostanzialmente sovrasensibile: una Scienza che suscita la connessione delle quantità misurabili, ossia con ciò che della natura è esclusivamente la Morte, e perciò può produrre solo meccanismi morti, etica morta, socialità morta, o astratta. In questa sfera di Morte, il pensiero può muovere solo in quanto astratto e riflesso. Ma può volere coscientemente questo movimento e insistere nel volerlo, sino a scorgere nella sfera della Morte il Resuscitatore della Vita: egli lo reca sconosciuto in sé, ma può farlo sorgere, se muove volitivamente in tale ambito di Morte.

Solo l’Io dell’uomo può scendere nel regno della Morte, in quanto reca in sé il Logos: ma lo reca sconosciuto. Egli deve conoscerlo, per incarnarlo, o realizzarlo, mediante volontà cosciente. L’Io accende in sé la segreta folgore-Logos, per il fatto che incontra la mineralità che gli si oppone mediante angoscia e paura, o brama. A questa opposizione, sperimentabile solo nella sfera terrestre, l’Io deve la possibilità di evocare in sé con assolutezza il potere del Logos, capace di penetrare vittorioso la struttura delle ossa: il cui simbolo ermetico è la «discesa nella tomba», l’Opera al Nero, la sua realtà la Resurrezione».

L’esperienza qui esplicitamente indicata da Massimo Scaligero – ma anche, sia pure più velatamente, dallo stesso Rudolf Steiner – è la realizzazione della trasmutazione del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’, la connessione  della ‘Via del Pensiero’ con l’Arte Regia, ossia con la Grande Opera, con la ‘Operatio Solis’ dell’Alchìmia ermetica e rosicruciana, e con la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, alcuni paragrafi dopo, a p. 71, leggiamo:

«La via iniziatica di questo tempo esige dal discepolo gradualmente il progredire volitivo, mediante autocoscienza purificata, verso l’evento della Pentecoste. Nelle ossa, simbolo della morte, è celata l’istanza ultima della Resurrezione: lo scaturire di un pensiero che incarni lo Spirito Santo.

Questo pensiero nasce come luce che vince il buio dell’anima: deve contenere tutta la potenza del cuore, lo splendore dell’Oro Filosofale, la forza spirituale del Sole raccolta in unico punto, da cui irraggia nel mondo come potenza d’Amore salvatrice. Questo pensiero, capace di conoscere e dissolvere la tenebra della malvagità e perciò di instaurare la fraternità umana, nato dall’eroicità lucida nella sofferenza, segretamente diviene, per mediazione angelica, folgore delle ossa, che annienta Ahrimane e restituisce l’eros come corrente creatrice, secondo il Logos».

Su questo aspetto ‘cainita’ del nostro tema, avrò da ritornare proprio per approfondire – sulla base delle cosiddette ‘opere filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io amo chiamare ‘filosofali’ per il loro occulto e misconosciuto contenuto – nelle successive parti del presente studio. Il candido e benevolo lettore, che avrà avuto la diligente pazienza di seguire la concatenazione dei pensieri, vedrà gradualmente chiarirsi una parte del linguaggio simbolico, tipico della letteratura ermetica dell’antico Rosicrucianesimo medievale, rinascimentale, e settecentesco. Avremo, inoltre, modo di penetrare più a fondo nel senso della contrapposizione fatale che storicamente vi è stata nei millenni tra la corrente abelita e quella cainita, e come essa trovi il suo superamento e la sua composizione nella Scienza dello Spirito, nell’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha donato al mondo.

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2020

Anno XXV n. 6

Giugno 2020

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Libertà (di F. Giovi)

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Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua propria azione.

Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla oscura vis biologico-istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore.

Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune.

L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.
Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

GLI SCRITTI DEI MAESTRI (di F. Giovi)

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Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso.
Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversa, non si rivolgono affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.
Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato altre volte, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte è geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.
Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa.

Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò chiedendogli risposte su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo questo lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di sciocchezze settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.
Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e giungendo fino alla contemplazione, itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una base di verità obbiettiva o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza.
Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche la Mitezza incarnata.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SESTA PARTE.

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Continuiamo il presente studio, che vorrebbe portare ad una maggiore comprensione delle immani forze che operano nell’attuale tragica situazione dell’uomo e dell’umanità, ossia delle forze che sono attive nell’attuale ‘guerra occulta’ tra Michele e gli Spiriti delle Tenebre, i quali sconfitti nei Cieli, e scaraventati nel terrestre, si avventano sull’uomo per portarlo a perdizione. Ma questa è, appunto, la natura del Male, e la comprensione della sua funzione ci riporta all’essenza dell’insegnamento di Mani, alla missione umana e cosmica del Manicheismo. Prima di affrontare il mistero del Male delle origini, è savio ricordare – una volta di più – la pericolosità dell’attuale situazione, nella quale l’essere umano si aggira stordito e inconsapevole. A tale proposito giova riportare le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che si trovano in chiusura di uno dei suoi più importanti cicli di conferenze, ciclo tenuto poco dopo la fine del primo conflitto mondiale. Il tema affrontato da Rudolf Steiner è collegato con quello della soluzione del problema sociale, che oggi, forse ancora più drammaticamente di allora, assilla il singolo uomo, e le comunità. Ho trascritto quel testo letteralmente: ho solo sostituito alla parola ‘triarticolazione’ quella di ‘tripartizione’, che fu adoperata in Italia, col consenso del suo autore, sin dalla primissima edizione del suo libro sulla questione sociale. Del resto, ‘tripartizione’ fu la parola costantemente usata, et pour cause, da Massimo Scaligero nelle sue opere, ed ha una diretta connessione con la ‘tricotomia’ di Paolo di Tarso, con la ‘tripartizione’ della struttura occulta dell’uomo in corpo, anima, e spirito. Per cui leggiamo in Rudolf Steiner, La missione di Michele, GA-194, Editrice Antroposofica, Milano 1981, pp. 218-219:

«La missione di Michele

Conferenza tenuta a Dornach il 15 dicembre 1919

Se il corso del mondo proseguirà come è avvenuto per la vita spirituale, venuta da oriente ma in corso di degenerazione, allora la vita spirituale, che a un estremo all’inizio, era stata la verità più elevata, precipiterà all’altro estremo nella menzogna più terribile. Nietzsche dovette esporre come già i greci si preservarono dalla menzogna nella vita mediante la loro arte. L’arte è in effetti la creatura divina che preserva gli uomini dalla caduta nella menzogna. Se questo primo ramo della civiltà sarà seguito solo unilateralmente, questa corrente [sc. la corrente spirituale] sfocerà nella menzogna. Negli ultimi cinque o sei anni [sc. durante la prima guerra mondiale] si è mentito in seno all’umanità civile, più che in tutti gli anni della storia del mondo; quasi mai venne detta la verità nella vita pubblica, quasi nessuna parola corsa per il mondo era vera. Mentre questa corrente sfocia nella menzogna, la corrente centrale sfocia nell’egoismo. Una vita economica come la angloamericana, che dovrebbe approdare al dominio del mondo, se non si adatta a lasciarsi compenetrare dalla vita spirituale indipendente e dalla vita statale indipendente, sfocerà nel terzo abisso della vita umana, nel terzo dei tre. Il primo abisso è la menzogna, degenerazione dell’umanità attraverso Arimane; il secondo è l’egoismo, degenerazione dell’umanità attraverso Lucifero; il terzo è la malattia e la morte sul piano fisico, la malattia e la morte della civiltà sul piano culturale.

Il mondo anglo americano può raggiungere il dominio del mondo: senza la tripartizione, con tale dominio riverserà malattia e morte sulla civiltà del mondo, poiché queste sono il dono degli Asura, così come la menzogna è un dono di Arimane e l’egoismo un dono di Lucifero. Dunque il terzo abisso che si pone degnamente accanto agli altri due, è un dono delle potenze asuriche.

Questi fatti ci devono infondere entusiasmo e fuoco per cercare le vie per illuminare quanti più uomini è possibile. Illuminare l’umanità è oggi compito di chi ha compreso la realtà. Dobbiamo fare tutto il possibile per contrapporre alla stoltezza che si crede saggezza, e pensa di aver agito magnificamente, tutto quanto possiamo acquisire dall’aspetto pratico della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». 

Queste le parole – attuali oggi come non mai – del Maestro dei Nuovi Tempi, dette in chiusura del ciclo sulla ‘missione di Michele’, missione che in definitiva viene a coincidere con urgenza che l’uomo fronteggi e risolva l’enigma del Male. Quindi, essa è anche la ‘missione dell’uomo’. Questo ci riporta all’essenza del Manicheismo. Ora, già nella seconda conferenza (II capitolo del libro), La missione del Manicheismo, tenuta nel 1906 a Parigi, trascritta da Édouard Schuré in Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, tradotta da Bruno Roselli, e pubblicata da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 31-32, leggiamo:

«L’occultismo cristiano procede in gran parte dai manichei la cui tradizione è sempre viva e il cui fondatore, Mani, visse sulla terra trecento anni dopo Gesù Cristo.

L’essenziale dell’insegnamento manicheo poggia sulla dottrina del bene e del male. Per l’opinione comune, il bene e il male sono due assoluti irreduttibili, di cui l’uno (il bene) deve distruggere l’altro (il male). Per i manichei, al contrario il male è una parte integrante del cosmo; esso collabora alla sua evoluzione e deve infine essere assorbito, trasfigurato dal bene. La grande originalità del manicheismo è di studiare la funzione del male e del dolore».

Nel capitolo XII, là dove si parla degli strati che costituiscono l’interno della Terra, a p. 164, viene data da Rudolf Steiner una breve descrizione – non più di un accenno – dello strato più interno, il nono ed ultimo, con le seguenti parole:

«L’ultimo strato è dotata di una sostanza dotata d’azione morale, ma opposta a quella che deve elaborarsi sulla Terra; poiché la sua sostanza, la forza ad essa inerente, è la separazione, la discordia, l’odio. È qui che nell’Inferno di Dante, si trova Caino, il fratricida. Tale sostanza è l’opposto di tutto ciò che tra gli uomini è buono e bene. Il travaglio dell’umanità per stabilire la fraternità sulla Terra neutralizza e depaupera, in proporzione diretta, il potere di tale sfera. È la forza dell’amore che trasformerà, in ragione della sua spiritualizzazione, il corpo stesso della Terra. Questa nona sfera è l’origine sostanziale di ciò che appare sulla Terra nella magia nera, cioè nella magia fondata sull’egoismo».

Ho preferito trascrivere la traduzione eseguita da Bruno Roselli, e pubblicata nel 1940 dai Fratelli Bocca, e non la traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, senza data, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano. 18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré, perché nella versione pubblicata dalla Tilopa di Roma, si trova aggiunta, a p. 121, sùbito dopo il paragrafo da me trascritto, la seguente frase, che non si trova nell’originale francese, né nel testo tedesco edito dal Lascito, come si può constatare, nel volume GA-94, pp. 109-110. Tale frase, che non corrisponde affatto allo stile di Rudolf Steiner, e nemmeno a quello di Schuré, così recita:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Il testo tedesco letteralmente dice:

Neuntens: Diese letzte Schicht besteht aus einer mit moralischer Aktivität ausgestatteten Substanz, aber ihre Moralität ist entgegengesetzt derjenigen, die sich auf der Erde entfalten muß. Denn ihr Wesen, die mit ihr verbundene Gewalt, das ist: die Trennung, die Zwietracht und der Haß. Hier in der Danteschen Hölle befindet sich Kain, der Brudermörder. Diese Substanz ist entgegengesetzt allem, was unter Menschen gut und schön ist. Die Bemühung der Menschheit zur Verbreitung der Brüderlichkeit auf der Erde vermindert in entsprechendem Maße die Macht dieser Sphäre. Es ist die Macht der Liebe, die in dem Grade, wie sie sich vergeistigen wird, sogar den Leib der Erde umbilden wird. Diese neunte Schicht ist der substantielle Ursprung von dem, was auf der Erde als schwarze Magie erscheint, das heißt als Magie, die auf den Egoismus begründet ist.

Non vi è traccia di quella frase aggiunta. Qualunque sia il valore di questa arbitraria interpolazione al testo originario, ho ritenuto preferibile attenermi con rigorosa fedeltà alla parola di Rudolf Steiner, riportata dallo Schuré. 

Nel XIV capitolo della traduzione di Bruno Roselli, edita dalla benemerita, scomparsa, casa editrice Fratelli Bocca, capitolo intitolato Redenzione e Liberazione, ritroviamo un argomento sul quale si era soffermata Hella Wiesberger, e che avevo affrontato nel precedente studio. In questo capitolo, troviamo nominati in particolare sia il mistero della morte, che il mistero del male, che sono collegati in modo precipuo al tema del presente studio. Infatti, alle pp. 169-171, leggiamo:

«Vi sono sette segreti della vita dei quali non si è mai parlato, sino ad oggi, fuori delle confraternite occulte. Solo all’epoca attuale se ne può parlare liberamente. Essi vengono chiamati anche i sette segreti inesprimibili o indicibili e sono: il segreto dell’abisso, il segreto del numero (che si può studiare nella filosofia pitagorica), il segreto dell’alchìmia (che si può comprendere dalle opere di Paracelso e di Jakob Böhme), il segreto della morte, il segreto del male (al quale accenna l’Apocalisse), il segreto della Parola o del logos, e il segreto della felicità di Dio, che è il più occulto.

Tenteremo di parlare del quarto segreto, quello della morte.

Ricordiamoci che sul pianeta che ha preceduto la nostra Terra, sull’antica Luna, abbiamo distinto tre regni naturali, molto diversi dai regni terrestri. Il nostro regno minerale non esisteva ancora. Esso è nato dalla condensazione, dalla cristallizzazione del minerale-pianta lunare. Il nostro mondo vegetale è sorto dalla pianta-animale lunare. E ciò che costituisce attualmente il mondo animale proviene da ciò che fu sulla Luna l’animale-uomo. Vediamo, dunque, come ciascuno di questi regni lunari compì sulla Terra una discesa verso la materializzazione.

La stessa cosa può dirsi per gli esseri che sulla Luna erano al di sopra dell’animale-uomo: gli spiriti del fuoco. Gli uomini di quel tempo aspiravano quel fuoco come noi, oggi, aspiriamo l’aria; per ciò il fuoco è rimasto, nelle leggende e nei miti, come la prima manifestazione degli dei. Nel Faust, Goethe vi allude quando dice: «Facciamo un po’ di fuoco perché gli spiriti possano rivestirsene». Tali spiriti del fuoco dell’antica Luna, nella fase terrestre, s’incarnano nell’aria. Pertanto anch’essi sono discesi verso una maggiore materialità, verso l’aria che noi attualmente inspiriamo ed espiriamo. Essi sono la sostanza stessa dell’aria che vive attorno a noi, in noi ed avviluppa la Terra della sua atmosfera.

Ora, se tali spiriti sono così discesi sino all’aria, se i regni lunari si sono così involuti, ciò fu affinché l’uomo potesse elevarsi, grazie ad essi, sino alla divinità. S’è compiuto, infatti, un doppio movimento in seno a ciascuno dei regni lunari, la parte inferiore discendendo mentre quella più affinata s’elevava. Così l’animale-uomo fu scisso in due gruppi, dei quali l’uno, sotto l’influenza della respirazione e dell’azione degli spiriti del fuoco che si prolungano negli spiriti dell’aria, lavorò per l’elaborazione del proprio cervello, mentre l’altro discendeva verso il regno animale. Tale scissione si ritrova persino nella costituzione dell’uomo, la cui parte inferiore s’avvicina all’animale, mentre la parte superiore si eleva verso gli spiriti. Secondo che l’uno o l’altro carattere fosse più o meno pronunciato, si formarono a poco a poco, due specie di uomini: una legata, per mezzo della sua natura inferiore alla Terra; l’altra più sviluppata e svincolata dalla Terra. I primi regredirono verso gli animali; gli altri poterono ricevere in sé la scintilla divina, la coscienza dell’io. […] L’espressione fisica correlativa a questa evoluzione fu lo sboccio e la crescita del cervello umano, che divenne un tempio ove Dio poté abitare».

Dalle parole di Rudolf Steiner emerge la ‘legge del sacrificio’. Si tratta dello stesso sacrificio che ritroviamo in India sin dai tempi più antichi, ossia nei testi sacri dei Veda, nei quali dal sacrificio di Prajapati nasce l’Universo, e sorge Ṛtà, l’ordine cosmico. Lo stesso sacrificio lo ritroviamo in Grecia nel mito di Dioniso dilaniato dai Titani, e in Egitto in quello di Osiride assassinato e fatto a pezzi da Set-Tifone. Quella del sacrificio fu ritenuta essere la legge, Dharma, che ‘regge’, ‘sostiene’, la manifestazione cosmica. Infatti, il sanscrito Dharma ha la stessa radice del latino firmus: ciò che è saldo, stabile, incrollabile. Vedremo che questo sacrificio è duplice: da una parte, è il sacrificio di ciò, involvendosi, ‘scende in basso’, ossia il sacrificio di ciò che è ‘inferiore’; ma è eziandio il ‘sacrificio’ di ciò che, evolvendosi, ‘ascende in alto’, ossia di ciò che è ‘superiore’, ma che poi va incontro a ciò che, sacrificandosi, è rimasto in una condizione ‘inferiore’ allo sopo di permettere a ciò che è ‘superiore’ di ‘ascendere in alto’. Del resto, questo è il senso – o almeno, uno dei sensi – della ‘lavanda dei piedi’ dell’Iniziazione cristiano-gnostica descritta da Rudolf Steiner in moltissimi dei suoi cicli di conferenze, in particolare nella sua esegesi del Vangelo di Giovanni. Nel ‘sacrificio’ di ciò che, involvendo, ‘rimane indietro’, in una condizione ‘inferiore’, avremo la spiegazione dell’origine del Male, mentre nel ‘sacrificio’ di ciò che da una condizione ‘superiore’, acquisita evolvendo, va incontro a ciò che è ‘inferiore’, per ‘risollevarlo’, ‘trasformarlo’, ‘trasmutarlo’, avremo l’essenza dell’insegnamento di Mani e la missione del Manicheismo: la redenzione del Male.

Quanto all’origine e alla funzione del Male, nel divenire cosmico, Rudolf Steiner così ne parla nel proseguo della sua esposizione, pp. 171-175, mettendone in evidenza la natura non assoluta, anzi relativa, e finalizzata:

«Ma se si fosse realizzata soltanto questa evoluzione, sarebbe mancato ancora qualcosa: avremmo avuto minerali, piante, animali e persino uomini dal cervello sviluppato e capaci di giungere alla forma umana attuale, ma qualcosa sarebbe rimasto allo stato lunare. Sull’antica Luna non vi era nascita, né morte.

Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dalla nascita attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; essi erano rispetto a lui ciò che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello rispetto alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e, se la sua evoluzione sulla Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore dell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi nello specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei propri pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Iehovàh.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Iehovàh erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la loro evoluzione sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei di Iehovàh avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per gli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei iehovici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto tempo che Iehovàh.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III, 5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quella di aver coscienza di sé, di scegliere e di essere libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Iehovàh, sarebbe rimasto impersonale.

Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Iehovàh, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero, che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega san Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza, come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo  tre principi inseparabili e necessarî alla sua evoluzione: Iehovàh, Lucifero il Cristo».

Ma Rudolf Steiner, nel medesimo ciclo di conferenze da lui tenute a Parigi nel 1906, dopo aver affrontato il mistero dell’origine e del significato del Male, in funzione della formazione della coscienza e della realizzazione della libertà dell’uomo, affrontò pure nell’ultima conferenza, che rappresenta il XV capitolo del libro trascritto da Édouard Schuré, nella traduzione di Bruno Roselli ed edito dai Fratelli Bocca nel 1940, intitolato L’Apocalisse, il problema della ‘trasformazione’ del Male in Bene, della sua ‘trasfigurazione’, della sua alchemica ‘trasmutazione’, ossia della trasformazione della ‘tenebra’ in ‘luce’, della ‘materia’ in ‘spirito’. E questa viene ad essere la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, così leggiamo alle pp. 188-190:

«Analogamente, ciò che l’uomo possiede oggi nell’intimo della sua anima – i suoi pensieri, i suoi sentimenti – si esteriorizzerà e diverrà il suo ambiente. L’avvenire riposa in seno all’uomo: a lui la scelta di farne un avvenire di bene o di male. E come l’uomo ha lasciato dietro di sé, nel passato, ciò che costituisce il mondo animale odierno, così ciò che oggi è il male in lui formerà in avvenire, una specie di umanità degenerata. Attualmente, possiamo più o meno nascondere il bene od il male che sono in noi: verrà un giorno in cui non lo potremo più, in cui saranno scritti in modo indelebile sulla nostra fronte, sul nostro capo e persino sulla faccia della Terra. Allora, l’umanità si scinderà in due razze. Come incontriamo oggi delle rocce o degli animali, incontreremo allora degli esseri di puro male e di bruttezza. Oggi, solo il chiaroveggente legge negli esseri la loro bontà o la loro bruttezza morale; ma quando i caratteri somatici dell’uomo saranno l’espressione del suo carma [sc. Karma], gli uomini si distingueranno da se stessi, secondo la corrente alla quale manifestamente apparterranno; secondo che in essi la natura inferiore sarà stata vinta o avrà, invece trionfato sullo spirito. Tale distinzione comincia, a poco a poco, ad operarsi. Quando s’attinge nel passato la comprensione dell’avvenire e quando si vuole lavorare a realizzare l’ideale di tale avvenire, se ne vedono profilarsi i segni. Una nuova razza si formerà, che sarà l’anello tra gli uomini attuali e gli uomini spirituali dell’avvenire.

Occorre distinguere tra l’evoluzione delle razze e quella delle anime. È lasciato alla libertà di ciascuna anima di svilupparsi sino alla forma esteriore che avrà il proprio carattere del bene che incarnerà; si apparterrà liberamente a tale razza, per uno sforzo dell’anima individuale; la razza non sarà più una costrizione per le anime, ma lo scopo della loro elevazione.

Il senso della dottrina manichea è che le anime si preparano sin d’ora a tramutare in bene il male che apparirà nella sua pienezza soltanto nella sesta epoca. Occorrerà, infatti, che le anime umane siano molto possenti a far uscire il bene, per mezzo di una alchimia spirituale, dal male che si manifesterà.

Quando l’evoluzione del pianeta terrestre ripasserà, in senso inverso, per le fasi anteriori della sua involuzione, si verificherà dapprima una riunione della Terra con la Luna, poi di nuovo di questo globo misto col Sole. Ora, la riunione con la Luna segnerà il punto culminante del male sulla Terra, e l’unione successiva col Sole segnerà, per converso, l’avvento della felicità, il regno degli eletti».

Per l’uomo attuale, ossia per l’uomo del XXI secolo, nato in Occidente, e cresciuto all’interno di una civiltà materialistica, tecnologica, e intellettualistica, la cosmogonia manichea sicuramente non è di facile accostamento e comprensione. Mani parlava ad uomini antichi, nati per lo più in Oriente, che disponevano in parte ancora di una chiaroveggenza istintiva, uomini che ancora pensavano per immagini, e non per concetti astratti, uomini per i quali il linguaggio immaginativo toccava ancora corde profonde dell’anima, e risvegliava più facilmente le risonanze di una memoria spirituale. In effetti, non è certo con l’arido, e cerebrale, pensiero intellettualistico dell’uomo attuale, che si può cogliere il significato profondo della cosmogonia manichea. Ma, a tal fine, ci giunge in aiuto la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia conquistata e donataci dal Maestro dei Nuovi Tempi, il quale per la prima volta al mondo ha tradotto l’esperienza della concreta percezione spirituale nell’umano linguaggio concettuale. Come fece notare Simone Hannedouche, amica e discepola di Déodat Roché, a sua volta seguace entusiasta dell’Antroposofia, in due conferenze, Manès et le Manichéisme, e Le Catharisme Résurgence du Manichéisme, da lei tenute presso la sede della Association de Science Spirituelle, e pubblicate nei Cahiers d’Études Cathares, Ire Série, 5e année, 1954, N° 20 e N°21, 1955, la parola di Rudolf Steiner ha portato una grande luce anche su questo problema. Infatti nella prima conferenza Simone Hannedouche afferma:

«La Cosmogonia di Mani che Sant’Agostino ricostruisce sulla base della «Epistola del Fondamento» –  oggi perduta – e che si ritrova nei Kephàlaia (i Capitoli) attribuiti a Mani stesso, o a suoi discepoli immediati, è abbastanza difficile da comprendere in ragione della sua complessità e soprattutto del suo carattere immaginativo; poiché Mani si rivolgeva a popolazioni orientali che pensavano ancora per immagini. Ma riferendoci all’evoluzione cosmica, spiegata ai pensatori occidentali da Rudolf Steiner, potremo constatare la stupefacente concordanza che esiste tra le due, e l’una ci aiuterà a comprendere l’altra».

La cosa è per noi tanto più stupefacente in quanto i Kephàlaia manichei furono trovati a Medinet Madi, nel Fayyûm egiziano, solo nel 1931: sei anni dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Tradurrò e trascriverò – per utilità del volenteroso lettore – alcuni passi della bella sintesi che Simone Hannedouche fa della sorprendente concordanza tra l’immaginativa cosmogonia manichea e la concettualmente rigorosa cosmologia propria della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Così leggiamo nella prima conferenza-articolo:  

«Bisogna dapprima fare lo sforzo di pensare lo Spirito prima dell’apparizione dello spazio e del tempo: un oceano senza limiti di entità spirituali in incessante attività di pensiero; attività naturalmente invisibile ad occhi umani. Ma quel che occorre sottolineare, è che, benché distintegli uni dagli altri, questi esseri spirituali non sono separati, divisi: essi costituivano veramente un oceano agitantesi di pensieri creatori.

Ora, può accadere – ed è accaduto – che una parte di quest’oceano si separi dal resto, senza barriera separatrice naturalmente, divenendo in qualche maniera più ricettiva: una sfera immensa di essenza spirituale si offre all’attività delle entità circostanti. Si concepisce che, spiritualmente, si produce la separazione: uno «spazio» si pre-forma nello Spirito. Questa essenza spirituale, ancora appena distinta, è, secondo Rudolf Steiner, l’essenza dei Troni, e, l’immensa sfera ch’essa offre all’attività ambiente, è il periodo che la Scienza Occulta denomina come quello di Saturno.  Essa ruota su se stessa per permettere ad ogni gruppo di entità di pre-formare in successione le dodici parti del futuro corpo umano, e si stabilisce una successione: il tempo. Lo spazio a tre dimensioni non si formerà in realtà che sulla T erra. 

La Scienza Occulta indica poi come questa essenza saturnia, che può essere paragonata ad una specie di calore estremamente sottile, si sia condensata poco a poco restringendosi. Essa si scinde: una parte delle entità ricettive, troppo lente ad evolversi, tendono a ritardare l’evoluzione, ad appesantire il globo, mentre altre evolvono verso la pura luce. La sfera pimitiva passa così dal calore sottile allo stato di fumo, di vapore, si dice generalmente: di aria, poi secondo la medesima tendenza, allo stato liquido, e infine allo stato solido della nostra Terra attuale. La separazione iniziale si è dunque accentuata al punto di giungere ad una «Terra» completamente isolata in se stessa, e la cui materia densa è il contrario stesso dello Spirito; e poiché questa materia è, in origine, essenza di volontà spirituale (i Troni), essa manifesta ormai una tendenza estrema a mantenere questo isolamento, a divenire un mondo indipendente, il contrario, il nemico dello Spirito primordiale. Se questo irradia  come la luce, la Terra solida, al contrario, è oscurità; è l’opposizione manichea della «Terra lucida» primitiva, e della «Terra pestifera» attuale. È altresì ciò che si può chiamare il Male cosmico per opposizione al Bene cosmico, e procedente dalla divinità creatrice.

Ora, il corpo dell’Uomo, in origine fatto di calore, ha partecipato a questa densificazione; se non è arrivato alla durezza cristallina delle nostre montagne primarie, è che esseri spirituali lo hanno protetto da ciò, la carne che lo costituisce è ancora compenetrata di vita; solo, la struttura di sostegno, lo scheletro, si è ossificato, e la testa, per lungo tempo aperta verso l’alto, si è richiusa, isolando così il pensiero. Questo pensiero che la vita divina non attraversa più, questo pensiero «umano», è alla base di ciò che noi chiamiamo coscienza; esso è la condizione della nostra libertà nei confronti degli dèi. […] Il male cosmico ha dunque come risultato – e come scopo – quello di realizzare delle individualità umane, coscienti, e libere:  

«Le forze del male non esistono nel cosmo per portare gli uomini ad azioni delittuose. Esse esistono invece per suscitare nell’uomo, quand’egli sia chiamato a sviluppare l’anima cosciente, l’inclinazione ad accogliere la vita spirituale  nel modo», Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, V conferenza , tenuta a Dornach, il 26 ottobre 1918, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p.105.

[HdP: per la sua importanza rispetto al tema della funzione del Male nell’evoluzione dell’uomo e del mondo nel Manicheismo, trascrivo qui il corrispondente testo tedesco di Rudolf Steiner: «diese Kräfte des Bösen, um den Menschen zu verbrecherischen Handlungen zu führen, sondern sie sind im Weltenall dazu vorhanden, um, wenn der Mensch aufgerufen ist zur Bewußtseinsseele, in ihm die Neigung hervorzurufen, das geistige Leben so zu empfangen», Rudolf Steiner, Zeitgeschichtliche Betrachtungen, GA-185, Rudolf Steiner Verlag, Dornach. 1982, p. 111]

La coscienza della nostra solitudine, di quel che si chiama oggi l’assurdità della condizione umana, ci condurrà in effetti a ricercare e a ritrovare lo Spirito. Ma innumerevoli esseri hanno accettato nel nostro interesse di lasciarsi stregare [ensorceler in francese] nella materia, se altri hanno rallentato la loro evoluzione per non abbandonarci interamente, non è altro che giusto che l’uomo, dotato di un vantaggio inestimabile, li restituisca, poco a poco, nella misura dei suoi progressi, alla loro condizione spirituale prima, e, a sua volta, li aiuti nella loro evoluzione, giacché tutto evolve: è il debito cosmico dell’Uomo nei confronti dei regni inferiori. Tuttavia non vi è  soltanto il male cosmico: tutti abbiamo in noi la tendenza a isolarci nella nostra individualità personale, non soltanto dagli dèi, ma anche dai nostri fratelli umani: l’egoismo, l’incomprensione, la frenesia di voler tutto riportare a sé, è il male umano. Bisognerà vincere  anch’esso, e risollevare coloro che vi si abbandoneranno: questa redenzione, lenta ma necessariamente totale degli uomini malvagi e dei regni inferiori che si sono sacrificati per noi, è la ragion d’essere del manicheismo».  

Possiamo dire che questo pensiero dell’operare alla salvezza di coloro che per noi si sacrificarono, affinché ascendessimo ad una condizione spirituale più alta, sia l’essenza cristica stessa del Manicheismo, così come lo è della concezione del Mahâyâna del Bodhisattva, il quale è talmente interiormente ‘libero’ da decidere coraggiosamente di ‘rimandare’, sine die, la propria stessa ‘liberazione’, e la stessa beatitudine del Nirvâṇa, sino a che «l’ultimo filo d’erba, e l’ultimo granello di sabbia del Gange, non abbiano raggiunta l’Illuminazione, e la Liberazione prima di lui». È la Via della ‘Grande Compassione’, Mahâkaruṇa, che scaturisce dalla della ‘Sapienza Trascendente’, Mahâprajñâ, : la Via del Bodhisattva Avalokiteśvara. È l’impulso cristico del Graal, che nel Parzifal di Wagner fa pronunciare le parole finali: «Salvezza al Salvatore». Ma proseguiamo con la trascrizione delle parole di Simone Hannedouche:

«Ciò [sc. la redenzione e il risollevamento di coloro che, sacrificandosi per noi, sono caduti in una condizione inferiore] non si farà senza lotte, e la resistenza sarà violenta: è per questo motivo che Mani presenta la sua cosmogonia  come un combattimento che comincia con la manifestazione: da lì viene l’accusa di dualismo assoluto. Egli non parla di ciò ha preceduto tale lotta, egli insiste sull’esistenza effettiva del male, che Sant’Agostino negherà.

Il primo Eterno esiste prima di tutto ciò che è esistito ed esisterà: questo Dio unico è al di sopra di tutto, è il Padre della Grandezza (Zervan, il Tempo senza limiti) e dai lui procedono le «emanazioni divine». […]

La cosmogonia di Mani ci pone immediatamente nella fase di evoluzione che R. Steiner chiama la fase solare; l’elemento di calore si condensa, la luce si svincola verso l’alto, mentre che il «fumo», l’aria, si accumula verso il basso. Durante l’evoluzione del mondo solare, gli Arcangeli si costituiscono un corpo gassoso, ma lo lasciano, secondo un ritmo regolare, per irradiare nello spazio la Saggezza divina. È allora che si stabilisce un antagonismo: Lucifero l’entità ribelle, sedotto da Satana, il principe delle tenebre, vuole restare presente in questo corpo gassoso ed impadronirsi per se stesso della Saggezza divina, per rinchiuderla in sé e non irradiarla; mentre Colui che chiamiamo il Christo, si offre alle entità divine superiori perché, attraverso di Lui, esse possano irradiare la Saggezza. Due «regni», secondo l’espressione manichea, sono così in presenza; quello del Principe delle Tenebre la cui «sostanza» è l’aria e quello dell’Entità di Luce. E il desiderio nasce nel  Principe delle Tenebre di «conquistare con i suoi demoni quella regione straniera e sfolgorante, e di assimilarsela inghiottendola in sé», H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Civilisation du Sud, S.A.E.P., Paris, p. 76.

Di fronte alla minaccia di un tale assalto, il Padre della Grandezza invia la propria «anima», quell’«io» che Mani chiama l’Uomo primordiale, ma questo Messaggero viene divorato dai Demoni. È facile riconoscere qui l’azione dei Cherubini che, dal circolo dello Zodiaco circondante la sfera solare, proiettano nella parte gassosa l’immagine delle quattro forme primordiali, l’Aquila, il Toro, il Leone, e l’Angelo, la cui armonia l’Uomo futuro realizzerà. Il Padre della Grandezza «mescola» così all’oscurità, quel lievito di potenza divina, di vita, che a poco a poco trionferà delle forze di condensazione inerenti all’elemento oscuro che diventerà materia.

E, difatti, per salvare l’Uomo primordiale  così «inghiottito», il Padre della Grandezza suscita una seconda creazione, lo «Spirito Vivente», che interviene in una nuova fase dell’evoluzione: l’antica Luna, secondo la Scienza Occulta di Rudolf Steiner. – L’aria è divenuta acqua e, in quel nuovo abisso, Lucifero è caduto con i suoi angeli, trascinando l’Uomo primordiale. Ma lo Spirito Vivente «chiama»: la Scienza Occulta spiega che ad ogni condensazione risponde uno svincolamento di un elemento più puro: il suono corrisponde all’acqua. Essi si separano più nettamente di quanto non abbiano fatto la luce e l’aria nel Sole: due astri si distaccano, l’uno, luminoso, l’altro, oscuro: è ciò che Mani indica con la chiamata dello Spirito Vivente e la risposta dell’Uomo primordiale che sale dall’abisso. Lo Spirito Vivente tende allora la mano destra all’Uomo primordiale ch’egli trae fuori dall’oscurità: questo segno di saluto si è conservato nella stretta di mano manichea. 

Ma se l’Uomo primordiale irradia come un nuovo Sole al di sopra dell’abisso, la sua anima è rimasta mescolata agli elementi densificati: essa è, in effetti, quella sostanza luminosa derubata e conservata da Lucifero. Lo Spirito Vivente organizza allora la fase seguente dell’evoluzione della Terra con il «rozzo corpo degli Arconti». Noi riconosciamo la struttura della Terra con i suoi continenti, i suoi oceani, ed altresì la disposizione del Cosmo con i dieci firmamenti, le dieci gerarchie (contando quella dell’uomo) e le otto terre, cioè gli otto pianeti dell’Omoforo, il corpo, il corpo portatore dell’uomo, porta sulle sue spalle: Terra, Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove e Saturno.

E, come terzo inviato, il «Messaggero», che forma il nostro «sé spirituale» (secondo Steiner), incaricato di liberare poco a poco la luce rimasta prigioniera nella materia mediante la trasmutazione di questa in spirito: ma sorge un nuovo contrattempo: la bellezza della forma luminosa del Sé spirituale suscita il desiderio di «Az», la materia concupiscente. Essa costruisce dei corpi della stessa forma, li riempie di materia, e Lucifero porta le anime ad introdurvisi «per conoscervi il bene e il male». E le anime sedotte si ritrovano prigioniere di quei corpi di carne e legati alla Terra mediante la procreazione carnale. La minaccia è grave: diviene necessario un quarto inviato: è Gesù-Splendore, Gesù Glorioso, l’Uomo-Dio, che noi chiamiamo il Christo. Questi «risveglia Adamo, gli apre gli occhi lo fa alzare ed ergersi… gli rivela l’origine infernale del suo corpo, la sorgente celeste del suo spirito, gli disvela la «gnosi», la scienza di tutte le cose, di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che è, e di tutto ciò che sarà», H. Ch. Puech, op. cit., p. 82.

A partire da questo momento, grazie alle forze solari del Christo ch’egli può prendere in sé, è l’uomo che condurrà la lotta contro il male, liberare la propria anima, e riconquistare il proprio corpo spirituale così come i suoi principi spirituali sino all’Io primordiale. I tre sigilli dell’iniziato manicheo sono i segni di questa evoluzione, ma l’uomo, perfezionandosi, purificandosi attraverso vite successive, libera la «sostanza divina inghiottita, che emerge e si libera dell’Oscurità al tempo stesso che esaurisce la vita della materia», H. Ch. Puech, op. cit., p. 83. Le peripezie di questa lotta, indicate sino al completamento della fase terrestre fisica, concordano con quelle che annuncia Giovanni nell’Apocalisse. In quel momento, la «Statua umana» sarà completata: il sé spirituale nel corpo spirituale, ma la realizzazione completa dell’Uomo, spirito della decima gerarchia, e la redenzione del male proseguiranno in fasi di evoluzione che Mani non precisa più e che dobbiamo ricercare nella Scienza dello Spirito.

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Certamente, il manicheismo è all’opera sin dalla venuta del quarto inviato, il «Gesù-Glorioso», ma esso non si rivela che nel terzo secolo della nostra era con l’incarnazione di Mani. Prima del Christo, erano gli dèi di luce stessi che intervenivano per impedire alle anime di sprofondare totalmente nell’abisso; ora che esse hanno la forza di salvare se stesse, prima che l’Uomo abbia piena coscienza del suo potere, è Mani che interviene ogni volta che un pericolo grave minaccia l’evoluzione umana. […] È per questo che il suo nome personale rimane ignorato: egli è «Manas, Mani», il Sé spirituale e i suoi discepoli lo venerano come il Paraclito, lo Spirito Consolatore promesso dal Christo, lo «Spirito Santo».

Nel mito del Graal, nel suo precipitare dai Cieli, dal mondo della Luce, in séguito alla lotta con l’Arcangelo Michael, Lucifero perdette la pietra verde ch’egli portava col suo diadema sulla fronte. Da questa pietra verde venne poi ricavato il Graal, il Sacro Calice nel quale Giuseppe d’Arimathea raccoglierà parte del sangue del Christo. Il Graal fu portato in Occidente – fatto estremamente significativo – e dato in custodia prima a Titurel, poi ad Anfortas, e custodito nella inaccessibile Sacra Rocca, nel Castello del Graal. Infine, fu Parzifal a divenire Re e Custode del Graal. Per chi conosca la ‘leggenda del Graal’, così come essa venne sapientemente raccontata da un Iniziato come Wolfram von Eschenbach, non vi è alcun dubbio circa il fatto che, nella saga da lui riportata, si abbia a che fare con una forma iniziatica, e profondamente spirituale, di Cristianesimo che nulla doveva all’imperante, e arrogante, ortodossia  cattolica, che proprio in quegli anni, nella cosiddetta ‘crociata contro gli albigesi’, procedeva a sterminare i catari, da essa definiti, dal suo punto di vista con ragione, ‘manichei’. Anzi, molti studiosi hanno visto nella ‘spiritualità misterica’ che aleggia nella trilogia di Wolfram von Eschenbach – il Titurel, il Willehalm, il Parzifal – una forma di spiritualità ‘catara’ e ‘manichea’. La cosa è per me assolutamente certa, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner parla di Parzifal come del rinato Mani. Alla base dell’impresa del Graal vi è la restituzione dello stato primordiale dell’uomo in forma novella, la ricostituzione dell’Androgine Celeste, della Coppia Univoca, la redenzione del Male mediante la sua trasmutazione in Bene, la trasformazione della Tenebra in Luce.   

Nel mito, riportato da vari autori, il Graal è sia una ‘pietra’ – la gemma perduta da Lucifero nella sua caduta dai Cieli – sia un ‘vaso’, un ‘calice’ nel quale venne raccolto sul Golgotha il sangue del Christo – ed è singolare che il nome ‘Mani’ – che in sanscrito significa ‘gemma’, ‘pietra preziosa’, come nel caso della ermetica e alchemica ‘pietra filosofale’, autrice di ogni mirabile ‘trasmutazione’ – e che in siriaco ‘Mana’ significhi ‘vaso’, ‘ricettacolo’, e che Agostino di Ippona, che nella sua gioventù era stato ‘uditore’ manicheo per nove anni, riferisca che per i suoi antichi compagni di fede il nome ‘Manicheus’ – come anche veniva trascritto il suo nome nelle fonti latine –  significasse «pietra vivente» o «vaso vivente» (in siriaco Manî Hayyâ, e Mana Hayyâ). Questo ci riporta al tema del Graal, e della sua impresa. Il lettore avrà modo, nel proseguo del presente studio, di vedere la connessione profonda di queste considerazioni col tema che tanto ci preme approfondire.