NON MAESTRI O DISCEPOLI MA UOMINI LIBERI

catena

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libertà vò cercando, ch’è si cara, come sa chi per colei vita rifiuta” d.a.

quando suoneranno le trombe del Giudizio, andrò a prendermi un caffè” f.a.

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Cari amici e lettori, chi conosce anche il superfluo delle cose del Dottore, capisce che il titolo di questa nota è la riproduzione modificata del motto che Steiner adottò durante il suo periodo universitario, sebbene l’originale sia come un pugno nello stomaco per le anime belle: dunque m’accontento di molto meno.

Rimane comunque una provocazione, visto che quasi nessuno è capace di farsi i fatti suoi senza l’ossessività moralistica.

Non mi spiacerebbe tessere le lodi del “sublime egoismo”. Magari, e perché no? Sublime o meno è dall’ego che inizia il viaggio e chi non vuole l’ego, rimane in Stazione: viaggiatore che non viaggia.

Ma non è questo il punto: quello che vorrei indicare piuttosto sarebbe l’idea della fedeltà alla propria tradizione interiore, anzi: “Tradizione”: così si capisce che dalla terra esteriore passo ai Cieli interiori, nella zona in cui la personalità contingente rimane giù, abbarbicata con “tenaci organi alla terra”.

Di questa tradizione interiore Scaligero ne parla e da come ne parla si può capire come non sia né cosa facile comprenderla, percepirla né cosa facile poterla afferrare: eppure essa esiste latente in ciascuno di noi, e si svela a patto che si sappia uscire da noi stessi, dal nostro simulacro.

Anche in tale senso la via regia è l’esercizio a sé sufficiente – quello che porta in sé il passo essenziale sulla via di Michele – che con i suoi (nostri) superamenti, integrato a meditazioni, colte intuitivamente, ci avvicina al filo soprasensibile che ci attraversa dal passato all’avvenire: questo aspetto, parlando di meditazione, l’ho sorvolato ma in effetti, sul cammino della concentrazione, ci vengono incontro vari contenuti meditativi che non provengono dall’esterno ma dalla tangenza dello spirito sull’anima. Poi su una linea non tanto diversa il Dottore ha indicato un ampia scala di esercizi karmici.

E tutto ciò solo quando, al contempo, ci si renda vittoriosamente capaci di uscire dalla fittissima tela di ragno che si è formata e di continuo si forma sulle parole e sulle immagini che provennero dai maestri spirituali.

Cari amici, se rimaniamo irretiti in quella tela, finiamo immobilizzati e soffocati, come gli insetti che pendono imbozzolati sulla tela dei ragni veri.

Naturalmente nessuno considera se stesso, in un certo qual modo, ridotto a tale condizione: in realtà è un buon meccanismo protettivo il fatto che l’uomo possa eliminare dalla consapevolezza ciò che potrebbe trascinarlo nell’angoscia e nel disgusto di sé: così può agire nella vita con l’energia e la fiducia che, ad ogni risveglio, si rinnova.

Rimane solo un “ma”. Questo consiste nel fatto che ogni sentiero interiore è anche una via di autoconoscenza: così ad ogni gradino della scala verso i Cieli sembra che corrisponda ogni genere di scoperta di quanto – ordinariamente – rimane celato nel buio della cantina.

Ciò non deve impedire il lavoro interiore, poiché ogni rafforzamento rende l’operatore capace di guardare, senza esserne travolto, il peggio che si rende percepibile.

Però muta lo stato delle cose: è indiscutibile la perdita della semi-innocenza, della sempre positiva valutazione di sé: l’amnio viene strappato dagli occhi e si viene a conoscenza che, a sorreggerci vi sono le alterate forze che conosciamo coi nomi di falsità, presunzione, codardia, malvagità, lussuria…e nemmeno continuo.

Insomma, come diceva Scaligero, scopriamo di essere dei grandi, grandissimi farabutti: così termina la fase ricreativa della nostra vita: ora, per amore o per forza, inizia il tempo della serietà interiore.

In questa condizione di chiarezza è possibile distinguere nettamente il gobbo e il diritto: il gobbo è sterminato e il diritto è un’ asse sottile posta in verticale, sempre pronta a dissolversi. Se si è onesti fino in fondo si realizza: a) che non è più possibile mischiare, come eterni bambinelli, queste due entità, b) che i brevi momenti di verticalità appartengono ad una condizione eccezionale, del tutto diversa dalla comune cinestesia: quella in cui permangono sempre buona parte degli spiritualisti.

Dalla consapevolezza scarsa ed irretita scaturisce l’ottusa serie di sussurri che salutano ogni scritto che appare su Eco: taluni avvertono come irritante il costante riferimento alle poche indicazioni che contano per chi se la sente di camminare con le proprie gambe.

Qui nessuno (almeno lo spero) crede di essere un Mosè con le tavole della Legge ma almeno tenta di essere onesto nel riferire ciò che ha compreso o sperimentato con le capacità proprie. Io, se mi è permesso citarmi, faccio un lavoro suppletivo: confronto ciò che faccio con quei pochi, non ostili ma diversi per costituzione e carattere, che a modo loro fanno un percorso simile. E, credetemi, le difficoltà insite nell’obbiettivare certe fenomenologie, svaniscono come neve al sole.

Se si pensa sul serio si può fare molto e se due persone pensanti riescono a scalare, da concetto a concetto, l’impervia salita alla comprensione di un’idea, sperimentano anche una comunione forte e luminosa: occorre provare una cosa simile: in questo sforzo tutto in noi retrocede, si arresta. Corpo, personalità e la fumisteria dei sentimenti…tutto ciò sparisce ed è l’idea che riversa vita e calore in tutto il nostro essere. Vi sono molti che giudicando erroneamente, stimano l’incontro e la comunione come esperienza di sentimento. Magari è vero il contrario: il sentire ci appartiene come individui singoli mentre il vero pensare trascende il personale, esso è universale. Ed è da esso che il sentire può rinnovarsi e gettare l’angusta maschera che lo ha reso meschino e ancora meno reale delle immagini del sogno.

Avevo già osservato, quando mi accordavo con Scaligero per un incontro, che nel tempo che trascorreva tra accordo e incontro, riuscivo a risolvere per mio conto dubbi e domande che avrei voluto mettere sul suo tavolo. Questo è ciò che ottenevo pensando a fondo ogni problema.

Per questo e altro posso dire che Massimo fu un (il) maestro ma, almeno per me, sostanzialmente indialettico e così, semplicemente, mi ha indotto e mi induce a suscitare e rafforzare la memoria di un’essenziale libertà, compresa quella da lui, se inteso solo come personalità storica.

Questa libertà non sa che farsene del binomio maestro-discepolo: essa mi si comunica da dentro a fuori e mai viceversa: più esattamente trova fuori quel tanto che c’è dentro.

Solo i nati-per-sentirsi-buoni potranno credere che così stia tirando calci a Steiner e Scaligero, mentre invece la gratitudine e il rispetto verso di essi è diventato parte del mio più intimo essere, ed è proprio per non tradire la purità della connessione posso, coerentemente all’elemento spirituale del loro insegnamento, stare in piedi da me stesso, non appoggiarmi alla loro immagine.

Già! La loro immagine! Sfigurata, vilipesa, fatta coriandoli…non parlo di “nemici”(quelli sono fisiologici) ma di chi giura eterno discepolato. Parlo di coloro che usano righe e brani del Dottore: eppure dicono di sapere che l’Opera è organica ed in tal senso ciò che costantemente riportano sminuzzato è un pezzo morto, sfatto. Irrealtà proposta giornalmente: opera meritoria? Adamantina coerenza? Non scherziamo! Lo sfregio, l’ulteriore inganno è strappare bocconi delle sue conferenze in maniera che venga ad apparire ciò che si vuole, in contrasto con l’essenza ed il fondamento delle sue Opere: incommentabile!

Allora è lecito pensare che a tali “campioni” nulla importi se non la manipolazione per ambigui scopi personali. Cioè come dice sempre un mio silente amico: “la scienza dello spirito viene pensata oppure usata: usata non è più scienza dello spirito ma autocelebrazione, profitto o piacere personale”.

Dire questo a quei campioni è peggio che inutile: ti passano subito nell’archivio dei censori draconiani e unilaterali, poiché essi pensano solo mediante schemi di pensieri cristallizzati, pensieri defunti che devono continuamente venir sostenuti dal sentimento più personale che ci sia per sembrare vivi: ti fanno capire di essere (loro) la giusta sintesi: la terza via.

Il sentire cioè la loro “araba fenice”, che per l’ovvia fenomenologia della costituzione umana sale dal basso, viene sognato come amore. Credono di sublimare la loro disposizione animica in una sorta di amore orbo. Così elargiscono, a profusione bulimica, antroposofia manipolata ai deboli, ai fuori di testa, ai corrotti: non rendendosi mai conto che così facendo si sorregge e si alimenta non l’individuo ma la sua malattia, la sua devianza, aggravandola. In ciò esiste ancora un grado di bassezza: si legano le povere anime alla gratitudine…che non è virtù ma il mezzo del ricatto più astuto.

Sepolti all’interno della loro recita di devozione e bontà sono catafratti verso ogni concetto che venga da fuori del loro mondo, che non faccia parte dei pensieri staticamente posseduti ormai da una vita: questo ho potuto (io ma anche altri) osservarlo in diretta.

Ma le facce di bronzo si esprimono con autorevolezza: si presentano ai barbari ignoranti che siamo con l’affermare un prestigioso discepolato: così certi del proprio grumo intestinale che possono esprimere con disinvoltura frasi ridicole come questa: “Sento che Massimo vorrebbe che io…”. Roba da fucilazione a vita!

Quello che invece si capisce benissimo è che il “discepolato vanesio” li ha asfaltati: blaterano di libero pensiero ma sono dominati da qualcosa di simile ad un esteso lapsus freudiano (parapraxis) proprio perché non conoscono cosa esso sia e cosa possa essere la libertà: quella fuori dalle convinzioni e dai testi letti.

Questo è il limite (e il danno) di chi rimane fermo perché inchiodato dalla rappresentazione del maestro e del discepolo: non legato dalla devozione ma dalla soddisfatta pigrizia dell’anima. Del resto l’anima pigra perché sognante è il comune denominatore di quasi tutti i gruppetti che ancora vivacchiano intorno al “santino”.

Così come l’antroposofia è oggi un panorama di macerie, più o meno lo stesso vale per i circoli che si dicono di ispirarsi a Scaligero. Quella sua profetica frase: “Dopo che me ne sarò andato, qui non resterà più nulla” che non fu soltanto detta a me ma non so a quanti – io ne conosco altri due – proprio non vuole entrare (almeno come ipotesi di riflessione) nelle teste dure. Figuriamoci! Comporterebbe un approfondito esame e forse una severa revisione di quanto si è fatto negli ultimi trentacinque anni, transumanze al ribasso comprese.

Cari amici, Steiner non è bastato, Scaligero non basta. E perché non bastano se hanno dato tutto e di più? Perché è il vostro lavoro, il vostro sforzo che manca, che è venuto a mancare! Perché, ubriacati o sazi o abbagliati dal troppo splendore che irradiava dalle parole dei maestri, vi siete fermati – quasi subito – a dormire sul ciglio della Via.

Certo, i maestri e la connessione spirituale con essi è un atto essenziale e questo lo sanno meglio loro che voi, ma non è un fatto stabilito, non è cosa simile ad un oggetto o ad una quantità e non è nemmeno necessaria una presenza sensibile. Credo si possano contare a centinaia quelli che, andati a pellegrinaggio da Scaligero, lo abbiano poi salutato, forse più sereni o ringalluzziti, ma ciechi e sordi come erano prima. Questo perché? Scaligero (come Steiner prima di lui) insegnava col suo proprio essere la libertà secondo il canone dei Nuovi Tempi, sicché ognuno restava libero di accogliere o meno la sapienza spirituale che in lui si manifestava.

Poi c’erano anche quelli che ammiravano l’uomo, ma l’uomo è morto, cosicché hanno poi mantenuto lo status di “orfani” (cosa mai non si fa pur di non far niente!).

Insomma voglio chiarire che, nel nostro tempo, i maestri indicano la strada, forniscono l’armamentario delle giuste pratiche ma non fanno il lavoro che spetta a noi: questo dovrebbe essere assai facile da capire (è da notare che Scaligero, molto attento anche nelle espressioni, non volle mai sentirsi attribuire il titolo di maestro: basterebbe questo ad inficiare gli intenti di chi non riesce fare a meno di chiamarlo Maestro: ciò si rivela – assai semplicemente – come ossequio rivolto a se stessi nel regale ruolo di gran discepoli). Da quando – scusate – chi chiama “Maestro, Maestro” fa la volontà dei Cieli?

In pratica spetta ad ognuno essere il centro di tutto. Spetta a voi, ad ognuno di voi, con un lavoro che si prospetta duro, difficile e sottile, rafforzare e trasformare le potenze dell’anima in modo che essa possa giungere a quel radicale vuoto di sé che può accogliere l’infinito senza frantumarsi. Ciò esige una condizione di libertà (reale: non recitata) che i legami sensibili non possono immaginare: una indipendenza che sarebbe vissuta con terrore da chi non può non appoggiarsi di continuo alla forma della dottrina e all’immagine dei maestri.

Queste son cose che vanno superate e non è facile per chi non abbia sperimentato attimi di trascendenza. Sebbene a onor del vero, superati i primi incerti tentativi, basterebbero rette concentrazioni per provare e sapere che si aprono alla coscienza condizioni e livelli che superano la natura e, sostanzialmente, il piano della sua piattezza: visto quello che passa, per questo continuo a dire che quelli che fanno davvero concentrazione mi starebbero nel palmo delle mani. E gli altri? Mentono!

I mentitori, in buona o cattiva fede, sono marea: mossi dalla luna in un buio senza stelle. Di continuo ammaliati dal gracidio delle sirene d’acqua fetida, quatte in ogni pozzanghera antroposofica o spiritualistica acquasantiera.

11 pensieri su “NON MAESTRI O DISCEPOLI MA UOMINI LIBERI

  1. Grazie a te, Paolo!

    Sai, ho tirato cornate da (quasi) tutte le parti, prediligendo le sante mummie che “blablano” a schizzetti continui di spiritualità.

    Però mi sono dilungato mentre il problema è di disarmante semplicità. E posso condensarlo in una domanda: Qual’è l’assetto dell’anima di fronte al pensiero espresso dalla Scienza spirituale?
    Quasi tutti fanno così: ben rimanendo in sé leggono, ascoltano…loro qua e la comunicazione, il testo o quello che è, lì davanti: separato dallo spazio e dalla propria psiche. Così si diventa “grandi”, “sapienti”, “saggi” e invece SI E’FATTA UNA BANANA DI NIENTE.

    Occorre permettere che testo o comunicazione AGISCANO in noi.Punto!
    Così ciò che ho chiamato assetto viene modificato. E che ciò sia “arabo” lo si vede in continuazione: quando i campioni parlano di spirito si rimane sgomenti: sembra che nemmeno tre pagine di (a caso) Teosofia abbiano raggiunto la loro anima. Perciò quando parlano è solo forma e carattere personale che si manifesta e, al perfetto contrario delle parole dette, vorrebbero che fosse un universale. Questo atteggiamento, praticamente opposto ai contenuti della Scienza spirituale è del tutto indecente: arrivando ad alterare e disconoscere i significati espressi dai maestri (vista la quantità di materiale, con Steiner è più facile, con Scaligero pare più difficile: allora è soltanto possibile sforbiciare mezze righe).
    Naturalmente, per chi vanta discepolato di prima classe e fa questo, direi che la situazione è un tantino oltre il grave.
    Così vengono pure scannate (metaforico) le pecorelle ingenue e quasi innocenti.

    • “Un tantino oltre il grave”!
      A legger cio’ le animelle adesso torneranno a stracciarsi le vesti candide!
      Ovvove!
      Come si possono criticare le prediche antroposofiche, tante belle parole intrise di morale, tante citazioni cosi’ adattabili al pensare personale di codesti vanesi pretuncoli?

  2. Leggere i Testi…. lasciare che essi parlino e tacitare le proprie programmazioni automatiche, sollecitare il vero sentire desideroso oltre misura di cogliere la Verita’ in essi contenuta e non la propria…….fatica immane, che sola pero’ puo’ essere premiata…..

  3. Cara Savitri, permettimi un piccolo appunto ad uno dei tuoi interventi. Tu, generosamente, hai dato spazio indicativo al (vero) sentire, ma la cosa (il processo) è fenomenologicamente più drastico: il tremendo passo indicato dal Dottore, e come sempre impercepito, principia là dove la filosofia cede la strada ad un iniziatico processo di morte di sé:” Là dove si prendano le mosse da un oggetto (o soggetto) con una determinazione di pensiero, l’errore è certamente possibile fin dal principio, e cioè subito nel porre quella determinazione. La giustificazione di quella determinazione dipende invero dalle leggi che l’atto conoscitivo pone alla base: ma tale giustificazione può risultare soltanto nello svolgimento dell’indagine della teoria della conoscenza. Solo se si dice: io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni del pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione, solo allora ogni errore è escluso. (Verità e Scienza, pag.176/177. Carabba 1932)”.
    Questo è il processo più corretto. Ha molti livelli di realizzazione. Al suo minimo è un processo attuabile da ogni essere umano “normalmente organizzato” che infatti lo attua comunemente in attimi immisurabili.
    L’asceta inizia a produrlo volitivamente. Come? Dominando la sua propria attività concettuale. E’ poi l’essenza del “pensiero potente” che si organizza da sé nella “lettura” di (poniamo) Teosofia, che discende nel cuore: iniziale liberatrice della Sapienza di cui tutti parlano a sproposito.

  4. Non credo, caro Isidoro, che a coloro che da soli si son eletti “anime belle” piaccia granché la “perfida” sincerità, con la quale disveli l’arcano, tenuto ben celato, della truffa e della menzogna delle quali essi sono autori nei confronti della loro stessa anima…

    Ma la cosa è sin troppo comprensibile, perché nella sua scarna nudità l’ascesi proposta non è certo tale da risultare consolante per le “anime belle” che bramano permanere nell’apparente comodità – falsamente rassicurante, e in realtà esiziale – di catene, ceppi, lacci e lacciuoli. E tu che fai?! Sai bene che la Via, nella sua scarna nudità, “scarnifica” tutto il superfluo e l’inutile illusorio, di cui la “animula vagula blandula” – come la chiamava l’imperatore Adriano – si riveste per apparir a se stessa “bella” ed eziandio molto “buona”.

    Sai pur bene che “scarnificandola” e asportandole le calde e mendaci vesti delle quali si ricopre, la denudata “anima bella” mette poi a nudo ferite aperte e piaghe purulente che, più che altrui, è a se stessa che non vuole mostrare. Oltre a ferite e piaghe, sono la sua radicale debolezza, la sua tremula pusillanimità, la sua turpe viltà pronta ad ogni tradimento, ad ogni commercio e mercato, che vengono messe allo scoperto in modo tale che essa sia costretta a vederle, e non possa più ignorarle.

    Mentre vi sono dei notevoli ed indubbi vantaggi ad essere – e sapere di essere – dei lupacci cattivissimi, e dei farabuttissimi predoni della steppa. Perché essendo dei pessimi soggetti, davvero poco raccomandabili, si avranno molte meno illusioni su se stessi, né si sarà così ingenui e sprovveduti da fidarsi di una pretesa “bontà” fondamentale della propria natura. Non commetterà lo sconcertante errore di confidare nella propria infida natura nell’intraprendere e percorrere il sentiero dell’Iniziazione.

    Per esperienza, oramai so che è molto più facile separarsi da una propria farabuttissima delinquenziale natura personale, che non da una angelicata “anima bella”. Perchè, nella Via del Pensiero, OGNI natura personale – delinquenziale o angelica che sia, va trascesa e non sublimata.

    La Concentrazione viene eseguita col pensiero che si è comunque capaci di attuare, malgrado, oltre e senza qualsivoglia natura personale. Nell’eseguire la Concentrazione, non si è né giovani né vecchi, né maschi né femmine, né cristiani, buddhisti, induisti o confuciani, né dotti né incolti, né intelligenti e abili, né goffi e tardi. Volendo essere radicali, neppure morali o immorali. Semmai la moralità sarà il risultato – non la premessa o la condizione – dell’atto conoscitivo che si realizza nella Concentrazione.

    La Concentrazione è l’atto nel quale s compie la liberazione del pensare da tutti i limiti e da ogni condizionamento possibile. Conseguenza dell’essere liberi sarà il divenir morali, non viceversa. Invertire i termini della questione è affondare nel fango della menzogna, dell’ipocrisia, della recitazione moralistica, rispetto alle quali vale l’ammonimento di Maasimo Scaligero:”Meglio delinquente che borghese!”.

    isidoro, mi si stanno già sfondando i timpani per gli urli di coloro che recitano: quattordicimila settecento ventotto passi nella moralità, e nessun passo nella conoscenza sarà necessario!”.

    Isidoro, vuoi farti nemici mortali? Basta dire la verità! Come ti stai ostinando a fare!

    Hugo che da cattivo lupaccio,
    delle anime belle farà sempre gran spaccio.

  5. Caro Hugo, d’accordo con te: in extremis può essere più salutare essere un figlio di buona donna che tinto dai colori della bontà. Di persone davvero buone conosciute nel corso di una vita, posso contarle e ricontarle sulle dita di una mano. Poi, com’è naturale, vi sono tantissimi che, come le serpi del caduceo, intrecciano bontà e malvagità…Dunque mi uccidono col riso gli sbandieratori dell’amore illimitato: che buffoni!
    In effetti l’esoterismo inizia là dove questi (e i loro sodali) non ci sono proprio. Non comprendono (e non vogliono comprendere), non sanno (e non vogliono sapere): ciò è in parte logico poiché l’esoterismo è esperienza.
    Ma rifiutare la possibile comprensione mi pare che vada oltre il “peccato”: non ho termini per definire questa condizione.
    Faccio l’esempio del primo scritto del dott. Colazza su UR: Barriere.
    Nel suo linguaggio elementare, sintetico, traccia buona parte di quello che, sudando le sette camice, un individuo può fare per un notevole tratto di strada. Non v’è nel breve articolo parola o concetto che possa dirsi incomprensibile.
    I quattro articoli di Scaligero scritti per Vie della Tradizione, che abbiamo riportato su Eco, sono un po’ più impegnativi…ma suvvia! Già lì c’è tutto quello che occorre: dal senso della pratica alla pratica.
    Certo, uno può fare tante cose diverse nella vita e credo che qui nessuno abbia sparlato di chi gioca a golf.
    Invece si sottolinea l’azione degli imbroglioni: quelli che usurpano con mirabile costanza una presenza attiva nel cuore della Scienza dello spirito.
    Ognuno di questi è un sassolino, ma tutti insieme e aggiunti ai calcinacci dell’antroposofia, fanno frana, sono distruttivi.

    Perciò, cari amici, continuerò talvolta, a scrivere intorno a questo fenomeno di adulterazione…potete non credermi ma mi è sostanzialmente estraneo ed è in sé alquanto brutto. Perciò lo ritengo solo doveroso.

    Hugo: in effetti i “nemici mortali”, sono solo mortali…

  6. Hehehe! Caro Isidoro, un altro dei vantaggi, che forse ti è sfuggito, dell’esser essere un lupaccio cattivissimo, un trucidissimo predone della steppa ed un pessimo soggetto, è che – a differenza delle timorate e molto virtuose “anime belle” – oltre ad aver ben poche illusioni sulla nostra farabuttissima natura inferiore, e ancor meno su quella, ben mascherata, delle suddette “anime belle”, non abbiamo una “faccia” da salvare ad ogni costo o, come dicevano i Latini, una “facies”, ovvero quella che gli anglomani chiamano un “look”, e ci si può così permettere il lusso di parlare come più ci piace, o come ad altrui NON piace affatto, e di dire anche cose terribilissime.

    Poiché dalle suddette virtuosissime e cristianissime “anime belle”, oramai da decenni, siamo stati ampiamente infamati – prima rigorosamente alle spalle e in segreto e poi, una volta fatta sufficiente “terra bruciata”, anche in faccia e pubblicamente – come paranoici, invasati nientepocodimenoché dagli Asura, anticristici e antigraalici nonché, più recentemente, persino nel “web”, come “inquisitori”, “antropo-inquisitori”, e bollati eziandio da qualcuno come novelli Innocenzo III, il crudelissimo distruttore dei Catari, infine, bontà loro, addirittura come “pagani” e quant’altro, approfitto subitissimo di questo indiscutibile vantaggio per affrontare senza infingimenti l’ipocrita mito moralistico e “virtuoso” delle nostre care “anime belle”. A costo di “épater le bourgeois”, scandalizzando e stupendo le pruderie della coscienza moralistica del borghese dabbene, la cui più elevata qualità rischia di essere la dabbenaggine, mi inoltrerò temerariamente nella “selva selvaggia” del più paradossale antimoralismo.

    Avverte il paganissimo e anche lui cattivissimo Arturo Reghini che :
    “La morale, come il sale, è un condimento che non va messo dappertutto. Per apprendere l’anatomia e fisiologia è indifferente l’essere un santo o un farabutto, il teorema di Pitagora può essere compreso dal ladro ed incompreso dall’uomo dabbene, e tanto il francescano che il capitalista possono con congruo allenamento divenire degli acrobati.[…] Non facciamo l’apologia di Vanni Fucci, bestia; vogliamo solo distinguere ciò che non va confuso; vogliamo rispettare puramente e semplicemente i fatti e la verità districandoci dalla superstizione della religione moralistica e dalla idolatria del “mito virtuista”. Perché non ci basiamo sopra l’ipotesi affatto gratuita che non esista per l’uomo altra possibilità di perfezionamento che il miglioramento morale e religioso, circoscritto per di più nei limiti di una religione e di una morale particolari”.

    Il che significa che non è vero affatto che si è liberi perché si è molto morali. Semmai si è capaci di essere molto o poco morali per quanto si sia capaci di essere molto o poco liberi. Non è affatto vero – come tanto piace pensare, illudendosi, alle timorate e virtuose “anime belle” – che non si possa MAI essere liberi, a meno che non si sia al contempo morali, che sia impossibile essere liberi SENZA essere morali. Semmai, anche qui, è vero il contrario: non può esistere autentica moralità senza essere liberi. Senza l’esser liberi – e la libertà è l’aureo frutto della Conoscenza, non della moralità – non può sussistere che un’apparenza di moralità, che spesso diviene ipocrita e supponente recitazione, al fine di illudere se stessi e gli altri.

    La Conoscenza è indipendente dalla moralità, e semmai della moralità autentica è fonte verace e provvida. Ma soprattutto della libertà la Conoscenza è fonte unica e indipendente. Infatti, per decidere di iniziare a fare, e poi risolutamente continuare a fare, la Concentrazione è indifferente essere maschio o femmina, giovane o vecchio, educato o rozzo, colto o ignorante, calmo e controllato o istintivo e iroso, intelligente o stupido, angelicamente moralissimo o banditescamente cattivissimo. Perché la Concentrazione va eseguita malgrado, oltre, e senza la natura limpida o oscura che si è o alla quale normalmente ci si identifica. La Concentrazione va eseguita con l’essere spirituale che normalmente non si è, o raramente si è capaci di essere, o difficilmente e faticosamente si arriva ad essere.

    Va da sé che, nel procedere della pratica della Concentrazione, molte cose cambiano nell’anima: ma è l’azione dello spirito, dell’Io, sempre più libero, sull’anima, NON viceversa. E va da sé, pure, che nel procedere risoluto dell’Ascesi del Pensiero, l’azione dell’Io incontra nell’anima i grumi coagulati , conseguenza del non conoscere ancora integralmente, del suo non essere ancora totalmente libero. Ma ciò esige ulteriore impegno di conoscenza illuminatrice dell’Io nell’anima, e la conseguente azione liberatrice della volontà spirituale dell’Io. Non certo il conformarsi ad un “modello” moralistico e virtuoso, che sarebbe solo una mendace illusione ed una ipocrita recitazione.

    contro la radicalità spirituale della Via del Pensiero – dell’aurea Via che Massimo Scaligero ci ha indicato e donato – si scagliano gli attacchi aperti o mascherati di coloro che non hanno compreso, o che temono, o che hanno rinunciato all’impresa spirituale.

    Perché la concentrazione e la Via del Pensiero sono la Via del sublime eroismo, la Via di Conoscenza che anche un farabuttissimo delinquente può percorrere – non sarebbe la prima volta! – per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore.

    Hugo, che comunque la si mette,
    delle “anime belle” farà polpette!

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