GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

Giovanni Colazza

Per motivi anagrafici (infatti incontrai la Scienza dello Spirito nel 1969: 16 anni dopo la sua scomparsa) non ho potuto conoscere personalmente Giovanni Colazza, ma considero uno tra i più grandi doni della mia vita – veramente un dono dei Numi e del Cielo – l’aver ancora potuto fare a tempo ad incontrare, alla fine della mia adolescenza e nella mia giovinezza (avevo allora 19-20 anni), una serie di persone che conobbero bene Giovanni Colazza, le quali me ne parlarono diffusamente. Da parte mia, ho cercato di conservare fedelmente nella memoria del cuore quanto queste persone – amicizie tra le più care – vollero donarmi coi loro racconti, con le loro descrizioni, con la comunicazione delle loro vivaci impressioni interiori. Di quelle persone oggi, dopo oltre 46 anni dal mio primo incontro con la Scienza dello Spirito, sono rimaste viventi – credo – solo tre amiche, M.G.M., S.B. e T.V., oramai molto anziane.

La prima persona che mi parlò di Giovanni Colazza fu, naturalmente, Massimo Scaligero, e lo fece sin dai nostri primissimi incontri. Egli aveva nei confronti di Giovanni Colazza una venerazione sconfinata. Lo stimava come personalità estremamente salda, di grandissima forza interiore, e lo stimava ancor più come asceta, come strenuo praticante spirituale ed eccezionale sperimentatore dell’occulto, come fedele discepolo di Rudolf Steiner.

Giovanni Colazza ricercò ed incontrò la Scienza dello Spirito – prima sotto il nome di Teosofia e poi sotto quello di Antroposofia – sin dalle sue primissime manifestazioni in Italia. Egli fu una di quelle personalità che posero il Sentiero della Conoscenza, ossia lo studio meditativo e rituale delle opere di Rudolf Steiner, nonché l’intensa e ininterrotta pratica degli esercizi, al centro della propria vita, e si sforzò altresì sempre, instancabilmente, di orientare i seri ricercatori spirituali nella stessa direzione.

Egli nacque a Roma, il 9 agosto 1877, in una famiglia romana di alto livello sociale, dalla quale uscirono molti distinti professionisti e persino varie personalità ecclesiastiche. L’educazione che la famiglia avrebbe voluto impartirgli, era rigorosamente cattolica, ma essa evidentemente doveva stargli alquanto stretta, visto che già da adolescente egli si rivolse con passione alla ricerca occulta assieme al giovane Giovanni Amendola, del quale rimase intimamente amico sino alla tragica morte di questi. Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e sostenne l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione nel 1902.

Esercitò, con dedizione e grande professionalità, l’arte medica per tutta la vita. Per la sua alta preparazione e la sua abilità diagnostica e terapeutica, divenne rapidamente il medico della comunità internazionale, residente a Roma, e in particolare delle ambasciate, favorito in ciò anche dalle sue molteplici competenze linguistiche: ho lettere sue in inglese, in francese e in tedesco. Fu altresì il medico dell’aristocrazia romana, anche a livello dell’allora Casa Reale, ma si dedicò con grande amore anche a persone semplici e sprovvedute di mezzi economici, ch’egli curava sempre gratuitamente. Il suo amico e discepolo, il grande orientalista Enrico Pappacena, che fu membro del Gruppo Novalis, nel suo libro Di alcuni cultori della Scienza dello Spirito, Bari, 1971, riferisce come Giovanni Colazza curasse gratuitamente bambini poveri, ospitandoli anche a lungo nella sua casa romana sino alla loro completa guarigione. La sua presenza aveva un aspetto imponente e severo, che a molti poteva mettere soggezione, e a taluni persino incutere timore, ma è testimoniato da Enrico Pappacena e da altri come i bambini avessero nei suoi confronti una forma di spontanea fiducia e di gioiosa confidenza. Molti hanno testimoniato circa le sue celate, ma potenti, forze del cuore.

L’incontro con il movimento teosofico avvenne presto, nella sua gioventù, sin dalla ufficiale costituzione della Sezione Italiana della Società Teosofica, nel 1902, nella quale conobbe personalità di rilievo come Isabel Cooper-Oackley, Alfred Meebold (divenuto anche lui, in seguito, dopo una iniziale opposizione, discepolo di Rudolf Steiner) e Arturo Reghini. Ma, soprattutto, negli ambienti teosofici, egli incontrò la giovane aristocratica russa, di origine tedesco-baltica, Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, allora residente in Italia, a Bologna, con la quale rimase in stretta amicizia per tutta la vita. I limiti evidenti del movimento teosofico, allora di impostazione blavatskiana e besantiana, non lo soddisfacevano nella sua ricerca del Logos. Formò allora un autonomo gruppo di studio, che si dedicò con alacrità allo studio del Vangelo di Giovanni, non nel senso confessionale, bensì in senso iniziatico e sapienziale. Fu Marie Steiner ad introdurlo alla conoscenza del pensiero di Rudolf Steiner. Fu lei che lo presentò personalmente a Rudolf Steiner nel 1909, in occasione del primo ciclo di conferenze romano del Dottore, organizzato a Palazzo del Drago nel marzo di quel anno dalla nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta, attraverso il matrimonio con Don Ferdinando, principessa del Drago, e nota familiarmente negli ambienti antroposofici col nome di principessa “Elika” (diminutivo di Angelica) d’Antuni del Drago. A questo proposito, voglio riportare quanto scrisse Mario Viezzoli, discepolo fedele di Rudolf Steiner e successore di Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis. Nella sua commemorazione del 13 marzo 1953, In memoria del Dott. Giovanni Colazza, Mario Viezzoli così lo rievoca:

«Pochi giorni prima di morire, [Giovanni Colazza] disse con vera gioia ad una vecchia amica antroposofa: “Sa, in questi giorni ho compiuto cinquant’anni di Antroposofia!”. Già da questo si comprende come il nostro Amico avesse fatto dell’Antroposofia, per mezzo secolo, il massimo interesse della Sua vita, la quale fu perciò strettamente intrecciata allo sviluppo del Movimento Antroposofico in Italia.

Aveva avuto un profondo rapporto di amicizia con la Sig.na Maria von Sivers, ancora quale esponente della Società Teosofica, e fu Lei a presentarlo a Rudolf Steiner. L’incontro, quanto mai interessante, avvenne in Roma. Una personalità che pure seguiva allora il movimento teosofico e che in seguito divenne un esponente molto ragguardevole dell’Antroposofia nel mondo [n.d.HdP.: si trattava, come mi disse personalmente Massimo Scaligero, e come mi confermarono in seguito altre fonti e mie ricerche personali, proprio di Alfred Meebold], aveva avvertito il Dott. Colazza di diffidare di R. Steiner, per cui al primo incontro il Dr. Colazza fu piuttosto riservato e non si sentì di aderire subito. Più tardi raccontò, però, che, prima ancora di vedere fisicamente R. Steiner, avendo voltate le spalle, aveva avvertito intorno a lui la presenza di una forza eccezionale. R. Steiner, con molta cortesia, diede al Dr. Colazza il libro “Iniziazione” (Wie erlangt man ecc.). Colazza si diede subito a quello studio e, appena letto il libro, riconobbe il Maestro e divenne Suo discepolo. Da allora incominciò il Suo instancabile lavoro antroposofico.

Rudolf Steiner ebbe a dire di Lui che Egli non lo conosceva, ma che gli era stato indicato dal Mondo Spirituale. Per iniziativa del Dr. Colazza venne fondato in Roma il Gruppo Novalis, per il quale R. Steiner diede una speciale meditazione, considerandolo come un Suo figlio prediletto. Ogni anno il Dr. Colazza prendeva contatto con R. Steiner e con la Sig.a Steiner. Egli fu a Monaco ove prese parte alla prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner e assistette alla rappresentazione del primo Mistero. Ci teneva a rendere testimonianza oggettiva della considerazione altissima in cui R. Steiner teneva Marie von Sivers nell’ambito della Scuola, ove figurava sempre “ad laterem” del Maestro».

In effetti, risale a quel periodo la nascita del Gruppo Novalis affidato da Rudolf Steiner alla guida di Giovanni Colazza. Michele Beraldo in un suo studio, Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista, apparso alle nella rivista  del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della “Sapienza”-Università degli Studi di Roma, Dimensioni e problemi della ricerca storica, anno 2002, n.1, pp. 145-180, così scrive nel capitolo 2,  Il sorgere del movimento antroposofico in Italia e il suo radicarsi nella cultura esoterica degli anni Venti, pp.146-147:

«La diffusione in Italia dell’antroposofia è da farsi risalire all’anno 1909, allorché Rudolf Steiner, che in quel periodo non aveva ancora lasciato la Società teosofica tedesca di cui era a capo, visitò l’Italia sostando a Roma dal 25 marzo al 2 aprile, dove tenne presumibilmente otto conferenze su invito di Elika del Drago, principessa d’Antuni. Esse si svolsero in palazzo del Drago, eccetto quella del 29 marzo e del 2 aprile che tenne nella nuova sede del Gruppo “Roma”, in via Gregoriana 5, affiliato alla Lega teosofica Indipendente di Decio Calvari.

A Roma Rudolf Steiner ebbe modo di incontrare la personalità che più di altre avrebbe contribuito alla diffusione dell’Antroposofia in Italia: il medico chirurgo Giovanni Romano Colazza, già massone e vicepresidente del gruppo teosofico Roma, conferenziere apprezzato ed estensore di alcuni articoli comparsi sulla rivista antipositivista e di ispirazione teosofica la “Nuova Parola”, alla quale collaborava il suo intimo amico e compagno di classe Giovanni Amendola. A seguito dell’incontro con Rudolf Steiner, Colazza si convinse della necessità di una diversificazione tra teosofia orientale e occidentale, confusione invece su cui si fondava il pensiero della presidente della società, Annie Besant. Con una conferenza intitolata La respirazione e l’occultismo, tenuta nella sede del gruppo Roma nell’aprile del 1910 (nello stesso mese Steiner fece nuovamente quattro conferenze: tre a palazzo del Drago dalla principessa d’Antuni e una presso la sede del gruppo teosofico della Lega indipendente), Giovanni Colazza rafforzò i concetti espressi da Steiner, sconsigliando l’applicazione di forme orientali di meditazione in chi vive entro organismi fisici non più adattabili alle antiche correnti spirituali e inseriti in un tessuto sociale, quello occidentale, assai diverso, per forma e costituzione, da quello orientale: «Il voler applicare esclusivamente i metodi indiani nel nostro tempo e alla nostra razza, significa non tener conto né dell’evoluzione che ha modificato considerevolmente la possibilità del nostro organismo, né delle nuove correnti spirituali immesse nel mondo».

Gli incontri romani in casa della principessa del Drago portarono alla fondazione di un gruppo di studio riservato a coloro che intendevano aderire alla visione steineriana del mondo anche in Italia. Fu Steiner stesso, nel frattempo uscito definitivamente dalla Società teosofica e dimessosi dall’incarico di presidente per la Germania, ad incaricare Giovanni Colazza di condurre il primo gruppo di studi italiano di antroposofia che chiamò “Novalis”, tuttora operante in Roma».  

Giovanni Colazza e Giovanni Amendola, amici sin dall’adolescenza, ebbero percorsi spirituali e umani, che s’incrociarono, si confrontarono, e si influenzarono a vicenda più volte. Ebbero, nell’adolescenza, una comune ricerca spirituale e «magica» (la quale peraltro preoccupò moltissimo la madre del giovane Amendola), poi, nella giovinezza, ebbero in comune la partecipazione alla Società Teosofica e alle vie orientali, la ricerca della iniziazione massonica.  Il 24 maggio 1905, Giovanni Amendola viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma, ed è altresì documentato che Giovanni Colazza venne “iniziato”, nel 1905, apprendista libero muratore nella Loggia Roma, sempre all’Oriente di Roma, nella quale nel 1906 venne “passato” compagno d’arte, e probabilmente, nel 1907, “elevato” maestro massone, ma di quest’ultimo evento manca la documentazione, probabilmente andata dispersa durante le persecuzioni subite dall’Ordine massonico durante il fascismo. Comunque, già nel 1908, sia Amendola che Colazza si erano “posti in sonno”, probabilmente per il disinteresse che dimostravano la maggior parte dei massoni – sia pure con alcune importanti eccezioni  –  per l’autentica ricerca spirituale, e per la scissione dilacerante che si verificò nel 1908 tra la massoneria del “Grande Oriente” di “Palazzo Giustiniani” e quella della “Gran Loggia d’Italia” di “Piazza del Gesù”, scissione – che ebbe motivazioni politiche, e confessionali, niente affatto spirituali – che allontanò, disgustati, molti spiritualisti dalla massoneria. Entrambi parteciparono come volontari e ufficiali alla Prima Guerra Mondiale, nella quale Giovanni Amendola raggiunse il grado di capitano, mentre lo stesso Colazza fu ufficiale medico. Alcuni membri del Gruppo Novalis di Roma, tra i quali Romolo Benvenuti – il quale diresse il Gruppo Novalis per oltre mezzo secolo –  mi parlarono di una documentata frequentazione di Giovanni Amendola alle riunioni del “Novalis”.

L’importanza del Gruppo Novalis sta nel fatto che questo venne “fondato” ritualmente – in tedesco, il termine usato è eingeweiht che alla lettera significa “consacrato”, “iniziato”, mentre Einweihung, oltre ai significati di “inaugurazione”, “consacrazione”, ha proprio il significato di “Iniziazione” – personalmente da Rudolf Steiner, e da lui affidato ad una personalità spiritualmente eccezionale come Giovanni Colazza, al quale affidò pure la direzione del movimento antroposofico in Italia. Dietro l’apparenza esteriore e storica del “Novalis” è celata una profonda realtà spirituale, non facile da investigare, realtà spirituale riguardante la missione e i destini della nostra Italia, e i còmpiti della corrente spirituale rosicruciana e graalica, di cui furono portatori nel nostro paese Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, e che tanti attacchi da non pochi anni sta subendo “fuori e dentro la cittadella”. La dedizione di Giovanni Colazza a questa opera di direzione del “Novalis”, e di orientamento dei suoi membri sulla via dell’Iniziazione, fu esemplare, instancabile e coraggiosa.

Un’antroposofa inglese, nata a Trieste, Miss Dora Baker, “Dorie”, prima grande amica e poi decisa avversaria di Giovanni Colazza, mi testimoniò, in una serie di colloqui avuti con lei a Dornach nel 1979, la sacrificale dedizione, il rigore e il grande coraggio di Giovanni Colazza, il quale “non interruppe mai le riunioni del Gruppo Novalis: né allorché il governo fascista sciolse la Società Antroposofica, e neppure durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era sotto l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati”. Miss Dora Baker ammirava moltissimo Giovanni Colazza, mi raccontava che quando era di passaggio a Roma era sempre ospite a casa sua, e rimpiangeva molto la rottura dell’amicizia tra loro, causata dallo schierarsi apertamente di Colazza, in maniera coraggiosa e leale, in difesa di Marie Steiner durante la vergognosa persecuzione – attuata con metodi che la stessa Marie Steiner ebbe a definire “da gangsters” – che la fedele compagna e stretta collaboratrice di Rudolf Steiner ebbe a subire da parte di Albert Steffen e dei suoi famuli, del quale la Baker era invece seguace fanaticissima. Essendo la sua la testimonianza favorevole di un’avversaria, essa ha per me una paradossale, particolarmente rilevante, importanza.

Naturalmente, per me – ma non solo per me – ha il massimo valore la testimonianza di Massimo Scaligero, sia per quello che oralmente riferì nei suoi incontri a me e ad altri, sia per quello ch’egli scrisse in Dallo Yoga alla Rosacroce, dove per esempio, alle pp. 85-86, scrive:

«Secondo la testimonianza di Olga de Grünewald, Giovanni Colazza non solo era il discepolo più caro a Rudolf Steiner, ma la figura più elevata dopo di lui. La de Grünewald, sin dall’infanzia amica di Maria von Sivers – che doveva divenire più tardi moglie dello Steiner – era discepola strettamente connessa con il «Dottore». La testimonianza di lei è fondamentale: ella mi narrava che la evidente fiducia di Steiner in Colazza, suscitava a questi non poche invidie, perché la sua figura non rispondeva al cliché del discepolo compìto, dotato della conformità richiesta, onde giungevano a Dornach contro di lui accuse di vario genere: che perseguiva lo Yoga e la Magia, che non brillava per regolarità organizzativa, ecc., ma soprattutto si consentiva un tipo non platonico di relazioni femminili. Coloro che lo accusavano, si aspettavano di vederlo escludere dalla cerchia intima del Dottore: perciò rimanevano sconcertati ogni volta che, recandosi Colazza a Dornach a visitare lo Steiner, questi, allorché lo vedeva lo accoglieva con gioia, come qualcuno a cui tenesse in particolare. Ciò naturalmente accresceva la serie delle ostilità nei confronti di Colazza».

E poco più oltre – con espressioni che confermano le parole, da noi sopra citate, scritte nella sua commemorazione di Colazza da Mario Viezzoli, parole confermate pure da Enrico Pappacena a p. 188 del suo libro più sopra citato – Massimo Scaligero aggiunge, alle pp. 86-87, che:

«Secondo la citata testimonianza della de Grünewald, lo Steiner sarebbe venuto in Italia (1911) a conoscere Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”. Mediante elementi derivantimi dai colloqui personali con Colazza, da mie dirette esperienze estradialettiche […] potei accertare che lo Steiner era venuto in Italia, tra l’altro, per incontrare Colazza, previa conoscenza del grado della sua personalità, in previsione di un’opera da compiere, in senso rituale e trascendente, con un ristretto numero di discepoli esotericamente qualificati. L’opera avrebbe avuto simultaneamente funzione cosmica, umana e storica, epperò si sarebbe svolta grazie al concorso di Guide invisibili e visibili dell’umanità, in una città dell’Europa Centrale.

Doveva essere il compimento di un rito, la cui entelécheia, necessaria al fatidico momento della storia umana, esigeva dai discepoli partecipi un trascendimento assoluto dell’elemento umano epperò un atto di coraggio per superare la Soglia del Mondo Spirituale e stabilire un incontro là dove è istaurabile, come veicolo di visione, la pax profunda».  

Di assoluta importanza – da quel che personalmente mi disse Massimo Scaligero – è il fatto che Giovanni Colazza conoscesse in profondità, coltivasse e praticasse con tutto se stesso il “filone aureo” della Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero Vivente. Al di là di quello ch’egli donava all’interno della cerchia strettamente antroposofica, nella quale necessariamente egli si adattava nel linguaggio e nella donazione della Scienza dello Spirito al livello, molto vario peraltro, di coloro che lo ascoltavano, come del resto aveva dovuto fare lo stesso Rudolf Steiner, al centro della sua ricerca spirituale vi era per lui la Concentrazione: il Rito sacro e iniziatico della resurrezione del Pensiero Vivente. Ed è Massimo Scaligero stesso che testimonia la centralità della Via del Pensiero nella vita interiore di Colazza. Infatti, sempre nella stessa opera, così scrive a p. 88:

«In uno dei primi colloqui avuti con lui, dopo l’avvenuta conoscenza grazie ad Evola, ebbi a dirgli, parlando di me – con la determinazione di comunicargli soprattutto ciò che ritenevo una mia vocazione personale, probabilmente esigente rettificazione – che ero portato al Sovrasensibile per via di rituale ascesi noetica, secondo una interna conversione del pensiero nella propria luce. Ricordo che Colazza ebbe un momento di gioia e mi disse: “Ma questa è la via”!».  

Questo per rispondere con assoluta chiarezza, – una volta di più – a coloro che “all’interno della cittadella” cercano, abilmente o rozzamente, di attuare – sotto le morbide, illudenti e per taluni molto seducenti, “vie dell’anima” – quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito” che, pedetemptim, come dicevano i sapienti Latini, ossia passettino dopo passettino, gradualmente, senza scosse traumatiche, porta illusi, ipnotizzati, pigri, opportunisti, sentimentali e sciocchi, prima ad esser divorati dalle ampie fauci ed infine ad esser totalmente digeriti dal capace stomaco della nota Potenza Straniera d’Oltretevere, la quale – come disse Benedetto Croce (una delle pochissime cose giuste da lui asserite nella vita) – è “uno stomaco che può digerire tutto!”. Infatti, essa fagocita e digerisce benissimo tutto ciò ghermisce: liturgie indifferentemente cristiane o pagane, esoterismi, occultismi, magismi, massonismi, pratiche yoghiche, zen, taoiste e orientali in genere, misticismi, afflati socialitari o “aristocraticamente” reazionari, dottrine teosofiche e antroposofiche comprese. Ma non la Via del Pensiero, non la Concentrazione, contro le quali da essa viene tentata un’azione di distruzione totale! Il benevolo lettore è pregato di credere che chi fa queste affermazioni sa bene quel che dice, e potrebbe agevolmente documentare ogni affermazione che scrive.

Contro la Via del Pensiero – all’interno della “cittadella” – è stato tentato di tutto: dagli attacchi rozzamente brutali a quelli – more jesuitico – più abilmente insinuanti, raffinatamente edulcorati o stucchevolmente sentimentali. Per esempio, ai giovani praticanti della mia città, fu detto per attaccare la centralità della Via del Pensiero e distoglierli dall’intensa ascesi individuale della Concentrazione, alla quale essi venivano instancabilmente incitati da chi aveva ricevuto da Massimo Scaligero la grave responsabilità di orientarli: «Nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa, e si vede! Dovete stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male! La via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo!», e via di questa solfa! E, al contempo, fu messo in atto un feroce attacco al Rito – così lo chiamava Massimo Scaligero – della meditazione in comune, sia solleticando l’inutile verbosità di quanti potevano subire gli ambigui fascini di un vuoto intellettualismo vanitoso, sia con l’aperta denigrazione del silente Rito meditativo in comune, al fine di trasformare la Comunità spirituale in una sorta di “Club di Lettura e Conversazione”, e le riunioni sacrali in terapeutiche “sedute di autocoscienza”, nel socializzante  californian style, alla “Berkeley 1968”. Poiché chi aveva la responsabilità – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero e non sua propria –  di orientare la Comunità spirituale non intendeva “adeguarsi” ad essere “telediretto” e combatteva con ogni sua forza tali “spiritosi”, e niente affatto spirituali, “sviluppi creativi” ed ambigue “sperimentazioni”, nei suoi confronti venne, e viene tuttora attuata, nel peggiore stile politico – alla faccia della predicata morbida “via dell’anima”, della “autotrasfomazione nell’anima dell’altro”, della “compassionevole misericordia”, e di altre “cristianissime” edificanti virtù, alle quali in maniera martellante venivano e vengono esortate le fidenti “anime belle” – una strategia di brutalità morale fatta di ingiurie, minacce, aggressioni, ostracismo, denigrazione, calunnie infamanti, isolamento dalle amicizie, ed intrighi di ogni genere, che nel tempo portarono alla distruzione quasi completa della suddetta Comunità spirituale. Tale completa distruzione fu poi scongiurata – per benevola nostra fortuna, ac dis bene juvantibus –  solo dalla tenace fedeltà di pochi “irriducibili”, che vollero custodire e tenere acceso sull’altare sacro quel “fuoco di Vesta”, che è la ragion d’essere della Comunità Solare, “fuoco” che, passata la tempesta, ha permesso una ricostruzione più salda e soprattutto più rigorosa.

Il Rito della meditazione in comune fu oggetto, per anni, di ripetuti colloqui tra Massimo Scaligero e me, di lettere ch’egli mi scrisse, ed anche di alcune sintesi scritte che dette agli orientatori e ai praticanti di alcune città. Massimo Scaligero volle che nella nostra Comunità venisse attuata una certa gradualità nell’esecuzione del Rito, che nel tempo, seguendo le sue indicazioni, giunse alla sua forma più rigorosa ed elevata. Egli mi disse esplicitamente, che la forma di operatività comune che mi comunicava, era la medesima che Giovanni Colazza attuava nelle riunioni rituali della sua cerchia più interna, e che egli aveva portato come azione operativa rituale, alla fine degli anni venti, nel Gruppo di UR. Lo stesso Rudolf Steiner dette direttive precise circa il Rito della meditazione in comune a particolari cerchie di praticanti interiori, ed io ho tutte le testimonianze orali e scritte in proposito. Come ho già avuto occasione di scrivere su questo blogsed repetita iuvant – ad una persona, la quale con molta enfasi attaccava il silente e sacrale Rito della meditazione in comune, e mi faceva colpa – in totale malafede – di essermelo inventato io, affermando che quella era una forma orientale: nella fattispecie yoghica, buddhista, e addirittura essenica, e quindi da riprovare, risposi che invece quella era proprio la forma trasmessaci da Massimo Scaligero, e che lei lo sapeva bene, visto che una volta era stata presente quando egli me l’aveva trasmessa. Al che quella persona se ne uscì – come ho già avuto occasione di raccontare – con la frase: «Sì, ma allora c’era Massimo. Ora i tempi son cambiati». La cosa, conosciuta da Alfredo Rubino, discepolo tra i più fedeli di Massimo Scaligero ed energico praticante interiore, fu da questi, con feroce sarcasmo, così commentata: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».   

Giovanni Colazza, assieme a Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, entrambe amiche personali di Marie Steiner, fu tra i fondatori del movimento antroposofico in Italia, e sicuramente la personalità spiritualmente più rilevante e qualificata. Partecipò ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner a Monaco prima della prima guerra mondiale. Partecipò anche nel 1922 al Congresso Oriente-Occidente di Vienna (ho persino una sua foto a quel Congresso), nel quale Rudolf Steiner tenne, dal 1 all’11 giugno, un ciclo di 10 conferenze, di particolare importanza, aventi come tema: Polarità tra Oriente e Occidente. Giovanni Colazza fu, inoltre, il primo medico antroposofico in Italia e, sin negli ultimi anni, cercò di formare con corsi e incontri personali alcune persone qualificate, che erano suoi discepoli e al contempo medici o studenti di medicina. A tale proposito ebbi, in ripetuti colloqui, la testimonianza di cari amici come Fiorenza Berto e Amleto Scabelloni (era il cugino di Massimo Scaligero), ambedue valenti medici e risoluti praticanti interiori.

Data la sua eccezionale qualificazione interiore, Giovanni Colazza fu accolto come membro delle tre Classi della prima Scuola Esoterica del Dottore – quindi anche della II e III Classe costituenti la sezione “cultica” della Mystica Aeterna, della quale mi parlò diffusamente la mia fraterna amica Hella Wiesberger – e, questa è una comunicazione che Massimo Scaligero fece a me e ad altri amici, Colazza fu uno dei “dodici”, costituenti la cerchia “operativa” più intima di Rudolf Steiner, nonché il grado più elevato, il nono e ultimo, cui partecipavano appunto solo dodici discepoli qualificati del Dottore, della suddetta Mystica Aeterna. A metà degli anni ottanta dello scorso secolo, Hella Wiesberger volle donarmi la riproduzione di una lettera di Marie Steiner-von Sivers a Giovanni Colazza, nella quale ella gli comunicava le disposizioni di Rudolf Steiner per le riunioni “rituali” del Novalis e il mantram (in seguito i mantram divennero due, avendone Steiner comunicato un altro) da usarsi per la consacrazione delle riunioni medesime.

Nel secondo dopoguerra, egli fu incaricato dagli amici di Marie Steiner, responsabili del Nachlassverein, ossia dall’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, istituito dalla Signora Steiner per salvare l’Opera del Dottore dalle profanazioni, dalle alterazioni e dal saccheggio che operavano Albert Steffen e la sua banda, di istituire in maniera consacrata in Italia per la prima volta, la Prima Classe (l’unica che Rudolf Steiner riuscì ad istituire nel 1924, e operante dal 15 febbraio al 20 settembre dello stesso anno, mentre la seconda e la terza Classe non vennero da lui riaperte per l’inadeguatezza di molti suoi discepoli e per un grave tradimento avvenuto nell’agosto del 1924) della seconda Scuola Esoterica, cosa che Giovanni Colazza fece con estremo rigore rituale, giovandosi dell’aiuto di Massimo Scaligero nella scelta dei partecipanti. Per un dono del destino, ho avuto in eredità da Pinetta Marconi, che aveva partecipato alla Classe Esoterica sia nel 1924 con Steiner che nei primi anni cinquanta con Colazza, i mantram in tedesco che Pinetta Marconi aveva ricopiato dalla lavagna stessa ove li scriveva Steiner, e da lei tradotti per suo uso personale in italiano, ed alcuni appunti datati della sua partecipazione alle “lezioni” di Colazza. Possiedo inoltre le due traduzioni dei mantram eseguite da Colazza stesso, e la traduzione che usava lo stesso Massimo Scaligero negli incontri rituali che alcuni di noi avevamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Giovanni Colazza “lesse” la Classe Esoterica dal 1951 sino al 1953.

Massimo Scaligero mi descrisse dettagliatamente le condizioni richieste per la partecipazione alla Classe Esoterica e le modalità estremamente rigorose del suo svolgimento, così come esse vennero attuate dallo stesso Giovanni Colazza. Questi aveva stabilito che il proprio successore nella direzione della Classe avrebbe dovuto essere Massimo Scaligero e a lui avrebbero dovuti essere consegnati i relativi testi  delle “lezioni”, ma alla morte di Colazza, avvenuta improvvisamente, il 16 febbraio 1953, mentre si era recato a visitare un paziente a casa di questi, una certa persona fu incaricata di portare via dalla casa del Maestro – mediante un furto con destrezza, come lo qualificherebbero i giuristi – i testi scritti delle “lezioni di Classe”, in modo che questi non venissero consegnati, come da stabilito da Colazza, a Massimo Scaligero. Fatti simili, ossia l’audace prodezza di compiere tali furti con destrezza, assieme ad altre cristianissime e virtuose “piacevolezze” – e anche più numerosi, ma soprattutto ben più gravi – sono avvenuti subito dopo la morte di Massimo Scaligero e, in maniera continuativa, sino ad anni recentissimi.

Negli anni 1927, 1928 e 1929, Giovanni Colazza partecipò al Gruppo di UR, fondato per iniziativa del pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini, il quale dopo l’esperienza delle riviste Atanòr e Ignis, a causa delle persecuzioni cui era sottoposto si vide costretto ad affidarne la direzione al giovane Julius Evola, che diresse la rivista UR secondo molto discutibili criteri personali, causando non poche difficoltà ed aspri dissensi, provocando in tal modo la fine dell’esperienza di UR. Dietro la suddetta rivista, si celava un gruppo operativo con incontri rituali ai quali partecipò Colazza,  che in quelle riunioni apportava una decisiva forza spirituale capace di animare già con la sua sola presenza – come testimoniò lo stesso Evola, che pure era acerrimo avversario di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia – la “catena magica” di tale gruppo operativo. Fu proprio la modalità rituale di UR quella che Massimo Scaligero mi disse che Giovanni Colazza adoperava nella sua cerchia interna, e che volle descrivermi e trasmettermi.

Sulla rivista, che portava il titolo di UR – INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, scrissero personalità del mondo esoterico di varia provenienza, le quali si celavano sotto vari eteronimi. Tra queste, quelle che qui particolarmente ci interessano sono quelle che avevano accolto il messaggio spirituale di Rudolf Steiner, ossia il duca Giovanni Colonna di Cesarò-Krur e Breno (e non Arvo, come scrive erratamente l’evoliano Renato Del Ponte), i poeti Arturo Onofri-Oso, Girolamo Comi-Gic, Nicola Moscardelli-Sirio, e lo stesso Giovanni Colazza, che assunse l’eteronimo di Leo, forse ispirandosi al proprio segno zodiacale. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, pp. 81-82, così rievoca la loro partecipazione alla prestigiosa rivista: «… nella prima edizione di UR («Introduzione alla magia quale Scienza dell’Io») la figura di Steiner era stata presentata con qualche fedeltà alla sua grandezza: vari brani che si riferivano a un tale apprezzamento dovevano venir tolti nelle edizioni successive e parimenti modificate parti degli articoli di collaboratori dello Steiner: in sostanza i massimi calibri di UR: Leo, Oso, Krur, ecc.».

A proposito dell’azione spirituale di Giovanni Colazza nella prima Scuola Esoterica e in Ur, è necessario ristabilire la verità – la quale deve essere sempre onorata – e correggere alcune affermazioni che appaiono nella Prefazione che l’anonimo editore antepone alla pubblicazione del libro Dell’Iniziazione, Tilopa, Roma 1992, che riunisce l’elaborazione, peraltro molto personale e “creativa”, com’è suo mal vezzo, ch’egli fa del ciclo di 14 conferenze che Giovanni Colazza tenne al  Gruppo Novalis, dal 4 gennaio al 12 aprile 1945, sul libro l’Iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner.

A p. 8 della suddetta Prefazione dell’editore, leggiamo: «Dopo la fine del primo conflitto mondiale, almeno una volta l’anno, G. Colazza si recava a Dornach per visitare il dottor Steiner, cui riferiva di se stesso e del lavoro spirituale presso il Gruppo Novalis da Lui presieduto, e frequentato, fra le numerose e notevoli personalità, da Emmelina de Renzis, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, ecc. nel 1922, Colazza tenne in Roma una serie di incontri riservati intorno ai “Quaderni Esoterici” di Rudolf Steiner».

Quel che scrive l’editore nella sua Prefazione contiene una serie di non verità. In parte esse sono frutto di mera ignoranza, sans arrière pensée, sia da parte sua sia da parte della sua fonte informatrice. In parte, tuttavia, tali non verità dipendono anche da una volontà di épater le bourgeois e di impressionare le pigre anime credule, affabulando poeticamente, e talvolta inventando nomi ed eventi di sana pianta, contando sul fatto che nessuno, dopo quasi un secolo, sarebbe andato a controllare la veridicità di tali affabulanti affermazioni. Ma è stato da parte sua un grave errore, perché vi è sempre qualche lupaccio curioso, rompiscatole e ostinato il quale, invece di “farsi i fattacci suoi”, ha l’improvvida idea di andare a verificare le affermazioni che non gli tornano. Se poi il lupaccio cattivissimo ha il difetto di appassionarsi alla storia dei movimenti spirituali ed iniziatici, di ricercarne i documenti accessibili, meditandovi sopra – parola per parola – per anni, e a volte per decenni, ci si può trovare di fronte a scoperte “scomode” e a situazioni decisamente spiacevoli. Ma procediamo con ordine.

È falso che la baronessa Emmelina de Renzis, sorella dell’ex-Presidente del Consiglio, Giorgio Sidney Sonnino, e suo figlio, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, appartenessero al Gruppo Novalis e ne frequentassero le riunioni. Tra i documenti in mio possesso, essi non risultano in nessuna delle varie liste dei membri del Novalis di quegli anni, né di quelli successivi. Una delle liste dei membri è autografa della baronessa Olga de Grünewaldt (così esattamente si firmava), l’amica di Marie Steiner e di Massimo Scaligero. Altri documenti autografi sono firmati direttamente da Giovanni Colazza. La baronessa de Renzis e il duca Colonna di Cesarò avevano un loro gruppo antroposofico a Roma, il Pico della Mirandola, o Roma II, di formazione più recente, che si riunì dapprima in Via Gregoriana 5 e poi in Via Po 9, mentre a quell’epoca il Novalis, o Roma I, più antico, si riuniva in Corso Italia 6, passando in seguito alla storica sede di Via Tevere. Per varie ragioni, che non riguardano il presente articolo, i due gruppi non si frequentavano. Solo dopo la morte della baronessa de Renzis, avvenuta nel 1944, il Gruppo Pico della Mirandola si sciolse e i suoi membri confluirono per la maggior parte nel Novalis, diretto da Giovanni Colazza.

È altresì falso che Giovanni Colazza abbia tenuto una serie di incontri riservati sui cosiddetti “Quaderni Esoterici”, per il semplice fatto che, a quell’epoca, tali “Quaderni” non esistevano affatto. La fonte informatrice del nostro solerte editore evidentemente o non “ricordava” bene o più probabilmente affabulava. I tre “Quaderni Esoterici” vennero raccolti, solo alcuni decenni più tardi, da Marie Steiner, la quale si assunse la coraggiosa responsabilità di renderli pubblici, proprio per salvare il movimento spirituale antroposofico dalla degenerazione parossistica della Società Antroposofica, divenuta un centro di potere di Albert Steffen e dei suoi complici e manutengoli, i quali tutti perpetravano i peggiori tradimenti e misfatti. La pubblicazione dei tre “Quaderni Esoterici”, apparsa in tedesco col titolo Aus den Inhalten der esoterischen Schule, ossia “Dai contenuti della Scuola Esoterica”, avvenne in successione: il primo “Quaderno” nel 1947, il secondo nel 1948, mentre il terzo apparve dopo la morte di Marie Steiner, nel 1949, pubblicazione che suscitò la reazione rabbiosa e imbecille degli antroposofi, oramai ammalati di “steffenite acuta”. Di tali “Quaderni Esoterici”, nella traduzione compiuta da Mario Viezzoli, ho una copia dattiloscritta con appunti e correzioni di mano di Massimo Scaligero. Nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica vi era un rapporto personale tra Rudolf Steiner e i discepoli ch’egli accoglieva nella medesima. I discepoli della Scuola ricevevano dal Dottore esercizi individuali e mantram, che dovevano rimanere personali e gelosamente custoditi. Oltre a questo rapporto personale, vi era un’opera d’insegnamento da parte di Rudolf Steiner in quelle che venivano chiamate esoterische Stunden, ossia “ore esoteriche”, e quindi ore sacre, nelle quali egli trasmetteva – sotto la responsabilità dei Maestri invisibili, come egli stesso più volte apertamente dichiarò, e non sotto la propria – un insegnamento in una atmosfera di forza spirituale di particolare intensità. Durante quelle riunioni rituali, ai partecipanti era severamente vietato prendere appunti, tuttavia essi erano liberi di trascrivere a casa, per esclusivo uso personale, quanto ricordavano col divieto  esplicito di trasmetterlo ad altri, fossero pure essi altri membri della Scuola. Ma solo Rudolf Steiner teneva queste riunioni, ore esoteriche o lezioni di classe: al di fuori di queste riunioni sacrali tenute dal Dottore, non vi erano riunioni comuni dei discepoli della prima Scuola Esoterica, ma solo e unicamente silenzioso lavoro ascetico individuale. Nelle 15000 pagine di documenti editi e inediti della Scuola Esoterica, che mi sono state donati, lettere dei discepoli al Maestro comprese, non si parla mai di riunioni comuni non in presenza di Rudolf Steiner. Di queste cose ebbi numerose occasioni di parlare con Hella Wiesberger, la quale fu colei che non solo pubblicò la versione più completa di tali Quaderni Esoterici, ma fu altresì colei che con amore e competenza curò e pubblicò, per esplicita volontà di Marie Steiner, l’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Hella volle donarmi – con un gesto di grande fiducia e generosità – tutto il materiale, edito e inedito, della Scuola. Le regole vigenti nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner erano molto cogenti e non è punto verosimile né credibile che Giovanni Colazza potesse o volesse violarle. Tanto più ch’egli poteva benissimo organizzare una cerchia di persone dedite alla pratica interiore individuale e comune senza violare le regole della Scuola.

Sempre alle pp. 7-8 della sua Prefazione l’anonimo editore scrive che: «Fu proprio Marie Von [sic] Sivers a presentare Giovanni Colazza a Rudolf Steiner, il quale secondo la testimonianza della baronessa de Grünewald, sarebbe tornato in Italia nel 1911 – dopo le precedenti visite del 1909 e 1910 – espressamente «a conoscere il dottor Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”». Rapidamente Colazza divenne discepolo del dottor Steiner, che lo pose alla direzione del Movimento Antroposofico in Italia, dopo la fondazione del Gruppo Novalis nel 1913. Il Gruppo Novalis fu, per altro, il primo gruppo antroposofico in Italia».

In realtà, Rudolf Steiner venne in Italia una prima volta già nel 1907, anno in cui fece un viaggio a Venezia con Marie Steiner, poi tornò nel 1908, nel 1909, nel 1910, ed un’ultima volta nel 1911.

È falso che Colazza abbia incontrato Rudolf Steiner solo nel 1911, giacché la sua conoscenza personale col Dottore risale ad un paio di anni prima, come risulta anche dalle testimonianze di alcuni discepoli non italiani, come l’inglese Harry Collison, il quale aveva abbandonato a Londra la carriera forense per venire a studiare pittura a Roma e che fu grande amico di Colazza, e con lui partecipò alle conferenze che il Dottore, ospite della Principessa Angelica, svolse a Palazzo del Drago, divenendo poi il traduttore e l’editore, fedele editore nel suo caso, delle opere di Rudolf Steiner in Inghilterra. Così come non è corrispondente ai fatti che la fondazione del Gruppo Novalis sia avvenuta nel solo 1913, né risulta che: «Il Gruppo Novalis di Roma fu, peraltro, il primo gruppo antroposofico in Italia», perché vi erano già gruppi in Italia – allora si chiamavano «logge teosofiche» – per es. il “Leonardo da Vinci” fondato e diretto a Milano da Charlotte Ferreri e Ludwig Lindemann (il quale fondò pure un piccolo gruppo a Palermo, ove Steiner tenne una conferenza pubblica ed una riservata): gruppo che nel 1913 si separò dalla Società Teosofica, come fece pure il Gruppo Novalis, per aderire alla Società Antroposofica di Steiner. Inoltre, io ho una lettera di Mario Viezzoli, spedita da Roma l’8 dicembre 1947, e indirizzata alla Segreteria della Società Antroposofica Universale, nella quale egli dichiara esplicitamente che: «Il Gruppo Novalis venne fondato il 1° giugno 1910 ed in Italia è quello numericamente più rappresentato. La sua attività procede in maniera incessante. […] Già nell’anno 1909 il Dr. Rudolf Steiner fu veneratissimo ospite degli antroposofi a Roma, ove Egli tenne alcune conferenze a Palazzo Del Drago. Durante la guerra gli studi antroposofici vennero proseguiti con la massima alacrità in amichevoli cerchie familiari. Con soddisfazione durante il periodo bellico vennero accolti addirittura diversi nuovi membri. Il Gruppo Novalis come tale non si sciolse mai, malgrado i tempi difficili, e come vivente entità spirituale fiorì per la amorevole intelligente dedizione dei membri esperti più anziani, sostenuti dall’entusiasmo degli amici giovani. […] Appena lo scenario di guerra si spostò verso il Nord, il Gruppo Novalis proseguì il lavoro spirituale in maniera ancora più intensa. Il dott. Colazza tenne conferenze di carattere introduttivo, alle quali seguì l’esegesi del libro “L’Iniziazione”; indi su “Una Via alla conoscenza di se stesso”, “Le massime antroposofiche” e le “Lettere ai membri” di R. Steiner».

Inoltre, è falso che il Gruppo Novalis sia stato fondato nel 1913, anche perché la lettera di Marie Steiner a Colazza, relativa alle riunioni del Gruppo medesimo, è datata 1910 e, con quella lettera donatami da Hella Wiesberger, mi venne data pure la riproduzione della trascrizione autografa di Colazza della versione in italiano del mantram dato dal Dottore per le riunioni del Novalis, trascrizione anch’essa datata 1910.

L’anonimo editore, sempre nella citata Prefazione, a p. 11, afferma: «In merito alla partecipazione alla rivista UR, M. Scaligero ci precisò, in un colloquio personale, che il dottor Colazza non era in realtà l’estensore degli articoli firmati col suo pseudonimo. Egli infatti si limitava ad illustrare gli argomenti al direttore della Rivista, il quale provvedeva poi a redigerli per iscritto».  

Ciò è, una volta di più, rigorosamente falso. Che l’Evola possa – forse – aver funto da “scriba”, non significa ch’egli abbia redatto la stesura degli scritti eventualmente dettati – forse – da Giovanni Colazza. Del resto chi conosce il modo di parlare di Giovanni Colazza, vede bene che sua è ogni idea, sua è ogni parola, suo è il periodare, suo il modo di fare gli esempi, sua la grammatica, sua la sintassi, suo il lessico, insomma suo tutto lo stile. Mentre estremamente diverso è lo stile, riconoscibilissimo, di Evola. Se è vero che Evola ha agito – in maniera scorretta – nei confronti di altri partecipanti del Gruppo di UR, “tagliando e cucendo”, a suo libito, i loro articoli – e questa fu la causa della “rottura” della concordia del Gruppo – non si sarebbe mai azzardato a farlo nei confronti di Colazza (almeno non finché Colazza fu in vita ), di fronte al quale – come mi è stato molte volte testimoniato – «tremava come una foglia, e si comportava come un cagnolino scodinzolante». Personalmente, ho avuto la concorde testimonianza di Amleto Scabelloni, di Romolo Benvenuti, entrambi discepoli diretti di Giovanni Colazza, e soprattutto di Massimo Scaligero, i quali tutti mi confermarono, categoricamente e più volte, che tali scritti erano integralmente di Giovanni Colazza. Ergo, non vedo proprio il motivo per cui dovrei credere alla parola dell’anonimo editore. Egli non se ne dolga, ma ubi maior… Del resto – e se fossi nei panni del nostro affabulante editore ci mediterei a lungo – è curioso come la parola latina fabula volta nella lingua di Dante, e debitamente anagrammata, divenga bufala!

Ritornando alla commemorazione che Mario Viezzoli volle tributare a Giovanni Colazza il 13 marzo 1953, meno di un mese dalla sua scomparsa, a Roma, colpiscono le parole: «Per chi avesse una certa sensibilità, nel suo modo di star ad ascoltare il prossimo si manifestava la Sua grande maturità, il Suo livello spirituale, oltre che la Sua esperienza del mondo. Poteva capitare, per esempio, che andasse da Lui per consiglio una persona piuttosto agitata, che gli esponeva in modo disordinato i casi suoi, e che, di fronte a tutto quel parlare precipitato, Egli se ne stesse quasi del tutto in silenzio. Dopo che l’interlocutore aveva finito il colloquio, se ne andava più tranquillo e, grazie al lavoro tutto interiore fatto dal Dr. Colazza nel “silenzio attivo”, sentisse poi affiorare dalla coscienza quelle risposte che prima, per il suo stato di agitazione, non avrebbe potuto accogliere. Nel dicembre 1944 il Dr. Colazza tenne una conferenza pubblica, con successivo dibattito, nella sala Capizzucchi in Roma, dal titolo “Antroposofia”. Il nostro Amico si presentò in sala con la febbre oltre 39° e dolorante per la riaccensione di una sinusite nella zona frontale. Parlando senza appunti, fece ugualmente un’esposizione che era un capolavoro di chiarezza e di eleganza. Aveva appena finito, che subito scattò veemente a contraddirlo un giovanissimo professore di filosofia. Il tono del contraddittorio era, più che aggressivo, villano; il contenuto delle sue obiezioni consisteva nella pretesa di voler dimostrare come l’Antroposofia fosse nient’altro che una miscellanea arbitraria di tante correnti filosofiche, principali e secondarie. Stanco e sofferente, dopo un’ora di esposizione tenuta ad alto livello, che cosa fece il Dr. Colazza? Umile, calmo, sereno, si limitò a guardare in silenzio il suo aggressore animico. Questi di fronte a tanta superiorità, indignatissimo, con gesto doppiamente villano, si alzò furioso e lasciò frettolosamente la sala. La mattina dopo, però, si precipitava a chiedere scusa al Dr. Colazza! Anche quella volta, pur in condizioni difficili, il “silenzio attivo” aveva prodotto la sua efficacia, consentendo all’altro di oggettivarsi».

La conferenza che Giovanni Colazza tenne a Roma, il 10 dicembre 1944, alla Sala Capizzucchi e alla quale intervenne, con la sua intellettuale e villana albagìa, il non nominato Prof. Porfirio, è quella che fu pubblicata su questo blog, il 5 gennaio 2014. Tale conferenza di Colazza mi venne donata, oltre quarant’anni fa, da un anziano suo discepolo, il quale partecipò personalmente a quella conferenza pubblica del Maestro, nonché a molte altre, e più volte, nei lunghi anni della nostra amicizia, ebbe modo di rievocarla, descrivendomi l’evento. L’ascoltare le rievocazioni che amici più anziani di me mi donavano con le loro vivaci descrizioni, ha sempre prodotto su me uno stato interiore veramente particolare, estremamente lontano da qualsiasi altra sensazione da me conosciuta. Sensazione che si accentuava ancor più allorché era Massimo Scaligero a rievocare, con la sua magica parola, la figura umana e spirituale di Giovanni Colazza. Mi colpiva come Colazza venisse da lui più volte paragonato ad un adamantino Patriarca Chan o Zen, e credo – ma questo è solo un mio pensiero, frutto di una mia personale impressione – che, sia pure per enigmatici accenni, alludesse a un di lui remoto passato. Qualcosa di simile emerge, per altro verso, dalla suddetta commossa e devota commemorazione che Mario Viezzoli tenne a meno di un mese dalla scomparsa del Maestro:

«Più volte il nostro Amico, come tutti coloro che si distaccano dalla mediocrità, fu oggetto di calunnie e di maldicenza. Pur sapendolo, ed anzi, proprio perché lo sapeva, aveva continuato a prodigarsi amorevolmente quale medico e quale amico per i Suoi più autentici nemici, i quali non sospettavano nemmeno che Egli sapesse la loro vergogna. Era difficile sentirlo pronunziare la parola “amore”, per il semplice fatto che Egli era diventato capace di realizzarlo nella forma più alta. A ragione si poté dire di Lui che avesse raggiunto quel grado di perfezione morale cui accenna la Bhagavad Gita con le parole: “Rinunziare al risultato delle proprie azioni”, nel senso di compiere l’azione morale e subito distaccarsene, affidandola direttamente, si può dire, come reale acquisizione del mondo morale, al ministero degli Esseri della Terza Gerarchia.

Tutto quello che possono dire gli amici che hanno avuto la ventura di conoscere e praticare il Dr. Colazza, si può riferire alle manifestazioni della Personalità, mentre ci rimane sconosciuta l’Individualità, di cui abbiamo potuto intuire qualcosa soprattutto attraverso il tono morale della Sua vita e del Suo operare. Ma chi abbia ascoltato le Sue conferenze con una più acuta sensibilità, avrà potuto rilevare il modo del tutto particolare di esporre. Prima di incominciare a parlare, se ne stava alcuni minuti seduto al podio, raccolto in silenzio che rapidamente s’imponeva a tutti i presenti. Si aveva l’impressione che in quel silenzio venisse creata una specie di barriera di protezione contro l’invadenza delle forze del mondo. Poi si alzava calmo e, dopo un’altra pausa, incominciava pianamente l’esposizione. Parlava pacato, senza mai alzare la voce ad alti toni, formando un’atmosfera di attenzione intensa. Il Suo modo di esporre e le Sue pause davano la sensazione che, di volta in volta, prima di parlare, Egli stesse in ascolto, per dare poi veste a quanto aveva udito. Si può dire che in questo si manifestasse una caratteristica della Sua Individualità e di come questa operasse attraverso la Personalità».

Parole, queste, che si collegano a quanto disse di lui Amleto Scabelloni, che poté seguirlo come discepolo dal 1944 al 1953, con immagini che ricordano quanto del Maestro diceva Massimo Scaligero: «Giovanni Colazza appartiene alla rarissima progenie di Maestri autentici capaci di assumere sul proprio anche una parte del destino terrestre, in virtù di una potenza dell’Io capace di operare mediante il silenzio o anche mediante le espressioni rivelatrici di verità, destinate a rimanere inscrivibili, fatte salve alcune eccezioni. Chi lo ha incontrato non può non ricordare le pause di silenzio, talora non brevi, che egli faceva precedere o seguire al discorso […]  Vogliamo di tali pause, non tanto parlare in relazione a certo imbarazzo di taluno che ne trasse motivo di decidere sul modo più sicuro di non volere averne esperienza alcuna in futuro. Di esse invece riteniamo giusto dire ciò che alcuni vi lessero. Questi meritavano di ricevere ciò che si rivelava dal silenzio. […] Vi fu chi vi scorse “la Pace profonda sulla quale poggiano le Gerarchie Celesti”; chi “la sussistenza sospesa nel vuoto”; chi vi riconobbe “il remoto distacco della presenza siderea”, ed altri che videro nel silenzio il simbolo “dell’Essere cinto di silenzio, come è dell’Entità-Guida dell’epoca presente”».  

Il suo esempio, la sua figura di Asceta adamantino, la sua calma, il suo coraggio, la sua fedeltà, la sua generosità, il suo Silenzio indicano il clima interiore necessario e il còmpito posto a chiunque oggi voglia esigere da se stesso la temeraria audacia di realizzare lo Spirito. Con queste immagini voglio chiudere la rievocazione della figura umana e spirituale di Giovanni Colazza, dopo nove settenni dal suo disciogliersi dall’apparire sensibile.

13 pensieri su “GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

  1. A lato dell’articolo di Hugo che condivido, vorrei evidenziare che l’amico, prima teosofo, poi massone, di Colazza, Giovanni Amendola fu anche un importante uomo politico di stampo liberale (di lui potete leggere una riassuntiva biografia su Wikipedia). Più vicino al nostro tempo uno dei suoi figli: Giorgio Amendola che, nel dopoguerra fu il punto di riferimento della corrente riformista del P.C.I.

    Scrivo questo poiché furono due i capitoli che, su ragionevoli pressioni ma a malincuore, Scaligero non inserì nel suo “dallo Yoga alla Rosacroce”. A qualcuno diede una bozza in ciclostile del capitolo che doveva essere dedicato al cognato Virio, ma, che io sappia, l’altro capitolo tolto avrebbe dovuto essere dedicato a Giovanni Amendola. E sul suo contenuto non conosco nessuno che ne sappia qualcosa.

    Non sono mie illazioni ma cose raccontatemi da Scaligero. Comunque nell’edizione originale del libro menzionato, l’Autore seppe condensare la critica alla gnosi di Virio alla fine del XIII capitolo (da pag. 163 a pag.165).

    Mentre l’articolo spacciato come “capitolo su Virio” è un monumento a sé della positività e dell’abilità di Scaligero, generosamente volto soprattutto alla sorella, vedova di Virio e piuttosto ostile al fratello.

    Il suo inserimento nel testo originale può essere considerato al pari di una violenza e di un tradimento. Del resto chi non sa distinguere gli scritti di Colazza da quelli di Evola ed è pure bugiardo matricolato (come nel piccolo posso attestare personalmente) potrà fare sempre tutti i danni che vorrà.

  2. Scusate se insisto: potrei anche capire il “trasbordo ideologico” spesso biasimato da Hugo. Qualora esso dipendesse da una caratterologia strutturale e dominante e quindi non dominabile. Ciò potrebbe far parte di quel “umano troppo umano” che dovrebbe, nei discepoli dello spirito, essere – almeno in certi momenti – superato.

    Posso capire, ma non approvare, una certa superficialità che sacrifica le esatte parole di Colazza per una “resa stilistica” migliore.

    Ma adulterare un Testo di Massimo Scaligero aggiungendovi pagine – sì di Scaligero, ma del tutto aliene dal testo – estranee e alteranti l’integrità del testo a partire da una nuova edizione, è qualcosa che nemmeno un editore ignaro ma avido di nuovi guadagni farebbe.

    Diventa perciò difficile pensare che oltre la rozzezza, prepotenza e una enorme falsità nel rapporto che fu personale con Scaligero stesso, non si voglia presentare ai futuri lettori, al posto dell’Autore, un qualcosa di falso col suo nome e una pervertita fisionomia della sua Opera.Farla divenire disinnescato ciarpame.

    Questa è opera di vigliacchi, scandita in tempo utile con la morte di parenti e discepoli che avrebbero potuto forse fermare tale deriva editoriale. Gente del resto già usa a depredare le vesti di corpi ancora caldi. I malfattori sanno a cosa alludo.

    Poi mi arriva il suadente invito alla communella con la scusa che X o Y è tanto cambiato… Che illimitata impudicizia!

  3. Isidoro, purtroppo per lui, la fretta gli è stata pessima consigliera. In Oriente si dice che “la fretta viene dal diavolo”, mentre in Etruria – da sempre “mater Sapientiae” – usa dire che “la gatta frettolosa la fece i gattini ciechi”.

    Infatti, se parenti di Massimo Scaligero defunsero – e alcuni di loro, veramente fedeli, NON avrebbero MAI digerito certe “innovazioni creative” – vi sono pur sempre dei discepoli ben vivi, “tonici e trofici”, come usa dire, i quali oltre ad avere un pessimo carattere – dei soggettacci per lui veramente poco raccomandabili – hanno eziandio una ottima memoria, frutto della incessante pratica di quella “Samma Sati”, o Retta Memoria del Nobile Ottuplice Sentiero, predicata da Buddha Shakyamuni.

    Quei lupacci della steppa ben rammentano, ricordano, e rimembrano pure, quanto Massimo Scaligero disse loro, perché egli scrisse le Sue parole a lettere di fuoco nel loro cuore e nella loro anima, incitandoli all’azione interiore più impetuosa e risoluta, e soprattutto alla fedeltà più rigorosa e conseguente verso ciò che, nei momenti di culminazione più luminosa, hanno percepito essere il Vero, il Bello e l’Ottimo.

    Il non esser ancora perfetti – ossia l’essere lupacci e orsi pugnaci e ben reattivi – ha i suoi paradossali indubbi vantaggi, perché ci si può ancora permettere una militanza appassionata, per non dire addirittura passionale, la quale può dare non pochi problemi a intellettuali vigliacchi, a intriganti bugiardi e manipolatori, smascherando pensieri e perverse intenzioni celate, e intraprese sozze e venefiche, che possono ed hanno un effetto tossico paralizzante su molte anime ingenue e fidenti, e dirompente nei confronti della Comunità Spirituale.

    MA, con grande dispiacere di lui, nonché dei suoi famuli manutengoli e delle sue serve sciocche e vanitose, lupacci e orsi non demordono, e si preparano a dar loro ulteriori dispiaceri, anche più grossi.

    Costoro si credono callidi, astuti e machiavellicamente “navigati”, ma – come direbbe il mio ottimo amico C. – sono solo dei “mercanti di birra e dei venditori di trippa”!

    Una cosa è bene che costoro abbiano ben chiara: lupi e orsi sono ben SVEGLI, MOLTO RISOLUTI, e soprattutto PERICOLOSI. Perché non c’è nulla di più pericoloso per costoro del fatto che venga detta la VERITA’!

    Hugo de’ Paganis,
    che consiglia di
    non stuzzicare l’orso,
    se non vuoi essere morso,
    e di fare il bravo pupo,
    se non vuoi che si arrabbi il lupo.

    • Buonasera. Io non sono un antroposofo ne’ un esperto conoscitore di Rufolf Steiner e Massimo Scaligero. Sono un trentenne che si e’ da poco accostato ad essi proprio con l'”incontrare” il libro di cui sopra si parla, “Dallo Yoga alla Rosacroce”. Quello che volevo dire e’ questo: a differenza di quello che ho letto sopra, ho trovato la prefazione all’ultima edizione del libro in questione ( naturalmente si tratta di una semplice impressione personale)

      • interessante, seria, vissuta autenticamente. (Sul capitolo dedicato a Virio invece non s’apre dire nulla). Ovviamente non so chi sia l’autore di quella prefazione ( ora non ho sottomano il libro, ma mi pare si firmasse B.M., e immagino voi conosciate questa persona). La domanda e’ questa: mi potete spiegare quali sono le problematicita’ legate a quella prefazione e al suo autore, che io invece ho trovati, se cosi’ si puo’ dire, di alto livello. Vi ringrazio molto. Ferdinando.

  4. Buonasera. Io non sono ne’ un antroposofo ne’ un esperto conoscitore di Rudolf Steiner e Massimo Scaligero. Sono un trentenne che si e’ da non molto accostato ad essi e cio’ e’ avvenuto proprio con l’aver “incontrato” il libro di cui parlate, “Dallo Yoga alla Rosacroce”. La cosa che volevo dire e’ questa: senza assolutamente conoscere l’autore della prefazione dell’ultima edizione del libro in questione (ora non l’ho sottomano, ma mi pare si fosse firmato B.M., e immagino che voi conosciate questa persona), a differenza vostra ho trovato ( naturalmente si tratta di una semplice e personale impressione) tale prefazione molto interessante, seria, vissuta con autenticita’. (Sul capitolo su Virio, invece, non saprei proprio dire nulla). Mi potete spiegare meglio e piu’ particolareggiatamente quale siano le problematicita’ legate a questa prefazione e al suo autore che invece io ho travato, se cosi’ si puo’ dire, di alto livello? Vi ringrazio molto. Ferdinando.

  5. Caro lettore,
    mi pare che il tutto sia un tantino intrecciato.
    L’articolo in oggetto sottolinea le inesattezze della prefazione ad un testo di parole del dott.Colazza raccolte dagli associati al gruppo Novalis e, dopo molti anni editato dalla Tilopa, neppure esentandolo da modificazioni stilistiche.

    Mentre, a fianco dell’articolo, nei commenti (che spesso prendono altre strade) il sottoscritto ha stigmatizzato il proditorio inserimento di un capitolo nel testo “dallo Yoga alla Rosacroce”. Trattasi di un breve scritto quanto mai lontano dalle intenzioni di Scaligero che diede a molti la bozza di quello che avrebbe dovuto essere il capitolo dedicato a Virio. Considero una violenza e un tradimento quello che è stato fatto.

    Ho indicate le pagine in cui Scaligero riuscì a riassumere la (totale) critica alla corrente neo-gnostica perseguita da Virio. Non basta?

    Certo, continuo a chiedermi quale possa essere l’animo di chi, definendosi discepolo, altera e corregge l’opera del suo Maestro (per giunta, in questo caso anche biografica).

    Non ho parlato della prefazione poiché non la conosco, non l’ho mai letta: così non posso nemmeno cadere nella tentazione di osare un’opinione che, comunque, come tutte le opinioni, varrebbe meno che zero.

    Però, lei, caro amico, confessa di essersi accostato da poco al Dottore ed a Massimo Scaligero: sono ambedue di ardua conoscenza.

    Dunque mi pare prematuro se non inutile per lei, girare intorno alle eventuali sovrastrutture che circondano l’opera di queste altissime figure. Getti in mare il non essenziale.

    Faccia piuttosto un serio lavoro conoscitivo nei loro contenuti, cieco e sordo agli allettamenti di ciò che gira fuori da essi. Desta lettura, seria riflessione…per il tempo che occorre. Così troverà i punti fermi da cui osservare tutte le altre cose. Si ricordi che sono i suoi pensieri e le sue valutazioni (frutto del suo lavoro) ad essere importanti, essenziali, per lei.
    Lei è il Soggetto del suo percorso,non Isidoro o de’Paganis o M.B.
    La Scienza dello Spirito vuole aiutare l’uomo a farsi libero, non servo sciocco di correnti d’opinione: il cammino iniziatico è altro rispetto a ciò.

  6. Un amico mi aveva accennato all’esperienza (preferirei non chiamarla iniziazione…) massonica di Colazza, ma non avevo trovato riscontri in merito. E’ invece nota, soprattutto nell’ambito del Grande Oriente d’Italia, quella di Amendola anche se la storiografia tende a privilegiarne l’appartenenza teosofica.
    Individualità eccentriche rispetto al massonismo dell’epoca, come quella di Reghini – tanto amato da Hugo – la cui appartenenza deve essere “pesata” ben diversamente. Bene ha fatto il medesimo Hugo a sottolineare che la clamorosa scissione del 1908 non ebbe nessuna motivazione di natura spirituale, ma solo politiche e confessionali.

    • Carissimo Salibus,
      essendo io oltre che un lupaccio della steppa, eziandio un lupaccio da tartufi – tartufi che non trovansi nelle sarmatiche e asiatiche steppe, troppo aride e fredde per l’algido clima, ma ben sì negli italici ed etruschi Appennini Monti, ove lupacci di stirpe “rasena” molto volentieri accolgono i lor fratelli lupacci della steppa, cui vogliono da sempre un bene dell’anima – per decenni mi son sobbarcato fatiche, viaggi e spese, in tal improba opera, costantemente incoraggiato e sostenuto dalla generosità illimitata della mia Amata, la guerriera Dea della Sapienza, dalla immacolata trascendente bellezza, al fin di cercare e rinvenir documenti e testimonianze – i “monumenta” dei nostri sapienti Latini – della storia del movimento spirituale, poco conosciuta e sovente colpevolmente negletta dall’indifferenza, dalla volontaria ignoranza, della torpida e turpe pigrizia di coloro che dai Numi hanno ricevuto l’impagabile dono dell’incontro con la Sapienza Celeste, del quale si rendono sovente indegni.

      Amore e gratitudine per il dono ricevuto esigono che di ciò che si ama si abbia sollecita cura, e lo si ricerchi, lo si studi con “Intelletto d’Amore”, per dirla col mio sempre più amato Dante. In tal caso, la mia Amata mette in atto ogni Sua più affettuosa e previdente premura acciocché, malgrado la cronica indigenza del suo squattrinatissimo ed innamoratissimo lupaccio – sia chiaro che anche i più trucidi lupacci hanno un cuore – ei possa accedere a testimonianze e documenti, il più delle volte rari e difficilmente reperibili. La cosa non è vòlta a soddisfare una sua innocente quanto inutile curiosità intellettuale, ché in tal caso un tale magrissimo risultato non giustificherebbe sì tanta fatica, bensì oltre che frutto di amorosa sollecitudine per la Sapienza d’Amore, è altresì arma necessaria alla difesa di tale Sapienza d’Amore, per smascherare le vergognose menzogne, le infami falsificazioni – come quelle che l’ottimo lupaccio tergestino ogni volta giustissimamente bolla a fuoco – le mistificazioni, le affabulanti “rivelazioni”, con le quali si cerca di “ridimensionare” la figura dei Maestri, in particolar modo di Massimo Scaligero, di diluirne e inquinarne l’aureo insegnamento, di paralizzare e spegnere la dirompente forza ascetica della Via del Pensiero, sempre più apertamente da loro calunniata, di disperdere e distruggere la Comunità Solare, della quale gli ingenui, inscienti, e disorientati discepoli verrebbero poi eventualmente “recuperati” e “redenti”, come obbedienti pecorelle, dalla nota potenza straniera d’Oltretevere.

      Nel corso delle mie oramai pluridecennali ricerche, mi son trovato a dovermi talvolta gettare temerariamente e senza rimpianti nell’abisso, ma in Oriente si usa da sempre dire: “Va fino in Cina, se necessario, per cercare la Conoscenza”. E so per certo che negli ultimi 1500 anni molti antenati del mio nobil lignaggio spirituale, affrontando infiniti pericoli e stremanti fatiche, andarono sino in India, nei deserti dell’Asia centrale, in Mongolia, e in Cina, per amore della Sapienza Celeste.

      Di tali audaci, energici, e moralmente generosi “pellegrini d’Amore”, mi parlava talvolta Massimo Scaligero come di Iniziati, alcuni dei quali figli della Terra d’Ausonia, e mi fece addirittura dei nomi. Una sua anziana amica, persona dolcissima, sapientissima, dalla sconfinata ma non arida erudizione, mi confermò le notizie datemi da Massimo Scaligero, e me ne dette addirittura le prove storiche inviandomi in dono, con la squisita ed elegante generosità di una regina, un pacco di volumi rari e costosi, nei quali vi era tutta una messe di dati storici, preziosissimi, confermanti le parole di Massimo Scaligero.

      Come direbbe il Visconte di Lapalisse, “per trovare, bisogna cercare, a meno che non si trovi per caso”. Ma un occultista non crede, né confida, mai nel caso, bensì nella Sapienza, nel coraggio e nella volontà consacrata. Per questo motivo, a metà degli anni 80 del trascorso secolo, mi gettai allo sbaraglio, presi contatto col “Lascito di Rudolf Steiner”, a Dornach, e potei parlare con personalità di rango spirituale come Hella Wiesberger, Gianandrea Balastèr, Edwin Froboese, Jakob Streit, ed altri fedeli discepoli di Rudolf Steiner e fervidi amici di Marie Steiner, la quale fu da loro difesa anche lottando aspramente contro la banda di “gangsters” – definizione di Marie Steiner – facente capo ad Albert Steffen e Guenther Wachsmuth. Specialmente con Hella Wiesberger, nacque un’affettuosa amicizia, che prese la forma di una mitriaca e michaelitica “militia sacra” in difesa della Verità, che nel tempo portò aurei frutti sia per quel che riguarda il discepolato occulto, che per quel che riguarda l’esatta conoscenza della storia del movimento spirituale.

      Vi fu chi, in quel di Roma, vide come il massimo dei mali il mio contatto con il “Lascito” e la fraterna, militante, mia amicizia con Hella Wiesberger. E per “recuperarmi”, venne usata l’arma turpe e vile della calunnia e della menzogna nei confronti del “Lascito” e dei suoi innocenti componenti, di molti dei quali si ignoravano persino i nomi e la biografia. Vennero inventati, per infamarli, eventi MAI avvenuti, racconti inverosimili che io verificai essere completamente falsi: dunque volontarie e consapevoli menzogne. Ne trassi spietatamente – “noblesse oblige”, dicono i nostri cugini di Francia – per quel che riguardava la mia vita esteriore ed interiore, TUTTE le conseguenze logiche ed etiche, altrimenti avrei mentito a me stesso, avvelenato in me mente anima e cuore, perso il rispetto di me stesso, non avrei più avuto il coraggio di guardare un giorno negli occhi Massimo Scaligero, e sin d’ora tutti i lupacci dell’universo mondo, dei quali sarei diventato il pagliaccesco, giustamente disprezzato, zimbello: davvero meglio morire che vivere vili!

      VOLLI conoscere, e bevvi sino alla feccia la coppa della amarissima verità, e CAPII quel CHE e PERCHE’ ad altri era inopportuno – e sommamente importuno – ch’io conoscessi e capissi. Non capivo, allora, il perché di tali comportamenti indegni e, dal mio punto di vista, paradossali e contraddittori. Lo scopri ben presto, con mio grandissimo disappunto, fidandomi e servendomi – con delinquenziale ed irriverente spregiudicatezza – del mio selvaggio fiuto di lupaccio della steppa, nella quale fiuto efficiente e sguardo audacemente indagante e penetrante sono “conditio sine qua non” per sopravvivenza e per giungere ad una serena, giovanile, vigorosa, lupesca longevità. Quel che scoprii diverrà noto – non vi è motivo alcuno, in questo campo, di tacere la verità di fronte alla impudente menzogna – con la necessaria e doverosa gradualità, perché come si dice nelle steppe asiatiche e negli etruschi pianori montani, “il salame si mangia a fette, e non a morsi”.

      Venendo alle tue considerazioni, caro Salibus, considerazioni scaturenti da una tua inespressa quanto legittima curiosità, quello che nelle presenti note comunico, è stato da me rigorosamente accertato con la massima mia lupesca scrupolosità, la quale potrà agli occhi di qualcuno o qualcuna – la cui concezione della verità “a geometria variabile” mi è affatto chiara e provata – pur apparire ed esser dileggiata come “pedante”, ma non è nelle mie costumanze affabulare, mentire, ingannare, inventare, illudere, disorientare, disinformare, mistificare, sentimentalmente sedurre o soporificamente consolare e addormentare, e per i cercatori della verità l’importante è la sincerità, il coraggio, e la chiarezza di una onesta esposizione, e non certo la “venustà del periodare”, per usare la divertita espressione di Arturo Reghini, il quale sincero, coraggioso sino alla temerarietà, chiaro e onesto lo era per davvero: sicurissimamente molto di più un impenitente paganaccio come lui, che non la quasi totale covata antroposofazzico-scaligeropolitana!

      Venendo alla questione da te toccata, Salibus, occorre rilevare che – contrariamente all’ossessiva sindrome di paura compulsiva di alcuni appartenenti alla covata “scaligeropolitana” romana – Rudolf Steiner ebbe sempre un atteggiamento di grande tolleranza nei confronti della massoneria. Molti suoi discepoli eminenti appartenevano alla libera muratoria e per fare solo pochi nomi: in Germania appartenevano alla libera muratoria Karl H.W. Stockmayer, discepolo di Rudolf Steiner sin dal 1907 accolto nella prima Scuola Esoterica sin dal 1908-1909; Johannes Geyer il quale già membro della Sezione cultico-simbolica della Scuola Esoterica, la “Mystica Aeterna” della quale ho accennato nel mio articolo, che dovette essere chiusa nel 1914, nel 1919 fu pregato da Rudolf Steiner stesso di farsi iniziare in massoneria ad Amburgo, alla Loggia “Vom Fels zum Meer”, cui appartenevano altri Suoi discepoli della Scuola Esoterica, il che avvenne il 13 febbraio 1919; Albrecht-Wilhelm Sellin, che partecipò come attore ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner; Hans Joachim, Gran Segretario della Grossen Landesloge der Freimaurer von Deutschland, del quale parla il Dottore ne “La mia vita”; in Francia Edouard Schuré, Eugène Lévy; in Inghilterra Harry Collison, l’amico di Giovanni Colazza e fedele traduttore nonché editore delle opere di Rudolf Steiner; ed in Italia, oltre a Giovanni Colazza, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, il quale apparteneva come 33° alla Gran Loggia d’Italia, nata dallo scisma di Saverio Fera del 1908, e secondo alcune fonti anche il poeta Arturo Onofri.

      Essendo io – per atavica, incorreggibile, orsolupesca natura – un dis-obbediente, solitario e selvaggio lupaccio della steppa, non sono all’obbedienza di veruna delle varie “Comunioni” o “Obbedienze” che si dividono – amandosi ed eziandio combattendosi ferocemente – l’ambiente libero-muratorio italico, non spetta a me difendere l’Ordine massonico dalle accuse giustificate o meno, interessate o meno, che gli vengono rivolte: è giusto che a ciò pensino i suoi aderenti, e non altri.

      Quanto al pitagorico, ermetista, fiorentino e ottimo italiano Arturo Reghini – come dici tu, ed è vero, da me MOLTO amato – egli fu massone dapprima del Grande Oriente Italiano di Malachia de’ Cristoforis, e in seguito del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, del Rito Filosofico Italiano, della Gran Loggia di Piazza del Gesù, ma egli era troppo grande per la mediocrità piccolo borghese di quelle cerchie, e nessuno di quei raggruppamenti massonici lo meritò – “per la fondamentale ragione che non fa nascere le rose dai cardi”, direbbe lui stesso – e lo combatterono quanto poterono, sino ad esempi di tempi recentissimi, oppure in pessima fede vollero sfruttare il suo nome ai fini di un “trasbordo ideologico”, di altro tipo, molto avvertibile e grossolano quest’ultimo. Così come inesorabilmente lo combatté la “numquam nimium execrata societas, pars etiam nobis semper adversa”, la quale lo perseguitò con ogni mezzo illecito, lo ridusse all’estrema indigenza, lo affamò, e in certi momenti cercò persino di assassinarlo. Ma egli fu sempre stoicamente superiore alle miserie e alle meschinità di coloro che non lo meritarono e gli fecero del male. Fu il vero fondatore della rivista UR, nella quale collaborò – anche “operativamente” – con Giovanni Colazza, fu grande amico di Massimo Scaligero, che in certi momenti difese persino da attacchi magici: un giorno forse, se sarà il caso, racconterò qualcosa.

      Ho voluto dilungarmi un po’ nelle presenti considerazioni, per dissolvere qualcuna delle molte interessate e ipocrite affabulazioni, disorientanti rispetto alla obbiettiva verità, che vengono diffuse nella cerchia “scaligeropolitana” sempre col fine di operare l’ormai famoso “trasbordo ideologico inavvertito”! Estremamente pericolosa la Verità per gli affabulanti. Ritorneremo SICURISSIMAMENTE su questi temi.

      Hugo de’ Paganis,
      mai illudente e facil affabulatore,
      bensì di risotti grande pappatore,
      e di puzzolenti sigari fumatore.

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